Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vaticano, con l’Obolo di San Pietro pagati anche gli avvocati per le cause di pedofilia negli Usa

    Vaticano, con l’Obolo di San Pietro pagati anche gli avvocati per le cause di pedofilia negli Usa

    Città del Vaticano – Nel processo in corso in Vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, un cardinale per la prima volta testimoniera’ in aula sul capo d’accusa a carico di un altro cardinale. Inoltre è affiorato che i soldi dell’Obolo di San Pietro sono stati impiegati, in passato, anche per pagare parcelle milionarie agli avvocati che difendevano la Chiesa per cause di pedofilia negli Stati Uniti.

    In pratica i denari che dovevano essere impiegati per la carità, frutto della raccolta dei fedeli di tutto il mondo, servivano per saldare le fatture dell’avvocato americano Jeffrey Lena, che ha assistito la Santa Sede per difendere vescovi e preti pedofili, contro le vittime che chiedevano giustizia.

    Alla domanda se una fattura pagata con l’Obolo potesse ammontare «a un milione e mezzo», il funzionario vaticano oggi nel tribuale del Papa ha ammesso che si trattava di «una cifra plausibile». Naturalmente sempre tutto autorizzato dal Papa.

    SUBORNAZIONE

    Il vescovo di Como, neo cardinale Oscar Cantoni, ha dato infatti la sua disponibilita’ in merito alla deposizione sulla presunta “subornazione di testimone” di cui deve rispondere il cardinale Angelo Becciu ai danni di monsignor Alberto Perlasca, ex capo dell’Ufficio Amministrativo, fra i testimoni-chiave del processo. Cantoni sara’ sentito nell’udienza del primo dicembre prossimo, alle ore 15.00, ha riferito oggi il presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone.

    Secondo l’accusa, durante la fase istruttoria del processo, il cardinale Angelo Becciu avrebbe cercato di far ritrattare a monsignor Perlasca le deposizioni accusatorie chiamando in aiuto il superiore gerarchico diocesano, appunto il vescovo di Como Oscar Cantoni.

    Perlasca è una figura chiave di tutta la vicenda e si è costituito parte civile nel processo, giunto alla 33esima. Sulla subornazione di testimone Becciu, in una udienza precedente, quella del 19 maggio, aveva respinto l’accusa: «Dai giornali leggevo che Perlasca faceva dichiarazioni sul mio conto e ci soffrivo. E’ un sacerdote che avevo aiutato nei suoi momenti difficili, e che dicesse certe cose mi faceva male. Sapevo del vescovo Cantoni (all’epoca non era ancora stato fatto cardinale nrd) che era a Roma e gli feci sapere che era mio desiderio parlargli. Conoscevo Cantoni, sapevo che era stato consigliere spirituale di Perlasca, mi e’ sembrato la persona piu’ adatta. Non ho insinuato niente se non che aiutasse Perlasca a ritrovare una sua serenita’. Non sapevo di preciso quello che dicesse, ma leggevo sui giornali». In quella udienza il presidente Giuseppe Pignatone chiese a Becciu: «Ha chiesto a monsignor Cantoni di far cambiare a Perlasca la sua posizione processuale?». E l’imputato aveva risposto di no.

    https://www.ilgazzettino.it/italia/primopiano/obolo_san_pietro_preti_pedofili_usa-7016484.html

  • L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    —Non hai mai scoperto che Roberto Cadavid era a Brooklyn a lavorare in una parrocchia?

    “Non lo sapevo. Ha risposto monsignor Ricardo Tobón.

    — E se l’avesse saputo, quale sarebbe stata la sua azione?

    — Avviserei il vescovo che era sospeso, che era in processo.

    Due mesi dopo questa intervista nel 2018, il vescovo di Brooklyn ha rivelato le due lettere con cui Ricardo Tobón Restrepo, arcivescovo di Medellín, aveva raccomandato al sacerdote Roberto Cadavid, pericoloso predatore sessuale di bambini, di lavorare nella diocesi di New York nel 2012 e poi nel 2015.

    Roberto Cadavid è libero oggi dopo aver violentato decine di bambini in diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Medellin, insabbiati dal precedente arcivescovo, Alberto Giraldo Jaramillo, e dall’attuale arcivescovo, Ricardo Tobón Restrepo, che ha mentito in un’intervista per proteggere un pederasta che oggi non è stato chiamato dalla giustizia, nonostante le molteplici prove a suo carico.

    Ma Roberto Cadavid non è stato l’unico ad aver apprezzato l’insabbiamento di Ricardo Tobón. Decine di sacerdoti hanno beneficiato della protezione di un arcivescovo che è in grado di registrare un video per affermare che si tratta di un caso di persecuzione contro la Chiesa cattolica , copione già noto in tutto il mondo quando la stampa libera e indipendente indaga sulla pederastia in quel religioso istituzione.

    Carlos Yepes, famoso telepredicatore di Antioquia con più di un milione di iscritti su YouTube, è stato protetto da Ricardo Tobón dopo essere stato denunciato da tre uomini che affermano di essere stati vittime di abusi sessuali infantili da parte del famoso sacerdote . Invece di essere rimproverato da Tobón, Yepes ha ricevuto le congratulazioni dal suo arcivescovo per essere apparso nel 2018 su una stazione radio nazionale per insultare uno degli uomini che lo denunciava , che non ha abbassato da “diavolo”.

    Due anni dopo, Carlos Yepes è stato sospeso direttamente da papa Francesco, secondo il quotidiano El Colombiano . Da allora l’arcidiocesi di Medellin ha avviato un processo canonico presso il Tribunale ecclesiastico, guidato da sacerdoti amici, colleghi e compagni di Yepes. Una completa presa in giro da questi tribunali ecclesiastici che cercano sempre di assolvere i preti attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano incaricato di “indagare” sui migliaia di casi di preti pedofili nel mondo e che, la maggior parte delle volte, finisce per punire i molestatori di bambini per qualche mese o qualche anno e poi mandarli in altre parrocchie, dove di solito tornano a violentare minori.

    Seppur sospeso, è molto probabile che Carlos Yepes venga assolto dai suoi colleghi in breve tempo e userà quell’assoluzione come trofeo per diffamare e vittimizzare nuovamente gli uomini che lo hanno denunciato. Intanto il sistema giudiziario colombiano dorme il sonno dei giusti e non osa avviare un’indagine d’ufficio contro il famoso sacerdote. Al contrario, indaga sui tre uomini e sul giornalista che ha pubblicato l’inchiesta, denunciati per diffamazione e calunnia da Yepes, come strategia per presentarsi innocenti davanti all’opinione pubblica.

    Yepes non è l’unico sacerdote famoso coinvolto in scandali sessuali. Juan Diego Ruiz Arango, protagonista del canale dei gesuiti Televid , è stato denunciato per essersi fatto ubriacare un minorenne e per avergli poi abusato sessualmente . La testimonianza di quest’uomo non è bastata a Ricardo Tobón per rimuovere il sacerdote dall’incarico. Al contrario, l’ha cambiata in una parrocchia migliore e poi ha mentito sulle informazioni che la Corte Costituzionale lo ha costretto a fornire. In quel documento, Tobón ha assicurato di non aver trovato prove convincenti contro Ruiz Arango , ma settimane fa si è scusato con la vittima.

    Uno dei casi più simbolici che dimostrano il disprezzo dell’arcivescovo Ricardo Tobón – e della Chiesa cattolica in generale – di sradicare la pedofilia ecclesiale è quello del Vicario generale dell’arcidiocesi di Medellín, Óscar Augusto Álvarez Zea. Questo sacerdote è il braccio destro dell’arcivescovo Tobón ed è colui che riceve denunce contro i suoi confratelli. Ma ecco una cosa che vale la pena notare: questo vicario è stato accusato, da fonte protetta, di aver messo a tacere un minore con cui il sacerdote affermava di avere una relazione da 20 milioni di pesos . Álvarez Zea è attualmente il parroco del Beato Mariano de Jesús Eusse, una delle parrocchie più ricche di Medellín, situata nel settore El Tesoro, nel quartiere El Poblado.

    Insieme a Roberto Cadavid, Carlos Yepes, Juan Diego Ruiz e Óscar Álvarez, ci sono altri 58 sacerdoti che sono stati denunciati all’arcidiocesi di Medellín, all’ufficio del procuratore generale ea Vorágine , che ha ricevuto decine di storie dai sopravvissuti. Ad esempio, Natalia Restrepo accusa il sacerdote Iván Darío Restrepo Salazar di averla abusata sessualmente, di averla messa incinta e costretta ad abortire.  Restrepo Salazar è stato denunciato da questa donna nel 2007; Le chiesero di perdonarlo e di andare avanti con la sua vita, mentre il sacerdote scalava i ranghi con la protezione di Alberto Giraldo e Ricardo Tobón Restrepo, gli ultimi due arcivescovi di Medellín. Nonostante la denuncia di Natalia, il sacerdote continua come parroco di Nostra Signora dell’Assunzione, nel quartiere Aranjuez di Medellín.

    Un altro dei sacerdoti denunciati per violenze sessuali su minori è José Elías Lopera Cárdenas, confessore di Pablo Escobar e leader del programma Medellín sin Tugurios , che finanziò l’allora boss della droga. Lopera Cárdenas è stata insabbiata dall’arcivescovo Ricardo Tobón, che ha omesso il suo nome nella risposta recentemente data ai media, obbligata dalla Corte costituzionale , nonostante il fatto che la denuncia contro Elías Lopera fosse ampiamente nota in tutto il paese.

    Ma questa non fu l’unica omissione dell’arcivescovo di Medellín. Decine di sacerdoti denunciati negli uffici arcidiocesani restano sotto la protezione di Tobón Restrepo, che ha dato solo pochi nomi per simulare la trasparenza.

    Quasi tutte le denunce contro questi 62 sacerdoti sono state depositate dalla Procura perché l’azione penale è già prescritta. Il procuratore María Victoria Salazar Congote, coordinatrice del Centro di assistenza globale per le vittime di abusi sessuali (CAIVAS) a Medellín, sembra essere il difensore d’ufficio dell’arcivescovo Ricardo Tobón e dell’arcidiocesi di Medellín. In risposta a un diritto di petizione inviatogli da Vorágine, ha affermato di non aver citato l’arcivescovo Tobón perché non c’è alcuna denuncia sessuale contro di lui . Il pm dimentica che Tobón Restrepo ha insabbiato tutti questi sacerdoti e che non ha mai informato la Procura di queste denunce, affinché, con il passare dei giorni, le prescrivessero.Come ha affermato in un’intervista il cardinale Rubén Salazar Gómez, chi viola è criminale tanto quanto chi lo insabbia . Sì, l’ha detto un cardinale al quale, nel tempo, un’inchiesta giornalistica ha scoperto che aveva insabbiato anche dei pederasti.

    Questa la lista con i profili dei sacerdoti denunciati per pederastia e abusi sessuali e dei vescovi che li hanno insabbiati. Uno di loro, Élkin Álvarez, è recentemente uscito in un video per dire che tutti i vescovi erano interessati a “porre fine a questa drammatica e terrificante situazione di abusi sui minori”. Giorni prima di quel video, Álvarez ha chiamato la vittima di un prete per chiedergli di tacere, dicendo che “parlava con attenzione”. Álvarez è ora vescovo di Santa Rosa de Osos ed è stato segretario della Conferenza episcopale della Colombia.

  • Il vescovo Rosario Gisana sentito in aula. Altri sacerdoti coinvolti con l’accusa di abusi

    Il vescovo Rosario Gisana sentito in aula. Altri sacerdoti coinvolti con l’accusa di abusi

    Il vescovo Rosario Gisana sarebbe stato a conoscenza di altri casi di abusi che riguardano sacerdoti che operano ancora oggi nella diocesi di Piazza Armerina.

    È quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche ieri contestati dagli avvocati di parte civile al Tribunale, presieduto da Francesco Pitarresi, nel processo a Giuseppe Rugolo, il sacerdote accusato di violenza su minori.

    Abusi che, se confermati , potrebbero portare alla riduzione allo stato laicale dei sacerdoti. È stato il procuratore capo Massimo Palmeri a condurre, insieme alla pm Stefania Leonte l’interrogatorio al vescovo, sentito come testimone mentre è stata sentita un’altra vittima di Rugolo che ha raccontato fatti perfettamente corrispondenti a quelli oggetto della denuncia che ha dato avvio al processo che si sta celebrando davanti al Tribunale di Enna.

    Un’udienza iniziata ieri mattina, intorno alle 11 e finita alle 21,30 di sera, che confermerebbe un modus operandi del Rugolo capace di approfittare di giovani e minori in condizione di fragilità psicologica.
    Anche un altro ragazzo sentito ieri in aula aveva informato il Vescovo Gisana che già nel 2016 era, dunque, al corrente dei comportamenti del sacerdote, già prima di incontrare i genitori del giovane oggi costituito parte civile nel processo.

    Durante l’esame del Vescovo, durato 4 ore, sono state contestate alcune intercettazioni che documentano come lo stesso fosse a conoscenza di altri episodi di abuso commessi da altri sacerdoti della Diocesi che non sono stati mai rimossi o allontanati dalle loro parrocchie.
    La Procura ha depositato la copia forense contente tutti i dati estrapolati dal computer e dal cellulare di Don Giuseppe Rugolo.

    Il Vescovo ha confermato di avere erogato ingenti somme in favore di Rugolo attinti dai fondi destinati alle opere caritative. Per il risarcimento dei danni al ragazzo che ha denunciato, emerge, secondo le parole del vescovo, che la Diocesi avrebbe convinto i fedeli a pagare.

    Red. Web

  • Assolti cinque Legionari di Cristo: «Non fecero pressioni sulla famiglia del 12enne abusato»

    Assolti cinque Legionari di Cristo: «Non fecero pressioni sulla famiglia del 12enne abusato»

    Nessuna estorsione dai vertici dei Legionari di Cristo per far tacere la famiglia di un ragazzo vittima di abusi sessuali nel 2006-2008 nel seminario di Novara, sentenzia in primo grado in Tribunale a Milano la giudice Caterina Ambrosino, mentre l’ipotesi di favoreggiamento si prescrive all’esito e per responsabilità di un flipper giudiziario che ha visto per nove anni il fascicolo (avviato nel 2013) peregrinare tra Milano, Novara, Torino e infine ancora Milano, dove nel frattempo gli iniziali pm erano o andati in pensione (il procuratore aggiunto Piero Forno) o passati ad altre città (la pm Lucia Minutella) o ad altri pool (la pm Bianca Maria Eugenia Baj Macario).

    Che gli abusi sessuali ci fossero davvero stati è verità giudiziaria accertata dalla sentenza di Cassazione che, sulla scorta dell’inchiesta milanese poi andata a Novara, inflisse 6 anni e mezzo in rito abbreviato all’ex responsabile del seminario novarese a Gozzano della congregazione di diritto pontificio, il 45enne ex sacerdote Vladimir Resendiz Gutierrez (ridotto allo stato laicale nell’aprile 2013 dal processo canonico e oggi in Messico), più un consistente risarcimento danni a due 12enni vittime degli abusi sessuali, e uno simbolico alla parte civile associazione «Rete l’Abuso».

    Ad essere invece travagliato è stato sin dall’inizio lo stralcio sul ruolo di cinque figure di vertice dei «Legionari di Cristo» rispetto al significato o all’intenzione di una bozza sottoposta nel 2013 (insieme a 15.000 euro di «ristoro e solidarietà») ai genitori di uno degli abusati. A lungo la Procura milanese aveva insistito a trattenere il fascicolo coltivando ipotesi di reato più gravi di quelle che altrimenti lo avrebbero trasferito a Novara, dove, quando fu finalmente trasmesso solo a fine 2017, i nuovi pm novaresi lamentarono che il lungo lasso di tempo avesse fatto prescrivere già al momento dell’invio un altro (pur confessato) episodio di abusi su un terzo ragazzo.

    Quanto alla scrittura privata del 2013 nella quale «le parti si impegnano a mantenere assoluta riservatezza, fatta eccezione per eventuali audizioni dell’autorità giudiziaria, obbligandosi a riferire le stesse dichiarazioni rese nella presente scrittura», la Procura di Novara vi aveva letto non una estorsione della congregazione ai genitori, ma «una mera proposta transattiva» priva di «alcuna condotta minacciosa», chiedendo l’archiviazione dell’ex rettore dell’Università Europea di Roma, padre Luca Gallizia, dell’ex legale rappresentante della congregazione Manuel Cordero Arjona, dell’allora direttore territoriale del Nord-Italia Oscar Nader, dell’ex economo Victor De Luna, e dell’avvocato Corrado D’Agostino.

    Questa lettura non era però stata condivisa dalla Procura generale di Torino, la quale vi aveva se mai ravvisato «un tentativo di eludere eventuali investigazioni dell’autorità giudiziaria» (favoreggiamento personale), e «una minaccia al fine di determinare le parti offese a rendere false dichiarazioni» (violenza privata). Rimbalzato nuovamente per competenza territoriale a Milano, la giudice Ambrosino ha impresso alle udienze un ritmo sostenuto, senza tuttavia poter rimediare ormai al molto tempo persosi nei passaggi precedenti e senza dunque poter finire prima della prescrizione del «favoreggiamento» (constata anche dalla pm Alessia Menegazzo che proponeva la prescrizione anche dell’estinzione). E la riprova sta proprio nel fatto che invece sull’«estorsione», reato rispetto al quale sarebbe stato facile attendere la prescrizione imminente anche qui al più tardi tra pochi giorni il 24 ottobre, la giudice ha pronunciato sentenza di assoluzione nel merito e con formula piena per gli imputati difesi dagli avvocati Umberto Ambrosoli e Nicola Pietrantoni. Resterà dunque interessante solo per la storia della vicenda, tra 90 giorni nelle motivazioni, la valutazione del Tribunale sul prescritto favoreggiamento in assenza però di una pressione estorsiva esclusa dall’assoluzione.

    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/22_ottobre_03/assolti-cinque-legionari-cristo-non-fecero-pressioni-famiglia-12enne-abusato-b2e688f6-4314-11ed-992f-919085eb621d.shtml

  • Il tribunale del Mozambico accusa il sacerdote di aggressione indecente denunciata al vescovo Ornelas

    Il tribunale del Mozambico accusa il sacerdote di aggressione indecente denunciata al vescovo Ornelas

    La giustizia mozambicana accusa di aggressione indecente il sacerdote denunciato come abusatore di minori al vescovo portoghese José Ornelas, nel 2011, ha detto oggi a Lusa una fonte della Procura generale (PGR) di Maputo.

    Luciano Caminotti “era imputato in paternità materiale e in forma consumata del reato di atti osceni” e “il 23 agosto si è aperta l’udienza preliminare, svoltasi il 2 settembre”, precisa la PGR, rispondendo ai quesiti posti da Lusa.

    “In questi termini, sia la Procura della Repubblica che gli imputati attendono la notifica da parte del Tribunale Giudiziario della Provincia di Zambezia – Sezione Investigativa Penale”, in merito allo svolgimento del processo, aggiunge, senza ulteriori precisazioni.

    La PGR non ha risposto ad altre domande, vale a dire se il vescovo Ornelas, che presiede la Conferenza episcopale portoghese, abbia, dal 2011, inoltrato denuncia o partecipato in altro modo al caso.

    Secondo la stessa nota, inviata a Lusa, il caso è iniziato 11 anni fa presso la Procura della Repubblica di Gurué, dove Caminotti gestiva un orfanotrofio.

    “Il suddetto caso è stato inviato alla Procura Provinciale di Zambezia e registrato con il numero 179/2014 della Polizia Penitenziaria, in cui padre Luciano Caminotti è stato rinviato a giudizio per i reati di maltrattamento e atti osceni”, riferisce.

    Nel 2014 “è stata emanata un’ordinanza di astensione dall’accusa per insufficienza di prove”, ordinanza “non approvata” dai superiori: “sono stati disposti nuovi passaggi per nuovi elementi emersi”, indica, senza precisare quali.

    Il contesto ha portato alla riapertura del processo, questa volta con il numero 596/2020 del 15 dicembre 2020 presso la Procura provinciale della Zambezia.

    È in questa sequenza che, il 30 ottobre 2021, padre Caminotti “viene imputato in paternità materiale e nella forma consumata del reato di atti osceni”, portando all’udienza preliminare tenutasi un mese fa, conclude la nota, senza fornire dettagli del processo.

    In Portogallo, il Pubblico Ministero (MP) ha confermato sabato che stava indagando sul vescovo José Ornelas per presunto insabbiamento di abusi sessuali, rivelando che c’era già stata un’indagine con possibili collegamenti a questo caso nel 2011.

    Secondo il quotidiano Público, nel 2011 il vescovo era alla guida dell’Ordine dei Dehoniani quando si è trovato di fronte a un insegnante con presunti casi di abusi sessuali presso l’orfanotrofio Luciano Cominotti in Mozambico – un istituto con 50 bambini, alcuni dei quali stavano seguendo le lezioni una missione gestita da un sacerdote dehoniano, Ilario Verri, dove l’insegnante, João Oliveira, ha ascoltato le testimonianze.

    Lo stesso professore ha ora rivolto una nuova denuncia alla Presidenza della Repubblica portoghese, prendendo di mira José Ornelas, ritenendo che il presule “abbia omesso dalle autorità l’abuso di diversi minori come presidente dell’Ordine dei Dehoniani”.

    Il vescovo ha negato a Público qualsiasi insabbiamento di denunce di abusi sessuali.

    È stato José Ornelas che, alla fine del 2021, ha annunciato la creazione di una commissione indipendente per studiare gli abusi nella Chiesa cattolica in Portogallo, coordinata dallo psichiatra infantile Pedro Strecht e che dovrebbe presentare le conclusioni del suo lavoro nel gennaio del prossimo anno.

    https://www.rtp.pt/noticias/mundo/justica-mocambicana-acusa-de-atentado-ao-pudor-padre-denunciado-ao-bispo-ornelas_n1437177

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2021/05/18/savona-don-ilario-verri-calunnio-il-presidente-della-rete-labuso-e-menti-al-processo/

  • Pedofilia, Ratzinger rischia una causa in Germania per il risarcimento danni alle vittime

    Pedofilia, Ratzinger rischia una causa in Germania per il risarcimento danni alle vittime

    Il Papa Emerito Joseph Ratzinger potrebbe essere presto tirato in ballo in un processo civile in Germania, assieme ad altri sacerdoti della Chiesa tedesca, per come sono stati gestiti in passato i casi di abuso sessuale. Secondo l’agenzia dei vescovi KNA, il Tribunale regionale bavarese di Traunstein ha avviato i primi passi procedurali previsti dalla legge dopo che le vittime si alcuni preti pedofili hanno presentato una causa civile al fine di ottenere un risarcimento danni. L’annuncio è stato fatto dal vicepresidente del tribunale, Andrea Titz confermando così le notizie che da giorni circolavano sulla stampa locale.

    Il portavoce del tribunale ha spiegato che a differenza del diritto penale, una causa civile non può essere archiviata. Si tratta, naturalmente, di fatti che riguardano gli anni Ottanta, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco e si trovò ad avere a che fare con alcuni casi di sacerdoti spostati da altre diocesi per essere curati in Baviera. La causa, in oggetto, è diretta contro un sacerdote indicato quale presunto colpevole. La vicenda coinvolge anche il futuro Benedetto XVI, l’ex arcivescovo di Monaco, il cardinale Friedrich Wetter, e l’arcidiocesi di Monaco-Frisinga come entità giuridica.

    Titz ha dichiarato che sono ancora in corso diverse scadenze legali. Gli imputati avevano a disposizione sei settimane per indicare la volontà di difendersi e di rispondere alla causa in atto. Nel caso di Benedetto XVI, le settimane a disposizione erano otto in ragione della sua residenza all’estero.

    A questo punto il tribunale, dopo aver ricevuto le risposte, dovrà esaminare se le richieste sono state presentate in modo coerente. Secondo le ricerche condotte da un pool investigativo di giornalisti risulta che al centro di questa storia c’è la vittima del sacerdote Peter H., che avrebbe continuato a lavorare nel ministero pastorale dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga nonostante avesse precedenti penali per abusi sessuali su minori. Il suo avvocato si batte affinchè un tribunale si pronunci sulla corresponsabilità dei vescovi per reati sessuali (anche se sono già caduti in prescrizione).

    https://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/pedofilia_papa_ratzinger_abusi_germania_risarcimento_vaticano_vittime-6953797.html

  • ‘Quello che voglio sono scuse’

    ‘Quello che voglio sono scuse’

    Era domenica mattina. Paulo era in piedi tra gli altri fedeli ad ascoltare attentamente la messa che il vescovo Belo stava tenendo nel giardino tropicale della sua residenza a Dili, la capitale di Timor Est. Dopo la messa, Belo si avvicinò a Paulo, allora un adolescente di quindici o sedici anni. “Mi ha chiesto di venire a casa sua”, dice Paulo, che ora ha 42 anni, che desidera rimanere anonimo per la privacy e la sicurezza di se stesso e della sua famiglia.

    È stato un onore essere invitato. “Ero molto felice”, dice Paulo. Il vescovo Carlos Filipe Ximenes Belo non era solo il potente capo della chiesa cattolica romana di Timor Est, ma anche un eroe nazionale e un faro di speranza per il popolo. Ha parlato a nome del suo Paese, che allora soffriva così terribilmente sotto l’estrema e violenta occupazione indonesiana (1975-1999), e ha chiesto il rispetto dei diritti umani e l’autodeterminazione.

    Nel tardo pomeriggio Paulo si recò ignaro alla residenza vescovile, sulla strada costiera di Dili con una magnifica vista sul mare. Quella sera Belo lo portò nella sua camera da letto. “Il vescovo mi ha tolto i pantaloni, ha iniziato a toccarmi sessualmente e mi ha fatto sesso orale”, dice Paulo. Confuso e scioccato, l’adolescente si addormentò. Quando si è svegliato, “mi ha dato dei soldi”, ricorda. «Al mattino sono scappato via in fretta. Ero un po’ spaventato. Mi sono sentito così strano.’ Paulo si vergognò, finché non capì: ‘Non è colpa mia. Mi ha invitato. Lui è il sacerdote. È un vescovo. Ci dà da mangiare e mi parla bene. Sta approfittando di quella situazione.’ Aggiunge: ‘Ho pensato: questo è disgustoso. Non ci andrò più.’

    Paulo non ha detto a nessuno degli abusi sessuali e dello sfruttamento sessuale. È successo una volta, quella volta. Ma questo non valeva per Roberto, ora 45enne, che ha anche deciso di rimanere anonimo. Sia Paulo che Roberto si sarebbero poi stabiliti all’estero per costruirsi una vita.

    C’era un’atmosfera di eccitazione nella città di Roberto, dove era in pieno svolgimento una festa in chiesa. La gente si rallegrò perché era venuto anche il vescovo. Mentre Roberto guardava lo spettacolo e ascoltava la musica, l’occhio di Belo cadde su di lui. Il vescovo chiese all’adolescente, che aveva circa quattordici anni, di venire in convento. Roberto andò al convento e si fece sempre più tardi. Troppo tardi per tornare a casa. Il vescovo ha poi condotto Roberto nella sua stanza, dove l’adolescente esausto si è addormentato. Finché non si è svegliato all’improvviso. «Quella notte il vescovo mi ha violentato e abusato sessualmente», racconta Roberto. «Al mattino presto mi ha mandato via. Avevo paura perché era ancora buio. Quindi ho dovuto aspettare prima di poter tornare a casa. Mi ha anche lasciato dei soldi. Era inteso in modo che io tenessi la bocca chiusa. E per essere sicuro che sarei tornato.’

    È stata una grossa somma per l’adolescente, che aveva perso molti familiari a causa dell’occupazione indonesiana, durante la quale ben 183.000 timoresi sono morti per fame, malattie, stanchezza e violenza. Nelle sue successive visite in città, il vescovo mandava qualcuno a prendere Roberto. Belo ha giocato sul suo cuore e sulla sua mente. ‘Mi sono sentito riconosciuto, scelto, amato e speciale’, dice Roberto. «Finché ho capito che il vescovo non era veramente interessato a me, ma che si trattava solo di se stesso. Allora per me era solo questione di soldi. Soldi di cui avevamo tanto bisogno.’

    Quando Roberto si trasferì a Dili, l’abuso e lo sfruttamento sessuale si trasferirono nella residenza vescovile in città. Lì Roberto ha visto crescere ragazzi orfani nel recinto e altri ragazzi chiamati come lui. Sia Roberto che Paulo dicono che le persone sono state mandate con l’auto per portare i ragazzi che Belo voleva alla residenza.

    Alla richiesta di una risposta alle accuse, il vescovo Belo ha immediatamente riattaccato il telefono

    Il vescovo ha abusato della sua posizione di potere sui ragazzi che vivevano in condizioni di estrema povertà, dice Paulo. «Sa che i ragazzi non hanno soldi. Quindi, quando ti ha invitato, sei venuto a darti dei soldi. Ma intanto sei una vittima. È così che ha fatto”, spiega Paulo.

    Era impossibile rivelare cosa stesse succedendo nella camera da letto di Belo, dice Paulo. ‘Avevamo paura di parlarne. Avevamo paura di trasmettere le informazioni. Come me, sulla mia brutta storia con il vescovo Belo’.

    La Chiesa cattolica gode di un immenso rispetto tra la gente di Timor-Leste, per il suo ruolo religioso e come istituto che aiutava le persone e offriva protezione. Se le accuse contro Belo fossero rese pubbliche scandalizzerebbe il Paese e minerebbe la lotta per l’indipendenza, dice Roberto. È ancora difficile per le persone parlare dei presunti crimini sessuali di Belo, per paura della stigmatizzazione, dell’ostracismo, delle minacce e della violenza.

    Paulo voleva dimenticare e seppellì i suoi pensieri sull’abuso sessuale. Ma quando gli piaceva una ragazza, le sue esperienze emersero. ‘Ho già il negativo nella mia mente. Così, come ha fatto con noi il vescovo, non va bene».

    Dalle ricerche effettuate da De Groene risulta che Belo abbia avuto più vittime. De Groene ha parlato con una ventina di persone a conoscenza del caso: dignitari, funzionari governativi, politici, operatori di ONG, persone della chiesa e professionisti. Più della metà di loro conosce personalmente una vittima, mentre altri conoscono il caso e la maggior parte ne ha discusso sul posto di lavoro. De Groene ha parlato anche con altre vittime che non volevano raccontare la loro storia sui media. Paulo e Roberto conoscono entrambi compagni di sventura. «Lo sapevo da alcuni dei miei cugini. Lo sapevo da alcuni dei miei amici”, dice Paulo, aggiungendo: “Vanno a casa sua, solo per prendere i soldi”.

    La ricerca

    Questo progetto di ricerca è iniziato nel 2002, quando un uomo timorese dice che un amico è stato abusato sessualmente dal vescovo Belo. Era molto preoccupato per il fratello minore che visitava ogni settimana la residenza vescovile e aveva detto a sua madre di non permettergli più di andarci. Nello stesso anno, nel novembre 2002, il vescovo si dimette improvvisamente. Da quel momento, le voci sul presunto abuso sessuale si trasformano in un enorme segreto pubblico.

    Diversi giornalisti cercano di riferire sul caso. Ma il vescovo è ‘troppo grande per fallire’. Una possibile apertura arriva a febbraio 2019, quando Tempo Timor svela per la prima volta il caso contro l’ex sacerdote americano Richard Daschbach.

    Da allora De Groene ha svolto ricerche sul caso Belo e parlato con diverse vittime e venti persone esperte in materia: dignitari, funzionari governativi, politici, operatori di ONG, membri della chiesa e professionisti. Più della metà di loro conosce una vittima, mentre altri conoscono il caso e ne hanno discusso sul posto di lavoro.

    Negli ultimi anni sono apparse delle crepe nell’immagine della chiesa infallibile di Timor orientale

    L’abuso si estende per un lungo periodo di tempo. Le accuse di Paulo e Roberto si riferiscono agli anni ’90. Secondo la nostra ricerca, Belo ha abusato anche di ragazzi prima di diventare vescovo, nei primi anni ’80, nel villaggio di Fatumaca, quando era superiore presso il centro educativo dei Salesiani di Don Bosco (SDB), la congregazione di cui fa parte. L’attuale arcivescovo, Virgílio do Carmo da Silva, era allora uno studente del pre-seminario, come è stato scritto in articoli online, tra gli altri, dal vescovo Belo.

    Belo, oggi 74enne, è nato il 3 febbraio 1948 da una famiglia devota nella frazione di Wailacama a Timor Est, allora ancora colonia del Portogallo. Quando aveva tre anni, suo padre morì. La famiglia affrontò una vita dura nella profonda povertà che aveva segnato l’intera nazione. Belo ha iniziato a lavorare nei campi quando era un bambino, a volte camminando tre ore al giorno per procurarsi il riso. Da ragazzo gli piaceva fare il prete. Un giorno si mise in testa una buccia di pompelmo, prese un bastone come pastorale e ordinò ai suoi cugini di venire a baciare la mano del “vescovo”, scrive Arnold S. Kohen nella sua biografia elogiativa “Dal luogo dei morti”. Monsignor Belo e la lotta per Timor Est’ (1999).

    Belo viene insegnato nelle scuole cattoliche e nel seminario. Come studente capo è duro con i compagni di classe. Può essere lunatico, ama il dibattito, il teatro, il calcio, le canzoni romantiche e i Beatles. Nel 1968 lascia Timor Est per studiare in Portogallo, dove assiste alla rivoluzione dei garofani che pone fine al colonialismo portoghese. Ritorna a Timor-Leste, diventa salesiano il 6 ottobre 1974 e inizia ad insegnare a Fatumaca.

    Quando l’Indonesia invade Timor Est nel 1975, Belo si trova a Macao. Nel 1980 viene ordinato sacerdote. Quando torna in patria nel 1981, Belo è sconvolto dalla paura estrema, dalla povertà e dalla guerra violenta. L’esercito indonesiano usa la popolazione – compreso il fratello di Belo, zii e cugini – come scudi umani durante le operazioni militari, scrive Kohen.

    Belo va a Fatumaca, dove è maestro dei novizi e dopo un anno viene promosso al grado di superiore. Nel 1983, papa Giovanni Paolo II sceglie il 35enne a capo della chiesa di Timor-Leste. Nel 1988 Belo è nominato vescovo. È una posizione dura e stressante. La gente si rivolge disperatamente al vescovo per raccontargli come le truppe indonesiane invadono le loro case, prendono persone, torturano e uccidono. Belo viene chiamato a mediare quando i violenti militari e polizia indonesiani prendono di mira la popolazione. Nonostante il pericolo «aveva un senso di giocosità caratteristico di molti salesiani», scrive Kohen, interpretando la frase ripetuta di Belo: «Io sono solo un altro peccatore!».

    Il 12 novembre 1991, Belo sente le mitragliatrici. Al cimitero di Santa Cruz a Dili l’esercito indonesiano ha aperto il fuoco sui manifestanti. Molti giovani vengono uccisi. In centinaia fuggono nella residenza di Belo. Quando il vescovo visita il cimitero vede vittime coperte di sangue e con proiettili nei loro corpi. Finalmente Belo ottiene l’accesso all’ospedale militare. Riconosce molte persone che prima aveva portato a casa personalmente dal suo recinto, ma che sono state arrestate, gravemente ferite e prese a pugni. A quel tempo Paulo è troppo giovane, ma a 15 anni si unisce alle manifestazioni. È una vita irregolare e pericolosa. Molti amici vengono uccisi. Durante un attacco viene gravemente ferito e perde il suo migliore amico.

    Nel 1996 Belo riceve il Premio Nobel per la Pace, insieme all’attivista e diplomatico José Ramos-Horta, attuale presidente di Timor Est. I due ricevono il premio “per il loro lavoro verso una soluzione giusta e pacifica del conflitto a Timor orientale”. Belo si presenta durante il suo discorso per il Nobel come “la voce del popolo senza voce di Timor Est” e afferma: “quello che la gente vuole è la pace, la fine della violenza e il rispetto dei loro diritti umani”.

    Nel 1999, Timor Est ottiene finalmente un referendum sull’autodeterminazione. È organizzato dalle Nazioni Unite e l’Indonesia cerca di minare il processo con brutale violenza. Con una frana del 78,5 per cento, il popolo di Timor Est vota per l’indipendenza. L’Indonesia si vendica senza pietà. L’esercito e la polizia indonesiani insieme alla milizia timorese distruggono case, edifici e infrastrutture. Saccheggiano, uccidono e deportano un quarto della popolazione. In quell’esplosione organizzata di violenza, più di 5.000 persone si rifugiano nella casa del Vescovo. Il 6 settembre, la milizia lancia un attacco e brucia la sua residenza. Belo lascia il suo gregge, fuggendo prima su un elicottero indonesiano, poi su un aereo dell’esercito australiano diretto a Darwin. Nell’ottobre 1999 torna a Timor Est. In mezzo a quella distruzione totale, gli abusi sessuali sono ripresi, dice un testimone.

    “Il vescovo mi ha lasciato dei soldi per essere sicuro che stavo zitto”

    Un governo di transizione delle Nazioni Unite governa il paese liberato dal 1999 al 2002. Ci sono tentativi di portare alla luce il caso di abusi sessuali. Ma c’è paura di rappresaglie e preoccupazione che in questa fase iniziale il Paese non possa affrontare uno scandalo così devastante. Il popolo timorese ha pagato un prezzo enorme per l’indipendenza. Paulo è gravemente traumatizzato e soffre di attacchi di panico. «Ci ​​sono un sacco di cose confuse. Viene dalla guerra e dal vescovo. Ho passato tempi bui’, dice.

    Improvvisamente Belo si dimette da capo della chiesa. Il Papa lo solleva dalle sue funzioni il 26 novembre 2002. Il premio Nobel per la pace dice che soffre “di stanchezza fisica e mentale”. Nel gennaio 2003 Belo lascia Timor Est, ufficialmente per riprendersi in Portogallo. Dopo aver parlato con il prefetto dell’allora Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e il Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana, sceglie un nuovo incarico, afferma in un’intervista all’agenzia cattolica UCA News. Nel giugno 2004 diventa ‘assistente sacerdote’ a Maputo, in Mozambico. “Sono sceso dall’alto verso il basso”, dice Belo a UCA News.

    Ma perché un vescovo ambizioso e di fama mondiale accetta una posizione così bassa? Alla luce delle accuse di abusi sessuali, quanto dice del suo lavoro a Maputo è allarmante: «Faccio pastorale insegnando catechismo ai bambini, facendo ritiri spirituali ai giovani». Belo non vive mai più a Timor Est, ma visita occasionalmente, l’ultima volta a Natale e Capodanno nel 2018, e lascia il suo paese d’origine a gennaio 2019.

    Negli ultimi anni sono apparse crepe nell’immagine della chiesa cattolica un tempo infallibile a Timor-Leste. Nel febbraio 2019, la piattaforma di notizie locale Tempo Timor rivela per la prima volta i dettagli di un caso di abuso del clero.

    Sebbene il Vaticano avesse ritenuto colpevole il missionario americano Richard Daschbach e lo avesse licenziato dal sacerdozio, queste decisioni furono taciute. Il 21 dicembre 2021, il tribunale di Timor Est ha condannato Daschbach per aver abusato sessualmente di ragazze nella casa di accoglienza che gestiva e lo ha condannato a 12 anni di carcere ( vedi il sito web di De Groene per un servizio olandese su questo caso ). Nel 2015 un fratello cattolico ha ricevuto una pena detentiva di dieci anni per abusi sessuali su adolescenti in un centro di sostegno nel distretto di Ermera, anche se quel verdetto non è arrivato ai media.

    Ci sono più casi. De Groene Amsterdammer ha parlato con persone che hanno denunciato quattro sacerdoti a Timor-Leste. Ci sono molte preoccupazioni per il sacerdote britannico Patrick Smythe, condannato quest’anno nel Regno Unito per aver abusato di bambini, che ha trascorso dieci anni viaggiando a Timor-Leste e ha avuto bambini che dormivano nella sua stanza d’albergo.

    Diverse fonti affermano che le autorità ecclesiastiche hanno limitato i viaggi di Belo. Ora risiede in Portogallo e non gli è stato permesso di viaggiare di propria iniziativa nel suo paese d’origine, ma prima ha dovuto chiedere il permesso a Roma. La restrizione di viaggio è stata confermata dal presidente della Conferenza episcopale di Timor Est. “Deve chiedere il permesso al Vaticano per vedere se gli permettono di venire o no”, ha detto il vescovo Norberto do Amaral in un’intervista nel settembre 2019. Ha detto di non conoscerne il motivo. ‘Sulla questione del motivo per cui non può venire, per favore chiedi al Vaticano’. Perché le “questioni con i vescovi” non sono trattate dalla Chiesa locale, “ma dal Vaticano”.

    Tale restrizione di viaggio è una misura del diritto canonico che le autorità ecclesiastiche possono applicare durante un’indagine su un caso per proteggere le vittime, l’indagine e il sospettato. La chiesa può anche applicare restrizioni dopo un verdetto di colpevolezza. Fonti confermano che al vescovo non è ancora consentito viaggiare liberamente. Non era presente durante la recente grande installazione a Roma dei nuovi cardinali cattolici, tra cui l’arcivescovo di Timor-Leste Virgílio do Carmo da Silva.

    De Groene Amsterdammer ha chiesto alla Chiesa cattolica una risposta alle accuse. La Santa Sede, le istituzioni responsabili tra cui il Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Virgílio do Carmo da Silva a Dili e il Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana, non hanno risposto alle nostre domande e restano in silenzio sulla questione. Il vescovo Belo sollevò il telefono per un momento, ma poi lo riagganciò immediatamente.

    Come vittima, Paulo vuole porre fine al silenzio sugli abusi sessuali. “Dobbiamo parlarne e gridarlo più forte al mondo”, dice. Roberto racconta la sua storia perché vuole aprire la strada alle altre vittime per parlare. «Quello che voglio sono le scuse di Belo e della chiesa. Voglio che riconoscano la sofferenza inflitta a me e agli altri, in modo che questa violenza e questo abuso di potere non accadano più.’

    https://www.groene.nl/artikel/what-i-want-is-apologies

  • Ex prete accusato di abusi, via al processo

    Ex prete accusato di abusi, via al processo

    Ha preso il via ieri di fronte al tribunale di Terni il processo all’ex sacerdote accusato di violenza sessuale per aver avuto rapporti intimi con alcuni ragazzi minorenni, ospiti nel centro di accoglienza religiosa di Canonica “Don Bosco“, gestito dall’associazione Opera Santa Maria della Luce.

    Il procedimento penale si è aperto con l’ammissione delle prove ed è stato subito rinviato al 28 febbraio del prossimo anno. Nel corso dell’udienza preliminare si era costituito parte civile il centro di accoglienza, rappresentato dall’avvocato Nicola Pepe. Il contesto in cui si sarebbero svolti i fatti era stato ricostruito, non senza fatica, da una delicata indagine svolta dagli agenti del commissariato di polizia di Orvieto.

    Al centro della vicenda c’è un 54enne dal passato burrascoso, originario di Cascina in provincia di Pisa, che già da una decina di anni fa si era reso protagonista di vicende scabrose, tanto da essere ridotto allo stato laicale per decisione della Congregazione per la dottrina della fede nel 2004.

    Ciononostate, aveva continuato a spacciarsi da sacerdote e, in tale veste, aveva convinto i gestori del “Don Bosco“ ad affidargli un incarico professionale nella struttura vicino Sugano in cui erano accolti anche stranieri minorenni. Qui aveva lavorato a partire dal 2016. La polizia lo aveva denunciato per violenza sessuale con l’accusa di aver costretto dei ragazzi nord africani ad avere rapporti intimi con lui. Le parti offese che sono state individuate nel procedimento penale appena avviato sono tre.

    A far scattare la denuncia era stata la testimonianza di un ragazzo nei cui confronti l’ex sacerdote che nel passato era stato anche cappellano militare, avrebbe messo in atto ripetute pressioni, dicendogli che se si fosse opposto alle sua avance, lo avrebbe fatto cacciare dal centro di accoglienza. “Se non fai il gay con me è un problema” gli aveva detto. Tra gli episodi che dovranno essere riscontrati nel dibattimento c’è anche la minaccia che avrebbe subìto un ragazzo nel cuore della notte: l’ex prete avrebbe brandito un’arma contro di lui per costringerlo a un rapporto sessuale.

    Numerosi i precedenti che il toscano ha alla spalle. Nel 2015 era stato indagato per prostituzione minorile a causa di un episodio avvenuto alla stazione Termini, l’anno successivo era stato colpito dal divieto di far ritorno nel Comune di Roma dopo essere stato accusato di atti sessuali con minori e aveva patteggiato a Venezia un anno e 6 mesi e una multa per circonvenzione di incapace. Placido Greco Luca Galleschi

    Cla.Lat.

  • Il mea culpa del vescovo di Pisa sul prete accusato di pedofilia

    Il mea culpa del vescovo di Pisa sul prete accusato di pedofilia

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – «A nome mio e della chiesa pisana che rappresento, chiedo perdono a chi ne è stato vittima e a quanti ne soffrono per lo scandalo che oscura il volto della chiesa». Sono parole forti quelle scelte dal vescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto per comunicare di aver accettato le dimissioni di don Luigi Gabbriellini, 74 anni, e annunciare che il prete è al momento sotto processo canonico con l’accusa di abuso sessuale e molestie a danno di minori.

    Il fatto che monsignor Benotto usi l’indicativo in riferimento alle vittime, e la scelta di non menzionare nemmeno una volta nel comunicato la presunzione di innocenza dell’accusato fino alla conclusione del processo, non danno per una volta adito a dubbi sulle responsabilità del sacerdote, che infatti si è dimesso.

    Nella nota della diocesi, diffusa il 15 settembre, il nome di don Gabbriellini non viene fatto ma è non è certo un segreto. Monsignor Benotto ha la correttezza di indicare l’ultimo incarico del prete, fino a pochi giorni fa parroco di santa Maria madre della chiesa e santa Marta a Pisa.

    Il sacerdote è finito davanti al tribunale ecclesiastico accusato di aver violentato una ventina di anni fa due fratelli, all’epoca dei fatti di 9 e 13 anni. Le due vittime, oggi adulte, hanno segnalato al Servizio diocesano per la tutela dei minori gli abusi subiti e nell’aprile scorso, «appena è stata ricevuta la denuncia» sottolinea il vescovo, il processo è stato avviato e il sacerdote temporaneamente sospeso dalle sue funzioni fino all’esito del procedimento.

    L’ATTACCO SU FACEBOOK

    C’è mancato poco, però, che riuscisse a farla franca. Infatti – come racconta una fonte interna – da giorni erano già pronti sul tavolo del vescovo ben due comunicati sul conto di don Luigi, ben diversi uno dall’altro. Uno annunciava il congedo del prete dalle parrocchie per motivi di salute e l’altro, quello che poi è uscito, comunicava con dolore e costernazione il vero motivo delle avvenute dimissioni.

    Qui, però, è successo l’imprevisto: una delle due vittime ha accusato direttamente il prete sul suo profilo Facebook (poi oscurato). Il clamore seguito al post ha portato il vescovo, per tutelare il buon nome della diocesi, a fare pubblica ammenda e a rendere noto il processo canonico in corso a carico di don Gabbriellini.

    Ora il suo posto è stato prontamente preso da un altro sacerdote, don Lucasz Kostrzewa, arrivato in fretta da Barga, in provincia di Lucca. Don Lucasz, come scrive il parroco di Barga monsignor Stefano Serafini sul Giornale di Barga, sapeva già da mesi, allertato dal vescovo, di dover essere trasferito in un’altra comunità della diocesi, e sabato scorso ha preso immediatamente servizio.

    Lo scandalo è però soltanto all’inizio ed è destinato a dare ancora molte preoccupazioni al vescovo di Pisa. Non solo il Servizio diocesano per la tutela dei minori sta verificando la veridicità della segnalazione di un’altra vittima di don Gabbriellini, ma alla Rete l’abuso, associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, sono arrivati in questi giorni dei messaggi di denuncia a carico di un altro sacerdote della diocesi.

    In uno di questi una ex parrocchiana dice di essere stata molestata: «Ho 58 anni e vivo a Pisa. Quando avevo 12 anni, don Paolo (nome di fantasia) mi accompagnò in canonica e si fermò nel corridoio, mi spinse contro il muro e cominciò a palpeggiarmi ovunque. Io ricordo che ero un pezzo di marmo, ma credevo fosse legittimo». «Ho provato a dirlo – continua – ma ho trovato un muro di gomma. Quello che fa più male, a parte l’esperienza in sé, è l’omertà di tutta la comunità parrocchiale, non solo del parroco e dei preti».

    È un fatto che don Gabbriellini non sia stato sospeso ad aprile, quando è arrivata la denuncia al Servizio diocesano ed è iniziato il conseguente processo canonico, ma ha continuato a occuparsi delle parrocchie fino alla settimana scorsa. Ha persino celebrato le comunioni dei bambini a maggio, come segnala indignata un’altra fedele che ha scritto alla Rete l’abuso: «Sono arrabbiata e triste perché se la curia sapeva, avrebbe dovuto sospenderlo in attesa delle decisioni del tribunale. Pensare che è questo uomo che ha dato la prima comunione a mio figlio mi fa vomitare».
    Sotto il profilo della responsabilità penale, i fatti al vaglio dell’indagine ecclesiastica sono ormai prescritti, ma i due fratelli potrebbero decidere di rivolgersi alla giustizia civile, dove i termini per la prescrizione sono diversi, e chiedere un risarcimento al prete per gli abusi subiti.

    Don Luigi Gabbriellini, oltre alla funzione di parroco, ricopriva anche altre mansioni di rilievo nella diocesi, fra cui quella di amministratore parrocchiale della chiesa di san Matteo e vicario episcopale della città di Pisa. Decaduto da tutti gli incarichi, il sacerdote non è al momento reperibile.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/il-mea-culpa-del-vescovo-di-pisa-sul-prete-accusato-di-pedofilia-lusedken

     

  • Abusati dal prete: segnalazioni già 12 mesi fa

    Abusati dal prete: segnalazioni già 12 mesi fa

    Non un caso isolato. “Rete l’abuso” – l’associazione che raccoglie e ’scheda’ le denunce delle vittime dei sacerdoti accusati di pedofilia – avrebbe ricevuto diverse segnalazioni con al centro il sacerdote sottoposto a processo canonico e rimosso la scorsa settimana dalla parrocchia di Santa Maria Madre della Chiesa dall’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto.

    La prima arrivata e verificata circa dodici mesi fa, ha preceduto di poco quella inoltrata all’associazione dai due fratelli. Nel loro caso si tratterebbero di fatti che vanno indietro nel tempo oltre 25 anni, quando il sacerdote era parroco in Santo Stefano nel quartiere di Porta a Lucca. Ma è a seguito di quella prima e precedente segnalazione – non rimbalzata sulle cronache – che il nome (foto compresa) del monsignore 73enne era stato già inserito nel database on line della Rete, visibile da tutti.

    Dopo l’ultimo caso, diventato pubblico venerdì scorso, però i contatti con l’associazione sono aumentati. Altri episodi sarebbero arrivati sul ’tavolo’ della “Rete”. Altre persone che, così sembra, avrebbero subito lo stesso genere di abuso, anche in periodi diversi, dal sacerdote. Denunce, queste, tra le quali andrà ovviamente fatta una scrematura per capire quali siano realmente circostanziate e quali, invece, scattate sull’onda emotiva degli ultimissimi giorni. E se “Rete l’abuso” ribadisce di essere a disposizione incoraggiando le altre presunte vittime a non aver paura (“Scriveteci!), un altro soggetto avrebbe contattato direttamente i due fratelli, per offrire non solo solidarietà ma anche testimonianza diretta.

    Episodi sepolti magari per decenni che ora riemergono. Ad aver fatto venire alla luce l’abuso è stato, per i due fratelli, un lungo percorso di psicoterapia. Così sono riusciti, a distanza di anni, a trovare la forza per denunciare. Il ’loro’ caso è giunto di fronte al tribunale ecclesiastico ad aprile. Tribunale che avrebbe poi appurato la veridicità delle accuse anche a seguito delle ammissioni dello stesso sacerdote. “Un momento di debolezza”, un “cedimento” che ha visto i due fratelli entrambi vittime e protagonisti in qualcosa di più grande di loro.

    “A nome mio e della Chiesa pisana – queste le parole dell’arcivescovo Benotto (nella foto), nell’annunciare la sospensione del sacerdote dalle facoltà inerenti al suo ministero fino al termine del processo canonico – chiedo perdono a chi ne è stato vittima e a quanti soffrono per lo scandalo che oscura il volto della Chiesa. Domando a tutti di pregare il Signore perché non venga meno la fede in chi è stato offeso e perché si rinnovi in tutti un autentico cammino di conversione”.

    E adesso? I due fratelli potrebbero intentare causa civile — la prescrizione in questo caso, a differenza del penale, parte dal momento della presa di coscienza della molestia subita — per chiedere un risarcimento al sacerdote (che attualmente si trova ospite di un parente in un quartiere lontano da entrambe le parrocchie) e alla Diocesi. Alla Procura di Pisa al momento non sarebbe arrivata, ad oggi, alcuna notizia di reato. Un’inchiesta che, con tutta probabilità, non potrà che essere archiviata visto che il fatto sarebbe accaduto quando i due avevano 9 e 13 anni.

    (foto di copertina: parrocchia di Santa Maria Madre della chiesa (foto Del Punta per Valtriani)