Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: tribunale

  • Abusi nelle ore di catechismo, imputato è davanti ai giudici: si valuterà competenza

    Abusi nelle ore di catechismo, imputato è davanti ai giudici: si valuterà competenza

    Gela. Gli abusi sessuali si sarebbero verificati quattro anni fa, su una minore, ancora neanche quattordicenne. Una vicenda emersa lo scorso anno e che ha portato agli arresti domiciliari l’allora catechista.

    Un caso molto delicato. L’uomo è ancora sottoposto alla misura restrittiva. In settimana, si è presentato davanti al collegio penale del tribunale, presieduto dal giudice Miriam D’Amore. L’incidente probatorio, per acquisire maggiori elementi investigativi, si era già tenuto a seguito della misura impostagli su richiesta dei pm della procura.

    L’indagine è stata condotta dagli agenti di polizia del commissariato. Il collegio vuole però approfondire l’aspetto della competenza a decidere. La Corte d’assise di Caltanissetta si è dichiarata incompetente, trasmettendo gli atti al tribunale. Il catechista teneva la sua attività con i più piccoli in una parrocchia della città.

    Pare che le prime amissioni della minore avvennero davanti agli operatori del consultorio. I genitori hanno sempre seguito l’evoluzione dell’indagine e nel procedimento penale sono pronti a costituirsi parti civili, nell’interesse della figlia. iannì vincenzo

    https://www.quotidianodigela.it/abusi-nelle-ore-di-catechismo-imputato-e-davanti-ai-giudici-si-valutera-competenza/

  • Avvicinati e stuprati all’oratorio a 9 e 13 anni, dopo 20 anni sono riusciti a raccontare

    Avvicinati e stuprati all’oratorio a 9 e 13 anni, dopo 20 anni sono riusciti a raccontare

    Adescati oltre 20 anni fa in un oratorio di una parrocchia del Pisano, solo l’anno scorso sono riusciti a sfogarsi ed affrontare il tragico evento e a trovare il coraggio di denunciare il loro aguzzino e pedofilo. Le due vittime, due fratelli, che all’epoca avevano tra i 9 e i 13 anni, e che sarebbero stati violentati da un prete dell’Arcidiocesi di Pisa, che ora è stato sospeso dall’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto in attesa della conclusione dell’iter del processo canonico che poi passerà a Roma in Vaticano, non hanno inteso rilasciare dichiarazioni al momento. Per il presule adesso è probabile l’espulsione dalla Chiesa, come indicato espressamente da papa Francesco per tutti i preti condannati per pedofilia (qui la notizia).

    Uno dei ragazzi oggi uomini, vive in Italia mentre l’altro vive all’estero. Forse i loro legali gli hanno consigliato il silenzio temporaneo proprio in attesa delle evoluzioni e della prossima causa civile per chiedere il risarcimento dei danni subiti che è quasi pronta per essere iscritta a ruolo. Anche il padre dei due fratelli non ha voluto dire niente se non sottolineare il profondo dolore per la vicenda. Le accuse dei due fratelli sono passate già al vaglio del tribunale canonico di Pisa e l’Arcivescovo si è già espresso in un comunicato ufficiale sulla torbida vicenda che abbiamo pubblicato in anteprima. Parole serie, trasparenti e di grande afflato per le vittime. Proprio l’anno scorso il prete accusato di pedofilia e violenza sessuale sui due minori era stato nominato monsignore, e i due fratelli avevano deciso che era arrivato il momento di parlare e di dire tutto.

    Una terza vittima, intanto si sarebbe già fatta avanti. Ma se ne saprà di più solo nelle prossime settimane dopo gli accertamenti preliminari dovuti e che la giustizia vaticana non tarderà a espletare con serietà come accaduto per le prime due vittime. Nel frattempo c’è un’intera comunità scossa da questa vicenda che vede coinvolto un religioso e bambini per uno dei reati più riprovevoli e deleteri che si possano commettere.

    Penalmente il reato, commesso prima del 2014, è andato in prescrizione, ma le loro dichiarazioni all’Arcidiocesi pisana hanno trovato ascolto e riscontro, tanto da indurre la sospensione da tutte le mansioni e le dimissioni del monsignore accusato di reati così gravi. Il prelato è ospite a casa di un parente in attesa delle decisioni definitive del Vaticano e in attesa anche di rispondere a livello civile per il risarcimento dei danni.
    Nulla potrà mai veramente riparare a un danno del genere ma la Chiesa sta facendo tutto quello che è possibile fare al momento. L’obiettivo è che il prete non possa più nuocere a nessuno, e anche per dare coraggio ad altre eventuali vittime di venire allo scoperto.

    La rete l’abuso
    L’associazione più importante a livello italiano ed europeo che si occupa di pedofilia e di tutela e aiuto alle vittime è senza dubbio “La rete l’abuso” che può essere contattata facilmente navigando sul sito web ufficiale all’indirizzo https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp. Esperti e legali che supportano chiunque sia finito nella “fauci” di un pedofilo e che aggiornano costantemente il più importante database del settore in Italia. Anche in questa vicenda pisana sono stati e saranno in prima linea. Una delle due vittime, come abbiamo già scritto, è venuta allo scoperto sulla sua pagina Facebook per accelerare il più possibile l’iter poi avviato, in tempi assolutamente ragionevoli, dall’Arcidiocesi di Pisa. Come sempre in casi del genere purtroppo le vittime sono così traumatizzate che solo dopo anni riescono a tirar fuori tutto. Ecco perché le tante battaglie per annullare la prescrizione per i reati a sfondo sessuale sui minori.

    Anche per i due fratelli pisani ora più che trentenni ci sono voluti circa 20 anni per riuscire a denunciare le violenze sessuali subite di cui accusano il monsignore ora sospeso e costretto alle dimissioni dalle prove emerse dal terribile racconto dei due germani di Pisa. “La rete l’abuso”, a proposito di prescrizione scrive sul proprio sito internet: “Prescrizione penale. Come spiegavamo poco sopra, la prescrizione penale, fino al 2014 è di 10 anni, dopo il 2014 di 20 e parte, nel primo caso, dalla data in cui il reato si è consumato, nel secondo invece, dal compimento del 18° anno di età della vittima. Purtroppo spesso la vittima impiega molto tempo nel maturare il trauma e, frequentemente, ci si ritrova prescritti sotto il punto di vista del rito penale, ma c’è ancora la possibilità del rito civile. Prescrizione civile. A differenza di quella penale, la prescrizione civile ha un tempo di intervento decisamente minore, soli 5 anni. Tuttavia la maturazione della prescrizione civile ha tempi differenti e non inizia a maturare dall’anno in cui il reato è stato commesso o dal 18esimo anno di età, ma parte dal momento in cui la vittima acquisisce consapevolezza del danno subito”.

    “Qui torna utile il consiglio dato in precedenza, quello di non rivolgersi all’autorità ecclesiastica perché uno dei parametri che dimostra la consapevolezza della vittima, è proprio quello della formale denuncia e della successiva richiesta di risarcimento del danno. Se vi rivolgete all’autorità ecclesiastica, di persona o ancor peggio scrivendo, fornite loro la prova di aver acquisito la consapevolezza del crimine subito, prova che la chiesa utilizzerà, non solo per far estinguere la vostra prescrizione, ma la porterà all’attenzione del giudice nel procedimento civile e se i 5 anni dalla data di quella comunicazioni (verbale o scritta) sono passati, il giudice archivierà immediatamente la richiesta di risarcimento in sede civile, a quel punto non avrete più alcuna speranza di ottenere giustizia o di essere risarciti”.  luigi gabbriellini

    https://www.ilcuoioindiretta.it/cronaca/2022/09/16/avvicinati-e-stuprati-alloratorio-a-9-e-13-anni-dopo-20-anni-sono-riusciti-a-raccontare/127223/

  • Prete accusato di pedofilia, avrebbe violentato due bambini quando avevano 10 anni. L’arcivescovo lo sospende

    Prete accusato di pedofilia, avrebbe violentato due bambini quando avevano 10 anni. L’arcivescovo lo sospende

    Un prete della arcidiocesi di Pisa, di 74 anni è accusato di aver violentato parecchi anni fa, due fratelli che all’epoca dei fatti avevano intorno ai 10 anni. Il prelato parroco dal 1974, oggi monsignore nel mese di aprile scorso è finito davanti agli organi di giustizia della Chiesa, dopo che i due fratelli oggi adulti, si sono rivolti alla Diocesi pisana che ha messo in moto il procedimento canonico previsto per questi casi. Il tribunale avrebbe appurato la veridicità della gravissime accuse. Da stamattina, 16 settembre, il monsignore accusato di pedofilia e violenza sessuale dovrà lasciare le parrocchie e attendere in casa di un familiare gli esiti del processo canonico.

    L’arcivescovo lo ha anche sospeso da tutte le sue mansioni. Nei prossimi giorni, al termine del processo canonico, l’incartamento finirà in Vaticano che potrebbe decidere per l’espulsione dalla Chiesa, come indicato da Papa Francesco che ha espressamente richiesto ai vescovi italiani di avviare l’iter previsto per la riduzione allo stato laicale per i preti condannati per pedofilia, a prescindere se nei processi canonici o nei tribunali ordinari italiani, procedimenti che viaggiano parallelamente e che non si influenzano a vicenda. L’arcidiocesi pisana e l’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto si sono mossi con grande serietà rigore e rapidità ma purtroppo per i due fratelli la giustizia penale italiana non potrà fare nulla perché per questi reati commessi prima del 2014 la prescrizione è decennale. Dopo il 2014 la prescrizione è raddoppiata. E c’è già un progetto di legge per abolire la prescrizioni per i reati a sfondo sessuale su minori.

    Resta la possibilità per le due vittime di chiedere in sede civile i danni, perché i termini della prescrizione, nel processo civile, partono in tempi differenti da quelli penali. Al momento negli uffici della Curia a Pisa risulterebbero solo queste due denunce a carico del monsignore e non è dato sapere se esistano o meno altre vittime che ancora non sono venute allo scoperto o che hanno denunciato solo alle autorità giudiziarie italiane eventuali episodi di abusi o violenze sessuali. Si potrà capirlo solo col passare del tempo.

    Stando ai fatti già emersi, invece, i due fratelli avrebbero subito vere e proprie violenze a sfondo sessuale quando erano solo due bambini. Le parole del Papa in merito a questi episodi che da decenni affligge anche la Chiesa e che tanto male ha provocato a minori in tutto il mondo sono chiarissime. “Un prete non può continuare a essere prete se è un molestatore. Non può. Perché sia malato o un criminale, non lo so. Il sacerdote esiste per dirigere gli uomini a Dio e non per distruggere gli uomini in nome di Dio. Tolleranza zero. E deve continuare ad essere così”.

    Il prelato pisano accusato di pedofilia ha chiuso ieri (15 settembre) il suo account Facebook dove una delle due vittime lo aveva taggato in un post che aveva deciso di pubblicare, venendo allo scoperto e segnalando che anche il sito web ufficiale www.retelabuso.org aveva inserito nella lista dei preti accusati di pedofilia anche il suo nome con tanto di foto. Il monsignore accusato di questi gravissimi reati era: membro del Consiglio pastorale diocesano, vicario episcopale per la Città, Parroco della chiesa di Santa Maria Madre della chiesa e di Santa Marta, amministratore parrocchiale della Chiesa di San Matteo Apostolo e Evangelista, Canonico soprannumerario della Cattedrale di Pisa. Luigi Gabbriellini

    https://www.ilcuoioindiretta.it/cronaca/2022/09/16/prete-accusato-di-pedofilia-avrebbe-violentato-due-bambini-quando-avevano-10-anni-larcivescovo-lo-sospende/127172/

  • Il disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le cause civili per abusi sessuali su minori va alla scrivania di Biden

    Il disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le cause civili per abusi sessuali su minori va alla scrivania di Biden

    Martedì la Camera ha approvato un disegno di legge che elimina i termini di prescrizione per le vittime di abusi sessuali su minori che cercano di intentare cause civili, inviando il provvedimento alla scrivania del presidente Biden per l’approvazione finale.

    La camera ha approvato il disegno di legge , intitolato Eliminating Limits to Justice for Child Sex Abuse Victims Act, con voto vocale, una strategia riservata a misure popolari non controverse. Il Senato ha approvato la legge all’unanimità a marzo.

    Il provvedimento prevede la rimozione dei termini di prescrizione per i minori che presentano ricorsi civili relativi a una serie di reati di abuso sessuale, tra cui il lavoro forzato, la tratta sessuale, l’abuso sessuale e lo sfruttamento sessuale dei bambini.

    Secondo la legge attuale, i minori che subiscono abusi sessuali possono presentare azioni civili federali fino all’età di 28 anni o fino a 10 anni dopo la scoperta della violazione o della lesione. Il disegno di legge approvato dal Congresso cerca di eliminare questi limiti di tempo.

    Non vi è alcun termine di prescrizione per i reati che coinvolgono abusi sessuali su minori.

    Durante il dibattito in aula martedì, il rappresentante Jerry Nadler (DNY) ha affermato che i sopravvissuti agli abusi sessuali su minori spesso ritardano la denuncia delle loro situazioni, il che potrebbe metterli a rischio di non chiedere danni a causa della prescrizione.

    “Anche comune è la divulgazione ritardata, con la tendenza dei sopravvissuti agli abusi sessuali su minori ad aspettare molti anni prima di rivelare l’abuso ad altri”, ha detto Nadler. “Questo perché i sopravvissuti agli abusi sessuali spesso impiegano molto tempo per elaborare il loro trauma e molti sopravvissuti che hanno subito abusi da bambini potrebbero non riconoscere l’abuso che hanno subito fino a molto più tardi nella vita”.

    “Purtroppo, poiché i sopravvissuti a abusi sessuali su minori spesso ritardano la denuncia, qualsiasi prescrizione può impedire ai sopravvissuti di accedere alla giustizia e chiedere il risarcimento dei danni in tribunale”, ha aggiunto.

    Il democratico di New York ha affermato che i termini di prescrizione in vigore per le rivendicazioni civili di abusi sessuali su minori “possono servire a proteggere i molestatori e consentire loro di continuare a sfruttare il loro potere facendo scadere le rivendicazioni delle vittime”.

    “Questo disegno di legge consentirà ai sopravvissuti che sono vittime di reati federali di abusi sessuali su minori, inclusi abusi sessuali aggravati, traffico sessuale, tratta di esseri umani, lavoro forzato e sfruttamento sessuale, di chiedere il risarcimento dei danni civili alla corte federale indipendentemente dal tempo trascorso dall’abuso”, ha aggiunto.

    Il rappresentante Jim Jordan (R-Ohio) in aula martedì ha affermato che il disegno di legge “consentirebbe alle vittime della tratta di esseri umani o di reati sessuali di cercare rimedi civili indipendentemente da quando è avvenuto il crimine”.

    https://thehill.com/homenews/house/3641319-bill-eliminating-statute-of-limitations-for-child-sex-abuse-civil-suits-heads-to-bidens-desk/

  • Vaticano, documenti top secret sollevano dubbi sulla porpora del neo cardinale di Como, diede protezione a un prete pedofilo

    Vaticano, documenti top secret sollevano dubbi sulla porpora del neo cardinale di Como, diede protezione a un prete pedofilo

    di Franca Giansoldati – Città del Vaticano – Sul web sta girando un imbarazzante documento top secret, fatto uscire dalla Congregazione della Fede, in cui emerge la tendenza di alcuni vescovi a dare copertura ai preti pedofili e cercare di proteggerli per evitare loro la pena massima canonica, la riduzione dallo stato clericale. A rendere ancora più scottante la faccenda è che questi fogli pubblicati interamente su un sito para-vaticano (www.silerenonpossum.it) hanno come protagonista il vescovo di Como, Oscar Cantoni che Papa Francesco ha appena elevato al rango di cardinale all’ultimo concistoro. Mentre in Belgio il vescovo salesiano Van Looy, inserito in un primo momento nella lista dei futuri cardinali, ha dovuto rinunciare alla porpora perchè si è scoperto che in passato aveva insabbiato casi di abusi, per il vescovo di Como la cerimonia di cardinalizia è filata via liscia come l’olio, nonostante la documentazione giacente negli archivi off-limit della Congregazione della Fede.

    Alcuni anni prima il tribunale interno si era dovuto occupare del caso scabroso di un prete lombardo, Mauro Inzoli condannato nel 2016 dal tribunale civile di Cremona a 4 anni e 9 mesi per violenze commesse su cinque ragazzini (il più piccolo aveva 12 anni e il più grande 16). Sentenza poi confermata anche in Cassazione. In Vaticano, si aprì parallelo il processo canonico, e il vescovo Cantoni veniva interpellato perchè si trattava di uno dei preti della sua diocesi e di cui era il diretto responsabile. Nell’istruttoria vaticana furono raccolte denunce per 11 minori maschi e due ragazzine.

    Inzoli davanti al tribunale vaticano ha ammesso i delitti ma Cantoni pochi mesi dopo firmava un decreto che pur condannando Inzoli, si limitava ad una pena di soli 5 anni, invocando presso i suoi fedeli uno spirito ecclesiale per «accompagnare maternamente i suoi figli anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna». Di dimissioni dallo stato clericale nemmeno l’ombra.

    Una posizione che la Congregazione della Fede ritenne insufficente tanto da chiedere al vescovo di riformulare il decreto inserendo la dimissione dallo stato clericale. Cosa che Cantoni fece ma don Mauro Inzoli fece appello anche se il tribunale interno del riesame (alla Congregazione) rigettò la richiesta a larghissima maggioranza. A questo punto, dietro le quinte, don Inzoli e Cantoni andarono a perorare la causa direttamente a Papa Francesco che avocò a sé l’incartamento stabilendo che quel prete «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo» aveva solo l’obbligo di seguire «una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» escludendo però la pena più grave. Don Inzoli sarebbe rimasto prete.

    Così nel giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di emettere un decreto con il quale di fatto “salvava” don Inzoli e gli imponeva solo pene temporali. Purtroppo questa decisione in futuro si rivelò un disastro perchè produsse altro male. A causa del provvedimento concesso da Papa Francesco Inzoli potè continuare ad abusare di alcuni minori, come successivamente arrivò alla Congregazione della Fede.

    E’ sarà solo a questo punto che Papa Francesco è costretto ad intervenire nuovamente per dimettere finalmente dallo stato clericale don Inzoli. La sequenza dei fatti, certificata all’interno di un dossier di documenti alto così, non ha impedito al pontefice a dare la berretta cardinalizia a Oscar Cantoni, un vescovo intevenuto per proteggere inizialmente un abusatore assai chiacchierato, chiamato anche ‘don Mercedes’ per la passione per le auto di lusso e per anni direttore del Banco Alimentare.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_cardinale_como_abusi_papa_francesco_concistoro_don_mauro_inzoli-6909794.html?refresh_ce

  • Don Stefano Segalini è stato assolto: «Ora è il tempo della riconciliazione»

    Don Stefano Segalini è stato assolto: «Ora è il tempo della riconciliazione»

    «Mi sono affidato alla Madonna e a Gesù perché ero convinto che ci avrebbero pensato loro e così è successo. Oggi peraltro è il giorno in cui si celebra la natività di Maria che è la mamma di tutti, ecco lei ci aiuterà a capirci, spiegarci e infine a riconciliarci se ci sono state incompresioni». E’ questo il commento a caldo di don Stefano Segalini al termine del processo di primo grado celebrato con rito ordinario e che lo vedeva accusato di violenza sessuale nei confronti di alcuni giovani.

    Il collegio giudicante presieduto da Stefano Brusati dopo poco più di due ore ha emesso la sentenza di assoluzione. Per alcuni punti perché in dibattimento non si è raggiunta la piena prova oltre il ragionevole dubbio, mentre per le altre ipotesi il fatto non costituisce reato. Il pm Emilio Pisante aveva chiesto sette anni di pena, per l’accusa inoltre in dibattimento non si era formata la prova che il religioso avrebbe effettivamente somministrato ai ragazzi alcune sostanze per ridurne le capacità, per poi compiere atti sessuali. Le motivazioni della sentenza saranno depositate prossimamente.

    Don Sefano Segalini è stato difeso dall’avvocato Mario Zanchetti, oggi sostituito dal collega Daniele Loglio che ha precisato: «Ci sono state condotte goliardiche e scherzose ma che non hanno mai superato la soglia del penalmente rilevante. Ci auguriamo che dopo questa sentenza sia possibile ritrovare una riappacificazione e si possa chiudere quella frattura che si era verificata nella comunità di Piacenza».

    Si chiude così il primo grado della vicenda giudiziaria che ha visto don Segalini al centro di un’inchiesta della polizia che suscitò un enorme clamore e che provocò una spaccatura tra innocentisti e colpevolisti, inevitabilmente. Allora era il parroco di San Giuseppe Operaio e venne arrestato dalla squadra mobile. Tutto nacque da alcuni esposti arrivati a maggio dello stesso anno sulla scrivania dell’allora vescovo Gianni Ambrosio che lo destituì. Parallelamente iniziarono le indagini della questura che poi portarono al rinvio a giudizio e al processo. La notizia del suo arresto, il don è molto conosciuto e stimato in tutta la provincia, aveva provocato un forte sgomento e moltissimi fedeli all’apertura del processo (iniziato nel 2020 e sempre a porte chiuse) avevano voluto dimostrarli la loro vicinanza presentandosi in massa in tribunale, e in molti hanno sostenuto l’innocenza del sacerdote parlando sempre di «un complotto per fare del male a don Stefano».

    In totale i ragazzi che avevano sostenuto di aver subìto abusi erano una decina ed erano stati ascoltati durante le varie udienze. Soltanto uno di questi, all’apertura del dibattimento, si era costituito parte civile ma aveva poi ritirato la sua richiesta. Una circostanza che, indirettamente, aveva quindi fatto uscire dal processo anche la Diocesi di Piacenza che era stata riconosciuta come responsabile civile e quindi tenuta a pagare i danni in caso di condanna del sacerdote.

    IL COMMENTO DELLA DIOCESI –  La diocesi di Piacenza-Bobbio prende atto della sentenza di assoluzione nel primo grado di giudizio di don Stefano Segalini e lo comunica con una nota ufficiale che riportiamo integralmente:  «Ogni ricerca della verità e della giustizia – scrivono – è accompagnata da vissuti contrapposti che macchiano e feriscono chi è coinvolto in prima persona, ma anche i contesti in cui tutto ciò avviene, compresa in questa triste vicenda la stessa Chiesa diocesana. Si apre ora il tempo della riconciliazione, che chiede delicatezza, pazienza e rispetto, perché è sempre complesso ricucire le ferite che l’emergere di accuse e fatti da accertare ha portato con sé». «Una riconciliazione – dicono – che passa anzitutto attraverso la preghiera di invocazione di tale dono per tutti coloro che in prima persona sono stati coinvolti, perché come ci ricorda papa Francesco è il primo strumento che come credenti abbiamo per affrontare e uscire rinnovati da situazioni dolorose che feriscono i singoli e le comunità».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/don-stefano-segalini-assolto-accusa-violenza-sessuale.html

  • Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    di Giorgio Gandola – Colpa del superlavoro, del navigatore rotto e del River Plate. Sono i tre motivi che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha elencato davanti al collega Oscar Cantoni per motivare la nomina di quest’ultimo a cardinale e l’ennesima beffa subita.

    Una scena spiacevole avvenuta nel duomo di Como davanti a 500 fedeli in raccoglimento per la cerimonia più solenne: la concessione ufficiale della porpora all’amato vescovo della città. Molti hanno commentato il discorso delpiniano come una “scherzosa protesta”, una “divagazione ricamata sul filo dell’ironia”; in realtà si è trattato di uno sberleffo pubblico che in 400 anni mai era risuonato nella cattedrale intitolata a Santa Maria Assunta.

    Un accadimento che a Como nessuno dimenticherà, un affronto soprattutto a Papa Francesco che ha nominato Cantoni e non Delpini, perché “nemmeno la Trinità conosce cosa pensi un gesuita”. Il giorno dopo il siluro coram populo è permeato  di un silenzio assordante: il neocardinale è molto amareggiato ma, come si rileva nel vescovado lariano, “non ha nessuna intenzione di scendere in polemica e rovinare un momento così speciale per l’intera comunità comasca e valtellinese”. In Vaticano, dove tutti hanno visto il video e letto i report, lo scandalo dell’augurio al confratello trasformato in stand up comica è soffocato in nome della fratellanza della tonaca. Ma nelle sacre stanze c’è chi se l’è legata al dito. Una scena con accenti da Maurizio Crozza, i vescovi che gli facevano ala si sono esibiti in risate di approvazione che hanno aggiunto imbarazzo a imbarazzo. Il solo cardinal Francesco Coccopalmerio è rimasto pietrificato da ciò che stava ascoltando.

    Le tre ragioni elencate dall’arcivescovo di Milano per giustificare la scelta e legittimare il sorpasso sarebbero state: “Il Papa pensa che l’arcivescovo di Milano sia troppo occupato e ha voluto dare un po’ di lavoro anche al vescovo di Como”, “Il Papa pensa che il metropolita bauscia di Milano non sappia nemmeno dove sia Roma e sarebbe meglio non coinvolgerlo nel governo della Chiesa universale”, “Il Papa è tifoso del River Plate (in realtà del San Lorenzo de Almagro, tessera numero 88.235, ndr) che è una squadra che non vince e per affinità ha scelto Como, una città che non ha una squadra di calcio vincente perché lo scudetto è a Milano”. Tutto questo a un metro dal raggelato neocardinale Cantoni. Come ridurre tutto a una macchietta. Chissà perché torna alla mente la frase di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza: “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”.

    Delpini ha deciso di accendere la miccia, nascondendo la frustrazione dietro il sarcasmo, con una domanda retorica: “Quali sono i motivi che hanno spinto il Papa a imporre la berretta a un vescovo lombardo e non al suo rispettivo metropolita?”. Si è risposto da solo: superlavoro, navigatore rotto e football. Ma questo è folclore, ovviamente.

    Fra le cause del declassamento ce n’è una inconfessabile, che il nostro giornale ha raccontato dall’inizio alla fine: le responsabilità oggettive dell’Arcidiocesi nella gestione del caso di pedofilia sacerdotale che ha visto protagonista don Mauro Galli, condannato in secondo grado a cinque anni e sei mesi per abusi sessuali su un adolescente a Rozzano. La Cassazione ha rimandato il processo in Appello per un vizio di forma e c’è il rischio concreto che la sentenza venga congelata dalla prescrizione.

    Al tempo dei fatti (dicembre 2011) Delpini era vicario episcopale e invece di proporre l’apertura dell’ “indagine previa” (l’inchiesta prevista dal diritto canonico per accertare i fatti) decise semplicemente di trasferire il sacerdote a Legnano, sempre in unità parrocchiali con oratori, quindi a contatto con potenziali giovani vittime. Un atteggiamento che il Papa avrebbe in seguito condannato nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, allargando l’imputabilità anche ai vescovi e agli altri prelati, cosiddetti omertosi o insabbiatori. Lo stesso Francesco aveva nominato Delpini arcivescovo nel 2017, quando il caso non era ancora arrivato in tribunale a Milano. E quando i pochi giornali che ne parlavano (noi in prima fila) venivamo additati dalle alte sfere della comunicazione ecclesiastica come dei “divulgatori di fake news”.

    Ecco perché la vicenda comasca non è fine a se stessa ma ci riporta nella terra di mezzo di peccati e peccatori. È difficile che le scelte del Papa non tengano conto del pregresso. L’arcivescovo metropolita lo sa e forse si sente al capolinea. Ma stando a Milano può sempre rivincere lo scudetto.

    (trascrizione da La Verità del giorno 3 settembre 2022)

  • Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Quante facce può avere un prete? Quante vite, con la tacita complicità di chi lo circonda? Sicuramente più di un’identità, come dimostra l’incredibile storia di don Silverio Mura. Il prete, pedofilo, ha viaggiato in questi anni lungo la penisola coperto e assecondato dalle autorità ecclesiastiche, avvalendosi per un periodo persino di un falso nome: una vicenda che sarebbe grottesca se non fosse innanzitutto tragica. Ancora oggi, nonostante sia sotto processo per sostituzione di persone e una sentenza del novembre 2021 certifichi gli abusi commessi a danno di un minore, è incardinato nella diocesi di Napoli ma nessuno in curia sa o vuole dire dove eserciti attualmente il ministero, se sia in ritiro spirituale o ancora una volta a contatto con dei bambini.

    Don Silverio, 63 anni, nel 2010 viene accusato da Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, di averlo ripetutamente stuprato quando era ragazzino: i fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto; tuttavia nel novembre scorso il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali  subiti  da don Silverio Mura. Con una sentenza di primo grado che riconosce attendibile il racconto di Borrelli, il tribunale ha condannato in solido don Mura e il Miur, il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, perché l’adescamento è avvenuto nella scuola media di Ponticelli, dove all’epoca don Mura era insegnante di religione.

    Artura all’epoca ha soltanto tredici anni: «Don Silverio mi portava nell’appartamento che condivideva con la sorella e la madre anziana: in una stanza con le tapparelle abbassate e la porta bloccata da una poltrona, mi ha stuprato per tre anni, all’inizio anche più volte a settimana», racconta.

    Diventato adulto, Arturo comincia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico. Nel 2009 ha un malore sul lavoro: «mi sentivo morire e ho confessato tutto a mia moglie e a mia madre», spiega. L’anno successivo inizia il calvario delle denunce: si rivolge ai carabinieri ma il reato è ormai prescritto; chiede un incontro con il cardinale Crescenzio Sepe, all’epoca arcivescovo di Napoli, ma non ottiene risposta, soltanto una bustarella con 250 euro, consegnata a mano da due emissari della Caritas. Riesce ad avere un colloquio con il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma senza esito. Una prima indagine viene comunque svolta dal vicario generale e, anche se non riscontra prove di abusi, la curia concorda con il prete un periodo sabbatico in una comunità religiosa fuori dalla diocesi. In realtà don Mura continua a insegnare religione ai ragazzi: prima all’alberghiero di Cicciano, a pochi chilometri da Napoli, e poi, nel 2013, in una scuola media del capoluogo. Esasperato, Borrelli nel 2014 torna alla carica chiedendo un risarcimento alla curia di Napoli; scrive anche a papa Francesco, che gli risponde assicurandogli che si occuperà del caso. A quel punto la Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa di sanzionare anche i delitti dei chierici contro i minori, affida all’arcidiocesi di Napoli l’incarico di svolgere l’investigatio previa su don Mura, che terminerà due anni dopo con la decisione di non procedere con un processo penale canonico per mancanza di «elementi sufficienti».

    Il tempo passa e la vicenda stagna. Borrelli, sempre più frustrato, minaccia di suicidarsi con un colpo di pistola davanti alla sede della curia se non avrà una risposta sul suo caso: come unico risultato, perde il lavoro di guardia giurata. Intanto, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 infatti si presenta con il nome di Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1600 anime sulle colline pavesi. È accompagnato dall’ex parroco del paese, padre Egidio Pittiglio, all’epoca superiore generale dei Missionari della Divina Redenzione, la stessa congregazione, guarda caso, a cui don Silverio era stato affidato sin dal 2010, al momento della prima accusa di Borrelli.

    A don Silverio, alias Saverio Aversano (cognome di sua madre) viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia e nessuno a Montù forse si sarebbe accorto della sua falsa identità, se non fosse stato per una trasmissione delle Iene, che il 7 marzo 2018 manda in onda proprio un servizio sul caso di Borrelli e don Mura. Don Silverio/Saverio viene riconosciuto da una parrocchiana e in breve la notizia si sparge. Anche troppo, dato che quando le madri dei piccoli del catechismo due giorni dopo si presentano alla lezione per fronteggiare il sacerdote, questo si è già dato alla macchia. Interrogati sul fatto dai genitori, il parroco, padre Simone Baggio (anche lui appartenente alla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione) e lo stesso monsignor Vittorio Viola, all’epoca vescovo di Tortona, alla cui diocesi appartiene la chiesa di Montù Beccaria, cadono dalle nuvole.

    «Il parroco ci disse che lo aveva incaricato del catechismo perché si stava riprendendo da un esaurimento nervoso e doveva stare tranquillo», racconta Elena (nome di fantasia), madre di uno dei bambini del catechismo della parrocchia di Montù. «A fare da tramite era stato padre Pittiglio – continua Elena – non è un caso che quando il prete è stato riconosciuto, lo stesso Pittiglio si è precipitato a Montù dalla Campania». Dal canto suo, l’ex sindaco Quaroni oggi afferma di aver sempre saputo che il vero nome di don Saverio era Silverio Mura: «ho tenuto i suoi documenti per dieci giorni in Comune, ha anche votato per il referendum consultivo del 2017», dice. Niente di strano, secondo Quaroni: «non è l’unico a farsi chiamare con un nome di battesimo diverso». Ma il cognome? «Di quello non sapevo niente».

    Intanto a Napoli spunta un’altra presunta vittima, Raffaele Esposito, un uomo di qualche anno più giovane di Borrelli, che sostiene di essere stato anche lui abusato da don Mura quando era bambino. Di fronte a tanto clamore, la macchina ecclesiastica si mette in moto e, come si legge in una nota della curia arcivescovile di Napoli, impone le misure cautelari al sacerdote a partire dal 15 maggio 2018. Anche la Congregazione per la dottrina della fede torna sul caso, affidando al Tribunale Ecclesiastico Metropolitano di Milano la celebrazione di un processo penale giudiziale a carico di don Mura, «per valutare eventuali responsabilità dell’accusato» in tema di violenza su minori. Processo che si concluderà il 1° marzo 2019 con l’assoluzione (e il pieno reintegro) del prete perché, si legge nel dispositivo della sentenza, non si ravvisano «elementi veramente solidi che consentano di ritenere provate le accuse mosse al reverendo sacerdote Silverio Mura». «Per la Chiesa non è colpevole ma il processo è stato fatto senza ascoltare le vittime – commenta Arturo Borrelli – Raffaele Esposito e io non siamo mai stati sentiti a Milano».

    La questione viene riaperta, come abbiamo visto, dalla sentenza del Tribunale civile di Napoli, che condanna il prete al risarcimento mentre assolve il cardinale Crescenzio Sepe e il vescovo Lucio Lemmo. Ora è in corso il processo di appello, ma sono tante le domande ancora senza risposta: chi faceva recapitare le lettere a don Mura a Montù Beccaria sotto il falso nome di don Aversano? Come facevano i vescovi, a Napoli e a Tortona, a non conoscere le modalità di trasferimento di un sacerdote da una diocesi ad un’altra? Chi ha agevolato l’ennesima fuga del prete e, soprattutto, dov’è oggi il pedofilo don Silverio?

    Le gerarchie ecclesiastiche, ripetutamente interpellate da Domani, non rispondono. Non risponde il cardinale Crescenzio Sepe, né l’attuale vescovo di Napoli Domenico Battaglia; in curia non è stato possibile rintracciare nemmeno uno dei tre vicari generali e padre Egidio Pittiglio, raggiunto al telefono, si è rifiutato di parlare. A Montù Beccaria, dove sono andata di persona, ho scoperto che don Simone Baggio è all’estero e il suo sostituto in parrocchia, il suo confratello Mirko Mazzoleni Ferracini, ha sostenuto di non essere al corrente dei fatti perché arrivato da poco in paese – anche se risulta al servizio della comunità da più di dieci anni.

    Un muro di silenzio si oppone anche alle legittime preoccupazioni dei fedeli. Le madri dei bambini di Montù Beccaria nel maggio del 2018, dopo la sua fuga dal paese, si erano rivolte persino a Sepe e avevano ricevuto soltanto una generica rassicurazione sul proseguimento delle indagini su un prete che – scrive il cardinale in risposta alla mail di Elena del maggio 2018 – «certamente non è stato lasciato libero, allora come oggi, di girare per l’Italia e svolgere senza controllo il ministero sacerdotale». Quindi la curia, come era facile immaginare, era a conoscenza degli spostamenti del sacerdote e della sua doppia identità, così come è difficile non pensare a una complicità dei Missionari della Divina Redenzione, che da anni gestiscono la comunità parrocchiale di Montù: le responsabilità saranno comunque accertate dal procedimento penale che si è aperto lo scorso ottobre a carico di don Mura, rinviato a giudizio per il reato di sostituzione di persona davanti al Tribunale di Pavia.

    «Sepe ha sempre fatto di tutto per insabbiare il caso», rincara da parte sua Arturo Borrelli, che ha provato diverse volte a farsi ricevere dal cardinale, oggi emerito e membro del Dicastero per la dottrina della fede. Nel 2016 l’aveva anche denunciato «per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio» in una lettera al prefetto del Dicastero per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, anche lui recentemente coinvolto nella bufera degli abusi sessuali nella Chiesa. Ironia della sorte, o ennesimo ingrediente di una romanzo criminale che è ancora ben lontano dalla parola fine.

     

  • IL CARDINALE CANTONI VOLEVA “SALVARE” IL PEDOFILO INZOLI

    IL CARDINALE CANTONI VOLEVA “SALVARE” IL PEDOFILO INZOLI

    Mentre in Belgio il vescovo salesiano Van Looy ha rinunciato alla nomina cardinalizia, consapevole che sarebbe scoppiato un caso che avrebbe creato non pochi grattacapi al Papa, in Italia Oscar Cantoni è stato celebrato da tutta la stampa locale e nazionale come unico cardinale elettore italiano di questo concistoro. Basta scorrere le pagine dei giornali lombardi per vedere quanto incenso è stato speso per un uomo che, parafrasando il vescovo Delpini, non si è ancora capito per quale motivo sia stato elevato alla dignità cardinalizia. Una risposta pare esserci e assomiglia molto alla vicenda Zanchetta.

    Le medesime “colpe” che potevano essere contestate a Van Looy sono le medesime che troviamo nello scarno curriculum di Oscar Cantoni. Non solo il vescovo di Como ha ordinato sacerdote, don Martinelli, giovane che era conosciuto in tutto lo Stato della Città del Vaticano per i suoi modi ben poco amabili e con pesanti accuse di molestie su un confratello, ma, nella vicenda che vede protagonista don Mauro Inzoli, Cantoni voleva salvarlo dandogli solo 5 anni di “pena medicinale”.

    La vicenda Inzoli

    Il 29 giugno 2016, don Mauro Inzoli, per quindici anni presidente del Banco Alimentare, veniva condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque minorenni. Il più piccolo aveva 12 anni e il più grande 16. In ambito canonico il procedimento nei confronti del sacerdote era partito da un bel pezzo. Ed un ruolo chiave lo ebbe proprio Oscar Cantoni, allora vescovo di Crema, diocesi dove il sacerdote era incardinato.

    La sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero) dice chiaramente “il 21 luglio 2011 questo Dicestero affidò al Vescovo di Crema, quale proprio Delegato, il compito di svolgere un processo penale amministrativo ex can. 1720 CIC nei confronti del chierico”.  A capo della diocesi di Crema c’era proprio Oscar Cantoni, il quale ricevette le denunce nei confronti di don Mauro Inzoli già nel 2010.

    Il Cardinale Muller continua: “nell’istruttoria furono raccolte le denunce di 11 minori maschi, due minori femmine ed emersero gli indizi di possibili abusi su altri sette minori”. Stiamo parlando di venti minorenni! 

    Alle contestazioni Inzoli risponde confessando. “Vista la parziale confessione dei fatti addebitati da parte del reo e la sua impossibilità di presentare elementi a proprio discolpa, nonché considerate la gravità e imputabilità dei delitti, che, manifestando una strategia diuturna e costante, per quanto influenzata dalla struttura psicologica della persona, era chiaramente riferibie a dolo, il Vescovo di Crema – dopo essersi consultato con i propri Assessori – ritenne raggiunta la necessaria certezza morale circa il compimento degli abusi”. Quindi, Inzoli confessa e il Vescovo Oscar Cantoni ritiene che gli abusi sono stati perpetrati. 

    Nonostante questo, Cantoni firma un decreto, il 25 agosto 2012, che condanna Inzoli ad una pena di soli 5 anni. Addirittura si rivolgeva ai fedeli di Crema dicendo: la finalità dello “spirito ecclesiale è sempre di accompagnare maternamente i suoi figli, anche quando sbagliano, piuttosto che far prevalere giudizi di condanna”. 

    Sì, le accuse nei confronti del sacerdote furono ritenute da Cantoni provate ma non pensò di dimetterlo dallo stato clericale. Gli impose di vivere fuori dalla diocesi di crema, gli tolse ogni impegno pastorale e gli impose la celebrazione della Santa Messa in privato. Per soli 5 ANNI.

    Per fortuna gli atti del processo, come prevedeva il Motu Proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, dovevano essere trasmessi alla Congregazione per la Dottrina della Fede per ottenere conferma del decreto. Il 09 novembre 2012 (regnante il Sommo Pontefice Benedetto XVI) la Congregazione si rivolge al vescovo Oscar Cantoni e dice: “considerata la gravità, la diuturnità e la continuità degli abusi perpetrati” devi riformulare il decreto imponendo la pena della dimissione dallo stato clericale e non le pene temporali che hai dato. 

    Il Cardinale Gerhard Ludwig Müller e il suo Dicastero, sostanzialmente dicevano a Cantoni: se è provato il delitto, se ha confessato, se ha anche reiterato il tutto, per quale assurdo motivo bisognerebbe essere clementi? La domanda quindi è: perchè Cantoni voleva salvare don Mauro Inzoli nonostante avesse la certezza che aveva abusato di minori? 

    Solo dopo che la Congregazione glielo impose, Cantoni emise il decreto di dimissione allo stato laicale di don Mauro Inzoli. Il sacerdote, il 30 gennaio 2013, fece ricorso alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede e i Membri, il 29 maggio 2013, lo rigettarono con 14 voti a favore, 1 astenuto e 1 contrario.

    La richiesta al Papa

    Inzoli non si scoraggiò e grazie anche al suo vescovo, riuscì ad arrivare al Papa. Francesco, eletto da pochissimo, decise di fregarsene altamente di ciò che decise la Congregazione e avocò a sè la causa. Non solo, addirittura decise di concedere ad Inzoli il perdono, proprio come voleva Cantoni, e “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo”, invitava Mons. Inzoli “a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza”. Pertanto, il Pontefice non imponeva la pena più grave ad un prete pedofilo ma, addirittura, lo salvò “dalle grinfie” della Congregazione per la Dottrina della Fede. 

    L’ex Sant’Uffizio rimase sconvolto. Con tutto ciò che stava emergendo in merito agli abusi sessuali commessi dai presbiteri, il Papa appena eletto graziava un sacerdote che aveva abusato una ventina di bambini? “Rimanemmo sbalorditi quando ci arrivò la richiesta, da parte del Papa, di emettere il decreto 665/2010. Evidentemente qualcuno ebbe accesso privilegiato a Santa Marta” riferisce a Silere non possum uno dei quattordici votanti della Congregazione.

    «Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia, ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò. Spero che sia chiaro», diceva così Francesco alla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori nel 2017. Eppure il 06 giugno 2014 il Papa dava mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di emettere un decreto con il quale salvava don Inzoli e gli imponeva solo delle pene temporali proprio come gli chiese il Vescovo Oscar Cantoni, oggi promosso cardinale di Santa Romana Chiesa. 

    Quella firma Francesco l’ha messa eccome. Già nel 2014 il Papa si affidava al giudizio degli amici e non di chi, con competenza, tentava di mettere fine agli abusi sui minori commessi da un uomo potente.

    Costretto a tornare sui suoi passi

    A Francesco era stato detto che Mons. Inzoli aveva la passione per il lusso, il suo soprannome era “don Mercedes”, ma decise comunque di salvare quel prete che aveva sulla coscienza la vita di numerosi giovani di cui aveva abusato rovinando la loro vita per sempre. Il giudice italiano scriveva che Inzoli abusava dei minori “approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani”. 

    Solo dopo che il vescovo Oscar Cantoni uscì di scena, vennero raccolte ulteriori testimonianze ed emerse che Inzoli aveva reiterato gli abusi nonostante le pene che gli erano state comminate (come ha riferito lo stesso Pontefice alla Pontificia commissione per la tutela dei minori nel 2017). Sostanzialmente, proprio grazie ai provvedimenti che Francesco gli concesse, Mons. Inzoli potè continuare ad abusare di alcuni minori. Il nuovo vescovo di Crema, Daniele Gianotti, raccolse le testimonianze e le inviò a Roma. A quel punto il Papa non potè far altro che dimettere dallo stato clericale Mons. Inzoli. Ma sulla coscienza il Papa ha la vita di quei giovani che fra il 2014 e il 2017 si ritrovarono ancora Inzoli fra le coperte.

    Per gli amici non ci son santi in paradiso

    In Cassazione don Mauro Inzoli è stato condannato a 4 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione. In Italia il processo si era ridotto a contestare gli abusi su cinque ragazzi, per via della prescrizione: il più piccolo di 12 anni, il più grande di 16, il tutto avvenuto fra il 2004 e il 2008.

    Nonostante questo episodio, il quale si aggiunge alla vicenda del Preseminario San Pio X, dove Cantoni ha dimostrato completa incompetenza, Francesco ha elevato il vescovo di Como alla dignità cardinalizia. Ancora una volta il Pontefice dimostra che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

    M.P.

  • Il tribunale australiano stabilisce che la famiglia del corista deceduto può citare in giudizio la chiesa cattolica

    Il tribunale australiano stabilisce che la famiglia del corista deceduto può citare in giudizio la chiesa cattolica

    Un giudice del Victoria ha respinto l’affermazione degli avvocati della chiesa cattolica secondo cui non erano tenuti a pagare un risarcimento al padre di un corista che sosteneva di essere stato abusato sessualmente dal cardinale George Pell .

    Il padre di un ex corista ha citato in giudizio Pell e l’arcidiocesi cattolica di Melbourne, sostenendo di aver subito un danno psicologico dopo aver appreso che suo figlio sarebbe stato abusato sessualmente da Pell.

    Il giudice Michael McDonald ha stabilito mercoledì presso la corte suprema del Victoria che la legislazione è stata approvata nel 2018 per impedire alle organizzazioni prive di personalità giuridica – come le organizzazioni religiose – di fare affidamento su un tecnicismo legale per evitare cause civili applicate al caso del padre.

    La sentenza era stata richiesta prima che la causa civile potesse procedere ulteriormente, e non significa che sia stata pronunciata alcuna decisione definitiva sul merito dell’intera domanda.

    Gli avvocati della chiesa avevano sostenuto in un’udienza in tribunale all’inizio di questo mese che le leggi del 2018, progettate per contrastare la cosiddetta difesa Ellis , non erano destinate ad applicarsi alle famiglie delle presunte vittime.

    Gli avvocati dell’uomo non erano d’accordo, affermando che se le affermazioni della chiesa fossero state accolte, ciò significherebbe che la legge non si applicava a chiunque chiedesse un risarcimento per conto di una presunta vittima morta.

    Il giudice McDonald ha dichiarato mercoledì che il Legal Identity of Defendants (Organisational Child Abuse) Act 2018 “non si limitava alle affermazioni fondate o derivanti da abusi sui minori” della persona che presentava la denuncia.

    “L’uso della frase ‘derivante da’ mette la questione al di là di ogni dubbio”, ha affermato nelle sue conclusioni scritte, rilasciate dopo l’udienza.

    “Una richiesta da parte di un querelante per danni per shock nervoso conseguente al fatto che al querelante è stato detto che il loro bambino era stato abusato sessualmente è chiaramente un reclamo derivante da abuso su minori”.

    Ha affermato che il fatto che il discorso in seconda lettura del disegno di legge in parlamento facesse riferimento alle pretese avanzate da Chrissie e Anthony Foster, che hanno citato in giudizio la chiesa per i danni derivanti dal presunto abuso sessuale delle loro figlie, ha dimostrato che il governo aveva previsto le leggi per consentire tali azioni.

    “È inspiegabile e improbabile che, in circostanze in cui il procuratore generale ha descritto il signor e la signora Foster come sopravvissuti e ha riconosciuto che la loro difesa ha svolto un ruolo significativo nel disegno di legge presentato al Parlamento, che il Parlamento intendesse emanare una legislazione che avrebbe comunque ha permesso all’arcidiocesi di Melbourne di fare affidamento sulla difesa di Ellis.

    “Tuttavia, se le argomentazioni [dell’arcidiocesi] vengono accolte, questo è l’effetto della legge”.

    Il giudice McDonald ha anche stabilito che era sua opinione provvisoria che l’arcidiocesi cattolica di Melbourne dovesse pagare le spese legali del padre relative alla questione. Nessuna delle parti legali ha presentato osservazioni durante la breve udienza di mercoledì.

    Pell, 81 anni, è stato assolto nel 2020 quando l’alta corte ha annullato le sue condanne per aggressione sessuale su minori in relazione alle accuse di aver abusato di due ragazzi del coro alla fine degli anni ’90, quando era arcivescovo di Melbourne.

    Pell ha sempre affermato la sua innocenza e l’alta corte ha ritenuto che la giuria avrebbe dovuto nutrire un dubbio sulla colpevolezza di Pell rispetto a ciascuno dei reati per i quali era stato condannato. Ha scontato 13 mesi di carcere prima di essere rilasciato.

    Il padre di uno dei ragazzi chiede il risarcimento all’arcidiocesi cattolica di Melbourne e Pell.

    L’uomo non è identificato ed è elencato nei documenti del tribunale sotto uno pseudonimo.

    Afferma di aver subito uno shock nervoso derivante dall’apprendere delle accuse che suo figlio era stato abusato sessualmente.

    Ha sofferto di disturbo dell’adattamento cronico e disturbo da lutto complesso persistente, con ansia mista e umore depresso, affermano i documenti del tribunale.

    Il padre dice anche di aver perso soldi a causa delle spese mediche e di aver perso la sua capacità di guadagno.

    In Australia, bambini, giovani adulti, genitori e insegnanti possono contattare la Kids Helpline al 1800 55 1800, o Bravehearts al 1800 272 831, e gli adulti sopravvissuti possono contattare la Blue Knot Foundation al 1300 657 380. Nel Regno Unito, l’ NSPCC offre supporto per bambini allo 0800 1111 e adulti preoccupati per un bambino allo 0808 800 5000. L’Associazione nazionale per le persone abusate nell’infanzia ( Napac ) offre supporto per gli adulti sopravvissuti allo 0808 801 0331. Negli Stati Uniti, chiama o invia un messaggio al numero verde sugli abusi di Childhelp al numero 800 -422-4453. Altre fonti di aiuto possono essere trovate su Child Helplines International

    https://www.theguardian.com/australia-news/2022/aug/24/court-rules-family-of-deceased-choir-boy-can-sue-catholic-church