Come ha sottolineato Scicluna, la permissività verso i casi di pederastia non finì nemmeno con il codice canonico del 1983. Stabilì che nei diocesi venivano condotti procedimenti penali ecclesiastici; appelli, nella rota romana; e ricorsi contro i decreti, nella Congregazione per il Clero, dove quindi è nascosta anche molta informazione. La Dottrina della Fede continuò a essere esclusa, ma fu dedicata alle petizioni di dispensa dal sacerdozio, che divennero sempre più abbondanti. Negli anni ’80, i casi di pederastia iniziarono a crescere rapidamente nella Chiesa degli Stati Uniti, che venivano risolti con accordi extragiudiziari e risarcimenti, e di fronte a numerosi casi di recidiva, i vescovi ricorsero a chiedere dispense per risolvere il (altro…)
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1. IL VATICANO, NEL 1938 PRIMA DELL’ARRIVO DEI NAZISTI: BRUCIA TUTTO
I documenti più antichi trovati in questa ricerca fanno riferimento a un momento cruciale della Chiesa cattolica tedesca, l’ascesa del regime nazista, con Pio XI. Essi si trovano negli archivi del Santo Ufficio e della Segreteria di Stato, nella parte aperta ai ricercatori, e sono stati contributi dallo storico Davide F. Jabes. Sono molto significativi perché rivelano che anche allora c’era una comunicazione fluida tra il Vaticano e i vescovi riguardo ai casi di pedofilia, e che per la Chiesa erano informazioni pericolose da nascondere. Il Santo Ufficio ha sempre ordinato questi processi fin dal XVI secolo e Roma ha centralizzato tutti i casi, anche se le diocesi potevano nasconderli a loro. In tempi moderni iniziò a essere regolamentata dall’istruzione del 1922, aggiornata nel 1962, Crimen Sollicitationis, per abusi sessuali nel campo della confessione, e che nel suo capitolo 5 (Crimen pessimum) menzionava espressamente la pederastia. Secondo gli storici, questa regola fu stabilita in parte perché molti casi si verificarono in un paese europeo all’inizio del ventesimo secolo, con “frequenza impressionante”, secondo il Santo Ufficio: avvenne in Spagna. In Germania negli anni ’30, queste informazioni erano molto pericolose se cadevano nelle mani dei nazisti. Il regime di Hitler molestò la Chiesa con campagne diffamatorie e gli abusi sui minori furono una delle accuse più (altro…)
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Pedofilia e denaro, don Marino tuona: «Dio non archivia»
ALBIGNASEGO – «Dio non archivia». Ancora una volta è alle pagine virtuali dei social network che don Marino Ruggero affida i propri criptici ma mordaci pensieri. L’ultimo, datato 1 febbraio, allude alla recente decisione della procura di andare verso l’archiviazione dell’indagine nata dalle esplosive dichiarazioni del sacerdote in merito a presunti parroci pedofili nella diocesi padovana. “Pedofilia e denaro. Cara Chiesa, ricordati, Dio non archivia” ha scritto ieri mattina sul suo profilo Facebook il cinquantaquattrenne ex parroco di San Lorenzo a commento di un’immagine che a sua volta recita “Non mi sottovalutare mai… Sono più di quello che pensi, penso più di quello che dico e noto più di quello che credi”. Un aforisma preconfezionato, a cui le parole di don Marino imprimono però il senso di un’autentica stoccata in polemica tanto con la diocesi quanto con la magistratura.
Inchiesta.Una decina di giorni fa Ruggero era stato ascoltato dal pubblico ministero Roberto Piccione, che aveva aperto un’inchiesta in merito alle scottanti promesse rilasciate dal prelato, dimissionario per presunte frequentazioni femminili troppo spinte. «Mi accusano di avere delle donne? Bugie, allora farò i nomi dei preti pedofili che operano a Padova», aveva minacciato don Marino. Potenziali accuse gravissime, visto che la pedofilia è un reato, estratte in un estremo tentativo di autodifesa, che non avrebbero però trovato fondamento. Il prelato davanti al pubblico ministero non sarebbe stato in grado di riferire nomi, episodi e accuse precise se non una risalente a sedici anni fa. Una storia verificatasi nel Vicentino, già nota alla locale procura e a quella diocesi oltre che già prescritta. Insomma le terribili prospettive paventate dal don circa la presenza di preti pedofili e con relazioni non concesse dal celibato si sarebbe dissolta come neve al sole. Niente prove, niente fatti, l’inchiesta va verso l’archiviazione: questo è quanto emerso venerdì. L’ufficialità da parte della procura ancora non c’è ma il risultato pare scontato.
La reazione
Come don Marino abbia preso questa novità non è dato sapere, poiché il sacerdote in quest’ultimo periodo si è reso pressoché irreperibile. La notizia deve però senza dubbio essergli arrivata, poiché è assai improbabile che il commento dato in pasto al popolo di Facebook contenesse un riferimento casuale. Altro riferimento non casuale è poi quello al denaro, dal momento che lo stesso Ruggero aveva sporto querela due anni fa denunciando la sparizione di alcuni registri con i conti economici della parrocchia. Anche in questo caso le indagini avviate dai carabinieri e prese in mano dalla procura non avrebbero però portato a evidenze significative che possano suffragare i sospetti del parroco.Ma se a paventare l’archiviazione dell’inchiesta sulla pedofilia e a non trovare prove sulla sparizione dei conti parrocchiali è stata la magistratura, perché indirizzare il messaggio alla “Cara Chiesa”? Don Marino, è bene ricordarlo, è attualmente sottoposto a processo canonico presso il tribunale ecclesiastico per non aver rispettato l’obbligo del celibato. Accuse che ha sempre fermamente respinto, a fronte delle quali aveva lanciato la boutade sulla pedofilia. Il messaggio potrebbe dunque essere rivolto a quei presunti preti abusanti ancora sconosciuti, o ai vertici stessi della Curia padovana che dovrà decidere sulle sorti del cinquantaquattrenne. Venerdì sera i suoi numerosi sostenitori erano scesi in trecento per le strade di San Lorenzo con una fiaccolata silenziosa e tantissimi hanno ribadito la loro solidarietà al don anche commentandone l’ultimo, enigmatico, post sui social.
https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/sacerdote_marino_ruggero_pedofilia_denaro-5022587.html
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PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO
La terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha depositato le motivazione con cui il 26 novembre scorso ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, l’ex professore 50enne del liceo “Majorana” di Latina ed ex diacono, originario di Terracina, condannato in primo grado, per violenza sessuale su minori, in abbreviato, a luglio 2024.
Frateschi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello e il Presidente della terza sezione penale aveva fissato la data d’udienza allo scorso 26 novembre. L’imputato è difeso dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.
In primo grado, il 52enne era stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, con l’accusa di aver abusato sessualmente di cinque minorenni, tra cui studenti dell’ex scuola dove insegnava. Episodi tra il giugno 2018 e il gennaio 2023 in cui i ragazzini venivano abusati sessualmente, persino, in un caso, alla Vigilia di Natale.
Dopo oltre 90 giorni, per via di una proroga richiesta dal Gip Morselli, erano state pubblicate le motivazioni di una sentenza arrivata con il rito abbreviato secco che ha condannato l’ex docente, difeso dagli avvocati Donatello D’Onofrio e Carlo Fusco, per violenza sessuale aggravata dal fatto che le cinque vittime, al momento dei fatti, erano minorenni.
Frateschi, che si trova in carcere, a Latina, prima di essere giudicato, subì l’aggravamento della misura (dai domiciliari al carcere), ricevendo anche la moglie e la figlia, oltreché a due uomini non identificati. Una indagine partita dalla segnalazione del Garante dell’Infanzia rispetto ai messaggi intimi che Frateschi inviava ai suoi alunni del Majorana; messaggi di natura erotica che, al contempo, il docente chiedeva agli studenti. Ne seguì una serie di segnalazioni e querele dei genitori che portarono al procedimento penale nei confronti del diacono ben addentro alla Diocesi di Latina di cui era funzionario, successivamente sospeso per aver sottratto 50mila euro dalle casse dell’Istituto Diocesano per il sostentamento del Clero di Latina.
Nelle fasi di indagine, coordinate dalla Procura di Latina, è emerso anche un vasto materiale pedopornografico a disposizione di Frateschi il quale, negli anni, si è “distinto” anche per diversi procedimenti penali per reati finanziari.
Ricostruendo le accuse a carico dell’ex docente, il Gup Morselli scriveva testualmente che dal racconto di due vittime “risulta confermato che Frateschi “selezionava” gli studenti particolarmente fragili, che vivevano una situazione personale o famigliare di particolare disagio, con i quali, dapprima, instaurava un rapporto confidenziale, approfittando del proprio ruolo di insegnante di relazione. Poi, forte della fiducia riposta in lui dai suoi studenti, cominciava a intrattenere rapporti confidenziali con loro anche fuori dal contesto scolastico, in particolare tramite la piattaforma Instagram, che egli utilizzava per intrattenere conversazioni con i suoi studenti il cui tenore era inizialmente neutro; dopodiché si faceva sempre più ambiguo, fino ad arrivare all’invio di foto erotiche o all’inoltro di battute a sfondo sessuale“.
I tre giudici dell’Appello Ludovica Cirolli, Elvira Tamburelli e Valeria Cerulli hanno respinto l’appello della difesa ritenendolo infondato, in quant la ricostruzione del gup di Latina “è del tutto condivisibile”
Sottolineata dal giudice per l’udienza preliminare di Latina anche la maturità di uno dei minorenni che, ad un certo punto, con coraggio, denuncia “per evitare che altri ragazzi potessero divenire destinatari” delle condotte di Frateschi “invadenti e moleste”. Il 52enne, peraltro, come evidenziato in sentenza, aveva avuto in affidamento due fratelli minorenni (femmina e maschio). Padre di famiglia e uomo di Chiesa appariva la persona giusta. Nei confronti di uno di loro, però, ci furono abusi sessuali tanto da vedersi tolto l’affidamento. È per tale ragione che i Carabinieri della Compagnia di Latina avevano escusso una suora, responsabile della Casa Famiglia a Terracina dove erano collocati i due fratelli. La medesima suora era a conoscenza che il fratello più piccolo, appena 13 anni, aveva raccontato di essere stato molestato da Frateschi con “attività” di natura masturbatoria. Un contesto avvenuto quando la struttura era retta da un’altra suora.
La figura che ne usciva era quella di un uomo pronto a tutto pur di sfogare la sua sessualità con i minorenni. Per il giudice per l’udienza preliminare, la cui ricostruzione è stato sposata in pieno dai giudici dell’Appello romano, veridici sono i racconti dei ragazzi, mentre inverosimile è la versione offerta da Frateschi che è arrivata a tal punto da dire che le sue frasi sull’organo genitale di una vittima erano state proferite perché il ragazzo avrebbe avuto improbabili problemi. Il Gup Morselli, in riferimento a Frateschi, scrive di “falsità delle dichiarazioni“: il 51enne ha “evidentemente tentato in modo maldestro, prima, di manipolare in ragazzi che aveva preso di mira, scegliendo quelli particolarmente fragili e che in lui ponevano fiducia; poi di manipolare una delle vittime per evitare denunce“, profilando persino il suicidio della moglie nel caso si fosse venuto a sapere qualcosa dei suoi comportamenti.
In un caso, una delle vittime ricorda di come Frateschi, a casa sua, dopo aver spento la televisione, gli mostrò un atto sessuale di masturbazione tra lui e un prete che aveva fatto parte della Chiesa di Terracina, conosciuto dalla stesso giovane. Un video mostrato da Frateschi per indurlo “a convincersi di come tale perversa attività sessuale rappresentasse la normalità per gli uomini e quindi anche per loro due“.
Il giudice evidenziava inoltre “la tendenza a mistificare le proprie intenzioni” da parte di Frateschi: tendenza dimostrata anche in ambito giudiziario. Ciò è indicativo “della manipolazione che è stato in grado di esercitare sui minori, affidati alle sue cure in virtù del ruolo ricoperto, al fine di ottenere il soddisfacimento delle proprie perversioni sessuali“.
Frateschi “era solito abusare del proprio ruolo di adulto” e del “suo ruolo di religioso”. Era solito adulare e circuire i suoi alunni, ad esempio, “facendoli sentire amati e apprezzati…per fargli abbassare le difese e renderli impotenti e increduli nel momento in cui compiva atti sessuali di cui i minori erano soggetti passivi, spiazzati, inermi e intimoriti“.
Li faceva entrare nel suo “circolo privato ed esclusivo di amici intimi, trattando i minori da adulti, per poi “mandare le sue foto con il pene in erezione, accompagnate da commenti“.
Ma ad essere rimarcato è l’episodio del minorenne prima affidato ai Frateschi e poi tornato nella casa famiglia poiché molestato: “Lascia basti – scriveva il Gup – il fatto che il minorenne, rivoltosi a due case famiglia, di cui una a Terracina, per ricevere protezione, non l’abbia ricevuta e sia rimasto in attesa della evoluzione giudiziaria di una denuncia che le operatrici delle case famiglia gli avevano assicurato di aver presentato, e che invece sembra essere caduta nel nulla“.
C’è di più. Frateschi fu tutelato dalla case famiglia e “lungi dall’essere allontanato dai suoi incarichi religiosi ed educativi è stato avvisato in modo tale che potesse esercitare pressioni sul minore per farlo desistere dal presentare una denuncia“. È solo grazie alla segnalazione della Garante dell’Infanzia che è emersa “la gravità dei fatti compiuti ai suoi danni”.
L’imputato “ha cercato, in modo piuttosto goffo e ben poco credibile, di dare una lettura diversa” degli episodi contestati, cercando di far credere di aver avuto “un mero intento altruistico” nei confronti dei ragazzini. Per i suoi comportamenti, Frateschi “non ha mostrato alcuna rivisitazione critica, né alcun pentimento, preferendo evocare pretestuose e mistificatrici versioni dei fatti”. Il suo è stato “un unico disegno criminoso, quello di trovare soddisfazione dai rapporti sessuali con soggetti minorenni maschili“.
Ciò che rimane è il forte disagio provocato nei giovani, avendo provocato in loro “danni, quantomeno morali, nella forma di chiusura in se stessi”. Invece di essere punto di riferimento, Frateschi “ha approfittato”.
I giudici dell’Appello rimarcano che “tiratosi indietro uno dei ragazzi, il Frateschi aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.
Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.
E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.
“Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro Nicolò eprovocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.
“Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.
Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.
L’appello delle difesa “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.
PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO
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ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO
SASSARI-ADISTA. Mentre l’unica – di fatto – associazione italiana di vittime di abusi sessuali clericali, Rete L’Abuso, rende pubblico il suo ultimo lavoro di analisi con un report che illustra l’indagine, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime (ne parleremo prossimamente), in Sardegna prende corpo la rappresentazione plastica di quanto nel nostro Paese le persone abusate continuino a essere sullo sfondo e di quanto la Chiesa metta in primo piano il salvataggio dell’immagine dell’istituzione.
Il 14 gennaio scorso, la Garante regionale per l’Infanzia e l’adolescenza della Sardegna Carla Puligheddu (FI), sulla scorta dei dati sortiti dal Report sugli abusi dell’Osservatorio di Rete L’Abuso, invia una lettera a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari nonché segretario della Cei, e alla Conferenza episcopale sarda (CES), per denunciare la gravità della situazione e cercare un dialogo con la Chiesa isolana in merito alla realtà degli abusi. Di questa lettera dà notizia la stampa sarda, riportando la denuncia della Garante, preoccupata soprattutto che su 37 casi pervenuti (2000-2025), 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi 200 vittime note, ci sono appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle persone abusate non ha ottenuto giustizia, né in sede civile né in quella canonica». E aggiunge: «Per 35 casi su 37 non risulta nemmeno avviato un procedimento nella Chiesa».
Alla lettera seguono 48 giorni di silenzio assoluto. Il primo marzo, un’intervista a Puligheddu realizzata e mandata in onda dalla RAI, in vista dello scadere del suo mandato, focalizza l’attenzione proprio sul tema degli abusi. Solo a quel punto il tenace silenzio delle gerarchie si interrompe. Il 3 marzo, in un comunicato dai toni aspri affidato all’Ansa, i vescovi sardi esprimono «sconcerto e rammarico» per le dichiarazioni della garante, «non per la gravità dell’argomento che riguarda l’intera società, e che vede la Chiesa – in Sardegna, in Italia e nel mondo – contrastare il fenomeno con la sensibilizzazione e la formazione, ma per la superficialità e la disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento, nonché per la gratuità di riferimenti e di accuse di rilevanza penale che i vescovi respingono con determinazione e sdegno». I dati dell’Osservatorio di Rete l’Abuso, insomma, non sarebbero che «notizie destituite da qualsiasi fondamento», che espongono «un’istituzione del Consiglio regionale a una comunicazione senza nessun dato credibile». «Si conferma – proseguono i vescovi sardi – che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali. In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino imprescindibile e inarrestabile, da percorrere con coraggio e con spirito di collaborazione tra tutti i soggetti in causa». Uno spirito di collaborazione che, tuttavia, non pare essere stato messo in campo dalla Chiesa sarda, che invece di cercare un’interlocuzione con la Garante o con Rete L’Abuso si difende attaccando.
Puligheddu, però, non si lascia intimorire. «Io non ho fatto altro che il mio dovere di garante», dichiara al quotidiano Unione sarda (3/3); «Ho divulgato dei dati che riguardano fatti che vedono dei minori come vittime. Fuori dalla Chiesa, soprattutto, perché i numeri peggiori arrivano dalle famiglie. Ma anche al suo interno». I vescovi, rilancia, «si guardassero in casa, anziché rilasciare note che definirei “velate minacce”. E se scoprono abusi mandino gli atti al tribunale ordinario, anziché procedere con trasferimenti di chi viene coinvolto». E «contestino l’Osservatorio, non me», afferma in merito all’accusa della Cei sulla non attendibilità dei dati utilizzati.
Il Consiglio regionale «si dissocia»
La ciliegina sulla torta nella vicenda è arrivata a stretto giro, lo stesso 3 marzo, con un comunicato del Consiglio regionale della Sardegna. Il presidente Piero Comandini (PD), vi si legge, «interviene a seguito della nota inviata oggi dalla Conferenza Episcopale Sarda, ricordando che la legge che ha istituito il Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, prescrive che svolga la propria attività in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico e funzionale». E fin qui, tutto bene. Poi, però, afferma testualmente il presidente Comandini, «Pur nel rispetto della norma e della piena autonomia dell’attuale Garante, come rappresentanti del Consiglio regionale prendiamo le distanze dalle dichiarazioni rese alla stampa sul tema degli abusi ai danni di minori da parte di appartenenti al clero. Riteniamo che temi così importanti e delicati debbano essere affrontati con estrema attenzione, rispetto e autorevolezza. La generalizzazione e il sensazionalismo non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa». Quasi una difesa d’ufficio della CEI.
«Pessimi segnali»
Quanto è avvenuto è grave e triste – ci ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete l’Abuso – È un brutto segnale della pessima politica che abbiamo in Italia perché il Consiglio regionale della Sardegna si è dissociato dalle affermazioni della Garante Puligheddu. Ed è triste l’invadenza della Chiesa nella politica: hanno attaccato lei, non Rete L’Abuso. Questo dà un altro segnale: che è inutile che dicano che agiscano in favore delle vittime. In realtà le vittime non le vogliono tra i piedi. Il fatto che si continui ostinatamente a non considerare l’attività della Rete – che è delle vittime – è un segnale tristissimo. In ogni caso, quel report è già davanti al Governo italiano. L’Onu, la settimana scorsa, ne ha chiesto conto al Governo italiano».
Grande amarezza anche da parte della garante Puligheddu, che per la sua controreplica ha dovuto contattare personalmente i giornalisti delle testate sarde, stante l’imbarazzo dell’ufficio stampa del Consiglio regionale nel diffondere il suo comunicato, che parla del «silenzio» e delle dichiarazioni miranti a prendere «distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto». «Prima di ogni altra considerazione – dichiara – parla la mia testimonianza di fedele cattolica praticante, la mia vita specchiata e rispettosa delle Istituzioni civili e religiose, la mia integrità morale nell’esercizio di un ruolo che indiscutibilmente è sempre stato dalla parte dei bambini»; «La mia posizione è netta e trasparente, non arretra di un millimetro. Anzi. Non mi risulta che la Conferenza Episcopale Sarda abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti». «Ciò che stride – afferma, secondo quanto si legge su La Nuova Sardegna – , è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante».
Nel frattempo, Puligheddu, che abbiamo contattato, ha annunciato a Adista la sua intenzione di inviare il dossier all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. A sostenerla, in primo luogo Rete l’Abuso: «l’impegno di Carla Puligheddu nella tutela dei minori – si legge sul sito dell’Associazione – è sempre stato più che lodevole. Tra i venti garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Puligheddu è una di queste». «Meno lodevole, e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la Chiesa si è rivolta alla garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo». «La garante non mente, i dati coincidono con il dato fornito da Cei» conclude Zanardi.
E poi, il sostegno di numerosi preti della regione. «C’è solo tristezza e vergogna. E desiderio di chiarezza, giustizia e verità», ha scritto su Facebook il 15 gennaio il salesiano sassarese don Gaetano Galia. «Il silenzio è complicità e non voglio essere complice di questi reati. Abusare di un bambino è come ucciderlo». (ludovica eugenio)
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Palermo, abusi sessuali sulle fedeli: ex frate lascia il carcere
Il rosario delle presunte violenze sessuali sulle fedeli è ancora lungo da sgranare. Il processo all’ex sacerdote (è stato già cacciato dalla Diocesi ) cominciato a luglio scorso è ancora in corso e intanto il collegio della seconda sezione penale del Tribunale ha deciso la sua scarcerazione. Adesso fra Bernardino, 67 anni, è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico in una residenza segreta.
L’ordinanza è stata firmata alla vigilia di Natale, poi il trasferimento dalla cella di Castelvetrano. Sarebbero cominciati nel 2015 le violenze contestate al prete colombiano appartenente all’Ordine dei frati minori rinnovati. Cinque le vittime, sia maschi che femmine, tutte sotto i 14 anni all’epoca dei fatti (solo una era già maggiorenne), che si sono costituite parte civile insieme ai familiari, assistiti dagli avvocati Federica Prestidonato e Marcello Drago. Oltre alla stessa Diocesi, due le associazioni che hanno chiesto e ottenuto di costituirsi parte civile: la Cotulevi e Insieme a Marianna.
Secondo l’accusa, gli abusi si sarebbero verificati durante le confessioni e in alcuni ritiri spirituali, momenti nei quali il frate avrebbe avvicinato i ragazzini per carpire la loro fiducia e consumare gli approcci intimi.
https://palermo.gds.it/articoli/cronaca/2026/03/03/palermo-abusi-sessuali-sulle-fedeli-ex-frate-lascia-il-carcere-aecb9f51-d4a1-4823-925a-70f8a62a2fe0/
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Oltre 176 milioni in indennizzi alle vittime di abusi hanno portato al fallimento una diocesi newyorkese
La diocesi di Siracusa, nello stato di New York, ha chiuso formalmente il suo processo di bancarotta dopo aver costituito un fondo di oltre 176 milioni di dollari per risarcire le vittime di abusi sessuali, un esito che conferma l’enorme impatto economico di questa crisi sulla Chiesa locale.
Secondo quanto riportato da OSV News, il vescovo Douglas J. Lucia ha comunicato il 25 febbraio ai fedeli che la giudice Wendy Kinsella, del Tribunale delle Fallimenti degli Stati Uniti per il Distretto Nord di New York, ha approvato lo stesso giorno il decreto finale che pone fine a una procedura di quasi sei anni ai sensi del Capitolo 11 (che permette a un’entità —azienda, istituzione o diocesi— di dichiararsi in bancarotta per riorganizzare i suoi debiti senza chiudere immediatamente le sue attività).
Un fondo di oltre 176 milioni per accordi e compensazioni
Il piano approvato stabilisce un fondo fiduciario per le vittime con oltre 176 milioni di dollari. Di questa somma, 76,1 milioni provengono da assicurazioni e 100 milioni sono stati contribuiti da ciò che il vescovo ha definito la “famiglia cattolica”: 45 milioni da parte delle parrocchie, 50 milioni contribuiti dalla stessa diocesi mediante una combinazione di investimenti e prestiti, e altri 5 milioni da entità diocesane.I pagamenti saranno assegnati da un arbitro indipendente, come indicato dal vescovo, in un sistema progettato per concentrare le richieste in un unico meccanismo di compensazione.
411 richieste dopo le “finestre” legali a New York
La diocesi ha affrontato 411 richieste uniche presentate ai sensi di due leggi statali che hanno riaperto la possibilità di denunciare abusi antichi indipendentemente dalla prescrizione precedente: la Child Victims Act e la Adult Survivors Act.Entrambe le norme hanno aperto “finestre” temporali per registrare denunce: fino al 15 aprile 2021 nel caso della prima, e fino al 17 gennaio 2023 nel caso della seconda. Il volume delle richieste, sommato alla struttura legale dei contenziosi, ha spinto la diocesi a ricorrere al Capitolo 11.
Un meccanismo legale per canalizzare richieste presenti e future
L’accordo include una “channeling injunction”, figura del diritto fallimentare statunitense che canalizza le richieste verso un fondo comune, con l’obiettivo di evitare contenziosi individuali contro la diocesi, le parrocchie e altre entità cattoliche, e di prevedere anche possibili richieste future.La diocesi presenta questo schema come una risposta “integrale” che cerca un unico canale di riparazione, sebbene il costo economico gravi in buona misura sulle strutture diocesane e parrocchiali.
Scuse del vescovo e appello alla prevenzione
Nella sua lettera, il vescovo Lucia ha affermato che il processo è stato più lungo del previsto e ha riconosciuto il peso che ha rappresentato per le vittime e i fedeli. Ha detto di aver ascoltato personalmente i sopravvissuti e ha reiterato una richiesta di perdono “per qualsiasi negligenza passata” nel trattamento di questi casi.Ha anche assicurato che il piano formalizza impegni per politiche di “Ambiente Sicuro” per prevenire la ripetizione degli abusi e ha convocato una messa speciale il 26 aprile nell’ambito del mese nazionale di prevenzione dell’abuso infantile negli Stati Uniti.
La chiusura della bancarotta pone fine al processo giudiziario, ma lascia la diocesi segnata da un onere finanziario che colpisce direttamente la sua struttura e, in particolare, le parrocchie che hanno dovuto contribuire al fondo.
https://infovaticana.com/it/2026/02/28/piu-di-176-milioni-in-indennizzi-alle-vittime-di-abusi-hanno-portato-al-fallimento-di-una-diocesi-newyorkese/
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Archiviato il caso contro il parroco: nessuna prova di abuso sul minore
Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli, dottoressa Donatella Bove, ha disposto l’archiviazione del procedimento penale a carico di un parroco della Diocesi di Ischia, difeso dall’avvocato Gianluca Migliaccio, indagato per il reato di atti sessuali con minorenne ai sensi dell’articolo 609 quater del codice penale. Il provvedimento accoglie in pieno la richiesta avanzata dalla Pubblica Ministera Monica Campese, ritenendo che gli elementi raccolti nel corso delle indagini non consentano di sostenere fondatamente l’accusa in giudizio.
La vicenda trae origine da una segnalazione pervenuta il 12 dicembre 2024 da parte di una psicologa e psicoterapeuta, alla quale si erano rivolti i genitori di un bambino nato nel 2018, preoccupati per alcuni comportamenti del figlio. La professionista aveva ritenuto di dover segnalare all’autorità giudiziaria il timore che il piccolo potesse essere stato vittima di abusi sessuali da parte del sacerdote.
Secondo quanto ricostruito nelle indagini, i fatti contestati sarebbero avvenuti il 13 ottobre 2024, in occasione di un battesimo della famiglia. Dopo la celebrazione, il bambino era stato invitato dal parroco a seguirlo in sacrestia per ricevere un dono, accompagnato dalla perpetua. Trascorsi circa dieci minuti, la madre si era recata a cercarlo e aveva trovato il figlio che le correva incontro allegro, con al collo un piccolo rosario di legno. Nelle settimane successive, nel mese di novembre, il bambino aveva fatto alcuni riferimenti ambigui a momenti trascorsi con il sacerdote, raccontando di un “semino nell’erbetta” e descrivendo il sapore amaro di un pomodoro che il prete gli avrebbe fatto mangiare, aggiungendo tuttavia che il parroco era buono e che non gli aveva fatto nulla, per poi addormentarsi tranquillo.
La madre, insospettita anche da alcuni cambiamenti nel comportamento del figlio, che sembrava essersi chiuso in sé stesso, aveva in un primo momento affrontato direttamente il sacerdote, accusandolo di condotte inopportune. La coppia aveva quindi deciso di rivolgersi alla psicologa, la cui segnalazione aveva avviato il procedimento penale.
La Procura aveva disposto la perquisizione dell’abitazione del sacerdote con conseguente sequestro di tutto il materiale informatico nella sua disponibilità. L’analisi forense, tuttavia, non aveva evidenziato alcunché di anomalo: nessun contenuto pedopornografico, nessun materiale sospetto, soltanto file di carattere religioso. Era stato inoltre acquisito il fascicolo personale del parroco presso la Diocesi competente, anche in questo caso senza riscontrare segnalazioni analoghe pregresse.
L’elemento decisivo ai fini dell’archiviazione è stato però rappresentato dall’esito della consulenza psicodiagnostica disposta dalla Procura sul minore, affidata a una specialista in neuropsichiatria infantile. La consulente, dopo aver esaminato anche i genitori del bambino, ha concluso che non si rilevano indicatori clinici riferibili a dinamiche traumatiche, evidenziando piuttosto una condizione generale di immaturità, già riscontrata in precedenti valutazioni specialistiche, che potrebbe essere stata accentuata da condotte iperprotettive e anticipatrici da parte dei genitori. La Pubblica Ministera ha sottolineato, nella propria richiesta, come non si possa escludere che la ricostruzione dei fatti operata dalla madre sia stata influenzata da vicende pregresse di cui la stessa donna sarebbe stata vittima.
All’esito delle indagini, il GIP ha condiviso integralmente le valutazioni della Procura, disponendo l’archiviazione e la restituzione degli atti.
Archiviato il caso contro il parroco: nessuna prova di abuso sul minore


