Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: tribunali ecclesiastici

  • Contesto della situazione del Concordato nella Repubblica Ceca

    Contesto della situazione del Concordato nella Repubblica Ceca

    Gli esperti hanno spesso la sensazione che nulla li sorprenda più nel loro campo di interesse. La Corte costituzionale della Repubblica Ceca ha recentemente stabilito che il Concordato già firmato tra questo Paese dell’Europa centrale e la Santa Sede è contrario al suo ordinamento costituzionale, e poi si dice che il diritto è una disciplina noiosa. E poi si dice che il diritto è una disciplina noiosa. Questa decisione è davvero una sorpresa? Non è forse solo una delle tante manifestazioni della diffidenza nazionale nei confronti delle istituzioni religiose?

    Cento anni prima di Lutero

    La Repubblica Ceca si vanta di essere uno dei Paesi più atei del mondo. È vero, ha profonde radici cristiane e ha dato al mondo molti santi, come il principe San Venceslao e il vicario generale di Praga, San Giovanni Nepomuceno. Ma questa è storia. Oggi, circa 2-3 % della popolazione partecipa alle messe domenicali cattoliche e la Chiesa cattolica è la più grande denominazione del Paese.

  • La Chiesa ratifica la condanna di un exdiacono coinvolto in abusi in Francia

    La Chiesa ratifica la condanna di un exdiacono coinvolto in abusi in Francia

    La Segnatura Apostolica, il più alto tribunale della Chiesa, ha respinto l’ultimo ricorso presentato da Philippe Madre, ex diacono e antico moderatore generale della comunità delle Beatitudini, confermando così in modo definitivo la sua condanna canonica e la sua espulsione dallo stato clericale.

    Secondo quanto riportato dal quotidiano francese La Croix, la decisione è stata adottata a gennaio del 2026, quindici anni dopo che Madre era stato allontanato dallo stato clericale. La sentenza non è stata pubblicata ufficialmente, ma sarebbe stata comunicata telefonicamente a diverse presunte vittime che hanno partecipato all’indagine condotta da Roma.

    Un processo canonico prolungato

    Philippe Madre, medico di professione e antico responsabile della comunità tra il 1985 e il 1992, era stato accusato nel 2003 di abusi sessuali commessi nell’ambito di accompagnamenti spirituali. Egli ha sempre negato i fatti.

    Dopo due condanne da parte di tribunali ecclesiastici nel 2010 e nel 2011, ha presentato un ricorso alla Segnatura Apostolica alegando difetti di forma. Quel ricorso non ha avuto successo, consolidando la sua espulsione dallo stato clericale. Parallelamente, è stato escluso dalla comunità delle Beatitudini nel 2010.

    La recente decisione rivela che l’ex moderatore, oggi di 75 anni, ha fatto ricorso nuovamente a Roma per difendere la sua innocenza. Il tribunale vaticano ha respinto definitivamente quell’appello, senza possibilità di ulteriore ricorso.

    Il percorso nella giustizia civile

    Il caso ha avuto anche un percorso nella giurisdizione civile francese. Nel 2010 è stata aperta un’indagine giudiziaria per presunta violazione commessa da una persona che abusava dell’autorità derivata dalla sua funzione. Diverse donne che erano appartenute alla comunità lo hanno accusato di abusi commessi per anni nella casa comunitaria di Cordes-sur-Ciel, dove esercitava contemporaneamente come responsabile spirituale e medico.

    Secondo le testimonianze raccolte nel procedimento giudiziario, le denuncianti affermavano che i fatti si erano verificati in un contesto di forte dipendenza spirituale e psicologica.

    Tuttavia, dopo vari ricorsi, la giustizia civile ha emesso nel 2018 un non luogo a procedere considerando insufficientemente caratterizzati certi elementi giuridici, decisione confermata successivamente dalla Corte di Cassazione, il che ha posto fine alla via penale.

    La comunità delle Beatitudini

    La comunità delle Beatitudini è stata fondata in Francia nel 1973 da Gérard Croissant, noto come Ephraïm. Di spiritualità carismatica e con presenza internazionale, si è espansa in diversi paesi e ha riunito membri consacrati e laici in vita comunitaria.

    Negli ultimi decenni, la comunità ha attraversato diverse crisi interne e processi di riforma promossi dalla Santa Sede. Nel 2008, il suo fondatore è stato allontanato e successivamente escluso dalla comunità. Da allora è iniziata una riorganizzazione strutturale e statutaria sotto supervisione ecclesiale, con l’obiettivo di chiarire la sua governance e prevenire abusi di autorità.

    Il caso di Philippe Madre si iscrive in quel periodo di revisione e depurazione interna che ha colpito l’istituzione negli anni successivi.

    Altre condanne successive

    A prescindere dai fatti legati alla comunità, Philippe Madre è stato condannato nel 2014 a un anno di prigione con sospensione della pena per falsificazione e frode relative alla sua attività medica. Quello stesso anno è stato sanzionato disciplinarmente dal collegio regionale dei medici.

    La decisione definitiva della Segnatura Apostolica chiude così il percorso canonico di un caso che ha segnato la storia recente della comunità delle Beatitudini e che risale a più di due decenni.

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    https://infovaticana.com/it/2026/02/13/la-chiesa-ratifica-la-condanna-di-un-ex-diacono-legato-ad-abusi-in-francia/

  • “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    di Irene Fassini – Si è appena tenuta l’udienza del processo penale a carico di un giovane sacerdote dei Teatini. La presunta vittima è un ragazzo all’epoca 20enne. In Italia i preti abusanti sono più di 1.200, ma c’è un sommerso enorme, tra insabbiamenti e nessuna conseguenza né penale né canonica. Abbiamo raccolto numeri e testimonianze. “Il prete aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”, ci viene detto in un’altra vicenda

    La pandemia. L’isolamento forzato. Gli studi interrotti. E la difficoltà ad accettare la propria sessualità in un contesto familiare poco accogliente. A un certo punto, Mirco ha pensato che la sua omosessualità fosse una malattia e voleva guarire. Mirco è il nome di fantasia di un ragazzo che ha 22 anni quando decide di aggrapparsi alla Chiesa. Deluso dalla tradizione moderna, inizia a partecipare alle messe che seguono il rito antico, in latino, in una basilica del centro storico di una città del Sud. Dietro all’altare c’è padre A., quasi 40 anni, appartenente all’ordine dei Teatini. Da novembre del 2022 fino a Natale, Mirco è in chiesa tutte le domeniche. Non sa ancora quello che lo aspetta. Tutto inizia con l’invito a partecipare alla messa, poi arrivano gli inviti alle cene con la comunità e alla fine la proposta di restare “a tempo indeterminato” nel convento di Napoli. Giorno e notte.

    Gli abusi

    All’epoca Mirco è fragile, ha paura di tutto ed è dilaniato dal senso di colpa. I Teatini diventano la sua famiglia, ma è proprio tra le mura del monastero che subisce abusi fisici e psicologici. Con un consenso che, come sostiene Mirco, spesso gli veniva estorto e dipendeva dalla sua condizione di sottomissione. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – faticava a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Dopo diversi mesi entra in crisi e arriva a pensare al suicidio. Ci metterà del tempo per confidarsi con il suo psicologo e denunciare. Con l’udienza di ieri, davanti al tribunale di Napoli, è iniziata la fase dibattimentale del procedimento penale di primo grado a carico di A. Le accuse sono di violenza sessuale tramite l’abuso della debolezza della vittima.

    Non è un caso isolato. L’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha contato dagli anni Duemila a oggi 1.236 casi di abuso e 840 situazioni insabbiate. Non sono dati esaustivi, ma in Italia non esiste un monitoraggio ufficiale. In alcune regioni, come la Lombardia e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. Spesso i procedimenti che si svolgono davanti ai tribunali ecclesiastici regionali non portano a delle condanne e nel frattempo i sacerdoti accusati vengono promossi oppure trasferiti.

    Lo spostamento di sede e la promozione

    È quello che è successo a padre A. In attesa della conclusione delle indagini, i vertici dell’ordine hanno deciso di spostarlo in un’altra sede nel Nord Italia, dove ha continuato a celebrare l’eucarestia, la messa e la penitenza, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”. Nella nuova sede, gli è stato concesso di continuare gli studi religiosi e le lezioni online con i novizi.

    A luglio del 2025 sarebbe arrivata persino una sorta di promozione. Il governo provinciale dell’ordine dei chierici regolari Teatini d’Italia ha eletto padre A. tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. L’ordine dei Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la riforma protestante. Tra i valori fondanti c’è il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    Padre A. è arrivato in Italia dalla Polonia e ha iniziato a esercitare in una parrocchia del centro. Laureato in liturgia, ha proseguito gli studi post-universitari. Con una profonda ammirazione per Benedetto XVI, è stato ordinato sacerdote da uno degli arcivescovi più vicini a Ratzinger. Avrebbe anche ricevuto in dono il suo zucchetto. Un privilegio unico

    Le accuse di abuso fisico e psicologico

    Padre A. è la prima persona che Mirco incontra durante le celebrazioni della messa, mentre fa i conti con le sue insicurezze e il bisogno di approvazione. Durante gli 8 mesi di iniziazione alla vita relgiosa, padre A. è il riferimento per tutti i giovani novizi. Il loro rapporto si fonda su un’alternanza tra rassicurazioni e umiliazioni. A. sembra consapevole del potere che esercita sul ragazzo.

    Mirco è quasi plagiato da questa figura, spesso idealizzata. Dopo alcuni mesi arrivano gli appuntamenti nella camera del prete, dove Mirco sostiene avvenissero gli abusi sessuali. A novembre del 2022, il ragazzo decide di lasciare la comunità, inizia un percorso con uno psicologo e trova il coraggio di denunciare.

    Il processo, in fase di dibattimento, va avanti dall’autunno del 2024. Il 17 settembre, l’ultima udienza. “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”, riferisce a MilanoToday Dossier l’avvocato Massimo Calò, difensore della vittima, che si è costituita parte civile.

    Padre A. e il suo avvocato, raggiunti da MilanoToday Dossier, non rilasciano dichiarazioni in merito, trattandosi di un processo in corso, ma presumibilmente continueranno a sostenere che ci fosse il consenso da parte della vittima. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, dichiara a MilanoToday Dossier padre Adam Marek Kowalczykowski, il nuovo capo della Provincia dei Teatini, attualmente rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo, che sostiene di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento.

    “Nella comunità teatina padre A. è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale. Allo stato, vista la pendenza di un giudizio penale, riteniamo opportuno non rilasciare alcuna dichiarazione particolare: i processi si fanno nelle aule di giustizia non nella pubbliche piazze o sui giornali, lasciando all’opinione pubblica il compito di giudicare gli imputati”, replica l’ordine dei Teatini a MilanoToday Dossier.

     Dalla Polonia a Milano in fuga dal prete pedofilo

    “Capisco cosa prova Mirco”, dice a MilanoToday Dossier Giorgio Babicz, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita dopo le molestie sessuali di un prete, che gli aveva fatto da padre. La sua storia inizia a Lublino in Polonia, in una famiglia che definisce disfunzionale: madre anaffettiva, padre alcolista e violento. Le sue fragilità erano simili a quelle di Mirco. Anche in  questo caso, la chiesa diventa un riferimento. E quando il sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia, non ci mette molto ad accettare. “Avevo 13 anni e abitavo nella casa canonica di un piccolo paese”.

    Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni volta che Giorgio rifiutava, il sacerdote lo minacciava di rimandarlo in Polonia. “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, dice. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”, sottolinea. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento.

    I fratelli Lucchina

    “A Milano è abbastanza famosa la storia dei fratelli Lucchina”, racconta Francesco Zanardi, presidente dell’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero a MilanoToday Dossier. Entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. “Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato 3 anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a 5 anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, interrompendo qualunque attività con minorenni”, prosegue Zanardi. Eppure è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solamente alcuni mesi dopo. “Nonostante il provvedimento, era rimasto a contatto con dei minori”. Per il fratello invece, c’è stata l’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo. I pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    I ritardi di denunce e processi

    “È un problema ricorrente”, afferma Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare ormai è troppo tardi”.

    Peraltro è ben diverso un procedimento che prende il via da una denuncia fatta alla magistratura italiana rispetto al processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure sia i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è a Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, spiega Zanardi. In circa 20 anni, sono emersi oltre mille episodi di violenze sessuali e pedofilia che hanno coinvolto il clero. “In altri paesi d’Europa sono molti meno. Perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”.

    “Tra l’altro non si conosce la portata del sommerso che presumibilmente gonfia i numeri che rileviamo noi come associazione”, precisa Zanardi. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia e oltre 100 episodi insabbiati.

    “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”, prosegue Zanardi. “In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la Politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta”.

    di Irene Fassini (MilanoToday, 18 settembre 2025) Alexander Iwasvczonek

    https://www.milanotoday.it/dossier/sociale/prete-abusi-sessuali-promozione.html

  • I processi della Chiesa sugli abusi sessuali non sono veri processi

    I processi della Chiesa sugli abusi sessuali non sono veri processi

    A fine aprile un tribunale ecclesiastico regionale ha riconosciuto il sacerdote Samuele Marelli colpevole, in primo grado, di avere usato la propria autorità per abusare sessualmente di persone minorenni e maggiorenni. Marelli ha 49 anni e in passato era stato responsabile della Fondazione diocesana per gli oratori milanesi: come pena è stato condannato a non risiedere nell’arcidiocesi di Milano, esercitare pubblicamente il sacerdozio e cercare contatti con i minori. Su di lui indaga anche la procura di Monza, ma quella è tutta un’altra storia.

    Divieti come quelli imposti a Marelli (che potrà comunque ricorrere in appello) sono alcune delle pene che un tribunale ecclesiastico può infliggere a un chierico riconosciuto colpevole. Com’è evidente, sono molto diverse da quelle che potrebbe disporre un tribunale statale durante un processo penale. Il codice di diritto canonico, cioè l’insieme delle leggi della Chiesa cattolica, è d’altronde una cosa ben distinta dal codice di procedura penale e dal diritto civile di uno Stato.

    Questa distinzione spesso non è chiara quando si parla di abusi sessuali nella Chiesa, ed è il motivo per cui certi processi possono sembrare sconclusionati o portare a pene tutto sommato irrisorie rispetto alla gravità delle colpe che vengono riconosciute. Francesco Zanardi, portavoce della rete L’Abuso, l’associazione che si occupa della tutela delle persone vittime di abusi sessuali da parte di religiosi, dice che molte persone confondono i procedimenti giuridici e si aspettano da quello ecclesiastico esiti che non può avere, come l’incarcerazione del sacerdote colpevole o un risarcimento economico.

    «Ci sono due binari della giustizia e sono completamente diversi l’uno dall’altro», dice Zanardi: «quello dello Stato rende giustizia all’essere umano», sintetizza, mentre quello canonico si pone come obiettivo di rendere giustizia a Dio. Zanardi dice che anche molte persone che si rivolgono alla rete L’Abuso fanno spesso fatica a capire questa distinzione: «Tanta gente pensa però che la giustizia canonica sia un’estensione di quella civile. Così al termine di un’indagine ecclesiastica molti arrivano da noi delusi: credono di essere stati presi in giro».

    Molti equivoci, secondo Zanardi, nascono banalmente dal fatto che alcuni termini usati per definire i vari passaggi dei procedimenti sono gli stessi: si parla di indagini interne alle chiesa così come di indagini svolte dalla procura, e si definisce processo quello celebrato nei tribunali ecclesiastici, che però ha caratteristiche diverse da quelli ordinari ed è presieduto da giudici che non sono magistrati.

    Lo scopo della giustizia canonica è insomma diverso da quella statale. I processi penali devono accertare la responsabilità di una persona accusata di avere commesso uno o più reati e, in caso di condanna, stabilire la pena appropriata. Come si spiega nell’ultima versione delle Linee guida per la tutela dei minori della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), del 2023, le procedure canoniche puntano a ricostruire la verità e ristabilire la giustizia «all’interno della comunità ecclesiale». Semplificando molto, si può dire che lo scopo della giustizia canonica sia aiutare la salvezza dell’anima di chi ha peccato.

    I due percorsi della giustizia, quello statale e quello canonico, possono non incrociarsi mai: in Italia le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, né sono obbligate dalla legge dello Stato a rendere conto degli esiti dei processi interni.

    Fino al 2023 la normativa canonica non considerava l’abuso come un delitto contro la persona, ma era concepito come trasgressione al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri. Questa concezione, come avevano fatto notare tra gli altri Anna Foa e Lucetta Scaraffia, autrici con Franca Giansoldati di un libro sugli abusi nella Chiesa uscito nel 2022, poneva però un problema di fondo rilevante: si concentrava su chi commette l’“atto impuro” e tralasciava il danno inferto alla persona che subisce l’abuso.

    Nel 2023 però il delitto contro il sesto comandamento è stato inserito per volere di papa Francesco tra i delitti contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo. Pierluigi Consorti, professore di Diritto e religione all’università di Pisa e membro del Servizio regionale toscano di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, spiega che in questo modo si è cercato di dare più centralità a chi subisce abusi. Il diritto canonico dice che va punito il chierico che induce un minore a «mostrarsi pornograficamente» e acquista, possiede, divulga immagini pornografiche di minori e persone vulnerabili.

    Queste modifiche sono state recepite dalle Linee guida per la tutela dei minori del 2023, che hanno aggiornato quelle del 2019 sulla base di nuove normative come la Normae de delictis Congregationi pro Doctrina Fidei reservatis (11 ottobre 2021) e la Vos estis lux mundi (25 marzo 2023). In questo documento sono illustrate le procedure che in teoria dovrebbero essere osservate nel momento in cui una persona interna alla Chiesa viene a conoscenza di un possibile abuso sessuale commesso su un minorenne o una persona con vulnerabilità da un membro del clero.

    Secondo le Linee guida, i chierici hanno l’obbligo di segnalare tutti i presunti casi al vescovo della loro diocesi. L’indagine interna alla Chiesa inizia nel momento in cui un vescovo riceve una segnalazione da parte di qualcuno, che può essere anche una persona esterna al clero, come un educatore dell’oratorio o un familiare della persona abusata. A quel punto il vescovo avvia di solito la cosiddetta “indagine previa”, che ha lo scopo di verificare se la segnalazione ricevuta sia o meno verosimile.

    Consorti spiega che non è ben chiaro tuttavia come debba essere fatta nella pratica un’indagine previa, «perché la Chiesa non ha un soggetto specifico per condurre le indagini», come lo è invece la procura nei tribunali ordinari. Succede quindi che spesso sia il vescovo stesso a indagare: lo fa chiamando le persone che potrebbero essere a conoscenza dei fatti contestati e raccogliendo eventuali documenti utili. Il vescovo può affidare l’indagine anche a qualcun altro, per esempio il Servizio regionale o diocesano per la tutela dei minori o il vicario giudiziale, cioè un prete obbligatoriamente nominato dal vescovo di ogni diocesi.

    Durante le indagini il vescovo può decidere se informare o no il chierico delle accuse e può prendere dei provvedimenti cautelari nei suoi confronti: per esempio, può proibirgli l’esercizio del ministero e delle attività pastorali con i minorenni e imporgli di cambiare il posto in cui vive. Se il vescovo riscontra la verosimiglianza della segnalazione deve trasmettere i risultati della sua indagine al Dicastero per la dottrina della fede a Roma, l’organo della Chiesa che si occupa tra le altre cose di promuovere e tutelare la dottrina cattolica (fino al 1908 noto come Santa Inquisizione).

    Consorti spiega che questo dicastero riceve le indagini previe svolte in tutto il mondo: «È un modo per cercare di evitare che i vescovi insabbino casi di abusi che coinvolgono il proprio clero», dice. Il Dicastero per la dottrina della fede è anche l’unico soggetto della Chiesa cattolica che ha in qualche modo poteri giurisdizionali (cioè può applicare concretamente le norme: quello che fa un giudice), dal momento che è competente per i delitti che la Chiesa considera più gravi.

    A questo punto della procedura le cose possono variare da paese a paese. In Italia di solito il Dicastero affida le indagini e il processo ai tribunali ecclesiastici regionali. Sono presenti in ciascuna regione e si occupano prevalentemente di cause matrimoniali. Non sempre quindi hanno le competenze necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali. Ne fanno parte il “moderatore”, cioè il presidente del tribunale nominato dalla CEI (che può essere il vescovo della diocesi in cui il tribunale ha sede, ma non necessariamente), il vicario giudiziale, i giudici ecclesiastici (chierici con competenze di diritto canonico e professori universitari nominati dalla Conferenza episcopale regionale), i patroni stabili (avvocati e procuratori che offrono consulenza e patrocinio ai fedeli), i consulenti e gli avvocati.

    Un tribunale ecclesiastico non ha gli stessi poteri di indagine della procura. Non può, per esempio, far pedinare una persona sospettata o fare delle intercettazioni: quello che fa, in sintesi, è cercare di ricostruire i fatti parlando con le persone ed esaminando eventuali documenti a disposizione. Peraltro il giudice è al tempo stesso la persona che fa le indagini e quella che decide una volta acquisite tutte le informazioni che il tribunale reputa sufficienti. Non c’è una fase di dibattimento come nel processo penale statale, quindi di discussione in aula con un’accusa e una difesa: la persona che subisce abusi non è parte del processo canonico.

    Se un chierico viene riconosciuto colpevole di abusi sessuali può essere sottoposto a provvedimenti restrittivi, come il divieto di avere contatti con minorenni (com’è successo a Marelli), e ricevere pene ecclesiastiche, la più grave delle quali è la dismissione dallo stato clericale. Alcuni sacerdoti riconosciuti colpevoli vengono inoltre portati in alcune comunità terapeutiche, che la rete L’Abuso ha mappato nel corso degli anni: sono una ventina in tutta Italia e non sono luoghi di detenzione. L’idea della Chiesa è che un chierico riconosciuto colpevole non debba essere lasciato solo, ma vada accompagnato in un percorso di responsabilizzazione, richiesta di perdono, riparazione e cura psicologica. Su quest’ultimo punto in particolare la rete L’Abuso ha già espresso diversi dubbi in passato.

    Per Zanardi una delle falle maggiori di tutto questo percorso è che le autorità ecclesiastiche non sono obbligate dalla legge italiana a riferire un possibile caso di abuso sessuale alle autorità giudiziarie. Per questa ragione, secondo la rete l’Abuso, andrebbe esteso alle autorità ecclesiastiche l’obbligo di denunciare i casi di abuso e stupro commessi dal clero alle autorità giudiziarie civili. Zanardi dice che in Italia «la Chiesa non ha bisogno di insabbiare, perché le leggi dello Stato la tutelano».

    Consorti spiega che le cose sono cambiate dopo le riforme ecclesiastiche introdotte dal 2010, cioè negli ultimi anni del pontificato di Benedetto XVI e poi soprattutto durante quello di Francesco, che ha insistito sulla necessità di collaborare con la giustizia ordinaria. «Oggi i vescovi non dovrebbero più stare nell’ambiguità che c’è stata fino a pochi anni fa: il diritto canonico dice che devono indagare e hanno l’obbligo morale di denunciare all’autorità statale. In passato invece l’insabbiamento era la regola», dice Consorti.

    La rete L’Abuso denuncia spesso un problema di mentalità ancora molto presente nella Chiesa, e cioè che tutto questo procedimento indicato nella teoria non sia ancora consolidato nella pratica ovunque. C’entrano la reticenza di molti chierici a riconoscere la gravità dell’abuso, cui spesso antepongono la paura di danneggiare la reputazione di una diocesi o di un altro chierico; la difficoltà di alcune comunità di fedeli ad accettare che degli abusi possano essere stati commessi al loro interno; la colpevolizzazione di chi subisce un abuso, che quindi fatica poi a renderlo pubblico; e il fatto che nella Chiesa persistono forti posizioni di potere, legate agli abusi sessuali compiuti per esempio su persone con vulnerabilità che si affidano a dei chierici o sulle suore.

    All’opacità dei procedimenti e alle resistenze dei religiosi contribuisce secondo Consorti anche il fatto che in Italia la Chiesa (con l’eccezione della diocesi di Bolzano e Bressanone) non ha ancora fatto un’indagine approfondita e indipendente sugli abusi sessuali commessi al suo interno com’è stato fatto in altri paesi. «C’è questa convinzione ancora, soprattutto nella base ecclesiale, che noi non siamo come gli altri e che il problema siano poche mele marce. E quindi non si affronta ancora un problema che è invece sistemico e pesante».

    https://www.ilpost.it/2025/06/04/processi-abusi-sessuali-chiesa-diritto-canonico/

  • Preti pedofili coperti: ombre su Prevost, il cardinale che sceglie i vescovi

    Preti pedofili coperti: ombre su Prevost, il cardinale che sceglie i vescovi

    Denunce di abusi contro due preti e accuse al vescovo di averli coperti. In sé, purtroppo, non è un fatto nuovo. Ma se il vescovo in questione, nel mezzo dello scandalo, viene chiamato a Roma come prefetto del Dicastero per i vescovi la faccenda si fa oggettivamente molto grave. E se poi, da prefetto dei vescovi, nella sua vecchia diocesi viene nominato vescovo un suo amico, che si mette a cancellare le tracce, la cosa diventa più che sospetta.

    Ed è esattamente il caso che riguarda il cardinale Robert Francis Prevost, agostiniano, vescovo di Chiclayo (Perù) fino a che papa Francesco lo ha nominato il 30 gennaio 2023 a guidare il Dicastero che presiede alla nomina di tutti i vescovi del mondo, ufficio realmente assunto il successivo 12 aprile insieme a quello di presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. La berretta cardinalizia è poi arrivata nel Concistoro del 30 settembre 2023.

    Ma andiamo con ordine: stando alle testimonianze giurate di tre vittime, di cui la Bussola è venuta in possesso, i fatti denunciati sono accaduti tra il 2006 e il 2010 e responsabili sarebbero due preti della diocesi di Chiclayo, circa 600 chilometri a nord della capitale Lima: padre Eleuterio Vàsquez Gonzales, conosciuto come padre “Lute”, e padre Ricardo Yesquen. Le vittime che hanno sporto denuncia sono tre giovani donne, bambine tra i 10 e i 14 anni al momento degli abusi: tre sorelle, che si sono decise a denunciare dopo aver scoperto a distanza di anni che tutte avevano subito abusi analoghi.

    La più intraprendente delle tre è stata Ana Maria Quispe Diaz, che già nei primi mesi del 2020 aveva contattato telefonicamente il vescovo Robert Prevost per segnalare il comportamento dei due preti e soprattutto di padre Lute, al tempo degli eventi parroco di san José Obrero (san Giuseppe lavoratore), nel distretto di Vittoria, e molto noto in diocesi. Il modus operandi di padre Vàsquez è analogo nei confronti di tutte e tre: si fa accompagnare in qualche missione in parrocchie lontane, dove si deve pernottare e, casualmente c’è solo un letto da condividere e lì cominciano abbracci, palpeggiamenti e strofinamento dei genitali.

    Le restrizioni dovute alla pandemia impediscono l’incontro di persona tra Ana Maria e il vescovo, incontro che avviene finalmente il 5 aprile del 2022 nella sede episcopale di Chiclayo, presenti tutte e tre le sorelle. Prevost, che curiosamente è stato anche l’autore delle Linee guida della Conferenza Episcopale peruviana per il trattamento dei casi di abusi sessuali, indirizza le donne al centro di ascolto da lui appena istituito e – secondo le testimonianze delle presunte vittime – le invita a sporgere denuncia presso le autorità pubbliche perché «nella Chiesa non avevano modo di indagare e solo indagini civili potevano essere usate dalla Chiesa per sanzionare» gli eventuali responsabili. Il che, come sappiamo, non è vero, le indagini canoniche sono indipendenti da quelle civili. Ma la denuncia alla polizia locale non porta a nulla perché l’eventuale reato è prescritto (il termine di prescrizione per questi reati, in Perù come in gran parte dell’America Latina, è di 4 anni). Nel frattempo però, giugno 2022, padre “Lute” viene trasferito nella parrocchia natale di Santa Cruz, ufficialmente per motivi di salute. Quanto a padre Yesquen nulla si poteva fare perché affetto da demenza senile e già da tempo ricoverato in una casa di riposo.

    A difesa di Prevost la diocesi di Chiclayo, in un comunicato del 10 settembre 2024, successivo a un’inchiesta del programma Cuarto Poder andato in onda l’8 settembre su América Television, afferma che il vescovo ha subito «adottato misure cautelari», avviando «indagini preliminari» e allontanando padre Lute con «interdizione dall’esercizio del ministero sacerdotale». Circostanza immediatamente smentita il giorno successivo dalle tre giovani donne che in una lettera aperta (qui il testo integrale) danno evidenza fotografica della presenza di padre Vàsquez a diverse celebrazioni eucaristiche tra il marzo e l’aprile del 2023 (foto sopra), addirittura alla messa crismale della diocesi, quando Prevost è già stato nominato prefetto ed è amministratore apostolico della diocesi, in attesa di trasferirsi a Roma.

    La diocesi afferma inoltre che tutto il materiale riguardante le indagini diocesane è stato inviato a Roma al competente ufficio del Dicastero per la Dottrina della Fede, che successivamente avrebbe archiviato il caso. Ma le tre giovani donne affermano che non sono mai state sentite da alcun “investigatore” e che non c’è traccia di questa indagine né di un eventuale esame da parte del Dicastero vaticano. L’unica volta che hanno potuto raccontare la loro storia davanti a un investigatore ufficialmente nominato dalla diocesi è quando l’amministratore apostolico succeduto a Prevost, il vescovo Guillermo Cornejo Monzón, ha aperto («riaperto» secondo la diocesi) l’indagine nel dicembre 2023 dopo che Ana Maria Quispe Diaz, esasperata dal silenzio della diocesi, ha reso pubblica la sua storia attraverso i social, peraltro scoprendo, secondo quanto afferma, almeno altri sette casi di ragazzine abusate dai due sacerdoti.
    Secondo la diocesi, comunque, le carte riguardanti il caso sono di nuovo state presentate al Dicastero per la Dottrina della Fede, presso cui tuttora giacciono in attesa di un esame.

    La vicenda resta dunque da chiarire, compresa la responsabilità del vescovo Prevost nel presunto insabbiamento; ma ci sono alcuni fatti incontestabili e quello che sta accadendo dopo la nomina di Prevost a Prefetto è quanto meno inquietante e ricorda altre vicende poco edificanti di questo pontificato, dal caso di monsignor Gustavo Zanchetta (qui e qui) a quello di padre Marko Rupnik.

    Di sicuro c’è che dal momento della prima segnalazione nel 2020 non c’è stata alcuna mossa di Prevost per chiarire la consistenza delle accuse e le restrizioni dovute alla pandemia non giustificano certo l’inazione. E anche dopo la denuncia formale dell’aprile 2022 nulla di concreto è stato veramente fatto, visto che la diocesi non è ancora stata in grado di dimostrare l’avvio di una indagine canonica e di aver fatto deporre le tre presunte vittime.

    Ma soprattutto destano stupore i tempi della nomina di Prevost a prefetto del Dicastero per i vescovi: nel gennaio 2023 il caso non è ancora andato in pasto alla stampa internazionale ma nella Chiesa peruviana la vicenda era già nota e secondo quanto potuto accertare dalla Bussola anche il Pontefice sarebbe stato avvertito del rischio. Non bastasse, erano già noti due casi imbarazzanti riguardanti monsignor Prevost al tempo in cui era superiore generale degli agostiniani (mandato che ha svolto dal 2001 al 2013), la copertura di due sacerdoti agostiniani accusati di abusi sessuali: padre Richard J. McGrath (caso diventato pubblico nel 2018 e per cui l’ordine agostiniano ha pagato 2 milioni di dollari di risarcimento alla vittima); e padre James Ray, poi ridotto allo stato laicale nel 2012, ma il cui legame con Prevost è stato svelato dalla stampa all’inizio del 2021. Da notare che in entrambi questi casi con Prevost è stato coinvolto anche l’attuale arcivescovo di Chicago, il cardinale Blaise Cupich, notoriamente molto vicino a papa Francesco.

    Visto il contesto la nomina di Prevost appare quindi quantomeno azzardata se non proprio inopportuna in una posizione così delicata quale è la scelta dei vescovi di tutto il mondo. Ma il peggio avviene successivamente: poco dopo che l’amministratore apostolico monsignor Cornejo Monzón apre l’indagine sul caso (dicembre 2023), arriva la nomina del nuovo vescovo di Chiclayo. Il 14 febbraio 2024 il papa nomina monsignor Edinson Farfán Córdova, da appena 4 anni vescovo della prelatura di Chuquibambilla. Quale è il problema? Semplicemente che Farfán è agostiniano come Prevost, un suo amico personale e lo stesso Prevost ha partecipato alla consacrazione episcopale di Farfán. Non solo, a Chuquibambilla monsignor Farfán era stato accusato di aver coperto gli abusi di un altro sacerdote agostiniano, don Juan Carlos Olaya.

    In pratica il cardinale Prevost ha fatto nominare suo successore un suo amico e confratello, che infatti si è subito dato da fare per “ripulire” il passato del Prefetto. Non solo ha alzato un muro di omertà contro i giornalisti che hanno cercato di indagare sulle accuse contro padre Lute, decidendosi alla fine di pubblicare un comunicato lo scorso 10 settembre che le tre presunte vittime hanno prontamente sfidato. Ma ha ostacolato in ogni modo l’attività dell’avvocato canonista, monsignor Ricardo Coronado Arrascue, che dal 6 maggio 2024 ha assunto la tutela legale delle tre donne che accusano padre Lute e il cardinale Prevost: prima rifiutandosi di incontrarlo e poi rigettando la legittimità del suo incarico (foto a sin.), così da potergli rifiutare l’accesso ai documenti inerenti l’indagine.

    Non solo, contro Coronado parte un vero e proprio attacco concentrico: il 24 agosto la Conferenza Episcopale peruviana annunciava che monsignor Coronado non poteva più esercitare come canonista in Perù e quindi non poteva continuare a difendere i suoi clienti attuali. Una decisione che curiosamente anticipava la lettera del 29 agosto con cui il vescovo di Cajamarca (diocesi di appartenenza del canonista) gli comunica che presso il Dicastero del Clero in Vaticano è stato depositato un fascicolo a suo carico per un presunto delitto non meglio precisato “contra sextum” (ma fonti della Bussola parlano di un rapporto stabile con adulto consenziente); e che lo stesso Dicastero gli offre la possibilità di fare richiesta volontaria al Papa di chiedere la dispensa dal sacerdozio pena «l’avvio di un processo penale amministrativo». Poi un comunicato del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale pubblicato il 14 settembre (foto a dx) giustifica proprio con l’avvio del processo penale la decisione di proibire a Coronado l’attività nei tribunali ecclesiastici annunciata il 24 agosto. Se pensiamo alla lentezza e alla reticenza in Vaticano riguardo a recenti scandali in fatto di abusi sessuali, la rapidità e la severità delle misure contro monsignor Coronado (che peraltro respinge tutte le accuse) sono sorprendenti e molto più che sospette, visto anche che non si tratta di abusi ma eventualmente di rapporti tra adulti consenzienti.

    Insomma ce ne è abbastanza per chiedere di fare piena luce sulla vicenda e se nel frattempo sia opportuno mantenere il cardinale Prevost al suo posto.

    https://lanuovabq.it/it/preti-pedofili-coperti-ombre-su-prevost-il-cardinale-che-sceglie-i-vescovi

  • Il rimprovero degli attivisti al papa “Continuano gli abusi sessuali e gli insabbiamenti” – VIDEO

    Il rimprovero degli attivisti al papa “Continuano gli abusi sessuali e gli insabbiamenti” – VIDEO

    Roma, Italia – ECA Global, un’organizzazione internazionale dedicata a porre fine agli abusi del clero, terrà una conferenza stampa il 23 maggio 2024, alle ore 10:00, in Piazza Adriana, accanto a Castel Sant’Angelo, a Roma. La conferenza ha luogo pochi giorni prima delle celebrazioni vaticane per la Giornata mondiale dei bambini del 25-26 maggio, in cui Papa Francesco ospiterà l’evento inaugurale del Vaticano, accogliendo circa 70.000 bambini da tutto il mondo a Roma per due giorni di programmi e festeggiamenti. Queste attività, condotte e supervisionate dal clero cattolico, si svolgeranno non solo nella Basilica di San Pietro ma anche in tutte le diocesi d’Italia.

    Annunciando l’evento, Papa Francesco ha detto: “Come Gesù, vogliamo mettere i bambini al centro e prenderci cura di loro“. Ma i dati dimostrano che i vescovi cattolici italiani hanno fatto esattamente il contrario. Secondo le organizzazioni antiabuso italiane, si stima che in Italia ci siano circa 1.000.000 di vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’ECA e altri sostenitori stanno richiamando l’attenzione su quelli che identificano come problemi sistemici all’interno della Chiesa. Hanno intenzione di mettere in evidenza quelli che descrivono come i cinque peggiori vescovi d’Italia, che hanno presumibilmente coperto i sacerdoti che hanno commesso abusi, nascosto la loro identità ai genitori e trasferito abitualmente i colpevoli a nuove parrocchie.

    I quattro vescovi italiani con il peggior record di protezione dei bambini nelle loro diocesi sono:
    Mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina
    Il cardinale Sepe Crescenzio di Napoli
    Cardinale Luis Ladaria Ferrer, ex capo del DDF
    Il cardinale Mario Delpini di Milano

    “Nessuno vuole aprire questo vaso di Pandora”, ha detto p. Hans Zollner, il principale esperto vaticano di abusi dal 2014 al 2023, quando si è dimesso dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori di Papa Francesco. In Italia c’è un undicesimo comandamento che dice: “Non fare brutta figura””, ha detto Zollner al Times di Londra.
    La situazione dei bambini maltrattati e delle loro famiglie in Italia è particolarmente grave.

    Devono affrontare notevoli barriere legali e culturali per denunciare gli abusi del clero sia ai funzionari della Chiesa che alle autorità civili. I preti pedofili italiani godono spesso di un alto livello di immunità da indagini e procedimenti penali.

    Un trattato tra il governo italiano e il Vaticano fa sì che quasi tutte le indagini sugli abusi in Italia siano condotte in segreto all’interno della giurisdizione della Santa Sede, piuttosto che nel luogo in cui si sono verificati gli atti criminali. Di conseguenza, anche i sacerdoti riconosciuti colpevoli di crimini sessuali contro i bambini dai tribunali ecclesiastici sono spesso riassegnati a nuove posizioni dove possono potenzialmente recidivare.

    Lo scorso ottobre, a Roma, i funzionari dell’ECA hanno proposto una nuova e rivoluzionaria legislazione di diritto canonico, che sancirebbe una vera e propria tolleranza vincolante e universale per gli atti sessuali criminali contro i bambini, i minori e gli adulti vulnerabili nella legislazione della Chiesa cattolica. La legislazione, se promulgata, eliminerebbe dal sacerdozio qualsiasi chierico che abbia commesso abusi o qualsiasi vescovo che abbia consapevolmente coperto sacerdoti abusanti.

  • Pedofili, la prudenza della Cei  e la  tolleranza zero del papa

    Pedofili, la prudenza della Cei e la tolleranza zero del papa

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – Per il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), l’appuntamento è tra un mese esatto. Il 18 novembre è la data scelta dai vescovi per la Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi.

    La ricorrenza coincide con la Giornata europea per la protezione dei minori e, nelle intenzioni della Cei, vorrebbe rimarcare la volontà di affrontare con decisione e trasparenza la questione delle violenze sessuali clericali.

    A fine maggio, appena eletto presidente dei vescovi italiani, Zuppi aveva promesso proprio per il 18 novembre la presentazione del primo report della Cei sulla realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, e sulla loro diffusione ed efficacia nell’azione di accoglienza delle vittime e di prevenzione degli abusi. Sarà il giorno della verità sulla reale volontà di Zuppi di voltare pagina su un fenomeno trattato sempre come interno alla chiesa, sottovalutando l’allarme sociale che genera. E di allinearsi realmente alla linea molto più netta di papa Francesco.

    LA VIA ITALIANA DI ZUPPI 

    Zuppi si è presentato come innovatore, promuovendo una “via italiana” alla lotta agli abusi. Un programma che è stato criticato perché la Cei, invece di avviare un’indagine indipendente, come hanno fatto i vescovi in Francia, Germania e Portogallo, ha previsto soltanto un’inchiesta interna, oltretutto limitata ai dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021, e a quelli emersi dal lavoro degli sportelli di ascolto fra il 2020 e il 2021. Un arco di tempo decisamente ristretto, soprattutto se si considera che questi servizi non sono nemmeno disponibili in tutte le diocesi italiane.

    Non solo: la stesura del report, che ha coinvolto «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Ad elaborare i dati e a valutare il lavoro dei Servizi diocesani è dunque un’istituzione privata strettamente legata alla chiesa, dato che le università cattoliche sono regolate, fra le altre cose, dal Codice di Diritto Canonico.

    Dove sta quindi l’indipendenza dell’analisi? Ancora una volta, a differenza di quanto lo stesso Zuppi aveva assicurato al momento della presentazione del programma di contrasto agli abusi, è la chiesa a giudicare sé stessa e il risultato rischia di essere un’analisi molto parziale della realtà degli abusi: un fenomeno pervasivo che le istituzioni ecclesiastiche hanno sempre teso a nascondere, prima negandolo e poi minimizzandone la portata, curandosi poco delle conseguenze per le vittime.

    D’altronde Zuppi aveva assunto un atteggiamento assai prudente quando, appena eletto, aveva dichiarato nella conferenza stampa di chiusura dell’assemblea dei vescovi che i sacerdoti pedofili sono pur sempre parte della chiesa, descritta come una madre che non abbandona i suoi figli in difficoltà. Lasciando il dubbio che per proteggere questi “figli che sbagliano” si mettano in pericolo i bambini che frequentano gli oratori, le parrocchie o l’ora di religione a scuola; e si tuteli il buon nome del sacerdote e della chiesa anche a costo di risarcire le vittime tramite accordi privati con vincolo di riservatezza, come abbiamo raccontato il 10 ottobre scorso nella precedente puntata dell’inchiesta sulla violenza nella chiesa, provocando la reazione della Cei di cui abbiamo dato notizia ieri.

    Uno dei fenomeni più preoccupanti a questo proposito è che molti di questi sacerdoti, anche dopo sentenze di colpevolezza, una volta scontata la pena si appellano al diritto all’oblio, chiedendo a testate giornalistiche e blog online di deindicizzare il proprio nome e la storia che li riguarda su internet.

    Il prete che non vuole che il suo passato di pedofilo salti fuori a una rapida ricerca su Google, si rivolge a una società specializzata che si incarica di rifargli una reputazione sul web, rendendolo non direttamente rintracciabile sui motori di ricerca. Oppure chiede direttamente la cancellazione dei contenuti da media e social network con un ricorso al Garante della privacy, secondo l’articolo 17 del Regolamento europeo 2016/679.

    Ma la pretesa di essere dimenticati è sempre accettabile? «Si tratta di un attento bilanciamentro fra il diritto all’oblio e il diritto all’informazione e il pubblico interesse – spiega l’avvocato Mario Caligiuri della Rete L’Abuso – soprattutto quando parliamo di soggetti che meritano una tutela particolare, come i minori. Per essere chiari: se un prete ha avuto una sentenza di violenza sessuale su un minorenne, ritengo che sia importante che rimanga segnalata, perché è interesse della collettività proteggersi dalla possibile reiterazione del reato del pedofilo».

    La preoccupazione è ancora più forte per i pedofili che non hanno dovuto rispondere alla giustizia dello Stato grazie alla prescrizione. Che cosa sappiamo, infatti, dei sacerdoti che in seguito a denunce o segnalazioni vengono dirottati in altre parrocchie o in strutture protette dalla chiesa?

    Papa Francesco ha più volte richiamato la chiesa alla trasparenza e alla segnalazione dei responsabili delle violenze sui minori, a partire dal motu proprio “Vos estis lux mundi”. Ne aveva riparlato qualche mese fa quando, con la costituzione apostolica “Praedicate Evangelium”, aveva incluso la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori nella Curia romana, e più precisamente nell’ambito del Dicastero per la dottrina della fede, che si occupa anche di giudicare gli abusi sessuali del clero.

    L’URLO DI BERGOGLIO 

    «L’abuso, in ogni sua forma, è inaccettabile – ha detto Bergoglio durante l’udienza del 29 aprile con i membri della Commissione – L’abuso sessuale sui bambini è particolarmente grave perché offende la vita mentre sta sbocciando in quel momento. Invece di fiorire, la persona abusata viene ferita, a volte anche indelebilmente. Le persone abusate si sentono, a volte, come intrappolate tra la vita e la morte. Sono realtà che non possiamo rimuovere, per quanto risultino dolorose». Bergoglio ha esortato non solo la Commissione pontificia ma tutti i cattolici «a far conoscere queste ferite».

    «Vescovi, superiori religiosi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, catechisti, fedeli laici: ogni membro della chiesa, secondo il proprio stato, è chiamato ad assumersi la responsabilità di prevenire gli abusi e lavorare per la giustizia e la guarigione». È un tema che ritorna spesso nelle preoccupazioni del vescovo di Roma, che in una recente intervista alla Cnn portoghese ha ripetuto che la pedofilia clericale è «una mostruosità».

    «Zero tolleranza sugli abusi», ha specificato il papa, che in quell’occasione ha aggiunto: «Un sacerdote non può rimanere prete se è un molestatore». Indicazione peraltro già presente nelle “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” divulgate nel 2019 dalla Cei e dalla Conferenza superiore dei religiosi maggiori (che si occupa delle congregazioni religiose), dove si legge che un prete deve essere allontanato dal ministero, qualora sia «di pericolo per i minori e di scandalo per la comunità».

    I PEDOFILI INDISTURBATI 

    Eppure, sono tanti i sacerdoti che, con sentenze per abuso sui minori alle spalle o che hanno scampato la condanna penale soltanto grazie alla prescrizione, continuano a frequentare le parrocchie, dire messa e – cosa ancora più grave – insegnare catechismo ai ragazzini o gestire l’oratorio.

    È il caso di don Giorgio Carli della diocesi di Bolzano-Bressanone, o di don Silverio Mura, condannato dal tribunale civile di Napoli a risarcire la sua vittima ma ancora incardinato formalmente nella diocesi partenopea. I casi che stiamo raccontanto nella nostra inchiesta finanziata dai lettori, non sono certo gli unici.

    Tra sacerdoti assolti dai tribunali ecclesiastici o raggiunti da denunce per pedofilia e trasferiti dai vescovi in altre diocesi, l’elenco potrebbe essere lungo. Chissà se la Cei, per onorare la giornata del 18 novembre e rispondere agli appelli del papa sulla tolleranza zero, si rassegnerà ad aprire gli archivi e a rendere noti i nomi e gli incarichi attuali dei sacerdoti pedofili.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofili-la-prudenza-della-cei-e-la-tolleranza-zero-del-papa-jm4lyhk3

     

  • L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    —Non hai mai scoperto che Roberto Cadavid era a Brooklyn a lavorare in una parrocchia?

    “Non lo sapevo. Ha risposto monsignor Ricardo Tobón.

    — E se l’avesse saputo, quale sarebbe stata la sua azione?

    — Avviserei il vescovo che era sospeso, che era in processo.

    Due mesi dopo questa intervista nel 2018, il vescovo di Brooklyn ha rivelato le due lettere con cui Ricardo Tobón Restrepo, arcivescovo di Medellín, aveva raccomandato al sacerdote Roberto Cadavid, pericoloso predatore sessuale di bambini, di lavorare nella diocesi di New York nel 2012 e poi nel 2015.

    Roberto Cadavid è libero oggi dopo aver violentato decine di bambini in diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Medellin, insabbiati dal precedente arcivescovo, Alberto Giraldo Jaramillo, e dall’attuale arcivescovo, Ricardo Tobón Restrepo, che ha mentito in un’intervista per proteggere un pederasta che oggi non è stato chiamato dalla giustizia, nonostante le molteplici prove a suo carico.

    Ma Roberto Cadavid non è stato l’unico ad aver apprezzato l’insabbiamento di Ricardo Tobón. Decine di sacerdoti hanno beneficiato della protezione di un arcivescovo che è in grado di registrare un video per affermare che si tratta di un caso di persecuzione contro la Chiesa cattolica , copione già noto in tutto il mondo quando la stampa libera e indipendente indaga sulla pederastia in quel religioso istituzione.

    Carlos Yepes, famoso telepredicatore di Antioquia con più di un milione di iscritti su YouTube, è stato protetto da Ricardo Tobón dopo essere stato denunciato da tre uomini che affermano di essere stati vittime di abusi sessuali infantili da parte del famoso sacerdote . Invece di essere rimproverato da Tobón, Yepes ha ricevuto le congratulazioni dal suo arcivescovo per essere apparso nel 2018 su una stazione radio nazionale per insultare uno degli uomini che lo denunciava , che non ha abbassato da “diavolo”.

    Due anni dopo, Carlos Yepes è stato sospeso direttamente da papa Francesco, secondo il quotidiano El Colombiano . Da allora l’arcidiocesi di Medellin ha avviato un processo canonico presso il Tribunale ecclesiastico, guidato da sacerdoti amici, colleghi e compagni di Yepes. Una completa presa in giro da questi tribunali ecclesiastici che cercano sempre di assolvere i preti attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano incaricato di “indagare” sui migliaia di casi di preti pedofili nel mondo e che, la maggior parte delle volte, finisce per punire i molestatori di bambini per qualche mese o qualche anno e poi mandarli in altre parrocchie, dove di solito tornano a violentare minori.

    Seppur sospeso, è molto probabile che Carlos Yepes venga assolto dai suoi colleghi in breve tempo e userà quell’assoluzione come trofeo per diffamare e vittimizzare nuovamente gli uomini che lo hanno denunciato. Intanto il sistema giudiziario colombiano dorme il sonno dei giusti e non osa avviare un’indagine d’ufficio contro il famoso sacerdote. Al contrario, indaga sui tre uomini e sul giornalista che ha pubblicato l’inchiesta, denunciati per diffamazione e calunnia da Yepes, come strategia per presentarsi innocenti davanti all’opinione pubblica.

    Yepes non è l’unico sacerdote famoso coinvolto in scandali sessuali. Juan Diego Ruiz Arango, protagonista del canale dei gesuiti Televid , è stato denunciato per essersi fatto ubriacare un minorenne e per avergli poi abusato sessualmente . La testimonianza di quest’uomo non è bastata a Ricardo Tobón per rimuovere il sacerdote dall’incarico. Al contrario, l’ha cambiata in una parrocchia migliore e poi ha mentito sulle informazioni che la Corte Costituzionale lo ha costretto a fornire. In quel documento, Tobón ha assicurato di non aver trovato prove convincenti contro Ruiz Arango , ma settimane fa si è scusato con la vittima.

    Uno dei casi più simbolici che dimostrano il disprezzo dell’arcivescovo Ricardo Tobón – e della Chiesa cattolica in generale – di sradicare la pedofilia ecclesiale è quello del Vicario generale dell’arcidiocesi di Medellín, Óscar Augusto Álvarez Zea. Questo sacerdote è il braccio destro dell’arcivescovo Tobón ed è colui che riceve denunce contro i suoi confratelli. Ma ecco una cosa che vale la pena notare: questo vicario è stato accusato, da fonte protetta, di aver messo a tacere un minore con cui il sacerdote affermava di avere una relazione da 20 milioni di pesos . Álvarez Zea è attualmente il parroco del Beato Mariano de Jesús Eusse, una delle parrocchie più ricche di Medellín, situata nel settore El Tesoro, nel quartiere El Poblado.

    Insieme a Roberto Cadavid, Carlos Yepes, Juan Diego Ruiz e Óscar Álvarez, ci sono altri 58 sacerdoti che sono stati denunciati all’arcidiocesi di Medellín, all’ufficio del procuratore generale ea Vorágine , che ha ricevuto decine di storie dai sopravvissuti. Ad esempio, Natalia Restrepo accusa il sacerdote Iván Darío Restrepo Salazar di averla abusata sessualmente, di averla messa incinta e costretta ad abortire.  Restrepo Salazar è stato denunciato da questa donna nel 2007; Le chiesero di perdonarlo e di andare avanti con la sua vita, mentre il sacerdote scalava i ranghi con la protezione di Alberto Giraldo e Ricardo Tobón Restrepo, gli ultimi due arcivescovi di Medellín. Nonostante la denuncia di Natalia, il sacerdote continua come parroco di Nostra Signora dell’Assunzione, nel quartiere Aranjuez di Medellín.

    Un altro dei sacerdoti denunciati per violenze sessuali su minori è José Elías Lopera Cárdenas, confessore di Pablo Escobar e leader del programma Medellín sin Tugurios , che finanziò l’allora boss della droga. Lopera Cárdenas è stata insabbiata dall’arcivescovo Ricardo Tobón, che ha omesso il suo nome nella risposta recentemente data ai media, obbligata dalla Corte costituzionale , nonostante il fatto che la denuncia contro Elías Lopera fosse ampiamente nota in tutto il paese.

    Ma questa non fu l’unica omissione dell’arcivescovo di Medellín. Decine di sacerdoti denunciati negli uffici arcidiocesani restano sotto la protezione di Tobón Restrepo, che ha dato solo pochi nomi per simulare la trasparenza.

    Quasi tutte le denunce contro questi 62 sacerdoti sono state depositate dalla Procura perché l’azione penale è già prescritta. Il procuratore María Victoria Salazar Congote, coordinatrice del Centro di assistenza globale per le vittime di abusi sessuali (CAIVAS) a Medellín, sembra essere il difensore d’ufficio dell’arcivescovo Ricardo Tobón e dell’arcidiocesi di Medellín. In risposta a un diritto di petizione inviatogli da Vorágine, ha affermato di non aver citato l’arcivescovo Tobón perché non c’è alcuna denuncia sessuale contro di lui . Il pm dimentica che Tobón Restrepo ha insabbiato tutti questi sacerdoti e che non ha mai informato la Procura di queste denunce, affinché, con il passare dei giorni, le prescrivessero.Come ha affermato in un’intervista il cardinale Rubén Salazar Gómez, chi viola è criminale tanto quanto chi lo insabbia . Sì, l’ha detto un cardinale al quale, nel tempo, un’inchiesta giornalistica ha scoperto che aveva insabbiato anche dei pederasti.

    Questa la lista con i profili dei sacerdoti denunciati per pederastia e abusi sessuali e dei vescovi che li hanno insabbiati. Uno di loro, Élkin Álvarez, è recentemente uscito in un video per dire che tutti i vescovi erano interessati a “porre fine a questa drammatica e terrificante situazione di abusi sui minori”. Giorni prima di quel video, Álvarez ha chiamato la vittima di un prete per chiedergli di tacere, dicendo che “parlava con attenzione”. Álvarez è ora vescovo di Santa Rosa de Osos ed è stato segretario della Conferenza episcopale della Colombia.

  • Abusi in Italia, e se la bomba non scoppiasse?

    Abusi in Italia, e se la bomba non scoppiasse?

    LORENZO PREZZI – DOMANI –

    • Perché “bomba” degli abusi nella Chiesa non esplode in Italia come in altri paesi? Se lo chiede un nuovo podcast del Post.
    • Eppure clamorose denunce anti-ecclesiali non mancano negli ultimi lustri.
    • Forse il fatto che alcune decisioni, non particolarmente coraggiose come quelle prese dalla Cei nell’ultima assemblea di maggio, siano avviate senza la massiccia spinta dei media smorza l’impatto della denuncia.

    In una serie di sei podcast Alvise Armellini e Iacopo Scaramuzzi si interrogano sul perché, almeno finora, la “bomba” degli abusi compiuti da uomini di chiesa in Italia non sia ancora scoppiata.

    Eppure le condizioni ci sono. La Rete l’Abuso parla di circa 400 casi giudiziali di cui circa 160 sono arrivati al terzo grado di giudizio.

    Una decina di associazioni e riviste hanno avviato un coordinamento per questo: ItalyCurch Too. Sono una mezza dozzina i libri usciti negli ultimi due anni: da La casta dei casti (Marco Marzano) a Il sesso degli angeli (Iacopo Scaramuzzi), a Agnus Dei. Gli abusi sessuali dei clero in Italia (Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati) ecc.

    Molte testate cartacee e mediali hanno trattato il tema. Fra i giornali ricordo La Stampa e Il Domani. Le (poche) vittime disposte a parlare trovano udienza. Insomma, le condizioni ci sarebbero, ma il botto non è ancora esploso. E, forse, non esploderà.

    LA BOMBA DEL POST

    I podcast sono costruiti con professionalità e rigore. La prima impressione è positiva. I punti maggiori della storia di queste denunce a livello internazionali sono correttamente annotati, così il loro progressivo ampliamento geografico, dal contesto americano a quello anglofono, dall’Europa del Nord a quella del Sud, fino ai paesi latino-americani, africani e asiatici.

    Ricordo alcuni momenti del racconto: la vicenda che ha interessato don Ruggero Conti e il suo vescovo (monsignor Gino Reali) a Roma nel 2010; il caso emblematico e sempre citato del Boston Globe (USA) del 2002 e la vicenda del cardinale Bernard Law, l’inchiesta nazionale in Germania e in Francia, le testimonianze efficaci e drammatiche, i rapporti governativi ecc.

    Non mancano le note di riconoscimento all’azione ecclesiale sia per gli episcopati che si sono esposti sia per i pontefici, pur nei limiti e contraddizioni delle loro decisioni.

    Fra gli elementi che non compaiono vi è, ad esempio, il ruolo dello stato in alcuni casi come in Irlanda, dove le istituzioni per le ragazze madri ove si sono registrati gravissimi abusi, erano in carico anche alla responsabilità e al controllo statale.

    Così in Canada dove i collegi per gli aborigeni, i popoli originali, sono stati gestiti dalle Chiese, ma avviati e sostenuti dai governi (che si sono scusati).

    Alcuni grandi eventi giudiziari relativi a figure apicali della Chiesa, fortemente enfatizzati dei media si sono risolti a favore degli imputati. È stato il caso del cardinale americano Joseph Bernardin (anni Novanta), del cardinale australiano George Pell (2020), del cardinal Philippe Barbarin (Francia, 2020). Cosa succede agli accusati quando le denunce non risultano vere?

    E ancora: si percepisce solo di rimbalzo la progressiva crescita delle disposizioni canoniche e pastorali, sia nazionali come universali, contro gli abusi.

    Pur con ritardi e inadempienze esse costruiscono non solo un argine, ma favoriscono cambiamenti e riforme di rilievo. Infine si ha l’impressione che gli autori guardino alla chiesa come un fenomeno monolitico, riproducibile a tutte le latitudini.

    Nella Chiesa convivono culture e società che non danno lo stesso peso nostro a gesti gravi come gli abusi, travolte da emergenze di immediata sopravvivenza.

    E questo senza nulla togliere al dovere della lotta alla violenza e ai minori (del resto prevista dalla morale), né all’affermazione evocata nei podcast del parallelo fra il dramma dello scisma occidentale e l’impatto degli abusi sul futuro della Chiesa.

    Il caso Italia

    Ma rimane la domanda: perché la “bomba” non esplode? Torna il riferimento al potere della Chiesa in Italia, al suo radicamento popolare, alla sua credibilità sociale.

    Sono tratti veri, ma non sufficienti. Si considera non redditizia una battaglia politica in merito.

    Anche questo è plausibile, ma la forza di ritorno della questione abortiva indica che quando è il momento lo scontro non è evitato. Si accenna al limite dei media italiani che rincorrono i singoli elementi, ma non disegnano il quadro complessivo.

    Eppure clamorose denunce anti-ecclesiali non mancano negli ultimi lustri. Forse il fatto che alcune decisioni, non particolarmente coraggiose come quelle prese dalla Cei nell’ultima assemblea di maggio, siano avviate senza la massiccia spinta mediale smorza l’impatto della denuncia.

    Più che una esplosione ci si può attendere una esondazione da stimolare e accompagnare con l’autonomia propria dei media.

    Così si impongono le domande di trasparenza e coraggio autocritico: è plausibile affidare solo a istituti di ricerca “cattolici” il materiale dei tribunali ecclesiastici e delle congregazioni romane?

    Perché abbandonare l’idea di una ricerca nazionale, anche sull’insieme del fenomeno abusi, per dare una misura credibile dei fatti, anche sul lungo periodo?

    Perché non insistere su luoghi e forme di denuncia non riconducibili agli ambienti ecclesiali?

    Manca soprattutto e in primo luogo l’ascolto collettivo delle vittime nelle istituzioni ecclesiali. Il mare di sofferenza che esse testimoniano è il luogo sorgivo delle domande e delle indicazioni per una riforma sistemica e non occasionale.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/abusi-in-italia-e-se-la-bomba-non-scoppiasse-krc510ek

  • 497 vittime a Monaco di Baviera: il rapporto sugli abusi travolge Ratzinger, Wetter e Marx

    497 vittime a Monaco di Baviera: il rapporto sugli abusi travolge Ratzinger, Wetter e Marx

    40936 MONACO-ADISTA. In quasi 1.900 pagine, il rapporto sugli abusi di Monaco, elaborato dallo studio legale Westphal Spilker Wastl (WSW), pubblicato integralmente il 20 gennaio sul sito dello stesso, e presentato in una gremita conferenza stampa, in presenza e online, descrive un abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership. Commissionato alla fine di febbraio 2020, a copertura di casi che arrivano fino al 2019, identifica le omissioni dei singoli responsabili e chiarisce come i casi di abuso siano stati coperti. Una prima indagine, completata nel dicembre 2010 ma mai pubblicata, ha coperto il periodo dal 1945 al 2009; ora, numerose informazioni aggiuntive, disponibili grazie al maggiore coinvolgimento delle vittime, hanno consentito di avere un quadro più preciso, giacché l’insabbiamento è potuto avvenire grazie a dossier addomesticati e manipolati, quando non distrutti.

    Le cifre

    Il rapporto ha constatato un totale di 42 casi di cattiva condotta da parte di funzionari della Chiesa nell’affrontare casi di abusi nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga: gli arcivescovi e cardinali defunti Michael Faulhaber, Joseph Wendel e Julius Döpfner, ma anche Joseph Ratzinger (arcivescovo dal 1977 al 1982), il card. Friedrich Wetter (1983-2008) e il card. Reinhard Marx, dal 2008 alla guida della diocesi bavarese. Nel loro esame, gli esperti hanno identificato 235 presunti colpevoli dal 1945 al 2019, di cui 173 sacerdoti; 497 il numero delle vittime di cui 247 maschi e 182 femmine; di 68 non è stato possibile conoscere il sesso.

    Quasi il 60% di questi crimini sono stati commessi quando le vittime avevano tra gli 8 e i 14 anni, e per lo più tra gli anni ’60 e ’70, ma un numero impressionante di accuse è emerso dal 2015 in poi. Questi numeri, ha detto l’avvocato Martin Pusch, che ha illustrato i risultati dell’indagine, sono solo la punta dell’iceberg. Secondo Pusch, 67 chierici meritavano una sanzione canonica per «l’alto livello di sospetto», ma in 43 casi ciò non è avvenuto: 40 di loro hanno continuato a essere impiegati nella cura pastorale, e tra essi 18 sacerdoti addirittura anche dopo una condanna penale da parte di un tribunale secolare. Fino al 2002, ha osservato l’avvocato, le vittime non hanno ricevuto alcun tipo di attenzione dalla gerarchia; se la ottenevano, era solo «perché erano visti come una minaccia per l’istituzione». D’altronde, occorre ricordare che, negli Stati Uniti, il documento del 2001 con cui Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, avocava a sé la gestione dei casi di pedofilia, chiedendo assoluta riservatezza (l’epistola De Delictis gravioribus), provocò la citazione in giudizio di Ratzinger per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas).

    Secondo l’accusa, infatti, il testo della CDF avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu così emanato dalla Corte un ordine di comparizione per il prefetto. Ma il 19 aprile 2005, Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l’immunità diplomatica per il loro assistito, ormai capo di Stato. L’Amministrazione Bush acconsentì (v. Adista Notizie n. 25/05).

    Una leadership compromessa

    Il rapporto sugli abusi inchioda Ratzinger, Wetter, Marx, e altri funzionari. Ratzinger viene giudicato responsabile di cattiva condotta in 4 casi durante il suo incarico di arcivescovo; Wetter in 21 casi e Marx in 2. Pusch ha anche sottolineato che Ratzinger ha respinto ogni addebito in una memoria di 82 pagine pubblicata con il suo consenso insieme al rapporto. Due casi riguardano sacerdoti che sono stati sanzionati penalmente da Ratzinger per abusi, ma ai quali è stato permesso di continuare a lavorare come pastori: nessuna azione è stata intrapresa contro di loro né per la cura delle loro vittime. Dal punto di vista degli avvocati, le dichiarazioni di Ratzinger offrono «una visione autentica » dell’atteggiamento personale di un importante rappresentante della Chiesa nei confronti degli abusi: le smentite del papa emerito, che ha addotto la sua totale estraneità ai casi, dei quali non sarebbe stato al corrente, sono «difficili da conciliare» con i dati in possesso degli avvocati, ha detto Pusch. L’esempio più chiaro viene dal caso del prete Peter H., predatore seriale spostato di parrocchia in parrocchia (v. Adista Notizie n. 2/22): Ratzinger nega di aver partecipato all’incontro dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980 in cui se ne decise il trasferimento da Essen a Monaco, ma il verbale dell’incontro, a disposizione della cancelleria, contiene una relazione dell’allora cardinale sulla sepoltura del cardinale berlinese Bengsch e sui tentativi di mediazione relativi al caso del teologo “disobbediente” Hans Küng.

    Marx: mancanza di impegno

    Gli esperti accusano Marx di non prestare sufficiente attenzione alla gestione dei casi di abuso sessuale. La sua sorprendente assenza alla conferenza stampa ne sarebbe un segno: «Lo abbiamo specificamente invitato», ha detto l’avvocatessa Marion Westpfahl, mentre la telecamera mostrava la sedia riservata al cardinale, vuota. Marx avrebbe dovuto coinvolgersi maggiormente sulla questione degli abusi: una questione «di priorità assoluta», ha affermato Pusch.

    Nonostante il gran numero di segnalazioni di abusi operati da ecclesiastici pervenute dal 2010, per gli esperti Marx, da arcivescovo, si occupò di ben poche inchieste: si limitò ad attuare i provvedimenti proposti dall’amministrazione, delegando al vicario generale e all’ordinariato la gestione dei casi. Come arcivescovo – questa la giustificazione di Marx – «non si occupava principalmente di compiti amministrativi» ma «dell’annuncio della parola di Dio, della celebrazione dei sacramenti e della pastorale generale per il popolo di Dio». Un comportamento inadeguato, secondo Pusch. In due casi, però, Marx si comportò in modo palesemente errato: la questione era se fosse stato inviato un rapporto alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Un grido di dolore

    «Di quanti rapporti ancora ha bisogno il Paese per affrontare questa situazione?», ha chiesto l’avvocato Ulrich Wastl, facendo riferimento a un approccio ecclesiale caratterizzato da una costante clemenza nei confronti dei sacerdoti carnefici, allo scopo di proteggere l’istituzione e la sua reputazione rispetto alla verità e alla giustizia per le persone colpite. Un fallimento multisistemico: clericalismo, spirito di corpo ed eccessiva tutela istituzionale; deficit del diritto penale ecclesiastico e inadeguata cultura giuridica ecclesiastica interna; mancanza di competenza nell’amministrazione e nella giustizia ecclesiastica; mancanza di responsabilità e mancanza di conseguenze per azioni sbagliate, con un interesse per le vittime cresciuto solo lentamente, a partire dal 2010. Appare schiacciante, ha proseguito l’avvocato Wastl, la mancanza di una cultura della responsabilità personale. A quanto pare nessuno vuole davvero assumersela e, se si leggono in filigrana le dichiarazioni dei preti coinvolti, emerge chiaramente che i documenti decisivi sono passati di scrivania in scrivania, che gli arcivescovi hanno agito, se hanno agito, in modo evasivo, restando in ogni caso poco coinvolti.

    Una lunghissima lista di raccomandazioni

    Gli avvocati hanno sottolineato la necessità di cambiare approccio, in primis attraverso un maggiore ascolto delle vittime: la gerarchia della Chiesa deve esporsi alla sofferenza delle persone colpite. «Ci si può aspettare dagli alti funzionari che, in quanto pastori, siano in grado di farlo; altrimenti, devono essere acquisite le qualifiche necessarie», hanno detto con freddezza i legali. Inoltre, c’è bisogno di un difensore civico indipendente per le vittime che possa schierarsi a loro favore; esse devono avere sempre accesso ai casi che le riguardano; bisogna attuare il regolamento sui fascicoli personali dei chierici e dei funzionari ecclesiastici; è necessaria una azione di monitoraggio.

    Il rapporto formula anche raccomandazioni per la legislazione ecclesiastica e la cultura giuridica, che manca di una precisa definizione di reati e sanzioni. Anche con la riforma globale del diritto penale che papa Francesco ha promulgato lo scorso anno, la “violazione del sesto comandamento” rimane la categoria centrale per la registrazione dei reati sessuali nel diritto ecclesiastico: una categoria non leggibile immediatamente per tutti e quindi inadeguata, come dimostra una dichiarazione del papa emerito, il quale richiama la norma penale ecclesiastica pertinente al momento del delitto (can. 2359 § 2 CIC/1917) e sostiene che sono atti sessuali solo quelli “con” minori, ma non gli atti esibizionistici “davanti” a minori.

    Nel diritto processuale penale, secondo le raccomandazioni della relazione, è necessario rafforzare i diritti della parte lesa. Anche i tribunali ecclesiastici, che raramente si occupano di casi penali, hanno bisogno di una riforma. Richiesta anche la pubblicazione delle sentenze, che attualmente avviene solo in casi eccezionali, oltre un ruolo maggiore per le donne nella leadership della Chiesa.

    Il rapporto chiede cambiamenti anche nell’area amministrativo-organizzativa: una professionalizzazione dei meccanismi di controllo e una maggiore competenza dei dirigenti. In discussione, soprattutto, è la figura del vescovo: una guida spirituale troppo spirituale e poco guida che non corrisponde alla definizione del ministero episcopale di Lumen gentium.

    https://www.adista.it/articolo/67396