Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia clericale e celibato obbligatorio

    Pedofilia clericale e celibato obbligatorio

     di Antonio Lombatti   – Parlare di pedofilia clericale oggi, a più di dieci anni dallo scandalo scoppiato a Boston [1] e diffusosi in numerose diocesi cattoliche anche negli altri continenti [2], sembra un argomento di scarsa attualità. Ma non è così. Non solo perché una commissione dell’ONU a difesa dei diritti dei bambini, lo scorso febbraio, ha censurato il comportamento del Vaticano avuto nel corso degli anni [3].

    Ma, soprattutto, perché anche una parte dei vertici della Chiesa cattolica – in particolare, il cardinale australiano George Pell – ha identificato nel celibato obbligatorio la causa della pedofilia clericale [4]. È così? Cerchiamo di analizzare i fatti.

    La violazione sessuale di un bambino o di un adolescente da parte di un sacerdote è, nei fatti, un incesto. È un tradimento della relazione perpetrato da colui che è il padre della famiglia spirituale del bambino: un uomo del quale il ragazzino ha imparato, fin dalla nascita, a fidarsi più di chiunque altro, solo secondo a Dio [5]. La Chiesa cattolica apostolica romana è ancora una monarchia medievale maschile. I vescovi e i cardinali rispondono solo al papa. Sono isolati dalle influenze esterne e provenienti dal basso. Non sono educati alla trasparenza e al processo decisionale, alla discussione dei problemi all’interno delle diocesi o alla consultazione di esperti laici. Resta molto viva, ancora oggi, la convinzione che il clero costituisca un’élite speciale, sopraordinata alla gente comune in virtù dei poteri discendenti dal ministero sacramentale.

    Il Vaticano ha sempre risposto che i propri preti non possono sposarsi perché questa è la tradizione della Chiesa. Ma non è così. Il primo papa, Pietro, era sposato. Sono noti gli apostoli e i fratelli di Gesù con le loro mogli, diaconesse e donne prete, sacerdoti e vescovi coniugati per secoli e, illegalmente, per oltre un millennio [6]. Si conoscono pontefici e le loro mogli o, più spesso, le loro amanti [7]. Il celibato obbligatorio sacerdotale, istituito nel XII secolo in modo tale da non fare ereditare i beni della Chiesa a mogli e figli del clero, ha conferito ai preti, nel corso dei secoli, un’altissima funzione sociale. Esso ha determinato complesse dinamiche nei rapporti umani per cui si è creata una vera e propria frattura tra laici e religiosi. Solamente preti, vescovi e cardinali possono diffondere il messaggio di Gesù e, soprattutto, mediare la presenza di Dio tra i fedeli o guidare una persona verso la salvezza eterna. Quindi, il cattolicesimo ha costruito nei secoli un modello di assoluta dipendenza del credente dal suo prete [8].

    Attraverso i secoli, il sacerdote è stato percepito non solo come un’autorità, ma come un essere intoccabile: superiore alla legge degli uomini e non punibile dai tribunali civili. I credenti si sono sempre sentiti inadeguati verso i preti, incompetenti, intellettualmente e moralmente inferiori. Attorniati da un’aura di prestigio, presbiteri e vescovi sono stati trattati per generazioni e generazioni come agenti speciali di Dio, mediatori tra i comuni esseri mortali e il divino. Il celibato, infine, ha conferito ai preti un alone magico di potere e spiritualità. I sacerdoti non sposati non erano uomini comuni. I preti si sono serviti di questa aureola mistica acquisita nei secoli per approfittare di bambini e adolescenti vulnerabili appartenenti a famiglie semplici e, forse, affettivamente carenti [9].

    Il celibato obbligatorio nella Chiesa non è un dogma, ma una norma. Infatti, si possono ordinare preti sposati provenienti dalla Chiesa anglicana o in quella cattolica di rito orientale. L’autorità è rappresentata da maschi celibi che parlano di sesso e famiglia, ma si devono comportare contro natura e non avere mogli, figli, né provare amore per una donna. È importante sottolineare che ogni singolo documento della Chiesa su questioni legate alla sessualità umana è stato scritto da uomini celibi. Perciò, nello scrivere o parlare di sessualità, i preti cattolici devono essere osservatori incorporei. Vivendo in mezzo a persone immerse in relazioni affettive, che sono sposate o convivono, i sacerdoti guardano ciò che gli altri fanno, reprimendo gli impulsi biologici del loro corpo e della loro mente. Come osservatori incorporei – occhi senza viso – i preti valutano ciò che nelle relazioni sociali è buono o malvagio senza averne la minima esperienza, senza conoscere ciò che stanno giudicando. Non possono capire come la sessualità, il matrimonio o l’avere dei figli aumenti positivamente le relazioni umane e il vivere quotidiano.

    Già nel Medioevo, alcuni chierici eruditi, come Pier Damiani, si erano resi conto che negare una moglie ad un sacerdote o impedirgli di vivere la pienezza della vita famigliare portavano al concubinato, alla sodomia, ad abusi su ragazzini e relazioni incestuose [10]. Era solo un’intuizione. Ma san Pier Damiani aveva anticipato i tempi. E l’incessante legislazione ecclesiastica sugli abusi sessuali del clero dimostra come sia stato un problema diffuso già a partire dal Medioevo. I documenti provano come la Chiesa abbia cercato di fronteggiare questa piaga. Le citazioni in documenti ufficiali degli abusi sessuali, delle concubine o della sodomia sono la prova inconfutabile dell’esistenza del problema. È, quindi, proprio la legislazione della Chiesa a tradire la vastità del fenomeno. A dispetto di quasi duemila anni di prove documentate sulle violazioni del celibato ecclesiastico e a fronte di continui, ma infruttuosi e inutili, tentativi ufficiali di debellare il fenomeno, il papato si è opposto anche con Giovanni Paolo II alla riconsiderazione del celibato obbligatorio [11].

    Senza dubbio, gli abusi sessuali sui minori da parte del clero sono un problema urgente, ma ciò non è che un sintomo di una crisi più profonda che il cattolicesimo deve affrontare [12]. La base scientifica e quella teologica per gli insegnamenti della Chiesa su celibato e sesso sono inadeguate e false. Qui non si vuole attaccare l’istituto del celibato nel suo complesso. Ci sono persone davvero virtuose pronte a fare scelte difficili e a rispettarle, come quella dell’astinenza dai rapporti sessuali. Ma questa deve restare una libera opzione e non un’imposizione a persone psicologicamente fragili e sessualmente immature. Come hanno dimostrato gli studi psicologici sul clero di Richard Sipe, i sacerdoti che raggiungono un celibato pieno sono solo circa il 10% [13]. La Chiesa, purtroppo, continua ancora oggi ad usare la Bibbia, come in epoca pre-
copernicana, per illustrare la sua etica sulla sessualità umana. Ma usare le sacre scritture come base per spiegare celibato e rapporti intimi è come prendere a modello la Genesi per spiegare la formazione dell’universo. La Chiesa ha riabilitato Galileo, ma non sembra voler ripensare la questione del celibato.

    Il punto centrale della storia del celibato, delle mogli dei sacerdoti, delle concubine dei papi, dei rapporti omosessuali e, soprattutto, degli abusi perpetrati nei secoli su poveri giovani indifesi, è capire se esista un nesso tra l’invenzione ecclesiastica del celibato obbligatorio e la pedofilia. Sono convinto che la risposta sia nascosta nei dati che abbiamo a disposizione, benché siano parziali e tendenti al ribasso [14]. Pedofilia ed efebofilia sono disturbi della condotta sessuale di un individuo, che gli provocano fissazioni erotiche su bambini in età prepuberale, solitamente accompagnate da disfunzioni psicologiche ed emotive piuttosto gravi. I pedofili hanno spesso atteggiamenti asociali o antisociali, una struttura comportamentale ossessiva e un grave deficit di autostima [15]. Su questo concorda il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders curato dall’American Psychiatric Association.

    Dagli studi clinici effettuati, ai preti pedofili sotto trattamento psicoterapeutico è stato diagnosticato uno sviluppo psicosessuale interrotto in età postpuberale e disturbi narcisistici. Tale vulnerabilità della condotta porta a manie di grandezza compensatorie. Il narcisismo clericale, secondo gli studi di Gerald Kohansky e Murray Cohen, nasce dall’autoselezione di uomini che sono stati spinti al sacerdozio dal desiderio di contrastare o neutralizzare sentimenti di inadeguatezza, impotenza e inferiorità tramite un ruolo che permette loro di sentirsi superiori, speciali, ammirati e quasi onnipotenti. Nei seminari si è sempre esaltata la verginità e l’astinenza totale. Si è svalutata l’intimità del matrimonio e la sessualità è stata condannata come peccato. Da questi luoghi di formazione non potevano che uscire candidati alla cura dei fedeli incapaci di affrontare la realtà proprio perché erano loro stessi ad essere fuori dalla realtà che volevano affrontare [16].

    Riflettete un attimo. In seminario entrano giovani, che si affacciano alla pubertà, isolati in un contesto tutto maschile, caratterizzato da un’avversione istituzionale al matrimonio, da una totale ostilità ai rapporti sessuali, alle relazioni intime e alle donne. Tagliati fuori da qualsiasi dimensione affettiva e sessuale, i giovani preti sono mandati nel mondo reale con l’aspettativa che conducano una vita completamente casta. Diversi studi hanno dimostrato come questo sistema di formazione, basato sui seminari, abbia prodotto un significativo livello di immaturità emozionale, psicoaffettiva e sessuale. In particolare, dagli studi di Sipe [17] si evince che questi giovani uomini non hanno risolto né superato le tappe fondamentali dello sviluppo psicosessuale, che in genere si affrontano durante la tarda adolescenza.

    Secondo Thomas Plante, professore di Psicologia presso la Santa Clara University e di Psichiatria e Scienze del Comportamento alla Scuola di Medicina dell’Università di Stanford, e lo stesso Sipe, i preti nord-americani che hanno avuto esperienze sessuali con minori sono circa il 6%. Il 2% può essere considerato pedofilo, il 4% efebofilo [18]. Visto che ci sono circa 46.000 preti attivi negli Stati Uniti, Sipe ha suggerito che circa 2.700 sacerdoti avrebbero abusato sessualmente di bambini e adolescenti. Plante, inoltre, ha aggiunto a questa stima i circa 15.000 preti in pensione e altri religiosi, come frati e diaconi, che hanno portato il numero ad oscillare vicino al 3.600. Questi dati sono stati stabiliti in una conferenza accademica all’Università di Santa Clara nel 1999, anni prima, quindi, dello scandalo dei preti pedofili del 2002 [19]. Perciò, il numero è stato decisamente sottostimato.

    Negli ultimi anni, Sipe ha riconsiderato i dati a disposizione, dopo i numerosi articoli della stampa di tutto il mondo, calcolando che per alcune diocesi americane come Boston, Tucson e Los Angeles, la percentuale di preti pedofili oscilla tra il 10 e il 20% [20]. Quindi, anche se tenessimo a mente il primo rapporto scientifico in merito, quello uscito nel 1999 con la percentuale al 6%, il numero di sacerdoti coinvolti in abusi sessuali su minori è di almeno due volte superiore alla media rilevata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per la quale nella popolazione generale la pedofilia si attesta tra 3 e il 4% della popolazione [21]. I numeri parlano da sé [22]. E sono convinto che la Chiesa lo sappia benissimo.

    La lunga strategia vaticana del nascondere e lavare i panni sporchi in casa propria è continuata. Non solo papa Giovanni Paolo II, con la Sacramentorum Sanctitatis Tutela del 2001, ha ribadito che i gravi crimini del clero contro la morale sono di esclusiva competenza dei tribunali ecclesiastici. Ma la CEI ha recentemente sancito (28 marzo 2014) che le diocesi non hanno l’obbligo di denunciare alle autorità i preti pedofili. Finché la Chiesa vorrà restare fuori dalla realtà psicologica e storica della vita quotidiana, non ci sarà modo di porre fine alla pedofilia clericale.

    Note

    [1] Boston Globe Investigative Staff (a cura di), Betrayal. The Crisis in the Catholic Church, Boston 2002.

    [2] J. Freiburger, Clergy Pedophiles. A Study of Sexually Abusive Clergy and their Victims, Bloomington 2012.

    [3] F.A. Grana, Pedofilia, ONU, “Vaticano ha permesso gli abusi dei preti”. In: «Il Fatto Quotidiano», 5 febbraio 2014.

    [4] F. Peloso: Il cardinale Pell, “Gli abusi? Colpa del celibato”. In: «Linkiesta», 30 maggio 2013.

    [5] M. Benkert, T. Doyle, Clericalism, Religious Duress and its Psychological Impact on Victims of Clergy Sexual Abuse. In: «Pastoral Psychology», 58 (2009).

    [6] A. Lombatti: La moglie del monsignore. Dal celibato alla pedofilia nella Chiesa cattolica, Torino 2013. [Recensione su: L’Ateo, n. 93, 2/2014].

    [7] A.B. Horsley, Pontiffs, Palaces, and Pornocracy: A Godless Age. In: Peter and the Popes, a cura di A.B. Horsley, Provo 1989.

    [8] T.P. Doyle: Clericalism: Enabler of Clergy Abuse. In: «Pastoral Psychology», 54 (2006).

    [9] T.P. Doyle: The Spiritual Trauma Experienced by Victims of Catholic Clergy Abuse. In: «Pastoral Psychology», 58 (2009).

    [10] I. Zavattero: Il Liber Gomorrhianus di Pier Damiani. In: «Rivista di Sessuologia», 22 (1998).

    [11] N. Sheper-Hughes, J. Devine, Priestly Celibacy and Child Sexual Abuse. In: «Sexuality», Vol. 6 (2003).

    [12] M.G. Frawley-O’Dea, V. Goldner (a cura di), Atti impuri, Milano 2009.

    [13] A.W.R. Sipe, Celibacy in Crisis. New York 2003.

    [14] T. Plante, K.L. MacChesney (a cura di), Sexual Abuse in the Catholic Church: A Decade of Crisis 2002-2012, Westport 2012.

    [15] V. Andreoli: La pedofilia come malattia. In: G. Chinnici (a cura di), Sulle tracce della pedofilia. Aspetti psicologici, criminologici, etici e giuridici, Palermo 2004.

    [16] G.E. Kohansky, M. Cohen: Priests who sexualize male minors: psychodynamic, characterological, and clerical cultural situations. In: Predatory Priests, Silenced Victims (a cura di M.G. Frawley-O’Dea, V. Goldner), Hillsdale 2007.

    [17] A.W.R. Sipe, The Serpent and the Dove, Westport 2007.

    [18] T. Plante (a cura di), Sins Against the Innocents, Westport 2004.

    [19] T. Plante, Forvige me Father for I have sinned, Westport 1999.

    [20] A.W.R. Sipe, Mother Church and the Rape of Her Children. In: T. Plante et al. (a cura di), Sexual Abuse, cit.

    [21] J. Cloud: Pedophilia. In: «Time», 13 gennaio 2003 (speciale sugli abusi clericali negli USA con intervista a John Bradford, direttore del Dipartimento di Psichiatria Clinica dell’Università di Ottawa).

    [22] P.J. McDevitt, Sexual and Intimacy Health of Roman Catholic Priests. In: «Journal of Prevention & Intervention in the Community», 40 (2012).

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    Antonio Lombatti, storico del cristianesimo ha fondato la rivista internazionale di sindonologia “Approfondimento Sindone”. Ha pubblicato vari volumi ed articoli su la Sindone, l’archeologia biblica, il Sacro Graal, le reliquie, i templari.

    http://www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/2014_4_art2.html

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  • Abusi, a cosa serve la Commissione di Bergoglio?

    Abusi, a cosa serve la Commissione di Bergoglio?

    Finché la Chiesa continuerà a considerare l’abuso un’offesa a dio è difficile credere a una svolta concreta nella sua presunta battaglia contro i sacerdoti pedofili.

    di Federico Tulli

    In Irlanda tra il 1995 e il 2011, nonostante le resistenze e le pressioni della Chiesa cattolica locale e della Santa Sede, diversi magistrati sono riusciti a indagare e a dimostrare abusi compiuti da oltre mille religiosi su almeno 30mila bambini e adolescenti. Sgominando un radicato sistema di potere, “laico” e clericale, che per oltre 50 anni era riuscito a coprire le violenze e a garantire l’impunità ai responsabili. Uno dei Report governativi, quello redatto nel 2009 dalla Commissione Ryan, recita nella prefazione: «La pedofilia è un fenomeno endemico alla Chiesa d’Irlanda». Nel 2011, dopo la conclusione dell’ultima inchiesta – denominata Rapporto Cloney – il primo ministro irlandese Enda Kenny è andato di fronte al suo Parlamento riunito in seduta comune a denunciare che «per la prima volta un rapporto sugli abusi sessuali del clero ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una repubblica democratica e sovrana, e questo – sottolineò Kenny – tre anni fa soltanto, non tre decenni fa». Difficile, se non impossibile scovare tra i nostri presidenti del Consiglio, dal 1948 a oggi, uno capace di compiere, all’occorrenza, un gesto del genere. Eppure, fare i conti con il passato, indagando sugli abusi insabbiati, si può. È anzi doveroso, anche in Italia, e non solo per una questione di giustizia per le vittime. L’intervento di una commissione d’inchiesta che agisce alla luce del sole, coordinata tra Stato e Chiesa, lancia innanzi tutto una chiaro messaggio ai pedofili: la parrocchia non è più luogo di caccia e il vescovo non è più un fidato protettore. In secondo luogo consente a chi non ha avuto ancora la forza di denunciare il proprio aguzzino, di non sentirsi più solo.

    Si potrebbe obiettare che in Italia non si è indagato perché non c’era nulla su cui indagare. In effetti c’è stato anche chi mi ha risposto in questo modo. È accaduto al simposio internazionale sulla pedofilia nel clero organizzato nel 2012 a Roma dalla Pontifica università gregoriana. Il titolo era un apparentemente efficace slogan: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Guarigione di chi e rinnovamento di cosa? Della Chiesa cattolica e apostolica romana «ferita al cuore» dagli abusi sui bambini. A fine lavori provai a chiedere al portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, se non ritenesse coerente – quanto meno con lo slogan del simposio – che la Conferenza episcopale italiana istituisse una commissione indipendente d’inchiesta per individuare e descrivere il contesto in cui sono avvenuti i numerosi casi che si contano anche nel nostro Paese, sgombrando così il campo dai dubbi relativi ad atteggiamenti ambigui di fronte alle denunce rimaste, per così dire, inascoltate da titolari di diocesi italiane. Posi la domanda a padre Lombardi anche perché quello italiano è l’unico capo dei vescovi al mondo scelto direttamente dal papa. E che quindi ha una concreta possibilità di incidere sulle decisioni della Cei da parte della Santa Sede. Ma secondo questa, come detto dal portavoce vaticano, “un caso Italia” non esiste.

    La realtà dei fatti su cui mi sono trovato a indagare nel mio primo libro sull’argomento, e sul prossimo in uscita tra un paio di mesi sempre per L’Asino d’oro edizioni, dice il contrario. E rivela l’esistenza di una scia di abusi che parte non da “ieri” ma dagli anni a ridosso della nascita del Regno d’Italia e prosegue fino a “oggi” senza soluzione di continuità. A titolo di esempio, basti citare, fermandoci ai tempi recenti, i casi di don Ruggero Conti a Roma, condannato nel 2013 in Appello a 14 anni e 2 mesi per violenza sessuale continuata ed aggravata compiuta tra il 1998 e il 2008 su sette bambini, del cui comportamento il suo vescovo Gino Reali era stato informato almeno dal 2006; oppure di don Seppia a Genova, con le denunce ignorate per quasi 20 anni dalla curia guidata per un certo periodo anche dal presidente della Cei monsignor Angelo Bagnasco; e dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, dove dagli anni Cinquanta fino al 1984 si è consumata fin dentro le stanze dell’allora vescovo Giuseppe Carraro – oggi in odor di santità – un’agghiacciante vicenda criminale ai danni di oltre 40 giovanissimi ospiti, di cui ancora oggi troppo poco si parla nonostante l’ammissione di colpa da parte di tre sacerdoti avvenuta nel 2012. Due dei quali sono ancora al loro posto in quell’istituto.

    A parlare di «ferita al cuore» al Simposio della Gregoriana era stata Marie Collins. Cittadina della non più cattolicissima Irlanda – tra il 2005 e il 2011 nel pieno degli scandali pedofili, i fedeli sono crollati dal 67 al 49% della popolazione – la Collins è stata ora chiamata da papa Francesco a rappresentare le vittime di tutto il mondo nella Commissione vaticana per la tutela dei minori. Annunciata nel 2012 durante il Simposio, ri-annunciata a dicembre 2013 dalla Santa Sede e presentata al mondo come un chiaro segnale dei buoni propositi di Bergoglio proprio nei giorni in cui saliva la tensione per l’inchiesta realizzata dall’Onu e si concretizzavano le accuse delle Commissione per i diritti del fanciullo riguardo i sistematici insabbiamenti adottati negli ultimi 20 anni dai gerarchi vaticani, papi compresi, la Commissione nemmeno oggi prende il via. Quando entrerà a regime questo organismo, contribuirà «alla missione del Papa di rispondere alla sacra responsabilità di assicurare la sicurezza ai giovani». In che modo non è chiaro – considerando anche la scomposta reazione della Santa Sede nel febbraio scorso alle circostanziate accuse di reticenza, favoreggiamento, collaborazione e complicità con i criminali pedofili in tonaca in tutto il mondo mosse dall’Onu – ma il gran parlare che se ne fa è dovuto al fatto che “finalmente”, dopo 25 mesi, sono stati annunciati i nomi dei primi otto componenti. Il cui compito, come ha spiegato padre Lombardi, consiste nell’«elaborare la struttura finale della Commissione, precisandone scopo e responsabilità e proponendo i nomi di ulteriori candidati, in particolare da altri continenti e Paesi, che possono essere chiamati al servizio della Commissione».

    Al momento il gruppo degli otto è in maggioranza rappresentato da europei «per agevolare gli incontri», ha precisato il portavoce vaticano. Si tratta di quattro uomini e quattro donne. Oltre alla Collins c’è il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, la psichiatra francese Catherine Bonnet e la collega inglese Sheila Hollins, l’italiano Claudio Papale, docente di Diritto canonico alla Pontifica Università urbaniana, l’ex-ambasciatrice polacca Hanna Suchocka, il gesuita argentino padre Humberto Miguel Yanez SJ, direttore del dipartimento di Teologia morale della Pontificia Università gregoriana, e il gesuita tedesco padre Hans Zollner, vicerettore accademico e preside dell’Istituto di Psicologia della Gregoriana. «Nella certezza che la Chiesa deve svolgere un ruolo cruciale in questo campo, e guardando al futuro senza dimenticare il passato, la Commissione – osserva Lombardi – adotterà un approccio molteplice per promuovere la protezione dei minori, che comprenderà l’educazione per prevenire lo sfruttamento dei bambini, le procedure penali contro le offese ai minori, doveri e responsabilità civili e canoniche, lo sviluppo delle “migliori pratiche” che si sono individuate e sviluppate nella società nel suo insieme». Lombardi ha quindi sottolineato che l’iniziativa del papa prosegue l’impegno dei predecessori: Bergoglio con questo nuovo atto «mette in chiaro che la Chiesa deve tenere la protezione dei minori fra le sue priorità».

    L’auspicio di chi scrive, ma anche dell’Onu, è che il gesuita argentino si comporti invece esattamente all’opposto dei suoi ultimi due predecessori: il santo Wojtyla e l’emerito papa Ratzinger. Ma per far questo Bergoglio dovrebbe cambiare immediatamente il Codice di diritto canonico e il Catechismo laddove l’abuso viene ancora definito un delitto contro la morale, cioè un’offesa a dio, e non un crimine contro le vittime più indifese. Finché rimane questa convinzione, non è chiaro che genere di prevenzione la Chiesa pretenda di organizzare. E soprattutto, è logico pensare che in sede di giudizio i tribunali ecclesiastici e la Congregazione per la dottrina della fede continueranno a comportarsi di conseguenza, come sempre hanno fatto. Vale a dire, senza fare nulla di concreto nella stragrande maggioranza dei casi: “condanna” del “peccatore” a un periodo di penitenza in un luogo segreto, al termine del quale costui può tornare tranquillamente a esercitare a contatto con i bambini, senza che i loro genitori sappiano nulla.

    Poiché è impossibile anche solo ipotizzare che la Chiesa cattolica sia disposta a modificare parte di ciò che è alla base della propria cultura e della propria politica, nonostante sia assodato che si annidi in queste convinzioni la matrice della diffusione della pedofilia nelle parrocchie di tutto il mondo, l’auspicio è che almeno a qualcuno della Commissione venga in mente prima o poi di suggerire l’apertura di un’inchiesta seria e indipendente anche in Italia. Levando così dal cono d’ombra in cui è stato messo a forza per decenni un argomento che è molto più di un tabù. Al resto, si spera, penserà il senso civico e di giustizia della parte sana della nostra società.

  • RETE L’ABUSO LANCIA L’ALLARME. LA “FREGATURA” DEI TRIBUNALI ECCLESIASTICI REGIONALI.

    RETE L’ABUSO LANCIA L’ALLARME. LA “FREGATURA” DEI TRIBUNALI ECCLESIASTICI REGIONALI.

    Di pochi giorni fa l’articolo di Andrea Tornielli dove si cerca di far credere in una velocizzazione dei processi Canonici nei confronti di preti pedofili. Tornielli loda in positivo anche la disastrosa ed omissiva linea di Benedetto XVI, svelata dalla stampa e dalle denunce in tutto il mondo che nel 2010 hanno portato la chiesa all’apice dello scandalo, nonché della trasparenza forzata, poco gradita al Vaticano.

    Oggi la situazione è molto più grave di quello che si vuol far credere e che si sta omettendo di dire. Sembra nessuno si accorga che la chiesa non solo continua non concretizzare come promette a mezzo stampa, risarcimenti alle vittime, prevenzione, denuncia alle autorità civili, l’apertura alla magistratura degli archivi che il Cardinale Ratzinger fece recapitare da tutto il mondo in Vaticano nel 2002, oggi sottoposti al Segreto Pontificio. Le misure di Bergoglio pare ostacolano pesantemente il lavoro della Magistratura italiana, già sufficientemente handicappata a causa del vuoto legislativo in materia, unico in Europa, di cui l’Italia è vittima.

    Dal 2010 a oggi ricordiamo le linee guida anti pedofilia della CEI divulgate nel maggio 2012, modificate in tutto il resto di Europa, rimaste sostanzialmente invariate a quelle del 1962, solo in Italia, nei fatti nessun obbligo di denuncia per i vescovi alle autorità civili, nessun aiuto alle vittime, nessuna prevenzione. Criticò pesantemente quelle linee guida anche la stessa Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Dall’arrivo di Papa Francesco i provvedimenti ci sono stati, purtroppo tanti, tutti omissivi e a salvaguardia della chiesa.  Francesco ha reso illegale la denuncia, criminalizzando la fuga di notizie, un deterrente per i membri del clero e non,  ora di fatto, definitivamente scoraggiati e intimiditi a collaborare con le autorità civili. Si aggiunge anche l’idea di istituire tribunali ecclesiastici Regionali/nazionali (gestiti da uno stato estero sul territorio italiano) che si può rivelare devastante oltre che di intralcio per la giustizia civile.

    Leggendo l’articolo di Andrea Tornielli ci si riempie la bocca di parole, ma non vi è nulla di concreto tranne il rischio che questi tribunali, imitazione dei famosi sportelli che la CEI nel 2011 voleva istituire nelle diocesi italiane, fortunatamente fallita, diventi un’ulteriore strumento di insabbiamento.

    Va tenuto conto che generalmente le vittime sono per la maggior parte cattolici o persone che frequentano la chiesa. Persone che in questi casi si rivolgono al clero, non alla magistratura, perché subiscono una certa influenza legata alla religione o per semplice cultura. Forse ci sarà un risarcimento alla vittima, come previsto dal Codice Canonico, un risarcimento insignificante (come lo stesso codice prevede) rispetto ai traumi che una persona subisce, oltre che rispetto al costo di un dignitoso percorso di analisi che la vittima dovrà affrontare.

    Questo crea una nuova situazione di omertà, che permette di poter continuare a gestire questi casi a livello interno, un’altra occasione per la chiesa di poter nascondere, spostare far sparire il pedofilo al fine di salvaguardare come ha fatto fino a oggi la propria immagine,  non la salute psicofisica dei minori affidati alle cure dei suoi sacerdoti. La vittima anche se potrà avviare una procedura in sede civile (a patto che non si impegni a non farlo in sede canonica) comunicherà di fatto, prima il caso alla curia e non alle autorità civili, senza avere quindi alcuna garanzia su che fine farà il pedofilo, sottraendolo di fatto alla giustizia e senza avere la minima garanzia che costui non continui ad abusare.

    La chiesa cattolica, anche dopo Ratzinger, quella di Francesco al momento è fatta di dichiarazioni mediatiche gonfiate dalla stampa, ma di nessun intervento concreto ma solo omissioni, come ha fatto nei confronti dell’arcivescovo polacco Josef Wesolowski, sottraendolo di fatto alla giustizia del paese che lo accusava e dandole asilo in Italia.  O come nel caso di padre Reverberi, ricercato dall’INTERPOL  e nascosto a Parma, o don Siro Invernizzi il prete pedofilo che ha patteggiato due a anni perché sorpreso con un minore mentre faceva sesso dietro un cimitero a Cugliate Fabiasco, Varese, trasferito da poco in un’altra parrocchia. Oppure il caso dell’insegnante di religione della Diocesi di Nola Napoli, caso seguito dalla nostra rete e uscito anche su Le INCHIESTE di Repubblica, dopo l’articolo si sono perse le tracce.

    Questi solo alcuni dei casi più recenti e gravi, ma basta cercate negli archivi del nostro portale, selezionando solo l’anno 2013 scoprirete mese per mese, che i casi sono decine.

    Difficile credere alle promesse di Bergoglio e alla falsa linea di positività che la stampa gli attribuisce a tutti i costi. Basta un briciolo di buonsenso, già leggendo quanto sopra che al momento non esiste un solo gesto concreto, ne a tutela delle vittime e neppure a sostegno. Esistono una marea di dichiarazioni in questi sette mesi di pontificato, un autentico pugno di mosche, unico riscontro, le mosche.

    Decine di vittime hanno scritto al Papa, lo abbiamo fatto anche noi come associazione, mesi fa, migliaia di italiani hanno firmato anche una petizioneindirizzata a lui. Non ha risposto a nessuno.

    Veramente troppo poco per non dire nulla.

    Per il momento l’invito che facciamo alle vittime resta quello di continuare a rivolgersi alla magistratura, non al clero. Con i sistemi attualmente in uso il rischio è di diventare ignari complici di ciò che voi stessi avete subito.

    Il Portavoce

    Francesco Zanardi

  • Tribunali nazionali  contro i preti pedofili? Noi di Rete L’ABUSO siamo molto perplessi….

    Tribunali nazionali contro i preti pedofili? Noi di Rete L’ABUSO siamo molto perplessi….

    La strategia del Papa per velocizzare i processi: sono previsti due gradi
    di giudizio con giudici differenti

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    La lotta alla pedofilia e agli abusi sui minori da parte di sacerdoti e religiosi rimane una priorità del pontificato di Francesco come lo è stata per il suo predecessore. E tra le ipotesi allo studio per migliorare le normative esistenti c’è anche quella di creare dei tribunali ecclesiastici su base nazionale o regionale, specializzati nel giudicare proprio questi casi e dunque più rapidi.

    Si è discusso di questo nella seconda parte del concistoro convocato dal Papa che si è svolto lunedì mattina, al quale hanno partecipato i cardinali presenti a Roma. Dopo la decisione sulle canonizzazioni di Roncalli e Wojtyla, i porporati sono stati consultati da Francesco sulle norme antipedofilia.

    Già lo scorso 6 aprile, dopo aver ricevuto in udienza il Prefetto dell’ex Sant’Uffizio Gerhard Müller, il Papa aveva «raccomandato in particolar modo che la Congregazione, continuando nella linea voluta da Benedetto XVI, agisca con decisione per quanto riguarda i casi di abusi sessuali, promuovendo anzitutto le misure di protezione dei minori, l’aiuto di quanti in passato abbiano sofferto tali violenze, i procedimenti dovuti nei confronti dei colpevoli, l’impegno delle Conferenze episcopali nella formulazione e attuazione delle direttive necessarie in questo campo tanto importante per la testimonianza della Chiesa e la sua credibilità». Un segnale inequivocabile del fatto che la linea della fermezza non sarebbe cambiata.

    L’attuale normativa voluta da Ratzinger, in vigore da un decennio e inasprita nel 2010, prevede che i casi di abusi su minori non vengano trattati in sede locale, ma direttamente a Roma, alla Congregazione per la dottrina della fede. Dopo le ondate di scandali negli Usa, in Irlanda e in Germania, era entrata in vigore una sorta di «legislazione di emergenza», con la possibilità di arrivare per via amministrativa alla dimissione dallo stato clericale del prete riconosciuto colpevole. Anche se tutto doveva essere vagliato dallo speciale team della Congregazione, affidato fino a un anno fa al monsignore maltese Charles Scicluna, da tempo l’ex Sant’Uffizio delegava a tribunali ecclesiastici locali sia il primo che il secondo grado di giudizio: in quel caso tali tribunali agivano su mandato della Santa Sede. Si è però sempre trattato di tribunali istituiti ad hoc per un determinato caso, non di strutture stabili e perciò specializzate.

    Ora tra le ipotesi allo studio, per rendere più rapido ed efficace l’intervento, garantendo innanzitutto le vittime come pure il diritto alla difesa dell’accusato, c’è quella di istituire dei tribunali su base regionale o nazionale, che potrebbero essere legati alle singole conferenze episcopali. Tribunali in grado di giudicare con competenza e celerità sia in prima che in seconda istanza i casi di abuso, facendo in modo, nel caso di due gradi di giudizio, che il collegio sia diverso. Grazie soprattutto all’impegno e anche alla testimonianza personale di Benedetto XVI, la mentalità sta cambiando, seppur lentamente. Le conferenze episcopali si stanno dotando di normative precise, derivate da quelle generali della Santa Sede, che tengano conto delle riverse legislazioni civili e penali dei singoli Paesi. E dunque il decentramento, con regole ben chiare, è una logica conseguenza.

    Un altra questione allo studio dei giuristi della Santa Sede riguarda il ricorso contro la dimissione dallo stato clericale avvenuto per via amministrativa, nei casi particolarmente gravi. Fino ad oggi è stata la stessa Congregazione per la dottrina della fede a funzionare da seconda istanza, ma c’è chi propone che anche per i casi di abuso la competenza passi al tribunale della Segnatura apostolica.

    http://www.lastampa.it/2013/10/02/italia/cronache/tribunali-nazionali-contro-i-preti-pedofili-oSsfpmBjkv3cKYPK4s4WHM/pagina.html

  • Pedofilia, una class action in Italia le vittime chiedono i danni alla Chiesa

    Pedofilia, una class action in Italia le vittime chiedono i danni alla Chiesa

    Per la prima volta nel nostro Paese si farà appello ai tribunali ecclesiastici. Negli Stati Uniti nel 2007 l’arcidiocesi di Los Angeles venne condannata a versare 660 milioni di dollari. Tutto parte dalla diocesi di Savona dove Francesco Zanardi, vittima e fondatore di Rete L’Abuso, aveva portato alla scoperto una catena di scandali

    È in arrivo un terremoto per le diocesi italiane: le vittime di pedofilia chiederanno un indennizzo ai vescovi per gli abusi subiti dai preti passando attraverso i tribunali ecclesiastici diocesani. A riferirlo è Francesco Zanardi, fondatore di Rete l’Abuso che, molestato da ragazzo, ha portato allo scoperto la catena di scandali che ha coinvolto la diocesi di Savona

    Il codice canonico inserisce la pedofilia nei delicta graviora (i delitti più gravi), riconoscendo procedure di risarcimento delle vittime. È tutto scritto nel codice, ma in Italia nessuno ancora l’aveva fatto. Gli abusati, rappresentati da avvocati specializzati in diritto canonico, possono chiedere i danni ai vescovi delle diocesi competenti, che sono quindi obbligati a procedere istituendo un processo canonico civile. Secondo Rete l’Abuso sarebbero almeno 400 le vittime dei preti pedofili in Italia che possono dare il via alla procedura canonica di risarcimento danni, rischiando di mettere le finanze delle diocesi in seria difficoltà.

    Nel 2007 negli Stati Uniti l’arcidiocesi di Los Angels versò 250 milioni di dollari dei 660 totali riconosciuti alle 580 vittime accertate, oltre 1 milione di  dollari a vittima (i rimanenti furono versati dalle assicurazioni). Per risarcire le vittime la diocesi vendette un grattacielo, immobili e terreni di proprietà. Fu l’indezzo più alto mai imposto dalla giustizia americana nello scandalo dei preti pedofili.

    In Italia l’apertura di procedure canoniche civili potrebbe portare all’avvio di processi penali canonici che, secondo Rete l’Abuso, difficilmente vengono promossi dai vescovi delle diocesi competenti contro i preti accusati. Uno fra tutti è il caso della diocesi di Savona dove don Nello Giraudo  accusato di aver abusato di ragazzini tra gli 1980 e il 2009, nel febbraio 2012 patteggiò un anno con la condizionale. Nel fascicolo raccolto contro di lui dalla Procura di Savona emersero alcuni documenti che dimostravano come le gerarchie ecclesiastiche fossero a conoscenza degli abusi, senza che nella diocesi si fossero mai presi adeguati provvedimenti. In una lettera del 2010 dell’Arcivescovo Luis Ladaria all’attuale vescovo di Savona Vittorio Lupi si legge: “Mi riferisco al caso del Rev. Nello Giraudo del clero della sua diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minore e che nel 2002 manifestava al Vicario Generale la propria tendenza pedofila […] il suo predecessore Mons. Domenico Calcagno segnalava il caso a questa Congregazione […] il 4 aprile 2006 egli fu invitato ad avvicinare il chierico per chiedergli se intendesse domandare al Santo Padre la dispensa da tutti gli oneri sacerdotali, in caso contrario avrebbe dovuto attivare un processo penale amministrativo ex can 1720 nei confronti del sacerdote, essendo ormai trascorsi quattro anni la invito a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso”.

    Secondo Rete l’Abuso il processo canonico contro Giraudo non si è mai celebrato e don Nello è di fatto, ancora oggi, un prete. La mancata apertura di un procedimento penale canonico avrebbe anche impedito il conseguente riconoscimento dei danni alle vittime da parte della diocesi. L’associazione si sta mettendo in contatto con tutti gli abusati da suore e preti in Italia  per fornire loro adeguate indicazioni su come meglio procedere. “Il primo consiglio”, dice Francesco Zanardi, “è quello di non andare da soli a parlare con i vescovi, ma rivolgersi prima a un avvocato esperto in diritto canonico e fare le giuste rivendicazioni alle diocesi”. È evidente che, se questo procedimento inedito dovesse avere successo, si aprirebbe un precedente in Italia per tutte le vittime che, ancora oggi, non hanno avuto giustizia.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/13/news/class_action_contro_la_pedofilia_le_viitime_chiamano-58694391/

  • Diocesi sul caso Briano: è un laico

    Diocesi sul caso Briano: è un laico

    Relativamente all’articolo, a firma Giovanni Ciolina, comparso sull’edizione savonese de Il Secolo XIX di oggi 8 novembre 2011 e al richiamo in prima pagina del medesimo, la Diocesi di Savona-Noli, sentiti i propri legali, intende precisare quanto segue:

    in primis Franco Briano non è un diacono, come erroneamente riportato nell’articolo di Ciolina a pagina 22 (e ribadito nella titolazione e nella locandina) né tantomeno un prete come lascia chiaramente intendere il titolo del richiamo in prima “Prete pedofilo a Lavagnola arriva il colpo di spugna”. Si tratta di una gravissima inesattezza poiché il citato Franco Briano, che ha in passato collaborato con la parrocchia di Lavagnola, è semplicemente un laico che non fa parte a nessun titolo del clero savonese.

    In seconda battuta l’autore dell’articolo scrive altre gravi e inaccettabili inesattezze quando afferma testualmente: “Ma il buco nero della curia savonese nel campo della pedofilia ha coinvolto anche altri parroci: don Nello Giraudo, don Achille, don Rebagliati, quest’ultimo sotto inchiesta per favoreggiamento della prostituzione”.

    Ci preme invece ricordare che don Achille Tronconi – di cui viene omesso il cognome, ma è chiaro il riferimento essendo l’unico don Achille in diocesi – non risulta coinvolto in alcuna inchiesta legata alla pedofilia, così come lo stesso don Carlo Rebagliati che deve rispondere esclusivamente di altre accuse, come ammesso dallo stesso redattore dell’articolo.

    Infine, la Diocesi intende ribadire con forza che, sempre nel rispetto dell’azione della Magistratura e dei procedimenti civili e penali, per la chiesa non esiste alcuna prescrizione relativamente a reati commessi all’interno del clero, che sono perseguiti dai tribunali ecclesiastici. Nessuna azione in tal senso è invece possibile nei confronti di Franco Briano poiché, come precisato, non appartiene al clero.

    La Diocesi di Savona-Noli chiede pertanto a tutti i media savonesi di dare ampia rilevanza a questo comunicato per evitare il diffondersi di informazioni non corrette e non rispondenti alla verità.

    In particolare, in conformità alle vigenti leggi sulla stampa, CHIEDE alla testata Il Secolo XIX di pubblicare queste precisazioni – nella loro interezza e con stessa rilevanza dell’articolo citato – come doverosa smentita, riservandosi comunque di agire a tutela dei propri diritti in ogni sede competente.

    https://www.savonanews.it/2011/11/08/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/diocesi-su-caso-briano-e-un-laico.html

  • Pedofilia: Don Mologni si dice vittima di esseri malvagi!!!

    Pedofilia: Don Mologni si dice vittima di esseri malvagi!!!

    Le ho già sentite queste frasi! molte volte! Ci sono sempre dei malvagi, secondo i sacerdoti accusati di pedofilia ed i loro difensori, che ordiscono e tramano per distruggere loro e la chiesa! per ora leggiamo le parole di Don Mologni ma certamente poi leggeremo…è un complotto, gente invidiosa, io lo conosco bene, chi lo risarcirà del torto subito?, è innocente!… ed alle vittime toccherà altro fango!!

    La storia infinita!!

    Le parole del sacerdote di Lombardore accusato di abusi sessuali
    Don Mologni: «Infangato da uomini malvagi, ho fiducia nella giustizia»

    IVREA 25/07/2008 – Si dichiara innocente, don Pierpaolo Mologni, il parroco di Ozegna accusato di pedofilia. Ma dichiara anche di aver fiducia nella giustizia.

    In clinica
    Ieri pomeriggio il sacerdote ha lasciato l’ospedale di Ivrea – dove fino all’altro giorno era ricoverato in rianimazione – ed è stato trasporto alla Casa del Clero, dove è attualmente ricoverato.

    Una delle ultime persone ad averlo incontrato è stato il suo difensore, l’avvocato Elio Guglielmino del foro di Ivrea.
    L’avvocato Guglielmino ha trovato l’anziano parroco molto provato ed in condizioni di salute precarie, ma fermo del respingere tutte le accuse che gli verrebbero mosse.

    Anche oggi il prevosto ha respinto ogni addebito: «Sono estraneo ad ogni fatto che mi vene addebitato dalla Procura di Torino. Anzi non sono ancora a conoscenza dei motivi veri di queste falsità e della fonte da cui possono venire simili e gravi accuse. Di tutto il materiale che io avrei avuto non so proprio cosa dire, non ho mai conservato fotografie pedopornografiche di bambini. Nella mia vita – prosegue don Pierpaolo – credo di non aver mai commesso alcunché di delittuoso ma confido serenamente nel corso della giustizia, sono fermamente convinto di uscire da questa brutta storia nel migliore dei modi perché non ho commesso gli atti di cui mi si accusa».

    Dichiarazioni di una certa e completa innocenza ed estraneità ai gravi fatti addebitategli, una posizione nettamente antitetica a quanto emergerebbe, invece, dai fascicoli di indagine.

    «Sono falsità – ha ripetuto il sacerdote – io non ho mai toccato un bambino in vita mia e credo che certe cose siano venute fuori per la malvagità di certi uomini. Io sono un uomo di Chiesa e se devo sopportare questo Calvario, lo faccio con la serenità di chi sa di non aver commesso alcunché. E fin d’ora dico – ha voluto concludere il parroco di Ozegna – che perdono coloro che hanno orchestrato questa dolorosa calunnia».

    La curia
    Nel frattempo la curia vescovile eporediese si è affrettata a diffondere un comunicato stampa, attribuito direttamente al vescovo Miglio e concordato con il cardinal Bertone, nel quale si prendono decise distanze dal sacerdote indagato. «Sorpresa e sofferenza hanno destato le accuse rivolte ad un sacerdote della nostra diocesi – scrive il presule, quasi per allontanare da sè il sospetto che la vicenda di don Pierpaolo fosse in qualche modo già nota in ambienti ecclesiastici -, circondato dalla stima e dall’affetto di molti che lo conoscono, al quale tutti esprimiamo gratitudine per il bene compiuto e vicinanza in questo particolare momento».

    Miglio si rivolge ai giudici e alle vittime del “presunto” prete pedofilo: «Esprimiamo fiducia nella magistratura per il suo delicato compito, vicinanza e solidarietà alle persone, specialmente se minori, per quanto possono aver patito in questa vicenda». E poi la “stoccata” finale: «È molto vivo in tutti noi l’eco delle parole pronunciate da Benedetto XVI sia nel recente viaggio negli Stati Uniti, sia in Australia in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù appena conclusasi» e cioè: «I preti pedofili devono essere condannati».

    Sotto accusa i tribunali ecclesiastici
    Per i pedofili in parrocchia niente galera, soltanto l’esilio
    TORINO 25/07/2008 – Sulla pedofilia Sua Santità l’ha detto chiaramente: «I sacerdoti che si macchiano di questa vergogna devono essere condannati». Papa Benedetto XVI l’ha detto solo pochi giorni fa, durante le Giornate mondiali della gioventù a Sidney. Ma l’interrogativo che ci si pone è se questi sacerdoti debbano essere condannati dalla magistratura ordinaria o da quella del Vaticano.

    L’ultimo sacerdote condannato da un tribunale piemontese è stato don Roberto Volaterra, giovane parroco di Castagnole Piemonte, arrestato quattro anni fa con l’accusa di violenza sessuale: molestie e attenzioni morbose per una ragazzina di 11 anni, che avrebbe dovuto aiutare a fare i compiti. Tempo dopo lo stesso sacerdote avrebbe confessato tutto: «Ero innamorato di lei». Poi, nel luglio del 2005, il patteggiamento a un anno e otto mesi di reclusione e 45mila euro di risarcimento alla famiglia della piccola. Ma don Volaterra non è mai andato in prigione: grazie alla sospensione condizionale. E così, lasciata la parrocchia di Mirafiori dove aveva scontato i domiciliari, ha raggiunto la nuova destinazione scelta per lui dall’arcivescovo di Torino, il cardinale Poletto: una comunità gestita dalla Congregazione di Gesù sacerdote dei Padri Venturini a Trento. Non dice più messa, è ovvio, ma è ancora un prete. Il Concilio di Trento, infatti, ha stabilito chiaramente l’impossibilità del ritorno alla condizione di laico.

    Stessa sorte – patteggiamento ed esilio – era toccata a padre Domenico Marcanti di Alessandria: tre anni di reclusione la condanna per abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzini del doposcuola.

    In ciascuno di questi casi, come è naturale, le rispettive diocesi avevano «fatto quadrato», mirando a difendere l’integrità e la bontà del mondo sacerdotale dall’infamia del comportamento di pochi. Teoricamente, però, oltre alla condanna in tribunale, questi sacerdote avrebbero dovuto rendere conto alla legislazione ecclesiastica. Ed è qui il vero nocciolo del problema. Il Tribunale Vaticano, infatti, è segnato dai processi lumaca.
    Solo l’anno scorso una inchiesta del settimanale “Panorama” aveva svelato i problemi della giustizia d’Oltretevere. In pratica nel giro di sei anni, al Tribunale Ecclesiastico sono giunti un migliaio di segnalazioni di casi di pedofilia e abusi sessuali da ogni parte del mondo. Ma solo una decina sono i processi avviati. Anche in virtù della lentezza della macchina giuridica che deve occuparsi di raccogliere informative da tutto il mondo, svolgere accertamenti, redigere voluminosi dossier. Processi e sentenze sono poi coperti dal più totale segreto. Le pene che possono essere comminate vanno dalla sospensione del sacerdote, alla dimissione – molto rara – per l’abuso sessuale, fino alla scomunica «latae sententiae» prevista per chi si macchia di complicità, ossia assolve la persona con cui ha avuto rapporti sessuali dal peccato di atti impuri.

    Andrea Monticone – CronacaQui

    Pedofilia: Don Mologni si dice vittima di esseri malvagi!!!

  • Nuovo scandalo nella chiesa fiorentina

    Nuovo scandalo nella chiesa fiorentina

    Riportiamo di seguito un’ampia rassegna stampa su un nuovo scandalo a sfondo sessuale che coinvolge ancora una volta la chiesa fiorentina.

    Nell’inchiesta già coinvolto il parroco don Cantini, condannato dal tribunale della Chiesa. Era stato chiamato in causa da una ventina di donne

    Festini e minacce a Firenze – L’indagine porta alla curia

    Cinque testimoni accusano il vescovo Maniago

    FIRENZE – La sentenza di condanna del tribunale della Chiesa sembrava aver chiuso la vicenda. E invece l’inchiesta penale su don Lelio Cantini, il parroco di Firenze di 82 anni riconosciuto colpevole dai suoi superiori di abusi sessuali nei confronti di alcune ragazze, adesso entra nelle stanze della curia. Esplora i rapporti tra il prete e quello che era il suo allievo prediletto, il vescovo ausiliare del capoluogo toscano Claudio Maniago. Verifica alcune denunce che lo coinvolgono in festini a luci rosse e tentativi di plagio di alcuni fedeli per costringerli a cedere le loro proprietà. L’alto prelato non risulta iscritto nel registro degli indagati, ma nei suoi confronti sono già stati disposti accertamenti e controlli. I magistrati hanno acquisito i tabulati delle sue telefonate e ora si concentrano sui conti correnti bancari proprio per stabilire la fondatezza delle accuse.

    La primavera scorsa, tre anni dopo l’arrivo delle prime denunce, don Cantini e la sua perpetua Rosanna Saveri si rifugiano in un convento per sfuggire al clamore che il caso ha suscitato. Oltre una ventina di donne hanno accusato il sacerdote di averle violentate quando erano minorenni. Numerosi parrocchiani sostengono di essere stati plagiati e costretti a consegnargli denaro e beni immobili. L’obiettivo dichiarato da don Lelio era quello di creare una nuova Chiesa «non corrotta» e di trovare «ragazzi da inviare in seminario per colonizzare la struttura ecclesiale». Le presunte vittime si rivolgono alla curia e poi scrivono al Papa sollecitando le sanzioni previste dai tribunali ecclesiastici in attesa che arrivi il giudizio della magistratura ordinaria. Si tratta di fatti avvenuti molti anni fa, temono che alcuni reati vadano in prescrizione. La Chiesa intanto decide di intervenire. Il 2 aprile scorso l’arcivescovo di Firenze Ennio Antonelli e il suo ausiliare Maniago vengono ricevuti in Vaticano da Benedetto XVI proprio per affrontare la vicenda e decidere gli eventuali provvedimenti. Il processo penale amministrativo autorizzato dalla Congregazione per la dottrina della fede è già stato avviato.

    E si conclude qualche settimana dopo con una condanna che lo stesso Antonelli definisce «esemplare»: don Cantini è colpevole non soltanto di abusi sessuali, ma anche di «falso misticismo e controllo delle coscienze». Un plagio dunque. Il parroco non potrà più svolgere alcuna attività, viene di fatto interdetto. Il provvedimento del cardinale si chiude con la difesa della «serietà, della dedizione e della fedeltà del vescovo Maniago». In procura alcuni testimoni raccontano però una diversa verità. Due dipendenti della curia e due sacerdoti accusano Maniago di aver sempre saputo quale fosse la vera attività di don Cantini, che era il suo padre spirituale, e di averlo «coperto». Lo accusano soprattutto di aver partecipato alla gestione del patrimonio immobiliare sottratto ai parrocchiani. Poi vanno oltre e sostengono che anche lui avrebbe partecipato a festini a luci rosse. Parlano di diversi episodi, l’ultimo sarebbe avvenuto nel 2003. «Più volte – affermano – ci ha minacciato per costringerci al silenzio, ma adesso non possiamo più tacere».

    I magistrati li ritengono attendibili e dispongono verifiche mirate. Acquisiscono i tabulati di un cellulare intestato alla curia di Firenze che risulta in uso al vescovo Maniago. Verificano le chiamate effettuate e ricevute tra gennaio e giugno scorsi. Accertano numerose telefonate tra lui e la perpetua, scoprono che almeno due volte l’alto prelato ha contattato il convento dove don Cantini si era rifugiato. Adesso vogliono scoprire il motivo di quelle conversazioni. Capire se sia giustificato dallo svolgimento del processo o se invece nasconda la volontà di accordarsi con i due. Il 21 aprile si presenta in procura Paolo C., 40 anni. Dice di aver deciso di parlare dopo aver letto i giornali, aver saputo quanto stava accadendo. E torna indietro di dieci anni. «Era agosto 1996 – racconta – e io, che sono omosessuale, avevo messo un annuncio su un giornale, nella rubrica “incontri sadomaso”. Attraverso il fermo-posta fui contattato da una persona che mi diede appuntamento alla Certosa. Quando arrivò mi accorsi che era un sacerdote. Mi portò in una parrocchia vicino Cecina dove c’era anche un dormitorio estivo. Mi disse di chiamarsi don Andrea. Lì trovammo un altro prete e due ragazzi, certamente meridionali. Ebbi con lui un rapporto sessuale, poi rimasi la notte. Il giorno dopo mi dissero che sarebbe arrivato quello che loro chiamavano “il padrone”. La sera ci fu l’incontro di gruppo, quel sacerdote l’ho riconosciuto in fotografia. Era Claudio Maniago ».

    L’uomo entra nei dettagli, si sofferma sui particolari. «A un certo punto dissi basta, non potevo continuare». Paolo C. ricorda la sua fuga, la crisi. Dice di averne parlato con don Andrea «che in seguito mi aveva contattato varie volte». E aggiunge: «Mi offrirono dei soldi, poi mi fecero un bonifico. Avevo paura che si potesse pensare a una sorta di estorsione per comprare il mio silenzio, ma loro mi dissero che volevano farmi soltanto un’offerta». Sono poco più di tre milioni di lire. Il testimone fornisce i dati per risalire all’operazione, i pubblici ministeri delegano la polizia a effettuare le verifiche. Il passaggio di denaro viene rintracciato sulla Banca delle Marche. Ora proseguono gli accertamenti patrimoniali per scoprire se ci siano stati altri episodi analoghi. Soltanto quando il quadro sarà completato si deciderà se formalizzare le accuse. Prima dell’iscrizione nel registro degli indagati i magistrati vogliono incrociare i dati a disposizione ed effettuare altri riscontri.

    Fiorenza Sarzanini


    Firenze sadomaso, la Curia indaga
    Presunto coinvolgimento vescovo Maniago
    Orge sadomaso e minacce ai testimoni. Questo il terribile sospetto che aleggia sul capo di Claudio Maniago, vescovo ausiliare di Firenze e allievo prediletto di don Lelio Cantini, il parroco di Firenze di 82 anni riconosciuto colpevole dai suoi superiori di abusi sessuali nei confronti di alcune ragazze. Ora anche la Curia vuol vederci chiaro, dopo che è stato reso noto che gli inquirenti intendono stabilire quali rapporti vi fossero tra loro.
    La vicenda
    Dopo tre anni di voci, accuse e denunce, don Cantini e la sua perpetua Rosanna Saveri, travolti dallo scandalo a luci rosse, si rifugiano in un convento per sfuggire al clamore che il caso ha suscitato. Perché sono ormai almeno venti le donne che accusano il sacerdote di averle violentate quando erano minorenni. Numerosi parrocchiani sostengono di essere stati plagiati e costretti a consegnargli denaro e beni immobili.
    Oltre alla magistratura, intervengono le alte sfere ecclesiastiche, con papa Benedetto XVI deciso a far chiarezza. Le “indagini” interne, come riportao Corriere e Repubblica, terminano con una condanna esemplare: don Cantini è colpevole non soltanto di abusi sessuali, ma anche di “falso misticismo e controllo delle coscienze”. Il parroco non potrà più svolgere alcuna attività, viene di fatto interdetto. Il provvedimento si chiude con la difesa della “serietà, della dedizione e della fedeltà del vescovo Maniago”, il quale viene però accusato da alcuni testimoni raccontano di aver sempre saputo quale fosse la vera attività di don Cantini, che era il suo padre spirituale, e di averlo “coperto”.
    I magistrati ritengono attendibili tali testimoni, soprattutto uno. Accertano numerose telefonate tra lui e la perpetua, scoprono che almeno due volte l’alto prelato ha contattato il convento dove don Cantini si era rifugiato. In particolare un uomo, che si dichiara omosessuale, racconta un episodio del ’96. “Avevo messo un annuncio su un giornale, nella rubrica ’incontri sadomaso’”.
    “Attraverso il fermo-posta – prosegue – fui contattato da una persona che mi diede appuntamento alla Certosa. Quando arrivò mi accorsi che era un sacerdote. Mi portò in una parrocchia vicino Cecina dove c’era anche un dormitorio estivo. Mi disse di chiamarsi don Andrea. Lì trovammo un altro prete e due ragazzi, certamente meridionali. Ebbi con lui un rapporto sessuale, poi rimasi la notte. Il giorno dopo mi dissero che sarebbe arrivato quello che loro chiamavano ’il padrone’. La sera ci fu l’incontro di gruppo, quel sacerdote l’ho riconosciuto in fotografia. Era Claudio Maniago”.
    Il testimone prosegue precisando di essere stato ricontattato da questo don Andrea che gli offrì dei soldi, oltre tre milioni di lire: “Avevo paura – ha verbalizzato – che si potesse pensare a un’ estorsione per comprare il mio silenzio, ma loro dicevano di volermi fare soltanto un’offerta”. Ora la Procura verificherà quanto di vero c’è in questa ricostruzione e se e quanto il vescovo Maniago, che non risulta ancora indagato, coprì don Cantini.


    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200709articoli/25846girata.asp

    Firenze, bufera sul vescovo:
    “E’ lui quello dei festini”

    Accuse contro l’ausiliare Maniago: «Orge sado-maso e minacce ai testimoni»

    GUIDO RUOTOLO

    FIRENZE
    Anche il Vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago, chiamato in causa da alcuni testimoni tra cui due sacerdoti e due dipendenti civili della Curia stessa, è finito nel tritacarne dei sospetti, dei veleni, delle accuse indicibili che stanno destabilizzando la Chiesa fiorentina, e che ha visto già una testa cadere, quella di don Lelio Cantini, ex parroco della chiesa «Regina della Pace», indagato – insieme alla sua perpetua «veggente», Rosanna Saveri – dalla Procura di Firenze per violenze sessuali, psicologiche e plagio.

    Lo scandalo di don Cantini
    Don Cantini è già stato «condannato» dal Vescovo, il cardinale Ennio Antonelli, al termine di un processo canonico – «essendo i fatti a lui contestati ormai lontani nel tempo e giuridicamente prescritti» -, al divieto (per cinque anni) di confessare, di celebrare messa e gli altri sacramenti, di assumere incarichi ecclesiastici. Ma quelle accuse, anche se lontane nel tempo (le violenze anche contro ragazze minorenni dai 12 ai 17 anni) sono state ritenute fondate. E l’inchiesta aperta dalla Procura di Firenze avrebbe anche raccolto testimonianze di abusi e di violenze più recenti.

    Nell’ambito di questa indagine sono emerse le accuse nei confronti del vescovo ausiliare, Claudio Maniago, che «sapeva» cosa faceva don Cantini e lo avrebbe protetto, coprendolo anche nella gestione (privatistica) del patrimonio immobiliare, frutto delle «donazioni» dei parrocchiani. Di più, secondo le testimonianze raccolte in Procura, anche il Vescovo Maniago avrebbe partecipato a degli incontri sessuali, l’ultimo nel 2003, e avrebbe «minacciato» i testimoni esortandoli al silenzio. L’alto prelato non sarebbe stato ancora formalmente iscritto sul registro degli indagati, anche se la Procura di Firenze ha avviato nei suoi confronti delle verifiche investigative sulla base dei testimoni che lo accusano: sono stati setacciati i tabulati telefonici del cellulare a lui riferibile e portate a termine, sembrerebbe con esiti positivi, delle prime verifiche bancarie. Storie indicibili, di festini a luci rosse. Le vittime delle violenze subite da don Cantini già nel 2004 si rivolsero al Vescovo Maniago, per chiedere aiuto. Ma non accadde nulla. Solo un anno dopo, si rivolsero al Vescovo Antonelli e il 20 marzo del 2006 addirittura a Sua Santità Benedetto XVI, a papa Ratzinger.

    Il 21 aprile scorso, il pm Paolo Canessa, riceve nel suo ufficio un uomo, P. C., gay dichiarato, che ha riconosciuto nella foto pubblicata sulle pagine locali di un quotidiano il vescovo Maniago, come colui che partecipò, nell’agosto di dieci anni fa, a un incontro «sadomaso». «Feci un annuncio sul periodico “Contattiamoci” nella rubrica “sadomaso” – verbalizza il testimone – e un giorno fui chiamato da una persona che poi seppi essere un sacerdote che si presentò come “don Andrea”, che mi diede appuntamento alla Certosa del Galluzzo a Firenze e che poi mi portò sulla costa vicino Cecina. Ebbi un primo rapporto con don Andrea, che poi mi ospitò in quella che indiscutibilmente era la canonica di una chiesa. La mattina dopo, don Andrea e un altro sacerdote, don Mauro, mi dissero di prepararmi che sarebbe arrivato il “padrone”. C’erano anche due “ragazzi di vita”, meridionali… Il “padrone” l’ho riconosciuto in fotografia, era Claudio Maniago…».

    Storia incredibile, quella verbalizzata da P. C. (in parte accennata sulle pagine locali di un quotidiano e per questo l’uomo è stato minacciato). Il testimone racconta della sua crisi, quella sera, del suo abbandono, della fuga. E che fu ricontattato da don Andrea che gli offrì (e poi diede) dei soldi, oltre tre milioni di lire: «Avevo paura – ha verbalizzato – che si potesse pensare a un’ estorsione per comprare il mio silenzio… ma loro dicevano di volermi fare soltanto un’offerta…».

    I soldi e la crisi
    P. C. ha indicato al pm Canessa la possibilità di trovare dei riscontri: «Quei soldi mi furono bonificati sul conto della agenzia 1 della Banca di Iesi (poi Banca delle Marche ndr.)». Effettivamente, dai primi accertamenti confermano una movimentazione proprio in quel periodo. Un «indizio» che non prova nulla ma che, evidentemente, rappresenta per gli inquirenti un punto a favore della credibilità del testimone. Ma non è soltanto questa «accusa» ad aver convinto la Procura di Firenze ad allargare le indagini sugli abusi sessuali compiuti da don Cantini, il padre spirituale, il «maestro» che ha guidato il Vescovo Maniago nel suo percorso che lo avrebbe portato ad indossare la tonaca. Ci sono i testimoni della Curia. E l’inchiesta del pm Canessa adesso vuole verificare la fondatezza di quelle «accuse».

    Mercoledì, 19 settembre 2007