Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Fabrizio De Andrè “Faber” – Genova

    Fabrizio De Andrè “Faber” – Genova

    IL PRETE PEDOFILO CHE MOLESTÒ FABRIZIO DE ANDRÉ

    Avevo dodici anni e, come tutti i figli di papà, frequentavo le medie all’Arecco dai gesuiti dove studiava tutta la Genova bene. Avevamo un padre spirituale, si chiamava B.P., che ogni mattina ci raccontava delle musse di dottrina, insomma ci spiritualizzava. Io allora avevo i pantaloni corti, data l’età.

    Una mattina mi infila una mano su per i pantaloncini. Io che da sei anni bazzicavo via Piave e via Trieste, a tirarmi i sassi con gli amici, queste cose le sapevo.

    E così ho capito subito, mi sono divincolato e sono scappato per i corridoi, urlando: Il padre B.P. è un buliccio.

    Dopo sette giorni arriva a mio padre una raccomandata che lo informa della mia espulsione.
    Mio padre mi chiede che cos’è questa storia, io gliela racconto e lui va dal provveditore agli studi e fa un casino.

    Morale: il prete viene cacciato dall’istituto.

    Da: Fabrizio De André. Amico fragile – Cesare G. Romana.

    https://www.facebook.com/photo?fbid=1451892032975145&set=a.639004217597268

  • Pedopornografia online: maxi operazione tocca anche Venezia. Arrestato anche un prete

    Pedopornografia online: maxi operazione tocca anche Venezia. Arrestato anche un prete

    Operazione “La Croix” della Polizia Postale: maxi-blitz contro la pedopornografia online, 33 perquisizioni in tutta Italia. Tre le persone arrestate, tra cui un prelato e un appartenente alle forze dell’ordine.

    Pedopornografia online

    Nelle ultime ore, la Polizia di Stato, sotto la guida del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, ha avviato un’importante operazione su scala nazionale per contrastare la diffusione di materiale pedopornografico online. L’operazione, denominata “La Croix”, è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Torino e ha portato all’esecuzione di 33 decreti di perquisizione in diverse città italiane.

    Le indagini

    L’indagine, iniziata oltre sei mesi fa, è stata condotta dal Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica di Torino. Gli investigatori, anche grazie ad operazioni sotto copertura, sono riusciti a identificare numerosi individui coinvolti nella distribuzione e promozione di contenuti illeciti realizzati attraverso lo sfruttamento sessuale di minori.

    Il “giustiziere virtuale”

    Al centro dell’inchiesta vi è un utente che, pur essendo coinvolto nella ricerca di materiale pedopornografico, svolgeva il ruolo di un improbabile “giustiziere”. Quest’ultimo, infatti, condivideva nei gruppi chiusi online informazioni e tracce digitali raccolte durante le sue interazioni con altre identità virtuali. Questo comportamento ha consentito agli inquirenti di approfondire le indagini e risalire agli altri soggetti implicati.

    Chat segrete

    Le comunicazioni tra gli utenti avvenivano tramite chat segrete, utilizzando un linguaggio in codice per mantenere l’anonimato e verificare la reciproca partecipazione a contenuti legati all’abuso sessuale. I partecipanti disponevano di materiale illegale di diversa natura, tra cui video che mostravano anche veri e propri atti di violenza sessuale.

    33 utenti coinvolti

    L’operazione ha richiesto un meticoloso lavoro di infiltrazione all’interno delle reti virtuali utilizzate dagli utenti coinvolti. Grazie a un accurato monitoraggio delle tracce informatiche lasciate durante le interazioni online, gli investigatori sono riusciti a risalire all’identità di 33 sospettati.

    L’esecuzione dei decreti di perquisizione ha coinvolto le sedi della Polizia Postale di Roma, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Cagliari, Palermo, Catania, Bari, Venezia e Trieste, in un’operazione congiunta che ha coperto gran parte del territorio nazionale.

    Arrestati un sacerdote e un appartenente alle forze dell’ordine

    Tra le persone coinvolte, si trovano individui di ogni età, provenienza geografica e posizione lavorativa: professionisti, operai e studenti. In particolare, tra gli arrestati, residenti nel milanese, cagliaritano e beneventano, figurano un appartenente alle forze dell’ordine e un prelato.

    Il coinvolgimento di giovani e giovanissimi in questi crimini è un aspetto allarmante dell’indagine. Questo fenomeno sembra essere facilitato dalla crescente familiarità delle nuove generazioni con le tecnologie, in particolare con le piattaforme di condivisione peer-to-peer. Proprio per questo, la Polizia Postale ha sottolineato l’importanza di intensificare gli sforzi sul piano della prevenzione, per arginare il pericoloso fenomeno della dipendenza dalle tecnologie digitali e dalla ricerca di contenuti illeciti online.

    Pedopornografia online: maxi operazione tocca anche Venezia. Arrestato anche un prete

  • La Scuola Cattolica è da far vedere ai vostri figli, altro che censura

    La Scuola Cattolica è da far vedere ai vostri figli, altro che censura

    “Il film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti. Questa lettura che appare dalle immagini, assai violente negli ultimi venti minuti, viene preceduta nella prima parte del film, da una scena in cui un professore, soffermandosi su un dipinto in cui Cristo viene flagellato, fornisce assieme ai ragazzi, tra i quali gli omicidi del Circeo, un’interpretazione in cui gli stessi, Gesù Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano. Per tutte le ragioni sopracitate la Commissione a maggioranza ritiene che il film non sia adatto ai minori di anni diciotto”.

    Con questa motivazione, la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche ha sentenziato che la Scuola Cattolica di Stefano Mordini, film che rievoca il terribile massacro del Circeo, non possa essere mostrato agli under 18. C’è qualcosa di inquietante che emerge da queste righe, dove l’attenzione inizialmente viene posta su una supposta equiparazione tra vittima e carnefice, salvo poi far emergere nella seconda parte il sospetto che la reale motivazione dietro la decisione della Commissione sia l’accusa di aver operato una mistificazione religiosa.

    Il timore è che sia questo il vero problema col film di Mordini, tratto dal romanzo di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega. Non una mancanza di profondità, non una violenza eccessiva (ammesso che oggi abbia ancora senso parlarne), ma il vecchio, obsoleto, delitto di lesa maestà religiosa, di offesa alla morale.

    La Scuola Cattolica è stato presentato all’ultima Biennale di Venezia, ottenendo recensioni abbastanza contrastanti, com’era del resto ovvio aspettarsi da un film, che ripercorre uno dei fatti di sangue più discussi e terribili, in quel terribile periodo in cui l’Italia era stretta nella morsa dell’eversione ad ogni livello.

    Andrea Ghira, Gianni Guido e Angelo Izzo, i tre giovanissimi carnefici che fecero inorridire il paese massacrando due ragazze in una residenza esclusiva sul litorale pontino, ci vengono mostrati seguendo il loro punto di vista e quello dei loro compagni di classe, di uno in particolare: Edoardo (Emanuele Maria Di Stefano).

    La sceneggiatura curata da Mordini, Massimo Gaudioso e Infascelli, ci porta di conseguenza dentro quella classe, dentro quell’istituto cattolico esclusivo, dove regnava un clima opprimente, fatto di bullismo, classismo, ipocrisia e una mancanza totale di dialogo tra docenti ed alunni.

    A tale realtà immutabile e corrotta, si accompagna la dimensione familiare, per Mordini la culla del male. Questa è la Roma di borghesi arricchiti, violenti e reazionari, oppure bigotti e decadenti. Sono tutti impegnati a mantenere l’ordine apparente della sacra istituzione familiare, così come la Patria e la Chiesa, anche quando tali dimensioni hanno perso di significato, sono nidi di menzogne.

    Lo vediamo negli occhi di Riccardo Scamarcio, padre fascista ed aggressivo, di Valeria Golino, madre iperprotettiva ed ingenua, nella sessualità torbida e affamata di Jasmine Trinca. Il sesso è il peccato goloso dei grandi, la prima volta è un rito tribale senz’amore, le donne, le ragazze, sono il premio al passaggio d’età. Un’omosessualità latente e pervasiva è soffocata dalla morale del tempo.

    La Scuola Cattolica è sicuramente un film non esente da difetti. Il fascismo che regnava nella mente di quei tre giovani, nell’ambiente che essi frequentavano, non appare se non fugacemente.

    Un paio di elementi del giovane cast poi non sono particolarmente convincenti, e la stessa rievocazione di quei terribili momenti che costarono la vita a Donatella Colasanti e Rosaria Lopez ha convinto molto alcuni spettatori, per nulla altri.

    Tuttavia bisogna assolutamente riconoscere a Mordini di averci saputo donare quello che nel nostro cinema di rado si concretizza: un ritratto sincero, genuino, brutalmente onesto dell’età giovanile, che spesso la nostra settima arte descrive con toni banali, idilliaci o retorici.

    Qui non vi è nulla di tutto questo, qui si abbraccia un mondo che tutti conosciamo molto bene. Per chi ha memoria, spesso gli anni del liceo sono i più brutali, i più impietosì, dominati da bullismo, intolleranza, sessismo e soprattutto dalla logica del branco che azzera l’individuo.

    Si potrà forse dire che i tempi sono cambiati, che la nostra società è mutata, ma forse lo è meno di quanto pensiamo.

    Basterebbe leggere i dati per capire quanto questo film sia incredibilmente attuale, qualcosa che i vostri figli necessitano di vedere. In Italia avvengono 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. E sempre da noi, un ragazzino su due è stato vittima di atti di bullismo, tutti concentrati nell’età che va dagli 11 ai 17 anni, proprio il pubblico escluso ora dalla visione di questo film.

    L’iter è sempre lo stesso: ingiurie, intimidazioni, ed infine percosse o anche peggio, il tutto nascondendosi alla luce del sole, di fronte ad adulti o ciechi o disinteressati. Il film ci descrive quella gioventù, la gioventù in generale, come il prodotto finale di un’Italia, di una Roma, divisa in tribù. Le famiglie in quegli anni 70 (come in questo ventunesimo secolo) nascondono il male sotto il tappeto, trattano i figli come un prolungamento delle proprie ambizioni naufragate, quasi accusandoli di aver rovinato il loro mondo perfetto.

    La Scuola Cattolica è un’istantanea del mondo in cui siamo cresciuti, di questa Italia che è un prodotto proprio di quella generazione che negli anni 70, si trovò alle prese con una progressiva perdita di ideali, con un materialismo dei corpi e degli affetti sempre più opprimente.

    Erano stati cresciuti da insegnanti e docenti che parlavano del Cristo, della Pietà, degli ideali contenuti nella Bibbia, salvo poi dimenticarsi di applicarli nella vita comune. Erano, sono troppo impegnati a restare sul loro narcisistico piedistallo, di fronte a quegli stessi ragazzi, che proprio lì, tra le mura scolastiche, non trovano la strada verso la propria identità, rimangono vittima del sonno della ragione. Sì, al netto di una visione parziale sulla natura e significato storico che ebbe quell’evento drammatico nel 1975, la Scuola Cattolica spaventa una parte d’Italia, la più vecchia, che difende il proprio regno bigotto.

    Questa censura diventa anche un po’ ridicola in un mondo in cui internet, la televisione, da decenni ci vomitano addosso nudità e violenza, la mercificazione del corpo femminile, il consumismo più amorale. YouTube ci mostra il peggio dell’esibizionismo fatto sulla pelle dei propri coetanei ogni giorno, e in questo mondo, questa Commissione cerca di farci credere alla solita bugia: quella di una gioventù innocente e delicata, che non possa comprendere la metafora sul male contenuta in questo film.

    Cristo non viene equiparato ai suoi carnefici, i tre massacratori del Circeo non sono posti sullo stesso piano delle loro vittime. Tuttavia tutti fanno parte dello stesso quadro, sono contenuti nella stessa immagine, nello stesso mondo, sono stati creati dalla stessa mano.

    Questa mano è quella della nostra società, la società italiana dove la discriminazione di genere, il machismo, la tirannia del più ricco e più forte, sono ancora oggi i codici invisibili della nostra vita quotidiana, fin dagli anni giovanili.

    Si tratta di qualcosa che i ragazzi di oggi conoscono molto bene, che gli arriva addosso attraverso altre forme, altri stimoli rispetto al passato, ma di cui saprebbero sicuramente riconoscere il volto feroce e impietoso che è sopravvissuto a quasi 50 anni di storia. A conti fatti, questo prepotente paternalismo, la mancanza di coraggio che si vede dietro questa censura, non sono poi tanto dissimili da quelli che albergavano in quei genitori e insegnati nel 1975.

    Ieri come oggi, la vera violenza è non voler parlare del male nel mondo, censurarlo, in nome di una narrazione inesistente a nostro uso e consumo, fatta per sopire il nostro senso di colpa, facendo pagare il prezzo ai nostri figli.

    Non ci serve la censura, ci serve parlare del perché questo succede nel luogo in cui succede: a scuola, dove questo film andrebbe mostrato, non nascosto. Proteggere il nostro senso di colpa, dietro la foglia di fico di una lesa religiosità, di un pudore nell’epoca in cui esso ha perso ogni legame con il reale, non ha senso.

    La Scuola Cattolica i vostri figli dovrebbero vederlo. Capirebbero l’immutata verità per la quale niente nulla accade solo a loro, ne intuirebbero il perché, e forse smetterebbero anche di vedere “i grandi” per quegli esseri perfetti che non sono mai stati.

    https://www.esquire.com/it/cultura/film/a37879393/la-scuola-cattolica-censura/


      Il massacro del Circeo
    Da uno studio virtuale, Giancarlo De Cataldo, con i filmati esterni realizzati da Alessandro Chiappetta, affronta un crimine che ha turbato profondamente le coscienze, non solo per la ferocia degli aguzzini, non solo perché i colpevoli erano degli insospettabili “ragazzi di buona famiglia”, o per quello scatto scolpito nella memoria collettiva che ritrae Donatella Colasanti, tumefatta e ricoperta di sangue, riemergere dal portabagagli di una 127 accanto al corpo senza vita di Rosaria Lopez, nel quartiere Trieste di Roma. Il massacro del Circeo è il caso giudiziario che ha cambiato il modo di percepire la violenza degli uomini sulle donne e il modo di vivere la giustizia nei casi di violenza: accanto alla vittima, diventata suo malgrado un simbolo, il movimento femminista invade le aule del tribunale, in un processo che diviene socialmente rilevante. La voce delle donne chiede giustizia in una maniera che non potrà più essere ignorata, tanto dai giudici quanto dalla società.
    https://www.raiplay.it/video/2023/01/Cronache-criminali-Il-massacro-del-Circeo-85b04ee4-0aa0-4eca-b1ce-f6a43618ac61.html
  • L’inferno di Francesco, 40 anni dopo gli abusi “Le nostre vite distrutte dal prete orco”

    L’inferno di Francesco, 40 anni dopo gli abusi “Le nostre vite distrutte dal prete orco”

    NICCOLÒ ZANCAN INVIATO A SAVONA – Quarant’anni non sono bastati per avere giustizia. «Era il 1979. Mio padre, un sorvegliante dello stabilimento Fiat di Mirafiori, fu trasferito in Liguria. Partimmo con lui. Ero un bambino di nove anni quando incominciai a frequentare la parrocchia di Spotorno affidata a don Nello Giraudo».

    Ora tutto è scritto in una perizia. E quella perizia certifica la violenza subita, il disastro emotivo, i problemi psichici, l’impossibilità di ritornare a una vita normale fino ad oggi. Quella perizia incomincia spiegando i fatti, e poi quantifica il danno. «I primi approcci da parte di don Nello iniziavano con abbracci e toccamenti con cadenza almeno settimanale. Negli anni seguenti, dal 1981 al 1986, gli abusi del parroco diventavano più frequenti e gravi, arrivando alla penetrazione. Venivano realizzati anche in occasione dei frequenti campeggi organizzati dal gruppo parrocchiale presso la casa dell’Agesci a Garessio, Prati delle Manie, Dronero.

    Purtroppo, i comportamenti di don Nello si caratterizzavano anche per la violenza usata sull’allora minore Zanardi…». «Questa è la mia storia», dice Francesco Zanardi che oggi ha 49 anni. «Non ho avuto altri rapporti sessuali fino a trent’anni. Mi sono drogato, mi sono disintossicato. Ho avuto un tumore al colon, improvvise crisi epilettiche del tutto inspiegabili. Ho perso il lavoro da elettricista. Ho impiegato molto tempo per cavare da me stesso tutto quello che mi era stato fatto».

    Ha fondato un’associazione che segue i casi italiani di vittime di abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Ma, soprattutto, ha messo insieme le vittime dello stesso prete pedofilo che ha violentato lui: cinque casi. Chiedono in totale 4 milioni e 700 mila euro di risarcimento alla Chiesa cattolica italiana per i danni biologici accertati dai periti. Esiste un solo precedente analogo a Trieste: una donna, in quella circostanza, è stata risarcita. Ora la curia può cercare un accordo entro il 15 novembre, oppure affronterà il processo civile.

    Sono vite distrutte. Tracolli. Malattie psicosomatiche. Bombe ad orologeria che si sono innescate, ogni volta, quando la vittima è riuscita a riconoscersi come tale. Un percorso tragico e molto lungo. I reati sono ormai prescritti. Solo un caso – il sesto – ha trovato ristoro nelle aule della giustizia penale.

    In quel procedimento, Nello Giraudo ha patteggiato la pena. Ha firmato la riduzione allo stato laicale il 27 marzo 2010. Oggi il prete spretato vive a Savona al piano terra di un palazzo del centro storico, cura le piante. Non ha mai rilasciato dichiarazioni. Ma in un verbale datato 21 dicembre 2011, davanti al pm Giovanni Battista Ferro, qualcosa aveva detto: «In passato ho effettivamente affrontato serie problematiche della sfera sessuale con psicologi competenti… Effettivamente parlai dei miei problemi anche con i miei vescovi, ma lo feci in confessione». Nato a Roccabruna in provincia di Cuneo nel 1954, Nello Giraudo ha fatto il seminario a Savona.

    È stato ordinato sacerdote il 27 settembre 1980. Primo incarico: vice parroco a Valleggia. Ed ecco cosa c’era scritto in un rapporto sul suo sacerdozio firmato dal vicario generale, monsignor Andrea Giusto, trovato dagli investigatori nella cassaforte della curia: «Mentre don Nello era vice parroco a Valleggia si è verificato il primo serio inconveniente. È stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino, tenuto sulle ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile». Affidano proprio a lui una comunità per minorenni disagiati a Feglino.

    Seguono altre segnalazioni, altri sospetti. Ma don Nello Giraudo continua a stare a contatto con i bambini. Annota ancora monsignor Giusto: «Attualmente, estate 2003, nulla è trapelato sui giornali. Don Nello si è impegnato a incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare un miglior equilibrio». Anche Papa Ratzinger era stato informato. Tutti sapevano. Lo sapevano dall’inizio, ma i bambini non sono mai stati messi al riparo.

    Una situazione che il gip di Savona Fiorenza Giorgi, firmando l’archiviazione di un caso per avvenuta prescrizione, ha riassunto con queste parole: «È triste dirlo, la sola preoccupazione dei vertici della curia era quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima». Il nuovo vescovo di Savona, monsignor Gero Marino, sceglie di non commentare la notizia della richiesta di risarcimento danni. Due mesi fa ha attivato un centro di ascolto aperto anche ai minorenni: «Il desiderio è quello dell’assoluta trasparenza». Nessuno, però, ha ancora dato una risposta a Francesco Zanardi, violentato in parrocchia quando era un bambino di 9 anni. «Mi auguro che si possa trovare un accordo.

    Non ce l’ho con il vescovo, neppure con la Chiesa. Tutti noi, abusati da quel prete pedofilo, chiediamo soltanto di essere visti. Solo allora forse, dopo quarant’anni, potremmo incominciare finalmente una nuova vita».

    La STAMPA del 12-7-19
    La Stampa

  • Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Confermata la rivelazione della “Verità”: monsignor Delpini fu informato subito dopo

    di Giorgio Gandola

    “Ho avvertito subito il mio vicario episcopale e ho chiesto che don Mauro venisse spostato”. Allora il giudice Ambrogio Moccia, presidente della quinta sezione penale del tribunale di Milano chiede: chi era il vicario episcopale? E il teste don Alberto Rivolta, responsabile della pastorale giovanile della parrocchia di Rozzano, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Era don Mario Delpini”. Quel “subito” risuona nell’aula e catalizza per un attimo l’attenzione; significa che l’attuale arcivescovo di Milano nei giorni immediatamente successivi il 19 dicembre 2011 sapeva che don Mauro Galli aveva dormito con un ragazzino di 15 anni nel suo lettone e secondo l’accusa avrebbe abusato di lui.

    Al terzo piano di palazzo di giustizia va in scena la triste vicenda che mette in imbarazzo la curia di Milano. Al centro del processo c’è un diacono che invita un ragazzino a casa sua per confessarlo, trascorre la notte nello stesso giaciglio (nonostante nell’abitazione ci fossero un altro letto e un divano) e una volta accusato di abuso dal giovane sotto shock e dalla sua famiglia, si difende con i superiori dicendo di averlo “solo abbracciato per il petto per impedire che cadesse dal letto dopo aver avuto un incubo”. Invece di essere sospeso, avviato a un procedimento canonico che approfondisca l’accaduto e in ogni caso allontanato dai minori, viene spostato da Rozzano a Legnano, sempre in provincia di Milano, ad occuparsi della pastorale giovanile di quattro parrocchie. La decisione allunga un’ombra sul comportamento dell’attuale arcivescovo, come se la legittima e perfino nobile volontà di aiutare un prete a non annegare nello scandalo fosse preminente rispetto a quella di proteggere altre potenziali giovani vittime.

    Le parole di don Rivolta mostrano quanto fosse turbata la comunità parrocchiale. “Il giovane mi ha rivelato più avanti che oltre al petto si era sentito toccare i piedi e, molti mesi dopo, che era stato violentato. Il ragazzo portava su di sé la fatica di questo evento e non ha mai cambiato versione. La richiesta di allontanamento l’abbiamo fatta insieme io e don Carlo”. Don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, anche lui chiamato a deporre. E anche lui conferma che “per me, per don Alberto e per don Mario Delpini aveva senso che don Mauro venisse spostato. Lui non ha battuto ciglio, con quello che era accaduto non poteva porre condizioni”.

    Nonostante un comunicato della diocesi – che continua ad essere la stella polare di (quasi) tutti i media – sottolinei che solo nel 2014 fu fatta luce su quella notte, gli atti processuali e le testimonianze dicono che l’arcivescovo venne subito informato della cupa vicenda.

    Ma la curia, allora guidata da Angelo Scola, non la portò fino in fondo, non seguì le regole del diritto canonico e gli inviti dei due papi. L’indagine conoscitiva interna è stata avviata solo nel 2015.

    L’udienza ha la sua star. È il professor Enzo Kermol, psicologo di fama internazionale, docente universitario a Trieste e Gorizia, esperto nell’individuare gli stati d’animo (per esempio se un teste dice la verità o mente) attraverso le microespressioni facciali. Affianca i difensori dell’accusato e non rimane indifferente quanto viene chiamata a deporre Laura Ricci, allora animatrice dell’oratorio e amica del cuore della vittima. È il momento più toccante. “Don Mauro aveva un gruppetto di preferiti e non c’erano femmine. Il giorno dopo il fatto il mio ex ragazzo era scosso, non riusciva a parlare. Ho pensato subito che don Mauro avesse abusato di lui. Era solare, aperto, ma dopo quella notte si è chiuso in sé stesso, stava male. Non voleva essere più abbracciato, neanche da me”.

    (trascrizione da LaVerità del 9 marzo 2018)

  • Sacerdoti e pedofilia, Zanardi: “Con il nuovo vescovo di Albenga nulla è cambiato”

    Sacerdoti e pedofilia, Zanardi: “Con il nuovo vescovo di Albenga nulla è cambiato”

    Non stiamo parlando della recensione di un nuovo libro di Marcello Simoni, dal titolo “La diocesi dei cento peccati”, ma di quell’oscuro mondo che si cela a volte dietro la veste di un prelato. La diocesi di Albenga è stata spesso passata al setaccio per alcuni fatti di cronaca nel corso degli anni. Infatti si registrano casi di pedofilia, sacerdoti indagati per abusi sessuali nei confronti di donne, aspiranti sacerdoti con fede debole ammessi in seminario, preti indagati per circonvenzione d’incapace, religiosi fuggiti con i soldi delle parrocchie, alcuni preti sorpresi in locali notturni malfamati e molto altro.

    L’argomento preti, abusi sessuali e pedofilia rappresenta un tema difficile e delicato da trattare perché pone sotto i riflettori una categoria di persone cui vengono affidati i minori perché se ne occupino, perché li formino e non soltanto dal punto di vista dell’educazione. E’ emerso però dall’incrocio di diverse testimonianze che in alcuni casi alcune persone in difficoltà economiche avrebbero acconsentito ad attenzioni sessuali in cambio di denaro.

    Stiamo parlando di un sottobosco diffuso, seppellito e nascosto, di atteggiamenti morbosi, di esplicite attenzioni sessuali e violenze su minori e persone indigenti. Si ha paura di parlarne perché si ha paura di incappare nell’accusa di pregiudizio, nell’avversità e nei confronti del clero.

    Non solo di fronte alle inchieste giudiziarie, ma anche al moltiplicarsi di voci, anche se non sempre controllate, il sentire comune contro la pedofilia è sempre più d’attualità. Vale non soltanto per le diocesi savonesi (Albenga-Imperia e Noli-Savona), ma per tutti quegli ambienti dove prevalga la promiscuità, il contatto, non controllato tra adulti e bambini e tra personaggi abbienti di chiesa e persone indebolite dall’indigenza, che vendono il proprio corpo al costo di sopravvivere.

    Grazie alla sensibilità contemporanea i riflettori si stanno accendendo sulle “volpi del pollaio”, affinché vengano alla luce i casi gravi e condannabili di abuso o di molestie verso i più deboli, quelli che sino a qualche anno fa venivano nascosti o taciuti. A vigilare anche la Rete L’Abuso con Francesco Zanardi, da anni impegnato a tutela delle vittime della pedofilia. Abbiamo raccolto la sua opinione sul passaggio di consegne alla guida della diocesi di Albenga-Imperia.

    Cos’è cambiato dopo l’avvicendamento tra il Vescovo Oliveri ed il nuovo Vescovo Guglielmo Borghetti nella diocesi di Albenga?

    “L’ambiente ecclesiastico della Diocesi di Albenga è sempre stato un luogo limaccioso, contornato di segreti invisibili che negli anni sono stati cementati tra le mura di questa struttura religiosa. Dopo l’insediamento del nuovo vescovo tutto è finito per il momento sotto il tappeto, se ne parla pochissimo quasi come se fossimo in un territorio dove regni l’omertà. Sembra sempre che io ce l’abbia con la chiesa, ma non ce l’ho affatto con la chiesa, comunque con l’arrivo di Borghetti non è cambiato nulla, la chiesa copre ancora troppi casi, lasciando al loro posto preti pedofili e Papa Francesco non sta davvero cambiando le cose. Monsignor Borghetti è arrivato nella diocesi di Albenga come coadiutore nel gennaio del 2015, su scelta di Bergoglio, dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, però nulla purtroppo è cambiato. La diocesi di Albenga è da sempre stata un rifugio pecatorum per diversi preti già condannati per pedofilia in altre regioni e poi trasferiti e lì accolti. E’ sempre stata la diocesi degli scandali per tanti anni. Io stesso, da bambino, fui abusato da un sacerdote proprio in questa diocesi, a Spotorno, dagli 11 ai 16 anni. Vicenda che si è ultimata con la condanna del prete nel 2012. A causa di questa esperienza con l’associazione abbiamo dovuto cercare un modo per abbattere i tempi di prescrizione e siamo partiti dal fatto che la pedofilia non passa, continua nel tempo. E così ci siamo messi a cercare altre vittime, vittime di reati non ancora caduti in prescrizione. Le abbiamo trovate e abbiamo denunciato. In questo modo siamo riusciti, non solo nel caso del mio abusatore, ad innestare dei procedimenti penali per dare giustizia alle vittime”. 

    E cosa dice di Monsignor Mario Oliveri?

    “Il predecessore di Borghetti, il presule Mario Oliveri, aveva aperto le porte della diocesi a numerosi sacerdoti che avevano avuto problemi, avendo così a disposizione numerosi religiosi deboli. Sicuramente sapeva da dove venivano queste persone. Tra i vari nomi degli scandali possiamo annoverare: quello di don Paolo Piccoli, rinviato a giudizio dalla procura di Trieste per l’omicidio di un sacerdote. Poi, quello di don Francesco Zappella, ordinato sacerdote in diocesi dopo essere stato condannato a quattordici mesi per abusi sessuali su minore nel 1992 a Pinerolo (Torino), quello di don Luciano Massaferro, di Alassio (Savona) arrestato nel 2009 e condannato per aver molestato una chierichetta e don Sandro Marsano, poi suo segretario nonostante l’arresto per un furto di libri dalla biblioteca Girolamini di Napoli. E infine c’è poi il caso di don Renato Giaccardi, condannato per isitigazione alla prostituzione minorile a Cuneo, e poi accolto ad Albenga. Insomma, una serie di personaggi indagati in varie zone d’Italia che poi ci siamo ritrovati in questa diocesi. Lo stesso Oliveri ha attirato voci pesanti, ma tutto è passato nel dimenticatoio”.

    Ad Albenga si è appena concluso il Giubileo straordinario della Misericordia che ha concesso a migliaia di fedeli tra cui anche sacerdoti, due vescovi e seminaristi, la possibilità di incontrare l’abbraccio misericordioso del Padre nella confessione dei propri peccati. Un modo semplice per potersi rinnovare agli occhi di Dio, partecipando alle celebrazioni del Giubileo della Misericordia. Lei pensa che questo vuole essere il segno di una pacificazione? 

    “Il vescovo Borghetti ha dichiarato che in quest’anno Giubilare c’è stato ‘un risveglio di passione per Gesù Cristo volto della Misericordia del Padre e che si è trattato di un anno di grazia davvero terapeutico per la nostra diocesi e sono convinto per tutta la Chiesa’. ‘Terapeutico’ è un termine forte, però non penso che un anno Giubilare consenta di cancellare quanto sia accaduto in precedenza. Inoltre, come ci si può sentire di fronte a simili argomentazioni quando secondo un’inchiesta appena pubblicata dalla nostra rete L’Abuso, esisterebbero alcune strutture della chiesa dove vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche tra cui la pedofilia, spesso per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena agli arresti domiciliari. Sono almeno 100 i sacerdoti attualmente indagati per pedofilia e più di 120 condannati solo negli ultimi 15 anni e ben 5 solo nella diocesi di Albenga”. 

    Il Governo italiano, a differenza degli altri Stati europei, non si è mai occupato in modo approfondito del problema. Cosa pensa sulla posizione di Papa Bergoglio nei confronti delle sue “pecorelle smarrite”?

    “Non c’è peccato che Dio non possa perdonare, ha così dichiarato il Pontefice Francesco. Infatti ha chiarito che ‘l’unica condizione è quella di sentirsi peccatori, perché la misericordia di Dio non cancella l’esistenza del peccato. La Chiesa condanna il peccato perché deve dire la verità. Ma allo stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale, lo avvicina, gli parla della misericordia infinita di Dio’. Bisognerebbe andarlo a dire alle vittime di abuso, che il perdono serva per raggiungere la serenità del cuore e che rappresenti la condizione necessaria per vivere felici. Ma gli abusi di cui si sono macchiati certe persone e che passando attraverso la Porta Santa si siano potute anche redimere, resteranno comunque impuniti. I peccati commessi oltre a rimanere un’impronta negativa, nella vita degli abusati, potranno pur sempre essere perdonati dalla chiesa, ma non da chi li ha subiti”. 

    Maurizio Losorgio

    http://www.savonanews.it/2016/11/15/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/sacerdoti-e-pedofilia-zanardi-con-il-nuovo-vescovo-di-albenga-nulla-e-cambiato.html

  • Pedofilia e narcisismo tra i preti, il Papa sostituisce il vescovo di Albenga

    Pedofilia e narcisismo tra i preti, il Papa sostituisce il vescovo di Albenga

    ALBENGA – Papa Francesco ha accettato le dimissioni presentate da monsignor Mario Oliveri, dall’ottobre 1990 vescovo di Albenga-Imperia. Al suo posto ha nominato mons. Guglielmo Borghetti, finora coadiutore della medesima diocesi.

    Mons. Borghetti era arrivato nella diocesi di Albenga come coadiutore nel gennaio del 2015. La scelta di Papa Francesco era arrivata dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, tutti raccolti in un dossier che il nunzio apostolico Adriano Bernardini consegnò a papa Francesco dopo una ‘visita’ alla diocesi.

    Mons. Mario Oliveri aveva aperto le porte della diocesi a numerosi sacerdoti che avevano avuto problemi, avendo così a disposizione numerosi religiosi deboli. L’ultimo scandalo porta il nome di don Paolo Piccoli, rinviato a giudizio dalla procura di Trieste per l’omicidio di un sacerdote. Dopo quell’episodio don Piccoli si era trasferito ad Albenga come cappellano in una clinica. Ma mons. Oliveri, tradizionalista nella liturgia (ama la messa in latino), 72 anni, aveva accolto anche don Francesco Zappella, ordinato sacerdote in diocesi dopo essere stato condannato per abusi nel 1991 a Pinerolo (Torino), e don Luciano Massaferro, di Alassio (Savona) arrestato nel 2009 e condannato per aver molestato una chierichetta e don Sandro Marsano, poi suo segretario nonostante l’arresto per un furto di libri dalla biblioteca Girolamini di Napoli.

    A monsignor Oliveri veniva rimproverato di aver accolto in seminario aspiranti sacerdoti senza aver esaminato con attenzione la reale vocazione dei giovani e questo avrebbe generato preti ‘deboli’ protagonisti di casi di pedofilia o di narcisismo, tanto da posare nudi su Facebook. Ma in diocesi ci sono stati anche preti che sono fuggiti con la cassa della parrocchia o che hanno fatto i barman in locali notturni, o che si sono fatti tatuare, o che hanno corteggiato le fedeli, o che vivevano con l’amico del cuore.

    “Non mancherò nei confronti del nuovo vescovo, al quale dico la mia cordiale vicinanza spirituale, e nei riguardi della Chiesa che ho retto e governato e che ora egli deve guidare e nei comportamenti in conformità a quanto mi è chiesto dalla Santa Sede e cioè di contribuire al rasserenamento degli animi, al mantenimento della pace nei cuori dei sacerdoti e dei fedeli”. Lo ha scritto mons. Oliveri in una lettera.

    Nelle parole del vescovo chiaro il richiamo alle contrapposizioni tra la parte del clero a lui fedele, nonostante gli scandali, e quello che ha accolto benevolmente l’arrivo del vescovo coadiutore, mons. Guglielmo Borghetti nel marzo del 2015. I fedeli saluteranno Oliveri il 15 settembre alle 18 nella cattedrale di San Michele a Albenga.

    Nella sua lettera l’ex vescovo scrive anche: “Lascio con dolore poiché ho amato tutto quello che ho fatto in questi 26 anni in diocesi e ringrazio la Misericordia Divina per la continua assistenza per non avermi mai lasciato cadere in scoraggiamenti o delusioni, anche davanti a ciò che di meno positivo c’è stato, in alcuni aspetti, negli anni del mio episcopato”.

    http://www.primocanale.it/notizie/pedofilia-e-narcisismo-tra-i-preti-il-papa-sostituisce-il-vescovo-di-albenga-175702.html

  • Sesso nei bagni pubblici, patteggiamento per otto

    Sesso nei bagni pubblici, patteggiamento per otto

    Pene da un minimo di due mesi a un massimo di sei per atti osceni in luogo pubblico. In due hanno pagato una maximulta

    di Pier Paolo Garofalo

    TRIESTE Hanno preferito patteggiare, per potere usufruire di una riduzione della pena e, verosimilmente, soprattutto per evitare d’incorrere in un processo a porte aperte, che li avrebbe esposti all’attenzione di media, pubblico e opinione pubblica.

    Sono otto uomini tra quelli, ben 51, accusati di atti osceni in luogo pubblico, e altri relativi alla vicenda degli incontri tra omosessuali e tra esibizionisti che sono avvenuti per mesi nei bagni del Giardino pubblico De Tommasini di via Giulia e, particolare aggravante che ha impedito la completa depenalizzazione del reato, all’ingresso della palazzina stessa. Tale circostanza, che aveva innescato il caso, avendo fatto scattare una segnalazione da parte di una mamma, fruitrice dell’area verde, ha determinato infatti la possibilità che le pratiche sessuali o comunque contrarie alla decenza potessero avvenire davanti agli occhi di bambini o comunque di minorenni.

    Gli investigatori della Polizia locale, che paradossalmente hanno un piccolo ufficio proprio sopra il sito “proibito”, attraverso telecamere nascoste che “coprivano” la zona interessata, avevano accertato casi di rapporti orali omosessuali, gesti di autoerotismo e altri, non necessariamente riferiti a pratiche gay. In totale erano finite sotto indagine 51 persone, tra le quali alcuni dipendenti pubblici e perfino un sacerdote. La loro età variava dai 20 ai 74 anni; alcuni erano anche sposati. La vicinanza della sede della Municipale avrebbe reso, per alcuni degli imputati, gli incontri ancora più “eccitanti”.

    L’altro ieri gli otto accusati del reato 527 del Codice penale (comma 2), le cui vicende giudiziarie erano state seguite dal pm Maddalena Chergia, davanti al presidente della Sezione Gip Guido Patriarchi hanno così patteggiato.

    Beneficiando delle riduzioni previste dalla legge, si tratta di pene da un massimo di 6 mesi e 20 giorni di reclusione a un minimo di due mesi. Tra gli otto, cinque triestini, un monfalconese, un italiano nato a Palmanova e abitante a Trieste, che ha ricevuto la condanna più pesante e l’unico a non avere usufruito della sospensione condizionale della pena, per averne già beneficiato due volte. È quello incolpato del maggior numero di episodi.

    Infine un cittadino rumeno, domiciliato alla Caritas di Trieste, che ha avuto la condanna più lieve, relativa a un unico atto osceno.

    In due casi gli imputati hanno optato per la possibilità di commutare in multe le condanne alla reclusione. Multe pesanti: così 3 mesi sono “valsi” 22.500 euro; 3 mesi e 17 giorni di cella sono stati “parificati” a 26.750 euro.

    In ambienti giudiziari si sottolinea la soddisfazione per il valore rassicurante, nei confronti di tutti i frequentatori del “De Tommasini”, delle varie fasi dell’iter giudiziario che coinvolge un così alto numero di persone.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2016/06/25/news/sesso-nei-bagni-pubblici-patteggiamento-per-otto-1.13720976

  • Sesso nei bagni pubblici a Trieste, maximulta al prete

    Sesso nei bagni pubblici a Trieste, maximulta al prete

    Raffica di patteggiamenti tra i 37 indagati per atti osceni in via Giulia. Pena pecuniaria di 30mila euro, sospesa, per il sacerdote

    di Corrado Barbacini

    TRIESTE A piccoli gruppi – quasi di nascosto – patteggiano e chiudono la loro imbarazzante vicenda giudiziaria, iniziata la scorsa estate nei bagni pubblici del giardino di via Giulia, che si trovano proprio sotto la sede della polizia locale. Lì dentro sono stati infatti immortalati dalle telecamere piazzate proprio dagli agenti, avvisati dalle mamme dei bambini mentre, come si legge nell’ordinanza, «facevano cose disgustose», davanti agli occhi dei ragazzini. L’accusa per i 37 indagati è quella di atti osceni in luogo pubblico in presenza di minori. Molti di loro, però, come detto stanno uscendo da questa storia prima del dibattimento, evitando così che il Comune, proprietario dell’immobile, possa costituirsi parte civile chiedendo loro i danni arrecati quantomeno all’immagine.

    Pochi giorni fa è stato chiuso davanti al gip Luigi Dainotti il primo patteggiamento riguardante cinque esibizionisti. Ieri mattina davanti al gip Giorgio Nicoli è stata la volta di altri sei indagati, tra cui anche un sacerdote. Che, all’epoca, si era giustificato dicendo di essere andato in quei bagni per sfogo. «Se mi avessero bloccato subito – aveva detto – mi sarei reso conto di quello che stavo facendo…». Il suo difensore, l’avvocato Luca Maria Ferrucci, ha concordato con il pm Maddalena Chergia (in aula era presente il pm Massimo De Bortoli) una pena pecuniaria (sospesa) di 30mila euro. Il sacerdote era stato filmato mentre – con la porta aperta – si appartava con un altro frequentatore dei bagni pubblici. Un altro esibizionista, un uomo di 52 anni, sempre difeso dall’avvocato Ferrucci ha scelto di chiudere la partita con la pena pecuniaria, sempre sospesa, di 15mila euro.
    È stata definita anche la posizione del “viaggiatore”, l’uomo residente a Roma che veniva regolarmente a Trieste in treno per incontrarsi nei bagni pubblici di via Giulia. Ovviamente finché gli agenti lo hanno bloccato in compagnia di un amico occasionale. I due si esibivano, “en plain air”, con la porta aperta, davanti ai bambini. Per il viaggiatore e gli altri due indagati le pene patteggiate e dunque sospese sono state di 2 e 3 mesi. In aula presenti i difensori, gli avvocati Fabio Campanella, Giovanna Augusta de’ Manzano e Alessandra Devetag.

    Il sacerdote sessantenne pedinato e fermato è stato sospeso e non può dire messa «Non cercavo piacere ma sollievo dal dolore. Sono depresso. Chiedo perdono»
    L’indagine era partita da una segnalazione verbale ai vigili urbani: gli approfondimenti erano stati avviati a inizio luglio e avevano portato ben presto alla denuncia di due uomini. Di segnalazioni, poi, ne erano arrivate altre. Così gli agenti avevano installato una serie di telecamere in prossimità della porta dei bagni pubblici. Gli accertamenti erano andati avanti per settimane, portando a galla un fenomeno che all’inizio aveva coinvolto addirittura 51 persone. Gli agenti li aspettavano nei pressi della palazzina. Poi li fermavano: «Documenti, prego». In pochi giorni il cerchio investigativo si era chiuso puntando esclusivamente a coloro i quali si erano esibiti in pubblico, e cioè con la porta aperta. E alla fine sono stati evidenziati gli episodi che costituiscono reato. Esibizioni «disgustose», erano state definite. Ora i patteggiamenti. In silenzio.

  • Trieste, il prete sorpreso dai vigili «Ho sbagliato ma sto male»

    Trieste, il prete sorpreso dai vigili «Ho sbagliato ma sto male»

    di Gianpaolo Sarti

    «Andavo in quei bagni per sfogo. Sono depresso, mi sento solo. Capisce?». Entriamo in una sala fresca al primo piano della canonica. Un tavolo, due sedie, immagini sacre sulle pareti bianche. Ha una camicia estiva aperta al collo, pantaloncini sportivi, ciabatte ai piedi. Più che un prete, si direbbe un turista in ferie. Capelli corti, viso magro. È sulla sessantina, ma dimostra meno. Stava riposando in camera, come fa talvolta dopo il pranzo. Ha lo sguardo disteso, occhi sottili che conoscono il dolore altrui perché conoscono il proprio. È il sacerdote sorpreso dalla Polizia locale nel wc del giardino pubblico di via Giulia. È uno di quei cinquantuno identificati in questa incredibile storia di mezza estate. L’hanno visto toccarsi insieme a un altro uomo nelle scorse settimane, proprio lì, nei gabinetti davanti ai giochi dei bimbi, dove passano di continuo mamme e papà. «Era uno degli abituali», stando alle ricostruzioni gli investigatori. Due agenti in borghese l’hanno prima pedinato e poi fermato a pochi passi dalla comunità in cui abita.

    «Se mi avessero bloccato subito nei bagni mi sarei reso conto di quello che stavo facendo. Se mi avessero fatto capire che è grave fare queste cose in un posto pubblico mi avrebbero aiutato. Alla Polizia ho detto: “Mi avreste riportato alla realtà”». L’uomo seduto di fronte, prima che un sacerdote, è un uomo che sta male. Da tanto: «Dal 2003 soffro di depressione». Vive in una dimensione psicologica estremamente fragile e proprio per questo il giornale, che lo ha rintracciato, sceglie di non pubblicare né il nome, né la congregazione di religiosi alla quale appartiene, né la parrocchia. Il superiore ha già preso provvedimenti: è stato sospeso dall’esercizio pastorale, non può dire messa né confessare. Accetta di parlare per far comprendere cosa l’ha portato a quegli incontri omosessuali. Lo fa con ferma dignità e uno schematismo stupefacente. Come raccontasse di un altro, non di lui. Come se «quella cosa» fosse in qualche modo separata. «Non ero io – dice a un certo punto – anzi ero io, ma c’è qualcos’altro che mi muoveva».

    È consapevole, a mente fredda, di ciò che ha fatto: atti osceni in luogo pubblico frequentato da minori, un’aggravante questa che potrebbe costargli teoricamente, codice alla mano, fino a quattro anni e mezzo di reclusione. «È un comportamento – dice – che io per primo non approvo. La cosa che mi pesa di più è aver offeso la dignità di un’altra persona», afferma riferendosi ai partner con cui ha consumato l’atto sessuale. «La mia è una debolezza, ho problemi psicologici… Sto facendo delle cure con antidepressivi». Il sacerdote si blocca per un momento, per rivedersi nella mente quegli incontri nascosti. Lui, stimato e insospettabile prete di parrocchia. «Non andavo lì apposta – insiste – ci passavo e mi fermavo nel bagno. E talvolta succedeva. Ma non credo che i miei atti abbiano davvero un contenuto sessuale, intendo dire che non erano proprio la ricerca del piacere, anche perché non penso di essere omosessuale. I miei atti erano piuttosto motivati dal desiderio di liberarmi dal dolore e da un peso che mi porto dentro. Un modo per capire chi sono io. Ripensandoci – ripete – è come se quei momenti li vivessi fuori da me stesso. Prevaleva la forza depressiva, una forza che non so descrivere bene. Bisogna provarla per capirla. Sentivo una cosa che ti tira giù, che ti esaspera. Non credevo di fare male agli altri e non mi rendevo conto che era un luogo pubblico».

    Ogni tanto la voce trema, lievemente. Qualche pausa per cercare le parole giuste e poi riprendere: «Sono un uomo, ho sbagliato. Domando comprensione e perdono, come ci ricorda il Papa ci stiamo approssimando all’anno della misericordia».

    L’impressione è di un uomo tremendamente solo con le sue debolezze e il macigno della depressione. «Se ne ho mai parlato con i miei superiori e la mia comunità? Forse – spiega il sacerdote – non sono stato capace di farmi aiutare. Ma ci fosse stato qualcuno a rimproverarmi, dicendomi “Ma che fai?”, me ne sarei reso conto. Sarebbe bastato poco per riportarmi alla realtà. Io cerco di fuggire dal dolore che provo con quegli incontri, ma se trovo altro che mi può portare fuori dal momento oppressivo, lo seguo più volentieri. Qualcuno che mi tenga compagnia, che mi parli, che stia con me».

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/08/15/news/trieste-il-prete-sorpreso-dai-vigili-ho-sbagliato-ma-sto-male-1.11935357