Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Trieste, sesso gay davanti ai bambini: 51 denunciati, tra loro dipendenti pubblici e un sacerdote

    Trieste, sesso gay davanti ai bambini: 51 denunciati, tra loro dipendenti pubblici e un sacerdote

    Una mamma fa scattare le indagini: si esibivano nell’area lavandini dei bagni. Hanno tra i 20 e i 74 anni. Tra loro dipendenti pubblici e un sacerdote

    di Piero Rauber

    TRIESTE La verità sfuggente dentro il Giardino pubblico, tanto insospettabile quanto agghiacciante, come in un film di Dario Argento, era sotto gli occhi di tutti. Delle forze dell’ordine, che hanno un presidio al piano di sopra, e soprattutto delle mamme e dei bambini che frequentano abitualmente il vicino parco giochi, specie d’estate che le scuole sono chiuse. Ed è stata proprio una mamma, un mese e mezzo fa, a vederci bene per prima. «Facevano cose disgustose lì dentro», ha raccontato ai vigili urbani del Terzo distretto cittadino che ha sede giusto al piano di sopra. Al che è scattata una serie di indagini, a cura del Nucleo di polizia giudiziaria della stessa municipale, che ha scoperchiato un vaso di pandora, facendo venire a galla un fenomeno che, per lo meno nelle dimensioni, non poteva essere neanche minimamente immaginato.

    La verità ora non più sfuggente, in effetti, è che cinquantuno uomini dai 20 a 74 anni tra cui alcuni dipendenti pubblici e un sacerdote – ieri pomeriggio se n’è aggiunto l’ultimo che è stato beccato prima che la notizia diventasse di dominio pubblico – sono stati denunciati per atti osceni aggravati in luogo pubblico dopo essere stati sorpresi, e inchiodati con prove inequivocabili per immagini, a fare sesso a coppie o a esibirsi individualmente nei bagni al piano terra della palazzina di servizio del Giardino pubblico “De Tommasini” di via Giulia.

    Non chiusi a chiave dietro le porte dei wc, bensì nei paraggi dei lavandini esterni, in una zona aperta a tutti, dove l’accesso e il transito sono assolutamente liberi. Là dove un qualsiasi cittadino – e il pensiero va innanzitutto ai tanti bimbi, ragazzini e adolescenti che frequentano il giardino e il parco giochi al suo interno – può passare e deve avere il diritto di poterlo fare senza imbattersi suo malgrado in scene a sfondo esplicitamente sessuale.

    Una mezza estate insomma di “approfondimenti” mirati, delegati dalla Procura della Repubblica di Trieste diretta da Carlo Mastelloni al Nucleo “speciale” di investigatori degli stessi vigili urbani, ha detto purtroppo che i bagni del Giardino pubblico di via Giulia non erano teatro di fugaci e isolate performance di qualche vecchietto “bavoso”, come volevano le leggende della zona (e se qualcuno, per inciso, da ieri ironizza sui social che tanto era una cosa che si sapeva e che solo la Polizia locale non se n’era accorta, meglio allora avrebbe fatto a denunciarlo prima anziché sentenziare ora).

    I bagni, stando alle indagini, erano diventati una vera centrale d’incontri “per” e “tra” soli uomini a caccia a tutti i costi di un mix di trasgressioni tali da poterne scatenare l’eccitazione. Dall’idea che la si combinava in barba a chi lavorava tre metri sopra, al piano superiore, ovvero agli agenti della stessa Polizia locale, fino a quella di esibirsi evidentemente alla faccia di mamme e bambini. Emozioni forti. E soprattutto deviate, figlie «della stessa passione malata», come recitava ieri il comunicato stampa diffuso dal Comune (quello della municipale è d’altronde il corpo di polizia del Comune), un comunicato stampa fattosi pubblico soltanto dopo il nulla osta del procuratore capo Mastelloni e senza poi molti particolari, tutti per ora coperti dal massimo riserbo investigativo, comprese ovviamente le identità dei denunciati nonché quella del sostituto procuratore titolare del fascicolo d’indagine, ad oggi ignoto. Si sa solo che non si tratta del pm Matteo Tripani, il magistrato di turno in questi giorni, poiché l’indagine parte più da lontano, più o meno dai primi di luglio.
    Tra i dettagli resi noti per intanto è che, come si diceva, i denunciati sono tutti ed esclusivamente uomini, di ogni generazione fra quelle giuridicamente maggiorenni e per questo pienamente “comparibili” davanti alla legge, tra i 20 e i 74 anni, per un’età media attorno ai 52.

    Lo spettro generazionale è ampio, meno lo è quello etnico: i 51 esibizionisti sono infatti per lo più triestini o come minimo residenti qui da molti anni e pertanto considerabili di buon grado triestini acquisiti. Due di loro hanno precedenti per lo stesso reato, uno è una “vecchia conoscenza” delle nostre cronache cittadine (quel Fabio Buosi unico condannato per il misterioso omicidio del tassista Bruno Giraldi del 2003).
    Gran parte sono pensionati. Vi compare pure qualche dipendente pubblico. Alcuni poi sono sposati. Tra loro, infine, c’è anche un religioso.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/08/14/news/trieste-sesso-gay-davanti-ai-bambini-51-denunciati-1.11933685

  • Abusi sui collegiali nell’abbazia: 350 casi in 50 anni

    Abusi sui collegiali nell’abbazia: 350 casi in 50 anni

    di Marco Di Blas

    L’abbazia benedettina di Kremsmünster, nell’Alta Austria, ha una storia di oltre 12 secoli, durante i quali conobbe momenti di grande splendore divenendo sede di una scuola di amanuensi e poi anche di studi astronomici e di un ginnasio d’élite.

    Ma Kremsmünster da qualche anno è diventata anche sinonimo di inferno per i ragazzi che nell’ultimo mezzo secolo sono stati ospiti del suo convitto. Dal 2010 si è appreso che tra quelle mura i giovani collegiali erano stati sottoposti a ogni genere di sevizie, dai maltrattamenti fisici e psicologici agli abusi sessuali. Loro carnefici erano stati i compagni più anziani, ma soprattutto i padri dell’ordine benedettino.

    Per decenni i religiosi erano riusciti a nascondere ciò che accadeva nell’abbazia. Ma nel 2008 – dopo che episodi analoghi erano emersi in altri convitti – le indagini di polizia avevano segnato una svolta, portando all’incriminazione di numerosi religiosi. Il principale accusato, padre Alfons (al secolo August Mandorfer), rettore dell’abbazia, nel 2012 era stato espulso dall’ordine e ridotto allo stato laicale da papa Benedetto XVI. Nel gennaio scorso la Corte d’appello di Linz lo ha definitivamente condannato a 12 anni di reclusione per abusi sessuali provati nei confronti di almeno 24 educandi.

    Nel frattempo l’ordine benedettino ha dato corso a un’opera di radicale pulizia. Nessuno degli attuali monaci di Kremsmünster è compromesso con i comportamenti dei predecessori. Per chiudere definitivamente col passato e voltare pagina, l’ordine ha incaricato un istituto di Monaco, l’Ipp, di svolgere una ricerca sugli episodi di violenza, per cercare di capire come possano essere accaduti, come i responsabili di allora abbiano preferito chiudere gli occhi (se non addirittura esserne complici), come simili comportamenti possano essere evitati in futuro.

    I risultati sono stati resi noti in questi giorni. Lo studio ha riguardato il periodo dal 1945 al 2000 ed è consistito in interviste a ex alunni, religiosi, collaboratori laici del ginnasio benedettino che avevano operato in quell’arco di tempo. Ne sono emersi 350 episodi di abusi sessuali e violenze, con l’individuazione di 24 responsabili, di cui 20 padri benedettini (ma, essendo un’indagine a campione, i casi potrebbero essere di più).

    Lo studio dell’Ipp rileva che almeno fino al 1989 gli addetti all’internato erano tutti religiosi, impegnati giorno e notte, senza alcun ricambio e privi di adeguata qualificazione professionale. Tutte condizioni che avevano favorite le devianze. Tanto più che molti religiosi erano stati a loro volta allievi del convitto, ne avevano subito le violenze e le avevano poi esercitate a loro volta, quasi fosse una tradizione da trasmettere. Gli allievi-vittime non dicevano nulla ai genitori, per pudore o paura. I genitori a loro volta non riuscivano a concepire che i padri benedettini potessero fare qualcosa di male.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/03/29/news/abusi-sui-collegiali-nell-abbazia-350-casi-in-50-anni-1.11139381

  • Pedofilia, il caso italiano e i silenzi della Chiesa

    Pedofilia, il caso italiano e i silenzi della Chiesa

    Quanti sono, cosa fanno e dove si trovano in questo momento i pedofili spretati dal Vaticano? Se ne parla con Federico Tulli il 20 febbraio alla Libreria Lovat di Trieste.

    I casi di Don Maks Suard a Trieste, Don Mauro Inzoli a Crema e del vescovo polacco Józef Wesolowski in Repubblica Dominicana sono solo gli ultimi di una lunga serie di scandali dalle radici antiche. E dimostrano come ancora oggi, nonostante i proclami di Papa Francesco, il Vaticano sia ben lontano dal comprendere cosa sia l’abuso su un bambino, come si affronta, come si previene e come ci si “occupa” di chi ne è riconosciuto responsabile.

    Quattro anni dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, Federico Tulli getta nuova luce sull’orrore della pedofilia all’interno del clero cattolico, concentrandosi questa volta sul caso italiano. Un’inchiesta che legandosi alle durissime accuse rivolte dall’Onu alla Santa Sede nel 2014, i cui atti nel libro sono per la prima volta tradotti integralmente, chiama ancora di più in causa le responsabilità dei Papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla nella gestione di un crimine dalle conseguenze devastanti diffuso in maniera capillare anche nel nostro Paese.

    Sebbene siano circa 150 i sacerdoti finiti sotto processo negli ultimi anni, l’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? “Perché non ce n’è bisogno”, si è sentito rispondere Tulli da mons. Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: secondo la Santa Sede si tratta di episodi sporadici, non esiste un caso Italia.

    È davvero così? Nel 2014 Trieste è stata scossa dal suicidio di Don Maks Suard che aveva ammesso un abuso compiuto 17 anni prima. Si tratta di una vicenda isolata? Si direbbe di no pensando a Don Andrea Agostini (Bologna), Don Turturro (Palermo), Don Cantini (Firenze), Don Ruggero Conti (Roma), agli stupri accertati all’istituto per sordomuti del Provolo (Verona), solo per citare le storie più note e più recenti. Dunque, cosa intende nascondere la Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti è la più “popolosa” al mondo? A questo e ad altri quesiti di stretta attualità risponde il libro di Tulli. Fino a che punto pesano le ambiguità di decine di vescovi mai collaborativi con la autorità “civili”? Perché la Conferenza episcopale – il cui capo è l’unico al mondo nominato direttamente dal Papa – non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana? E ancora, quanto incide l’accondiscendenza dei media verso i gerarchi della Chiesa sulla possibilità di continuare a negare le reali dimensioni di questo fenomeno criminale? E cosa comporta l’assenza di spirito critico dei giornalisti italiani nei confronti di qualsiasi dichiarazione sul tema rilasciata da Papa Bergoglio? Siamo sicuri che la “tolleranza zero” invocata dal Pontefice corrisponda a fatti concreti? Perché la Santa Sede rifiuta di fornire all’Onu i nomi dei sacerdoti dimessi dallo stato clericale dopo essere stati giudicati colpevoli di abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede? Quanti sono, cosa fanno e dove si trovano in questo momento?

    Riannodando i fili con la storia dell’Inquisizione per indagare sulla matrice culturale e “politica” dell’atteggiamento complice mostrato dai vertici della Chiesa, con l’aiuto di esperti e studiosi, documenti alla mano l’autore riporta fuori da un inquietante cono d’ombra gli efferati crimini di pedofilia clericale commessi in Italia dal 1860 fino ai nostri giorni senza soluzione di continuità. E con l’aiuto di alcuni psichiatri traccia l’identikit del pedofilo, molto simile a quello di un serial killer, evidenziando le particolarità che contraddistinguono la pedofilia di matrice clericale.

    “I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali”, afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=69468&typeb=0

  • Prete pedofilo suicida, il Vaticano archivia il caso

    Prete pedofilo suicida, il Vaticano archivia il caso

    Secondo la Santa sede, il vescovo Crepaldi «ha agito per il meglio». Il procedimento giudiziario si è estinto con la morte di don Maks

     di Orazio Larocca

    «Instantia perimitur». Ovvero – detto in parole povere – procedimento penale chiuso per la morte della persona sottoposta ad indagine giudiziaria. E’ questa – sostanzialmente – la formula con cui presso la Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), in Vaticano, dovrebbe essere stata archiviata definitivamente la drammatica vicenda di don Maks Suard, parroco 48enne di Santa Croce, della Diocesi di Trieste, trovato impiccato dal suo vescovo, monsignor Giampaolo Crepaldi, per essere stato accusato di aver abusato sessualmente 17 anni fa di una ragazzina di 13 anni.

    Crepaldi, superiore diretto di don Maks, sulla base delle nuove norme varate per contrastare e reprimere la pedofilia nel clero da Benedetto XVI e rese ancora più incisive da papa Francesco, aveva subito informato il sacerdote che lo avrebbe sollevato dall’incarico e comunicato la vicenda alle autorità giudiziarie della Santa Sede. Il suicidio dell’ecclesiastico – che in una lettera ha ammesso la colpa e chiesto perdono – ha messo praticamente fine al caso. Nel senso che, da parte degli organi vaticani e diocesani, la tragica vicenda di don Maks non avrà un seguito giudiziaria. Questo almeno a rigore di Diritto canonico. La giustizia penale sulla carta potrebbe, invece, continuare a fare il suo corso se, ad esempio, l’allora bambina 13enne oggi donna di 30 anni, dovesse avanzare richieste di eventuali risarcimenti per la violenza subita. Ma questo si vedrà in seguito. Dal punto di vista ecclesiale il suicidio del sacerdote ha fermato l’azione giudiziaria canonica che monsignor Crepaldi stava per avviare.

    «Su questa vicenda non mi risulta che ci possano essere ulteriori procedimenti e, tantomeno, non sono stato informato su eventuali altre canoniche avviate da parte vaticana», risponde il portavoce papale, padre Federico Lombardi, in merito a chiarimenti su cosa ora le autorità vaticane intendono fare o potranno fare dopo il suicidio del sacerdote triestino.

    «Non penso che la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’organo giudiziario a cui compete intervenire sui grandi peccati commessi dai sacerdoti a partire dalle colpe per pedofilia, intenda continuare ad indagare sul caso don Maks», spiega l’arcivescovo Gianfranco Girotti, reggente emerito della Penitenzeria apostolica, stretto collaboratore di Joseph Ratzinger da cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio, da pontefice ed ora punto di riferimento di papa Bergoglio in materia di peccati e morale. Monsignor Girotti ricorda che – di fronte a casi in cui la parte indagata cessa di esistere (per morte naturale o per suicidio) – nel nuovo Codice di Diritto Canonico è contemplata lo stop dell’azione giudiziaria sulla base delle norme previste nel canone 1520 denominate “Instantia perimitur”, che sanciscono la fine dell’atto processuale perchè «cessata la causa, cessa l’affetto».

    Canone che nel vecchio Codice di Diritto Canonico era denominato col titolo “Causa perenta est”, cioè causa cessata per la scomparsa dell’indagato. Il presule indica anche un altro canone, il 1518, nel quale – spiega – è scritto, tra l’altro, che in un processo «se un partecipante muore…a causa ancora non conclusa, l’istanza è sospesa fino a che sia riassunta (eventualmente) la lite dell’erede del defunto, del successore o dell’avente interesse».

    Vale a dire se qualche familiare della persona morta si costituisce in giudizio per chiedere un risarcimento alla memoria o pecuniario. Per la Santa Sede, quindi, si è conclusa, Codice di Diritto Canonico alla mano, la drammatica vicenda del parroco di Santa Croce schiacciato dal rimorso per il male fatto ad una ragazzina? «Penso proprio di sì», risponde monsignor Girotti, secondo il quale la parola fine prevista, “in questi drammatici casi”, dalle norme canoniche non “impediranno mai di dimenticare le sofferenze della ragazzina violentata e le responsabilità del sacerdote che, vinto dal rimorso, si è dato la morte, per il quale non ci resta altro che pregare e invocare la misericordia Divina».

    Grande rispetto – puntualizzano in Vaticano – si deve anche per l’azione del vescovo di Trieste: monsignor Crepaldi «non poteva agire diversamente», spiegano all’ex Sant’Uffizio, ha applicato fedelmente le nuove norme canoniche, ma la drammatica decisione di don Maks non gli hanno permesso di far sentire ancora di più la sua vicinanza al sacerdote nella sua veste di pastore e arcivescovo di Trieste, un incarico a cui è stato chiamato da Benedetto XVI dopo una lunga esperienza maturata alla Cei (Conferenza episcopale italiana) come direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro, e come segretario della Pontificia commissione Giustizia e Pace della Santa Sede. Un arcivescovo, dunque, “sensibile ed esperto” – ricordano in Vaticano – che avrà certamente provato tantissimo dolore per quanto accaduto.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2014/11/23/news/prete-suicida-il-vaticano-archivia-il-caso-secondo-la-santa-sede-il-vescovo-crepaldi-ha-agito-per-il-meglio-1.10359259

  • Minacce alla vittima degli abusi

    Minacce alla vittima degli abusi

    Già individuata la giovane molestata 17 anni fa da don Maks, il parroco suicidatosi lo scorso 28 ottobre: la ragazza, oggi 30enne, ha trovato sull’auto un foglio in sloveno con insulti

     di Gianpaolo Sarti

    Un foglietto piegato, infilato nel tergicristallo dell’automobile parcheggiata sotto casa. Poche parole, scritte in sloveno. La traduzione edulcorata sarebbe «serva del clero fascista». Mal’offesa è più pesante. A qualcuno, probabilmente una minoranza nella minoranza, non sta affatto bene che la donna, vittima diciassette anni fa delle attenzioni di don Maks Suard, il prete suicida, abbia denunciato tutto al vescovo Giampaolo Crepaldi. Il biglietto è stato trovato qualche giorno fa ed è stato segnalato in Procura dai carabinieri del Nucleo investigativo di Trieste. E’ stata subito aperta un’inchiesta. Stando agli inquirenti, il messaggio è rivolto non solo alla ragazza, ma all’intera famiglia. Si tratterebbe comunque di un fatto isolato di cui è stata informata subito anche la Curia.

    Il caso ora prende un’altra piega, a cominciare da un aspetto, non trascurabile: l’identità della giovane, rimasta in tutti questi giorni pubblicamente segreta per ovvi motivi di tutela personale e riservatezza, è invece nota all’interno della comunità slovena. Ad alcuni, almeno, che hanno pensato di agire con quel messaggio dai toni offensivi, più che minatori. Il contenuto appesantisce ulteriormente l’aria che si è creata attorno alla morte del sacerdote accusato di pedofilia. Uno strascico con evidenti venature nazionaliste che forse nessuno poteva immaginare, ma di cui non sono mancate le tracce fin dall’inizio.

    A cominciare da quel sabato 1 novembre, festa di Ognissanti, quando Crepaldi, in segno di vicinanza alla comunità di Santa Croce, ha pensato di andare a celebrare la messa nel borgo carsico. E si è trovato praticamente solo davanti all’altare, con la maggior parte dei fedeli di lingua slovena usciti dalla chiesa non appena si sono accorti della presenza dell’arcivescovo. Un fatto certamente eclatante sul quale, curiosamente, nei giorni a seguire non si sono registrate particolari prese di distanza dalla minoranza. Non ufficiali, almeno. Il biglietto lasciato sull’automobile della ragazza, o forse del padre, è probabilmente noto a pochi all’interno della comunità. Forse nemmeno a don Anton Bedencic, attuale Vicario episcopale per i fedeli di lingua slovena: «Non so niente… non rispondo a niente», mormora al telefono, per poi riattaccare immediatamente.

    Con il suo atteggiamento il sacerdote, che in quel sabato di Ognissanti era assieme al vescovo a Santa Croce per concelebrare la messa, non aiuta a chiarire. Ma nemmeno prende posizione, come rappresentante del clero sloveno designato dalla diocesi di Trieste, dunque da Crepaldi in persona, sull’intera questione. Bedencic non lo aveva fatto il giorno prima, quando sapeva che la presenza del presule al funerale di don Maks era “sgradita” da chi aveva organizzato le esequie e dal padre, Giorgio Suard. Al vescovo si è preferito un sacerdote della minoranza, don Dusan Jakomin. La volontà di rimarcare la propria identità, per il sacerdote suicida, è stata fin troppo evidente anche nel drammatico gesto di uccidersi, sapendo che a trovare la salma sarebbe stato proprio Crepaldi. Don Maks, le cui origini in realtà risultano più italiane che della minoranza, si è tolto la vita indossando una giacca verde, tipica dei costumi tradizionali del posto. In canonica, lungo le scale che portano alla soffitta in cui il parroco si è suicidato, erano state appese due grandi bandiere, una slovena e una della Trieste asburgica.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2014/11/12/news/minacce-alla-giovane-molestata-1.10295018

  • Grande folla ai funerali di don Maks Suard

    Grande folla ai funerali di don Maks Suard

    Don Dusan Jakomin, rappresentante della minoranza slovena, ha celebrato i funerali di don Maks Suard, il parroco di Santa Croce suicidatosi il 28 ottobre. La cerimonia si è svolta a San Giovanni, davanti a una grande folla. Presenti anche lo scrittore Boris Pahor e l’ex vescovo di Trieste, mons. Eugenio Ravignani. Assente mons. Crepaldi, ad Assisi. La cerimonia è stata preceduta da polemiche dopo le critiche del padre di don Maks, Giorgio Suad, ai vertici della diocesi di Trieste.

    All’origine del gesto si è subito ipotizzato esserci l’accusa di pedofilia che pesava sul prelato. La Curia, infatti, ha subito diramato una nota ufficiale in cui spiega gli antefatti. Il vescovo di Trieste Crepaldi, lo scorso 23 ottobre era venuto a conoscenza di fatti gravi successi molti anni fa e che coinvolgevano una ragazzina di 13 anni e don Suard. Sabato 25 ottobre il vescovo aveva chiamato don Maks per le dovute comunicazioni. Il prelato – stando a quanto riferito dalla Curia – aveva ammesso le proprie responsabilità e chiesto due giorni per preparare una lettera di dimissioni e una memoria scritta in cui chiedere perdono a Dio, alla Chiesa e alla ragazzina per il male commesso.

    https://www.ilfriuli.it/articolo/cronaca/grande-folla-ai-funerali-di-don-maks-suard/2/137714

  • Parroco suicida, Crepaldi: «Falliti gli sforzi per salvaguardare ragazzina, chiesa e sacerdote» „Parroco suicida, Crepaldi: «Falliti gli sforzi per salvaguardare ragazzina, chiesa e sacerdote»“

    Parroco suicida, Crepaldi: «Falliti gli sforzi per salvaguardare ragazzina, chiesa e sacerdote» „Parroco suicida, Crepaldi: «Falliti gli sforzi per salvaguardare ragazzina, chiesa e sacerdote»“

    Il Vescovo di Trieste torna sulla tragica morte e la drammatica storia di don Maks.

    Il suicidio di don Maks Suard, il sacerdote di Santa Croce in procinto di essere allontanato in seguito alla scoperta da parte del Vescovo Crepaldi di alcune molestie compiute ai danni di una ragazza che 17 anni fa aveva 13 anni, ha diviso l’opinione pubblica: chi ha visto solo il “pedofilo” e chi, davanti alla morte, ha deciso di perdonare.

    Nuove verità vengono rivelate giorno dopo giorno: dopo il comunicato della Diocesi la sera stessa della scoperta del corpo esanime di don Maks, ieri il Vescovo Giampaolo Crepaldi ha scritto una nuova lettera ai fedeli, nella quale spiega quali siano state le intenzioni che hanno guidato le sue azioni, purtroppo fallite con la morte del sacerdote.

    Carissimi fratelli e sorelle,
    giungo a voi con questo mio messaggio, dopo il tragico evento del suicido di don Maks Suard, che mi ha molto scosso e addolorato, unitamente ai suoi congiunti a cui va la nostra vicinanza, e che ha profondamente colpito tutta la comunità cattolica di Trieste. In tutta la vicenda mi sono mosso per rispondere congiuntamente alle seguenti doverose esigenze: in primo luogo, all’esigenza di giustizia, di comprensione e di affettuosa attenzione nei confronti della ragazza che fu oggetto di improprie attenzioni quando era ancora minorenne con le comprensibili e dolorosissime conseguenze; in secondo luogo, all’esigenza di salvaguardare il bene della Chiesa e della sua attività ministeriale ed educativa; in terzo luogo, all’esigenza di aiutare una persona e un sacerdote a reimpostare su condizioni esistenziali nuove la sua vita umana e cristiana. Purtroppo lo sforzo fatto è andato fallito con il suicidio di don Maks il quale, pur ammettendo con sincero pentimento il suo errore e pur disposto a intraprendere un cammino di vita su basi completamente nuove, a un certo punto non ha retto.

    Si è così giunti all’evento tragico del suo suicidio, ascrivibile a quegli insondabili misteri del cuore umano che tante domande sollevano senza che si possa dare ad esse una plausibile risposta se non rimettendo il tutto al Signore crocifisso, sicuro approdo in cui trovare consolazione, luce e forza. È per me e per tutta la Chiesa di Trieste il giorno difficile del venerdì che tuttavia, nel fecondo dinamismo della fede, prepara la domenica della speranza cristiana. Speranza che indica a noi sacerdoti per primi la strada di una piena e quotidiana fedeltà alla nostra vocazione; speranza che orienta la Chiesa al pieno rispetto e alla piena valorizzazione di chi ripone la sua fiducia in essa; speranza che impegna tutti a non transigere in alcun modo di fronte a casi di violenza o di attenzioni improprie verso bambini e adolescenti; speranza che ci porta a coltivare con maggior fervore la preghiera e ad alimentare l’amicizia ecclesiale all’interno delle nostre comunità cristiane; speranza per vivere con gioiosa convinzione il Vangelo di Gesù e a sostenere i poveri, i deboli e chi cade nel peccato; speranza per risvegliare in tutti la forza rigenerante della fede e della carità cristiana.

    Mentre affido al Signore misericordioso don Maks – Signore che, in queste circostanze, resta l’unico e vero depositario di ogni giudizio – colgo l’occasione per invocare su tutti voi la materna protezione della Madonna.

    http://www.triesteprima.it/cronaca/parroco-suicida-crepaldi-falliti-gli-sforzi-per-salvaguardare-ragazzina-chiesa-e-sacerdote.html

  • Il prete prima di uccidersi «Se solo avessi saputo del male che facevo…»

    Il prete prima di uccidersi «Se solo avessi saputo del male che facevo…»

    Nell’ultima lettera la confessione dell’abuso di 17 anni fa Il passato che ritorna La denuncia scattata quando la nipote della vittima è finita nella parrocchia di don Maks

     di Giusi Fasano

    TRIESTE Sabato 25 ottobre. Un uomo improvvisamente solo con i suoi rimorsi torna a casa senza più voglia di vivere. Pochi chilometri e molta, moltissima fatica. È irriconoscibile, quando apre la porta, quando si siede stanco come avesse scalato una montagna, quando prende carta e penna e comincia a scrivere. «Se solo avessi potuto immaginare tutto il danno che le stavo facendo…».
    Pare di vederlo, don Maks Suard. Chino sulle parole che scrive al suo vescovo e sotto il peso di un ricordo riemerso da un passato lontanissimo. Ci mette tre giorni a fare i conti con il mondo e a implorare Dio di perdonarlo perché sta per fare la cosa più imperdonabile di tutte: uccidersi. Martedì è il giorno della fine. Alle quattro del pomeriggio il vescovo Giampaolo Crepaldi lo chiama per avvisarlo: «Sto arrivando». «Va bene» risponde lui. E si impicca, sapendo bene che sarà monsignor Crepaldi a trovarlo.

    Il passato che ritorna

    Don Suard aveva 48 anni ed era sacerdote della comunità slovena della diocesi di Trieste. Si è tolto la vita dopo aver saputo che una ragazzina conosciuta tanti anni prima, la settimana scorsa lo aveva accusato di pedofilia. Quando è stato convocato in Curia, sabato, tutto poteva immaginare salvo che quegli episodi e quella ragazzina tornassero a galla. «È tutto vero» ha confessato stordito dalla memoria di istanti ormai sepolti dal tempo. E ha raccontato dettagli che coincidono con la versione della sua vittima, all’epoca tredicenne: furono approcci sessuali e avances in più di un’occasione e successe tutto 17 anni fa nella parrocchia di San Dorligo Della Valle, a pochi chilometri da Trieste. C’è un motivo per cui tutta questa storia riemerge soltanto adesso, dopo 17 anni. La ragazzina dell’epoca, oggi trentenne, è la zia di un’adolescente che frequenta la parrocchia di don Suard, cioè quella della frazione triestina di Santa Croce. Per la donna è bastato che la nipotina nominasse il sacerdote per riaccendere i riflettori sugli abusi subiti nel 1997 e, ovviamente, mai dimenticati. La denuncia è stata un modo per proteggere la ragazzina ma è stata anche una richiesta di giustizia per sé. La donna è prima andata in Procura, poi dal vescovo.

    Il sacerdote ha ammesso tutto

    Don Suard non ha nemmeno provato a fingere, a negare, a giustificare. Mentre parlava e ammetteva sembrava quasi rendersi conto per la prima volta di quel che aveva fatto. «Adesso mi prepari una lettera di dimissioni dall’incarico pastorale e poi dovrò inviare tutto alla Santa Sede» gli ha annunciato il vescovo. E il parroco è tornato in canonica con più coraggio per morire che per vivere. Aveva chiesto lui stesso un paio di giorni di tempo per preparare una memoria scritta «in cui chiedere perdono a Dio, alla Chiesa e alla ragazzina per il male commesso», ha spiegato monsignor Crepaldi. In realtà don Suard ha scritto la lettera di dimissioni, il testamento e una lunga lettera al vescovo nella quale ha ripetuto in gran parte ciò che aveva già ammesso. Chi ha letto le sue parole ne riassume il senso: «Io non la vedevo come una bambina, non mi rendevo conto di fare un danno così grave» si è ricordato il sacerdote ripensando a 17 anni fa. Senza mai entrare nei dettagli degli approcci sessuali con la tredicenne, spiega di essersi tormentato anche allora non tanto per la consapevolezza di quel che era successo quanto per il fatto di provare quell’attrazione che il suo abito talare non consentiva: «Ricordo che mi sono confessato e ho chiesto il trasferimento» racconta nella sua lettera-memoria. E dice che le pulsioni che provava, quel 1997, lo hanno indotto tante volte a dubitare della sua missione, a pensare che «se fosse successo anni prima forse non sarei mai diventato prete» (fu ordinato sacerdote nel 1995). Quella che lui chiama «confessione» la fece con un padre spirituale e amico (che nella lettera cita con nome e cognome). Il trasferimento di cui parla fu concesso, ma non subito.

    «Non avrei mai immaginato di causare un danno così grave»

    «Mai avrei potuto immaginare di aver causato un danno così grave a quella ragazza» scrive. E ancora: «Avrei voluto chiederle perdono ma non ce l’ho fatta. Se potessi riparare al danno commesso… ma so che non è possibile». La lettera ha una brutta copia, lasciata accanto agli altri fogli: sono frasi che poi lui ricopia esattamente identiche ma sono scritte con una calligrafia incerta, con parole scarabocchiate, con righe che non finiscono dritte. È come se le parole stesse sbandassero assieme a lui, arrivato a fine corsa. Solo come non era stato mai e con gli occhi fissi su un orizzonte buio, anche se fuori c’era un gran sole e il cielo blu.

    http://www.corriere.it/cronache/14_ottobre_30/prete-prima-uccidersi-se-solo-avessi-saputo-male-che-facevo-e9a5c6dc-5fff-11e4-b0a9-d9a5bfba99fb.shtml

  • PRETE SUICIDA, ERA ACCUSATO DI PEDOFILIA

    PRETE SUICIDA, ERA ACCUSATO DI PEDOFILIA

    TRIESTE – Ancora cronaca. Sgomento e dispiacere a Trieste per il suicidio di un prete. L’uomo era accusato di pedofilia e proprio ieri doveva incontrare l’arcivescovo per essere rimosso dall’incarico – Servizio di Davide Vicedomini, riprese di Giancarlo Virgilio, montaggio di Giancarlo Virgilio

  • Accusato di pedofilia, parroco si toglie la vita a Trieste

    Accusato di pedofilia, parroco si toglie la vita a Trieste

    Doveva incontrare il vescovo, ma ha deciso di togliersi la vita. Maks Suard, 48 anni, era parroco della frazione di Santa Croce, sul Carso triestino. Secondo quanto ha appreso il quotidiano locale Il Piccolo, che riporta la notizia, il sacerdote, che apparteneva alla comunità slovena della diocesi di Trieste, si è impiccato in canonica dopo essere stato accusato di un episodio di pedofilia e aver ammesso le sue responsabilità.

    A trovarne il corpo senza vita è stato il vescovo Giampaolo Crepaldi, che aveva con lui un appuntamento nel pomeriggio fissato da qualche giorno per comunicargli ufficialmente il provvedimento di rimozione. Attraverso il suo segretario, l’alto prelato si detto “molto turbato” e “molto scosso”. La Curia triestina ha poi diramato una nota stampa molto esplicita nella quale si spiega nei dettagli come all’origine del gesto autolesionista del sacerdote vi siano fatti gravi successi molti anni fa che coinvolgevano don Maks e una tredicenne e quali siano stati i vari tragici passaggi finali di questa terribile vicenda.