Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Udine

  • «Così ci baciava in bocca». Ecco le nuove accuse a don Salvoldi

    «Così ci baciava in bocca». Ecco le nuove accuse a don Salvoldi

    «Si comportava come un guru, baciava i ragazzi davanti a tutti». Sono ormai almeno una quindicina le testimonianze arrivate a confermare le denunce di Stefano Schiavon e Andrea Travani, che dichiarano di essere stati molestati da don Valentino Salvoldi, sacerdote “fidei donum” della diocesi di Bergamo, formatore e autore di decine di libri a tema religioso.

    I due ragazzi, abusati quando erano ancora minorenni, non sono gli unici ad aver subito le sgradite attenzioni del prete. Dopo la pubblicazione del nostro articolo, altre vittime si sono rivolte a Stefano Schiavon e alla Rete L’Abuso (che ha presentato un esposto alla procura di Bergamo nei confronti del sacerdote) per raccontare la propria esperienza, e diverse persone hanno sostenuto di aver visto il prete in atteggiamenti intimi con dei ragazzi durante i campi scuola.

    Le storie si somigliano tutte: cambiano gli anni – le testimonianze spaziano dalla fine degli anni ’80 a metà degli anni duemila – ma i dettagli sono gli stessi.

    «Il bagno nudi e le carezze»
    «Era il ’96 o il ’97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” – testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.

    Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «Creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta.

    Anche Davide (nome di fantasia), all’epoca appena ventenne, ha partecipato al campo di Mione e ricorda il clima “paraspirituale” creato dal prete e le serate a lume di candela: «Un ragazzino, visibilmente depresso, era il paggetto di compagnia di Valentino», dice. «La mia vicenda – sottolinea Davide – mostra come il prete sia capace di aspettare il momento adatto e la meccanica premeditata e dolosa del suo comportamento.

    Al campo, Salvoldi non tenta approcci fisici con Davide – una volta soltanto gli si avvicina per annusargli i capelli – ma gli chiede di aiutarlo nella redazione del libro che sta scrivendo.
    Così Davide per un paio d’anni corregge le bozze per don Salvoldi; finito il lavoro, vuole spedirgli il testo ma il prete insiste perché, invece, glielo consegni a mano.
    Il sacerdote gli chiede di raggiungerlo in un paese dove si trova di passaggio; prima pranzano a casa di un amico e poi vanno all’albergo dove alloggia per discutere del libro.
    «Appena sono entrato nella stanza, Salvoldi mi ha messo la lingua in bocca e mi ricordo il disgusto che ho provato, la sensazione della sua barba ispida sul mento. Schifato, sono andato via subito», dice Davide.

    E ancora, qualche anno dopo, ecco i ricordi di un altro testimone, Ettore (nome di fantasia): «Ho partecipato a due campi di Salvoldi, nel 2006 e 2008, quando avevo 16 e 18 anni racconta – la prima sera, don Valentino mi ha chiamato in camera sua perché voleva parlarmi. Mi ha detto di stendermi sul letto per abbracciarci, ma io mi sono rifiutato».
    Ettore riesce a non farsi circuire dal prete ma si rende conto del clima particolare che lo circonda: «Durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta a Domani – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia».  Ettore è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».

    Giovanni (nome di fantasia), invece, ha incontrato Salvoldi a casa: «avevo 14 anni, era la fine degli anni ’80 – racconta – la mia famiglia era cattolica e il prete era una figura di riferimento: don Valentino, in particolare, veniva descritto come una persona brillante e colta. Veniva a pranzo, era un amico dei miei genitori. Ricordo diversi approcci e la sua costante tendenza al contatto fisico. Ha provato a baciarmi e mi ha sfiorato nelle parti intime».

    Giovanni è poco più di un bambino, non capisce che cosa sta succedendo: «non ho mai parlato del mio disagio perché gli adulti me lo indicavano come un esempio di vita e pensavo di essere io a sbagliare», spiega.

    Silenzi e indagini
    Contattato da Domani, Salvoldi non ha risposto. Il 29 dicembre scorso ha rilasciato una dichiarazione al Corriere della Sera in cui sostiene che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria».

    La diocesi di Bergamo, in una comunicazione stringata pubblicata sul sito della diocesi, dichiara: «In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».

    Qui la nota sembra alludere all’investigatio previa, l’indagine preliminare che il vescovo dispone per accertare la fondatezza degli indizi di un delitto, ma le vittime, fino a questo momento non sono state sentite.

    Interpellato da Domani, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi non ha risposto.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/cosi-ci-baciava-in-bocca-ecco-le-nuove-accuse-a-don-salvoldi-njbmavvk


    Se credi di essere una vittima degli abusi di don Valentino Salvoldi o sei a conoscenza di fatti rilevanti utilizza la form qui sotto per contattarci

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  • PEGNO SUI CULTI – La Francia progetta un giro di vite sulle sette dopo che la “comunità spirituale” è coinvolta nel caso Alex Batty

    PEGNO SUI CULTI – La Francia progetta un giro di vite sulle sette dopo che la “comunità spirituale” è coinvolta nel caso Alex Batty

    Il governo del presidente Emmanuel Macron ha proposto una legislazione per combattere la “deviazione settaria”.

    Ciò include l’introduzione di un nuovo reato di esercizio del “controllo psicologico”, che comporta una pena massima di tre anni di reclusione.

    La Missione interministeriale per la vigilanza e la lotta contro la deviazione settaria – un’agenzia governativa francese dedicata al monitoraggio dei movimenti settari – ha affermato di avere 4.020 segnalazioni di tali comunità che operano nel paese nel 2021.

    Si tratta di un aumento del 33% rispetto al 2020 e dell’86% in più rispetto al 2015.

    Sabrina Agresti-Roubache, ministro francese per la cittadinanza e lo sviluppo urbano, ritiene che questi numeri siano dovuti alla crescita delle comunità che promettono assistenza sanitaria alternativa e sviluppo personale.

    Ha detto al Times: “C’è stata una moltitudine di gruppi nei settori della salute, dell’alimentazione e del benessere, ma anche dello sviluppo personale, del coaching e della formazione”.

    Si ritiene che i blocchi del Covid abbiano contribuito al passaggio a terapie alternative, con i leader delle sette che sfruttano l’isolamento delle persone e mettono in discussione la scienza e la credibilità delle autorità sanitarie.

    Le nuove proposte renderanno anche il fatto di mettere in pericolo la vita incoraggiando qualcuno a evitare l’assistenza sanitaria – come ad esempio abbandonare le cure contro il cancro – un reato, che comporta una pena massima di un anno di prigione.

    https://www.thesun.ie/news/11868844/france-cult-crackdown-alex-batty-case/

  • BERGAMO – Don Valentino Salvoldi accusato di molti abusi sessuali e psicologici

    BERGAMO – Don Valentino Salvoldi accusato di molti abusi sessuali e psicologici

    Valentino Salvoldi, nel suo sito,  si definisce studioso, insegnante, giornalista, scrittore ed educatore particolarmente rivolto ai giovani a cui raccomanda di “scegliersi un maestro di vita e scoprire la loro bellezza”. Ma per tanti ragazzi che hanno frequentato Salvoldi e i suoi campi religiosi tenuti per anni nella provincia Italiana, don Valentino è il prete che ha abusato di loro, li ha baciati in bocca, li ha violati nelle parti intime, si è strusciato su di loro dopo averli invitati a dormire nel suo letto. Nei loro ricordi, don Valentino è il sacerdote che ha manipolato i loro pensieri e le loro emozioni chiamandoli “miei figli” o “eletti”, “migliori di tutti gli altri” per continuare ad approfittare di loro, indisturbato, per anni.

    Nei suoi racconti, prima di diventare sacerdote, i superiori di Valentino Salvoldi gli sconsigliano di fare il prete, suggerendogli invece di lasciare il seminario, sposarsi e avere figli, poiché “abbiamo paura della tua intelligenza”. Secondo Salvoldi “Santa Madre Chiesa preferisce persone più normali” di lui poiché lui è “bello e intelligente”. Nonostante il consiglio, lui decide di prendere i voti.

    Valentino ha studiato all’università a Roma ed ha ottenuto il dottorato con il suo mentore Bernard Häring, professore di teologia morale alla Pontificia Accademia Alfonsiana (Pontificia Università Lateranense). Racconta di essere stato un giovane professore attivo in Vaticano, ma la sua carriera sembra essere stata inaspettatamente deviata verso sedi più periferiche e meno in vista dove la sua attività si concentra sui giovani nel terzo mondo. Sempre secondo i suoi racconti, Salvoldi viene espulso da sette paesi “impoveriti dall’occidente”, si salva per poco da un plotone di esecuzione in Nigeria e, pochi anni fa, rischia la lapidazione in Bangladesh.

    Quando i campi cominciano, all’inizio degli anni Novanta, don Valentino viene da una lunga permanenza in Africa dove, secondo le notizie da lui condivise, ha insegnato filosofia e teologia morale come professore visitatore. Nei paesi più poveri e nelle comunità più indifese, intellettualmente ed economicamente. Di ritorno nella zona di Bergamo – è nato a Ponte Nossa il 7 febbraio 1945 – Salvoldi comincia l’organizzazione di campi per giovani dove “discutere, stare insieme, celebrare la bellezza e l’amore di Dio”. I campi si tengono in giro per l’Italia, in luoghi come la  Casa di Ritiri Papa Giovanni XXIII a Bani di Ardesio, in provincia di Bergamo, il Circolo ACLI Col Gentile di Mione, in provincia di Udine, anche a Sotto il Monte Giovanni XXIII, in provincia di Bergamo.

    Inizialmente i campi sono frequentati da giovani adulti ma già in questi primi anni don Valentino crea e promuove riti e abitudini “speciali” nella sua nuova comunità. Sono in molti a ricordare gli inusualmente lunghi abbracci del sacerdote, i baci dati sulla bocca ai ragazzi, e solo ai ragazzi maschi, le confessioni amministrate nella sua stanza privata, distesi sul suo letto. Valentino parla di linguaggio “nuovo e rivoluzionario”, di culture lontane in cui l’amore non è mai proibito ma sempre “generoso, prolifico, senza barriere”. Giustifica le nuove regole non scritte dei suoi campi come “avanguardia di Dio” e intanto le sue carezze si fanno più intime, più inappropriate e i baci sulla bocca più lunghi e invadenti. Per spiegare questo graduale ma costante scivolamento nei rapporti con i ragazzi, una delle vittime di quei primi anni suggerisce l’immagine efficace della rana in pentola che viene cucinata a fuoco lento e bolle senza neanche accorgersene. In quei campi le parole assumono nuovi valori così come le azioni modellandosi gradualmente in un codice interno da culto. Intanto “il mendicante d’amore”, come Salvoldi si definisce, preme perché i campi si aprano a ragazzi ancora più giovani. La rivoluzione deve essere anticipata. “Se il mondo è cosí non è colpa tua, sarà colpa tua se lo lasci cosí”, ripete ossessivamente Salvoldi, ma occorre cominciare presto. Nei campi successivi arrivano ragazzi di tredici, quattordici e quindici anni, che lui chiama pubblicamente “i masturbini”. Con i giovani, arriva anche il vino, che con il benestare di Valentino, gira tra i ragazzi abbondantemente. La sua ossessione nel focalizzarsi sui più piccoli, porta alla rottura con molti dei ragazzi dei primi campi.

    Le confessioni private si fanno quotidiane, il sacerdote invita i suoi favoriti a fare “il riposino pomeridiano” con lui, li molesta e confida a molte vittime che Bernard Häring, il suo mentore, gli ha insegnato che “se non c’è penetrazione, non c’è peccato”. Molti dei ragazzi più giovani sono alla prima esperienza fuori di casa, non sanno come reagire, subiscono in silenzio o soccombono alle lusinghe di Salvoldi. Qualcuno reagisce, si ribella. Affronta il sacerdote chiedendo il perché di queste violenze che sembrano così lontane dagli ideali alti delle prediche quotidiane. Valentino reagisce incredulo e piccato da tanta audacia ma il suo tono non è mai dimesso o apologetico. In un caso dice a una vittima “lo faccio perché tu te lo fai fare”. Valentino prima seduce e adula le sue vittime, poi le umilia e le minaccia. I campi si trasformano in una fabbrica di traumi destinati ad esplodere lungo il cammino di vita delle vittime. Le bugie e gli abusi allontanano figli da genitori, dividono fratelli e coppie, creano rancore tra le vittime e le loro famiglie che di don Valentino si sono fidate non sospettando che si trattasse di un predatore. Le molestie all’inizio occasionali, diventano continue, ripetute, invadenti, spregiudicate. I baci in bocca ora il sacerdote li da pubblicamente, consapevole di aver creato una dinamica da setta. Pubblicamente ripete “un harem non mi basterebbe”. Molti dei “favoriti” parlano tra loro, socializzano la violenza per poterla digerire. Il sacerdote crea un sistema in cui i suoi comportamenti vengono normalizzati, chi non lo sostiene, viene allontanato. E Valentino ha crisi di gelosia quando qualcuno dei “favoriti” conosce una ragazza e se ne innamora, allontanandosi da lui.

    Per molti dei ragazzi presenti ai campi, Valentino è molto autorevole, è un uomo di Dio, ha studiato all’università, scrive libri, ha viaggiato, ha parlato con i potenti. Ai campi sono presenti familiari del sacerdote. Il più in vista è il fratello minore di Valentino, presidente della Fondazione Shalom, fondata e diretta da Valentino, che mira a coinvolgere “giovani italiani che si recano in Africa ad animare campi scuola, aiutando gli studenti locali ad essere autosufficienti, ad avere fiducia in sé, a costruire un futuro di pace.” Fratello e nipoti partecipano alle attività dei campi, ai rituali, organizzano le attività che ora si allargano a viaggi in paesi in via di sviluppo, suggerendo l’idea di un ambiente familiare, sicuro, in cui le aggressioni stridono ancora più violentemente.

    Per molte vittime gli abusi di don Valentino vanno avanti per anni. Secondo alcuni racconti, col tempo e la prolungata impunità, il sacerdote si fa più aggressivo, meno attento a nascondersi al gruppo. Aggredisce i ragazzi nelle case dei genitori quando si trova in visita da loro, le sue omelie si fanno esplicite nel parlare di “amore, eros, e bellezza che salverà il mondo”. Ma l’unica bellezza a cui Salvoldi si riferisce sembra essere quella dei giovani che partecipano ai suoi campi. Alle vittime di cui abusa per anni ripete, “mi amavi di più quando eri giovane”. Alcune vittime ora ricordano di essere state aggredite al loro primo incontro con il sacerdote. Per tanti l’orrore diventa motivo di abbandono della fede, altri covano traumi che li portano a vite deragliate, disagio, voglia di farla finita. Qualcuno trova il coraggio di parlare: una decina di anni fa viene bloccato un post scritto da una delle vittime di Valentino e indirizzato al blog tuttora tenuto dal sacerdote. Non è chiaro come, ma improvvisamente i campi cessano e  Salvoldi viene ancora una volta indirizzato lontano dai riflettori, in luoghi meno visibili, dove l’abuso è elemento quotidiano della vita e fa poca notizia. Poi, in un epilogo dimesso e mediocre per una narcisismo e un ego così pronunciati, arriva l’ultima stazione, il paesino di Ponte Nossa dove, in famiglia e in solitudine davanti a una tastiera, Salvoldi continua a produrre omelie domenicali divulgate sul suo sito personale.

    Le vittime di quegli anni ora hanno cominciato a parlare, si confidano, si organizzano, condividono la loro storia a genitori, fratelli, partner e figli. Gli abusi consumati nei campi vengono recentemente confidati ad alcuni educatori, politici e professionisti, tutti vicini a Valentino, molti dei quali sono a stretto contatto con bambini e giovani. Alcuni negano solidarietà alle vittime, scelgono di non parlare, di non farsi coinvolgere, e non offrire supporto a chi chiede loro aiuto. Altri invece, coraggiosi, responsabili e compassionevoli, danno una mano affinché la verità soppressa venga liberata. Le vittime raccontano la loro versione di un’esperienza per molti brutale e traumatica nell’atto, questo sì rivoluzionario, di ristabilire ciò che è successo e restaurare la narrativa dei fatti, dal punto di vista delle vittime, finora schiacciate e silenziose, adesso decise a riscattare sofferenza e dolore.

    Se sei una vittima degli abusi di don Valentino Salvoldi e vuoi far sentire la tua voce, validare ciò che hai vissuto o denunciare contattaci a segnala@retelabuso.org

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  • Ex presidente dei vescovi tedeschi, «gravi violazioni» nella gestione dei casi di abuso

    Ex presidente dei vescovi tedeschi, «gravi violazioni» nella gestione dei casi di abuso

    FRIBURGO-ADISTA. L’ex presidente della Conferenza episcopale tedesca (DBK) e arcivescovo di Friburgo, mons. Robert Zollitsch, risulta gravemente responsabile della pessima gestione degli abusi nella sua diocesi, secondo quanto risulta dal rapporto di 600 pagine sull’arcidiocesi di Friburgo pubblicato il 19/4, che riporta gravi comportamenti scorretti e violazioni della legge da parte di Zollitsch e del suo predecessore Oskar Saier nell’affrontare reati penali da parte di sacerdoti, dando la priorità alla protezione della Chiesa come istituzione e degli autori, ha spiegato l’autore dello studio Eugen Endress. Nessun aiuto per le persone colpite e le loro famiglie. Il capo della commissione indipendente per il trattamento degli abusi sessuali nell’arcidiocesi di Friburgo, Magnus Striet, presume che più di 250 sacerdoti si siano resi colpevoli di abusi o ne siano stati accusati dal 1945; almeno 540 le vittime presunte per difetto.

    L’inchiesta documenta che la Chiesa «è stata indifferente per decenni nei confronti dei bambini maltrattati e feriti nell’anima», secondo una dichiarazione iniziale della Commissione dell’arcidiocesi per le persone colpite, proteggendo al contrario gli autori dei crimini.

    Zollitsch ha restituito la Croce federale al merito, conferitagli nel 2014 per i suoi servizi alla Chiesa e alla società, e ha rinunciato al “privilegio” di essere sepolto nella cattedrale di Friburgo dopo la sua morte, come è consuetudine nella diocesi.

    Il primo ministro del Baden-Württemberg Winfried Kretschmann ha informato l’agenzia KNA che Zollitsch si era offerto di restituire la medaglia Staufer assegnata nel 2014 e l’Ordine al merito statale del 2011. «Accetto questa offerta», ha detto Kretschmann, che è anche commissario del governo statale per la religione. «I risultati dello studio sugli abusi di Friburgo mi sconvolgono. Mi lasciano sbalordito. Le vittime di abusi sono state esposte impotenti a questo evidente fallimento delle strutture ecclesiastiche per anni».

    Gli autori dello studio non hanno trovato, invece, evidenze di insabbiamenti a carico dell’arcivescovo in carica Stephan Burger (dal 2014). Il quale è rimasto sconvolto dai risultati: «I miei predecessori in carica hanno semplicemente ignorato la legge ecclesiastica applicabile, che prevedeva l’intervento e la segnalazione dei casi».

    Contro Zollitsch è stato avviato un procedimento canonico secondo il motu proprio Vos estis lux mundi, che regolamenta le modalità di denuncia dei vescovi. In qualità di arcivescovo, Burger ha chiesto perdono alle vittime e ha assicurato loro il sostegno. «Lo faccio con piena convinzione», ha affermato (katholisch.de, 18/4). Nessun commento sul processo in corso.

    Quanto a Zollitsch, non ha voluto commentare la questione, per il momento. «Per rispetto nei confronti delle vittime di violenze sessuali e per rispetto di un lavoro necessario e completo», Zollitsch ha imposto il silenzio, ha detto il suo portavoce. A ottobre aveva ammesso di aver commesso errori in passato.

    https://www.adista.it/articolo/69912

  • MOTU PROPIO – Norme anti abusi estese anche ai laici, ma quanto sono efficaci ?

    MOTU PROPIO – Norme anti abusi estese anche ai laici, ma quanto sono efficaci ?

    Pochi giorni fa papa Francesco ha confermato le precedenti norme in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, estendendole anche ai laici.

    Sicuramente utile, nel limite della norma naturalmente, che in quanto legge dello Stato del Vaticano ha unicamente applicazione in quello Stato, poi attraverso i concordati si estende anche alle sue gerarchie in terra straniera, ma nulla di piu.

    Resta il fatto importante, che disciplini internamente le proprie gerarchie, quelle che negli ultimi decenni si sono macchiate in tutto il mondo dei crimini più efferati a danno soprattutto di minori, insabbiando sistematicamente crimini, in sfregio alla vita e nel buon nome di un’istituzione irrispettosa dello stesso vangelo che predica.

    Quindi se pur non risolutiva per il problema mondiale e ancora colma di lacune ed incompatibilità con le leggi civili e le convenzioni internazionali, ma essendo destinata agli autori del problema stesso ed al suo indotto, la norma è certamente utile ed è discrezione della stessa chiesa la sua regolamentazione, che ricordiamo è basata sul Codice Canonico, mentre per noi è invece sulla Costituzione della Repubblica.

    Resta tuttavia, il problema di quale applicazione ne faranno poi concretamente le conferenze episcopali nei vari paesi, come sappiamo e vediamo, differenti nell’applicazione.

    Per quanto riguarda quella italiana ne vediamo la quasi totale disapplicazione, anche solo nella realizzazione dei c.d. sportelli diocesani, che a quattro anni dall’apertura non sono presenti ancora in molte diocesi italiane, circa il 25%, mentre nel 75% dei casi dove invece sono attivi, si limitano alla raccolta delle denunce e dei dati su vittime e abusanti (che va ricordato resteranno unicamente interni, senza alcuna trasmissione all’autorità giudiziaria).

    Mentre l’unico servizio (che va detto essere insufficiente) erogato alle vittime, è attivo secondo il report CEI, solo nel 12% degli sportelli di raccolta dati.

    Restando alle gerarchie italiane, è dovere della chiesa, della sua conferenza episcopale applicare il motu proprio del papa, anche sulle stesse gerarchie ma, purtroppo anche qui vediamo che questo non sta ancora avvenendo e le infrazioni delle stesse gerarchie, rimanere ancora impunite dalla chiesa italiana quanto quelle dei suoi preti pedofili.

    Nella nuova release il motu proprio è esteso anche ai laici, se pur come detto in precedenza utile internamente, anche per cui, pur essendo laici manca la denuncia alle autorità civili con le stesse insufficienze presenti per i preti.

    In questo caso si aggiunge a seguito della mancanza di autorità della chiesa su un civile la complicazione non da poco e la domanda che ne consegue è semplice, come sarà gestita la cosa?

    Al massimo con la scomunica, poi probabilmente come consuetudine, in virtù del buon nome della chiesa l’allontanamento nel silenzio, spostando puntualmente a danno dei minori, il problema per l’istituzione.

  • Frate André Gouzes accusato di stupro di un minore

    Frate André Gouzes accusato di stupro di un minore

    Il frate domenicano André Gouzes, famoso nella comunità cattolica per i suoi canti liturgici e per la sua azione a favore dell’abbazia di Sylvanès (Aveyron), è accusato di aver violentato un minore, secondo le informazioni rivelate da La Croix venerdì 6 maggio. “Un’indagine è in corso a seguito della denuncia fatta dai dominicani nell’autunno del 2021”, ha detto al quotidiano il pubblico ministero di Rodez.

    I fatti sarebbero stati commessi alla fine degli anni 2000, su un ragazzo che ora ha 22 anni. Secondo la testimonianza della madre della vittima, raccolta da La Croix, il giovane è stato violentato tra i 4 ei 6 anni dal fratello domenicano, allora sessantenne (oggi ne compie 78), oggi, ndr). Il monaco avrebbe costretto il ragazzo a fargli sesso orale. La vittima non ha rivelato queste ripetute aggressioni sessuali a sua madre fino al settembre 2021. Gravemente malato, il fratello André Gouzes ha lasciato l’Abbazia di Sylvanès nel 2018.

    I domenicani cercano altre testimonianze

    Due giorni prima di queste rivelazioni a La Croix, i domenicani della provincia di Tolosa avevano emesso un comunicato in cui citavano fratelli che ”  sono stati accusati di gravi atti di natura sessuale contro minori, fatti purtroppo confermati  “, scrivono. Questo testo, firmato da Fr. Olivier de Saint-Martin, Provinciale dei Domenicani di Tolosa, e Antoine Garapon, Presidente della Commissione Indipendente di Riconoscimento e Riparazione (CRR), organismo creato in CORREF dopo la pubblicazione del rapporto Ciase, non menzionare qualsiasi nome ma lancia un appello per trovare possibili altre vittime o testimonianze:“per una sollecitudine di protezione, giustizia e verità nei confronti di persone che hanno frequentato i conventi della provincia (Bordeaux, Tolosa, Montpellier, Marsiglia, Sainte-Baume e Nizza) o luoghi comuni di apostolato (in particolare Notre-Dame de Boscodon, Fanjeaux e Sylvanès), è nostro dovere fare in modo che non ci siano altre vittime”.

    I domenicani chiedono a tutte le persone ”  a conoscenza di atti riprovevoli commessi da un frate domenicano della provincia di Tolosa” di farsi avanti tramite due indirizzi email: sos.abus@dominicains.com ), o direttamente al CRR ( victim@crr .contact ).

    https://www.famillechretienne.fr/38309/article/le-frere-andre-gouzes-accuse-de-viol-sur-mineur

  • Il capo «spirituale» della comunità condiziona le scelte degli adepti? È riduzione in schiavitù

    Il capo «spirituale» della comunità condiziona le scelte degli adepti? È riduzione in schiavitù

    La libera scelta di aderire ad una comunità “religiosa” e lo stato di libertà fisico nel quale si continua a vivere dopo l’adesione alla setta, non bastano per escludere la riduzione in schiavitù. La tutela penale deve, infatti, essere assicurata contro ogni manipolazione anche psicologica, tesa ad annientare o a comprimere in modo sensibile la sensibilità altrui. Partendo da queste premesse la Corte di cassazione (sentenza 13815) accoglie il ricorso della Pubblica accusa che chiedeva la condanna per il reato di riduzione in schiavitù per l’imputato: un ex parroco, che per 20 anni aveva condizionato la vita e sfruttato molti suoi ex parrocchiani che lo avevano seguito, dopo la sua sospensione a diviniis, nel suo nuovo cammino “religioso”, che lo aveva portato a creare una comunità in un ex convento di Montecchio.

    Elargizioni in denaro e scelte indotte

    Per due decenni l’uomo aveva condizionato le scelte di vita dei suoi seguaci, imponendo matrimoni, inducendoli ad abbandonare le famiglie, soprattutto quelle che facevano resistenza alla “conversione”, il lavoro, gli amici. Insomma tutto quello che li portava lontano dalla salvezza eterna. Era questa, infatti, l’unica minaccia usata dell’ex prete: la dannazione eterna. Con questo spauracchio si era fatto fare donazioni per la comunità, visto che né lui né i suoi più stretti collaboratori lavoravano, e aveva orientato le esistenze dei “fedeli”. Per arrivare allo stato di grazia erano previsti anche dei riti purificatori, che si traducevano, di fatto, in violenze sessuali, reato per il quale era stato condannato. La Corte d’assise d’appello aveva però escluso la riduzione in schiavitù, valorizzando alcuni elementi. La scelta di seguire l’ex parroco era stata libera, l’imputato esercitava un’influenza solo spirituale sugli adepti, priva di minacce, al netto della dannazione eterna, gli aderenti alla comunità vivevano altrove, lavoravano, frequentavano altre persone con le quali potevano confrontarsi. Tanto bastava per negare la riduzione in schiavitù.

    Una tutela più ampia contro il reato

    Per la Suprema corte però si tratta di una decisione basata su una nozione superata del concetto di schiavitù, legato alla limitazione fisica della libertà, all’inganno iniziale nell’instaurazione di un rapporto, alla stato di necessità, all’annientamento totale della libertà. Se così fosse – chiarisce la Cassazione – la tutela penale sarebbe troppo limitata, e non potrebbe essere applicata ad ogni forma di umiliazione dei diritti fondamentali dell’individuo. Il reato, previsto dall’articolo 600 del Codice penale, è invece compatibile con il quadro esaminato dai giudice. I “fedeli” erano persone, in origine, certamente libere, indubbiamente in una condizione di fragilità psicologica dovuta alla solitudine, alla depressione, a problemi affettivi o fisici, anche questi ultimi, tra l’altro, curati con riti vari perché sempre ricondotti a una presenza del maligno. Condizioni delle quali l’imputato si era subdolamente approfittato. L’ex prete, autoproclamatosi santo, prometteva una via d’uscita, da malattie, ansie e paure. La sua influenza era così penetrante da abbandonare mariti e mogli, accettare matrimoni combinati, lasciare l’attività, come era accaduto ad una farmacista, o vendere l’unico bene immobile per sostenere la comunità.

    No alle umiliazioni anche se legate a convinzioni religiose

    Una chiara condizione di sudditanza, che era durata per 20 anni. La Cassazione annulla dunque il verdetto, chiedendo di considerare il reato alla luce dei principi enunciati. E ricordando che il nostro ordinamento non consente «forme di umiliazione e di violazione dei diritti fondamentali, quali quelli descritti dalle vittime delle condotte dell’imputato, anche se correlate a convinzioni religiose o spirituali, quando compromettono in modo significativo i diritti fondamentali dell’individuo riconosciuti e garantiti dalla Costituzione».

    https://www.ilsole24ore.com/art/il-capo-spirituale-comunita-condiziona-scelte-adepti-e-riduzione-schiavitu-AEANLaB?fbclid=IwAR0sts4ZnAyCSAgDG-O1AXdVfGC97sgZejQu-0hXtXs3EuQ8TD9Y6zMx6YA

  • Don Alberto:  che splendida persona

    Don Alberto: che splendida persona

    Molto stimato da tutti, così vicino alle esigenze dei giovani, amico ideale, prete attento al prossimo: è una sua priorità aiutare i più bisognosi, gli ultimi, sottovoce e con garbo riesce a riunire le comunità, a far sentire Dio presente nelle nostre vite, a darci una speranza per un mondo migliore in cui tutti noi siamo fratelli; ha accolto nella sua casa i senzatetto, ha creato comunità per i disabili. Un’immagine luminosa che si proietta a chi lo circonda.

    Ma la verità è celata sotto gli occhi di chi gli sta accanto; la realtà di chi lo conosce per davvero nel profondo, come me, è ben diversa: dietro questa “melassa” di buonismo e di perfetto cristiano esiste un lato molto oscuro.

    Nascosto agli occhi di tutti quelli che lo conoscono c’è un orco.

    Lo può sapere bene chi come me, in prima media, affidata come tanti altri bambini/e dai propri genitori alle sue cure durante i campeggi estivi, lo vedeva togliersi la maschera da prete integerrimo la notte, quando veniva a trovarmi nel mio sacco a pelo per sfogare tutte le sue perversioni, rindossandola la mattina, come se nulla fosse accaduto lasciandomi attonita.

    Uso la parola orco perché una bambina innocente, nella semplicità della sua infanzia, altro nome non può esserci per descrivere chi, svelandosi dal perfetto camuffamento, si rivela in tutto il suo orrore.

    Per anni soggiogata dai suoi ricatti psicologici “se vuoi denunciarmi fallo pure, solo ti chiedo prima di avvisarmi così mi tolgo la vita ”.

    Io, bambina introversa con un macigno sulle spalle, sola, con la paura di sentirmi sporca e non adeguata, nella solitudine di questo terribile segreto.

    Ho impiegato 30 anni per capire che non è stata colpa mia, per metabolizzare ed accettare quello che mi accadde, un lungo percorso di sofferenza, una vita rovinata, relazioni distorte.

    Spero che queste mie parole possano servire ad aprire gli occhi ai suoi attuali parrocchiani, per salvare altre bambine, altre vite…

    Siate sempre vigili perché… don Alberto è un lupo travestito da agnello !

    Lettera firmata

  • Vi dà fastidio anche Meter? La frase shock di don Alessio Magoga alle vittime dei preti pedofili

    Vi dà fastidio anche Meter? La frase shock di don Alessio Magoga alle vittime dei preti pedofili

    Cinque parole e quel “anche” di troppo che non lascia dubbi su quale sia la posizione di don Alessio Magoga, direttore del giornale L’AZIONE e dell’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Vittorio Veneto.

    È proprio gente come don Magoga a far sì che ci si domandi a chi lasciamo in mano i nostri figli, a chiedersi quale educazione possano mai avere da uomini di chiesa come lui e ancor peggio, quale è il livello di tutela quando li affidiamo nelle loro mani.

    Quell’infelice “Vi dà fastidio anche Meter?” detto da un prete ad una associazione di vittime di preti pedofili, esterna tutta l’irritazione sul fatto che chi ha subito un crimine così efferato da parte del clero, sia per lo stesso solamente irritante nel reclamare legittima giustizia.

    Purtroppo ci sono tanti don Alessio Magoga, basta ricordare le dichiarazioni di don Gino Flaim, di Padre Benedict Groeschel e via dicendo.

    L’infelice affermazione di don Alessio Magoga arriva a seguito di un articolo nel quale la Rete L’ABUSO sottolineava la strumentalizzazione da parte dell’associazione METER, riguardo ai dati della pedofilia online, utilizzati sulla pelle delle stesse vittime, come uno specchietto per le allodole per minimizzare sul problema dei preti pedofili.

    Un atteggiamento che per la chiesa è diventato una triste abitudine, basti vedere quello che le gerarchie cattoliche stanno facendo in Polonia, dove a fronte dello scandalo che come in tutto il mondo sta facendo emergere anche li, i crimini e gli insabbiamenti del clero a danno di minori, la chiesa, anziché fare pulizia e chiarezza sui propri crimini, ha dato vita ad un altro specchietto per le allodole, la crociata contro l’omosessualità, da sempre per la chiesa, un crimine ben più grave che lo stupro sistematico di minori.

    Il dato davvero triste che insistentemente emerge, è che malgrado i sacerdoti non siano tutti pedofili, oltre all’impossibilità di documentarne almeno uno che per amore dei minori abbia mai denunciato un collega pedofilo, troppo spesso li troviamo compatti solo contro chi ha subito molestie e reclama giustizia, mai in favore delle vittime o quanto meno nell’esigere pulizia in quella chiesa che li vede suoi ministri.

    Redazione Web
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  • La lettera integrale del prof. Giambruno Cecchin al Vescovo di Treviso e al Papa

    La lettera integrale del prof. Giambruno Cecchin al Vescovo di Treviso e al Papa

    Riceviamo e pubblichiamo

    Ecc. Rev.ma,

                Ho esitato molto prima di inviarle questa lettera in quanto nuovo presule di Treviso  da settimane insediato nella nuova diocesi. Avrà mille cose da fare, incontri da presiedere, persone da incontrare e mani di stringere.

                Ma visto che è proprio all’inizio del suo mandato episcopale è giusto che si aggiungano anche queste mie parole e che sia messo al corrente di alcune cose che magari altri non le hanno detto o non hanno ancora  il coraggio di dirgliele.

    Sulla scia del summit che si è svolto nei mesi scorsi in vaticano (o meglio nel luogo dove alberga Satana) sul grande tema della pedofilia e leggendo in questi mesi il libro di F. Martel “Sodoma” e alla luce delle tante testimonianze che ho ascoltato in questi ultimi anni di vittime di abusi da parte della gerarchia ecclesiastica, ho trovato anch’io la forza dopo più di 28 anni di denunciare gli abusi sessuali, le umiliazioni e le gravi vessazioni che ho subito durante l’anno di seminario che ho frequentato negli anni 1990-91 (in Comunità Vocazionale).

    La mia vicenda è simile a quella di tanti ragazzi vissuti all’ombra del campanile, negli ambienti della chiesa fin da piccolo. All’età di 8 anni ho iniziato a fare il chierichetto,  a 15 anni l’animatore nella mia parrocchia di Galliera Veneta e  a frequentare i gruppi di AC in patronato.

    A 18 anni ho iniziato a frequentare il Gruppo Diaspora (il gruppo di orientamento vocazionale per giovani) perché sentivo in me una sorta di chiamata a diventare prete e l’anno successivo, finita la maturità, sono entrato in comunità vocazionale dove ho conosciuto molti preti, sia della comunità vocazionale, del seminario minore e maggiore.

    Ero un ragazzo normale, pieno di vita e di sogni, come tutti i ragazzi di quell’età. Volevo fare un’esperienza forte per capire meglio la mia vocazione.

    Ma è stato proprio lì dentro, nelle maledette mura del seminario, altro luogo satanico che è avvenuto quello che mai avrei pensato mi succedesse. Per un anno intero non ho avuto la forza di andarmene e di denunciare quello che mi era successo, anche perché erano anni in cui ancora non si potevano denunciare e parlare di pedofilia e di abusi sessuali da parte di preti.

    Una sera, addirittura, stanco e sfinito di essere maltrattato e abusato sessualmente e non solo, sono letteralmente  fuggito dal seminario vagando per la città di Treviso tutto solo e  in balia dei miei dolori, delle mie angosce e delle mie atroci sofferenze e pregno delle mie ferite lancinanti che sanguinavano.

    Ricordo, dopo aver camminato per un’ora piangendo, di essermi seduto sfinito in una panchina e poi di aver deciso (quasi come un flash) di suonare alla porta dell’episcopio: volevo parlare con l’allora vicario generale mons. Angelo Daniel (arciprete di Galliera Veneta dal 1974 al 1989) ed oggi vescovo emerito di Chioggia (a cui non ho inviato questa lettera perché so che le sue condizioni di salute sono molto precarie), con il quale avevo una grande confidenza ed era stato per anni il mio padre spirituale.

    Ricordo sempre quella sera di marzo, venne ad aprire la porta il suo predecessore, il Vescovo Magnani, il quale stupefatto e con quello sguardo sicuro e schivo che sempre lo ha caratterizzato,   mi chiese  cosa volessi. Io non gli risposi nemmeno, lo scansai e salì in fretta quelle scale cercando di parlare con don Angelo, il quale mi accolse da padre con un abbraccio e mi chiese che cosa avessi e per quale motivo lo stessi cercando e per quale motivo stessi piangendo in modo così copioso.

    Nonostante avessi gli occhi gonfi di lacrime non ebbi il coraggio di raccontargli la verità. Gli dissi una bugia, che ero stanco, che volevo uscire dal seminario. Lui cercò di capire, ma io non gli detti il tempo di farlo.

    Lo ringraziai per il tempo che mi aveva dedicato, l’allora segretario del vescovo Magnani e oggi suo Vicario Generale, mons. Adriano Cevolotto, mi chiese se volevo almeno un bicchiere d’acqua, ma rifiutai.

    Me ne andai, scesi quelle scale con tanta rabbia dentro per non essere riuscito a raccontare nulla.

    Al rientro in seminario trovai le porte chiuse a chiave e per tutta la notte dormii nella mia macchina fino alla mattina quando furono riaperte le porte e potei rientrare  e andai subito a farmi una doccia.

    Quella mattina non partecipai né alla messa, né mi feci vedere a colazione  e a lezione, ma rimasi per tutta la giornata in camera a piangere e a farmi mille domande su quanto stavo vivendo.

    Ho continuato, quindi, a resistere fino a giugno quando comunicai la decisione di uscire definitivamente dal seminario. Fu per me grande una liberazione: ricordo venne mia madre ad aiutarmi a portare a casa le mie cose, ma un prete vigliacco (un vero e proprio verme strisciante) non permise alla donna che mi ha donato la vita di salire al piano superiore perché, sempre secondo quel prete maledetto, il piano superiore era un luogo privato al quale potevano accedere solo i seminaristi. Io gli detti una spinta e lo minacciai che se non avesse acconsentito a far salire mia madre, avrei chiamato immediatamente mons. Daniel, il Vescovo Magnani e i carabinieri.

    A quel punto lo vidi sparire  e mia mamma, la donna che amo più della mia stessa vita, è salita e assieme con una gioia immensa preparammo le valigie. La abbracciai forte, era più di un anno che non sentivo un vero abbraccio, il vero Amore venirmi incontro. Ero felicissimo perché sapevo che stava finendo quell’incubo, che erano gli ultimi minuti in cui io avrei visto quelle maledette stanze dell’orrore.

    Per più di 28 anni ho cercato di andare avanti, di dimenticare, di guardare oltre a quello che mi era successo, mi sono subito iscritto alla facoltà di filosofia a Padova dove dopo cinque anni mi sono brillantemente laureato.

    Ma nulla è mai stato come prima dopo quell’ anno vissuto in quel terrificante posto. Mai potrò dimenticare quei terribili e nefandi pomeriggi a fare “direzione spirituale” all’interno della camera del verme strisciante: ma Eccellenza – chiedo a lei-  si può fare direzione spirituale in camera? E perché non in uno studio come tutti gli altri preti?

    Il trauma esce ancora oggi, mi attanaglia  con qualsiasi cosa che può essere un ricordo, un sogno, una parola.

    Quando venivo e vengo a Treviso sto tutt’oggi ancora male, evito di passare per quelle vie e guardare quegli edifici, troppo grande è il dolore.

    Nulla, ripeto, dopo quello che mi è successo è più come prima e in questi giorni, mi creda, non ho più lacrime pensando   a quei terribili momenti vissuti.

    Ho pensato più volte anche di farla finita per porre fine ai ricordi dolorosi, poi per fortuna la svolta e la rinascita.

    Sono partito per un anno di volontariato nel 2010 con una grande ONG ad Haiti e lì, all’interno della missione umanitaria, ho conosciuto un medico francese stupendo che mi aiutato  e che mi ha dato la forza di ripartire. Oggi questo medico, da 9 anni, è il mio marito e compagno di vita ed è grazie a lui se ho trovato la forza di scriverle affinché lei sappia  che anche all’interno della diocesi da lei governata, vi sono dei preti pedofili che ogni mattina celebrano la messa e fanno la comunione come se niente fosse.

    Io sono stato spesso  (e continuo ancor oggi nonostante siano passati più 28 anni) ad essere minacciato di morte da questi preti infami che hanno abusato sessualmente di me e che ancora oggi mi scrivono o mi fanno arrivare dei messaggi da altri preti o uomini di curia  “Se parli, sei morto”.

    I reati e i crimini che hanno commesso questi criminali sono andati ovviamente in prescrizione, ma in prescrizione non andranno mai il mio dolore, le mie lacrime,  i miei traumi subiti. E se Papi, Cardinali, Vescovi archiviano (o meglio insabbiano ), Dio non archivia!!

    L’anno scorso ho chiesto lo sbattezzo che mi è stato concesso perché io non credo più  nell’esistenza di Dio. Dio è solamente un’invenzione dell’uomo e della gerarchia ecclesiastica per compiere  questi abominevoli crimini. Perché, Vescovo Tomasi, se Dio esistesse non avrebbe permesso a me e ad altre decine di migliaia di minorenni e giovani di vivere un dolore simile e continuare fino ad oggi a perpetuare crimini così efferati permettendo che altri ragazzi innocenti in tutto il mondo  provassero e provino quello che ho provato io.

    Non credo, ovviamente, nemmeno più in questa chiesa che mi ha profondamente e irrimediabilmente deluso, ferito e umiliato, che mi ha piagato corpo, mente e anima, quella chiesa a cui io ho dato tanto fino la mia stessa vita e tutto ciò che di bello avevo dentro me stesso. Volutamente non ho inviato questa mio scritto all’Arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzucato, altro suo precedessore che ha Treviso ha combinato solo veri e propri disastri finché la lungimiranza dei due suoi confratelli emeriti (Mons. Magnani e Mons. Daniel) non sono partiti per Roma  e spiegando alla Santa Sede con grande saggezza e verità cosa stava succedendo a Treviso, subito dopo poche settimane si sono visti gli effetti positivi di quella visita in Vaticano e in pieno luglio è arrivato il decreto di nomina di Mazzocato a Udine (io sinceramente l’avrei mandato ancora più in là, magari in Slovenia in una sperduta diocesi in mezzo ai boschi e alle foreste). Si pensi che, quando l’amministrazione comunale guidata dal Sindaco Manildo ha installato le telecamere di vigilanza nei punti più importanti della città, un telecamera è stata piazzata anche in Piazza Duomo. A.B.M. ha subito telefonato al Sindaco dicendo che non era opportuna una telecamera in piazza Duomo e che non gradiva che fosse registrato e ripreso chi entrava e usciva dall’episcopio. Per forza, li ho visti io con i miei occhi ragazzi più che ventenni uscire dalla porta del Palazzo Vescovile alle 3 di notte. Erano andati a fare direzione spirituale, ci teneva (e ci tiene ancora) molto l’Arcivescovo alle vocazioni…….

    Io oggi provo una grandissima felicità a non fare più parte della chiesa cattolica composta da preti vigliacchi, vescovi e cardinali approfittatori, ladri, disonesti, pedofili, falsi, criminali.

    Nonostante ciò mi sono sentito in dovere di scriverle e di raccontarle (risparmiandole e tralasciando appositamente dettagli raccapriccianti sulla mia vicenda) quello che a me è successo e a metterla in guardia (se mi permette) sul fatto che anche la diocesi di Treviso ha all’interno del suo presbiterio, dei preti pedofili maledetti e infami.

    Non cerco consolazione, commiserazione e compassione, ho già chi mi ama, chi ogni giorno quando riaffiorano alla mente certi pensieri,  sa con amore come asciugare le lacrime che copiose scendono e rigano le mie guance e sa asciugarle accarezzandomi e asciugandomi il viso con le proprie mani donandomi tutto l’amore possibile.

    Non cerco nemmeno una sua risposta, sappia però che se verrò chiamato a portare la mia testimonianza, dovrò raccontare tutto quello che ho raccontato a lei in questa mia lettera aggiungendo però altri  particolari meno gradevoli, ma estremamente veri.

    La informo, inoltre, che ho deciso di dare alla stampa locale e nazionale  il contenuto di tale lettera e di fare i due nomi pubblicamente dei due sacerdoti pedofili che ho avuto l’orrore di conoscere: ora sono due parroci (don Paolo Carnio a San Donà di Piave e don Livio Buso a San Martino di Lupari), negli anni 90/91 erano rispettivamente il responsabile della Comunità Vocazionale e l’altro assistente della stessa. Ho dato, inoltre, mandato ai miei legali di comunicare i nomi dei due criminali alla Procura della Repubblica competente.

    Spero solo questo mio scritto possa illuminarla sulla necessità, come vescovo ordinario pro tempore della diocesi di Treviso, di vigilare costantemente  e di denunciare con determinazione e franchezza eventuali altri abusi di cui verrà o sarà già venuto a conoscenza.

    La ringrazio di avermi letto, le auguro un buon lavoro all’inizio di questa sua nuova e prima missione da Vescovo e la saluto cordialmente.

    Galliera Veneta, 16 dicembre 2019

                                                                                                                          Gianbruno Prof. Cecchin