Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il Papa difende Barros, il vescovo accusato di omertà sui casi di pedofilia

    Il Papa difende Barros, il vescovo accusato di omertà sui casi di pedofilia

    Prima di lasciare il Cile alla volta del Perù (seconda e ultima tappa del suo viaggio in America latina), Papa Francesco ha definito “calunnie” le accuse rivolte contro un vescovo che, secondo le vittime, avrebbe coperto casi di pedofilia. La vicenda è quella che riguarda padre Fernando Karadima, colpevole di abusi su minori, che era già stato condannato nel 2011 dalla congregazione per la Dottrina della fede a ritirarsi in solitudine e preghiera per il resto dei suoi giorni. Il Pontefice, prima della grande messa tenuta a Iquique, ha difeso il vescovo Juan Barros, accusato di avere tenuto nascosti gli abusi e le violenze di padre Karadima. “Non c’è nemmeno una traccia di prova contro di lui (Barros, ndr). Sono tutte calunnie, è chiaro?”, ha detto Francesco in un video registrato e diffuso giovedì sera dall’agenzia France Press. “Il giorno che qualcuno mi porterà una prova contro il vescovo Barros, allora parlerò”.

    I toni netti usati dal pontefice sui casi di pedofilia hanno generato polemiche ulteriori in Cile, dove il clima era già teso da giorni con proteste diffuse in tutto il paese contro la visita di Francesco. Proprio per questo, arrivato nel paese, il Pontefice aveva subito parlato degli abusi dicendo: “Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della chiesa”. Dopo le nuove dichiarazioni rivolte dal Pontefice, gli oppositori sono tornati all’attacco. La sua richiesta di perdono è “vuota”, ha scritto su Twitter Juan Carlos Cruz, uno dei vescovi che accusa Barros di omertà. Secondo James Hamilton, un altro schierato contro Barros, il Pontefice “ha mostrato un suo volto inedito. Quello che il Papa ha fatto oggi è offensivo e addolora, non solo noi, ma chiunque stia provando a porre fine agli abusi”.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/01/19/news/il-papa-difende-barros-il-vescovo-accusato-di-omerta-sui-casi-di-pedofilia-173950/#.WmMT1QYjDtM.facebook

  • Abusi del prete su minore, la Diocesi di Brescia risarcirà la vittima

    Abusi del prete su minore, la Diocesi di Brescia risarcirà la vittima

    di Mara Rodella

    Un’udienza lampo. Giusto per depositare al giudice il documento che testimonia e conferma l’intesa, concedere il rito abbreviato come chiesto dalla difesa e rimandare discussione e sentenza fra tre mesi.

    La Diocesi salderà il conto alla parte civile

    In aula, il caso dei presunti abusi sessuali ai danni di un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva appena compiuto 14 anni da parte di don Angelo Blanchetti, 57 anni, parroco di Corna di Darfo e di Bessimo (finì agli arresti domiciliari il 14 giugno del 2016). In aula, per la prima data fissata a dibattimento, il giudice Roberto Spanò ha concesso il rito alternativo (condizionato all’audizione di una genetista). Preso atto dell’accordo di massima per il «ristoro» del danno nei confronti della parte civile: a saldarlo sarà la Diocesi di Brescia. Che si è sentita in dovere di affiancare il minore e la sua famiglia in un percorso di sostegno. Ritenendoli comunque «danneggiati» da questa vicenda. Pare che parte della somma concordata possa servire anche a sostenere il percorso di studi e la crescita educativa del ragazzino. L’iter giudiziario individuale, ovviamente, continua. Discussione e sentenza sono fissate al prossimo 24 aprile.

    L’inchiesta sul parroco nata grazie alla denuncia del ragazzo

    All’origine dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Ambrogio Cassiani ci sono proprio le dichiarazioni del minore. Che si confidò prima con un altro sacerdote milanese, poi con gli inquirenti. Dichiarazioni rese nonostante le intimidazioni che avrebbe ricevuto: «Guarda che se parli finirai all’inferno» lo avrebbe spaventato don Blanchetti. Le violenze, stando alle indagini, sarebbero continuate per quasi due anni: dal gennaio 2015 al maggio dell’anno successivo. Dentro le stesse mura che quel ragazzino avrebbero dovuto proteggerlo: nella cucina del parroco. «Due rapporti al mese» ha fatto mettere a verbale. E nella stanza, descritta accuratamente, gli investigatori hanno recuperato una coperta imbottita — identica a quella indicata dal ragazzino — che il sacerdote aveva l’abitudine di stendere a terra prima degli incontri. Ma anche, in cassaforte, preservativi e creme lubrificanti.

    Un’altra accusa su don Angelo: «Ma non c’entro nulla»

    Lui, don Angelo, ha sempre respinto le accuse: «Non c’entro nulla con questa vicenda». Ma nei mesi scorsi, a rafforzarle, è arrivata anche la testimonianza choc di un’altra potenziale vittima delle attenzioni del don. Prima affidata a un post su Facebook, poi cristallizzata davanti al magistrato, in sede di incidente probatorio (quindi valida e utilizzabile anche a processo): «Invece di affiancarmi nel percorso di catechesi necessario al conseguimento del battesimo abusò di me» ha raccontato questo ragazzo. Che in Rete, dopo l’arresto di don Blanchetti scrisse di essere «ancora in cura» pur dopo anni. Ne aveva nove all’epoca degli abusi, e don Angelo era viceparroco di Artogne, oggi ne ha 36. Il copione, secondo il racconto, era lo stesso di quello raffigurato oltre vent’anni dopo. «Mi faceva sdraiare su una coperta». Fotocopia anche le minacce. Nonostante don Blanchetti non possa in alcun modo essere accusato, visti i tempi, anche di tali presunte violenze.

    La sentenza a aprile

    A decidere sulla sua colpevolezza piuttosto che della sua innocenza sarà il giudice, appunto tra tre mesi. Il tempo necessario alle parti per formalizzare e concretizzare l’accordo raggiunto per il risarcimento del danno, indipendentemente da quale sarà la sentenza individuale a carico dell’imputato. Quindi anche eventuali provvisionali stabilite dal tribunale che inevitabilmente troveranno seguito, come sempre in questi casi, in sede civile. Per ora è stata la Curia ad accettare e farsi carico del risarcimento. Se ne riparla il prossimo 24 aprile.

    mrodella@rcs.it

    http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_12/abusi-prete-minore-curia-diocesi-brescia-paga-parte-civile-vittima-09f56d88-f770-11e7-8658-d0b955e4d0a9.shtml

  • “AUGURI” molto particolari

    “AUGURI” molto particolari

    A casa mia i regali di Natale vengono messi sotto l’albero, e abbiamo l’usanza di aprirli tutti insieme la notte di Natale: una grande gioia per tutta la famiglia, anche se i figli non sono più così piccoli.

    È un momento di gioia molto intensa, tutto è impacchettato, ogni pacchetto ha il nome del destinatario, si cerca di indovinare cosa c’è dentro … e fin qui: come in tantissime altre famiglie, ma non vi scrivo per raccontarvi questo.

    Mio figlio mi passa un pacchetto con una busta con il mio nome, una bella busta, sul retro vi è il nome di una mia carissima amica, dunque so di chi sarà il regalo che sto per aprire e leggo prima il biglietto.

    Un BIGLIETTO STRANO: inizialmente non capisco, ho bisogno di leggerlo più volte perché non sono i soliti auguri con le “frasi fatte” o con le “frasi per ogni circostanza” che ormai si trovano anche in internet, quelle che “si vede lontano un miglio che non le ha scritte chi te le scrive”.

    Qui è diverso. La mia amica carissima mi sta dicendo qualcosa. Mi dice qualcosa che mi scuote. “In questo Santo Natale accendiamo un piccolo LUME per tutte le vittime della PEDOFILIA”.

    Come si fa ad associare il Natale con la pedofilia?

    Parla poi di “LUCE per togliere il buio dell’INDIFFERENZA”.

    Già. Indifferenza pura: a chi interessano le vittime della pedofilia? Chi sono le vittime della pedofilia? Quando se ne parla?

    Intanto non riesco ad aprire altri pacchetti, sono concentrata su questo biglietto di auguri. Proseguo nella lettura.

    “Perché il suo CALORE possa riscaldare i cuori e ravvivare l’AMORE”.

    Ho mai pensato alla sofferenza di una vittima di un pedofilo? Ho mai pensato al “cuore che piange” di chi ha subito un abuso? Inizio a mettermi in sintonia con il messaggio della mia amica: mi sta scuotendo. Ma non è una scossa negativa di quelle che dici “non ci voglio pensare, non mi tocca, non mi interessa”: voglio capire di più.

    Il messaggio prosegue parlando di SPERANZA, di ricerca della GIUSTIZIA e della VERITA’.

    Solo tante belle parole? NO: la mia amica propone di “SOSTENERE CHI CORAGGIOSAMENTE SI METTE AL FIANCO DI QUESTE VITTIME” e nomina un sito internet, quello a cui sto scrivendo questa mia lettera: test.retelabuso.org/, chiede di “sostenere l’Associazione Rete L’ABUSO con un contributo concreto, spirituale e economico affinché si riesca a fermare questa strage di anime”, e si firma “AMICA di una vittima”. Mi colpisce profondamente. Lascia nel mio cuore una bella inquietudine, non posso rimanere indifferente.

    Non conosco questa Associazione, mentre apriamo i pacchetti nella notte di Natale non accendo il pc … e nemmeno il giorno di Natale. Ma non mi dimentico e, due giorni dopo, appena apro la connessione internet inizio a leggere gli articoli presenti nel sito proposto dalla mia amica.

    È per me una realtà sconosciuta. Intuisco che il fenomeno della pedofilia dei sacerdoti è molto più vasto di quello che si immagina e lo sgomento iniziale viene poi sostituito dal desiderio di fare qualcosa.

    Come la mia amica, anch’io sono cattolica, credente e praticante e, proprio per questo, non posso far finta di nulla: chiudere gli occhi o negare il problema non serve a nessuno.

    È una realtà che fa male? Si, molto male: pensare che un sacerdote possa violare il corpo e la personalità di un bambino o di un adolescente ha qualcosa di diabolico, è qualcosa che bisogna avere il coraggio di chiamare con il suo nome, è un CRIMINE.

    Non mi sono bastati questi giorni, da Natale a oggi, per comprendere fino in fondo le implicazioni di tutto questo tema, non ho certo la presunzione di fare un trattato sulla pedofilia e nemmeno sulla sofferenza delle vittime.

    Ho però preso una decisione, un impegno con me stessa: non posso più rimanere beatamente indifferente, desidero approfondire questo tema, contribuire a creare e diffondere cultura, non cedere allo stereotipo che “non si può parlare male della Chiesa”: QUI NON SI TRATTA DI PARLARE MALE DELLA CHIESA!

    Si tratta di avere il coraggio di chiamare male quello che è male, e di combatterlo. Anche questo vuol dire essere cattolici!

    Rimanendo dalla parte di chi era un bimbo o un adolescente che si affidava ad un adulto che lo ha tradito, ha tradito la sua capacità di fidarsi degli altri.

    E ho preso l’impegno di fare la TESSERA DI SOCIO SOSTENITORE di questa Associazione, di proporla a mia volta ad amici e conoscenti. Se posso fare altro, fatemi sapere!

    Grazie a Francesco Zanardi, Presidente di Rete L’ABUSO

    Grazie cara amica che mi hai aperto gli occhi

    Lettera firmata

  • Paolo Cendon L’orco in canonica

    Paolo Cendon L’orco in canonica

    Paolo Cendon -L’orco in canonica (una ragazza esce dal buco del passato)

    Marsilio Editore, Venezia, 2016, pagine 302, euro 17,50

    Testo di saggistica narrativa su un misfatto clericale realmente avvenuto in una parrocchia del Veneto. Un prete stuprò una bimba di soli 8 anni reiterando l’abuso per qualche anno. Lo scandalo esplose solo dopo che, una volta raggiunta l’età adulta, la vittima ebbe il coraggio di denunciare e fare arrestare il sacerdote pedofilo.

    Similmente ad altri casi analoghi il maniaco in tonaca girò pure un video, poi sparito, in cui la ragazzina fu obbligata a farsi riprendere seminuda con un altro ragazzo.

    I famosi “ritiri spirituali” , tanto decantati dalla chiesa, in questo caso si rilevano anche occasioni per attività erotiche varie.

    Il testo riconferma l’abitudine di molti preti di travestirsi da persone qualunque, in barba al loro stesso codice di diritto canonico, in occasione delle loro scappatelle amorose. Infatti questo prete fu a lungo pedinato dalla polizia onde verificare la veridicità delle accuse sulla sua condotta immorale. Agli atti figurano anche inequivocabili intercettazioni telefoniche di carattere erotico.

    Pierino Marazzani  gennaio 2018

  • Preseminario San PioX; un’altra vittima denuncia, accuse anche a un monsignore

    Preseminario San PioX; un’altra vittima denuncia, accuse anche a un monsignore

    A pochi giorni dall’ultimo servizio delle IENE sui presunti abusi ai danni dei chierichetti del preseminario San Pio X in Vaticano, a contattare la Rete L’ABUSO è un’altra presunta vittima che chiameremo “Roberto”, un compagno di corso di “Carlo” (nome dato alla presunta vittima nella terza puntata delle IENE) che, non solo ci svela il nome del presunto molestatore, ma commenta così: “Nel racconto dell’ ex seminarista ho individuato ovviamente subito di quale prete si trattava, ovviamente di Don G. B. ; come potrei dimenticarmi di questo personaggio orrendo”, sottolinea inoltre che già negli anni 70 “i vertici dell’opera don Folci sapevano, difatti mi pare fu trasferito a Santa C. V.”.

    A verificare l’identità della nuova presunta vittima diverse foto tra cui questa, insieme a Papa Paolo VI, nella quale oscuriamo il volto di “Roberto” e del sacerdote accusato, ma lasciamo scoperto quello di “Carlo”, già apparso nella trasmissione Mediaset per fare un confronto e accertarne la somiglianza. È lui.

    Nella lettera, breve ma dettagliata, Roberto racconta una serie di situazioni: “C’era un altro elemento incredibile all’epoca aveva 18 anni ed era un autentico aguzzino e violento, aveva l’abitudine di mettere al centro del refettorio la sua vittima e cominciava a picchiare di santa ragione… mi pare che fu anche radiato dall’opera Don Folci anche per sospetta pedofilia… recentemente ho fatto una ricerca e incredibilmente l’ho trovato vestito da monsignore, sua eccellenza si chiama MONSIGNOR Xxxxxx Xxxxxx…rivederlo ora in questa posizione mi fa tanta rabbia anche se sono passati quasi 5O anni”.

    Quanto racconta “Roberto” sembra attendibile e quel monsignore di cui parla, oggi vive a Roma e riveste un ruolo di rilievo.

    Continua…

  • “SE NON AVESSI AVUTO VOI, IO A QUEST’ORA NON SAREI QUI”

    “SE NON AVESSI AVUTO VOI, IO A QUEST’ORA NON SAREI QUI”

    La frase scelta come “titolo” di quello che sto per scrivervi, è quella che mi ha detto mio figlio qualche giorno fa. Quando l’ha pronunciata il mio cuore si è raggelato, e nello stesso tempo mi ha restituito una responsabilità positiva sulla quale vorrei riflettere.

    Perché sto scrivendo all’Associazione ReteL’ABUSO?

    Perché sono la mamma di un ragazzo che alcuni anni fa è stato abusato da un sacerdote, un “caso” (strano definire un “caso” mio figlio) seguito da questa Associazione.

    “Io a quest’ora non sarei qui”. Una frase che significa esattamente quello che descrive, con la concretezza e la crudezza che rappresenta … non si parla ovviamente di “un trasferimento all’estero” ma di suicidio.

    Mio figlio ha tentato quattro volte di suicidarsi dopo l’abuso, a distanza di alcuni anni dall’abuso, quando ha iniziato a realizzare che il malessere che progressivamente lo stava devastando, era collegato all’abuso.

    Cosa significa essere genitore di un ragazzino che subisce un abuso sessuale da parte di un sacerdote?

    La frase di mio figlio di qualche giorno fa mi ha posto davanti, tutto in una volta, il ruolo che mio marito ed io abbiamo avuto per lui in questi lunghi anni, e che tuttora abbiamo.

    Il livello di sofferenza che viene espresso è enorme, chi non ci è passato non può, per fortuna, capire fino in fondo.

    E non sempre una vittima “può permettersi il lusso” di esprimere tutto il suo dolore, perché non sempre ha accanto qualcuno che lo possa accogliere.

    Penso a tutte le famiglie che, per mille difficoltà, non hanno la possibilità di sostenere, supportare e sopportare, accogliere, gestire, comprendere e affrontare tutto quello che comporta vivere ogni giorno con chi ha subito un abuso. Parliamo di bambini e ragazzini che soffrono indicibilmente, che non hanno voce per dirlo, che esprimono un malessere che sembra inspiegabile ma che devasta ogni angolo della loro personalità.

    Come si fa ad essere un genitore perfetto? Non si può. Ognuno fa quello che riesce, ogni famiglia ha la sua storia, le sue difficoltà e i suoi valori. Non si può generalizzare. Spesso il prete pedofilo sceglie i bambini o i ragazzini di famiglie già in difficoltà, di famiglie che non hanno risorse (e non parlo solo di risorse economiche bensì soprattutto psicologiche), famiglie che fanno parte di quella povertà silenziosa, discreta, onesta, che mai oserebbe pensare che un ministro di Dio, al quale magari hanno affidato il proprio figlio, possa fare tanto male. Il prete pedofilo sceglie la preda. A distanza di anni, e conoscendo altre vittime, ho approfondito questo pensiero.

    E la famiglia si ritrova ancora più sola. Sola a dover gestire un immenso dolore, incompreso dai più.

    Noi abbiamo avuto momenti di alti e bassi, spesso ci siamo ritrovati soli: solo i parenti stretti e pochi amici “che sapevano”.

     Soffrire senza poter raccontare il proprio dolore, sapendo di non essere compresi quando si prova a farlo, non è facile.

    La vita di chi subisce un abuso sessuale è una vita inevitabilmente in salita. E così anche la vita della sua famiglia.

    Tutto questo finché non ci si decide: non deve più essere un “segreto”, si denuncia. Se ne può parlare, si può cominciare a uscire da un silenzio assordante.

    Affiancare un minore che denuncia richiede un grande supporto, la famiglia deve essere attenta e  disponibile praticamente 24 ore al giorno. E dunque anche la famiglia va aiutata.

    Non ci siamo sentiti soli, è stato fondamentale chiedere aiuto, affidarsi. Questo non significa che la nostra fatica è stata attenuata, ma poterla condividere è stato importantissimo. Aiuti di diverso tipo abbiamo ricevuto: psicologici, spirituali, umani.

    Uscire dalla solitudine è fondamentale.

    Uno dei supporti maggiori l’abbiamo ricevuto da questa Associazione: poter parlare con qualcuno “che ci è passato” restituisce la certezza emotiva di sentirsi capiti in profondità, quella comprensione che non ha bisogno di tante parole o di tanti discorsi, quella possibilità concreta di sapere che “puoi contare su qualcun altro davvero”.

    Essere un genitore che ha ricevuto tanto, fa nascere in me il desiderio e la disponibilità concreta di poter essere, senza ambizioni, un semplice  strumento di ascolto e di vicinanza per altri genitori che, come me, si trovano ad affrontare un dolore così grande e profondo. Sarebbe bello, all’interno dell’Associazione, costituire un gruppo di auto-aiuto, di supporto, di ascolto, tra genitori; poter condividere qualcosa sapendo che, dall’altra parte, qualcuno ti capisce davvero. Chissà…

    Una mamma (lettera firmata)

  • Mi chiamo Francesco (Anna Pia Fantoni)

    Mi chiamo Francesco (Anna Pia Fantoni)

    Un filo apparentemente sottile tra due persone unite nelle stesse battaglie, un filo che si rivela un un forte legame nato dalla drammaticità di due distinte storie.

    Un racconto di Anna Pia Fantoni per Francesco Zanardi, colui che chiama fratello, non di sangue ma è quello che conta di meno.


    Mi chiamo Francesco

    Mi chiamo Francesco e sono un sopravvissuto. Sono stato abusato da un prete a cui mi sono affidato nella mia acre solitudine di adolescente. Io ci sono stato davvero, all’inferno. E se ci penso, da ateo convinto quale sono diventato, sorrido. Anni di terrore, senso di sporcizia, dolore lancinante che ho cercato di attutire in mille modi, tutti sbagliati. Perché quando quello che hai subito è troppo doloroso da ricordare, quando ti sei fidato della persona sbagliata e ancora oggi – a più di 40 anni – ci pensi e ti dai del cretino per non avere reagito, hai bisogno di lenire il tormento, in qualche modo.
    Perché forse l’hai provocato, lo dicono i commenti sui giornali e sui social network perché cazzo tutti sanno tutto e spesso la vittima è stata l’artefice e il dubbio ti viene. Anche se eri solo un ragazzino solo, con una famiglia di merda che di te si sbatteva i coglioni e ti sei unito a un gruppo, a una comunità, per riempire il vuoto lasciato dai tuoi.

    E i predatori lo sanno. Oh, se lo sanno. Ha trovato la vittima perfetta: non sbagliano mai. Riescono sempre a intravedere, tra decine di bambini o ragazzini, quello che ha gli occhi dolci o tristi, quello più mite e gentile, quello che puoi stare sicuro che non dirà niente a nessuno perché nessuno gli crederebbe. Che poi lui era così buono, con i vecchietti e le famiglie. E organizzava anche tante cose per i poveri. Cioè, insomma, era un prete, cazzo, e i preti sono in contatto diretto con Dio e se fossero cattivi Dio li fulminerebbe subito. E poi arriva sempre chi dice che ha mandato i figli in quella parrocchia e non è mai successo niente, quindi sono tutte balle raccontate da feccia in cerca di attenzioni. Ci fossero stati loro, sotto quella merda di tenda durante il campeggio. Quando ha iniziato ad accarezzarmi. Quegli occhi da mangusta e la lingua che gli umettava le labbra a scatti come un cobra. E io. Io paralizzato da quella sorpresa cattiva che non mi sarei mai aspettato di ricevere. Avevo talmente bisogno di un minimo gesto di attenzione che non avevo capito che la mia smania di sentirmi amato gli avrebbe consegnato la chiave per quell’atto brutale rivestito di cura che mi terrorizzava e mi faceva vomitare. E subito dopo la vergogna. Da morirci. E tornati a casa lui che mi lanciava quelle occhiate intimidatorie e allo stesso tempo viscidamente affettuose. E mi continuava a ripetere che io ero speciale e non c’era niente di male in quello che mi faceva, perché dimostrava quanto tenesse a me. Perché mi amava e mi avrebbe protetto da tutto. Ipocrita di merda, con quel collarino bianco da cane fedele. Con tutte le beghine a reggergli lo strascico come a una sposa. E per me solo dolore, ancora. Sempre. Sempre. Che non passava e non passa mai. Mai.

    Ho iniziato poco dopo, a drogarmi. Per lenire dolore, vergogna, senso di inadeguatezza. Anni di merda, mentre lui stava benissimo, servito e riverito. Coperto dai suoi devoti superiori.
    Poi l’ho denunciato. E ho perso il lavoro che mi sono costruito negli anni. E ho creato un’associazione per chi, come me, ha subito abusi da miserabili che ancora, tuttora, rimangono impuniti. E non serve che mi sgoli spiegando che non ce l’ho con i preti ma solo con il fatto che vengano protetti da una rete di omertà rivoltante. La maggior parte della gente non capisce comunque.

    Mi chiamo Francesco e, ancora, quel ragazzino imbrogliato e stuprato, di notte mi tira i capelli e chiede giustizia.

    Ma io gliel’ho giurato: prima o poi la giustizia arriverà. Per tutti. E in questo mondo.

     

    (Anna Pia Fantoni)

  • Usa, inchiesta sui figli dei preti. O’Malley: “I bambini sono la priorità”

    Usa, inchiesta sui figli dei preti. O’Malley: “I bambini sono la priorità”

    Il cardinale commenta il report del Boston Globe: «Se un sacerdote è padre, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio»

    «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio». Con queste parole il cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, commenta i risultati dell’inchiesta pubblicata il 16 agosto scorso dal Boston Globe intitolata “I figli dei sacerdoti cattolici vivono nel segreto e nella tristezza”.

    Il report – svolto, tra gli altri, da Michael Rezendes, uno dei giornalisti che lanciò anni fa con i colleghi la grande inchiesta sulla pedofilia del clero negli Stati Uniti, a partire dai casi di Boston, divenuta famosa in tutto il mondo grazie al film Premio Oscar nel 2016 “Spotlight” – parla del destino di numerosi bambini, figli di sacerdoti e dunque di relazioni non ammesse dalla Chiesa, che crescono nell’abbandono e nella solitudine.

    Secondo il porporato, anche membro del C9 e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, il benessere di questi ragazzi «è la priorità più alta». «Al momento della loro ordinazione – spiega – i preti cattolici fanno una promessa di celibato nella Chiesa e si impegnano a servire così le persone. Se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

    O’Malley rivela inoltre che, già lo scorso anno, la Commissione da lui guidata aveva ricevuto delle lettere riguardanti casi di figli di sacerdoti, ma «dopo un’attenta valutazione» si è convenuto che il tema andasse oltre il mandato affidato all’organismo. «La Commissione – sottolinea il porporato – cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali».

    http://www.lastampa.it/2017/08/23/vaticaninsider/ita/nel-mondo/usa-inchiesta-sui-figli-dei-preti-omalleyi-bambino-sono-la-priorit-pp1cBoGkC3H9t5rMDiYzYP/pagina.html

  • Inchiesta “12 apostoli”: l’azienda, il lavoro nei campi e la “paura” di Rotella per i soldi

    Inchiesta “12 apostoli”: l’azienda, il lavoro nei campi e la “paura” di Rotella per i soldi

    Il racconto dettagliato dei presunti abusi subiti dalle ragazzine, i particolari disturbanti sui probabili plagi messi in atto dalle donne della Comunità di Lavina e dal suo capo, Pietro Capuana, sono il fulcro dell’inchiesta ’12 apostoli’. Le intercettazioni e i verbali delle sei vittime che hanno deciso di collaborare con la polizia, mettono in luce quella che i magistrati inquirenti indentificano come una vera e propria associazione a delinquere. Finalizzata, sostanzialmente, al soddisfacimento degli appetiti sessuali dell’anziano leader e sedicente arcangelo, ritenuto figura di contatto tra Dio e gli uomini dai cinquemila adepti dell’Associazione Cattolica Cultura e Ambiente.

    Una ricostruzione, quella prettamente religiosa, che potrebbe di per sé bastare a spiegare la pressione psicologica sulle ragazzine, ma che tuttavia appare troppo semplicistica per comprendere a fondo l’organizzazione della comunità come una sorta di azienda, l’organizzazione scientifica dei cosiddetti “turni“, le sanzioni comminate alle famiglie. Ma soprattutto, il sequestro di una somma di denaro, 67mila euro in contanti, nell’abitazione di Rosaria Giuffrida, una dei dodici apostoli e moglie dell’ex assessore regionale Mimmo Rotella. 

    Proprio da lui, intercettato dalle forze dell’ordine, e per questo indagato per favoreggiamento, partono i dubbi sulla reale entità della faccenda. In una conversazione telefonica con Katia Scarpignato, una delle tre donne indagate, il politico rivela di essere a conoscenza dell’indagine in corso e la avverte: ”Ci sono due aspetti che vengono richiamati…potremmo avere la pedofilia e …l’aspetto economico….”, e ormai sicuro sull’ineluttabilità della vicenda, spiega: “Mi hanno detto anche che ci puoi levare mano…deve per forza procedere, stavolta non c’è la possibilità che si nasconde…ti ripeto non c’è niente da fare…”. Oltre a destare particolare inquietudine la locuzione “stavolta“, supponendo quindi che ci siano state altre volte in cui i fatti siano stati occultati, il politico parla chiaramente di un aspetto economico. Ma quale?

    Prima di rispondere a questa domanda, bisogna ricordare che oltre a essere una comunità religiosa, l’Acca è un’associazione con sede legale a Motta Sant’Anastasia, regolarmente iscritta al Registro delle imprese. Come attività principali, oltre a “favorire la crescita religiosa e spirituale dei propri membri”, l’associazione si occupa di “coltivazione di pomacee e frutta a nocciolo“, “coltivazione di uva” e “coltivazione di frutti oleosi“. Insomma è attiva nella produzione e commercializzazione di uva, pomodori, olive e altro genere di frutta. Vicepresidente dell’associazione è l’ormai ex assessore di Motta Sant’Anastasia Candida Fassiolo, non indagata e ancora oggi consigliere comunale, e all’interno del consiglio direttivo è possibile leggere, tra gli altri, il nome di Rosaria Giuffrida.

    Proprio in relazione a questa sfaccettatura, per provare a capire di quali “aspetti economici” parla Rotella intercettato, si potrebbe far riferimento a una frase quasi nascosta tra i racconti degli abusi, pronunciata da una delle vittime durante un colloquio con i magistrati. La ragazza, oggi maggiorenne, parla delle motivazioni che l’hanno convinta a lasciare la comunità dicendo di essere stanca di subire le vessazioni di Pietro “gli obblighi cui ero sottoposta, e i lavori nei campi, oppure la frequenza obbligatoria della comunità”. Quella di cui si parla è solo un’ipotesi, non confermata attualmente da nessun tipo di indagine. Una cosa però è certa: a preoccupare Rotella, oltre alle questioni legate alle ragazze, sono “i soldi“.

    Ancora una volta, in un’altra occasione, parlando al telefono con Scarpignato, le spiega che a rivelargli la natura dell’indagine è stato il sacerdote cattolico Orazio Caputo, anch’egli indagato per favoreggiamento. Il prete avrebbe detto al politico che a far partire il tutto sarebbe stato un esposto in Procura: “Ho saputo…di vicende che tu puoi immaginare quali possono essere – spiega Rotella alla Scarpignato – …oltre agli effetti economici…io sono molto preoccupato“.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/inchiesta-12-apostoli-capuana-setta-pedofilia-azienda-9-agosto-2017.html

  • Walter Siti assediato «Non è don Milani il mio prete pedofilo»

    Walter Siti assediato «Non è don Milani il mio prete pedofilo»

    Lo scrittore replica alle accuse per il suo romanzo “Bruciare tutto” dedicato al priore di Barbanadi

    ROBERTO CARNERO

    Non c’è pace per don Lorenzo Milani. La figura, già ai suoi tempi controversa, del priore di Barbiana continua a essere tale all’approssimarsi del cinquantesimo anniversario della morte (avvenuta a Firenze il 26 giugno 1967 all’età di 44 anni). A sollevare il polverone – e ad attirare l’attenzione mediatica su un anniversario che comunque non sarebbe passato inosservato – è stata la dedica posta in epigrafe all’ultimo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto” (Rizzoli): “All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani”. Il problema è che il libro di Siti ha per protagonista un sacerdote pedofilo.

    Molti hanno protestato: accostare la parola pedofilia a don Milani è parso intollerabile. «Tutto è nato dalla mia ammirazione per don Milani», dice ora Siti, dichiarandosi sorpreso e stanco dalle polemiche suscitate. E aggiunge: «Ho pensato che alcune frasi contenute nelle sue lettere potessero alludere a un’attrazione verso i minori, sublimata però in una specchiata vita sacerdotale, in cui dal semplice desiderio egli non è mai passato alle vie di fatto. Quelle espressioni sarebbero una sorta di residuo linguistico inerte, quasi una spia dell’avvenuta sublimazione. Quello che ci tengo a dire, però, è che la figura di don Leo, il protagonista del mio libro, non è affatto ispirata a quella di don Milani. Caso mai è il suo opposto: se don Milani non ha ceduto a un desiderio illecito, il mio personaggio vi cede e, tragicamente, se ne fa travolgere».

    Le frasi a cui allude Siti sono contenute nell’epistolario di don Milani, frasi che però – come ha puntualizzato il critico Alessandro Zaccuri su “Avvenire” – andrebbero lette nel contesto integrale delle lettere da cui sono state estrapolate. In particolare, a suscitare scalpore è una lettera datata 10 novembre 1959. “Se un rischio corro per l’anima mia”, scriveva il prete fiorentino, «non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto d’amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)». E ancora: «E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in c*** se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Un linguaggo ruvido, certo, ma che nel primo caso allude a quell’eccesso di amore per gli ultimi più volte dichiarato da don Milani, nel secondo al tradimento e alla prevaricazione del potente ai danni del più debole.

    «Non si può capire don Milani leggendolo superficialmente», replica Anna Carfora, docente di Storia della Chiesa alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. La professoressa Carfora è uno dei curatori del “Meridiano” Mondadori in due tomi contenente l’opera omnia di don Milani, da ieri in libreria (l’opera, diretta da Alberto Melloni, è curata, oltre che dalla professoressa Carfora, da Federico Ruozzi, Valentina Oldano e Sergio Tanzarella).

    Anna Carfora vorrebbe parlare soprattutto di don Milani, più che delle polemiche intorno a lui, ma non può sottrarsi dal puntualizzare: «Penso che la polemica abbia avuto in questi giorni uno spazio eccessivo. Il tutto si è basato su estrapolazioni fatte senza conoscere il suo pensiero e il suo modo abituale di esprimersi. Ciò del resto è quanto accade da anni, forse da sempre, anche a proposito della sua visione pedagogica, quando essa viene banalizzata o fraintesa, o quando, al contrario, si cerca di mettersi sotto l’ombrello di don Milani per acquistare visibilità».

    Siti allude a una propensione alla pedofilia asceticamente sublimata: «Ecco, questo è un completo rovesciamento – sostiene Anna Carfora – della figura di don Milani, il quale voleva rendere il cristianesimo umano, concreto, incarnato, superando quell’approccio ascetico tradizionale che, esso sì, fa perdere umanità. Ed è proprio quando si perde in umanità, che si finisce nella perversione. Lorenzo Milani era un uomo di fede, non di religione. Anche dopo la conversione e l’ordinazione sacerdotale conservò un linguaggio molto diretto, spesso dissacrante, assai lontano da quel modo di esprimersi pio e un po’ convenzionale di certi religiosi. La sua è una lingua geniale e spesso paradossale: per questo le sue espressioni non vanno mai intese alla lettera, perché c’è un oltre che va recepito. Chi si ferma alla lettera e non si proietta verso questo oltre rischia un totale fraintendimento dei significati reali».

    Il primo tomo del “Meridiano” presenta gli scritti editi, dalle Esperienze pastorali alla celebre “Lettera a una professoressa”, ma anche molti inediti, ora disponibili per la prima volta; il secondo tomo raccoglie le lettere, nella quasi totalità dei casi riscontrate sugli originali e integrate delle parti cassate per ragioni di privacy in precedenti edizioni parziali. Emerge così il ritratto di una figura intellettuale di assoluto rilievo nella cultura italiana del secondo Novecento, ma che ha ancora molto da dire anche oggi. Anche se, pure nel caso del suo pensiero pedagogico, non mancano gli attacchi, come quelli di chi vede nel “donmilanismo” le radici di tutti i mali della scuola odierna. Ma anche qui spesso alla base ci sono grossolani fraintendimenti. «Molte volte chi polemizza con la pedagogia di don Milani – spiega Anna Carfora – non ha letto i suoi scritti, di cui ha un’idea vaga e distorta. Don Milani non era affatto per una scuola lassista che puntasse al ribasso. Voleva invece una scuola che facesse parti eguali tra diseguali, mentre ancora oggi l’inclusione e il superamento delle differenze di partenza sono obiettivi decisamente lontani dall’essere raggiunti. La sua era una pedagogia critica, l’esatto opposto dell’efficientismo aziendalista a cui sembra sempre più venire improntata la scuola attuale nel nostro Paese».

    Anche la Chiesa vede oggi in don Lorenzo Milani, ai suoi tempi osteggiato e incompreso dalle gerarchie, un precursore di una visione della fede al passo con i tempi. Si può parlare di una vera e propria riabilitazione, arrivata a quasi cinquant’anni dal provvedimento del Sant’Uffizio del dicembre 1958 contro il libro “Esperienze pastorali”. Papa Francesco ha inviato alla platea “laica” della fiera “Tempo di libri” un videomessaggio in cui ha espresso il suo pensiero sul prete di Barbiana, già da lui definito tre anni fa “un grande educatore italiano”. Ma questa volta Bergoglio ha accostato a don Milani uno degli aspetti che più volte lo stesso pontefice ha indicato come via per gli uomini di Chiesa: la vicinanza al loro gregge. Secondo il papa, infatti, l’inquietudine di don Milani «non era frutto di ribellione ma di amore e tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata». E, il 20 giugno prossimo, per l’anniversario della morte, il Pontefice visiterà Barbiana e pregherà sulla tomba del priore.

    «Papa Francesco – chiosa Anna Carfora – ha qualcosa in comune con don Milani: è molto amato fuori dalla Chiesa, ma spesso osteggiato al suo interno. Don Milani viveva una fedeltà sostanziale, e non solo formale, al dettato evangelico della povertà e si collocava sul pericoloso crinale tra ortodossia e libertà. Oggi, come ai suoi tempi, molti temono che osare navigare nel mare aperto delle sfide poste dalla modernità (oggi dovremmo dire della postmodernità) significhi venir meno alle basi dell’ortodossia, ma non è così, perché è proprio la fede cristiana a spingere a muoversi in questa direzione. Don Lorenzo Milani aveva capito e praticava questo metodo. Aveva molto amato papa Giovanni XXIII. E oggi avrebbe molto amato papa Francesco».

    http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2017/04/25/news/walter-siti-assediato-non-e-don-milani-il-mio-prete-pedofilo-1.15251567