Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Udine

  • Una ex monaca di clausura racconta la vita monastica tra omosessualità e stupri a cielo aperto

    Una ex monaca di clausura racconta la vita monastica tra omosessualità e stupri a cielo aperto

    Suor Angela entra in  monastero a vent’anni e racconta un periodo di dolore, di segregazione e frustrazione: la vita di convento.

    E’ tornata alla laicità e racconta la sua esperienza al Fatto quotidiano. Lascia il fidanzato per seguire la vocazione: un amore incondizionato per la preghiera e la vita comunitaria e diventa monaca di clausura.

    E subito le prime, amare disillusioni, l’ambiente monastico assomiglia più ad una caserma “La consuetudine prevedeva che la posta in uscita fosse consegnata aperta alla superiora, che la poteva così facilmente ispezionare. La posta in entrata veniva invece consegnata chiusa a ogni monaca, ma era abitudine di tutte noi chiedere alla superiora se volesse leggere quello che vi era scritto. La mi richiesta di usare la posta elettronica destabilizzava quel sistema. Le altre monache ripetevano con terrore: ma così la posta non è più controllata! Alla fine cedettero e mi fu permesso di usare l’email”.

    Prevista anche la libera uscita per motivi di studio, ma la condizione posta dalla badessa è agghiacciante”Ci puoi andare, Angela, ma a patto che tu prima vada in psicoterapia, perché non si tratta di un desiderio normale”.

    In quel monastero friulano tra le monache si instauravano rapporti anche molto intimi  “Mi sono mancati –racconta l’ex suora-  gli uomini e tra le sorelle si instaurava molto spesso una forma di dipendenza affettiva ai limiti della morbosità“.

    Omosessualità latente o coatta? “Nel mondo cattolico – commenta – l’avversione per l’omosessualità è ancora fortissima. In particolare per quella femminile, pensata come una forma di gravissimo tradimento dell’amore per Cristo e quindi di negazione della vocazione”.

    E infine  i preti, che hanno il compito di formare le monache, sono una delle note dolenti: “Mi si spezza il cuore a dirlo ma certe omelie sono stupri a cielo aperto, recitate da persone che non si preparano, che non sanno cosa dire, che riempiono i venti minuti dell’omelia di parole vaghe. E noi donne, spesso più colte e preparate di loro, dobbiamo ascoltare i pazzi di turno, senza neanche poter uscire”.

    http://www.articolotre.com/2015/09/una-ex-monaca-di-clausura-racconta-la-vita-monastica-tra-omosessualita-e-stupri-a-cielo-aperto/

  • Abusi su minori, prete indagato. Parla il vescovo

    Abusi su minori, prete indagato. Parla il vescovo

    Inchiesta a Piacenza su presunti abusi sessuali che sarebbero stati commessi da un prete. “Grande sconcerto e immensa sofferenza”: così monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, commenta la notizia che la Procura della Repubblica ha sottoposto a indagine un prete. Il sacerdote sarebbe accusato di aver palpeggiato un 15enne che si recava da lui per avere lezioni private.

    “Confido nell’operato della Magistratura e attendo che venga fatta completa chiarezza”, aggiunge il vescovo, annunciando di aver “avviato l’indagine a livello canonico dopo aver preso contatto con la Congregazione per la Dottrina della Fede, competente per la disciplina canonica”.

    “In attesa dei chiarimenti e della decisione della Magistratura, desidero innanzitutto rivolgere il mio primo pensiero ai giovani. Anche per la mia vita che ho trascorso con i giovani – sottolinea mons. Ambrosio – so quanto grande sia la loro vulnerabilità e quanto dolorose siano le ferite. Il secondo pensiero lo rivolgo al prete, stimato e apprezzato. Spero che possa chiarire il suo comportamento.

    Il terzo pensiero va alle comunità: condividiamo insieme il grande dolore. Invito tutti a non scoraggiarci e a confidare nell’aiuto del Signore: anche le prove più dure possono essere un’occasione per crescere. Voglio ribadire la mia stima per i sacerdoti, gli animatori e gli educatori laici che si impegnano nella pastorale e nel campo educativo.

    La loro passione e la loro dedizione non possono essere intaccate o offuscate: meritano la nostra gratitudine e fiducia. Chiedo a tutti la preghiera, la vicinanza, il sostegno reciproco”.

    http://www.trc.tv/er/news/cronaca/2015/07/03/abusi-su-minori-prete-indagato-parla-il-vescovo/

  • Sacerdote indagato molestie; Vescovo, sconcerto e sofferenza Indagine a Piacenza, ‘il mio primo pensiero va ai giovani’

    Sacerdote indagato molestie; Vescovo, sconcerto e sofferenza Indagine a Piacenza, ‘il mio primo pensiero va ai giovani’

    (ANSA) – PIACENZA, 3 LUG – “Grande sconcerto e immensa sofferenza”: cosi’ monsignor Gianni Ambrosio (nella foto), vescovo di Piacenza-Bobbio, commenta la notizia che la Procura della Repubblica ha sottoposto a indagine un prete piacentino per presunte molestie sessuali su minore.

    Il sacerdote sarebbeaccusato di aver palpeggiato un 15enne che si recava da lui peravere lezioni private. “Confido nell’operato della Magistraturae attendo che venga fatta completa chiarezza”, aggiunge ilvescovo, annunciando di aver “avviato l’indagine a livellocanonico dopo aver preso contatto con la Congregazione per laDottrina della Fede, competente per la disciplina canonica”.

    “In attesa dei chiarimenti e della decisione dellaMagistratura, desidero innanzitutto rivolgere il mio primopensiero ai giovani. Anche per la mia vita che ho trascorso coni giovani – sottolinea mons. Ambrosio – so quanto grande sia laloro vulnerabilita’ e quanto dolorose siano le ferite. Il secondopensiero lo rivolgo al prete, stimato e apprezzato.

    Spero chepossa chiarire il suo comportamento. Il terzo pensiero va allecomunita’: condividiamo insieme il grande dolore. Invito tutti anon scoraggiarci e a confidare nell’aiuto del Signore: anche leprove piu’ dure possono essere un’occasione per crescere. Voglioribadire la mia stima per i sacerdoti, gli animatori e glieducatori laici che si impegnano nella pastorale e nel campoeducativo. La loro passione e la loro dedizione non possonoessere intaccate o offuscate: meritano la nostra gratitudine efiducia. Chiedo a tutti la preghiera, la vicinanza, il sostegnoreciproco”. (ANSA).

  • Abusi dei Gesuiti sui nativi americani: ora è ufficiale e provato!

    Abusi dei Gesuiti sui nativi americani: ora è ufficiale e provato!

    Sui libri di storia ci insegnano che Cristoforo Colombro ha “scoperto” l’America, come se si trattasse di una scoperta scientifica, come se fino a quel momento il continente americano non fosse esistito, come se avesse iniziato a vivere con l’arrivo di Cristoforo Colombo. Che certamente non era un benefattore.

    Le americhe ed i nativi americani facevano la loro vita, sicuramente più arretrata tecnologicamente, ma non meno valida. I nativi americani erano un popolo felice, e sopratutto viveva in armonia con la natura ed il regno animale, dal quale traevano sostentamento e tutto quello di cui abbisognavano.

    L’arrivo degli europei sancì per i nativi americani l’inizio di uno sterminio, un bagno di sangue unilaterale. I film dove gli indiani assaltano i treni, ed i “bianchi” si difendono, sono pura fantasia, propaganda letteraria. Da subito gli europei portarono nelle americhe malattie fin’ora a loro sconosciute, violenze e crudeltà gratuite.

    Ma il calvario dei nativi americani, ormai relegati in ristrettissime “riserve“, non finirono con la nascita degli USA. Le discriminazioni sono proseguite fino all’epoca odierna.  E tra i “carnefici”, ci sono i gesuiti. Se fino a poco tempo fa questa era una “voce”, una delle tante verità non provate e confermate, adesso pur a distanza di molti decenni, è tutto compravato dagli atti.  E l’Ordine dei Gesuiti dell’Oregon ha accettato di risarcire centinaia di indiani che erano stati abusati da bambini, con una pioggia di milioni di dollari: ben 166 milioni.

    Abusi subiti tra il 1940 ed il 1970 dai nativi che hanno frequentato scuole gestite dall’Ordine in Alaska, Idaho, Montana, Oregon e nello stato di Washington. In particolare, secondo l’accusa, l’Ordine dei Gesuiti aveva la consuetudine di inviare i sacerdoti che creavano problemi (o che si erano resi protagonisti di abusi) nei luoghi più sperduti, o all’interno delle riserve, dove in alcuni continuavano a molestare. Anzi, essendo luoghi arretrati e meno controllati, erano persino facilitati!

    Veritanwo

  • Polonia, abusi sessuali, suora in carcere Le violenze in un centro d’accoglienza

    Polonia, abusi sessuali, suora in carcere Le violenze in un centro d’accoglienza

     Suor Bernadetta condannata a due anni di carcere.

    Accusata di violenze, anche sessuali, commesse nei confronti di minori in un centro di accoglienza per ragazzi con disagi, a Zabrze, una suora polacca di 59 anni è stata condannata a 2 anni di reclusione. Suor Bernadetta aveva l’abitudine di punire le disobbedienze dei ragazzini chiudendo nelle stanze i più giovani con quelli più grandi, senza badare alle violenze che si svolgevano all’interno delle camere. I casi provati, dal 2005 al 2006, sono una ventina, e molte delle vittime degli abusi hanno subito dei traumi, rifugiandosi nell’uso di alcol e droghe.

    “Si tratta di una ferita profonda non solo per noi ma per l’intera chiesa” ha detto Claret Krol, superiora della congregazione a cui appartiene Bernardetta. Per tre anni la religiosa condannata era riuscita a evitare il carcere a causa del suo stato di salute, fino a ieri, quando la polizia l’ha prelevata dall’istituto in cui viveva e trasferita in cella.

    http://www.unionesarda.it/articoli/articolo/368945

  • “Nessuno dovrà saperlo” (come fui violentato dal prete pedofilo in seminario), Romanzo autobiografico di Bruno Zanin

    “Nessuno dovrà saperlo” (come fui violentato dal prete pedofilo in seminario), Romanzo autobiografico di Bruno Zanin

    Qualcuno ricorda forse il viso di Bruno Zanin, ragazzino protagonista del capolavoro di Fellini Amarcord (1973). Zanin interpretava il ragazzino Titta Biondi alle prese con le prime esperienze sessuali, quella dell’araccio alla tabaccaia maggiorata. Interpretò, successivamente, anche la parte di un compagno di viaggio di Marco Polo in uno sceneggiato televisivo

    Esce un suo romanzo autobiografico in cui, raccontando la sua bisessualità, spiega racconta come fu violentato da ragazzino da un prete in seminario.

    E’ il ragazzino dai capelli rossi:

    di Stefano Lorenzetto
    Nel marasma immoto della baita, all’improvviso qualcosa si muove, laggiù in fondo, sotto il fornello sovrastato dal ritratto di Santa Teresa di Lisieux. È un puntolino che compare, scompare e subito ricompare alle spalle di Bruno Zanin. Il Titta Biondi di Amarcord nota la mia distrazione. Si volta a guardare. Poi torna a fissarmi: «Ha visto un condannato a morte». Il topo rosicchia le esche avvelenate. «Sono obbligato a farlo. I ratti combinano disastri, mi bucano le coperte». Si gira di nuovo. «Però adesso mi dispiace, poverino. Non dovevo mettere il topicida».

    A 56 anni il biondino che diede corpo sullo schermo alle fantasie oniriche di Federico Fellini è schiacciato dai sensi di colpa. Per la violenza sessuale che subì in seminario a opera di un sacerdote. Per l’omosessualità borderline che ne derivò. Per i tre cicli di psicoanalisi junghiana affrontati nella speranza di uscirne. Per aver tentato il suicidio quando scoprì che la ragazza di cui s’era invaghito lo dileggiava offrendo in pasto agli amici le poesie d’amore scritte per lei. Per il ricovero in manicomio che ne seguì. Per Monique, la moglie da cui s’è separato «mai e sempre», una fotografa conosciuta al Théâtre de la Ville di Parigi dove lui recitava Ionesco, sposata nel ’78 spinto dal bisogno di dimostrare a se stesso che sapeva fare il suo dovere di uomo. Per i due figli di 28 e 23 anni, uno insegnante in Lussemburgo, l’altro operaio in Normandia, messi al mondo al solo scopo d’inondarli dell’affetto e della tenerezza che non ha avuto da bambino.

    Ora Zanin è tormentato anche dal rimorso per aver svelato tutto questo nel romanzo autobiografico Nessuno dovrà saperlo (Tullio Pironti editore), «un libro di espiazione e di redenzione, il libro di un’anima ferita e di una coscienza incapace di perdonarsi», come ha scritto Raffaele La Capria, soprattutto per aver dedicato questo volume alla memoria della madre Adele, del padre Anselmo e di Edward Melcarth, riservando però la riprovazione al sangue del suo sangue e il rimpianto all’artista che considera il suo vero genitore, «morto povero in un ospedale pubblico di Venezia, il primo adulto che mi ha rispettato, che non mi ha mai messo le mani addosso, che mi ha presentato alla sua amica Peggy Guggenheim, sfamato, consigliato, portato in giro per l’Italia senza pretendere nulla in cambio».

    Ero salito fino a Vanzone, alle pendici del monte Rosa, per un amarcord e invece mi tocca raccogliere una confessione. «Questa baita è la mia prigione. Mi ci sono recluso da solo. Dieci anni fa ho venduto anche l’auto, così non posso più scendere a valle. Altrimenti, appena calano le tenebre, il demone che ho dentro mi porterebbe a cercare emozioni proibite giù in città». Per scappare da se stesso ha abbandonato il cinema (dopo Amarcord aveva girato Il buon soldato, Il caso Moro, L’Agnese va a morire, una dozzina di film, «ma non mi chieda qual è stato l’ultimo, non me lo ricordo», rovista nel baule alla ricerca di una foto con Fellini, «per me è come scavare in una tomba»), ha abbandonato la televisione (Marco Polo, Il Mercante di Venezia), ha abbandonato il palcoscenico («quando Giorgio Strehler mi prese al Piccolo di Milano, nel ’75, non avevo mai messo piede in un teatro in vita mia, neanche come spettatore») ed è andato per conto dell’Abbé Pierre a portare aiuti umanitari durante la guerra in Bosnia, da dove mandava corrispondenze alla Radio Vaticana.

    Zanin dimostra ancora la prestanza fisica che in Amarcord gli consentiva di caricarsi sulle spalle Antonietta Belluzzi, la tabaccaia di Amarcord con due aerostati al posto delle tette. Ma non potrebbe più infilare le mani sotto la gonna bianca di Magali Noël, la Gradisca, nemmeno nel buio di un cinematografo, tanto sono oggi irruvidite e scorticate («faccio il muratore e il manovale, taglio la legna dei boschi, le bollette a volte vanno in mora, ma chissenefrega»). Del Titta Biondi che fu gli sono rimasti solo gli occhi, di un azzurro polinesiano, e il sorriso malandrino.

    Sarà pur vero che diversi si nasce, ma Zanin ha provato nelle proprie carni che lo si può anche diventare per quello che lui chiama, rifacendosi a Konrad Lorenz, «l’imprinting». Le oche selvatiche, private della madre in tenera età, scambiavano l’etologo austriaco per il loro genitore e, una volta adulte, per il loro partner. Il piccolo Bruno, un selvàdego cresciuto libero a Vigonovo nell’entroterra veneziano, confinato dai genitori a 400 chilometri da casa ha finito per scambiare per amore le attenzioni di un pedofilo e, passati più di 40 anni, è ancora qui a farci i conti tutti i giorni.

    Mi parli della sua infanzia.

    «Splendida e solitaria. Il paradiso in terra. Un bambino all’inizio vive lo stato edenico primordiale, crede a ciò che gli raccontano i genitori, gli insegnanti, i preti. Nei campi mi sentivo re, mago, parón de tuto. Ero molto pio, pregavo, portavo i fiori davanti ai capitelli della Madonna. Mi accadevano fenomeni paranormali».

    Per esempio?

    «Ripetevo fino all’estenuazione “Gesù e Maria ve vogio tanto ben”, una giaculatoria che mi aveva insegnato mia nonna Teresina, e mi assentavo. Dopo una di queste estasi, dissi ai miei: g’ho visto ’na femena in canale co’ do putele. Il giorno dopo fu trovata nella roggia una mamma morta suicida: s’era annegata con le due figliolette».

    Terribile.

    «In terza elementare arrivò a casa nostra il sergente reclutatore. Aveva la talare e una giardinetta grigia targata Treviso. Estrasse da una borsa nera un tema che avevo scritto in classe per un concorso missionario. “Dimmi la verità: è tutta farina del tuo sacco o ti ha aiutato il parroco?”, m’interrogò. Credette alla mia sincerità e mi consegnò in premio un mappamondo luminoso. Prima di sera l’avevo già rotto. Mentre mi mettevano a letto mezzo addormentato, sentivo i miei che confabulavano di un collegio gratuito in Piemonte, dalle parti di Alessandria. Ero il penultimo di sette figli, nessuno dei quali aveva studiato. “Ma non si può mandarlo più vicino, a Padova o a Vicenza?”, resisteva mia madre. “Il prete mi ha detto che solo là hanno i benefattori che li aiutano”, tagliò corto mio padre».

    Ci finì.

    «Aspirantato per il seminario, lo chiamavano. “Un posto bellissimo, con campi di calcio, alberi, cinema, teatro e biliardini”, me lo aveva descritto papà. La prima cosa che notai di quel casermone è che non aveva i comignoli. Fu un trauma. Una casa senza camino? Non capivo: è il focolare la casa. I cessi stavano all’estremità di un loggiato. Sulla porta un cartello liso: “L’occhio di Dio ti vede anche in fondo ai portici”. Nella camerata rischiarata dalla luce azzurrognola passavo notti intere a rimuginare con gli occhi sbarrati: ma perché mi hanno messo in questo posto così lontano? voglio la mamma, voglio tornare a casa, che cosa ho fatto di male per finire qui? Domande senza risposta, come le lettere che mandavo ai miei. L’unica missiva me la spedirono per informarmi, a funerali avvenuti, che un mio fratello era morto. Avevo un unico amico venuto dal mio stesso paese, in quel collegio. Morì annegato nel tentativo di salvare un cane».

    Fu il direttore ad abusare di lei?

    «No, un missionario tornato dal Brasile per curarsi da una malattia tropicale. Io stavo lì già da cinque anni. Terza media, pieno sviluppo, i pantaloni sempre più stretti, scoppiavo fuori da ogni parte. Per tutti ero sempre stato Zanin. Lui fu l’unico a chiamarmi per nome, Bruno. Mi fece sentire importante. Un giorno portò tutta la classe in escursione sull’Argentera. A 2.700 metri ci sorprese una tormenta di neve. Fummo costretti a passare la notte in un pagliaio. Il prete ci diede da bere un goccio di grappa portata nella malga dai montanari. Mentre tutti dormivano, sentii il suo fiato vicino alla mia bocca. Poi un bacio caldo. Forse era ubriaco. Fece tutto lui, con l’attenzione di un adulto pratico. Io subii passivo come un cadavere».

    Non poteva ribellarsi?

    «Io non avevo esperienze, non sapevo nulla di donne. Era la prima volta che mi accadeva. È difficile da spiegare. C’era la violenza ma anche la scoperta del piacere: è questo l’imprinting che ti marchia per tutta la vita. Lo spiega bene San Paolo: io sono di carne, venduto come schiavo del peccato, io non riesco a capire neppure ciò che faccio; infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. La lotta per sentirsi puliti cede a una sessualità assurda, sporca, deviata. A 7 anni la stessa esperienza era capitata in collegio anche al mio violentatore. È una catena».

    E l’indomani?

    «Dolore, vomito, vertigini, febbre. Alla sera il missionario, tutto sudato, pretese di confessarmi. Mi spiegò che il diavolo, invidioso della nostra vocazione, ci aveva fatti cadere in un maleficio. Piangeva: “Scusami, Bruno, non puoi capire quanto Satana sia potente nel tentare noi preti che abbiamo in affidamento anime cristalline come la tua”. Poi il tono di voce si fece impersonale: “Non ripensare mai più a questo episodio, quel che è successo è successo. Nessuno dovrà saperlo”. Mi diede l’assoluzione per un peccato commesso da lui».

    Lei non chiese aiuto ai suoi?

    «Tornato a casa per l’estate, riferii l’accaduto a mio padre. La prese come una scusa per non tornare in collegio e mi mandò, Dio solo sa perché, a bottega da un barbiere che era notoriamente gay. Non glielo perdono neanche oggi che è morto, a papà».

    Altre violenze.

    «Mi confidai col parroco in confessione. “Va in cartoleria, compra un foglio protocollo e mettimi per iscritto ciò che mi hai raccontato”, mi ordinò. L’indomani il parrucchiere era in galera e io sulla bocca di tutti. Scappai di casa. Lavoravo in circhi e luna park, fra sradicati come me. C’intendevamo senza parlare. Fino a quando i carabinieri non mi acciuffavano. L’ultima volta mio padre disse ai militari: “Basta, tegnìvelo!”. Fui rinchiuso prima alle Zattere a Venezia e poi a Udine. In riformatorio tiri fuori tutto ciò che in seminario viene represso. È una casa di corruzione, non di correzione».

    E all’uscita dal riformatorio?

    «Dormivo per strada col mio cane Whisky. Fui raccattato in una calle veneziana da Melcarth. Posai per lui come modello. Era l’artista prediletto del miliardario Forbes, aveva affrescato la Rotunda dell’hotel Pierre di New York e disegnato i celebri occhiali surrealisti di Peggy Guggenheim. Mi portava a colazione da lei. Ogni tanto si mettevano a parlare fra loro in yiddish. L’anziana collezionista faceva rimanere Whisky sull’uscio perché aveva paura che attaccasse le pulci ai suoi cagnolini».

    Come fu scritturato da Fellini?

    «Per caso. Mi ospitava a Roma una madre di quattro figli. Uno di loro, Pino, che poi sarebbe andato a morire come fotografo in Pakistan, faceva la comparsa nei western. Lo accompagnai a Cinecittà. Vidi tanti ragazzi in fila per le selezioni di Amarcord e m’intruppai. A un certo punto Fellini urlò ai suoi assistenti: “Cazzo, ma siete proprio delle grandi patacche, voi
    della produzione, ciechi del tutto! Non vedete che è uno come quello lì vicino al termosifone che ci serve? Su, portatelo qui!”. Ero io. Mi fece biondo e dopo una settimana cominciò le riprese. Federico e Cristo sono quelli che mi hanno cambiato e complicato di più la vita».

    Curiosa gerarchia.

    «Be’, ma fu Fellini a stravolgermela, a mettermi in mano un milione di lire a settimana. Era il ’73. Oggi sarebbero quasi 7.000 euro. E che sono soldi guadagnati, quelli? Li spendevo prima d’averli. Ero sempre indebitato. Federico è stato troppo buono con me. Era un eterno adolescente. Con la scusa di mostrarmi come andava girata la scena, infilava la sua testa una, due, tre volte fra le tettone della tabaccaia, che in realtà era una camiciaia di Bologna che lo adorava, povera Antonietta, è morta dieci anni fa cadendo da un balcone. A me lasciava il compito di sollevarla fino a 40 volte, un quintale abbondante, alla fine mi ci voleva una bottiglia di Vov per riprendermi».

    E dunque?

    «È che l’attore non ha il senso né della realtà né di niente. Il bel mondo ti corteggia. La gente ti vuole ospite a tavola e anche a letto. Ti sbronzi, tiri cocaina. Io sono nato contadino. Dovevo sentirmi sempre un impostore per fare quel mestiere. Ho chiuso. Oggi sono attratto dal cinema quanto dalla salma di una prostituta strangolata e lasciata nuda ai bordi della tangenziale. È tutto lontano, dentro una nuvola. È come se avessi vissuto un sogno».

    Di che campa?

    «Non chiedere mai a un artista di che campa. Scrivo, ma non mi sento scrittore. Scrivo quando sto male. Siccome non so parlare, metto sulla carta quello che la voce non riesce a esprimere. Poi rileggo e mi domando: ma l’ho scritto io? Ho fatto il Cammino di Santiago de Compostela, 40 giorni a piedi con mio figlio, per scacciare la bestiaccia, la depressione che viene a visitarmi e mi spegne la luce, mi toglie la voglia di vivere, mi lascia nel mondo senza farmici stare».

    Della Chiesa che cosa pensa?

    «Non ce l’ho con i preti. Gli rimprovero solo d’essere diventati impiegati, con i loro orari e i loro stipendi. Non si vede neanche il riverbero di Cristo nel clero. Andai a trovare per anni fratel Carlo Carretto nel suo eremo di Spello, dove s’era ritirato al ritorno dal Sahara. “Bruno, devi avere misericordia”, mi esortava. Ma Cristo si prese come apostoli dodici uomini adulti, alcuni anche sposati, non dei bambini. Non ne ho conosciuto uno, di coloro che hanno patito ciò che ho patito io, che sia diventato normale: sono finiti tutti o pervertiti, o eroinomani, o suicidi. È una malattia da cui esci solo con la lobotomia. Ho passato i miei giorni a chiedermi se dovevo attaccarmi una macina di mulino al collo o se c’era una clemenza, un’attenuante, una possibile Corte d’appello che m’avrebbe reso giustizia per la storpiatura ricevuta».

    Ora ha ritrovato un suo equilibrio?

    «L’equilibrio si ritrova dopo morti».

    Stefano Lorenzetto

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=166301

  • Abusi sessuali, don Lucio Gatti: «Devo purificarmi». Verso una lunga sospensione dal sacerdozio

    Abusi sessuali, don Lucio Gatti: «Devo purificarmi». Verso una lunga sospensione dal sacerdozio

    C’è tanto dolore a Cenerente concentrato in poche centinaia di metri. Una comunità colpita nel suo cuore con due atti di violenza: l’omicidio di Sergio Scoscia e la madre Maria Raffaelli, brutale, atroce. Il male dei cattivi, ancora senza nome e senza volto. L’altro, più sottile: quello procurato da un amico, da una persona buona, da quel don Lucio Gatti che ha costruito intorno alla parrocchia un mondo fatto di amore e fratellanza. Ma che, se le denunce di violenza sessuale ai danni di alcuni ragazzi stranieri verranno confermate, ha rotto un vincolo di fiducia, di fede – per dirla in termini religiosi – e questo forse fa ancora più male.

    ASCOLTA L’INTERVENTO DEL VESCOVO E LA LETTERA DI DON LUCIO

    Verso la sospensione Verrà sospeso dal sacerdozio, don Lucio. Manca solo l’ultima parola del vescovo Gualtiero Bassetti, che arriverà a giorni. Sospeso (e non ridotto allo stato laicale) per espiare quella pena che, oltre che sulla pelle delle sue presunte vittime, si porta nel cuore. Un tempo che trascorrerà in un monastero o in un convento. Rischia fino a cinque anni e forse tanto gli verrà dato.

    Bisogno di purificazione Il vescovo è venuto proprio a Cenerente a preparare la sua comunità a questa decisione, domenica pomeriggio. Ad aspettarlo c’erano tantissime persone che amano don Lucio, che lo rivorrebbero tra loro (Leggi la lettera firmata “L’Oratorio delle Famiglie” (alcune famiglie della parrocchia di “Cenerente-Capocavallo-Canneto-Prugneto-Pantano”). Tanta gente che il presule ha dovuto leggere la lettera due volte, una seconda per le persone rimaste fuori dalla chiesa troppo piena. «Non si toglie nulla a quanto è stato fatto di bene qui e che io conosco – ha detto Bassetti -, per quanto fatto per costruire questa comunità solo che è bene che capiate che ora Lucio ha bisogno di un momento di purificazione, lo chiede lui e glielo chiede la chiesa». Lo chiede e lo avrà.

    GUARDA LE TESTIMONIANZE DELLE VITTIME DEGLI ABUSI

    La lettera Il vescovo ha letto la lettera che lo stesso don Lucio gli ha scritto in cui il sacerdote parla del suo momento di «dolore, umiliazione, fragilità, debolezza e paura», si definisce un «povero peccatore nudo, fragile, debole, spogliato di ogni dignità» sottolineando come, anche se ciò creerà scandalo, «questa è l’unica verità che io ora ho da dire a me stesso». Ecco la lettera integrale:

    Scrivo a lei carissimo Vescovo Gualtiero, perché attraverso la sua voce posso raggiungere tutte le persone da me amate, in particolare sotto la guida di parroco perché dopo lungo silenzio desidero far sentire il mio bene vestito di tanto dolore, tanta umiliazione, fragilità, debolezza e paura. Ora è con questi abiti che posso dichiarare il mio vero bene sincero e farmi vicino ad ognuno.

    Certo, vedere un uomo così grande, forte, deciso, deciso impeccabile, vivace, brillante, pieno di iniziative, presentarsi vestito con gli stracci del povero peccatore nudo, fragile, debole, spogliato di ogni dignità farà effetti e certamente scandalizzerà ma questa è l’unica verità che io ora ho da dire a me stesso. così in questo totale annullamento posso alzare la testa e gridare: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» E poi padre nelle tue mani consegno il mio spirito percorrendo la strada dell’umiliazione potrò avvicinarmi al cuore di ognuno mendicando misericordia, vergogna, pietà tenerezza.

    Grazie caro Vescovo, per come mi è stato vicino e come mi ha accompagnato in questi mesi, mostrandomi la paternità di dio, che mai abbandona i suoi figli. Grazie a tutti, e quando dico tutti ho davanti la faccia di ognuno, grazie a don Paolo, a tutti i suoi collaboratori che sostituendomi non vi hanno abbandonato in balia dei tanti venti, grazie a tutti i monasteri di clausura che hanno pregato e continuano a pregare per me, grazie a tutti i miei confratelli sacerdoti che avranno pietà di me, grazie a tutta la chiesa intera che come madre si fa accanto a curare le ferite con l’olio della sua grazia.

    Ora in questo tempo di deserto voglio mettere in liuce tutto ciò che nel mio cuore va purificato: egoismo, orgoglio, pena, giudizio. Non è un isolarsi, l’unica solitudine è quella di amare cristo e isolarsi soltanto nel suo amore.

    Caro vescovo, le voglio un gran bene perché lo voglio alla chiesa e a tutti. Un abbraccio a tutti i miei figli, Suo don Lucio

    Gli atti ufficiali A giorni il vescovo renderà nota la sua decisione ufficiale, che sarà un decreto basato sul diritto canonico, ma non la sentenza di un processo (neppure ecclesiastico, mai istruito). Una decisione frutto del lavoro della commissione d’indagine diocesana, che ha ascoltato anche il sacerdote (che avrebbe ammesso, almeno in parte, gli abusi) trasmettendo poi gli atti alla Congregazione per il clero, in Vaticano, che a sua volta ha dato un suo orientamento al vescovo.

    La procura indaga Per il resto sarà la giustizia civile a dire la sua: don Lucio Gatti è indagato per violenza sessuale e abuso di mezzi di correzione per due episodi, oggetto di denunce di due giovani stranieri. Forse la procura chiederà gli atti alla commissione diocesana. Presto potrebbe convocare lo stesso don Gatti. Quando ormai non avrà più una parrocchia. Lo ha fatto intuire Bassetti, quando ha detto: «Qui si è seminato bene, il prossimo sacerdote ne trarrà beneficio». Prima di lui tornerà il vescovo per i funerali di Sergio e Maria: «Per quei poveretti verrò a dire quanto è preziosa la vita umana e chiederò giustizia». Come per don Lucio. «Verità, giustizia, misericordia» per lui e per le pecorelle di Cenerente rimaste smarrite, azzannate dai lupi e tradite dal loro pastore.

    Abusi sessuali, don Lucio Gatti: «Devo purificarmi». Verso una lunga sospensione dal sacerdozio

  • Operazione antipedopornografia. Beccato anche anonimo seminarista, Chissà che combina nel seminario

    Operazione antipedopornografia. Beccato anche anonimo seminarista, Chissà che combina nel seminario

    CATANIA. Duecentotrenta minorenni vittime di abusi identificati, 184 le persone arrestate in 14 Paesi, 670 gli indagati.

    E’ il bilancio dell’operazione ‘Rescue’, coordinata da Europol, contro quella che la polizia postale di Catania ritiene la maggiore grande rete internazionale di pedofili con collegamenti in varie parti del mondo.

    Sono 18 gli italiani coinvolti, uno di loro, un calabrese di 24 anni, è stato arrestato per produzione di materiale pedo-pornografico. L’analisi del materiale informatico dell’arrestato ha consentito di individuare un bambino italiano, di 8 anni, residente in Sicilia, vittime di abusi che sono stati ripresi e registrati in un video.

    I Paesi europei coinvolti nell’inchiesta sono Australia, Belgio, Canada, Grecia, Islanda, Italia, Olanda, Nuova Zelanda, Polonia, Romania, Spagna, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. Le indagini della polizia postale sono state coordinata dal procuratore aggiunto di Catania, Marisca Scavo, che ha disposto numerose perquisizioni per 18 italiani indagati per divulgazione di materiale pedopornografico e per apologia di delitto.

    Sono state eseguite in quattordici città: Bari, Bergamo, Como, Cuneo, L’Aquila, Milano, Monza, Napoli, Reggio Calabria, Reggio Emilia, Torino, Varese, Venezia e Udine. Molti indagati hanno confermato di essere utenti iscritti al sito pedofilo. Sono impiegati, professionisti, studenti, un pensionato, un seminarista, un allenatore di basket per bambini, e hanno un’età media di 30 anni.

    IL SITO UBICATO IN OLANDA

    Avevano un loro sito internet, boylover.net, ubicato in Olanda, e oscurato da Europol, che raggruppava i pedofili di tutto il mondo.

    Sono i sostenitori del pensiero pedofilo, ‘teorici’ che promuovevano sul web notizie sul sesso con minori, ma anche giustificavano, ideologicamente, queste loro attrazioni sessuali.

    Ma c’era anche una sezione ‘pratica’ che dava consigli su come adescare i bambini, indicare siti on line ove era possibile trovare foto e video con contenuti pedopornografico. E infine c’erano ‘Le stanze’, dove si raccontavano le storie di incontri sessuali con minori e si immettevano test per ‘misurare’ l’attrazione sessuale verso i bambini.

    Le indagini dell’operazione ‘Rescue’ sugli iscritti, che festeggiavano anche la ‘Giornata dell’orgoglio pedofilo’, incitando eventuali adepti ad accendere una candela di colore blu durante la giornata dedicata alla celebrazione, sono state avviate dalla polizia postale di Catania dopo una segnalazione di Meter, l’associazione di don Di Noto.

    La Procura Distrettuale, con delega del procuratore aggiunto Marisa Scavo, ha autorizzato agenti a svolgere attività sottocopertura che ha permesso loro di identificare gli italiani.

    Le indagini, con il coordinamento di Eurojust, si è estesa a 14 Paesi. L’arresto del gestore del sito da parte della Polizia olandese ha consentito la completa acquisizione dei dati informatici e la successiva analisi da parte di Europol e sono state compiute intercettazioni telematiche e telefoniche.

    16/03/11 19.44

  • Udine. 5 chiese con scritte anti preti pedofili

    Udine. 5 chiese con scritte anti preti pedofili

    (ANSA) – UDINE, 20 APR – Scritte con ingiurie contro la Chiesa cattolica e i sacerdoti, con chiari riferimenti alla pedofilia, sono state tracciate da persone sconosciute la scorsa notte sulle pareti esterne della chiesa parrocchiale di San Martino Vescovo a Turrida di Sedegliano (Udine). E’ la quinta chiesa imbrattata in modo analogo negli ultimi giorni in Friuli (due nella citta’ di Udine). Le scritte sono state scoperte da alcuni parrocchiani che hanno subito chiesto l’intervento dell’amministratore parrocchiale, mons. Nicolino Borgo, e dei Carabinieri. (ANSA).

    Scritte ingiuriose contro la chiesa e i pedofili ai Rizzi

    Predefinito Rif: Pedofilia uguale omosessualità. La Chiesa esce dall’angolo rispolverando un preg
    La diffusione del pregiudizio omofobo da parte del clero si sta diffondendo anche tra chi condanna la chiesa cattolica.
    Ne sono la riprova queste scritte comparse pochi giorni fa su una chiesa a Udine

    Scritte ingiuriose contro la chiesa e i pedofili ai Rizzi – Udine20.it

    Scritte ingiuriose contro la chiesa e i pedofili ai Rizzi

    E’ stato il muro della chiesa dei Rizzi in via delle Scuole ad essere imbrattato con una scritta ingiuriosa contro i preti e contro la pedofilia. Nei giorni scorsi un altro gesto simile, persone non ancora identificate hanno imbrattato con del letame i muri della chiesa di Barazzetto di Coseano.

    Monsignor Gherbezza vicario generale della Curia “Un gesto di grave inciviltà che arriva in un momento particolare in cui la chiesa è sotto attacco e sta subendo una campagna denigratoria. Le chiese udinesi invece stanno subendo l’attacco dei vandali.”

    Furio Honsell sindaco di Udine “A nome della città condanno l’aggressione ed esprimo la mia solidarietà nei confronti dei parroci e dell’arcivescovo. Una città civile come Udine deve assolutamente condannare atti di aggressione alla Chiesa. Ero a Vissandone la mattina di Pasqua per celebrare la messa e ho visto molte persone sconvolte per quello che è accaduto. Tutti questi atti sacrileghi denotano una mancanza assoluta di rispetto non solo per un luogo sacro e per Dio, ma anche per tutte le persone che si ritrovano in chiesa e credono. Sono gesti che hanno superato il limite”

    Giuseppe Faccin parroco dei Rizzi La nostra comunità è unita ma poco tutelata dai flussi che periodicamente invadono questa zona soprattutto in occasione delle partite di calcio. Era già comparsa una scritta dei tifosi, adesso questa. Purtroppo in certi frangenti ognuno si sente libero di fare quello che vuole e probabilmente, sull’onda della campagna contro la chiesa e il Papa portata avanti da alcuni media, qualcuno ha pensato bene di esprimere il proprio disagio interiore così. Io sono prete e non sono né gay, né pedofilo, con tutto il rispetto per i gay e nessuno per i pedofili per cui sono sereno. E invito anche la nostra comunità a rimanere serena e a non preoccuparsi. Questo muro imbrattato – continua – è un’altra prova di fede. Dobbiamo distinguere le eccezioni, che purtroppo ci sono state, dalla sostanza che vede la chiesa impegnata a fare del bene. Anche per questo non sono per niente preoccupato. La scritta sarà presto cancellata.

  • Prete pedofilo incarcerato

    Prete pedofilo incarcerato

    Un PRETE che più di vent’anni fa ha abusato sessualmente “sistematicamente” di una serie di ragazzi mentre insegnava in una scuola cattolica di alto livello a Manchester, è stato incarcerato per sei anni.

    Padre William Green, 67 anni, si era dichiarato colpevole di 27 aggressioni a sei – ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 15 anni presso la St Bede’s School di Alexandra Park mentre erano a capo dell’educazione religiosa, e un vice prefetto lì, e aggressione a un bambino di otto anni in una scuola diversa in cui aveva precedentemente insegnato.

    È stato condannato in totale a 30 anni, ma sconterà solo sei anni dietro le sbarre poiché i termini scadranno contemporaneamente.

    Green, che ha assunto la sua nomina nel 1973 dopo aver studiato per il sacerdozio a Roma, ha avuto anche una particolare responsabilità per il convitto degli alunni al St Bede’s e ha operato una politica delle porte aperte, incoraggiando l’amicizia con gli alunni che lo vedevano come una “figura paterna”.

    Emettendo la sentenza, il giudice Clement Goldstone gli ha detto: “Hai abusato sistematicamente e sessualmente di questi ragazzi, che erano vulnerabili e impressionabili, e sono stati curati da te ai fini della tua gratificazione sessuale.

    “Hai abusato di loro a scuola, durante le gite scolastiche e durante le attività legate alla chiesa, e ti sei procurato la fiducia e il rispetto delle famiglie di molte delle tue vittime. Hai violato la loro fiducia e amicizia con rimorso e ripetutamente.

    “Sapevi che a causa della tua posizione non avrebbero o non avrebbero potuto dire di no, e se hanno resistito hai spento il fascino e la gentilezza e sei diventato severo, distante e li hai ostracizzati.

    “Questi erano ragazzi che ritenevi bisognosi del tuo aiuto – in effetti lo avevano. Ma non avevano bisogno né apprezzavano né avevano bisogno delle tue attenzioni ingiustificate o del tuo comportamento depravato. Hai lasciato sulla tua scia devastazione e rovina per quanto riguardava le vite delle tue vittime, gli effetti doveva durare molti anni, e in alcuni casi rimanere”.

    Gli disse: “Il mio dovere principale è punirti e dissuadere gli altri in posizioni di fiducia e responsabilità dal comportarsi in modo simile. Non hai mostrato pietà per le tue vittime mentre le abusavi”.

    Alaric Bassano, procuratore presso il Manchester Crown Court, ha affermato che gli alunni del collegio di Bede erano particolarmente vulnerabili, poiché erano separati dalle loro famiglie.

    Ha detto che c’era stato un modello distinto di toelettatura da parte di Green, che sembrava amichevole, disponibile e rilassato in contrasto con la relativa severità degli altri membri del personale della scuola.

    Gli alunni spesso trascorrevano del tempo nei suoi alloggi dove venivano trattati cibo, dolci, tè, televisione e, in alcuni casi, sigarette e alcol.

    Molte vittime hanno descritto l’attrazione di trascorrere del tempo con il sacerdote, il cui comportamento nei loro confronti sembrava “attenuare l’austerità delle regole scolastiche e la solitudine lontano da casa”.

    Alla corte è stato detto che l’abuso sessuale ha seguito uno schema simile in tutti i casi: giochi di wrestling che sono passati ad atti di rapporti sessuali simulati che spesso hanno coinvolto Green che ha aggredito sessualmente le sue vittime.

    Il signor Bassano ha affermato che in quattro dei casi gli abusi sono stati sistematici, con reati commessi in numerose occasioni per un certo numero di anni contro ciascuna vittima.

    C’era anche una significativa violazione della fiducia, in quanto non solo era il maestro, prefetto e sacerdote dei ragazzi, ma in alcuni casi era un amico di famiglia, godeva dell’amicizia con i genitori dei ragazzi.

    Una delle vittime aveva appena otto anni quando è stata aggredita indecentemente da Green che insegnava in una scuola media prima della formazione per il sacerdozio.

    Green in seguito ha continuato ad aggredirlo quando ha frequentato il St Bede’s come allievo diurno.

    Alla corte è stato detto che si era sentito incapace di resistere alle avances del suo insegnante o di dire a qualcuno cosa stava succedendo.

    Più tardi nella vita ha lottato per venire a patti con quello che era successo, soffrendo di ansia e depressione e assumendo overdose di compresse in due occasioni a causa della sua angoscia.

    Un’altra vittima che era una pensionante a Bede’s, ha cercato aiuto da Green quando è stato vittima di bullismo da parte di altri ragazzi.

    Ha fatto amicizia con il prete, il bullismo è cessato, ma è stato ripetutamente abusato sessualmente – circa 100 volte.

    La vittima, che ha detto di essere stato spesso rifornito di bevande e sigarette, ha descritto il “terribile fardello” che portava, dicendo: “Penso che influisca su tutto ciò che faccio….l’infanzia e l’innocenza rubate”.

    Un’altra delle vittime ha detto che l’abuso ha predato la sua mente per anni, ha visto il sesso come sporco e ha lottato nelle sue relazioni personali.

    Ha anche provato il senso di colpa per non essersi fatto avanti prima.

    Peter Turner, difendendosi, ha detto alla corte che lo stesso Green era stato vittima di abusi fisici per mano del suo patrigno da bambino.

    Ha detto che Green provava una profonda vergogna per le sue azioni e che a un certo punto aveva creduto che quello che aveva fatto fosse così terribile che Dio non lo avrebbe perdonato.

    Aveva ammesso di contemplare già il suicidio ed era “un uomo molto distrutto e malato”.

    Il sig. Turner ha sottolineato che da quando aveva lasciato St Bede’s nel 1990, il sacerdote aveva servito con lode presso la Holy Family Roman Catholic Church a Wigan, dove era considerato un uomo devoto e altruista, il cui ministero non era secondo a nessuno.

    https://www.manchestereveningnews.co.uk/news/greater-manchester-news/pervert-priest-jailed-968872