Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Siti: “Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo”

    Siti: “Ho creduto che don Milani somigliasse al mio prete pedofilo”

    Dopo giorni di polemiche parla l’autore di “Bruciare tutto”

    di DARIO OLIVERO

    ROMA – “Come per Flaubert Madame Bovary c’est moi, don Leo c’est moi”. E don Leo, il prete pedofilo protagonista dell’ultimo romanzo di Walter Siti “Bruciare tutto”, “forse forzando l’interpretazione” assomiglia a don Milani a cui il libro è dedicato: “Perché – spiega Siti, citando a modo suo alcune lettere scritte dal sacerdote di Barbiana – mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi”. Don Milani potenziale pedofilo, allora? “Ma se ho sbagliato l’interpretazione, allora la dedica è fuori bersaglio”.

    Siti, premio Strega, autore di libri come Troppi paradisi e Il contagio, è uno dei più prestigiosi collaboratori di questo giornale. La settimana scorsa Repubblica ha stroncato Bruciare tutto. Per giorni la critica si è divisa tra difensori del diritto della letteratura di poter trattare qualsiasi argomento e lettori disgustati. Si è assistito a una guerra per bande sui social scattata quando il libro non era ancora arrivato in libreria e quindi non ancora letto. Si è assistito a un linciaggio sul web nei confronti dell’autrice della recensione accusata, quando non insultata con una innegabile dose di sessismo, di non essere una critica letteraria, ma una “moralista”. Ci si è chiesto se fosse accettabile oltreché verosimile la storia di un bambino che – viste respinte le sue avance sessuali dal sacerdote – si uccide. Si è discusso della conseguenza filosofica: meglio non salvare la propria anima che permettere la morte di un innocente, meglio pedofili che assassini. Ma la questione che, salvo rare eccezioni, non è stata affrontata come se fosse un rimosso o un quesito senza diritto di cittadinanza quando ci si occupi di critica letteraria è quella relativa a don Milani, di cui ricorre proprio tra poche settimane il cinquantesimo anniversario della morte. Perché un libro su un prete pedofilo è dedicato al prete di Barbiana? In questa intervista Siti ammette di aver “forse” forzato l’interpretazione di alcune lettere in cui il linguaggio di Milani è al solito crudo e paradossale. Ora vedremo se la casa editrice Rizzoli, fragorosamente silente fino a oggi, deciderà se è il caso di mantenerla e se sentirà il bisogno di discuterne con l’autore.

    Si aspettava questa reazione al suo romanzo?
    “La temevo, l’ho anche anticipato in una nota del libro”.

    La letteratura non si giudica in termini etici, ma solo artistici. Lei pensa di avere scritto un bel libro?
    “Se non lo pensassi non lo avrei pubblicato, mi creda”.

    Se le dicessi che il suo personaggio non è credibile, che mai ci si immedesima nei suoi tormenti, che i suoi conflitti sono da laboratorio?
    “Vediamo: i “conflitti” in cui don Leo si dibatte sono molti e diversi. Il primo è quello tra una religione accomodante, che facilita la conciliazione dei fedeli col consumismo, e una religione spietata, che esige dai fedeli anche il disumano. Il secondo conflitto è quello, vecchio quanto la Chiesa, tra una teologia ostile all’umanesimo e una che vuole conciliare in Cristo le due nature, scoprendo nella fede l’esaltazione e il culmine dell’umanesimo e dell’arte. Il terzo è quello più privato, tra un desiderio ossessivo da cui non riesce a distogliersi e la ferma decisione di reprimerlo ad ogni costo; contraddizione tra un’indole che ama la vita e un Dio che lo costringe a temerla. Quarto, e forse non ultimo, quello tra il non poter fare a meno di Dio e la voglia di bestemmiarlo. Nessuno di questi conflitti mi pare “da laboratorio”, e non mi pare impossibile identificarvisi”.

    Un critico ha detto che il suo libro è pieno di luoghi comuni e mal scritto.
    “Fortunatamente altri critici non la pensano così”.

    Michela Marzano ha scritto su “Repubblica” che la debolezza del suo romanzo è anche che si tratta di un libro a tesi.
    “Ci sono romanzi a tesi che sono ottima letteratura, penso al Candido di Voltaire o alla Fattoria degli animali di Orwell. Ma non credo che il mio sia un romanzo a tesi (e quale sarebbe la tesi, poi?)”.

    Che è meglio cedere al desiderio pedofilo che resistere e provocare la morte di un bambino che si sente rifiutato.
    “Ma Leo non nutre nessun desiderio pedofilo nei confronti di Andrea: si trattava semmai di permettere al bambino un minimo gesto, e spiegargli con dolcezza che una carezza affettuosa sarebbe stata meglio; Leo però è spaventato dai discorsi che gli hanno fatto altri personaggi e risponde con una frase troppo dura. Non c’è tesi, c’è intreccio. Il legame narrativo tra Leo, che mette a rischio la sua vita fisica all’inizio e non riesce a mettere a rischio la sua vita eterna alla fine, mi è arrivato, s’immagini, da una analoga soluzione narrativa in Ragazzi di vita”.

    Lei scrive nelle note finali al libro di avere costruito il suo personaggio dall’esterno non avendo lei il dono della fede. Ma non è questo il compito di un romanziere? Sapere inventare vite che non sono la sua?
    “Infatti: Flaubert costruisce Emma dall’esterno, a partire da un fatto di cronaca, perché non è lui stesso una signora sposata scontenta del marito. Leo c’est moi, mi sembra evidente”.

    La trama sembra ricalcata su “Corydon” di Gide: un adulto che rifiuta le avance di un bambino, il bambino che si uccide. È così?
    “Non ho pensato al Corydon; ho avuto invece molto presente l’episodio della bambina suicida nei Demoni, e il suicidio del bambino in Giuda l’oscuro di Hardy”.

    Mi scusi, nei “Demoni” la bambina si uccide dopo essere stata violentata da Stavroghin. È la storia opposta.
    “Avevo in mente il momento in cui, prima che Stavroghin compia il suo orribile proposito, è la bambina che spontaneamente gli butta le braccia al collo e lo bacia furiosamente. Si tratta di uno dei vertici della letteratura mondiale, con cui nessun confronto è possibile”.

    Lei però lo ha ambientato nella chiesa. Scandalo garantito, copie garantite?
    “Questa storia delle copie è l’unica che mi fa un poco arrabbiare; ho 70 anni, mai mi sono occupato del successo materiale di un mio libro, non sono fatto così. Mi permetta un poco di stupore per questa concentrazione assoluta della polemica sul quinto e sul nono capitolo; anch’io, ricordo, saltavo le descrizioni di Parigi in Tropico del cancro e andavo dritto ai fatti sessuali, ma avevo dodici anni “.

    Anche lei come Gide e Foucault pensa che la legge non può ostacolare un desiderio?
    “Penso che fin che un desiderio non danneggia gli altri, la legge non ha niente a che farci; ma se la realizzazione di questo desiderio fa danni, la legge è obbligata a intervenire. La pedofilia, in quanto “filia”, cioè desiderio, non è reato; molestare i bambini lo è”.

    Già in greco antico il verbo paidofiléo è sinonimo di paiderastéo (ossia descrive l’atto sessuale tra un adulto e un bambino). E in ogni caso Pais era l’adolescente, non il bambino prepubere.
    “Volevo solo dire che il suffisso italiano “filia” indica una passione, e le passioni senza attuazione pratica non sono sanzionabili per legge”.

    Un’ampia letteratura psicanalitica sostiene che c’è una differenza abissale tra il fatto che il bambino chieda affetto e protezione e il pedofilo che lo trasforma in desiderio. Si chiama perversione. Che cosa ne pensa?
    “I bambini conoscono bene il desiderio, o la libido, come la chiamerebbe uno psicanalista; e il primo a parlare di “perversione polimorfa” nei bambini è stato proprio Freud”.

    Ma si tratta della teoria dello sviluppo sessuale, precede la pubertà e la fase genitale. Come può essere paragonato al desiderio dell’adulto?
    “Non paragono: dico solo, e posso testimoniarlo personalmente, che alcuni bambini possono nutrire un desiderio apertamente sessuale nei confronti di adulti inconsapevoli”.

    Che cosa ha pensato mentre scriveva le pagine sulle foto del piccolo Aylan trovato morto su una spiaggia, l’apologia della pedofilia del prete anziano o la scena di abuso di don Leo verso un ragazzino?
    “Sono tre passi molto diversi: nel primo caso ero soffocato, come Leo, dall’indignazione per l’uso “pornografico” che di quella foto si era fatto sui media. L’episodio del prete che diventa pazzo è la trascrizione fedele di un “decalogo del perfetto pedofilo” che avevo letto sul deep web, e da cui ero uscito come se mi avessero picchiato di brutto. La scena dell’atto d’amore tra Leo e Massimo è filata via liscia, l’ho pensata con molta castità”.

    Castità? In che senso?
    “Castità stilistica: mi è venuta raccontata con molta naturalezza e, mi pare, senza compiacimenti “.

    Che cosa vuol dire la dedica: all’ombra ferita e forte di don Milani?
    “Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto in un vecchio e quasi introvabile libro di Santoni Rugiu (Il buio della libertà, De Donato-Lerici 2002) alcune frasi dell’epistolario di don Milani, che ora dovrebbero figurare nel Meridiano di prossima uscita: “E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)” – e poco più avanti, in una lettera a un giornalista poi suo biografo: “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno ?” – già anni prima in una lettera a un amico, aveva scritto: “Vita spirituale? Ma sai in che consiste oggi per me? Nel tenere le mani a posto”. Forse forzando l’interpretazione, mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno. La dedica è un modo per dichiarare la mia stima e la mia ammirazione profonda per lui”.

    La lettera a cui si riferisce era a Giorgio Pecorini, che stava facendo un’inchiesta su scuola confessionale e scuola laica. Don Milani, con il suo linguaggio sempre ai limiti del paradosso rispondeva che la distinzione era fasulla e che la base pedagogica dovesse essere l’amore. E lui di amore ne aveva così tanto che… E riguardo al tenere le mani a posto, nell’altra lettera nulla fa pensare che parlasse di bambini.
    “Proprio per l’abitudine di don Milani di parlar franco e crudo, mi pareva che la precisione del lessico segnalasse che quei pensieri gli erano venuti alla mente; se ho sbagliato l’interpretazione, la dedica è fuori bersaglio”.

    Ha ricalcato la figura di don Leo su quella di don Milani?

    “No, gli ho solo rubato qualche frase”.

    Perché ha scritto il libro? Per autoassolversi? Per sentirsi un martire come Pasolini?
    “Mi spiace, non capisco la domanda “.

    http://www.repubblica.it/cultura/2017/04/19/news/walter_siti_pedofilia-163415616/

  • Abusi sessuali sui minori sordomuti, confessa uno dei preti: “Sesso anche con bambini”

    Abusi sessuali sui minori sordomuti, confessa uno dei preti: “Sesso anche con bambini”

    Dall’Istituto Provolo di Verona a quello di Mendoza: le accuse delle vittime e dei colpevoli estendono le ipotesi di violenze sessuali ad almeno dieci preti, a due continenti e a decine di anni di abusi.

    Dal 2009 ad oggi sono 67 le persone disabili che hanno denunciato abusi da parte dei preti che esercitavano – e in parte eserciterebbero ancora – all’Istituto Provolo di Verona, un ente attivo in tutto il mondo che assiste i minori sordomuti provenienti da famiglie disagiate. Oltre alle vittime, nel 2009 uno dei preti confessò le violenze perpetrate contro i minori e ora un secondo sacerdote ammette a Fanpage.it di aver avuto un rapporto sessuale con un assistito dell’ente. Si tratta di Don Eligio Piccoli, che, dal letto di una struttura vaticana a Negrar, vicino a Verona, parla di almeno dieci preti coinvolti e di “sospetti toccamenti” da parte delle suore dell’Istituto Gresner nella Chiesa di Santa Maria del Pianto. I tre edifici – Gresner, chiesa e Provolo – sono adiacenti. Come spiega Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso Onlus, molti preti accusati di violenza verso i minori sarebbero ancora al Provolo.

    Coinvolto nello scandalo vi sarebbe pertanto anche l’Istituto Gresner, non solo per quanto dichiarato da Don Piccoli ma soprattutto per le accuse mosse da Giuseppe Consiglio, ex assistito dell’ente gestito dalle suore. L’uomo afferma di essere stato vittima di abusi comsumatisi nella chiesa da parte dei preti dell’istituto adiacente. Uno dei preti indagati, ad oggi ancora al Provolo, nega di essere mai stato alla mensa del Gresner nonostante una foto lo ritragga lì e nonostante un’ex studentessa confermi la consuetudine delle confessioni in chiesa. Qui i preti del Provolo avrebbero avuto modo di “incontrare” gli studenti del Gresner.

    http://www.fanpage.it/abusi-sessuali-sui-minori-sordomuti-confessa-uno-dei-preti-sesso-anche-con-bambini/

  • Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano l’inferno

    Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano l’inferno

    In “Lussuria” di Emiliano Fittipaldi un’indagine sulla pedofilia nella Chiesa

    di PAOLO CENDON

    II libro di Emiliano Fittipaldi “Lussuria”(Feltrinelli, pagg. 208, euro 16,00), tratta delle questioni della pedofilia nella Chiesa. È un repertorio puntiglioso degli scandali, esplosi o soffocati negli anni, per abusi sessuali sui bambini, ad opera di preti di tutto il mondo. Scorrono sotto gli occhi del lettore decine di episodi; alcuni già noti, attraverso i media, altri meno conosciuti. Vicende orrende e strazianti, denunce, suicidi. Sacerdoti spesso non puniti, anzi promossi, vescovi che insabbiano; le luci e le ombre di Ratzinger, carriere brillanti a Roma, malgrado tutto, la cosiddetta lobby gay in Vaticano, gli sforzi di papa Francesco.

    Più d’una le (tristi) curiosità che il testo accende: sul mondo delle vittime, sulle figure degli abusanti, sui comportamenti dei terzi – famiglie, comunità dei fedeli, avvocati, Diocesi, giudici.

    Come le violenze incominciano. Si sente spesso dire: «La vittima è lusingata dall’essere stata ‘prescelta’ da quell’adulto; che ha preferito lei ad altri coetanei, fin lì più titolati». Vero in certi casi; altrove prevalgono fattori diversi. Quel bambino si annoiava, sempre gli stessi svaghi, maestri pigri, indaffarati, un quartiere immobile: il parroco invece la raccontava e infiocchettava così bene! Quella scolaretta era sola, taciturna, bisognosa di tepore, di sorrisi: beni che altrove non riceveva; il religioso se n’è reso conto, ha incoraggiato confidenze, abitudini. Alle spalle una famiglia opaca magari, sbrigativa, dove era appena nata una sorellina spodestante.

    Ancora. Un riparo offerto, in canonica, contro ambienti esterni minacciosi, popolati da bulli; «Resta con me pulcino, qua non entreranno». Un bisogno di identità, di cittadinanza spicciola, a cominciare dall’abbigliamento; la divisa blu parrocchiale, quel distintivo, una tunica a righe verticali. Voglia di sport: si sa che all’oratorio uno spiazzo per il calcio non manca mai; senza contare il ping pong, la sartoria per bambole, le freccette: e alla fine una doccia calda, «Proveremo insieme quel sapone al cocco, che arriva dalle missioni nigeriane».

    Anche per il molestatore la chiave non è sempre il desiderio di fare agli altri – in veste di diavolo, vent’anni dopo – quanto lui aveva patito in gioventù. A decidere è solo un gran senso di solitudine, sovente: incomprensioni lontane, vuoti, il famoso bacio della mamma che non arrivava. Lì è nata la voglia di giochi appartati, di un regno segreto; «noi due e basta», una bambolina che faccia sempre «sì, sì»: non quegli adulti esigenti, bisbetici.

    E una volta che le brutture sono iniziate? Sensi di colpa spesso: «Sono stato io a stuzzicarlo, ho le mie responsabilità». Meglio così piuttosto che sentirsi una larva schiavizzata, un oppresso. Meccanismi dissociativi poi; spezzarsi in due non è tanto difficile: basterà introdurre – nell’arco della giornata (tra la fase della “normalità famiglia-scuola”, e quella della “lussuria in parrocchia”) – una stanza di decompressione: in cui ritrovare, anima e corpo, la maschera appropriata al luogo in cui si sta andando. Più tardi, quando servirà, la fase di evitamento-amnesia verrà anch’essa più facile.

    I momenti di oggettiva complicità “erotica”, umidiccia, inturgidita, sulla pelle, «Ti piace vero?»: capitolo fra i più discussi, fonte sovente di assurdi, vergognosi malintesi – ben sfruttati dai legali, sempre in cerca di argomenti nei tribunali. Talora un progetto alla luce del sole, niente di losco: così sembrava inizialmente; le atmosfere torbide sono arrivate in seguito, striscianti; poco dopo si è scivolati nella mollezza, nei bocconi avvelenati, nella serialità. Scatta a un certo punto la dimensione pervasiva, monopolistica, propria di tante religioni; quel sound che le rende – ciascuna a suo modo – irresistibili: «Tutto quanto la Chiesa sa, dogma di fede, tutto può insegnare ai suoi cuccioli; ciò che verrà da lì è buono e nobile, per definizione: non penserai di poter scegliere, tu, di portare a casa solo quello che ti piace!».

    Nemmeno il prete si accorge del male che fa: non sempre, certi non vedono proprio come il piccolo viva quei momenti: cosa gli succederà un giorno, da grande, neanche lo immaginano; «Se non farei torto a una mosca, io!», Norman Bates, finale di ‘Psycho’, ricordate? Al di fuori poi non si nota nulla, nessuna domanda congrua, intelligente; casa, scuola, grandi attori i bambini, a volte scorbutici, repulsivi, abili a sviare. Chi potrebbe/dovrebbe è attrezzato a capire? a cogliere segnali spesso vaghi, impercettibili? Risposta, no, non lo è, quasi mai.

    E dopo, a dramma concluso? Tutto può succedere. Scatta una rimozione nella memoria? Difficilmente il corpo sopporterà, incasserà e basta; almeno quando le ferite siano state profonde. Contraccolpi di ogni tipo allora, dentro e fuori; tra i giovani amanti blocchi, indisponibilità. E una volta che gli orrori dimenticati siano riemersi? Occorre governarli, trovare il modo di sdemonizzarli; altrimenti è peggio di prima. Il processo? Un buon atout terapeutico, di norma; qua e là troppo impegnativo forse. Il prete nega sempre i fatti, sdegnato, oppure li sminuisce; «Che male gli ho fatto, era d’accordo!»; al mondo nessuno mai (salvo che in qualche romanzo russo) si sente colpevole di qualcosa. La comunità parrocchiale dei fedeli? Dalla parte del prete, finché si può; «Il nostro don Mario, lui no, impossibile, un bacetto, cosa sarà stato mai?», Il risarcimento? Non è sbagliato in sè, beninteso; preziose anzi le funzioni che svolge (araldica, economica, sanzionatoria). La Diocesi è pronta a tirar fuori i soldi – al posto del prete pedofilo (che non li ha) – lo fa volentieri, senza indugi? In un caso su cento. Possibile uscirne per la vittima? Perdonare all’orco, fa stare meglio?

    Prendere le distanze, in che modo? Trovare nuovi centri di equilibrio? Può, colui che soffre, fare ciò che vuole di sè, dei propri sentimenti: dominando i suoi fantasmi più profondi, manipolando “i cespugli del cuore” – tu sì, tu no, tu così così? Non lo so.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2017/02/09/news/orchi-in-parrocchia-le-vittime-di-abusi-raccontano-l-inferno-1.14853287

  • Clero e pedofilia: note ecclesiologiche alle gesta del don Inzoli

    Clero e pedofilia: note ecclesiologiche alle gesta del don Inzoli

    Il prete ciellino condannato per abusi su minori. C’è una correlazione tra la concezione ecclesiale di don Giussani e la sottomissione psicologica delle vittime riscontrata dal gup?

    Bruno Vergani

    Pubblicate le motivazioni della sentenza di condanna – quattro anni e nove mesi di reclusione, rito abbreviato, primo grado di giudizio – nei confronti di don Mauro Inzoli sacerdote di Comunione e Liberazione con ruoli di responsabilità, per abuso sui minori. Già sanzionato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a ritirarsi a vita privata, oltre che a coatto “adeguato trattamento psicoterapeutico”; se per adeguato intendano psicoanalitico, terapia analitica, cognitivo comportamentale o della Gestalt, la Congregazione non l’ha specificato – tutta da indagare questa alleanza tra Chiesa e psicoterapia – però ha indicato che le sedute siano protratte per non meno di cinque anni. L’Inzoli è noto al grande pubblico per la partecipazione, nonostante la brillante imputazione, a un convegno sulla difesa della famiglia tradizionale [v. foto].

    Oggi organi di stampa estrapolano e pubblicano dalla motivazione della sentenza – stilata dal gup Letizia Platè – circostanze dolorose: «Approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione» ha abusato di «una pluralità indiscriminata di soggetti, all’epoca minorenni» dai 12 ai 16 anni, fatti risalenti «sin dalla metà degli anni Novanta», pertanto in gran numero prescritti. Nella sentenza è riconosciuta l’aggravante dell’abuso di autorità per la «forte sottomissione psicologica» delle vittime.

    Nell’affermare l’onestà della stragrande maggioranza degli appartenenti a CL, ma nel contempo ricordando i non pochi rinvii a giudizio per corruzione e pure per associazione a delinquere, reati squisitamente ciellini in quanto favoriti, in presa diretta, dalla deriva assiologica tribale insita nell’impianto ecclesiologico del Movimento stesso[1], riteniamo che per tali atti sessuali contro persone minorenni sia imputabile l’Inzoli e nessun altro, non così per l’aggravante della spregiudicatezza procurata dalla propria posizione di forza e di prestigio con forte sottomissione psicologica delle vittime, come ricorda il gup, dove, viceversa, l’accusa – evidentemente non per reato penale ma per pessimo impianto ecclesiologico – sarebbe da estendersi alla concezione ecclesiale di don Giussani. Vediamola.

    Il significato e la prassi dell’obbedienza alla e nella “Compagnia sacramentale” di CL è interpretata totale, assoluta, pragmatica, diretta e precisissima: autorità cielline anfibi terro-celesti con una zampa nella finitudine e l’altra nell’eterno, uomini che per processo “analogico” (analogia entis) rappresentano Iddio stesso per i subalterni. Giussani affermava: «Mai possiamo aderire di più alla misericordia di Dio che nell’ubbedire alle persone, alle pietre dove Dio ci ha collocati». Pietra della misericordia coincidente, nella fattispecie degli sfortunati adolescenti ciellini in oggetto, con l’Inzoli e i massaggi ai testicoli che, secondo organi di stampa, si attardava a fargli dentro e fuori il confessionale. Struttura gerarchica dove l’appartenente alla comunità obbedisce al superiore che gli capita. “Dipendenza” è lemma squisitamente giussaniano, va precisato che all’interno di CL al dipendente è chiesto di fare proprie le ragioni dell’autorità, individuando e accogliendo l’informazione di fondo che esprime il “Superiore” per farla diventare intimamente propria sentendone il valore, in quanto l’autorità è ritenuta Cristo presente, individuo di per sé effimero eppure veicolante l’Assoluto, così se a tredici anni l’autorità ti palpa e bacia anche se non ti piace, urge che indifferente al grado di sensibilità, onestà e verità del Superiore lo interiorizzi per la sacramentalità da lui espressa e significata come insegnava don Giussani. Un processo di sottomissione evidentemente devastante di cui erano vittime nel milieu ciellino anche i genitori dei minori violentati; infantilizzazione di adulti per la quale sono evidentemente imputabili e l’Inzoli e gli adulti a lui subalterni, rei d’ingenuità.

    Oltre alle bislacche concezioni di Giussani anche la Chiesa cattolica ci ha messo del suo, a iniziare dal catechismo che insegna ai bambini che quando appartati nell’armadio del confessionale – ma è una religione seria quella dove ci si chiude in due nell’armadio? – possono imbattersi in un prete grasso e vecchio, oppure bello e giovane, con la barba oppure i baffi, buono o cattivo, là i pargoli e chicchessia non devono prestare attenzione alcuna a tutte queste cose, perché sacramento significa che il prete in quel momento è Iddio stesso. Se poi ti prende per le palle e ti rivela – come riferisce la stampa dell’Inzoli – che trattasi di rito biblico che sancisce l’amore del padre per il figlio, il pargolo, ligio al catechismo, magari ci crede, così da concludere in devotissima sottomissione pietrificato da tanto celestiale, sublime e traboccante amore: non capisco, ma se Dio mi massaggia il coglione destro e pure il sinistro una qualche ragione ce l’avrà di sicuro.

    Bruno Vergani

    ________________________________________
    1 La comunione tra gli appartenenti a Comunione e Liberazione era definita da Giussani con l’affermazione: «Io sono Tu che mi fai», con quel “Tu” intendeva Dio e nel contempo, riferendosi al mistero dell’incarnazione cristiana, ogni aderente al gruppo. In questa concezione il nome di ogni ciellino è ritenuto sacramentalmente unificato all’origine con quelli degli aderenti al gruppo; annegamento soteriologico dell’Io nel corpo comunitario. Comunità giudicata da Giussani incontro-avvenimento-presenza salvifica segno sacramentale di Dio stesso, “ontologicamente” – qui da intendersi non come criterio di pensiero che inventaria gli enti (che cosa c’è) ma, con accezione metafisica (che cos’è, come è, perché è), che li fa essere ex nihilo (Giussani tende a idendificare l’ontologia con la metafisica) – costitutiva l’”Io” di ogni singolo componente. Il singolo uomo è in sé insignificante, è nulla. Per “essere” deve diventare cellula appartenente e obbediente alla corporazione, come le api e le formiche sono nulla senza il loro gruppo organizzato, consorziato, congregato, endogamo. Anzi di più: attraverso un processo d’ipostatizzazione del gruppo a verità assoluta e universale per l’appartenente la dipendenza diventa incondizionata ed esistenzialmente totalizzante, “ontologica” come i buchi nel formaggio che fuori da lì non esistono più. Nella concezione assiologica giussaniana la morale non poggia, dunque, sul comportamento umano in rapporto all’idea condivisa che si ha del bene e del male relata all’imputabilità del soggetto – concezione bollata da Giussani moralistica -, ma su una singolare teoria etico-assiologica di appartenenza al gruppo sacramentale: più fai parte più sei nel giusto, più fai parte e più vali, più appartieni e più sei redento, prescindendo dal personale agire. Giussani affermando – nel solco di Matthew Fox – che non sono le cose in sé da abbandonare ma gli atteggiamenti di possesso per le cose, implementa un dualismo tra morale e prassi in un mix gnostico e paolino dove, giudicando il gruppo di riferimento il valore assoluto e i beni materiali un nonnulla, invita ad un atteggiamento di possesso “come se” non avessimo, di godimento come se non godessimo, di utilizzo come se non usassimo, pur anche di fatto possedendo, godendo e usando. Blues Brothers che «in missione per conto di Dio» passano col rosso per salvare il mondo, giudizio di valore dove ogni nome è fuso e confuso nell’incorporazione al gruppo; un “Noi” Alfa e Omega super-Ente, consorteria metafisica salvifica, corpo mistico coincidente la presenza di Dio nella storia e strutturante-giustificante alla radice ogni partecipante al gruppo. All’interno di questo entusiasmo collettivo (enthusiasmòs: “indiamento”), di suggestione e acrisia a tale presupposto sacro fondamento unitario che redimerebbe, di questo sciovinistico imperativo collegiale, di questo familismo su base religiosa, di questo provinciale noi totalitario-salvifico, l’operato dei membri evidentemente obbedisce – indifferente alle generali e universali misure e norme dell’umano diritto costituite, istituite, e socialmente condivise – a regole proprie.

  • “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse

    “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse

    Parlano le vittime dei presunti abusi: “La mamma faceva in modo di farlo venire a casa quando papà non c’era”. Contro Salvatore Anello e Salvatore Muratore alcuni sms inequivocabili: “Quando finisce il ciclo facciamo la preghiera”

    “Il diavolo entra dalla vagina”. Le chiamavano “preghiere di liberazione” o di “guarigione” per le quali era necessario un “olio benedetto”. Pratiche e strumenti con i quali facevano leva sulla fragilità delle vittime, utilizzando le loro paure o le loro patologie per abbattere ogni inibizione, per convincerle subdolamente che quelli potessero essere gli unici rimedi per curarle dal “demonio” o dal “malocchio”. Dei veri e propri “esorcismi a luci rosse”. Sono solo alcune delle squallide scuse che avrebbero adottato Salvatore Anello (nella foto a destra), sacerdote dell’ordine dei Cappuccini, e Salvatore Muratore, ufficiale dell’esercito, per far scivolare le proprie mani sotto le magliette o dentro alle mutandine. Sui due, arrestati all’alba di oggi con l’accusa di violenza sessuale, ci sarebbero prove schiaccianti, come alcuni sms che lasciavano intendere le reali intenzioni: “Quando finisce il ciclo facciamo la preghiera”.

    Le indagini della sezione di polizia di giudiziaria della polizia di stato, Procura della Repubblica-Tribunale dei minori, vengono avviate dopo la denuncia di una donna e delle sue figlie (entrambe ancora lontane dalla maggiore età) che avrebbero subito lo stesso trattamento da parte dell’ufficiale militare. Lo avevano conosciuto in occasione di un “gruppo spirituale”. Un’occasione perfetta per scambiarsi il numero di cellulare e invitare la madre a contattarlo, certo che avrebbe potuto aiutarle a sconfiggere il “demone della lussuria”. Ma a cadere nella trappola sono state anche alcune amiche e parenti, soggiogate dall’alone di sacralità che Muratore sarebbe riuscito a costruirsi attorno. “Il rito iniziava con un forte abbraccio – racconta una delle donne coinvolte – e lui mi diceva ‘prendi energia’ e che stavo ricevendo, lo Spirito Santo. Io mi sentivo subito svuotata, stanca e stordita, e non capivo la reale portata dei miei gesti e dei miei pensieri”.

    Dopo i rapporti qualcuna di loro sembrava capire la gravità dell’accaduto, ma il militare “affermò che era il demonio ad essersi arrabbiato e che io dovevo trattenerla…”. D’altronde si sarebbe spacciato per un esorcista. “Mi diceva che dovevamo pregare mettendo l’olio sul petto. Mi ha infilato la mani dentro il pantalone ed io mi sono allarmata per quello che faceva. Eravamo chiusi a chiave nella cameretta. Inizialmente non chiudeva la porta, poi ha detto di chiudere la porta ed abbassare le serrande. Nelle altre stanze c’era mia madre, sua cugina ed altre persone. La mamma faceva in modo di farlo venire a casa quando papà non c’era”, ricostruisce un’altra delle vittime. “Quando lui faceva queste cose io iniziavo a gridare ed a graffiarmi, era come se sentivo nell’immaginario che combattevo con qualcosa che c’era dentro di me. Mi aveva messo in testa questa convinzione, che invece era una cavolata. Quando lui se ne andava stavo bene”.

    Da brividi il resto dei racconti delle vittime vagliati dagli investigatori alla presenza di specialisti che li hanno ritenuti attendibili: “Lui mi avvicinava con la testa al suo pene, mentre avevo gli occhi chiusi, e io facevo sesso orale. Mi teneva la nuca che secondo lui serviva per superare i traumi. Quando mi avvicinavo a lui iniziavo a gridare come se il demonio uscisse e mi diceva di prendere energia dal suo pene”. Ma Muratore si sarebbe spinto anche oltre, arrivando a parziali penetrazioni. Lo stesso militare, secondo quanto ricostruito durante indagini dirette dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dal sostituto Giorgia Righi, avrebbe portato alcune persone dal parroco (con il quale comunque non avrebbe condiviso gli abusi ndr) per verificare se fossero possedute dal demonio.

    Padre Anello, nonostante non sembrerebbe essere arrivato a rapporti orali o completi, utilizzava lo stesso schema, sfruttando le debolezze e i problemi delle sue fedeli per “allungare le mani”. “Lui mi rispose che pregando e affidandomi al Signore alla fine si sarebbe risolto tutto. Ecco perché, purtroppo, ho ripetuto le visite…”. Dopo i primi incontri la donna si recò in compagnia della sola figlia che aveva vari problemi di salute. “Ci riceveva sempre nella stessa stanza all’interno del convento dei Cappuccini, e ci fece accomodare su due sedie distinte. Padre Anello aveva l’abitudine, durante la preghiera, di imporre le mani, partendo dalle cosce. Cosa che fece anche quella volta. Iniziò con una mano a toccarmi alternativamente le cosce, per poi passare sulle natiche. Poi iniziò a palparmi la schiena, a mettermi la mano sotto la maglietta e strusciarla sulle spalle, fino a infilarla dentro i pantaloni, fin dentro gli slip, quasi fino all’ano. Poi mi mise la mano dentro il reggiseno sfiorandomi i seni”.

    “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse
    „E padre Anello, aggiunge ancora la donna, non risparmiò neanche la figlioletta: “Poi padre Anello iniziò a fare delle preghiere di guarigione per mia figlia, iniziando a toccare pure lei. Prima le sfiorò le gambe, fino a toccarle l’inguine, poi sotto la maglietta iniziò a palpeggiarle il seno, la pancia e le spalle fino a infilare la mano dentro i leggins e sotto le mutandine…”. Dettagli scabrosi che alcune delle vittime avevano raccontato ad altri sacerdoti, spingendosi anche a Caltanissetta, i quali si sarebbero limitati a invitare le vittime a sporgere una “denuncia ecclesiastica”.“

    http://www.palermotoday.it/cronaca/abusi-sessuali-arresti-prete-militare-retroscena.html

     
  • DRAMMATICA TESTIMONIANZA, IL TRENTENNE CONFIDA: «MI HA DATO 100MILA EURO PER FARMI STARE ZITTO»

    DRAMMATICA TESTIMONIANZA, IL TRENTENNE CONFIDA: «MI HA DATO 100MILA EURO PER FARMI STARE ZITTO»

    «QUEL PARROCO ABUSO’ DI ME, AVEVO 12 ANNI»

    Il giovane, adesso, è diventato padre ed è in cura da uno psicologo: «Sono terrorizzato di mandare mia figlia a giocare in Oratorio»

    IN UNA PARROCCHIA Per circa tre anni il giovane ha subitogli abusi sessuali nello studio del prete

    La telefonata giunge in redazione nel pomeriggio di venerdì 20 maggio. Dall’altro capo della cornetta la voce, determinata, di un giovane: “Posso passare nel vostro ufficio in Piazza Castello? Adesso mi trovo a Ciriè e vorrei raccontare la mia storia di abusi, subiti quand’ero ragazzino… E’ da tempo che volevo confidare tutto”. Dopo pochi minuti il trentenne varca la porta della redazione e… viene così alla luce una vicenda drammatica del passato, protrattasi per circa tre anni in un oratorio di una parrocchia della zona.

    “Ma i riscontri? Ci sono state denunce e inchieste contro quel parroco?” L’interrogativo del cronista non coglie impreparato il giovane , da poco diventato papà, che ribatte prontamente: “No, nessuna denuncia, ma posso ritornare con la documentazione e spiegherò tutto nei minimi particolari”.

    Il secondo incontro viene fissato per il giorno successivo, nella mattinata di sabato 21 maggio, sempre in reazione. il giovane giunge con un plico di incartamenti a fugare ogni dubbio: c’è la documentazione che certifica il passaggio di 100 mila euro, tramite assegni, da uno studio legale a un altro. Centomila euro per il silenzio. Poi compaiono anche perizie psichiatriche ad avvalorare l’orrore subito nell’adolescenza.

    Fabrizio Maffei

    LA MIA VITA ORMAI E’ ROVINATA

    Ciriacese. “La mia vita ormai è rovinata. Vivo con l’angoscia di dover difendermi da quell’orco che con la scusa di farmi giocare con il computer nel suo ufficio, non perdeva occasione di toccarsi e toccarmi.

    Ora voglio giustizia, ma soprattutto voglio che quel prete non possa più far del male a nessun bambino . Ora sono padre, e sono terrorizzato di mandare mia figlia all’oratorio, perché vivo nella paura che possa subire quel che ho subito io”.

    LA PERIZIA DELLO PSICHIATRA DEL’ASL “UNA SOFFERENZA SEMPRE ATTUALE”

    Ad avvalorare le dichiarazioni del ragazzo anche una perizia eseguita da uno psichiatra dell’ASL To4. Il professionista nella sua dichiarazione scrive Il racconto fatta dalla vittima, le testimonianze raccolte e l’elemento che il parroco paia avere in più di un’occasione ammesso ogni addebito, nonché abbia incaricato, a sua volta, un legale, ad assisterlo nel contenzioso…

    Al termine delle sedute manifestava tremori ed una profonda inquietudine . A gravare ulteriormente sulla sua sofferenza,vi è la profonda e sincera devozione religiosa della sua famiglia, che lo poneva in una situazione di forzata ambivalenza e di ulteriore sopruso, rendendogli pressoché impossibile ….

    Da Il Canavese, edizione di Ciriè del 25 maggio 2016

  • Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

    Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

    È morto Giorgio Mazzoccato, ex parrocco di Arpi Nova e Castelluccio dei Sauri condannato a 6 anni e mezzo per molestie sessuali (il pm chiese 7 anni, ndr) nei confronti di alcuni ragazzini che all’epoca dei fatti (tra il 1989 e il 1996) avevano dai 7 ai 12 anni. Mazzoccato scontò la condanna in un convento di Deliceto. Domani pomeriggio, 22 marzo 2016, si terranno i funerali nella Cattedrale di Foggia. Negli ultimi mesi la Chiesa ha aperto spiragli interessanti riguardo alle questioni legate allapedofilia.

    Lo dimostra il funerale di Jozef Wesolowski, morto ad agosto 2015, mentre era ancora in corso un processo contro di lui per presunti abusi su minorenni e pedopornografia. Il funerale è avvenuto nella cappella del Governatorato vaticano, con rituale laico, senza omelia ma con un lungo momento di silenzio durato una decina di minuti. Un segno di rispetto per le vittime innocenti. La salma di Wesolowski ha poi lasciato il Vaticano per fare ritorno a Cracovia, città d’origine dell’ex vescovo. “Preghiamo per il nostro fratello Jozef, perché il Signore lo liberi dalle tenebre”, si era limitato a dire il celebrante, monsignor Krajewsi, elemosiniere diPapa Francesco. Ma, come detto, nessuna omelia, solo un silenzio imbarazzato. Che la Chiesa stia tentando un nuovo approccio al tema ce lo conferma anche un sacerdote: “Il funerale non va mai negato, ma serve rispetto verso le vittime”. Discorso simile per i suicidi: “La psicologia ci viene incontro. Nessuno può sapere cosa c’era nella mente di quella persona poco prima di togliersi la vita e i parroci non dovrebbero rifiutarsi di celebrare un funerale a chi decide di farla finita”.

    Cosa combinò Mazzoccato: i fatti

    Mazzoccato, in una recente mappa sui preti pedofili tracciata in Italia, risulta essere uno dei tre sacerdoti condannati in provincia di Foggia. Con lui ci sono don Nicolangelo Rossi (Foggia) e don Manfredi Salvatore (Siponto, Manfredonia), entrambi condannati a circa due anni di reclusione con sentenza definitiva. Il caso più grave, però, è proprio quello con protagonista don Mazzoccato, deceduto nelle ultime ore.

    A tre settimane dall’omicidio di Nadia Roccia, a fine anni ’90 Castelluccio dei Sauri tornò sotto i riflettori per le molestie in confessionale avvenute tra il 1989 e il 1996 ad Arpi Nova. Il parroco disse “facciamo in fretta che ho da celebrare messa”, quando vide la funzionaria e l’ispettrice di polizia davanti alla sua abitazione. Pensò che volessero fargli ancora domande su Nadia e sulle due amiche che la uccisero (Annamaria Botticelli e Mariena Sica), notizia della quale preferiva non parlare, tanto da non concedere nemmeno un’omelia al funerale. Davano fastidio quelle due poliziotte a don Giorgio Mazzoccato, parroco dai lunghi capelli grigi che gli scendevano sulle spalle, l’anello al mignolo e la fiammante moto con la quale si faceva notare in giro.

    Ma le due agenti erano lì per un’altra inchiesta: violenza sessuale su bambini. Il parroco era accusato di aver abusato di una decina di ragazzini che andavano da lui in chiesa, che si inginocchiavano nel confessionale o lo seguivano in sagrestia, o magari andavano entusiasti alle gite che il prete organizzava spesso, come pure le partite di pallone. Al momento dell’arresto si rivolse a uno dei tre ragazzi albanesi che ospitava in casa e si raccomandò: “Ricordati di dar da mangiare alle papere. E non dimenticarti di innaffiare l’orto”. Poi alle agenti disse: “Andiamo pure”:

    Quel giorno fu accompagnato in questura, poi lo portarono in carcere. I fatti avvennero ad Arpinova, borgata vicino Foggia, dove lui fu parroco fino al ’96. Gli inquirenti iniziarono ad indagare quando da una procura della Lombardia, dove era in corso un’ampia indagine su violenze ai danni di minorenni, fu inviato un fascicolo dedicato al sacerdote. Il suo nome era venuto fuori lì. La polizia lavorò senza partire da una denuncia, ma poi di ragazzini che riferirono dei loro rapporti con don Giorgio ne sono venuti fuori dieci, e la testimonianza di ognuno sarebbe andata ad incastrarsi perfettamente con quelle degli altri, fino a mettere insieme un quadro di accuse che gli investigatori definirono molto solido. Il prete approfittò spesso dei bambini che frequentavano la parrocchia di Arpinova. In confessionale li avrebbe spinti a parlare di masturbazione o comunque di sesso, e poi ne avrebbe abusato: in sagrestia, nella sua casa, una volta anche senza uscire dal confessionale.

    “E’ un avvenimento doloroso che turba la nostra comunità cristiana, ma siamo sempre fiduciosi nell’operato della magistratura”. Così parlò l’allora arcivescovo di Foggia e Bovino, monsignor Giuseppe Casale. “Siamo tutti profondamente addolorati. È un sacerdote che ha sempre svolto il suo ministero con zelo e carità, in modo che definirei ineccepibile”.

    Ai giornali dell’epoca, una donna che preferì non rivelare il suo nome, disse che la casa di Mazzoccato eraun viavai di bambini della parrocchia che andavano lì a giocare perchè c’erano flipper e biliardini. Ma quando il tempo era bello, sacerdote e bambini andavano in campagna, per il ritiro spirituale. Un’abitudine che il parroco aveva anche ad Arpinova, dove sarebbero avvenute le violenze sessuali.

    La condanna

    Nel gennaio del 2000 don Giorgio Mazzocato (classe ’37), originario della provincia di Treviso ed ex-parroco di Castelluccio dei Sauri, venne condannato a sei anni e mezzo di reclusione per molestie sessuali nei confronti di alcuni minorenni di sesso maschile che all’epoca dei fatti avevano dai 7 ai 12 anni. Scontò interamente la sua pena in un convento di Deliceto, fino al 2007. Nel sito web della diocesi Foggia-Bovino risulta tuttora incaricato nella Casa del Clero di via De Prospero a Foggia.

    Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

  • Violentò due prostitute: don Walter in isolamento nel carcere di Bergamo

    Violentò due prostitute: don Walter in isolamento nel carcere di Bergamo

    Il prete mantovano Don Walter Mariani, condannato a sei anni e due mesi di carcere per violenza sessuale nei confronti di due donne alloggiate nella comunità di recupero “La Casa di Ruth” nel primo pomeriggio di giovedì è stato rinchiuso nella casa circondariale di via Gleno

    Ha festeggiato il suo 73esimo compleanno nel modo peggiore, con il primo giorno di carcere per violenza sessuale su due prostitute. Il prete mantovano Don Walter Mariani, condannato a sei anni e due mesi per violenza sessuale nei confronti di due donne alloggiate nella comunità di recupero “La Casa di Ruth”, nel primo pomeriggio di giovedì è stato rinchiuso nella casa circondariale di via Gleno, ed è stato subito messo in isolamento.

    “L’avrebbe costretta a rapporti sessuali non solo a casa sua ma anche nell’abitazione del datore di lavoro e una volta perfino in ospedale, nella saletta colloqui del reparto infettivi, dov’era ricoverata”. Questa la testimonianza che era stata rilasciate in un’ aula di tribunale da Nela, 43enne badante romena, una delle vittime dell’ex parroco di San Leonardo, in provincia di Udine.

    Non solo, la donna – più volte in lacrime – aveva anche rivelato che don Walter – aveva cercato di corromperla: “nell’estate del 2008 le aveva dato appuntamento a Copparo, nel Ferrarese, offrendole tremila euro perché se ne andasse in Romania e tornasse solo dopo il processo”.

    Sono così finite giovedì pomeriggio le ore di attesa e di preghiera del prete, ospite da tempo in una casa di riposo in provincia di Bergamo, dove si era preparato alla lunga reclusione. Le violenze per le quali don Walter è stato condannato al terzo grado di giudizio, sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani, una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth per un programma di recupero di cui lui stesso era responsabile.

    Il processo di primo grado si era concluso con la condanna a cinque anni. La Corte d’appello di Brescia aveva inasprito la pena, portandola a sette anni e mezzo. Poi il ricorso in Cassazione, l’annullamento della condanna, il rinvio degli atti a un’altra sezione d’appello. Quindi la nuova condanna, questa volta confermata dalla Suprema Corte.

    E’ stato quindi respinto il ricorso degli avvocati del religioso, su cui pende tra l’altro un secondo capo d’accusa, con condanna da Ferrara, per “aver indotto una testimone, una ragazza che lo accusava di violenza, a dire il falso, offrendole tremila euro per ritrattare le accuse”.

    http://www.bergamonews.it/2014/03/07/violento-due-prostitutedon-walter-in-isolamentonel-carcere-di-bergamo/186620/

  • Dall’Uruguay all’Italia per denunciare il missionario che abusò di lui

    Dall’Uruguay all’Italia per denunciare il missionario che abusò di lui

    Il primo abuso è stato in Cerro Chato, UN PAESETTO PICCINO, nel 1997, nella parrocchia di Cerro Chato (Sacro Cuore). Il pedofilo, chiamato FRANCESCO ZAPPELLA, SACERDOTE ITALIANO, tutto è cominciato quanto io avevo quasi  12 anni. Lui è arrivato al collegio con gli altri collaboratori italiani dando ai bambini caramelle, cappellini, orologi, denaro ed altri regali, comprandoci, perché eravamo orfani, bambini con carenze. Lui ci invitava a dormire nella parrocchia, ci faceva la docciae poi ci invitava a sdraiarci un pochino con lui, mi ricordo che nel primo abuso lui mi toccava i genitali sotto le lenzuola come se fosse uno scherzo… poi io andavo sempre alla parrocchia ingannato dai regali che lui ci faceva. Dopo un certo tempo  lui è tornato in Italia per un intervento chirurgico per una malattia. Io mi sono sentito triste perché lo vedevo come una figura paterna … tempo dopo ho ricevuto una sua lettera che conteneva denaro in dollari, mi ricordo che me l’hanno consegnata gli incaricati del collegio, dopo avere ottenuto il denaro sono andato in un supermercato chiamato COLINA ed ho comprato molti dolcetti da mangiare con gli altri bambini. Dopo due anni io volevo organizzare una squadra chiamata Penarol ed il mio desiderio era avere le magliette del Penarol per giocare a calcio, allora ho deciso di chiamarlo e gli ho chiesto se non mi aiutava a comprare le magliette per organizzare una squadra di calcio del Penarol, ma ho ottenuto un rifiuto: lui si sentiva molesto perché lo avevo chiamato.

    Quando ho compiuto 16 anni gli incaricati del collegio mi hanno commentato che io sarei stato aiutato dal SACERDOTE ITALIANO FRANCESCO ZAPPELLA, CHE SAREI STATO MANDATO A STUDIARE A TRENTATRÈ PERCHÈ LUI STESSO ERA IL MIO TUTORE NELLA CITTÀ, nel 2001 sono andato a vivere alla villa degli studenti nella città di Trentatre a studiare, la ragione per la quale mi aiutava era perché non avevo i miei genitori, ero un ragazzo solo senza famiglia per difendermi. Lui stava nella parrocchia El Salvador, svolgendo attività religiose. IO HO COMINCIATO, MOLTO CONTENTO, AD ANDARE ALLA PARROCCHIA EL SALVADOR, (ERO UN) UN ADOLESCENTE DI 16 ANNI. Lui mi dava denaro ma mi chiedeva di fargli massaggi ai piedi e alle spalle, e sul petto e così sono passati i mesi. Un giorno IO HO PERCEPITO CHE LUI NON ERA TANTO BUONO COSÌ COME DICEVANO: SONO ANDATO A CHIEDERGLI (DENARO) PER COMPRARE UN PAIO DI SCARPE DA FOOTBAL PERCHÈ VOLEVO GIOCARE NEL SAN LORENZO E LUI, MOLTO IRRITATO, MI HA RESPINTO. I GIORNI PASSAVANO ED I MASSAGGI CONTINUAVANO, UN GIORNO LUI MI HA INVITATO A RIMANERE I FINE SETTIMANA NELLA PARROCCHIA CON LUI ED IO, MOLTO CONTENTO, HO CHIESTO AL DIRETTORE MIRAVALLE ( IL MAESTRO ) SE ME LO PERMETTEVA. HO COMINCIATO AD ANDARE I FINE SETTIMANA E LUI MI DAVA DENARO, CIBO,  PICCOLE COSE COME OROLOGI, QUALCHE PENNE, PICCOLE COSE CHE MI FACEVANO CONTENTO, OLTRETUTTO LUI MI CHIAMAVA FIGLIO ED IO LO VEDEVO COME IL MIO PROTETTORE, DATO CHE ERO MOLTO TRISTE PER ESSERE USCITO DAL COLLEGIO AL QUALE MI ERO AFFEZZIONATO MOLTO. I MASSAGGI CONTINUAVANO E UN GIORNO LUI MI DISSE DI SDRAIARMI UN POCHINO PER CHIACCHIERARE, POI LUI COMINCIAVA A AFFERRARMI IL PENE FINO A LASCIARLO DURO COME UNA SPECIE DI MASTURBAZIONE, A VOLTE MI CHIAMAVA “CHICO” E MI CHIEDEVA SE POTEVA DARMI UN BACIO SUL PENE, IO NON GLI DICEVO MAI NÈ SI NÈ NO PERCHÈ AVEVO PAURA DI RIMANERE NUOVAMENTE SOLO, O CHE LUI CI RIMANESSE MALE PERCHÈ MI DAVA COSE E DOPO MEZZ’ORA O UN’ORA MI MANDAVA A SDRAIARMI NEL MIO LETTO. UN GIORNO LUI MI DISSE SE IO VOLEVO ANDARE A VIVERE IN PARROCCHIA CON LUI, ED IO ERO MOLTO FELICE PER I SUOI REGALI E GLI HO DETTO DI SI MA IL DIRETTORE MIRAVALLE SI È SENTITO MOLESTO E MI DICEVA CHE IO DOVEVO STUDIARE E CHE DOVEVO RIMANERE NELLA VILLA O SE NO DOVEVO ANDARMENE.

    IO HO CONTINUATO CHIEDENDOGLI TENNIS, COSINE PER STUDIARE ED ESSERE BEN VESTITO PERCHÈ AVEVO VOGLIA DI AVERE UNA FIDANZATA, E LUI SI INFASTIDIVA SEMPRE… POI HO COMINCIATO AD ANDARE AD UN GRUPPO DI GIOVANI DOVE MI SONO INNAMORATO DELLA MIA PRIMA FIDANZATA FABIANA, IL FIDANZAMENTO HA CONTINUATO CON MOLTO AMORE ADOLESCENZIALE. LUI HA COMINCIATO A RENDERMI LA VITA IMPOSSIBILE, NON MI VOLEVA PIÙ BENE, PARLAVA MALE DI ME ALLE PERSONE DELLA PARROCCHIA, È ARRIVATO AD ACCUSARMI DI AVERGLI RUBATO DEI GIOIELLI CARI CHE APPARTENEVANO ALLA SUA FAMIGLIA, TANTO HA FATTO E NON HA POTUTO ACCUSARMI E MI HA COMPRATO UNA BICICLETTA PORTANDOMELA ALLA VILLA DEGLI STUDENTI DOVE ERA PRESENTE IL DIRETTORE MIRAVALLE E ALTRI FUNZIONARI DELLA VILLA DEGLI STUDENTI, TUTTI QUANTI SAPEVANO DELLA FALSA ACCUSA. POI, NELLA STESSA VILLA DEGLI STUENTI C’ERA UN RAGAZZO CHE SI CHIAMAVA GONZALO, ( LO CHIAMAVANO “IL CUCHA DI CANE”(?)) PERCHÈ ERA MAGRO, QUESTO RAGAZZO È STATO UN CASO SPECIALE: LUI MI RUBAVA DENARO DAL MIO ARMADIETTO DOVE CONSERVAVO LE MIE COSE NELLE STANZE DELLA VILLA DEGLI STUDENTI, IO L’HO SCOPERTO E ABBIAMO LITIGATO. SONO PASSATI I GIORNI E, COME AD ALTRI CHE MI AVEVANO DERUBATO, HO PERDONATO GONZALO E LUI MI CHIESE DI PORTARLO ALLA PARROCCHIA PER OTTENERE UN LAVORO NELLA RISTRUTTURAZIONE DELLA PARROCCHIA, IO L’HO PORTATO ALLA PARROCCHIA E HO CHIESTO AL PADRE DI AIUTARLO POICHÈ GONZALO STAVA SOLO ED IN PESSIME CONDIZIONI. GONZALO COMINCIÒ A FARE LAVORETTI NELLA PARROCCHIA E GIORNI DOPO IO E GONZALO ABBIAMO DECISO DI ANDARE A VIVERE ALLA PARROCCHIA EL SALVADOR CON IL PADRE ZAPPELLA. LE DISCUSSIONI CONTINUAVANO E I MALTRATTAMENTI PEGGIORAVANO E IL PADRE VOLEVA CHE IO TORNASSI AL COLLEGIO MENTRE GONZALO COMINCIÒ A DORMIRE NELL’APPARTAMENTO CON IL PADRE ZAPPELLA MENTRE IO DORMIVO NELLA CASA DI RIPOSO, GONZALO DIVENNE IL MIGLIOR AMICO DI ZAPPELLA, LUI COMINCIÒ AD USARE LA MACCHINA DELLA PARROCCHIA, A VESTIRSI BENE ED IO AVEVO LA MIA FIDANZATA NELLA VILLA, SARA, PERÒ IL PADRE MI AVEVA ABBANDONATO, IO MI SENTIVO MOLTO ARRABBIATO E ALL’ORA DI PRANZO NON VOLEVO MANGIARE PER MOSTRARGLI LA MIA INQUIETUDINE. MI RICORDO CHE MI INVIÒ IL MURATORE CLAVERO PER PORTARMI AL NUNES E MANDARMI A CASA DI MIA MADRE, MA IO ERO INNAMORATO DI UNA RAGAZZA E NON VOLEVO ABBANDONARE TRENTATRÈ, QUANDO SONO SALITO SULL’OMNIBUS, FUORI DA 33 HO CHIESTO ALL’AUTISTA DI FERMARE L’OMNIBUS DICENDO CHE MI ERO DIMENTICATO UNA COSA E SONO SCESO, SONO ANDATO ALLA CASA DELLA MIA FIDANZATA SARA NELLA VILLA E MI SONO NASCOSTO LÌ. POCHI MINUTI DOPO LUI ARRIVÒ ED IO, NASCOSTO, ASCOLTAVA COME LUI DICEVA ALLA MADRINA DELLA MIA FIDANZATA CHE LUI MI AVEVA MANDATO DA MIA MADRE PERCHÈ IO MI COMPORTAVO MALE E LUI NON MI SOPPORTAVA PIÙ,  PARLANDO MOLTO MALE DI ME, MA LA MADRINA NON GLI CREDETTE PERCHÈ GIÀ SAPEVA DI TUTTO, POICHÈ LEI MI TRATTAVA COME UN FIGLIO. PASSARONO I GIORNI ED IO NON AVEVO PER SOPRAVVIVERE E SONO ANDATO NUOVAMENTE ALLA PARROCCHIA A CHIEDERGLI AIUTO, LUI MI DAVA DENARO MA MI CHIEDEVA MASSAGGI E VARIE VOLTE MI FACEVA SDRAIARE UN MOMENTO CON (LUI). MI RICORDO LE SUE PAROLE ERANO  Emoticon sopracciglia agrottate, cipiglio  POI CI SDRAIAVAMO UN POCHINO PER CONVERSARE E MI RICORDO CHE LUI MI DAVA BACI NELLA BOCCA E CERCAVA DI FARMI APRIRE LA MIA BOCCA MA IO RESISTEVO PERCHÈ NON MI PIACEVA.

    Luis Mario

  • Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay: “Voi li marchiate, noi li assistiamo”

    Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay: “Voi li marchiate, noi li assistiamo”

    Trento, Congregazione di Gesù sacerdote, è qui che le diocesi portano i religiosi a “curarsi”: “Così li aiutiamo a riflettere”

    di JENNER MELETTI E ANDREA SELVA

    TRENTO – Sono ormai maturi, i cachi e i kiwi. Nell’orto, gli ultimi pomodori. Sembra di essere fuori dal mondo, in questa casa madre dei padri Venturini. “Congregazione di Gesù sacerdote”, annuncia la targa in marmo. Doveva arrivare qui, don Mario Bonfante, l’ex sacerdote cattolico che tre anni fa è stato “licenziato” perché gay. «Esiste un convento in Nord Italia – ha detto ieri a
    Repubblica – dove vengono mandati a riflettere i sacerdoti che manifestano tendenze sessuali non consone. Un luogo dove ti aiutano a ritrovare la retta via. Volevano curarmi. Ho rifiutato di andarci». Prima pioggia e tuoni, poi sole e arcobaleno. Il tempo giusto per raccontare questo convento dove il Male e il Bene sembrano impegnati in una lunga battaglia. «Io posso dire soltanto – dice padre Gianluigi Pastò, 72 anni, superiore generale dei Venturini – che qui aiutiamo i sacerdoti a diventare santi».

    Una statua di Cristo a braccia aperte, pronto ad accogliere tutti. «Cercate prima il regno di Dio e la sua Giustizia e avrete tutto il resto in sovrappiù». La citazione da Matteo è accanto al cancello, aperto a tutti. Il padre superiore non ha nessuna voglia di parlare. «Troppe cose sbagliate sono state scritte su di noi. Il convento Venturini rischia di diventare un marchio infamante. ‘Quel prete è stato al Venturini? Chissà cosa avrà combinato’. Noi qui siamo abituati a lavorare nel silenzio assoluto ». Poi la tradizione di accoglienza vince, almeno per qualche minuto. «Venite in refettorio, prendiamo un caffè». Un vassoio di pizze già pronto per la cena frugale della domenica, una cinquantina di posti in tavolate a ferro di cavallo. Un quadro con il fondatore della congregazione, padre Mario Venturini, che aprì questo convento nel 1928.

    «Le spiego perché non vogliamo parlare. Un convento per preti pedofili, preti gay… si è scritto di tutto, con titoli assurdi. I sacerdoti vengono invece da noi per un periodo di formazione, di riflessione personale, di discernimento. In questo momento non abbiamo né preti gay né preti pedofili. Certo, nostro compito è accogliere tutti. Ci sono soprattutto i preti che soffrono di depressione, il male di questi tempi. Noi non vogliamo essere ‘marchiati’. Questo perché oggi, con Google, rischi l’ergastolo a vita. Faccio un esempio: arriva un nuovo sacerdote in una parrocchia e c’è chi subito va in rete a cercare il suo passato. Magari risulta che è stato nostro ospite e allora tutti pensano chissà che cosa. Ci sono uomini che diventano preti già adulti e magari hanno avuto un passato di droga o altro. Hanno svolto un grande e pesante lavoro di redenzione, ma se il loro nome è stato scritto su un giornale o su un sito si trovano inchiodati al loro passato».

    Quasi nessuno, a Trento conosce bene il lavoro dei Venturini. Un titolo forte il 24 febbraio 1983, quando un sacerdote del convento, don Armando Bison, 71 anni, fu ucciso con un punteruolo a forma di crocefisso, conficcato in testa, da Marco Furlan e Wolfgang Abel, i “Ludwig” che volevano “moralizzare il mondo” e finirono in manicomio criminale. Chi frequenta il convento conferma che i problemi più presenti, fra chi viene accolto qui, è proprio la depressione. «È alto anche il numero di alcolisti, fra preti soprattutto anziani che hanno smarrito la strada. E poi ci sono i problemi legati al sesso».

    Formazione, accompagnamento, riflessione… Non parla mai di cura, il padre superiore. Ma nella presentazione del sito c’è scritto che «i larghi spazi di accoglienza – una casa grande e tanta campagna intorno – uniti a possibilità varie di terapia e di lavoro, consentono alla comunità di ospitare numerosi preti e religiosi offrendo loro un ambiente aperto e disteso ove affrontare le proprie difficoltà». Terapia, dunque. Chi arriva qui viene aiutato anche da psicologi e psichiatri. Con quale percorso e quale metodo? «Noi non parliamo – dice il superiore – di questo nostro lavoro. Che però è conosciuto dai vescovi di tante diocesi. Loro sanno cosa possiamo offrire. Io dico soltanto che qui nessuno viene perché obbligato. Entrare da noi è una libera scelta». Che però, come nel caso di don Mario Bonfante, è una libera scelta molto condizionata. Un vescovo invita un prete ad entrare nel convento comunità, questi rifiuta e si trova ridotto allo stato laicale.

    In un’intervista a Repubblica. it di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli, nel luglio 2013 padre Gianluigi Pastò era stato più ricco di notizie. «La vita comunitaria allontana il prete dalla sua solitudine. Il primo passo della terapia è l’accoglienza. Noi solitamente vogliamo conoscere la persona poi vediamo se siamo in grado di aiutarla». Padre Franco Fornari è lo psicologo responsabile all’interno del centro. Sedute con cadenza giornaliera e terapia di gruppo coordinata da una psicologa laica. Se necessario, è previsto l’intervento di uno psichiatra laico per le terapie farmacologiche di supporto. I tempi non sono mai brevi. Si resta in convento per uno, due o anche quattro anni. È il vescovo a decidere dove impegnare il sacerdote dopo il lungo periodo di “redenzione”. Chi è stato accusato di molestie ai minori, ad esempio, verrà inviato in un santuario o in un altro convento, senza contatti con i ragazzi e senza attività pastorale aperta.

    Sarebbero sei o sette, in media, gli ospiti del convento comunità. La casa di accoglienza è molto grande, perché un tempo ospitava il seminario della congregazione e tanti sono i preti tornati alla casa madre perché ormai anziani. C’è anche chi se ne va prima di avere terminato il percorso. Non sono in carcere, tutte le porte sono aperte. «Su di noi – dice il superiore generale – sono state raccontate troppe cose sbagliate. È giusto che la nostra opera sia senza pubblicità, anche per rispettare chi viene da noi in cerca di aiuto».

    «Non preoccuparti né del cibo né dei vestiti », è scritto, citando sempre Matteo, cap. VI, nella lapide all’ingresso. Chi entra qui ha purtroppo in testa preoccupazioni più pesanti. Superando la soglia, la lotta fra il Bene e il Male è solo all’inizio. Ma c’è la speranza di “diventare santi”.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2015/10/05/news/nel_convento_dove_il_vaticano_manda_i_preti_gay_voi_li_marchiate_noi_li_assistiamo_-124368753/