«Ho deciso di raccontare la mia storia per smuovere le coscienze». Nello sguardo di Robert, nonostante sia trascorso del tempo, c’è tutta la sofferenza di quello che ha vissuto.
Cinquantenne libanese, residente da molti anni a Desenzano del Garda, lavora nel campo aeronautico. Oggi ha rimesso insieme la sua vita. C’è riuscito e non era scontato, dopo quello che avrebbe subito tra le mura di una congregazione religiosa di Verona. Quella di Robert El Asmar è la storia di un ragazzo (all’epoca aveva appena compiuto diciotto anni) e delle violenze che gli avrebbe causato un prete. A distanza di oltre vent’anni, il cittadino di Desenzano ha scelto di raccontare quanto accaduto. Lo ha fatto in un libro, «Beirut Verona, solo andata» edito da Rossini.
«La storia è rimasta sepolta per anni — dice il cinquantenne — ma adesso ho deciso di renderla pubblica».
Robert ha avuto la sfortuna di passare da una tragedia ad un’altra. Fuggito dall’orrore della guerra in Libano, Paese dove ancora oggi vivono i suoi familiari, è riuscito ad arrivare Libano Robert fuggì dalla guerra grazie a una borsa di studio in Italia dopo «aver vinto una borsa di studio per studiare a Verona».
Testimone di indicibili orrori in Libano, il giovane è fuggito dal conflitto in Libano, dal caos di Beirut e dalle rappresaglie dei guerriglieri grazie a una borsa di studio per stranieri che lo ha portato in Veneto. Qui, il cinquantenne di Desenzano, ha trovato accoglienza in una comunità religiosa.
«I preti — racconta Robert — sono stati subito cordiali e accoglienti. In particolar modo il quarantenne padre Nicola (nome di fantasia, ndr), il padre superiore, che è diventato mio amico, mi ha affiancato negli studi, mi ha sostenuto e mi ha fatto visitare alcune città italiane come Mantova e Venezia».
Ma da quel momento il rapporto tra i due è cambiato e purtroppo non in meglio.
Quando il parroco ha detto a Robert di «amarlo» è iniziato un vero e proprio incubo per il ragazzo che oggi vive lungo la sponda bresciana del Garda.
Sono iniziati gli abusi sessuali, ripetuti, sul diciottenne. Ma non solo, visto che il prete, con il silenzio e il benestare di altre persone, tra le quali una suora laica, ha deciso di drogare Robert. «Con una siringa, per diverso tempo, mi hanno iniettato un mix di droghe e psicofarmaci», ricorda il cinquantenne libanese.
Alle quali si sarebbero aggiunte anche delle minacce, come ricordato dalla vittima degli abusi: «Sai bene che la tua permanenza in Italia dipende da me. Sai bene che contatti ho e dove posso arrivare. Squattrinato come sei, hai pensato che fine farai? Non farmi diventare cattivo, ti prego», sarebbero le parole pronunciate dal prete di origini piemontesi.
Dopo, aggiunge Robert, «si è alzato un muro di omertà». Compreso quello della suora laica, «che sosteneva che ci fosse un demone dentro me che mi aveva reso omosessuale e aveva portato alla perdizione padre Nicola».
Un racconto che potrebbe essere la trama di una miniserie su Netflix e che rappresenta la cruda realtà. Poi Robert, considerando le droghe e gli psicofarmaci ingeriti, ha avuto gravi problemi di salute. «Da quel momento è iniziata ad emergere la verità, ma don Nicola è rimasto impunito. Dopo essere stato trasferito in Suda merica, credo sia tornato. Ma non so che fine abbia fatto», spiega il cinquantenne.
«Una storia, quella che ho vissuto, che mi ha lasciato il segno. Una parte di me è morta — conclude — con quelle violenze e l’indifferenza che mi era stata creata intorno».
Ma la sua vittoria è stata quella di non lasciarsi andare, di riprendersi la vita e andare avanti, nonostante le cicatrici che gli abusi hanno lasciato nella sua anima.
Tuttavia queste immancabili dimenticanze da parte del Pontefice della “Tolleranza zero”, portano sempre più a pensare nei fatti, che forse abbiamo interpretato male la Tolleranza Zero.
Di fatto almeno, non vi è prova contraria che questa non sia contro le vittime che denunciano.
“Bravo, questo vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo vescovo”.
Robert El Asmar è nato in Libano nel 1973 e cresciuto tra Beirut, Monaco di Baviera e Parigi dove ha ultimato i suoi studi. Attualmente vive sul lago di Garda e lavora nel campo aeronautico. Grazie al suo lavoro viene a contatto con molte differenti e complesse realtà che gli danno spunti per i suoi romanzi. Questo è il suo primo lavoro letterario pubblicato.
DESCRIZIONE
Dopo essere stato testimone di indicibili orrori, il giovane Marwan riesce a fuggire dal suo paese natale, il Libano, segnato da una guerra che va avanti da anni. A regalargli la speranza di una vita nuova, lontana dalla guerra civile, dal caos di Beirut e dalle rappresaglie dei guerriglieri, è una borsa di studio per stranieri, che lo porta in Italia, a Verona.
Qui, pur perseguitato dai fantasmi di un passato traumatico e dai terribili ricordi della sua infanzia, troverà accoglienza in una comunità religiosa, i cui padri paiono fin da subito cordiali e accoglienti. In particolare, Marwan stringerà un forte legame di amicizia con il quarantenne padre Nicola, il padre superiore, che lo affiancherà negli studi, lo sosterrà e si farà carico di portarlo in viaggio a conoscere le bellezze dell’Italia. Tutto cambia quando Nicola, una sera, confessa a Marwan il suo amore per lui. Da questo momento per il giovane inizierà un calvario del tutto nuovo…
-Francesco Zanardi – A Savona, la prima panchina in Italia contro gli abusi su minori e persone vulnerabili
Indubbiamente un grande pregio per la Città di Savona che ha visto nascere 13 anni fa nel piccolo capoluogo ligure quella che oggi è la più grande ed attiva organizzazione italiana a livello internazionale in tutela delle vittime di violenza sessuale da parte delle Confessioni religiose.
Associazione che nei decenni ha contribuito a dare vita ad altre importanti realtà, promotrici dell’iniziativa come ECA Global Justice Project.
Il Coordinamento Italy Church Too fondato nel 2022, promotore dell’iniziativa che raccoglie varie realtà sul territorio italiano.
Un tema importante quello veicolato dalla Panchina viola, come quello della violenza sulle donne, contro il bullismo e via dicendo. Temi che purtroppo la stessa cronaca documenta siano nei fatti poco sentiti, tanto da produrre ancora oggi troppe vittime anziché tanta prevenzione.
Spesso dimentichiamo che gli occhi e gli orecchi della Giustizia sono anche quelli della coscienza civile dei cittadini.
Un dato purtroppo indiscutibile e significativo, come il fatto che quella di Savona sia la prima iniziativa in Italia sul tema.
Questo probabilmente perché i bambini non si lamentano fino a quando non diventano adulti e comprendono, quanto le persone vulnerabili e, quindi forse nessuno aveva mai pensato a dare voce anche quei bambini e quelle persone vulnerabili.
Siamo quindi lieti di annunciare l’inaugurazione della prima panchina italiana sabato 24 alle ore 16 in piazza Giulio II dove insieme al Presidente della Rete Francesco Zanardi, il Consigliere Comunale Aureliano Pastorelli e le varie Istituzioni che risponderanno all’invito, daremo vita al primo impianto di questa bella iniziativa che parte dalla Liguria e che vede già le adesioni dei Comuni di Spotorno e Quiliano.
-Federica Tourn – Una vittima di Rupnik parla in conferenza stampa degli abusi subiti da don Marko Rupnik
«Mi sono trovata nel silenzio per troppi anni e oggi chiedo verità, trasparenza e giustizia per le religiose che hanno subito violenza», ha detto Gloria Branciani, durante la conferenza stampa convocata il 21 febbraio a Roma da Anne Barrett Doyle, condirettrice di BishopAccountability.org, per denunciare le coperture del caso di don Marko Rupnik, l’ex gesuita e artista accusato di abusi da almeno una ventina di religiose.
Le parole di Gloria Branciani sono risuonate particolarmente gravi a cinque anni dal summit in Vaticano, voluto da papa Francesco proprio per dire basta agli abusi clericali e agli insabbiamenti da parte dei vescovi. Quell’incontro solenne sulla protezione dei minori, che si era tenuto dal 21 al 24 febbraio 2019 ed era stato definito uno storico spartiacque sulla difesa dei bambini e delle persone vulnerabili nella Chiesa, secondo BishopAccountability.org, l’associazione americana che dal 2003 si batte contro gli abusi nella Chiesa cattolica, si è dimostrato nei fatti un clamoroso fallimento.
«Abbiamo deciso di parlare per opporci al muro di gomma che le autorità ecclesiastiche hanno alzato in tutti questi anni», ha spiegato Mirjam Kovač, che negli anni ’90 era la segretaria della superiora della Comunità Loyola Ivanka Hosta e che due anni fa ha scritto una lettera aperta alle autorità ecclesiastiche per sostenere la richiesta di giustizia di Gloria Branciani. «Non posso accettare che dagli ambienti vicino a Rupnik veniamo definite donnicciole infatuate di lui: il nostro non è desiderio di rivalsa ma necessità di un riconoscimento pubblico per il male che abbiamo sofferto», ha aggiunto Branciani, rievocando gli abusi subiti. «Rupnik è entrato nella mia psiche, ha fatto pressione sulla mia personalità e sulle mie emozioni nel tentativo di cambiare nel profondo la mia identità, incluso il mio progetto vocazionale. Ogni mio dubbio veniva considerato come una parte fragile che doveva essere integrata, una deviazione dal carisma. Se non accondiscendevo alle sue richieste sessuali, diceva che era a causa di un mio impoverimento spirituale; mi manipolava continuamente per farmi diventare obbediente, mansueta, infantile: a sua disposizione».
«Il caso di Rupnik ricorda quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick – ha affermato Barrett Doyle – le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza dei suoi crimini almeno dagli anni ’90 ma non sono intervenute, anzi, lo hanno protetto ignorando la sofferenza delle vittime». «Non stiamo parlando di un atteggiamento complessivamente brillante con qualche incoerenza qua e là, ma di un modello continuo di sostegno a molestatori noti e con accuse credibili». «Non è che il papa sia bloccato dai membri della curia nell’applicare le norme sulla protezione delle vittime, o che a volte sia debole di cuore – ha aggiunto Barrett Doyle – Credo che sia contrario alla riforma. Ecco perché i cambiamenti da lui attuati dopo il vertice si sono rivelati del tutto inadeguati e non hanno avuto alcun impatto percepibile».
Fonte: Domani
-Pierelisa Rizzo – Prete denunciato per violenza sessuale e spaccio
Il prete di Desenzano in provincia di Brescia accusato di spaccio e violenza sessuale ha venduto la casa in cui avrebbe organizzato diversi festini a luci rosse.
A segnalare il sacerdote è stato un trentunenne che vive a Desenzano ha raccontato di essere stato minacciato e di aver ricevuto il pagamento di alcune prestazioni sessuali. La situazione è poi degenerata la scorsa estate quando a inizio agosto una donna trans si si è spogliata e ha minacciato di suicidarsi dopo essersi lanciata da una finestra è scappata per le strade di Desenzano stando al racconto di alcune persone che erano presenti in casa
L’uomo di 65 anni avrebbe provato una specie di esorcismo avrebbe anche detto Esci da questo corpo A casa del sacerdote è stata trovata cocaina i residenti hanno deciso di allontanare il sessantacinquenne perché infastiditi dalle continue feste e serate.
Durante la perquisizione degli del commissariato di Desenzano è stata trovata cocaina per questo motivo nei suoi confronti è scattata anche una denuncia per detenzione ai fini di spaccio mentre per questa accusa ha parlato di debolezze per quella di violenza sessuale minaccia nega qualsiasi coinvolgimento.
Nel frattempo in questi mesi la diocesi di Verona ha nominato il suo sostituto come Cappellano della fondazione San Angela Merici Onlus.
Fonte Fanpage
– Federico Tulli – Nessun prete è “padre” di nessuno
La pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino. Avendo parlato negli anni con centinaia di vittime e raccolto le loro testimonianze mi sento di dire che questa definizione della pedofilia elaborata dallo psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli sia quella più precisa in assoluto.
L’effetto immediato della violenza sullo sviluppo psico fisico della vittima è devastante. È come se fosse un omicidio psichico che aggredisce e distrugge la vitalità e impedisce di realizzare la propria identità sessuale. Cioè una dimensione interiore specifica dell’essere umano.
È bene evidenziare che la vittima non è mai scelta a caso dal pedofilo. È un bambino solo, isolato, “ignorato” dai genitori oppure senza genitori. Prima della violenza fisica c’è quella psichica che consiste nel sostituirsi alle figure adulte di riferimento della vittima, nel carpire la sua fiducia.
Il pedofilo è una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa mi ha raccontato una volta l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione.
Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”.
Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni.
«Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia».
Il prete di Desenzano (Brescia) accusato di spaccio e violenza sessuale ha venduto la casa in cui avrebbe organizzato diversi festini a luci rosse. Alcuni residenti, stando a quanto riportato dal quotidiano Il Corriere della Sera, hanno affermato: “Per noi è un sospiro di sollievo, speriamo che il prossimo inquilino sia più discreto”. A segnalare il sacerdote è stato un 31enne, che vive a Desenzano. Ha raccontato di essere stato minacciato e di aver ricevuto il pagamento di alcune prestazioni sessuali.
La donna che ha minacciato di lanciarsi da una finestra
La situazione è poi degenerata la scorsa estate quando a inizio agosto una donna trans si è spogliata e ha minacciato di suicidarsi: dopo essersi lanciata da una finestra, è scappata per le strade di Desenzano. Stando al racconto di alcune persone che erano presenti in casa, l’uomo di 65 anni avrebbe provato una specie di esorcismo. Avrebbe anche detto: “Esci da questo corpo”.
La cocaina trovata in casa del sacerdote
Quel giorno sono arrivate le forze dell’ordine. I residenti hanno deciso di allontanare il 65enne perché infastiditi dalle continue feste e serate. Durante la perquisizione degli agenti del Commissariato di Desenzano, è stata poi trovata cocaina. Per questo motivo, nei suoi confronti è scattata anche una denuncia per detenzione ai fini di spaccio. Mentre per questa accusa ha parlato di “debolezze”, per quelle di violenza sessuale e minaccia nega qualsiasi coinvolgimento.
Nel frattempo, in questi mesi, la Diocesi di Verona ha nominato il suo sostituito come cappellano della Fondazione “S. Angela Merici” onlus.
Buongiorno a tutte e tutti e buongiorno a te Francesco. Ho appena letto l’articolo sul “triplicamento” dei canali internet della Rete, e ci tengo veramente a farti i miei complimenti e soprattutto a ringraziarti.
Sei un piccolo GRANDE uomo Francesco, e ti voglio sinceramente un gran bene !
E pensare che qui in Francia e in Italia mi fanno pure i complimenti, perché hai dichiarato ultimamente (e indebitamente) alla stampa, che sono uno dei “fondatori” della Rete, quando sono invece solo una vittima, umile ma sfegatato sostenitore, che ti chiese il tuo aiuto e aderì a Rete L’Abuso solo nel 2015, quando mi hai dato una mano e fatto un gran bene coi tuoi consigli e le tue lettere.
E ne avevo veramente bisogno, visto che, solo da qualche mese, avevo subito il doloroso “gran risveglio” della mia amnesia traumatica, e ci son stato talmente male che ho rischiato seriamente l’ospedalizzazione psichiatrica, talmente la scoperta dei dettagli “segreti e segregati” della mia infanzia mi fece vacillare.
E la Rete sei tu Francesco, tutto poggia sulle tue sole spalle.
Si, ho aiutato per il logo (è il mio mestiere) e scrivo molto e intervengo per la causa comune come un dannato senza pace, come e quando posso, soprattutto qui in Francia dove vivo da più di 20 anni. Vado anche volentieri con le altre vittime in piazza San Pietro a Roma, o sulle gradinate del Sacro Cuore a Parigi, con striscioni e una valigia di urla per gridare la mia rabbia. Rabbia intatta malgrado più di 8 anni di psicoterapie che non mi hanno certo guarito, perché per me è troppo tardi per “guarire”, ma che mi hanno almeno aiutato a rompere il silenzio e a sopportarmi da “sopravvissuto” (come noi vittime amiamo definirci).
Per fortuna per i “sopravvissuti” non è più esattamente cosi oggi. Per quei minori che grazie anche all’aiuto dei tanti avvocati volontari della Rete (come Mario Caligiuri) e grazie a quella cultura della verità che hai grandemente influito a far emergere in Italia, riescono finalmente a parlare e soprattutto ad essere ascoltati dagli adulti. E questo, in queste tristi circostanze cambia tutto, se non altro perché il sostegno psicologico immediato, il sentimento di sentirsi finalmente ascoltati e soprattutto la giustizia, evitano che la violenza dello stupro e del diniego finiscano per compromettere per sempre la fragile coscienza di un minore in divenire.
Quindi si, hai fatto e fai molto per le vittime e la giustizia Francesco. Ma la giustizia esiste in Italia? Purtroppo siamo l’unico paese al mondo tra quelli detti “civili” a negarla, e a non aver creato (come ad esempio qui in Francia), una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui crimini pedofili che i ministri della Chiesa Cattolica Italiana perpetrano da decenni, coperti da una cultura del silenzio e dell’insabbiatura che non solo la rendono responsabile di quanto è accaduto, ma tristemente complice. E purtroppo molto più di qualsiasi altra istituzione a contatto con i bimbi, se non altro perché le leggi del Concordato mussoliniano tra Stato e Chiesa del 1929, tuttora in vigore, le permettono facilmente di eludere le inchieste e gli accertamenti degli inquirenti di giustizia italiani.
Come se il Concordato non bastasse poi, si fa ancor peggio in Italia. Perché il governo italiano, e solamente per “aiutare” la Chiesa, autorizza l’imputato ad indagare su se stesso. Ed è cosi che è stata creata una commissione fantoccio tutt’altro che indipendente, presieduta dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) mons. Matteo Zuppi, alla quale è stato affidato il compito di indagare su quei crimini e quei criminali che per decenni, di fatto, la Chiesa ha coperto e continua a coprire. E chiamano questa “giustizia”? Solo in Italia è possibile un paradosso del genere.
Qui in Francia, paese realmente laico non solo sulla carta costituzionale, il popolo in furia sarebbe sceso nelle piazze e avrebbe chiesto ai politici di rendere i conti. E in Italia? Il potere della Chiesa è talmente forte, diffuso e capillare, che quasi tutta la stampa e la classe politica si genuflette di fronte al Papa, e nega ai propri cittadini il più elementare diritto all’informazione e alla giustizia. Diritto negato da quei politici che osano poi qualificare l’Italia come une stato democratico e di diritto!
È una vergogna tutta italiana che conferma ancora una volta lo sfacelo della nostra società e la perdita di qualsiasi riferimento morale e culturale. E non è una questione di destra o di sinistra, di atei o di credenti, ma di civiltà! Solo di civiltà.
Tutte le vittime come me qui in Italia hanno rotto il silenzio solo grazie a te Francesco. Piccolo grande uomo che dedica tutto il suo tempo e tutta la sua vita a questa nobile causa, non certo per vendetta, non certo per anticlericalismo becero, perché la Chiesa Cattolica esiste da duemila anni e esisterà sempre, ma perché umanamente saresti incapace più di qualsiasi altro uomo di continuare a esistere mentre altri bimbi continuano a farsi stuprare dai ministri della Chiesa Cattolica. Esistere mentre altre giovani coscienze appena sbocciate si fanno spezzare in volo e per la vita intera, solo per aver innocentemente frequentato una istituzione, quella cattolica; creata in nome della “giustizia universale”, ma che di fatto, difende invece i criminali pedofili che si sono annidati in massa nel suo seno, visto che non denunciandoli la Chiesa li protegge, fino a trasformarsi nel corso dei decenni in un paradossale “paradiso universale” per pedofili.
È insopportabile pensare che questo accada ancora oggi e nell’indifferenza. Insopportabile per le vittime, insopportabile per chi come te Francesco, è riuscito come Golia a far vacillare il gigante della menzogna, menzogna che non è certo stata sconfitta, è solo stata scalfita perché in parte resa pubblica. Ma finalmente e giustamente la Chiesa si fa criticare dalla società civile e da tutti quei fedeli scandalizzati da quanto scoprono, e scandalizzati dall’attuale inazione che ne segue. Perché malgrado tutte le parole di scusa e i buoni propositi del Papa, i fatti non seguono.
Il primo “report” italiano della CEI ci racconta solo l’ennesima campagna di informazione per distrarre e far tacere il popolo. Non si tratta di una vera e oggettiva inchiesta indipendente, ne di veri provvedimenti cautelativi o disciplinari, e le vittime sono tuttora inascoltate e non hanno ricevuto nessun indennizzo, almeno per le loro cure psichiatriche. Penso ad esempio alle vittime degli ignobili pedofili dell’istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona, che malgrado le evidenze raccapriccianti che sono emerse nei tribunali e lo scalpore suscitato dal caso, ancora aspettano giustizia.
La mortifera cultura clericale che si è impossessata della Chiesa da decenni ha reso tutti complici. Perché i vescovi e i cardinali che non sono direttamente colpevoli di crimini pedofili, sono comunque colpevoli di omessa denuncia di crimini altrui, e i rari non coinvolti si potrebbero purtroppo contare sulle dita di una sola mano. E anche se il Papa fosse pieno di buona volontà, si fa di tutto alle sue spalle per rallentare il processo, perché hanno paura, paura di perdere il loro potere, i loro privilegi e paura della giustizia, quella civile e non quella divina. Quella che non ci stancheremo mai di esigere, noi della Rete, aiutati anche da quei tanti cattolici di buona volontà.
Si, perche molti credono che la Rete sia una associazione anticlericale, e del resto alcuni fanatici ci trattano pure da “satanisti”, credendo in questo modo di difendere la loro chiesa (che invece contribuiscono a demolire), ma non è vero affatto!
Attorno e all’interno di Rete l’Abuso ruotano anche preti (quelli veri) e persone profondamente credenti e cattoliche che lottano anche per salvare la Chiesa e scacciare dal suo interno i criminali. Come Cristina Balestrini, madre di una vittima e profondamente cattolica, che fin dall’inizio si è sentita personalmente implicata e ha ricoperto e ricopre tuttora ruoli fondamentali e importanti nella nostra associazione.
E poi ci sono quelli come me, vittime che purtroppo hanno perso la fede a 9 anni a causa di uno stupro subito proprio in un confessionale (e non ci biasimate) ma anche vittime credenti. Perché credenti o non credenti, di destra o di sinistra, come vi ho già detto, si tratta di una questione di civiltà. E perché il silenzio e la menzogna uccidono, non solo la civiltà, non solo noi vittime, ma anche i nostri figli.
Mio malgrado e solo perché vivo in Francia, sono diventato da un paio di settimane un caso unico. L’unica vittima italiana di un crimine pedofilo clericale prescritto dalla legge, ascoltata e risarcita (seppur simbolicamente) da una Conferenza Episcopale, ma non quella italiana, la CEI, ma quella francese, la CEF. Anche perché in seguito a l’ennesimo rifiuto per “extraterritorialità”, ho minacciato di incatenarmi sul cancello dell’Arcidiocesi di Lione di fronte alla stampa nazionale e internazionale, di scrivere una lettera alla Corte di Giustizia Europea dei Diritti Umani, e non ultimo, di scriverne una anche Macron (e qui in Francia è possibile farlo) per chiedere al mio Presidente di far pressione sulla Chiesa Cattolica per proteggere uno dei sui cittadini. Se fossi stato solo un “povero cristo italiano” e come è successo in passato, nessuno mi avrebbe mai ascoltato ne risposto. Ebbi solo una “paterna benedizione”. Qui in Italia le mie minacce non sarebbero servite a nulla.
Spero solo che il mio caso “unico” possa creare un precedente giuridico a favore di tutte quelle vittime italiane che attendono che qualcuno si occupi di loro.
Quindi come concludere: viva la Francia, viva l’Italia (con qualche riserva), e viva Francesco Zanardi e Rete L’Abuso, prima e unica associazione italiana che difende le vittime di pedofili clericali e mette il dito sulla piaga di questa vergognosa tradizione tutta italiana, di cui personalmente sono poco fiero.
Piero BROGI
(una delle tante vittime che ha deciso almeno di non restare anonima e ne di chiudere la bocca. E visto quello che ci ho messo a 9 anni, oggi posso metterci pure la faccia, e senza vergogna. Non sono certo io a dovermi vergognare)
Francesco Zanardi – Salgono a 5 i querelati da don Giuseppe Rugolo
Salgono a cinque le persone querelate da Giuseppe Rugolo, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata su minori, a processo a l tribunale di Enna .
La sentenza è attesa per il prossimo 10 gennaio. Tre i giornalisti, querelati, tra quelli che si sono occupati in prima linea della vicenda, da Enna a Savona e Ferrara, per diffamazione e diffusione di atti procedurali. Rugolo ha anche querelato Antonio Messina, il giovane che aveva denunciato il prelato tre anni fa. Insieme a Messina, da ultimo, sono state denunciate un’altra giornalista di Enna, Manuela Acqua e Federica Tourn, che da oltre un anno conduce un’inchiesta sulla violenze nell’ambito clericale, finanziata dai lettori, su Domani.
Come nel caso di Pierelisa Rizzo, querelata dal sacerdote due volte per diffamazione e diffusione di atti procedurali, la Procura di Enna ha chiesto l’archiviazione, ma il legale di Rugolo ha presentato opposizione. La Rizzo comparirà davanti al Gup il 19 e 21 marzo 2024 mentre l’udienza per Antonio Messina e Manuela Acqua è fissata per il 28 maggio 2024. Non si conosce ancora l’esito della denuncia fatta alla Tourn, presentata presso la procura di Ferrara, spostata poi a Savona ed infine approdata alla Procura di Enna Di fatto tutti quelli che si sono occupati della vicenda Rugolo sono stati querelati.
Tra questi anche Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso , unica associazione italiana di sopravvissuti ad abusi clericali. Ad oggi tutte le querele presentate da Rugolo sono state ritenute prive di fondamento, sia dalla Procura di Enna che da quella di Savona dove ha sede l’associazione Rete l’Abuso. “ Fin dall’inizio dell’inchiesta, intorno a me e intorno a chi mi sostiene, è stato creato un clima avvelenato – dice Antonio Messina – E mentre i legali di Rugolo, in un articolo apparso su un giornale on line di Enna, si dichiarano ottimisti sull’esito della sentenza, io sono in possesso di un audio nel quale l’interlocutore, che poi è un giornalista, sostiene di essere a conoscenza dell’esito della sentenza, tanto da avere già predisposto l’articolo.
Questo audio verrà messo a disposizione della magistratura nella quale ripongo piena fiducia”.
Fonte – Rete L’ABUSO TG NEWS
Alessio Di Florio – Argentina condanna preti pedofili salvati in Italia dalla prescrizione
Era il 2009 quando L’Espresso pubblicò alcune inchieste su accuse di abusi sessuali di appartenenti all’Istituto Provolo di Verona. Negli anni sono arrivate altre inchieste giornalistiche e giudiziarie che hanno accusato appartenenti all’Istituto sia in Italia che in Argentina. A fine ottobre sul sito del settimanale è stato pubblicato un articolo in cui è stata data la notizia che in Argentina sono stati condannati ad oltre 45 anni di carcere sacerdoti accusati di abusi. Mentre in Italia è arrivata la mannaia della prescrizione.
«La Corte Suprema di Giustizia di Buenos Aires, che equivale alla nostra Cassazione, ha confermato in via definitiva le condanne per i primi tre religiosi finiti sotto accusa: dovranno scontare pene comprese tra 18 e 45 anni di reclusione. In Italia nessuno ha pagato: zero condanne, anche se le sentenze argentine spiegano che le violenze sui minori sono continuate per almeno cinquant’anni ed erano iniziate in Italia. Dove però l’unica inchiesta giudiziaria si è chiusa sul nascere, senza neppure un indagato, grazie alle norme italiche sulla prescrizione dei reati» riporta L’Espresso. Inchiesta del 2016 avviata grazie alle denunce di Rete L’Abuso.
Le indagini argentine sono iniziate nel 2015 dopo la scoperta che uno dei sacerdoti denunciati a Verona era diventato direttore del collegio della provincia di Mendoza. «Questo processo ha riguardato fatti avvenuti tra il 2005 e il 2016 a danno di undici bambini sordi o ipoudenti, quando avevano tra i 5 e i 17 anni. La maggior parte delle vittime proveniva da famiglie povere, che li affidavano ai collegi: i direttori del Provolo reclutavano i bambini sostenendo che il loro era un istituto modello» ha sottolineato la Corte Suprema in un comunicato.
«I giudici hanno inflitto 45 anni di reclusione al prete argentino Horacio Hugo Corbacho Blank, ex direttore di Mendoza; 42 al suo vice, il sacerdote italiano Nicola Bruno Corradi Soliman, già attivo a Verona; 18 anni ad Armando Ramón Gómez Bravo, un dipendente dell’istituto religioso. All’arresto è sfuggito un altro sacerdote italiano, Eliseo Pirmati, che nel 2017 è scappato dall’Argentina, rifugiandosi nella sede del Provolo a Verona, dove è stato poi filmato da L’Espresso. Proprio quell’anno Papa Francesco, il pontefice italo-argentino, ha rimosso la dirigenza e commissariato l’istituto Provolo» conclude l’articolo pubblicato da L’Espresso.
Federica Tourn – Si riapre il processo canonico a don Marko Rupnik
Papa Francesco il 27 ottobre ha derogato alla prescrizione decisa dal Dicastero per la dottrina della fede nell’ottobre 2022 sui presunti abusi commessi su diverse religiose ed ex religiose da don Marko Rupnik. «Siamo state molto sorprese dal comunicato della Santa Sede nella quale il Santo Padre chiede di esaminare il caso Rupnik al Dicastero per la Dottrina della fede e deroga alla prescrizione per consentire lo svolgimento di un processo che possa rendere giustizia alle vittime. Speriamo che questo sia un passo idoneo per vedere riconosciuta la verità. Siamo in attesa di ulteriori sviluppi». Questa è la dichiarazione che cinque delle persone offese da don Marko Rupnik hanno voluto rilasciare al quotidiano Domani. A firmare sono quattro ex sorelle della Comunità Loyola, di cui Rupnik era il consigliere spirituale nei primi anni ’90 – Gloria Branciani, Mirjam Kovač, Vida Bernard, Mira Stare – e una religiosa che appartiene ancora alla comunità, Jožica Zupančič. Le prime quattro il 19 settembre scorso avevano già scritto, insieme a Fabrizia Raguso, un’altra ex suora della Comunità Loyola, una lettera aperta a papa Francesco in cui dichiaravano di sentirsi profondamente offese dalla relazione finale della visita canonica al Centro Aletti, che in sostanza riabilitava la figura di Rupnik, fondatore e mentore del centro.
Gloria Branciani e Mirjam Kovač sono uscite dall’anonimato e hanno reso pubblico il nome con cui avevano affidato a Domani le loro testimonianze, quasi un anno fa. Gloria Branciani infatti è “Anna”, che aveva raccontato in una lunga intervista gli abusi sessuali e di coscienza subiti da Rupnik per nove anni, e Mirjam Kovač è “Ester”: aveva raccontato i suoi tentativi di denunciare gli abusi di Rupnik alle autorità ecclesiastiche e ai gesuiti a partire dal 1993. Il Coordinamento contro gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili Italychurchtoo ha accolto favorevolmente la decisione del papa: «la deroga alla prescrizione è certamente la condizione per chiarire le responsabilità di Rupnik e per disegnare un debito percorso di giustizia per le vittime – si legge nel comunicato – Ma le parole non bastano». Ora, continua ICT, ci si aspetta che il processo arrivi in tempi brevi, sia nel segno di una effettiva trasparenza e non si trasformi in un processo alle vittime, che dovranno essere informate e coinvolte nel procedimento.
La lettera aperta di ICT si può sottoscrivere mandando una mail a postmaster@italychurchtoo.org
fonti: Domani e Italy Church Too
Pierelisa Rizzo – Distrutti documenti in Svizzera
Fa discutere il caso della Svizzera dove sarebbero stati distrutti documenti secretati contenuti negli archivi dove vengono custoditi gli atti dei processi penali ecclesiastici e tutto quello che riguarda l’abuso sessuale di minori al di sotto dei 16 anni.
A vent’anni dalle denunce di Gérard Falcioni, ormai adulto, che per anni ha denunciato, inutilmente, le violenze subite da bambino , autore del libro “Il banco di prova della vita. Sono stato abusato all’età di cinque anni”, edizioni Mon Village 2002, la Conferenza dei vescovi svizzeri, la Conferenza centrale cattolica romana e le Comunità religiose cattoliche della Svizzera hanno incaricato una commissione indipendente dell’Università di Zurigo di indagare sulla realtà degli abusi in tutte le sei diocesi della Confederazione. I ricercatori – un team guidato da due donne, Monika Dommann e Marietta Meier – hanno potuto consultare liberamente gli archivi ecclesiastici, compresi quelli “segreti”, a cui ha accesso soltanto il vescovo, in cui vengono conservati gli atti dei processi penali ecclesiastici e quindi anche tutto ciò che riguarda l’abuso sessuale su minori di meno di sedici anni, considerato «reato in materia di costumi».
Molti di questi archivi, però è stato scoperto, risultano lacunosi e frammentari per diversi motivi, non ultimo la distruzione di parte dei documenti secretati. Ai ricercatori non è stato invece permesso di visionare i documenti depositati alla Nunziatura apostolica e al Dicastero per la dottrina della fede, segno quanto mai evidente della non disponibilità del Vaticano a una politica di reale trasparenza sulla questione degli abusi, al di là di tutte le dichiarazioni di “tolleranza zero” fatte da papa Francesco. E’ proprio a Lugano che i ricercatori zurighesi hanno avuto le difficoltà maggiori nel ricostruire i casi di abuso, a causa della distruzione di interi archivi segreti, contenenti i “casi riservati”.
Nel 1995, secondo quanto riporta una lettera dell’allora vicario generale al nunzio apostolico, il vescovo Eugenio Corecco ha dato l’ordine a un sacerdote di bruciare il contenuto dei suoi cassetti: il sacerdote in questione, contattato dal gruppo di ricerca, ha però negato di aver distrutto la corrispondenza sui casi di abuso sessuale. Quattro anni dopo, un altro prete, già cancelliere diocesano, ha eliminato in dieci mesi ben cento anni di carte riservate: «un impegno che ho svolto con il criterio evangelico della ‘misericordia’ – scrive in una nota alla diocesi – togliendo tutti quei documenti che gettassero anche un’ombra sugli interessati». Il diritto canonico, infatti, consente che gli atti riguardanti «le cause criminali in materia di costumi», come gli abusi sessuali sui minori, possano essere distrutte «se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna». Una norma che certo non agevola la trasparenza.
Le gravi lacune trovate negli archivi ecclesiastici ticinesi si sommano alla mancanza di un’associazione di sostegno alle vittime di lingua italiana, come invece accade nella Svizzera francese e tedesca, e restituiscono l’immagine di una comunità in cui ancora oggi vige il silenzio sulla pedofilia dei preti. Non stupisce quindi che la Commissione diocesana di esperti sugli abusi sessuali in ambito ecclesiale sia stata contattata in sette anni soltanto da quattro persone, un dato – sottolinea il report – verosimilmente non dovuto al fatto che in Ticino si sono verificati pochi casi, ma che «evidenzia, piuttosto, una forte riluttanza da parte delle persone offese a denunciare i casi di abuso alla Commissione ticinese».
Fonte DOMANI
Francesco Zanardi – La diocesi di Buffalo offre 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali
La diocesi cattolica di Buffalo ha annunciato martedì la promessa di donare almeno 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali.
La diocesi afferma che con l’aiuto delle parrocchie e di altre entità cattoliche affiliate, creerà un fondo di compensazione di almeno 100 milioni di dollari.
La diocesi afferma inoltre che il totale non include i soldi dell’assicurazione.
Secondo i documenti ufficiali del tribunale, la diocesi contribuirebbe con tutte le sue liquidità e probabilmente dovrebbe vendere il Catholic Center sulla Main Street a Buffalo e il Christ the King Seminary Campus a East Aurora.
La diocesi ha rilasciato una dichiarazione, dicendo in parte: “Riconosciamo che onorare questo impegno sarà impegnativo, ma è assolutamente necessario che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per rimettere le cose a posto, per andare oltre questo capitolo oscuro della nostra storia e andare avanti mentre insieme lavoriamo per ricostruire e rinnovare la nostra chiesa. .”
La diocesi di Syracuse ha raggiunto un accordo simile, promettendo 100 milioni di dollari a favore delle vittime di abusi a luglio.
Argentina batte Italia 45 a 0. Sul campo minato della questione pedofilia tra i preti cattolici, il confronto tra nazioni si è chiuso con un risultato imbarazzante per il sistema giudiziario del nostro Paese. Dopo anni di indagini e processi sugli abusi contro decine di bambini dell’istituto italo-argentino Antonio Provolo, la Corte Suprema di Giustizia di Buenos Aires, che equivale alla nostra Cassazione, ha confermato in via definitiva le condanne per i primi tre religiosi finiti sotto accusa: dovranno scontare pene comprese tra 18 e 45 anni di reclusione.
In Italia nessuno ha pagato: zero condanne, anche se le sentenze argentine spiegano che le violenze sui minori sono continuate per almeno cinquant’anni ed erano iniziate in Italia. Dove però l’unica inchiesta giudiziaria si è chiusa sul nascere, senza neppure un indagato, grazie alle norme italiche sulla prescrizione dei reati.
L’istituto Provolo, che ha la sede centrale a Verona, gestisce una rete di collegi, in Italia e in Argentina, specializzati nell’assistere bambini con problemi di sordità e conseguenti difficoltà a parlare. Dopo anni di sospetti, lo scandalo è stato scoperchiato nel 2009 da un’inchiesta giornalistica del nostro settimanale, firmata da Paolo Tessadri, che ha filmato e pubblicato le testimonianze di 15 ex allievi di due collegi veronesi, che denunciavano di aver subito per anni abusi e violenze da oltre venti sacerdoti, chierici e altri dipendenti dell’istituto.
L’allora vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, grande protettore del Provolo, ha attaccato L’Espresso e denunciato per calunnia l’associazione delle vittime. I giudici hanno però archiviato le sue accuse, spiegando che gli abusi sono risultati «certi e documentati», anche se prescritti. E il prelato ha dovuto patteggiare una condanna per aver diffamato le vittime.
DESENZANO – Una trans che vola dalla finestra del sacerdote della Diocesi di Verona si aggiunge agli episodi che coinvolgono il prete del Basso Garda, già denunciato per vicende legate a droga, sesso e minacce. Dalla sua abitazione di Desenzano, infatti, la scorsa notte una trans, dopo essersi spogliata, ha iniziato a minacciare di gettarsi dalla finestra.
All’arrivo dei pompieri si è gettata sul telo elastico per darsi alla fuga, ma è stata fermata e identificata.
I precedenti del prete
Il sacerdote era già stato denunciato per detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente, dopo che le forze dell’ordine avevano rinvenuto in casa sua alcuni grammi di cocaina. E, prima ancora, era stato protagonista di altri fatti legati a siti di incontri, sesso e minacce.
Un barista 31enne ha dichiarato di aver incontrato il prete tramite l’app Grindr usata dal parroco con falso nome. L’uomo ha sostenuto di non sapere che fosse un parroco e l’ha denunciato per presunti mancati pagamenti dopo aver intrattenuto prestazioni sessuali.
Il prete lo avrebbe quindi minacciato con audio e messaggi minatori. Su tutta la vicenda, iniziata nel 2020, stanno indagano le forze dell’ordine dopo la denuncia e i racconti del 31enne.
Un Motu proprio che ha cambiato aspetto dal 2019, quando il Vaticano presentò la prima versione ad experimentum per tre anni, oggi semplicemente allargata al problema dei moderatori laici delle associazioni di fedeli, ossia ai capi (o ex capi) laici di nuove comunità. Di fatto un’altra struttura criminale ed omissiva quanto la CEI, ma questa volta estesa ai laici nel clero.
Come abbiamo scritto più volte in precedenza e come emergerebbe anche nel 1° report CEI, la conferma del fatto che la chiesa italiana, grazie ai vuoti legislativi che il governo garantisce, sia diventata oltre ai propri preti, un ricettacolo di pedofili, anche laici. Questi ultimi attratti e incentivati dal fatto che il timore dello scandalo induce il clero ad allontanare il pedofilo, ma non a denunciarlo alle autorità, fornendo in sostanza un’ulteriore tutela a chi necessita per saziare la devianza di bambini.
Solo in Italia i casi di religiosi e non, spostati o ridotti allo stato laicale e coperti dal clero senza informare i fedeli e le autorità civili sono moltissimi, da don Gianni Trotta, il cui caso fu taciuto per timore di “agitare i fedeli” dall’uscente prefetto della CDF Francisco Ladaria (capo dell’organo vaticano che in teoria dovrebbe vigliare), che gli permise nel frattempo – ancora prete agli occhi dei fedeli inconsapevoli – di abusare di altri dieci minori. Il recente caso di don Calcedonio Di Maggio, molto simile e nuovamente alla sbarra per abuso di minore e induzione alla prostituzione. Tanti altri casi sono facilmente recuperabili su internet…
Una cultura autoreferenziale e barbara di una Chiesa (senza prole) che mente ai fedeli, rassicurandoli per l’incolumità dei figli affidati al clero, di cui poi nei fatti non gli importa, tranne per una questione di immagine pubblica, almeno fino a prova contraria.
Nei fatti la politica della chiesa verso le vittime non è mai cambiata, neppure con il Motu proprio di Francesco; ancora omissivo di denuncia alle autorità civili; ancora senza alcun indennizzo o aiuto per i sopravvissuti; ancora vantaggioso solo per il clero e i laici pedofili.
Ma vediamo meglio, a distanza di cinque anni dall’introduzione del Motu proprio che cosa emerge dai dati che abbiamo ricevuto da tutta Italia.
Va detto che l’introduzione degli sportelli diocesani in Italia grazie a uno Stato complice, è stata un autogol che ha portato inizialmente molti cattolici a fidarsi e denunciare gli abusi. Purtroppo però scontenti, in seconda istanza si sono rivolti alla Rete L’ABUSO, denunciando e documentando l’insoddisfazione e gli insabbiamenti; spesso anche il tentativo di comprare il loro silenzio; l’inesistenza di provvedimenti seri nei confronti dei sacerdoti accusati e riciclati di nascosto malgrado la condanna canonica, come nel caso milanese dei fratelli don Lucchina.
Si documenta addirittura che chi scrive ai vescovi per segnalare abusi viene intimidito e minacciato di querela. Ma la vera novità è che stanno rivolgendosi alla Rete L’ABUSO anche moltissimi sacerdoti. Un numero davvero impressionante, mai visto in 13 anni di attività dell’associazione, un tempo discriminata da un clero fidiucioso degli appelli a vuoto del Papa.
Chi chiede aiuto perché il vescovo gli ha mandato un collega pedofilo condannato in parrocchia dicendo “te lo devi tenere, stacci tu attento!”; chi invece denuncia gli stupri subiti da altri sacerdoti in seminario e l’omertà del vescovo dopo la denuncia; chi ci riferisce invece quanto accade nelle varie diocesi e l’omertà del vescovo di fronte ai fatti e alle denunce degli stessi sacerdoti.
Ma questo non ci stupisce anzi, è molto favorevole in quanto anche i sacerdoti perbene prendono finalmente consapevolezza delle disastrose e farlocche misure interne, della cattiva gestione della CEI e le denunciano fornendo informazioni che prima non eravamo in grado di documentare.
Notiamo anche che a differenza di quanto dice il Motu proprio, quasi nessun caso arriva alla Congregazione per la dottrina della fede, ed è proprio un sacerdote che ci spiega l’anomalia.
Bugia, o semplice incapacità di gestione?
Il prete mi spiega “Caro Zanardi, i casi che arrivano in CDF, sono solo quelli coperti da vescovi non più in carica in quella diocesi, un modo per il nuovo vescovo, di togliersi il problema creato dal predecessore facendo bella figura con i fedeli”..
Spiega che “I vescovi in carica, quando hanno un caso lo gestiscono internamente, presso il tribunale diocesano. Di certo non lo mandano alla CDF, anzi, posso dirti che in alcuni casi trattati, come quello di don X (non citiamo per tutela della fonte), di cui ho conoscenza diretta, ebbene il vescovo è stato costretto a ricevermi per conto di CDF, ma al momento in cui ho voluto sentire il prete accusato, il vescovo lo ha impedito ed io non ho potuto oppormi.”
“Devi capire che i vescovi hanno totale autonomia sul territorio della diocesi. Possono impedire anche a CDF di occuparsi dei casi o di accedere ai fascicoli. Malgrado sembrino molti i casi che riceve CDF ogni anno da tutto il mondo, in realtà questi sono la minima parte.”
“Il fatto che molte diocesi non hanno realizzato gli sportelli diocesani è proprio per questo motivo; la loro assoluta autonomia di gestione del territorio”.
Un sistema che stando al Motu proprio di Francesco, con la scusa delle indagini e della prevenzione indica al vescovo che attualmente ha in carico il sacerdote denunciato, di segnalare la cosa anche ai vescovi/diocesi che lo hanno avuto in carico in precedenza. Un sistema di insabbiamento molto più ampio di prima, che omette alle autorità civili e anche alla CDF le denunce dei casi.
In una recente intervista, dopo le lamentele fatte agli inquirenti da parte del Presidente della CEI Matteo Zuppi, è lo stesso Procuratore di Tivoli Francesco Menditto, a definire la condotta dell’autorità ecclesiastica “di omertà ambientale, molto simile a quella mafiosa“. Il procuratore continua commentando che “Alle accuse di abusi a carico di un insegnante di religione di Tivoli, pervenute all’autorità ecclesiastica nel 2019 e nel 2021 e di cui la diocesi non avrebbe tenuto opportunamente conto. Tanto che quando il caso e arrivato all’attenzione delle forze dell’ordine, le ricostruzioni sarebbero state incomplete e inutilizzabili per un’indagine.”
Malgrado i presunti buoni propositi di papa Francesco, certo non si può dire ne abbia azzeccata per ora neppure una, tuttalpiù, ha una spiccata tendenza a circondarsi di personaggi ambigui come la nuova nomina di Tucho Fernandez, l’«esperto di baci» scelto da Papa Francesco come nuovo Prefetto della CDF, in sostituzione di Ladaria.
L’ex arcivescovo di La Plata in Argentina, forse preferito agli altri per non aver mosso un solo dito in favore delle vittime sordomute della succursale italiana dell’Istituto Provolo argentino, i cui accusati a La Plata ora sono rientrati in Italia, a Verona, presso la casa madre dell’istituto pedofilo per sordi.
Di certo cosa buona e giusta per la chiesa che non ha dovuto risarcire le vittime.