Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Un caso grave mostra come alcune autorità ecclesiastiche cerchino ancora di coprire le aggressioni sessuali ai minori

    I numerosi episodi di abusi sessuali su minori da parte di preti predatori hanno svergognato migliaia di buoni vescovi e chierici benevoli che sono stati giustamente irritati dagli atti salaci dilaganti dei loro compagni preti pedofili e in alcuni casi da vescovi di alto profilo e cardinali di alto rango.

    Si sentono impotenti quando il loro vescovo protegge il prete abusatore e lo chiama “suo figlio”.

    Desiderano giustizia per le vittime e desiderano esonerare la propria vocazione e il sacerdozio macchiato dalla tirannia dei preti abusatori.

    La Chiesa ha succintamente affermato che ogni atto di abuso sessuale contro un bambino non è solo un crimine atroce nel diritto civile, ma una violazione della legge della Chiesa. 

    Papa Francesco afferma che l’abuso sui minori da parte di un religioso è “una ferita profonda che chiede guarigione”.

    Ci sono molte occasioni in cui i vescovi sono stati rimproverati da Papa Francesco per aver coperto le denunce di abusi sui preti invece di cercare di aiutare le vittime e trovare loro terapia, guarigione e giustizia. 

    Spesso cercano di riscattare il bambino vittima e la famiglia con denaro e promesse di una vita piena di risorse. 

    Questo è esattamente quello che è successo nella provincia di Cagayan, nel nord delle Filippine, l’anno scorso. 

    L’ultima ferita subita da una bambina (Angelica, non è il suo vero nome) è avvenuta quando aveva 15 anni. 

    Ha denunciato di essere stata violentata e aggredita sessualmente molte volte da un prete, Karole Reward Ubina Israel, 29 anni, assistente parroco della chiesa di St. Vincent Ferrer a Solana, Cagayan.

    Secondo gli atti del tribunale, il sacerdote della diocesi di Tuguegarao , la città più popolosa di Cagayan, è stato arrestato in flagranza di reato di seduzione e abuso di minori il 18 ottobre 2022, in un’operazione di salvataggio e arresto pianificata e approvata di Hector Eduard Geologo, direttore regionale del National Bureau of Investigation (NBI), provincia di Cagayan. 

    L’arresto è stato condotto dall’investigatore dell’NBI Jonimar Tongdo e dalla sua squadra con la collaborazione attiva dei genitori della vittima.

    Angelica, che ora ha 16 anni, faceva parte del gruppo giovanile parrocchiale. Padre Israel ne era il direttore con ascendente morale e autorità su di esso. Angelica, allora quindicenne, è stata invitata da padre Israel l’8 febbraio 2022 a cena fuori. 

    Secondo lei, l’ha bendata e si è recato ad Aparri a Cagayan. Alle 2 del mattino successivo, quando sono tornati a Solana, il prete predatore ha iniziato a molestarla toccandole le parti intime e baciandola. 

    Rimase scioccata, scese dall’auto e corse fino a casa. Aveva paura di dirlo ai suoi genitori per paura che non le credessero e la incolpassero per aver fatto serie accuse contro un prete influente.

    Non è finita qui. Il sacerdote ha poi chiesto ad Angelica di incontrarlo di nuovo per scusarsi dell’accaduto. Quindi, è andata in chiesa, ma il prete l’ha spinta nella sua macchina ed è andata in un hotel nella città di Tuguegarao e l’ha violentata. 

    Ha preso video segreti del loro atto sessuale sul suo cellulare e glieli ha inviati e ha minacciato di mostrarli sui social media se avesse osato condividere i dettagli e si fosse rifiutata di fare sesso con lui ancora e ancora. 

    Così, il sacerdote è riuscito a rendere il bambino il suo schiavo sessuale e vittima di adescamento sessuale.

    L’ha violentata molte volte e ha persino trovato il tempo di fare sesso con lei il Giovedì Santo, il culmine della Settimana Santa!

    Questi atti sessuali hanno avuto luogo in luoghi diversi: nello stesso hotel, nella sua macchina, a scuola e in un parco commemorativo.

    Angelica era traumatizzata dalla paura della disgrazia. Era depressa e ha tentato di uccidersi tre volte. 

    Gli insegnanti di Angelica, John Michael Bassig e Maria Christina de Asis, hanno ricevuto un messaggio da un’amica di Angelica, che diceva che era depressa e con tendenze suicide. Hanno parlato con lei e Angelica ha trovato il coraggio di superare finalmente la sua paura e ha raccontato loro come il prete l’ha molestata, violentata e ricattata. In seguito hanno raccontato ai genitori del prete predatore.

    Hanno cercato l’aiuto dell’NBI, che ha organizzato una trappola. Hanno programmato un incontro tra Angelica e il chierico e lo hanno arrestato quando ha tentato di nuovo di abusare di lei nella sua macchina. 

    Il suo cellulare consegnato aveva tutto: c’erano sei clip di video di sesso, chiamate audio registrate, schermate di conversazioni in cui l’accusato chiedeva al bambino di fare sesso con lui e prove di ricatti, abusi sessuali e minacce. 

    Sebbene il pubblico ministero, Kathleen Joy Ruiz Zuniega, li abbia mandati in tribunale, padre Israel è uscito libero dopo aver pagato 183.000 pesos (3.355 dollari) per ottenere la cauzione, anche se le accuse di stupro non sono rimborsabili nelle Filippine . La seconda serie di accuse, stupro multiplo, violenza sessuale e video voyeurismo – 18 in tutto – sono state presentate con regolare archiviazione.

    Queste accuse di stupro qualificato, conteggi multipli di stupro e violenza sessuale erano il contenuto della risoluzione estremamente dettagliata dell’assistente procuratore della città Kristine R. Marallag-Ave e approvata dal procuratore della città Jessie B. Usita il 27 dicembre 2022. 

    Nella sua controdeposizione, il sacerdote accusato ha negato tutte le accuse e ha insistito sul fatto che lui e il bambino erano amanti e che si trattava di un atto sessuale con consenso. Ha anche chiesto al pubblico ministero di non consentire le prove video. Ma la richiesta è stata respinta. 

    Il pubblico ministero ha sottolineato che gli atti sessuali contro la volontà di un bambino vulnerabile, anche se si trattava dei cosiddetti “amanti”, cosa che non era, sono ancora crimini atroci di stupro su minori. Il messaggio vocale registrato del sacerdote alla vittima, in cui la insultava ripetutamente con un linguaggio al vetriolo, mostra che aveva il controllo totale della situazione. 

    Sacerdoti e devoti fedeli attendono l’apertura del processo dove la vittima testimonierà. 

    Padre Rino Guaring, molto probabilmente per conto della diocesi di Tuguegarao, e parenti di padre Israel, si sono recati a casa di Angelica per risolvere il caso in via stragiudiziale. Ha promesso denaro e un’istruzione universitaria standard se avesse ritirato le denunce. 

    La vittima e la sua famiglia hanno rifiutato. 

    I genitori hanno contattato per iscritto la Fondazione Preda, che lavora per alleviare “gli abusi e le sofferenze fisiche, emotive, psicologiche e sessuali dei bambini”, chiedendo aiuto.

    La giustizia per i bambini maltrattati è una potente chiamata fatta da Gesù di Nazareth e la giustizia per il maltrattatore è ugualmente importante. L’istituzione ecclesiastica ha ingiustamente protetto per troppo tempo il prete pedofilo. Che è condannato da Papa Francesco ed è un crimine nella Chiesa e nel diritto civile.
    I vescovi sono chiamati a proteggere i bambini vulnerabili e ad assicurare alla giustizia gli stupratori di bambini in modo che possano pentirsi, confessarsi e fare penitenza, dietro le sbarre se necessario.
    https://www.ucanews.com/news/old-clerical-abuse-habits-die-hard-in-the-philippines/100045
  • Ratzinger, il tribunale tedesco cerca gli eredi: va avanti l’inchiesta sull’insabbiamento del caso di pedofilia

    Ratzinger, il tribunale tedesco cerca gli eredi: va avanti l’inchiesta sull’insabbiamento del caso di pedofilia

    L’indagine a carico di Joseph Ratzinger in Germania proseguirà anche dopo la morte del papa emerito Benedetto XVI.

    Come ha confermato la portavoce del tribunale di Traunstein all’Ansa, Andrea Titz: «Il procedimento andrà avanti a carico degli eredi», anche se lo stesso tribunale ammette che si dovrà accertare se esistano o meno gli eredi del pontefice scomparso il 31 dicembre all’età di 95 anni. Contro il Papa emerito aveva sporto denuncia in sede civile il 22 giugno scorso, un 38enne della Baviera che ha affermato di essere stato vittima di abusi sessuali da parte del prete pedofilo Peter H e accusato, inoltre, Ratzinger di essere «a conoscenza della situazione», ma «di non aver fatto abbastanza».

    All’epoca dei fatti, il 38enne, che si faceva chiamare dai media tedeschi Julian Schwarz, aveva tra gli 11 e i 12 anni quando don Peter gli mostrò dei video porno e abusò di lui sessualmente. «Il prete ha praticamente fatto addormentare l’intera comunità – aveva denunciato l’uomo – e ha venduto molto bene la sua versione», secondo cui un pastore non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere.

    Con la denuncia presentata in Tribunale, l’allora avvocato di Julian chiedeva la valutazione di un’eventuale risarcimento danni per l’abuso sessuali subito all’epoca dal suo assistito. Nelle carte presentate era inoltre stato inserito anche un rapporto sugli abusi stilato dallo studio legale di Monaco Wsw, oltre che una sentenza del tribunale ecclesiastico sul caso di padre Peter H.

    Ora l’oggetto dell’inchiesta è capire se Joseph Ratzinger, all’epoca arcivescovo di Monaco, sia stato responsabile dell’occultamento dei casi di abuso. L’ultimo atto di questa vicenda risale all’8 novembre scorso, quando lo stesso Papa emerito aveva annunciato di volersi difendere dalle accuse del 38enne della Baviera.

    https://www.open.online/2023/01/02/germania-tribunale-traunstein-azione-penale-denuncia-insabbiamento-caso-pedofilia/

  • Il prete e i video hard con i ragazzini: “Ignoranza inevitabile”

    Il prete e i video hard con i ragazzini: “Ignoranza inevitabile”

    PALERMO – Si tratterebbe di un caso di “ignoranza inevitabile”. Secondo la difesa, padre Vincenzo Esposito non sapeva che stava facendo videochiamate hard con dei minorenni.

    “Neppure nel corso del processo è emerso il contrario. Lo ha detto solo un ragazzino, la cui attendibilità è stata picconata visto che non ha detto la verità neppure sul suo nome di battesimo”, hanno detto gli avvocati Giovanni Di Trapani e Renato Vazzana durante l’arringa difensiva.

    Don Vincenzo Esposito è stato condannato in primo grado a cinque anni per prostituzione minorile. Il sacerdote, originario di Caltavuturo, in provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, era finito in carcere.

    I carabinieri della compagnia di Termini Imerese lo hanno intercettato mentre effettuava delle videochiamate con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre fra 10 e 30 euro, utilizzate per mangiare la pizza con gli amici o tagliare i capelli dal barbiere.

    “Non li ha mai visto in faccia, non poteva accorgersi che fossero minorenni”, hanno aggiunto i legali.

    I familiari dei ragazzini si sono costituiti parte civile al processo con l’assistenza degli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile. A marzo la sentenza della Corte di appello.

    Il prete e i video hard con i ragazzini: “Ignoranza inevitabile”

  • “AGNUS DEI” Presentazione a Savona – Libreria UBIK – Video

    “AGNUS DEI” Presentazione a Savona – Libreria UBIK – Video

    Negli ultimi decenni gli abusi sessuali del clero sono stati occasione di scandalo in quasi tutti i paesi cattolici, che hanno avviato inchieste indipendenti per misurare l’ampiezza del problema. Solo in Italia e in Spagna le conferenze episcopali si rifiutano di collaborare.

    Lucetta Scaraffia (storica, giornalista, scrittrice, insegnante all’Università La Sapienza di Roma, editorialista di Messaggero, Osservatore Romano, Sole 24 Ore e La Stampa) per la prima volta cerca di capire la situazione italiana, confrontandola anche con quella degli altri paesi, a partire dall’unico archivio sugli abusi disponibile in Italia, quello della «Rete L’Abuso», fondata e diretta da una vittima, Francesco Zanardi.

    Ne emerge un quadro molto preoccupante, di fronte al quale la Chiesa sembra non muoversi.

    Da dove possiamo ripartire? Occorre anzitutto l’esplicita condanna degli abusi e un ripensamento della sessualità, cui segua una riconciliazione con le vittime che passi anche da indennizzi economici per aiutare le persone a ricostruire la propria integrità.

    Solo così la Chiesa potrà riacquistare credibilità di fronte ai fedeli.

  • Il “caso Rupnik” ferisce anche la credibilità della Chiesa

    Il “caso Rupnik” ferisce anche la credibilità della Chiesa

    Che succede quando ad essere adombrato dall’accusa di abusi è uno dei religiosi più famosi al mondo? Nel caso che sta tenendo banco nel mondo ecclesiastico in questi giorni non c’entrano minorenni, ma le denunce di presunte violenze psicologiche e forse sessuali ai danni di alcune suore.

    I fatti risalirebbero ai primi anni Novanta e sarebbero avvenuti nella Comunità Loyola di Lubiana in cui era confessore il teologo ed artista sloveno padre Marko Ivan Rupnik. Quest’ultimo, nel frattempo divenuto una celebrità dell’arte sacra per i suoi mosaici neobizantini nonché membro e consultore di vari Pontifici Consigli, è l’uomo accusato da tre religiose di «abusi di coscienza ma anche affettivi e presumibilmente sessuali». Accuse messe nero su bianco in una lettera pubblicata dalla rivista Left e che, secondo l’autrice, sarebbe stata inviata nell’estate del 2021 al Papa senza però ottenere risposta.

    È alle motivazioni addotte nella lettera che si dovrebbe l’allontanamento – avvenuto nel 1993 – di Rupnik, appartenente alla Compagnia di Gesù, dalla Comunità fondata dalla sua amica, suor Ivanka Hosta. All’epoca, quindi le ombre sull’artista sloveno sarebbero state “coperte” con il benestare – sempre secondo il racconto di una delle presunte vittime – dell’allora arcivescovo di Lubiana, monsignor Alojzij Šuštar. Proprio al dicembre del 1993 risale l’inaugurazione della “creatura” più famosa di Rupnik, quel Centro Aletti nato a Roma per far parte del Pontificio Istituto Orientale e benedetto da San Giovanni Paolo II in persona.

    Il dossier sloveno su Rupnik sarebbe rimasto sconosciuto se non fosse stato per il commissariamento della Comunità Loyola avvenuto – ha fatto sapere Left – nel 2020 ed affidato ad un altro gesuita, il vescovo ausiliare della diocesi di Roma, monsignor Daniele Libanori. Questo commissariamento, di cui non è stata data alcuna notizia ufficiale, sarebbe partito a seguito del numero sorprendente di suore uscite dalla comunità e apparso a Roma come una spia del malessere per una gestione evidentemente problematica. Riaprendo quel vaso di Pandora a Lubiana, presumibilmente deve essere affiorata anche la vicenda relativa al gesuita sloveno e risalente a quasi venti anni prima.

    Dopo le voci dei giorni scorsi, ieri si è avuta la prima conferma tramite una dichiarazione – datata 2 dicembre – firmata Domus Interprovinciales Romanae dei gesuiti. Dalla nota si apprende che nel 2021 il Dicastero per la dottrina della fede ha ricevuto una denuncia relativa al «modo di esercitare il ministero» di padre Rupnik. L’ex Sant’Uffizio ha affidato l’indagine direttamente alla Compagnia di Gesù che ha nominato un istruttore esterno e poi ha redatto una relazione sul caso. Sulla base di questa relazione, il Dicastero per la dottrina della fede «ha costatato che i fatti in questione erano da considerarsi prescritti e ha quindi chiuso il caso».

    Roma locuta est a fine ottobre 2022, mentre la Compagnia ha fatto sapere di mantenere in vigore le misure amministrative imposte al teologo sloveno durante la fase d’indagine: divieto di confessare, di accompagnamento negli Esercizi Spirituali e di direzione spirituale, oltre all’obbligo di chiedere il permesso al superiore locale per svolgere attività pubbliche.

    Una certa elasticità in quest’ultima limitazione è all’origine della lettera a Left di una delle tre suore che hanno denunciato abusi per mano dell’artista: la donna, infatti, ha confessato di aver deciso di scrivere alla rivista dopo aver visto un recentissimo video su youtube con un’omelia di Rupnik e dopo essersene lamentata con il vescovo Libanori. I commenti del religioso sloveno al Vangelo sono stati pubblicati anche questa domenica sulla pagina del Centro Aletti, quindi nonostante le polemiche provocate dall’inchiesta di Left e nonostante il comunicato dei gesuiti che ha confermato la notizia delle misure.

    Peraltro Rupnik solamente pochi giorni fa ha ricevuto il titolo di Doctor Honoris Causa,  in un’università pontificia in Brasile ed ha tenuto per l’occasione una lezione sul tema Educare alla Bellezza nell’Aula Magna.

    Ma la corretta applicazione o meno delle misure amministrative comminate dalla Compagnia di Gesù non è l’unico argomento che sta facendo discutere in questi giorni sul caso Rupnik: l’altra “bomba”, infatti, l’ha sganciata due giorni fa il blog Messa in Latino sostenendo di averla appresa da «fonti in altissimo loco». Secondo Messainlatino.it, ai danni del gesuita sloveno sarebbe stata emessa addirittura una sentenza canonica di condanna relativa ad un «processo per l’assoluzione del complice in confessione» di cui, per competenza, si sarebbe occupato il Tribunale del Dicastero per la dottrina della fede. La sentenza, in base a quanto riportato dalla fonte di Mil, avrebbe comportato la scomunica latae sententiae per Rupnik che però sarebbe stata successivamente bloccata dal Papa in persona.

    Un’indiscrezione clamorosa ma priva di conferme dal Vaticano e che non trova traccia nell’unico comunicato ufficiale fino ad ora uscito sulla vicenda, quello della Provincia Romana della Compagnia di Gesù che invece ha confermato il contenuto delle rivelazioni su Left. Bisogna ammettere che queste accuse – seppur prescritte – segnano una nuova battuta d’arresto per la credibilità della Chiesa sul fronte del contrasto agli abusi commessi da religiosi e che ad uscirne ammaccata non può essere solo l’immagine dell’attuale pontificato dal momento che i fatti contestati al teologo ed artista sloveno risalgono agli inizi degli anni ’90 ed erano emersi già allora.

    https://lanuovabq.it/it/il-caso-rupnik-ferisce-anche-la-credibilita-della-chiesa

  • Abusi in Italia: una voce “altra”

    Abusi in Italia: una voce “altra”

    Coloro che si sono cimentati nell’ardua prova di seguire la totalità del rapporto sulle attività inerenti agli abusi sessuali perpetrati nell’ambito della Chiesa cattolica italiana sui minori, presentato a metà novembre da alcuni vescovi e dagli esperti convocati dalla Conferenza Episcopale Italiana per studiare il fenomeno, nonché a organizzare delle operazioni per arginarlo, hanno sicuramente messo a dura prova la loro pazienza.

    Infatti, ci troviamo di fronte a un evento che merita di essere analizzato dal punto di vista semiotico per via dei numerosi messaggi (mal) dissimulati che esso invia più o meno intenzionalmente e che generano un reale disagio nello spettatore.

    A testimoniare di questo stato di fatto, diversi giornalisti referenti di alcune testate hanno ampiamente reagito rispetto ai contenuti del rapporto citando statistiche, cifre, ambiti di indagine, definizione del corpus e così via, nonché manifestando il loro disaccordo in merito ai metodi impiegati e agli obiettivi raggiunti.

    Una polemica è in corso tra esponenti dell’ambito ecclesiastico e i rappresentanti dei gruppi schierati in difesa delle vittime. Questa si concretizza con botte e risposte inviate con malcelata violenza su pagine più o meno virtuali oppure nel corso di conferenze successive al rapporto che vertono sui temi scottanti dell’abuso.

    Contrariamente agli articoli pubblicati nei giorni scorsi in relazione a questi eventi, noi ci occuperemo di analizzare brevemente la forma con cui si sono espressi questi contenuti, per vedere se qualche informazione importante ci viene trasmessa anche da essa.

    La messa in scena

    Per cominciare esaminiamo lo spazio scelto per la conferenza stampa. Personalmente ho visionato il video dell’evento. Una telecamera fissa inquadra un tavolo che non riesce ad accogliere agevolmente l’insieme dei relatori, sicché un paio di essi vi si accomoda in posizione periferica appoggiando sui bordi il proprio materiale. I due vescovi, invece, sono collocati in una comoda posizione centrale, così come il moderatore della conferenza, formando un nucleo da cui emana la parola di chi detiene il potere.

    Se qualcuno avesse dimenticato da quale fonte proviene l’informazione che viene diffusa, dietro al tavolo e ai relatori si trova, in guisa di fondale, un quadro in cui sono rappresentati tutti i papi del XX e del XXI secolo, con papa Francesco che troneggia in proporzione e in posizione dominanti.

    Ora, una messinscena del genere non può passare inosservata ed è particolarmente sovraccarica di senso. Essa indica di proposito la fonte da cui l’intero evento scaturisce e riceve la sua coerenza. Infatti, il susseguirsi degli interventi conferma l’impressione che risulta dalla messinscena, poiché tutti i relatori hanno un legame con la Chiesa.

    Chi è vescovo, chi lavora all’Università Cattolica, chi è direttore didattico in una scuola cristiana, chi ha collaborato con i centri d’ascolto diocesani investiti della responsabilità di ricevere le vittime e così via. Sembra quindi di trovarsi ad un evento pubblico organizzato da un regime che non ha altro riferimento se non sé stesso, in cui tutto quel che si dice deve rispondere ad esigenze interne di propaganda.

    Passiamo ora a qualche considerazione stilistica riguardante l’articolazione del discorso dei diversi relatori. Le impressioni tratte dalle diverse prese di parola sono multiformi: dalla favella timida ed esitante, all’affermazione lenta, sicura e intrisa di sufficienza, intesa a manipolare l’uditorio facendolo aderire a un argomento di autorità, per finire con il discorso ambivalente di chi cerca di accontentare tutti.

    Neutrali?

    Nessuna di esse però si offre con la neutralità del discorso obiettivo, scientifico, che dichiara esplicitamente lo stato dell’arte, lo stato di avanzamento dei lavori, l’obiettivo finale da perseguire e le ragioni funzionali che hanno ispirato le scelte metodologiche.

    Qualcuno afferma che si tratta di un primo tentativo di approccio eventualmente perfettibile in futuro. Se vogliamo fare un paragone eloquente attenendoci al contesto ecclesiale, sarebbe come dire che un giovane sacerdote che sta celebrando messa dicesse appena dopo la consacrazione dell’ostia: “Scusate, non so davvero se ce l’ho fatta a pervenire alla transustanziazione: è il mio primo tentativo, forse in futuro andrà meglio. Vi terrò informati”.

    La situazione è grave: un atteggiamento del genere è inaccettabile ed è indizio certo di incompetenza.

    Ora, questo genere di dichiarazioni intrise di superficialità sono fatte da vescovi nel contesto degli abusi sessuali perpetrati da chierici o simili all’interno della Chiesa: fatti criminali che hanno distrutto la vita di centinaia di vittime. Come si può pensare che affermazioni di questo tipo garantiscano che si sta facendo un buon lavoro?

    Le premesse delle opzioni metodologiche, è stato detto dal responsabile del Servizio tutela minori della Conferenza Episcopale Italiana qualche giorno dopo il rapporto[1], derivano dal fatto che “non si vuole fare come le commissioni indipendenti” che hanno preceduto il mandato della CEI (per non fare nomi, come la Commission Indépendante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise, la CIASE francese) semplicemente perché adesso la Chiesa francese sta pagando un caro prezzo per l’intransigenza dei lavori di tale commissione. Ritorneremo più tardi su questo punto.

    Quando ho iniziato il mio lavoro di ricerca, mi è stato insegnato che, per poter osservare, analizzare e studiare adeguatamente un fenomeno, se ne deve scegliere uno con cui non si è coinvolti emotivamente. È necessario avere una distanza emotiva ed effettiva da ciò che si studia, altrimenti non si sarebbe obiettivi e una parte del lavoro sarebbe inficiata dalla nostra compromissione.

    Denunce e Centri di ascolto

    Questa norma elementare è stata spazzata via dal programma della CEI contro gli abusi sessuali in favore dell’implicazione nei lavori di coloro “che sanno come funziona la Chiesa”[2]. Risultato: prima si coprivano i reati sessuali commessi da chierici con il segreto e con lo spostamento del criminale in altra sede. Ora si continua a “lavare i panni sporchi in famiglia”, aprendo dei centri d’ascolto delle vittime gestiti dalle diocesi e affidati per lo più a credenti di buona volontà che hanno seguito delle formazioni rapide.

    Lo scopo di questi centri d’ascolto non è quello di studiare il fenomeno per sradicarlo ma di consolare la vittima perché assuma il dolore causato dal trauma. Invece di organizzare il lavoro intorno alla restituzione della dignità all’essere umano calpestato dal crimine sessuale, si anestetizza il suo dolore, sperando che la vittima non faccia troppo danno. L’atteggiamento complessivo verso le vittime di abusi è intriso di condiscendenza.

    Infatti, non si promuove la denuncia del reato all’autorità civile da parte della vittima o chi per essa, compresa l’autorità ecclesiastica, appena si viene a conoscenza del crimine sessuale. Seguendo le norme attuali, la responsabilità della denuncia alle autorità civili spetta solo alla vittima. Ma le vittime di abusi sessuali, spirituali e di autorità, sono travolte da traumi che talvolta sono rimossi dalla loro coscienza e riemergono venti o trent’anni dopo i fatti che risultano quindi prescritti. Sono sconvolte e indebolite da dolorosi stress post traumatici che minano la loro esistenza e le spingono talvolta al suicidio.

    Raramente hanno le risorse psicofisiche necessarie ad affrontare un processo. Pare impietoso, quindi, il criterio che ordina di lasciar esclusivamente a loro la responsabilità della denuncia, con l’effetto di eliminare una grossa percentuale di fastidi provenienti dalle persone più fragili. Quanto a coloro che cercano giustizia presso vescovadi e parrocchie, finora non hanno trovano alcun interlocutore disponibile ad ascoltare le loro richieste, salvo la recente organizzazione dei centri d’ascolto tenuti da persone che non hanno alcuna proposta concreta da offrire a parte la loro disponibilità ad ascoltare le proteste.

    Solo dopo aver stabilito le modalità del ricorso alla giustizia civile e penale, e non solo al tribunale ecclesiastico, sarà possibile tracciare un quadro delle retribuzioni da offrire alle vittime per il danno subìto, anche se non sarà il denaro a colmare il baratro di dolore che le ha devastate.

    Annuncio e pratiche criminali

    Contrariamente a dei criteri dettati da un elementare buon senso, il tipo di organizzazione dei lavori ordinata dalla Conferenza Episcopale Italiana corrisponde ai dettami di un sistema settario in cui si fa appello esclusivamente a risorse interne al clan. Il criterio principale che ordina gli interventi proposti per arginare il problema è la salvaguardia dell’ordine costituito.

    Invece di sondare il retroterra culturale che ha consentito tali crimini e di chiamare in causa le responsabilità e le eventuali anomalie interne alla Chiesa che hanno suscitato o favorito la disfunzione, si rivolge l’attenzione esclusivamente al singolo evento criminale, al predatore e alla vittima come se si trattasse di rare eccezioni in un contesto sociale protetto.

    Infatti, per sminuire le responsabilità, nei recenti rapporti sugli abusi si fa riferimento agli altri ambienti altrettanto colpiti da questa tragedia, come per esempio, l’ambito sportivo, il contesto familiare ecc… Solo che ci si dimentica, en passant, che, benché costituita da peccatori pentiti e diversamente dal contesto sportivo che non promuove principi etici o spirituali, la Chiesa pretende manifestare al mondo la rivelazione divina offerta da Gesù Cristo e i valori evangelici di amore, rispetto, compassione… da lui promossi. Il fatto di scoprire che, al suo interno, si dissimulino delle pratiche criminali e che i responsabili della Chiesa italiana non abbiano nessuna fretta di portarle alla luce del sole rappresenta quindi una grave controtestimonianza.

    Cambiamo scenario

    In Francia, vent’anni fa, si era allo stesso stadio della Chiesa italiana odierna. La Conférence des Evêques de France non ne voleva sapere di sondare il problema dei diversi tipi di abusi e desiderava mantenere i privilegi dei suoi membri senza occuparsi troppo delle pecore nere rappresentate dai predatori sessuali al suo interno.

    Poi, grazie a una serie di scandali mediatici e altre simpatiche operazioni, le cose sono cambiate: volenti o nolenti, i vescovi francesi si sono trovati con le spalle al muro e hanno acconsentito all’organizzazione di una commissione indipendente, vale a dire costituita da esperti esterni alla Chiesa in ogni campo relativo agli abusi sessuali, con i risultati che sappiamo. La responsabilità di allestire questa commissione è stata affidata a una persona onesta, al di sopra di ogni sospetto, competente e intelligente.

    Al di là di quello che qualunque avversario abbia potuto affermare, e si è verificato anche questo, i risultati di questo lavoro che è durato quasi tre anni ma che ha assorbito una ventina di esperti in un’occupazione a tempo pieno e molti altri collaboratori con contratti di ricerca, ha dato risultati sconvolgenti.

    Il giorno in cui il rapporto della CIASE è stato reso pubblico, davanti ad un fondale neutro dove si trovavano Jean-Marc Sauvé, il responsabile della commissione indipendente, mons. de Moulins-Beaufort, il presidente della CEF, e Veronique Margron, la presidente della CORREF, l’associazione dei religiosi francesi corrispondente all’USMI e alla CISM italiane, François Devaux, vittima di aggressione sessuale da parte di un prete quando era ragazzino, ha preso la parola per primo. È salito al microfono e, davanti a un pubblico sgomento e in diretta televisiva con milioni di persone, ha detto ai vescovi francesi:

    “Vous devez payer ! Vous devez payer pour tous ces crimes!”

    “Dovete pagarla! Dovete pagarla per tutti questi crimini!”

    Ed è precisamente quello che sta succedendo un anno dopo questi fatti ai vescovi francesi che hanno dolorosamente accettato di andare fino in fondo alla questione degli abusi.

    Di questo hanno paura alla Conferenza Episcopale Italiana.

    http://www.settimananews.it/chiesa/abusi-in-italia-una-voce-altra/

  • La CEI offre lavoro per l’illustrazione degli altri 613 casi ancora in mano a CDF – #CEI-Comic

    La CEI offre lavoro per l’illustrazione degli altri 613 casi ancora in mano a CDF – #CEI-Comic

    Generalmente nei reati normali uno va alla polizia e denuncia i fatti, qui le cose vanno diversamente.

    Quando denunci i fatti su un prete la polizia manda alla Procura il fascicolo e per il protocollo addizionale dei Patti Laternanesi la Procura è tenuta ad avvisare il Vescovo che c’è una denuncia su quel sacerdote. In pratica vai a dire al Vescovo “coprilo”, vai a dire all’imputato è indagato.

    I Patti, poi, prevedono anche che i Vescovi possano anche non rispondere anche al Pubblico Ministero.

    Ci sono lacune ma si possono aggirare, l’associazione, per esempio, prima faceva le denunce. Ora le facciamo ancora ma prima procediamo con le “indagini”: audio, video, quando andiamo a fare denuncia c’è già materiale probatorio. Se il Vescovo o chi per esso cerca di fuorviare le indagini non può farlo.

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  • Abusi nella Chiesa, avviato il processo canonico per un prete trentino. Il Cancelliere della Curia: ”E’ anziano e ha problemi cognitivi”. Sette segnalazioni dal 2019

    Abusi nella Chiesa, avviato il processo canonico per un prete trentino. Il Cancelliere della Curia: ”E’ anziano e ha problemi cognitivi”. Sette segnalazioni dal 2019

    TRENTO. “Nessuna vera tutela è possibile per la Chiesa, se si sottrae alla collaborazione con le realtà pubbliche e della società civile impegnate su questo terreno”. Ha usato queste parole l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, nel corso del convengo “La Chiesa e gli abusi” promosso dal Servizio Tutela Minori della Diocesi di Trento.

    Ad oggi il Centro di Ascolto attivato il 2 aprile del 2019 ha raccolto in Trentino sette segnalazioni di presunti abusi compiuti da religiosi oppure da diocesani. Nel primo caso i fatti sono stati segnalati all’ordine di appartenenza mentre nel secondo caso le verifiche e gli eventuali provvedimenti sono stati portati avanti dall’Arcidiocesi.

    Secondo i dati forniti nelle scorse ore, da febbraio di quest’anno ad oggi, i casi di abusi verificatisi nell’ambito della Chiesa trentina o all’interno di associazioni e gruppi ecclesiali sono due una arrivata al Centro di Ascolto e l’altra direttamente all’Ordinario diocesano. La prima si riferisce ad un sacerdote di un’altra Diocesi, oggi defunto, per fatti che sarebbero avvenuti in un’altra Diocesi circa 60 anni fa. La seconda riguarda un sacerdote diocesano, per fatti risalenti a più di 60 anni fa; egli, peraltro, lasciò volontariamente il sacerdozio molti anni fa, trasferendosi poi all’estero.

    E bene chiarire prima di tutto che nel momento in cui vengono ricevute le segnalazioni al centro di ascolto viene verificata la competenza territoriale, sia che si tratti di diocesi che di gruppo religioso.

    Delle sette segnalazioni che sono state fatte dal 2019 ad oggi sono tre quelle che effettivamente hanno avuto un proseguo da parte dell’Arcidiocesi di Trento. In un caso la segnalazione riguardava un sacerdote già morto, in un altro caso la segnalazione riguardava, invece, un episodio avvenuto una sessantina di anni fa e il sacerdote da anni aveva già deciso di lasciare la Chiesa trasferendosi, tra l’altro all’estero.

    Diverso è invece il terzo caso. Qui parliamo invece di una segnalazione che coinvolge un prete trentino, tutt’ora in vita. Un sacerdote diocesano anziano che sarebbe stato indicato da una persona per presunti abusi che si sarebbero verificati anni fa. Per capire meglio il caso abbiamo chiesto di spiegarcelo al Cancelliere della Curia di Trento e vicario giudiziale don Alessandro Aste.

    “La segnalazione è arrivata negli ultimi anni – ci spiega don Alessandro Aste – ed è relativa ad un sacerdote diocesano per fatti che sono risalenti a circa 50 anni fa e per i quali sono stati fatti degli accertamenti che hanno poi portato all’avvio di un processo canonico”.

    Un procedimento non semplice che si è svolto in questi ultimi anni nel silenzio della Chiesa e nel rispetto della presunta vittima. “La prima fase – spiega il vicario giudiziale – del processo riguarda la verifica della verosimiglianza della notizia di reato. Una valutazione sommaria nella quale viene verificata la congruenza di alcuni aspetti. Nel caso in questione questa prima valutazione ha avuto esito positivo e la segnalazione non appariva infondata”.

    Successivamente è arrivata poi la parte più difficile e cioè la vera e propria indagine portata avanti dalla Diocesi con i mezzi che dispone. “Occorre tenere conto – spiega sempre don Alessandro Aste – degli strumenti che abbiamo a disposizione, non siamo una polizia giudiziaria. Serve anche tenere conto che nel caso specifico stiamo parlando di eventi risalenti nel tempo essendo i fatti avvenuti circa 50 anni fa e difficilmente ci sono prove come video o registrazioni. Detto questo, però, l’impegno e l’onestà nei confronti della persona che segnala il presunto abuso ci impone la massima serietà nei procedimenti”.

    Il risultato di questo procedimento canonico avviato negli ultimi anni in Trentino per una ipotesi di abuso è stato, purtroppo, negativo. “Purtroppo – ci spiega don Aste – si è arrivati all’impossibilità di appurare i fatti perché avvenuti molto tempo fa. Tuttavia il sacerdote oggi è molto anziano, ha qualche difficoltà cognitiva ed è ritirato dalle sue mansioni”.

    Come già detto le altre segnalazioni arrivate al centro di ascolto della diocesi non hanno avuto seguito dal punto di vista di procedimenti canonici perché hanno riguardato sacerdoti già deceduti oppure che da anni hanno lasciato il sacerdozio ancora sono segnalazioni che per competenza territoriale sono state trasferite ad altre diocesi.

    Il ruolo del Centro di ascolto è fondamentale anche per proseguire nel cammino di sensibilizzazione della comunità ecclesiale e civile su un tema cruciale come quello degli abusi, per promuovere collaborazioni e alleanze educative dentro e fuori la Chiesa e per favorire misure adeguate di prevenzione in relazione ad abusi sessuali e violenze su minori e adulti vulnerabili in contesti ecclesiali.

    Il Servizio Tutela Minori della Diocesi di Trento è tra i primi sorti in ambito diocesano in Italia allo scopo di dare un contributo alla promozione di una cultura e di un’attenzione su questi temi, grazie anche alla consulenza costante di un Tavolo di esperti, composto da tredici membri con professionalità afferenti agli ambiti psico-socio-pedagogico, medico e legale.

    https://www.ildolomiti.it/cronaca/2022/abusi-nella-chiesa-avviato-il-processo-canonico-per-un-prete-trentino-il-cancelliere-della-curia-e-anziano-e-ha-problemi-cognitivi-sette-segnalazioni-dal-2019

  • L’abuso sessuale spiegato dal dottor Dante Ghezzi – VIDEO

    L’abuso sessuale spiegato dal dottor Dante Ghezzi – VIDEO

    Qual è il trauma nell’abuso sessuale?

    Perché ricordare un abuso non vuole dire essere consapevoli del trauma?

    Perché la maturazione è spesso lungo latente malgrado si ricordi l’evento traumatico?

    Ce lo spiega Dante Ghezzi (psicologo, psicoterapeuta, supervisore Emdr e membro dell’équipe Tiama) con un linguaggio molto semplice ma al tempo stesso tecnicamente molto completo.