Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • ‘Michael Jackson? Era peggio di Epstein ma la gente preferisce dimenticare i bambini abusati e godersi la sua musica’: il regista Dan Reed all’attaco

    ‘Michael Jackson? Era peggio di Epstein ma la gente preferisce dimenticare i bambini abusati e godersi la sua musica’: il regista Dan Reed all’attaco

    Un intrattenitore leggendario che ha mascherato la sua vera natura dietro la facciata del genio infantile e incompreso. È un attacco frontale, durissimo e senza mezzi termini quello che Dan Reed, regista del controverso documentario Leaving Neverland (2019), ha sferrato contro Michael, il nuovo e fortunatissimo film biografico dedicato al Re del Pop diretto da Antoine Fuqua. In una lunga e accesa intervista rilasciata al The Hollywood Reporter, Reed non ha risparmiato nessuno: né la produzione del biopic, accusata di speculare economicamente nascondendo la verità, né la stampa, né i fan di Michael Jackson. Per il documentarista, il ritratto offerto dalla nuova pellicola hollywoodiana (che sta incassando cifre da capogiro ai botteghini) è una falsificazione storica gravissima.

    Il paragone con Epstein e gli abusi sui minori

    La frustrazione di Reed nasce dalla totale assenza, all’interno del film, delle gravissime accuse di pedofilia che hanno perseguitato l’artista fin dal 1993. “Come si può raccontare una storia autentica su Michael Jackson senza mai menzionare il fatto che è stato seriamente accusato di essere un molestatore di minori? Proprio non riesco a capirlo”, dichiara il regista. Il suo giudizio sull’uomo è tranciante: “Penso che molte persone ingoieranno qualsiasi dubbio pur di dire ‘Oh beh, è un grande film musicale’, ignorando completamente il fatto che questo tizio fosse peggio di Jeffrey Epstein. Jackson era davvero un uomo molto cattivo e ha fatto del male a molti bambini. Che sia stato un grande intrattenvitore non cancella l’altra cosa: i pedofili esistono, lui era uno di loro e ha fatto le sue scelte”.

    L’accusa ad Antoine Fuqua: “Loro fanno i soldi, non le vittime”

    Reed ha replicato duramente anche alle recenti dichiarazioni di Antoine Fuqua, regista del biopic, il quale in un’intervista al New Yorker aveva adombrato sospetti sugli accusatori di Jackson (i protagonisti di Leaving Neverland, Wade Robson e James Safechuck), insinuando che “a volte le persone fanno cose brutte per un po’ di soldi”. La risposta di Reed è al vetriolo: “Che Antoine Fuqua accusi le persone di essere cacciatori di dote è piuttosto ironico. Mi sembra che tutte le persone coinvolte in questo suo film stiano facendo soldi a palate. Se c’è qualcuno che si sta arricchendo, sono gli eredi di Michael Jackson e chi ha lavorato a questo film biografico”. Il documentarista precisa poi un aspetto legale fondamentale: “Wade e James non hanno mai guadagnato un centesimo dalle loro accuse. La gente non capisce: se intenti una causa da 400 milioni di dollari, non prendi soldi finché non vinci in tribunale, dimostrando le tue ragioni. Sono passati 10 anni e loro non hanno incassato nulla”.

    Il fanatismo e l’ipocrisia della stampa

    Come si spiega, allora, il fatto che la popolarità e i numeri in streaming di Michael Jackson continuino a crescere vertiginosamente, a dispetto delle accuse documentate in Leaving Neverland? Per Reed, la risposta è disarmante: “Significa che alla gente non importa che fosse un molestatore di bambini. Letteralmente, non gliene frega niente. Le persone amano la sua musica e chiudono un orecchio. A meno di non avere un video di lui mentre ha un rapporto sessuale con un bambino di 7 anni, non so cosa potrebbe fargli cambiare idea”.

    A questo si unisce un vero e proprio fanatismo che Reed paragona a una setta religiosa, capace di sommergere di minacce di morte chiunque osi sollevare il velo: “Credono che sia un Dio, un genio trascendente, puro e infantile, senza identità sessuale. E chi bestemmia contro la divinità viene minacciato. È il prezzo da pagare per chiunque critichi Michael”. Una pressione psicologica ed economica a cui, secondo il regista, ha ceduto anche la stampa. “Una parte dei media fa il gioco della macchina Jackson”, accusa Reed. “Da una parte gli eredi e i fan ti distruggono con anni di diffamazioni se lo critichi. Dall’altra, c’è un sacco di soldi da fare associandosi al suo marchio. E così la gente preferisce dimenticare i bambini abusati e godersi la musica“.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/25/michael-jackson-era-peggio-di-epstein-ma-la-gente-preferisce-dimenticare-i-bambini-abusati-e-godersi-la-sua-musica-il-regista-dan-reed-allattaco/8366334/

  • Violenza sessuale su due ragazzine, condanna definitiva per un catechista

    Violenza sessuale su due ragazzine, condanna definitiva per un catechista

    Condanna definitiva per il catechista accusato di violenza sessuale. La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza d’appello con cui Bruno Palmacci, di Terracina, è stato condannato a sei anni di reclusione per gli abusi su due ragazzine di 13 e 15 anni.

    Le violenze sarebbero state compiute tra il 2020 e il 2021, nel periodo più difficile per il Covid, e quattro anni fa, dopo una prima denuncia presentata dalla famiglia di una delle vittime, sono iniziate le indagini, che hanno portato all’arresto del catechista.

    Palmacci è finito accusato di abusi sessuali, compiuti sia nei locali parrocchaili che in quelli di un’associazione impegnata nel sostegno ai disabili, preceduti dall’invio di foto e video “particolari” tramite WhatsApp. Abusi ai danni delle due minori, una conosciuta al catechismo e l’altra nell’associazione “Rete solidale”.

    In primo grado il giudice del Tribunale di Latina, Mara Mattioli, ha condannato il catechista a sette anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e le vittime si sono costituite parte civile tramite l’avvocato Italo Sciscione. Poi la condanna è stata ridotta a sei anni in appello e resa ora definitiva dalla Cassazione.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2026/04/20/news/terracina_violenza_sessuale_ragazzine_condanna_definitiva_catechista-425294345/

  • PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    La terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha depositato le motivazione con cui il 26 novembre scorso ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, l’ex professore 50enne del liceo “Majorana” di Latina ed ex diacono, originario di Terracina, condannato in primo grado, per violenza sessuale su minori, in abbreviato, a luglio 2024.

    Frateschi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello e il Presidente della terza sezione penale aveva fissato la data d’udienza allo scorso 26 novembre. L’imputato è difeso dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    In primo grado, il 52enne era stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, con l’accusa di aver abusato sessualmente di cinque minorenni, tra cui studenti dell’ex scuola dove insegnava. Episodi tra il giugno 2018 e il gennaio 2023 in cui i ragazzini venivano abusati sessualmente, persino, in un caso, alla Vigilia di Natale.

    Dopo oltre 90 giorni, per via di una proroga richiesta dal Gip Morselli, erano state pubblicate le motivazioni di una sentenza arrivata con il rito abbreviato secco che ha condannato l’ex docente, difeso dagli avvocati Donatello D’Onofrio e Carlo Fusco, per violenza sessuale aggravata dal fatto che le cinque vittime, al momento dei fatti, erano minorenni.

    Frateschi, che si trova in carcere, a Latina, prima di essere giudicato, subì l’aggravamento della misura (dai domiciliari al carcere), ricevendo anche la moglie e la figlia, oltreché a due uomini non identificati. Una indagine partita dalla segnalazione del Garante dell’Infanzia rispetto ai messaggi intimi che Frateschi inviava ai suoi alunni del Majorana; messaggi di natura erotica che, al contempo, il docente chiedeva agli studenti. Ne seguì una serie di segnalazioni e querele dei genitori che portarono al procedimento penale nei confronti del diacono ben addentro alla Diocesi di Latina di cui era funzionario, successivamente sospeso per aver sottratto 50mila euro dalle casse dell’Istituto Diocesano per il sostentamento del Clero di Latina.

    Nelle fasi di indagine, coordinate dalla Procura di Latina, è emerso anche un vasto materiale pedopornografico a disposizione di Frateschi il quale, negli anni, si è “distinto” anche per diversi procedimenti penali per reati finanziari.

    Ricostruendo le accuse a carico dell’ex docente, il Gup Morselli scriveva testualmente che dal racconto di due vittime “risulta confermato che Frateschi “selezionava” gli studenti particolarmente fragili, che vivevano una situazione personale o famigliare di particolare disagio, con i quali, dapprima, instaurava un rapporto confidenziale, approfittando del proprio ruolo di insegnante di relazione. Poi, forte della fiducia riposta in lui dai suoi studenti, cominciava a intrattenere rapporti confidenziali con loro anche fuori dal contesto scolastico, in particolare tramite la piattaforma Instagram, che egli utilizzava per intrattenere conversazioni con i suoi studenti il cui tenore era inizialmente neutro; dopodiché si faceva sempre più ambiguo, fino ad arrivare all’invio di foto erotiche o all’inoltro di battute a sfondo sessuale“.

    I tre giudici dell’Appello Ludovica Cirolli, Elvira Tamburelli e Valeria Cerulli hanno respinto l’appello della difesa ritenendolo infondato, in quant la ricostruzione del gup di Latina “è del tutto condivisibile”

    Sottolineata dal giudice per l’udienza preliminare di Latina anche la maturità di uno dei minorenni che, ad un certo punto, con coraggio, denuncia “per evitare che altri ragazzi potessero divenire destinatari” delle condotte di Frateschi “invadenti e moleste”. Il 52enne, peraltro, come evidenziato in sentenza, aveva avuto in affidamento due fratelli minorenni (femmina e maschio). Padre di famiglia e uomo di Chiesa appariva la persona giusta. Nei confronti di uno di loro, però, ci furono abusi sessuali tanto da vedersi tolto l’affidamento. È per tale ragione che i Carabinieri della Compagnia di Latina avevano escusso una suora, responsabile della Casa Famiglia a Terracina dove erano collocati i due fratelli. La medesima suora era a conoscenza che il fratello più piccolo, appena 13 anni, aveva raccontato di essere stato molestato da Frateschi con “attività” di natura masturbatoria. Un contesto avvenuto quando la struttura era retta da un’altra suora.

    La figura che ne usciva era quella di un uomo pronto a tutto pur di sfogare la sua sessualità con i minorenni. Per il giudice per l’udienza preliminare, la cui ricostruzione è stato sposata in pieno dai giudici dell’Appello romano, veridici sono i racconti dei ragazzi, mentre inverosimile è la versione offerta da Frateschi che è arrivata a tal punto da dire che le sue frasi sull’organo genitale di una vittima erano state proferite perché il ragazzo avrebbe avuto improbabili problemi. Il Gup Morselli, in riferimento a Frateschi, scrive di “falsità delle dichiarazioni“: il 51enne ha “evidentemente tentato in modo maldestro, prima, di manipolare in ragazzi che aveva preso di mira, scegliendo quelli particolarmente fragili e che in lui ponevano fiducia; poi di manipolare una delle vittime per evitare denunce“, profilando persino il suicidio della moglie nel caso si fosse venuto a sapere qualcosa dei suoi comportamenti.

    In un caso, una delle vittime ricorda di come Frateschi, a casa sua, dopo aver spento la televisione, gli mostrò un atto sessuale di masturbazione tra lui e un prete che aveva fatto parte della Chiesa di Terracina, conosciuto dalla stesso giovane. Un video mostrato da Frateschi per indurlo “a convincersi di come tale perversa attività sessuale rappresentasse la normalità per gli uomini e quindi anche per loro due“.

    Il giudice evidenziava inoltre “la tendenza a mistificare le proprie intenzioni” da parte di Frateschi: tendenza dimostrata anche in ambito giudiziario. Ciò è indicativo “della manipolazione che è stato in grado di esercitare sui minori, affidati alle sue cure in virtù del ruolo ricoperto, al fine di ottenere il soddisfacimento delle proprie perversioni sessuali“.

    Frateschi “era solito abusare del proprio ruolo di adulto” e del “suo ruolo di religioso”. Era solito adulare e circuire i suoi alunni, ad esempio, “facendoli sentire amati e apprezzati…per fargli abbassare le difese e renderli impotenti e increduli nel momento in cui compiva atti sessuali di cui i minori erano soggetti passivi, spiazzati, inermi e intimoriti“.

    Li faceva entrare nel suo “circolo privato ed esclusivo di amici intimi, trattando i minori da adulti, per poi “mandare le sue foto con il pene in erezione, accompagnate da commenti“.

    Ma ad essere rimarcato è l’episodio del minorenne prima affidato ai Frateschi e poi tornato nella casa famiglia poiché molestato: “Lascia basti – scriveva il Gup – il fatto che il minorenne, rivoltosi a due case famiglia, di cui una a Terracina, per ricevere protezione, non l’abbia ricevuta e sia rimasto in attesa della evoluzione giudiziaria di una denuncia che le operatrici delle case famiglia gli avevano assicurato di aver presentato, e che invece sembra essere caduta nel nulla“.

    C’è di più. Frateschi fu tutelato dalla case famiglia e “lungi dall’essere allontanato dai suoi incarichi religiosi ed educativi è stato avvisato in modo tale che potesse esercitare pressioni sul minore per farlo desistere dal presentare una denuncia“. È solo grazie alla segnalazione della Garante dell’Infanzia che è emersa “la gravità dei fatti compiuti ai suoi danni”.

    L’imputato “ha cercato, in modo piuttosto goffo e ben poco credibile, di dare una lettura diversa” degli episodi contestati, cercando di far credere di aver avuto “un mero intento altruistico” nei confronti dei ragazzini. Per i suoi comportamenti, Frateschi “non ha mostrato alcuna rivisitazione critica, né alcun pentimento, preferendo evocare pretestuose e mistificatrici versioni dei fatti”. Il suo è stato “un unico disegno criminoso, quello di trovare soddisfazione dai rapporti sessuali con soggetti minorenni maschili“.

    Ciò che rimane è il forte disagio provocato nei giovani, avendo provocato in loro “danni, quantomeno morali, nella forma di chiusura in se stessi”. Invece di essere punto di riferimento, Frateschi “ha approfittato”.

    I giudici dell’Appello rimarcano che “tiratosi indietro uno dei ragazzi, il Frateschi aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro Nicolò eprovocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello delle difesa “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

  • L’Italia deferita per la seconda volta all’ONU – Comitato per i diritti dell’infanzia

    L’Italia deferita per la seconda volta all’ONU – Comitato per i diritti dell’infanzia

    In riferimento alla contestazione della CES avanzata alla Rete L’ABUSO e alla Garante dell’infanzia Carla Pugligheddu, l’Associazione rende noto che lo scorso dicembre ha deferito per la seconda volta l’Italia alle Nazioni Unite di Ginevra, Comitato per i diritti dell’infanzia.

    Il totale fallimento italiano vede una serie di omissioni sistematiche da parte del Governo in tutela della chiesa, a danno di cittadini minorenni e di persone vulnerabili.

    Riassumendo;

    Già nel 2019, il Comitato ONU lamentava all’Italia la mancanza di comunicazione da parte dello Stato membro dei dati riferiti proprio alla chiesa cattolica.

    Nelle sedute dell’80° sezione del 2019 l’Associazione Rete L’ABUSO accresceva in aula, tramite il Delegato ONU Jorge Cardona le accuse di reiterate inadempienze da parte del Governo italiano a seguito delle quali il Comitato ONU rispondeva;

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    In quella sede l’Italia fece scena muta dimostrando la totale assenza di strumenti preventivi, giustificando la mancanza di risposte al Comitato, per l’assenza di tecnici. Il Comitato diede alla delegazione italiana 48 ore di tempo per inviare le risposte. (Video)

    Ad oggi lo Stato membro risulta reiteratamente inadempiente anche alle richieste avanzate nel 2019.

    Il report presentato dall’Associazione Rete L’ABUSO lo scorso 24 ottobre aveva lo scopo, alla luce delle suddette inadempienze, di verificare oltre alla quantificazione del fenomeno sul territorio italiano, quali organi preposti, come i Garanti per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, fossero inadempienti di fronte ai propri doveri.

    Per questo motivo la Rete L’ABUSO recapitò ai Garanti dell’infanzia e alle nuove figure di garanzia, i Garanti per le vittime di reati, il report.

    Inutile dire che su 20 Garanti dell’infanzia e 4 Garanti per le vittime di reati risposero solamente la dottoressa Carla Pugligheddu (Sardegna) e un solo altro Garante.

    Alla luce dei riscontri ottenuti, il 24 novembre scorso l’Associazione concludeva e depositava presso il Comitato di Ginevra il suo 2° Report conclusivo.

    L’Italia ha ricevuto da ONU la List of Issues prior to Reporting pochi giorni fa, nel marzo 2026, ma questa volta avrà un anno di tempo per rispondere al Comitato con l’ausilio dei tecnici assenti nella precedente seduta.

  • Pedopornografia, don Jordan Coraglia condannato a 2 anni e 8 mesi

    Pedopornografia, don Jordan Coraglia condannato a 2 anni e 8 mesi

    Due anni e 8 mesi di carcere. A tanto è stato condannato don Jordan Coraglia, l’ex parroco di Castelcovati trovato in possesso di circa 1500 file, tra immagini e video, di minorenni e per questo accusato di detenzione di materiale pedopornografico.

    Subito dopo l’arresto, avvenuto a maggio del 2025, nel corso dell’interrogatorio di garanzia il parroco ammise la sua responsabilità.
    Al suo telefono e al suo contenuto gli inquirenti arrivarono sviluppando un’indagine nella quale era rimasto già coinvolto un medico di Torino. Stando all’inchiesta Don Jordan, che nel frattempo è stato sospeso dalla Curia, aveva utilizzato schede sim straniere e intestate a sconosciuti per non essere individuato.

    https://www.giornaledibrescia.it/cronaca/pedopornografia-don-jordan-coraglia-condanna-2-anni-e-8-mesi-oan74lsj

  • Bambini maltrattati all’asilo: nei guai cinque tra maestre e suore

    Bambini maltrattati all’asilo: nei guai cinque tra maestre e suore

    Nel pomeriggio i carabinieri del comando provinciale di Benevento hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura cautelare personale del divieto di dimora nel capoluogo sannita nei confronti di cinque donne, gravemente indiziate, in concorso tra loro, di maltrattamenti ai danni di minori.

    Il provvedimento è stato emesso dal gip su richiesta della Procura della Repubblica di Benevento, guidata da Gianfranco Scarfò, ed è il risultato di un’indagine coordinata dalla stessa Procura e condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo.

    L’attività investigativa trae origine dalla denuncia presentata dal rappresentante di una cooperativa impegnata in servizi socio-educativi. L’uomo avrebbe appreso da una giovane impegnata nel servizio civile, in servizio presso un asilo nido del centro cittadino gestito da una congregazione religiosa, l’esistenza di presunte condotte maltrattanti ai danni dei bambini da parte delle insegnanti, sia religiose sia laiche.

    Le indagini, avviate immediatamente e supportate da attività di intercettazione audio e video, avrebbero consentito di documentare numerosi episodi di abuso ai danni di minori di età compresa tra i 10 mesi e i 3 anni, alcuni dei quali non ancora in grado di camminare.

    In particolare, gli investigatori avrebbero accertato condotte di contenzione forzata — con bambini immobilizzati alle sedie tramite gli indumenti o lasciati per lunghi periodi nei passeggini — oltre a insulti legati all’aspetto fisico, all’abbigliamento o persino al nome dei piccoli. Sarebbero inoltre emersi episodi di violenza fisica, tra cui schiaffi alla nuca, strattonamenti per i capelli e spintoni, anche nei confronti di bambini in fase di gattonamento. Contestate anche punizioni improprie e l’uso della forza per costringere i minori a mangiare o dormire.

    Secondo quanto documentato dalle riprese video, il clima all’interno della struttura sarebbe stato percepito in modo negativo dagli stessi bambini, alcuni dei quali avrebbero manifestato atteggiamenti istintivamente difensivi, come coprirsi il volto con le mani all’avvicinarsi di un’insegnante.

    La misura eseguita rientra nella fase delle indagini preliminari ed è soggetta a impugnazione. Le persone coinvolte sono da considerarsi presunte innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.

  • Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

    Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

    La vicenda della ragazza scomparsa da Agrigento Samantha Castelli continua ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, assumendo contorni sempre più complessi e controversi. Tuttavia, secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi, il quadro sarebbe meno misterioso di quanto inizialmente ipotizzato, tanto che gli inquirenti tenderebbero a ridimensionare l’intera vicenda, arrivando a parlare apertamente di una possibile bufala.

    Nonostante ciò, risulta confermato che una persona è attualmente sottoposta a indagine, mentre sul piano mediatico e sociale il caso ha assunto toni accesi. A colpire particolarmente è quanto accaduto durante una recente celebrazione religiosa (un funerale!!!), quando un sacerdote, ha aperto la messa con parole forti e inusuali, dichiarando pubblicamente di essere accusato di stupro, violenza e persino di aver fatto sparire la giovane donna. Un intervento che ha inevitabilmente alimentato clamore e interrogativi.

    Parallelamente emerge la figura di un uomo, Giuseppe Li Vecchi, accusato di stalking proprio nei confronti del sacerdote, elemento che aggiunge ulteriore complessità a una vicenda già frammentata e ricca di versioni contrastanti. Proprio quest’ultimo, ha deciso di rendere pubblica una lettera aperta, dal tono sorprendentemente distensivo, quasi a voler abbassare la tensione e offrire una diversa chiave di lettura dei fatti.

    Il testo integrale della lettera, diffuso per questo giornale, sembra puntare più alla chiarificazione che allo scontro, pur senza sciogliere i nodi principali della vicenda.

    Restano infatti aperti numerosi interrogativi: dalla reale scomparsa della ragazza, alla sua esistenza, dalle responsabilità – se ve ne sono – delle persone coinvolte, fino al ruolo delle dichiarazioni pubbliche che, in assenza di riscontri ufficiali definitivi, rischiano di alimentare confusione e polarizzazione.

    Le indagini da parte degli inquirenti sono chiari ed inequivocabili: si tratta di una enorme fake news. Ma Li Vecchi ha voluto comunque scrivere questa lettera.

    Nella foto la presunta Samantha Castelli. Esisterà davvero?

    Eccola la lettera:

    “Sono Giuseppe Li Vecchi, di Siculiana, e desidero fare chiarezza in merito alle accuse che mi sono state rivolte da un sacerdote di Agrigento, che mi ha contestato presunti comportamenti di stalking nei suoi confronti e una presunta diffamazione di altri sacerdoti in relazione alla vicenda della scomparsa e dell’omicidio di una ragazza da me conosciuta come Samantha Castelli.
    Preciso innanzitutto che non ho nulla contro il sacerdote di Agrigento e nemmeno contro altri sacerdoti che sono stati citati come possibili complici in questa vicenda, perché non sono l’autore di altri contenuti sul web. Ho realizzato solo dei video di sfogo e chiarimento riguardo a ciò che ho appreso sul web e dalle informazioni condivise dalla ragazza che si faceva chiamare Samantha Castelli, in un momento emotivamente delicato, ma senza alcuna intenzione persecutoria o diffamatoria. Tutto ciò che avevo da dire è stato già riferito alle autorità competenti ed è agli atti: mi sono infatti sottoposto a interrogatorio di garanzia e ho dichiarato ogni cosa direttamente davanti al giudice, nel quale ripongo piena fiducia.
    Tengo inoltre a chiarire che non posso affermare con certezza che la ragazza si chiamasse effettivamente “Samantha Castelli”, poiché tale nominativo non risulta all’anagrafe del Comune di Agrigento. È possibile che utilizzasse un altro nome. Desidero confermare che la ragazza è reale e l’ho conosciuta personalmente. Alcuni racconti che mi aveva fatto riguardo a un sacerdote sono stati da me divulgati su TikTok in un momento di sfogo, ma ribadisco che quanto accaduto è stato già completamente chiarito in sede giudiziaria
    “.

    Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

  • «Io vittima di abusi di un prete chiedo alla Chiesa di fermare quelli sui tori nelle corride»

    «Io vittima di abusi di un prete chiedo alla Chiesa di fermare quelli sui tori nelle corride»

    Da giovane aveva subito abusi da parte di un sacerdote. Lo dice a viso scoperto Dan Paden, un cattolico che oggi ha deciso di prestare il suo volto di ex vittima di una crudeltà da parte di un uomo di Chiesa alla campagna di Peta (People for ethical treatment of animals) che da tempo sollecita il Vaticano a prendere posizione contro una pratica altrettanto crudele nei confronti degli animali, la corrida. E, in particolare, a non avallarla con la partecipazione di membri del clero a questi eventi, spesso organizzati in concomitanza con ricorrenze religiose. Non è raro che sacerdoti e prelati di vario grado intervengano con benedizioni ufficiali all’inizio di queste manifestazioni, considerate tradizionali ma ormai giudicate fuori dal tempo da una ampia fetta dell’opinione pubblica, anche negli stessi Paesi – la Spagna in primis, ma non solo – in cui ancora avvengono.

    In un video, registrato davanti ad un edificio religioso, Paden sottolinea il legame della Chiesa cattolica con corrida e con il carico di sofferenze che porta con sé. La sua testimonianza parte proprio con il ricordo degli abusi subiti in gioventù per poi passare alla descrizione di quanto crudele sia il trattamento riservato ai tori nelle arene, con un parallelo tra due forme di crudeltà diverse nei modi e nei soggetti che le subiscono ma di fatto molto simili. Di qui l’esortazione agli spettatori a prendere posizione chiedendo, ognuno con le proprie possibilità, un intervento diretto dello stesso Papa Leone XIV, affinché riconoscendo che anche la corrida è una forma di abuso nei confronti di innocenti, si attivi per recidere i legami che ancora mantiene con la Chiesa cattolica.

    Paden ricorda come per la dottrina della Chiesa gli esseri umani non dovrebbero «causare inutilmente la sofferenza o la morte degli animali». Ripensando alla sua vicenda personale, spiega, «mi chiedo ancora come qualcuno che predicava la compassione potesse provare piacere nella crudeltà». E oggi, nello stesso modo, «vedo la stessa contraddizione nei sacerdoti che benedicono o difendono la corrida». E ancora: «Cristo ci chiama a proteggere gli indifesi. La sua Chiesa deve schierarsi dalla parte delle vittime di qualsiasi forma di abuso».

    Il filmato è stato affidato a Peta a supporto della sua campagna condotta a livello internazionale. In diverse occasioni gli attivisti dell’associazione hanno promosso flash mob e iniziative di protesta pubblica per evidenziare la contraddizione dei legami tra il clero e i tormenti inflitti ai tori. Nelle settimane scorse anche l’attrice italiana Loredana Cannata si era resa protagonista di una plateale manifestazione in piazza San Pietro, prima di essere arrestata dalla gendarmeria vaticana.

    Peta ricorda, del resto, come i pontefici in passato abbiano preso posizione a favore degli animali. Papa Francesco, che pure aveva evidenziato l’eccesso di attaccamento agli animali domestici in relazione al disinteresse mostrato a volte nei confronti di altri esseri umani, aveva scritto nell’enciclica Laudato Si’ che «ogni atto di crudeltà verso qualsiasi creatura è contrario alla dignità umana». L’organizzazione ricorda poi come già nel XVI secolo Papa Pio V, poi canonizzato, proibì la corrida che descrisse come «spettacolo crudele e vile del diavolo e non dell’uomo» e contraria alla «pietà e alla carità cristiane». Ma lo stesso Papa Leone ha mostrato una certa sensibilità sui temi che riguardano l’ambiente e la natura e ha ricordato lo scorso autunno, celebrando San Francesco, il suo Cantico e la sua visione dell’umanità intesa come «essere creature tra le creature».

    «Ogni anno – sottolinea Peta -, decine di migliaia di tori vengono dolorosamente uccisi in un rituale in cui un assalitore a cavallo conficca una lancia nel dorso e nel collo del toro prima che altri gli infilzino pugnali  nella schiena. Quando il toro si indebolisce a causa della perdita di sangue, un matador tenta di ucciderlo conficcandogli una spada nei polmoni. Il toro è spesso ancora cosciente quando le sue orecchie o la coda vengono tagliate e offerte al matador come trofeo e il suo corpo viene trascinato fuori dall’arena». Ecco perché, secondo gli attivisti, i sacerdoti cattolici dovrebbero astenersi dall’officiare cerimonie religiose propiziatorie e ad assistere i toreri nelle cappelle spesso presenti nelle stesse arene.

    https://www.corriere.it/animali/26_gennaio_05/io-vittima-di-abusi-di-un-prete-chiedo-alla-chiesa-di-fermare-quelli-sui-tori-nelle-corride-3335703e-9e04-4a3f-b83a-353a3ee06xlk.shtml

  • Pedopornografia: chiesta condanna per don Jordan

    Pedopornografia: chiesta condanna per don Jordan

    La Procura della Repubblica ha rifiutato la proposta di patteggiamento e chiesto, attraverso il sostituto Donato Greco, di condannare, alla pena che il giudice riterrà «di giustizia», don Jordan Coraglia, il sacerdote oggi 51enne ex parroco di Castelcovati e Comezzano Cizzago, finito agli arresti domiciliari lo scorso maggio quando nei suoi dispositivi elettronici furono trovati oltre 1500 file tra foto e video dell’inequivocabile contenuto pedopornografico.

    L’accusa per lui è detenzione e diffusione di materiale pedopornografico dato che, hanno accertato le indagini della Polizia Postale, lui stesso aveva aperto, e continuava a gestire attraverso sim card straniere, dei canali in cui utenti in diverse parti del globo si scambiavano il materiale che ritraeva minori.

    Il sacerdote, difeso dall’avvocato Paolo Inverardi, nell’udienza che si è celebrata ieri mattina davanti al Gup Alessandra Sabatucci ha chiesto che la condanna sia tale da poter usufruire della sospensione condizionale della pena.

    Una richiesta basata sul fatto che il sacerdote ha subito ammesso le proprie responsabilità, confermando che il materiale, scaricato da chat Telegram di tutto il mondo, fosse effettivamente suo. Non solo. Nei mesi in cui è stato agli arresti domiciliari in una località della Valcamonica, ha anche seguito un percorso psicologico di elaborazione delle proprie responsabilità e di recupero.

    Si torna in aula il 6 febbraio quando il giudice, dopo eventuali repliche, prenderà una decisione.

    https://www.giornaledibrescia.it/cronaca/pedopornografia-chiesta-condanna-per-don-jordan-n0zjeout

  • PEDOFILIA E RICATTI, CONDANNA DEFINITIVA PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    PEDOFILIA E RICATTI, CONDANNA DEFINITIVA PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    Quando l’imputato non propone impugnazione contro la sentenza di condanna, la pena irrogata è ulteriormente ridotta nella misura di un sesto dal giudice dell’esecuzione. A disporlo è stata la legge Cartabia. È per tale ragione che il capo scout di Terracina, Simone Di Pinto, non avendo fatto ricorso in Appello, vedrà ridursi la sua pena di poco più di un anno rispetto a quella di sette anni comminatagli lo scorso 11 luglio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi. Il Gup aveva condannato il 20enne di Terracina, Di Pinto, anche alla multa di 26mila euro di multa, per i reati di pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Concesse le attenuanti generiche per reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto era stato condannato a risarcire i quattro minorenni parti offese con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice aveva predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori.

    I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    A giugno scorso, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato il 2 agosto 2024. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova tuttora agli arresti domiciliari con il permesso di poter frequentare l’Università. Le sue vittime sono quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti del gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, ci sono stati anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati. A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati agli abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    Per la Procura di Roma, le persone offese dai reati commessi da Di Pinto sono due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni. Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono a giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio 2024, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso, Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto 2024, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane imputato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    Il giudice Gerardi, a distanza di tre mesi, ha deposito le motivazioni della sentenza, ripercorrendo minuziosamente i passi salienti dell’indagine della Polizia Postale e i fatti che hanno portato ad accusare Di Pinto di aver adescato i minori, spacciandosi per ragazza (chiedendo, tramite ricatto, foto e video intimi con riferimenti espliciti a alle vittime) e anche violentato un bambino, toccandogli le parti intime.

    La sentenza ripercorre tutte le fasi di turbamento di adolescenti e bambini, costretti al terrore di essere scoperti e ricattati dall’imputato. Un calvario psicologico e fisico, scandito dai “toni sempre più espliciti, incalzanti e poi intimidatori impiegati dall’imputato dietro la falsa identità di Aurora”.

    Secondo il giudice capitolino, “emerge lo sfruttamento sessuale” di tre minori da parte dell’imputato, “mediante l’induzione degli stessi alla produzione di rappresentazioni fotografiche a carattere pornografico, avvalendosi di una falsa identità e profittando del rapporto di fiducia esistente”.

    Il giudice mette in luce che una delle vittime, utilizzata per reperire materiale pedopornografico, si è sentito “in trappola”, non sapendo come uscire da un gioco e di “avere consegnato ad Aurora anche una somma di denaro tramite Pinto, pari alla paghetta settimanale”.

    Uno degli imputato si trova “in una situazione di trappola, con grande sofferenza e senso di colpa“. La sentenza lo dichiara esplicitamente che per Di Pinto “sussiste l’abitualità della condotta ossessiva, minacciosa, pressante e molesta, protrattasi per quasi un anno, con cadenza quotidiana, che ha determinato l’evento di danno rappresentato da uno stato protratto di profonda ansia del minore”. Sussiste anche la prova dell’estorsione effettuata da Di Pinto che si fa consegnare 45 euro da un minorenne.

    Sussiste anche la prova che Di Pinto si è procurato file di carattere pedopornografico ritraenti minori di età dai 5 ai 18 anni.

    “Le condotte poste in essere da Di Pinto – scrive il giudice – trovano fondamento nel rapporto fiduciario che lo stesso aveva instaurato con i minori nell’ambito della conoscenza che con gli stessi aveva intrattenuto in ragione del ruolo svolto all’interno del gruppo scout Terracina 3”. L’imputato, inoltre, risulta avere “piena consapevolezza delle condotte poste in essere e delle sofferenze psicologiche causate alle giovani vittime che a lui si rivolgevano per avere conforto“. Di Pinto, secondo la sentenza di primo grado, “ha strumentalizzato il ruolo occupato all’interno del gruppo scout proprio con modalità predatorie, scegliendo soggetti piccoli, quindi più indifesi per fragilità dovuta all’età e alla inesperienza, così tradendo la posizione di garanzia nei loro confronti per soddisfare le proprie esigenze sessuali“.

    PEDOFILIA E RICATTI, CONDANNA DEFINITIVA PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA