Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • ‘The Nuns’ sono il carrozzone di Tamar [video]

    ‘The Nuns’ sono il carrozzone di Tamar [video]

    Ciò che è iniziato come un gesto di solidarietà verso giovani donne incinte vulnerabili si è trasformato in abusi spaventosi. Come è potuto accadere?

    Tamar era una casa madre della congregazione delle Suore dell’Infanzia di Gesù a Lommel, aperta nel 1970. Quello che era iniziato come un servizio di assistenza alle giovani donne incinte vulnerabili degenerò. Le ragazze le cui gravidanze non erano accettate nella loro comunità furono costrette ad abbandonare i loro bambini. Alcune donne furono sterilizzate. I bambini vennero poi affidati a genitori con un desiderio insoddisfatto di avere figli, che a volte erano disposti a pagare cifre esorbitanti per questo.

    Solo la verità libera. Questo deve essere e sarà il nostro principio guida. E ne sono profondamente convinto.

    https://www-otheo-be.translate.goog/artikel/de-nonnen-over-gedwongen-afstand-en-adoptie-en-het-mea-culpa-van-tamar-video?_x_tr_sl=nl&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc
  • Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

    Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

    Mentre l’attenzione mediatica globale è calamitata da crisi internazionali e conflitti, un’ombra si allunga silenziosa sul futuro digitale dei cittadini europei. Il prossimo 14 ottobre, una data che potrebbe segnare una svolta storica per la privacy nel continente, il Consiglio dell’Unione Europea sarà chiamato a votare sulla “Child Sexual Abuse Regulation”. Si tratta di una proposta di regolamento, immediatamente ribattezzata con il nome più diretto di “Chat Control”, che mira a combattere il terribile fenomeno dell’abuso sessuale sui minori attraverso un massiccio impiego della tecnologia.

    L’intento alla base della proposta è nobile e universalmente condivisibile: agire in modo preventivo. Tuttavia, lo strumento proposto rischia di trasformare l’Europa, come paventato da molti osservatori, nel più grande esperimento di sorveglianza di massa dai tempi della Stasi, andando a toccare le comunicazioni private di 449 milioni di persone.

    Come funziona la “scansione lato client”

    Il meccanismo al centro del regolamento “Chat Control” si basa su una tecnologia nota come “Client side scanning” (CSS), ovvero una scansione che avviene direttamente sul dispositivo dell’utente, sia esso uno smartphone o un computer. Il processo si attiverebbe prima ancora che un messaggio, una foto o un video vengano inviati e, soprattutto, prima che la crittografia end-to-end li renda illeggibili a chiunque non sia il mittente o il destinatario.

    In pratica, ogni volta che un cittadino europeo caricherà una foto o un video per inviarlo tramite un’app di messaggistica, il sistema ne calcolerà l’impronta digitale unica, chiamata “hash”. Questa impronta verrebbe istantaneamente confrontata con quelle contenute in un gigantesco database centralizzato, che raccoglie tutte le immagini e i video pedopornografici già noti. Se venisse riscontrata una corrispondenza, l’invio del file verrebbe bloccato e scatterebbe immediatamente una segnalazione per individuare il soggetto. Si tratta di un cambio di paradigma investigativo: non sono più le forze dell’ordine, previa autorizzazione di un magistrato, a usare un software per indagini mirate, ma è il software stesso ad avvisare le autorità in modo automatizzato.

    I rischi: dai falsi positivi alla sorveglianza allargata

    Un sistema così invasivo porta con sé un carico enorme di rischi. Il primo è quello dei cosiddetti “falsi positivi”. Un’immagine del tutto innocente, come la foto di un papà che manda alla mamma uno scatto del figlio durante il bagnetto, potrebbe essere erroneamente interpretata dall’algoritmo e far scattare un allarme ingiustificato. Al contrario, un criminale potrebbe eludere il controllo semplicemente modificando pochi pixel di un’immagine nota, alterandone così l’hash e rendendola irriconoscibile al sistema.

    Il problema si aggrava per le immagini non ancora conosciute e non presenti nel database. L’identificazione di nuovo materiale pedopornografico richiederebbe tecniche di classificazione e intelligenza artificiale ancora più intrusive e, come sottolinea il testo della proposta, caratterizzate da alti tassi di errore.

    Esiste poi il timore, concreto, di un’espansione dei controlli. Se nella versione del 2022 del regolamento erano stati esclusi i messaggi di testo e vocali, precedentemente inclusi, è facile immaginare come, in un’epoca segnata da guerre ibride e minacce alla sicurezza, una simile “backdoor” possa essere estesa ad altri tipi di monitoraggio. Una delle ipotesi attualmente allo studio prevede che, in seguito alla segnalazione di un illecito su una piattaforma, si possa autorizzare per 24 mesi la scansione di tutti i messaggi inviati da tutti gli utenti su quella specifica piattaforma, consegnandoli di fatto al database di controllo.

    Il parere legale: “misure non selettive violano i diritti”

    La compatibilità di un simile impianto con i principi fondamentali del diritto europeo è fortemente messa in dubbio da numerosi esperti. «La proposta di regolamento, anche se ispirata da buone intenzioni, istituisce un modello di sorveglianza difficilmente conciliabile con il principio di proporzionalità sancito dal diritto dell’Unione e dalla Carta dei Diritti fondamentali», commenta Antonino Alì, Professore di diritto internazionale dell’Università di Trento.

    Il professore ricorda come la giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia Ue e della Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenze storiche come “Digital Rights Ireland” e “Big Brother Watch”, abbia già chiarito un punto fondamentale: le misure di monitoraggio generalizzate e non selettive, che non si concentrano su un sospetto ma si estendono a tappeto sull’intera popolazione, violano i diritti alla privacy e alla libertà di espressione se non sono accompagnate da limiti rigorosi e garanzie precise. «In questa prospettiva, una normativa di questo genere si espone a rischio di invalidazione», conclude Alì.

    Il grande dilemma tra sicurezza e privacy

    Il dibattito sul “Chat Control” ripropone con forza il dilemma irrisolto tra sicurezza e libertà individuale. Da un lato, le forze di polizia europee si trovano oggi in una posizione di netto svantaggio. La crittografia end-to-end usata da app come WhatsApp, Signal o Telegram, se da una parte protegge la privacy dei cittadini onesti, dall’altra offre uno scudo quasi impenetrabile ai criminali, rendendo le intercettazioni quasi impossibili. Spesso le richieste di accesso ai dati, tra autorizzazioni dei magistrati e procedure internazionali, arrivano troppo tardi. La logica della proposta è quindi quella di aggirare il problema, agendo prima che il messaggio venga crittografato.

    Dall’altro lato, i pericoli di un sistema di sorveglianza centralizzato sono drammatici. In un’era di tecnologie “dual-use” – nate per scopi civili ma facilmente riutilizzabili per fini militari o repressivi – un database contenente le comunicazioni private di milioni di persone diventerebbe un obiettivo primario per stati nemici o gruppi criminali. La battaglia per proteggere i bambini dalla piaga della pedopornografia è una priorità assoluta, ma la soluzione, avvertono i critici, non può essere la creazione di un’infrastruttura di controllo senza precedenti, i cui rischi potrebbero superare di gran lunga i benefici.

    Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

  • Minori sui social, arriva la legge che vieta gli account sotto i 15 anni: «Necessario regolare il fenomeno dei baby influencer e proteggere i giovani» VIDEO

    Minori sui social, arriva la legge che vieta gli account sotto i 15 anni: «Necessario regolare il fenomeno dei baby influencer e proteggere i giovani» VIDEO

    Una nuova legge sui minori e i social network è pronta ad arrivare in Parlamento.

    Il disegno di legge bipartisan, sostenuto da Fratelli d’Italia e Partito Democratico, punta a introdurre un divieto di apertura e gestione di account social per i minori di 14 o 15 anni: la soglia definitiva è in fase di definizione.

    L’obiettivo è chiaro: regolare il fenomeno dei “baby influencer” e proteggere i giovani utenti da rischi di sfruttamento economico o esposizione incontrollata online.

    https://www.ilgazzettino.it/video/primopiano/minori_social_legge_vieta_account_sotto_15_anni_baby_influencer-9110131.html

  • Brescia, pedopornografia: don Coraglia a processo con rito abbreviato

    Brescia, pedopornografia: don Coraglia a processo con rito abbreviato

    Brescia. Andrà a processo con rito abbreviato don Jordan Coraglia, il sacerdote bresciano, ex parroco a Castelcovati, accusato di detenzione di materiale pedopornografico.

    La Procura ha infatti accolto la richiesta del suo legale, l’avvocato Paolo Inverardi: in caso di condanna, il rito abbreviato consente di ottenere lo sconto di un terzo della pena.

    Il prete bresciano è tuttora ristretto ai domiciliari in un convento in Vallecamonica, dove gli è impedito l’accesso al web. Proprio su internet, secondo le accuse, don Coraglia avrebbe dato vita, insieme ad altre persone, a canali Telegram ed Instagram per lo scambio di materiale pedopornografico.

    Lo scorso 2 agosto la polizia ha arrestato un medico torinese per pedopornografia. Secondo quando trapelato, tra i contatti nel suo cellulare c’era anche don Jordan Coraglia con il quale sarebbero avvenuti scambi di immagini e files nel contesto delle comunità pedofile attive nel dark web.

    Nella disponibilità del prete, molto noto anche per il suo impegno sportivo con la Nazionale dei sacerdoti, sono stati trovati 1500 files pedopornografici, tra fotografie e video.

    Il processo si aprirà il prossimo 19 dicembre a Brescia.

    Brescia, pedopornografia: don Coraglia a processo con rito abbreviato

  • Cacciatori di pedofili: il fenomeno globale arrivato anche in Svizzera

    Cacciatori di pedofili: il fenomeno globale arrivato anche in Svizzera

    ZURIGO – Nel novembre del 2024 sei adolescenti di Winterthur hanno attirato con l’inganno un 22enne, convinto di incontrare una minorenne, per poi aggredirlo con pugni e calci e filmare tutto.

    La ragazza non esisteva: al suo posto c’era un gruppo di “Pedo-Hunters”, giovani che si autoproclamano giustizieri contro i pedofili. Quasi un anno dopo la polizia ha arrestato i sospettati: sono tutti minorenni di età compresa tra 15 e 17 anni.

    Da uno show in tv – Il fenomeno – secondo la NZZ – non è nuovo. Pesca dallo show televisivo americano “To Catch a Predator”, dove presunti pedofili vengono smascherati davanti alle telecamere. Negli anni successivi, gruppi indipendenti hanno copiato il format, che si è diffuso dagli Stati Uniti all’Europa. Alcuni consegnano prove alla polizia, altri preferiscono l’umiliazione pubblica o la violenza, condividendo video brutali online. Solo tra il 2023 e marzo 2025 il New York Times ha contato oltre 170 aggressioni.

    Anche in Ticino – In Europa le conseguenze sono già gravi: in Olanda un uomo è morto durante un intervento di questi “Pedo-Hunters”. In Austria la polizia ha arrestato tredici membri di un gruppo sorto su Telegram. Il Ticino non è esente dal problema: lo scorso ottobre, quasi venti giovani sono stati fermati per episodi simili.

  • Chat control: la proposta europea per spiare i messaggi e stanare i pedofili

    Chat control: la proposta europea per spiare i messaggi e stanare i pedofili

    Un “Grande fratello” in grado di spiare tutte le chat, da WhatsApp a Telegram, per intercettare i contenuti pedopornografici e stanare i pedofili in Europa. Entro la giornata di oggi, venerdì 12 settembre, gli stati membri dell’Unione europea sono chiamati a votare il regolamento sul “Chat control”, la proposta che apre all’uso di un algoritmo sulle piattaforme di messaggistica.

    Cos’è il Chat control
    La proposta nasce dalla necessità di individuare in rete i contenuti legati a pedofilia e pedopornografia. Cosa prevede? In caso di via libera da parte di Parlamento e Commissione Ue, le società che forniscono software crittografati saranno obbligate a consentire una verifica preventiva sui contenuti alla ricerca di materiale dove si menzionano abusi su soggetti con meno di 18 anni di età. Sarà un algoritmo a occuparsi di bypassare la crittografia e intercettare l’eventuale illecito prima che il messaggio arrivi a destinazione.

    La misura mira a diventare un’arma “invisibile” per prevenire e contrastare gli abusi sui minori e la diffusione di materiale pedopornografico. Il Regolamento punta anche a creare un centro europeo sugli abusi, in cui far pervenire tutte le segnalazioni.

    Messaggi “bloccati”: come funziona
    Come dovrebbe funzionare questo sistema? In caso di messaggio intercettato dal Chat control, l’algoritmo verifica l’eventuale presenza di materiale illegale, analizzando tutti i contenuti audiovisivi, dalle immagini a video, note vocali e link esterni, delle tutte le chat più o meno note, WhatsApp, Telegram e Signal, anche in presenza di cifratura end-to-end. In caso di contenuto illegale, il sistema bloccherebbe in automatico la diffusione del messaggio, per poi segnalare il caso alle autorità.

    Europa divisa: dubbi sulla sicurezza
    Come riportato sul portale Fightchatcontrol, a promuovere l’iniziativa è stata la Danimarca, ma l’accoglienza non è stata la medesima per tutti i Paesi. A preoccupare gli esperti è soprattutto il grado di penetrazione dell’algoritmo nelle piattaforme di comunicazione, che potrebbe oltrepassare il velo della privacy che copre la corrispondenza tra messaggi privati.

    Otto Stati si sono opposti alla “stretta” sulle chat: Austria, Belgio, Germania, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Finlandia, Paesi Bassi e Polonia. La Germania invece, dopo alcune titubanze, ha dato la sua approvazione. Ad appoggiare la proposta sono invece 15 Paesi, tra cui Italia, Francia e Spagna, mentre Estonia, Grecia, Romania e Slovenia risultano ancora tra gli “indecisi”.

    Oltre alla potenziale erosione della crittografia end-to-end, della privacy e della sicurezza nelle comunicazioni digitali, il sistema rischia di avere un impatto negativo per l’elevato tasso di errore sul rilevamento degli abusi nei messaggi e nei file, a partire dai contenuti diffusi dagli utenti in modo consensuale.

    https://europa.today.it/attualita/chat-control-proposta-algoritmo-spia-messaggi-privati-ue.html

  • Pedopornografia, don Coraglia direttamente a processo

    Pedopornografia, don Coraglia direttamente a processo

    Tante partite sui campi da calcio, la prossima in un’aula di tribunale.

    L’accusa
    È quella in cui, il 3 ottobre prossimo sarà impegnato don Jordan Coraglia, il religioso bresciano, originario di Quinzano, arrestato con l’ accusa di detenzione di materiale pedopornografico. Attualmente si trova ancora ai domiciliari in un eremo. È lì dalla metà del mese di maggio scorso quando è stata eseguita la misura di custodia cautelare agli arresti domiciliari. Le indagini registrarono questa svolta mentre don Coraglia aveva cessato d’essere parroco a Castelcovati da qualche mese.

    È conosciuto anche a livello nazionale in quanto è stato presidente della squadra nazionale sacerdoti. Nei suoi confronti la procura di Brescia ha ottenuto il giudizio immediato e sarà quindi processato senza un’udienza preliminare con relativa richiesta di rinvio a giudizio. Il tre ottobre la difesa presenterà richiesta di rito abbreviato, quindi basato solo sugli atti delle indagini preliminari e con la riduzione di un terzo della pena in caso di condanna. L’attività investigativa avrebbe consentito di scoprire, in possesso del religioso, una quantità decisamente ingente di materiale pedopornografico.

    Si tratterebbe di circa 1500 tra foto e video. Le foto ritrarrebbero minori d’età compresa tra gli 11 e i 14 anni, tutti maschi, tranne, in due casi, ragazzine.

    L’interrogatorio
    In sede di interrogatorio di garanzia non si è sottratto alle domande del giudice che ha firmato l’ordinanza. Le indagini sono state condotte dalla polizia postale di Roma con l’apporto dei colleghi bresciani.

    Il materiale pedopornografico trovato nel computer, sulla base delle indagini, non sarebbe stato diffuso. Ma la posizione di Don Coraglia, proprio per la quantità di foto e video, rimane molto pesante. Il 3 ottobre quindi sarà possibile sapere con che rito verrà processato Don Jordan Coraglia

    https://www.bresciaoggi.it/territorio-bresciano/bassa/pedopornografia-don-coraglia-direttamente-a-processo-1.12786180

  • “Giada Vitale suicida”; Scherzo di pessimo gusto o violenza gratuita?

    “Giada Vitale suicida”; Scherzo di pessimo gusto o violenza gratuita?

    Ovviamente e per fortuna Giada Vitale è viva e vegeta e prende sul ridere quanto accaduto in quello che difficilmente si riesce ad interpretare come uno “scherzo” di pessimo gusto anzi, forse suona più come una minaccia.

    Una violenza gratuita in quanto chi ha architettato questa fake news descrive la vicenda di Giada e degli abusi sessuali che ha subito in infanzia da don Marino Genova. Particolari che vengono usati in questa macabra fake news addirittura per accreditare la notizia del suo suicidio.

    Suicidio che tristemente tutte le vittime di questi crimini tentano ameno una volta nella vita e, qualche volta ci riescono. Cosa che rende ancora più atroce l’accaduto.

    La presunta “salma” che abbiamo personalmente sentito al telefono conferma di stare bene e commenta quanto accaduto;

    “ANNUNTIO VOBIS

    che la sig.ra Giada Vitale di anni 30 è viva, e per sua fortuna gode di ottima salute ed è sempre pronta a combattere per il riconoscimento dei suoi diritti. Ella intende smentire categoricamente la sua prematura scomparsa sollevando dal sommo dispiacere chiunque ne fosse stato colpito. Aggiunge, inoltre, per coloro che si sono così tanto prodigati alla diffusione di questo video contenente queste assurdità, di cercare di dare un senso alla propria vita.

    Amen”.

    L’Associazione, noi tutti ci stringiamo intorno a Giada.

  • Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    (OSV News) — Mons. Carlo Alberto Capella , ex diplomatico vaticano condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, è stato reintegrato in Vaticano, secondo quanto riportato da un articolo spagnolo. L’”Annuario Pontificio” conferma che il sacerdote caduto in disgrazia lavora per la Segreteria di Stato. 

    OSV News ha contattato la sala stampa vaticana il 14 luglio per un commento sulla prosecuzione del rapporto di lavoro del monsignore italiano e ha anche chiesto un commento alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. OSV News è in attesa di una risposta, poiché nessuna delle due ha rilasciato dichiarazioni. 

    La notizia del mantenimento in curia di mons. Capella, condannato a cinque anni di carcere nel 2018, è stata riportata per la prima volta dal sito di informazione conservatore spagnolo InfoVaticana il 12 luglio.

    Secondo l’Annuario Pontificio 2025, mons. Capella è elencato come “minutante”, ovvero impiegato o assistente senior, presso la Sezione vaticana per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali. 

    Il difensore delle vittime di abusi: “Decisione irresponsabile e arrogante”

    “La decisione del segretariato di riassumere un sacerdote condannato per la distribuzione e il possesso di immagini di abusi sessuali su minori è stata irresponsabile e arrogante”, ha dichiarato in un’e-mail del 17 luglio a OSV News Anne Barret Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica.

    Nel 2021, il Washington Post riportò che, durante la sua pena detentiva, a mons. Capella era stato permesso di lavorare di giorno nell’ufficio che vende i certificati di benedizione papale; tuttavia, gli era stato impedito di lasciare la Città del Vaticano. Presumibilmente sarebbe stato rilasciato nel 2023.

    Barrett Doyle ha affermato che il continuo impiego di mons. Capella negli uffici diplomatici del Vaticano dimostra che la Curia romana “continua a ridurre al minimo i crimini sessuali contro i bambini”.

    “Assumerlo non è un atto di misericordia, è un atto di incoscienza e implica disprezzo per l’appello dei sopravvissuti e dei cattolici affinché la Chiesa mostri tolleranza zero nei confronti dei molestatori sessuali”, ha affermato.

    Processo di alto profilo in Vaticano

    Nato a Carpi, città del nord Italia, Mons. Capella è stato ordinato sacerdote nel 1993 per l’arcidiocesi di Milano. Dopo aver studiato all’Accademia diplomatica vaticana di Roma, è entrato nel servizio diplomatico vaticano nel 2004. Ha lavorato presso la nunziatura vaticana a Washington dall’estate del 2016.

    Nell’agosto 2017, il Dipartimento di Stato americano ha notificato alla Santa Sede la possibile violazione da parte di mons. Capella delle leggi relative alle immagini pedopornografiche, e successivamente è stato richiamato in Vaticano.

    Nel settembre dello stesso anno, la polizia canadese emise un mandato di arresto a livello nazionale nei confronti di mons. Capella, con l’accusa di accesso, possesso e distribuzione di materiale pedopornografico.

    «La Santa Sede, seguendo la prassi degli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione, che si trova attualmente nella Città del Vaticano», aveva affermato all’epoca il Vaticano.

    A seguito di un’indagine della Procura vaticana, nel 2018 si tenne un processo. Durante il processo, Gianluca Gauzzi, l’esperto informatico della Gendarmeria Vaticana che analizzò il telefono e i computer del sacerdote italiano, testimoniò di aver trovato disegni, foto e video che mostravano “rapporti sessuali di ogni tipo tra adulti e bambini prepuberi”, tra i 13 e i 17 anni.

    Tra i video, ha detto, ce n’è anche uno di “un bambino molto piccolo impegnato in atti espliciti”.

    Mons. Capella si è rivolto alla corte, affermando che “gli errori che ho commesso sono evidenti, così come questo periodo di debolezza. Mi dispiace che la mia debolezza abbia danneggiato la Chiesa, la Santa Sede e la mia diocesi. Ho ferito anche la mia famiglia e sono pentito”.

    Definendo il possesso e la distribuzione di materiale pedopornografico “un ostacolo sulla mia strada di sacerdote”, l’ex diplomatico vaticano ha affermato di voler continuare a ricevere “sostegno psicologico”.

    Appello a “rimuovere immediatamente” Mons. Capella

    Roberto Borgogno, avvocato di mons. Capella, ha chiesto al tribunale di ridurre la pena per il monsignore, definendo i crimini del suo cliente “un problema” che richiedeva una terapia intensa e non una pena pesante.

    Ciononostante, il giudice Giuseppe Della Torre, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano, ha condannato mons. Capella a cinque anni di carcere e a una multa di 5.833 dollari.

    Dopo la condanna, l’ufficio stampa del Vaticano ha dichiarato che sconterà la pena in una cella vaticana situata nell’edificio del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, come è formalmente nota la forza di polizia vaticana.

    Barrett Doyle ha dichiarato a OSV News che, sebbene potrebbero esserci valide ragioni per tenere il sacerdote italiano in Vaticano anziché ridurlo allo stato laicale e renderlo pubblico, la Curia romana “dovrebbe pagare affinché Capella venga attentamente monitorato per il resto della sua vita”.

    Ciononostante, ha espresso la speranza che Papa Leone XIV renda “la tolleranza zero una realtà, e potrebbe iniziare con il caso di Mons. Capella”.

    “Esortiamo Papa Leone a ordinare immediatamente a Capella di rimuovere Capella dal suo incarico. Dovrebbe anche punire i funzionari della segreteria che hanno approvato l’assunzione di Capella”, ha dichiarato a OSV News.

    Junno Arocho Esteves scrive per OSV News da Malmö, Svezia.

    Priest convicted of distributing, possessing child pornography said to still work at Vatican

  • Tenta il suicidio ai Ponti della Valle, l’annuncio sui social dopo la denuncia del prete

    Tenta il suicidio ai Ponti della Valle, l’annuncio sui social dopo la denuncia del prete

    CASERTA/VALLE DI MADDALONI – Aveva postato un video ed un messaggio in cui annunciava la sua volontà di togliersi la vita, il ragazzo di circa 30 anni di Bellona, che ha tentato il suicidio prima tagliandosi le vene e poi tentando di lanciarsi dai Ponti della Valle.

    L’annuncio sui social

    Nel post in questione il giovane spiegava il motivo di questa drammatica decisione: “Questa mattina, mi è arrivata una nuova denuncia da parte del sacerdote, con l’intento di zittirmi e chiedermi soldi. Io sto vivendo questo inferno da 7 anni e sono davvero stanco. Voglio giustizia per tutto ciò che ho subito e voglio che questo soggetto nell’interesse pubblico non faccia male ad altre persone. Sono disposto anche a sacrificarmi per questo con un gesto estremo, purché esso non sia vano”.

    La nota della Diocesi

    Sulla vicenda è intervenuta anche la Diocesi di Caserta con una nota: “La Chiesa di Caserta, mentre esprime il suo dolore per quanti vivono situazioni di scoraggiamento e solitudine, respinge con fermezza ogni accusa di omertà ascritta al Vescovo, e precisa quanto segue:

    1. il Vescovo di Caserta è sempre stato pronto ad accogliere e ascoltare chiunque volesse segnalare situazioni incresciose;

    2. anche in riferimento alle questioni esposte dal signor S., il Vescovo, accogliendo la sua richiesta di un colloquio, in data 6 marzo 2021, nei locali della Curia di Caserta lo ascoltò alla presenza del Vicario Generale;

    3. il signor S. è stato ascoltato anche in altre sedi ecclesiastiche competenti;

    4. il Vescovo ha già assunto le determinazioni del caso e auspica che al più presto si faccia pienamente luce, giungendo alla verità dei fatti.

    La Chiesa di Caserta esprime la massima fiducia nella giustizia ecclesiastica e il suo Vescovo rinnova la disponibilità a mettersi in ascolto di quanti volessero collaborare al perseguimento della verità”.

    https://www.ecaserta.com/news/361498054150/tenta-il-suicidio-ai-ponti-della-valle-l-annuncio-sui-social-dopo-la-denuncia-del-prete