La procura distrettuale di Lecce, nel corso di un processo con rito abbreviato, ha chiesto la condanna a quattro anni di reclusione per don Franco Legrottaglie, prete di Ostuni di 67 anni imputato per detenzione di materiale pedopornografico. L’uomo si trova ai domiciliari dal novembre scorso. Il rito alternativo è una scelta difensiva dell’avvocato del sacerdote, Domenico Tanzarella, seguita alla fissazione del giudizio immediato da parte del Tribunale. A condurre le indagini, che portarono all’arresto in flagranza del religioso, a seguito di una perquisizione nella sua abitazione, è stata la polizia postale di Brindisi. Il prete era già stato condannato in via definitiva agli inizi degli anni 2000 per una vicenda del 1991, un’accusa di “atti di libidine violenta” per cui gli fu comminata una pena di un anno e dieci mesi, con la sospensione condizionale di cui non potrebbe comunque più beneficiare.
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Nasce il telegiornale tematico sulla pedofilia clericale in Italia
Watch live streaming video from retelabuso at livestream.comUnico e primo al mondo, rivoluzionario e a detta di alcuni giornalisti geniale.
Nel mese di maggio partirà in via sperimentale il TG della Rete L’ABUSO, diretto dalla giornalista Francesca Lagatta e trasmesso in 3 lingue, italiano, inglese e spagnolo. Un servizio di informazione tematica che ha l’obiettivo di informare l’opinione pubblica sulla reale entità di quello che è in Italia il problema sociale dei preti pedofili.
Un tema che l’Italia non ha mai affrontato a partire dalle istituzioni, le quali dallo scandalo iniziato nel 2009 ad oggi non solo hanno dimostrato l’incapacità di prendere una posizione seria e coscienziosa che tutelasse i cittadini, come contrariamente è accaduto negli Stati Uniti e negli altri paesi dell’UE, ultima tra questi la Francia, che per un vescovo che ha coperto solamente 3 preti pedofili, si è immediatamente attivata avviando una commissione di inchiesta indipendente. Il governo italiano invece, dal 2009 non è ancora riuscito a quantificare l’entità del problema.
Molti di voi si sono domandati perché nei titoli di coda del film Spotlight non appare l’Italia. La risposta è molto semplice, in Italia l’unico dato che quantifica parzialmente l’entità del fenomeno siamo noi, la Rete L’ABUSO. Sembra paradossale ma è così, malgrado che l’UE abbia stanziato da tempo fondi per creare un database nazionale, in Italia non è mai stato creato.
Vanno ricordati almeno due aspetti inquietanti accaduti nel nostro paese, il primo risale al 2007 quando Santoro ad Anno Zero propose il documentario della BBC “Sex crimes and the Vatican”, il programma fu sospeso dopo la messa in onda di quel servizio.
L’altro invece riguarda l’autorità giudiziaria, parlo del caso del Procuratore Aggiunto di Milano dott. Pietro Forno che nel 2010 ventilò l’ipotesi già accertata e consolidata negli Stati Uniti, ovvero che le coperture della chiesa cattolica nei confronti degli abusi commessi da membri del clero, fossero sistematici. In quella occasione il ministro Angelino Alfano ordinò un’ispezione nei confronti del Procuratore Aggiunto Forno.
L’obiettivo di questo TG è quello di portare all’attenzione dell’opinione pubblica decine di casi che emergono in continuazione nel nostro paese, ma di cui non se ne sa nulla perché le notizie vengono divulgate troppo spesso solamente a livello locale.
Un caso in particolare ci ha spinti a tentare questo esperimento, il caso di don Francesco Zappella, un sacerdote della diocesi di Albenga, tra le altre cose l’unica commissariata dal Vaticano. Il caso Zappella è emblematico perché si svolge non solo in Italia, ma anche in Uruguay, ma con modalità davvero distanti anni luce tra loro.
Zappella in Uruguay faceva il missionario, portava “cultura e civiltà” in un paese che invece dovrebbe insegnare a noi e non al contrario. Nello stesso procedimento penale, attualmente in corso, è accaduto, in Italia che il sacerdote, il giorno stesso che è stato indagato, ha ricevuto dal vescovo di Albenga Guglielmo Borghetti, la promozione a dirigente della Caritas. Non è mai stato sospeso dai suoi incarichi, malgrado sia emerso che era già stato condannato nel 1992 per abusi sessuali a danno di 2 infraquattordicenni. Il vescovo Borghetti ha sempre manifestato nei suoi confronti la massima stima e fiducia. Attualmente ha lasciato la parrocchia, ma lo ha fatto volontariamente.
Anche la politica, malgrado la notizia di una precedente condanna e le nuove indagini, o non si è pronunciata, o lo ha fatto con modalità davvero tristi. Ricordiamo le dichiarazioni del consigliere comunale Paolo Villa alla Zanzara su Radio 24.
In Uruguay invece le cose sono andate diversamente.
Appena si è saputo che il missionario italiano era formalmente indagato anche dall’autorità giudiziaria Uruguagia, insieme a lui altri casi che la Rete L’ABUSO aveva segnalato, la stampa ha iniziato (stile Spotlight) a verificare le nostre segnalazioni, risultate poi fondate. La TV nazionale allora ha deciso di dedicare un appuntamento settimanale di 2 ore per informare i cittadini e raccogliere segnalazioni. Persino la Conferenza Episcopale Uruguagia è intervenuta istituendo un numero per le vittime e aprendo anche nel caso del missionario Zappella, un’indagine canonica.
Non si sono fatte attendere neppure le istituzioni, che in precedenza avevano assegnato al missionario italiano la cittadinanza onoraria, immediatamente revocata.
Questo è un caso emblematico che la Rete L’ABUSO ha sollevato, ma in Italia ne abbiamo tanti come questo .
Con il nostro TG settimanale vogliamo portare a conoscenza l’opinione pubblica, non solo di quanto accade nel nostro paese, ma anche confrontarci con quelle che sono negli altri paesi, le realtà della società della quale anche noi facciamo parte.
Il materiale da proporre è molto, darà a tutti voi l’opportunità di poter sapere, valutare, ed eventualmente potersi tutelare.
Ci auguriamo di fornire un servizio gradito e di pubblica utilità.
L’Ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO Onlus.
Direttore responsabile Francesca Lagatta
Per info tg@retelabuso.org
Diretta streaming TV http://retelabuso.org/live-tv/
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Task force contro la pedofilia online
Una task force internazionale anti pedofilia e pedopornografia senza precedenti. Questo il risultato di due settimane di lavoro della Victim identification task force (Vidtf) presso il quartier generale di Europol, a L’Aja. Dodici esperti provenienti da altrettanti Stati membri Ue (tra cui l’Italia) hanno siglato un accordo operativo di cooperazione giudiziaria con Interpol, l’Fbi e l’Ice degli Stati Uniti e gli omologhi di Australia e Canada per identificare i minori vittime dello sfruttamento e abuso sessuale. L’accordo prevede la messa in comune delle tecniche investigative più all’avanguardia, e la condivisione dei dati ottenuti dallo studio delle immagini in Rete all’interno di gruppi di lavoro ad hoc. L’Italia ha messo a disposizione operatori specializzati del Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online (Cncpo), e gli altri paesi europei aderenti sono Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Austria, Croazia, Danimarca, Estonia, Olanda, Romania e Svezia. Oltre 250 sequenze riguardanti abusi sessuali su minori contenuti su file di immagini e video sono state caricate nel database dell’Interpol denominato Child sexual exploitation, nel quale sono state aggiunte 300 sequenze a serie di immagini riguardanti singole vittime già esistenti nello stesso database. Inoltre Interpol ha distribuito pacchetti di intelligence a diversi paesi, per aiutarli a identificare le vittime e sono «già in stato avanzato tutta una serie di indagini che presto permetteranno di ottenere risultati positivi nell’individuazione dei responsabili».
http://www.italiaoggi.it/news/dettaglio_news.asp?id=201604192045062601&chkAgenzie=ITALIAOGGI#
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Don Pascal, chiusa l’inchiesta: “Sedava le vittime per costringerle a subire atti sessuali”
Dopo aver messo le vittime «in condizioni di incapacità» dandogli da bere «bevande mescolate con farmaci» dagli «effetti sedativi-ipnotici», «le costringeva a subire atti sessuali». Le accuse contro don Pascal Manca hanno adesso contorni ben definiti, e da qualche giorno sono tutte racchiuse in un capo d’imputazione.
Il pubblico ministero Liliana Ledda ha chiuso l’inchiesta sull’ex parroco di Mandas e Villamar finito in carcere per violenza sessuale e attualmente ai domiciliari in un convento dei frati Cappuccini a Pula, in località Is Molas.Quattro gli episodi contestati.
Il religioso è accusato anche di aver mandato sms e video porno a due minori.
http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2016/04/14/don_pascal_chiusa_l_inchiesta_sedava_le_vittime_per_costringerle-68-487844.html
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Filmini hard tra minori: indagato un prete per il possesso di un video
LECCE – Spunta il nome di un prete nell’inchiesta sui video hard girati e condivisi da alcuni minorenni. Il pubblico ministero Maria Vallefuoco ha iscritto il sacerdote nel registro degli indagati sulla scorta delle indagini condotte dalla Procura dei Minori. L’accusa è di detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Gli accertamenti sono in corso per accertare con esattezza il ruolo ricoperto dal prete. L’indagine si è però allargata e ha investito un rappresentante della chiesa. Il prete non è l’unico adulto coinvolto nell’inchiesta. Ci sarebbe anche un altro nome. E altri potrebbero aggiungersi a breve.
L’inchiesta sui filmini hard riserva così inediti risvolti. Nei giorni scorsi il procuratore capo Maria Cristina Rizzo e il pubblico ministero Anna Carbonara hanno inviato un’informativa alla Procura ordinaria dopo una serie di indagini lunghe e articolate. Nel filone parallelo (affidato alla procura dei Minori) compaio otto nomi (molti residenti a Trepuzzi) nel registro degli indagati. Hanno condiviso e fatto girare i filmati in cui compare un’amica di soli 16 anni residente a Lecce in scene di sesso. I ragazzini sono stati ascoltati dagli inquirenti. Quasi tutti hanno confessato i rapporti con l’ “amichetta”. Solo un minore si è avvalso della facoltà di non rispondere.
In questo intricato mosaico mancano ancora diversi tasselli. Chi ha inserito il video hard su un noto sito porno? I sospetti ricadono su una persona maggiorenne. Lo scandalo hard è venuto a galla dopo un servizio televisivo andato in onda su un’emittente locale. E’ stato così scoperto un vero e proprio giro di video hot finiti sugli smarthpone tramite WhatsApp che riprendevano ragazzini mentre facevano sesso con una loro coetanea. Poche settimane fa, la giovane è stata ascoltata dagli inquirenti. Ha confessato di aver girato i video e di averlo fatto “perché attraversava un periodo difficile”.
Nel prosieguo dell’indagine sono stati ascoltati anche 19 testimoni “come persone informate dei fatti”. L’inchiesta della Procura ha scoperto un vero e proprio giro di video a luci rosse tra minori, transitato – stando agli ultimi sviluppi investigativi – anche nelle mani di un sacerdote.
Francesco Oliva
http://www.corrieresalentino.it/2016/04/filmini-hard-tra-minori-indagato-un-prete-per-il-possesso-di-un-video/ -

Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco
38502 ROMA-ADISTA. Una «campagna diffamatoria» è in atto contro mons. Mansour Labaki, prete cattolico-maronita libanese di Beirut. Di tanto è convinto il patriarca maronita Béchara el Raïsecondo quanto ha detto rivolgendosi, alla vigilia della Festa di San Giuseppe (18 marzo), a sacerdoti, frati, insegnanti e alunni alla presenza del padre generale dei padri Lazaristi Ziad Haddad. Il sacerdote – fondatore in Francia del “Foyer Notre-Dame – Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani, e in Libano del “Foyer Notre-Dame du Sourire” (ma per il suodensissimo curriculum) – il 23 aprile del 2012 è stato condannato dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi in quanto riconosciuto colpevole dei reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre persone minori d’età all’epoca degli abusi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Varie le pene inflittegli: è stato privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresi la «facoltà di confessare» e «qualsiasi forma di direzione spirituale»; diffidato dal «celebrare i sacramenti» in pubblico e dal «prendere contatto con i media o con le vittime»; obbligato ad «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo». Le sanzioni sono state confermate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, quando, nel giugno 2013, la CdF ha rigettato il ricorso di Labaki contro il giudizio del Tribunale ecclesiastico parigino. La non osservanza delle pene, puntualizzava inoltre la CdF, avrebbe comportato per il prete la scomunica (v. Adista Notizie n. 34/13).
Fatti che non contano, secondo il patriarca libanese, tanto da dichiarare agli astanti: «Io personalmente ho avuto tra le mani il fascicolo» e «l’ho presentato a sua santità papa Francesco» (Raï era a Roma il 29 febbraio). Questa la sua versione: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio subìto a Parigi – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche». Il patriarca libanese ha anche affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui».
Parla una vittima
Il discorso del patriarca e la ricostruzione che egli fa della vicenda fanno infuriare le vittime. Una di esse, libanese, di cui per ora è bene tacere il nome, ad Adista racconta assai diversamente i fatti riportati da p. Labaki: «Oltre ad aver stuprato ragazze minorenni fuori dal suo foyer fondato in Francia [chiuso nel 1998], Labaki lo ha fatto anche all’interno di questo foyer [in Libano, chiuso nel 2011] che raccoglieva maschi e femmine orfani. Tra questi, c’erano anche alcune ragazze francesi di famiglie benestanti, non orfane, una delle quali è stata stuprata da lui quando aveva 12 anni. Gli animatori della casa erano soprattutto donne e ragazze francesi. Labaki ha avuto relazioni anche con loro e soprattutto con una ragazza (è stata la prima ad aver reso la sua testimonianza non solo perché all’epoca minorenne, ma in quanto abbindolata da lui e dal suo potere diabolico di sottomettere sessualmente le donne) alla quale lui era molto attaccato per le sue capacità direttive e per il sostegno economico dei suoi genitori e dei loro amici (il sacerdote è stato sempre sostenuto dalla crema della società francese). Quando ha aperto la casa a Lourdes, ha chiesto a questa ragazza la direzione; in quel momento, lei ha cominciato a capire che qualcosa non andava in tutta quella faccenda di sesso e ha deciso di denunciarlo; per punizione, Labaki ha voluto toglierle la direzione della casa di Lourdes». «Ma ecco dove sta la grande bugia: Labaki è riuscito a convincere i suoi sostenitori che tutto il processo è una campagna di diffamazione contro di lui per aver tolto ai francesi la direzione della chiesa per affidarla ai libanesi».
Furto delle mail e conseguenze
Labaki, dopo la conferma della condanna da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede a non celebrare né confessare in pubblico, non si è certo dato pace e, patrocinato da uno dei più grandi, rinomati e certamente costosi avvocati a livello mondiale (Antoine Akl, che tra l’altro ha ricoperto la carica presidente dell’Unione Internazionale degli Avvocati), nel maggio 2014 ha citato in giudizio (civile) in Libano per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è mons. Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. La documentazione portata in tribunale era però frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte, in Francia, in Libano e ovviamente in Vaticano (v. Adista Notizie n. 19/14).
Il processo, così viziato da un simile reato iniziale, non poteva approdare che nella irricevibilità della denuncia. Due comunque le conseguenze negative: una piccola per p. Labaki, in quanto è stato sospeso a divinis solo per sei mesi per aver accusato gli avvocati ecclesiastici (inoltre, nel novembre successivo, alla radio libanese ha paragonato i tribunali vaticani a quelli della Corea del Nord); l’altra ben più grave per le persone che hanno sporto denuncia: i loro nomi sono ora noti al sacerdote libanese («l’orco», come è stato soprannominato), e questi è persona così potente, beneficiaria di importanti sostegni all’interno della gerarchia maronita, della classe politica e del mondo degli affari, da generare paura, soprattutto in una società, quella libanese, dove la Chiesa maronita ha un’immagine identitaria nazionale forte. Tanto che – la nostra interlocutrice ci fa due esempi – «la nipote di Labaki», anch’essa abusata dallo zio, per aver testimoniato «è stata rigettata e rifiutata» anche dalla famiglia; e un’altra vittima e testimone libanese «è stata dimessa dal suo lavoro di insegnante di lingua francese dalla direttrice di una scuola a Tripoli (nord del Libano), amica di Labaki. Anche il marito ha perso il lavoro». A destare paura c’è in più un motivo di carattere socio-politico: chi fa emergere negatività del Libano e della Chiesa maronita viene additato quale filo-sionista, un “venduto” al più pericoloso nemico del Paese, cioè ad Israele. Labaki, spiega la “nostra” vittima, «ha giocato su questi registri: sono i sionisti che ce l’hanno con la Chiesa del Libano e che la vogliono distruggere tramite queste accuse a un sacerdote rappresentativo della santità della Chiesa; e c’è il progetto subdolo di distruggere la Chiesa per far trionfare le altre religioni». Insomma, ce n’è di che temere per la propria vita.
Il patriarca non ascolta le vittime
Il patriarca Raï, ci dice la nostra interlocutrice, «non ha voluto accogliere e ascoltare nessuna vittima», neanche dopo che, precisa, «gli ho scritto perché ricevesse me e la nipote di Labaki». D’altronde egli ritiene le vittime colpevoli di una campagna di menzogna e ipocrisia contro la Chiesa maronita. Che perciò difende con le unghie e con i denti. Ha buon ascolto in Vaticano? Difficile dirlo. Certo è che è la seconda volta che il gerarca cattolico si reca in Vaticano con il dossier Labaki sotto il braccio, chiedendo la revisione-cancellazione della sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede sul sacerdote. Ma è impensabile che la CdF arrivi a contraddire se stessa; e anche il papa nulla potrebbe fare senza riconvocare il Tribunale.
Dal canto loro, le vittime chiedono alla Santa Sede, dopo che ha fatto formalmente giustizia condannando «l’orco», di essere salvaguardate dallo strapotere di Labaki facendogli terra bruciata all’interno della Chiesa, restituendo loro dignità e stima sociale. E ce ne sarebbe davvero bisogno soprattutto ora per l’impatto che le affermazioni di Rai hanno avuto in Libano: il discorso del patriarca è stato accolto con grande entusiasmo tra giornalisti che sono pro Labaki e che hanno diffuso il video del suo intervento a prova del “trionfo della verità” dell’innocenza di Labaki. «Non mi sorprenderebbe – è il timore della nostra interlocutrice – se nelle omelie di questi giorni alcuni preti riprendessero il discorso del patriarca per confermare l’innocenza del pedofilo e quindi sconfessare le vittime di fronte a quasi tutti i cristiani del Libano; e dico tutti i cristiani perché la fede dei libanesi è tradizionalista e solo i malati gravi non frequentano le chiese in questi giorni». Ci lascia con quest’ultima considerazione sul sacerdote: «Quest’uomo è potente per due motivi: un sacco di soldi in tasca e un sacco di segreti in pectore».
* Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.
http://www.adista.it/articolo/56145
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Divulgare selfie porno di minori non è reato
Sentenza choc della Cassazione sulla foto hard di una ragazzina abruzzese Dieci giovani avevano diffuso le immagini ricevute dalla stessa adolescente.
E così, se una minorenne si fa un selfie pornografico e lo invia ad amici e conoscenti, i quali, a loro volta, lo diffondono a destra e manca, questi ultimi non commettono nessun reato perché il nostro codice penale non lo contempla come tale. Lo ha sancito ieri la Terza sezione penale della Cassazione, che ha confermato il verdetto del Tribunale per i Minorenni dell’Abruzzo con cui era stato dichiarato il non doversi procedere, «perché il fatto non sussiste», nei confronti di dieci giovani che erano finiti sotto processo per aver «ceduto ad altri fotografie pornografiche» raffiguranti, appunto, una minorenne.
Trovandosi di fronte al caso di alcuni ragazzi che, ricevendo immagini porno di una ragazzina, avevano pensato di girarle ad altri, il Tribunale abruzzese, infatti, aveva sottolineato che la fattispecie di reato loro contestata, e cioè l’articolo 600-ter, comma 4 del codice penale, «sanziona sì la cessione di materiale pedopornografico», ma «a condizione che lo stesso sia stato realizzato da soggetto diverso dal minore raffigurato». Che è esattamente quanto non è accaduto nel caso esaminato, là dove, riporta la sentenza della Suprema Corte depositata ieri, «le immagini erano state riprese in autoscatto direttamente dalla minore, di propria iniziativa e senza l’intervento di alcuno, e dalla stessa volontariamente cedute ad altri (e, da questi, ad altri ancora), sì che la giovane non poteva ritenersi “utilizzata” da terzi soggetti». Eppure alle conclusioni del Tribunale per i minorenni si era opposto il procuratore capo dell’Aquila, convinto che le norme del nostro codice facciano riferimento in generale al materiale pornografico riproducente minori «senza richiedere che lo stesso sia stato realizzato da terzi soggetti utilizzando i minori medesimi», ma anche evidenziando che una tale interpretazione «impedirebbe un pericoloso e gravissimo vuoto di tutela per ipotesi come quella in esame». Osservazioni che, come detto, il Palazzaccio ha rigettato sottolineando che «la sentenza del Tribunale per i Minorenni deve essere condivisa in punto di diritto», pena il rischio di un’interpretazione della norma «vietata dall’ordinamento, oltre che in contrasto insanabile con la lettera e con la ratio della disposizione». Gli Ermellini hanno messo l’accento proprio sul fatto che l’articolo del codice penale oggetto del contendere fa riferimento «non a materiale pornografico raffigurante un minore tout court, indipendentemente da chi e come l’abbia prodotto», affermando che deve «essere identificato in quello, e soltanto in quello, che sia stato prodotto da terzi utilizzando un minore di 18 anni». Da terzi, dunque, e non dal minore stesso.
Su casi del genere, che hanno a che fare con filmati «rubati» riguardanti situazioni «calde», i giudici di piazza Cavour si sono espressi più volte, e spesso anche in senso più punitivo. Nel marzo del 2011, ad esempio, stabilirono che filmare di nascosto il petting di due fidanzatini, uno dei quali minorenni, e poi guardare le immagini insieme agli amici, non può essere considerata una «ragazzata», a prescindere che il filmato sia stato divulgato o meno su internet. In quel caso, infatti, la Cassazione confermò la condanna per «detenzione di immagini pornografiche» a carico di un ragazzo che, insieme a due amici, aveva ripreso un compagno di scuola in effusioni con la fidanzata minorenne. Fu inutile per l’imputato fare ricorso contro la sentenza d’appello tentando di evidenziare che il video era «casto» e non era stato nemmeno diffuso. La Suprema Corte, infatti, pur evidenziando che «lo scopo perseguito» non era quello di «realizzare materiale pornografico destinato al mercato dei pedofili», sottolineò che si era in presenza di una «invasione della privacy» e «diffamazione della parte lesa», confermate dalle «ripercussioni psicologiche» per la ragazzina, «costretta a cure e terapie per superare il trauma». Qualche anno prima gli Ermellini si pronunciarono sul caso di un marito che, insospettito, seguì la moglie fino a casa dell’amante per poi scattare delle foto ad entrambi mentre si trovavano nel cortile di casa. Di fronte alle proteste formali e legali dell’uomo sulla violazione della sua privacy, la Cassazione sancì che se pure il cortile è da considerarsi «privata dimora», non si può, però, parlare di «interferenza nella vita privata» quando si tratta di un luogo «visibile liberamente dagli estranei».
http://www.iltempo.it/cronache/2016/03/22/divulgare-selfie-porno-di-minori-non-e-reato-1.1521564
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RAVENNA: Don Desio chiede uno sconto di pena in Cassazione – VIDEO
A distanza di due anni dall’arresto, Giovanni Desio, ex parroco di Casalborsetti, prova a ottenere uno sconto di pena con un ricorso in Cassazione. Il religioso era stato condannato in primo grado a dieci anni e otto mesi di carcere per i rapporti sessuali avuti con almeno quattro giovani dai 12 ai 15 anni. In appello aveva ricevuto già uno sconto di pena, ridotta a otto anni e otto mesi. Ora Desio ha dato mandato al legale Battista Cavassi di rivolgersi alla Corte di Cassazione affinchè vengano considerate alcune attenuanti. Nello specifico, chiede che vengano tenuti in conto i cento mila euro che l’ex parroco ha destinato ai ragazzini. L’arresto da parte della polizia era avvenuto il 5 aprile del 2014 in canonica mentre il parroco, oggi 54enne, era in compagnia di una coppia prossima al matrimonio. Poco dopo la Chiesa aveva dispensato Desio dallo stato clericale. Lo stesso imputato in una lettera aveva detto di provare vergogna per gli atti compiuti.
http://www.teleromagna24.it/cronaca/ravenna-don-desio-chiede-uno-sconto-di-pena-in-cassazione/2016/03/
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Il caso del cardinale australiano Pell.
di: Mick Hawkins – E’ iniziata a Roma il 29 febbraio scorso la deposizione, in video conferenza con l’Australia, del cardinale George Pell davanti alla Commissione reale australiana, istituzione governativa che indaga sugli abusi sessuali compiuti su minori da uomini di chiesa, cattolica e non cattolica. Gli indagati appartengono a più di venti istituzioni, comprese scuole anglicane e cattoliche, l’Esercito della salvezza, i Boy Scout e altre e differenti organizzazioni religiose.
L’attenzione si incentra sull’arcidiocesi di Melbourne e su episodi di crimini su bambini, accaduti negli anni tra il 1970 e il 1980, quando il cardinal Pell, ora responsabile delle finanze vaticane, è stato prima un semplice prete, seppure incaricato di educazione cattolica a Victoria, e quindi vescovo. Egli viveva a Ballarat con un numero di altri sacerdoti, uno dei quali fu mandato in prigione per reati multipli che coinvolgono l’abuso sessuale su bambini. L’accusa mossa al cardinal Pell, allora educatore cattolico e poi vescovo è di aver coperto i preti pedofili, come d’altre parte era prassi consolidata in molte diocesi del mondo cattolico, avendo spostato, nella sua funzione di vescovo, i sospettati di tali crimini da una parrocchia ad un’altra, dove, come fu per il sacerdote allontanato da Ballarat, continuarono ad abusare dei bambini. Il cardinale depone a Roma perché la Commissione ha accettato ciò con la motivazione che Pell è affetto da malattia che gli renderebbe pericoloso il volo in Australia.

Molte vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti in Australia hanno viaggiato a Roma per ascoltare le prove del cardinal Pell. E’ stato un momento molto emozionante per tutti gli interessati. Le vittime dicono di volere che la Chiesa cattolica in Australia ammetta di non aver fatto tutto quello che avrebbe dovuto fare per impedire l’abuso sui bambini. Per onestà va detto che il cardinal Pell ha riconosciuto che la Chiesa come istituzione non ha fatto abbastanza per controllare le attività dei sacerdoti canaglia ed è stato il primo vescovo in Australia, dopo il precipitare dello scandalo, ad istituire un sistema per risarcire le vittime e rimuovere i sacerdoti colpevoli dal loro ufficio. Tuttavia, sia le vittime che la Commissione sostengono che la polizia avrebbe dovuto essere informata non appena le autorità ecclesiastiche vennero a conoscenza degli abusi. Su questo argomento, e sul perché non lo fecero, sembra non abbiano risposto adeguatamente.
Dopo il caso Wesolowski è la prima volta che accuse dirette arrivano a coinvolgere un alto esponente della Santa Sede. Lo stesso 29 febbraio il porporato australiano è stato ricevuto da papa Francesco. Soltanto poco tempo fa, tornando dal viaggio apostolico in Messico, egli aveva definito “una mostruosità” gli abusi sessuali perpetrati dai preti e aveva aggiunto che “un vescovo che cambia la parrocchia ad un sacerdote, quando si verifica un caso di pedofilia, è un incosciente e la cosa migliore che possa fare è presentare la rinuncia”. Pell, però, ha sempre respinto ogni addebito, sostenendo di non essere mai stato a conoscenza dei fatti. Tuttavia gli è stato consentito di non presentarsi al cospetto della Commissione, ma gli hanno concesso di rispondere a distanza.
Abbiamo bisogno di ricordare che la Chiesa cattolica in Australia è solo una delle molte organizzazioni dove è stato trovata negligenza nella risposta all’abuso sessuale sui bambini. Tuttavia nessuna delle altre organizzazioni sostiene che ha un mandato divino che la protegge dall’errore. Sarà difficile che gli australiani si dispongano a rispettare le parole e l’autorità dei capi della Chiesa cattolica.
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“Denuncerò gli abusi della Chiesa, basta con i silenzi”
Da 35 anni Erik Zattoni sta lottando per ridare giustizia a sua madre violentata da un prete
Ferrara, 9 marzo 2016 – Da 35 anni Erik Zattoni sta lottando per ridare giustizia a sua madre violentata, all’età di 14 anni, da quel prete (don Pietro Tosi, deceduto nel 2014) che lui mai chiamerà papà. Da quello stupro nacque Erik che tre anni fa trovò il coraggio di denunciare ma che ancora oggi attende giustizia dalla Santa Sede.
Erik, sono trascorsi due anni e quattro mesi da quando in tv e sui giornali ha avuto la forza di sputare fuori tutto il suo dolore. Oggi cosa è cambiato?
«Che ho capito ancora di più quanto sia fondamentale denunciare gli abusi commessi da uomini di chiesa. Dopo di me sono usciti altri orrori, altra gente che ha seguito il mio esempio. Certo, non è stato facile ma se non se ne parla, se non si denuncia, questo problema rimarrà sempre nascosto e non si risolverà mai».
Sua madre nel 1980 venne violentata da don Pietro Tosi. Dopo il recente caos mediatico, ora come sta?
«Ha sempre preferito non comparire, non rilasciare commenti, interviste ma alla fine era contenta di quanto stavo facendo. Non sono le vittime che si devono vergognare bensì chi ha abusato di loro».
Sul sito ‘Rete l’abuso’ c’è un video dove lei si rivolge a Papa Francesco chiedendogli schiettamente il perché «aver lasciato morire don Tosi senza ridurlo allo stato laicale». E «che cosa devono fare le vittime oggi per avere giustizia». Ha avuto risposte?
«No, mai. Io e mia madre abbiamo scritto diverse lettere al Papa ma senza risposta. Anche da parte sua, come i suoi predecessori, tante chiacchiere ma purtroppo ancora i fatti non ci sono. Quando si tratta di agire non si agisce».
Cosa le è rimasto dentro di tutta questa storia?
«Tanta amarezza e una mancata giustizia. Don Tosi non si è mai pentito fino in fondo, è morto da prete perché qualcuno glielo ha permesso. Dall’altra parte ho un bellissimo ricordo per la grandissima solidarietà che è arrivata a me e a mia madre da tutta Italia dopo la denuncia».
E il vescovo Luigi Negri?
«E’ quello che c’entra meno di tutti. Le colpe non sono sue ma dei collaboratori che erano a Ferrara ancor prima del suo arrivo e di quelli che stanno in Vaticano. Senza dimenticare i vescovi che lo hanno preceduto che sapevano ma non hanno fatto niente».
Con monsignor Negri ha parlato più volte, giusto?
«Sì. E’ stato molto sincero, mi ha spiegato ciò che lo aveva lasciato perplesso».
Dunque non poteva fare nulla?
«Lui il suo l’ha fatto avvisando il Vaticano nella persona di Papa Francesco. Il vescovo non ha poteri per ridurre un sacerdote allo stato laicale a differenza del capo della chiesa. Da quando ho denunciato pubblicamente i fatti fino alla morte di don Tosi, di tempo ne è trascorso. Tempo per togliergli la veste da prete, invece tutto è rimasto intatto come se nulla fosse accaduto».
Ha visto il film Spotlight?
«No, ma lo farò presto. Il caso di Boston lo conoscevo bene. Degli abusi perpetrati dagli uomini di chiesa bisogna parlarne il più possibile, è l’unica soluzione per contrastarli».
Erik, e adesso?
«Stiamo valutando un’azione legale contro chi ha coperto questo orrore negli anni, a partire dai vescovi che sono passati da Ferrara. Non è cosa facile ma serve una giustizia perché chi commette questi crimini deve essere allontanato immediatamente dalla chiesa e deve essere punito penalmente come un comune cittadino».
http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/erik-zattoni-papa-francesco-1.1958400#!kalooga-17143/~Ferrara%20~Boston%5E0.75
