Milano, 27 dicembre 2024 – Alessandro Giacoletto, 64 anni, medico di famiglia, e Cristina Masera, 59 anni, farmacista, di Orbassano (Torino) si sono tolti la vita nei giorni scorsi dopo aver invano cercato di superare il suicidio della figlia Chiara, la sera del 4 febbraio 2022. La giovane, 28 anni, si era impiccata affermando di non riuscire più a sostenere il peso delle violenze patite da un parente quando era piccola. Vi riproponiamo l’intervista che papà Alessandro aveva rilasciato nel marzo 2023 a Milano in occasione del lancio della petizione europea per chiedere maggiori tutele per i minori nell’Ue.
I dati, illustrati a Milano dalla rappresentante del Consiglio d’Europa Luisella Pavan-Woolfe, sono impressionanti: un bambino su cinque è vittima di abusi sessuali, nel 65% dei casi commessi da persone a lui conosciute. E, nella maggior parte dei casi, le violenze restano impunite perché gli episodi emergono dopo anni, quando i reati sono ormai prescritti. Su internet la diffusione di materiale pedopornografico sta crescendo in maniera esponenziale: da un milione di segnalazioni nel 2010 a 32 milioni nel 2022, che corrispondono a 88 milioni di immagini e video in circolazione sulla rete.
Parte da queste basi la petizione europea lanciata ieri in Italia, nella sede milanese di Emergency (dove è stata inaugurata anche la mostra fotografica di Simone Padovani, con i ritratti di 60 vittime di abusi), per chiedere maggiori tutele per i minori nell’Ue. Un’iniziativa lanciata da ‘Justice Initiative-European Response to Child Abuses’, progetto della fondazione svizzera Guido Fluri, dal 1981 impegnata per la protezione dell’infanzia, appoggiata tra gli altri da Emma Bonino, dal teologo tedesco Hans Zollner, e dall’associazione Rete L’Abuso, fondata da Francesco Zanardi per proteggere le vittime di violenze in ambiente ecclesiastico. Petizione che punta a “rendere giustizia ai sopravvissuti”, consentendo di processare gli autori anche a distanza di anni dagli episodi, e a fissare regole più stringenti per i colossi del web.
La storia di Chiara Giacoletto
Chiara Giacoletto, il 4 febbraio dell’anno scorso, “ha deciso di non tollerare più il suo dolore, e si è tolta la vita” all’età di 28 anni. Gli abusi sessuali che aveva subito da bambina, commessi in casa da un parente “insospettabile” che negli anni successivi è morto, sono stati per lei “un cancro dell’anima”. I genitori, il medico Alessandro Giacoletto e la farmacista Cristina Masera, hanno deciso di impegnarsi per la petizione per proteggere i minori. “Chiara era una splendida persona – racconta il padre, 62 anni – amava la letteratura, la fotografia, lo sci alpinismo e l’arrampicata. Era sensibile, intelligente e bella”.
Gli abusi, avvenuti quando Chiara aveva 5 anni, sono emersi, con tutto in loro orrore, solo in età adulta. La ragazza stava frequentando la facoltà di Medicina a Torino quando sono iniziati i problemi, che l’hanno portata a seguire un percorso di psicoterapia. “Con noi non si era mai confidata – racconta il padre – ed eravamo convinti che avesse vissuto un’infanzia serena, in un ambiente protetto. Ha parlato degli abusi solo con lo psichiatra. A un certo punto è partita per l’Etiopia, per volontariato, e noi abbiamo letto di nascosto il suo diario. Aveva scritto tutto, ci è crollato il mondo addosso”.
L’autore delle violenze, un parente stretto che rimaneva spesso solo in casa con la bambina, è deceduto da tempo per un tumore al polmone. “Era un insospettabile – prosegue Alessandro Giacoletto – se fosse in vita non sarebbe perseguibile, a causa di una legge che fa cadere in prescrizione i reati di abuso dopo 10 anni”. Chiara non ce l’ha fatta. Si è tolta la vita la sera del 4 febbraio 2022, lasciando una lettera. Alessandro e Cristina, distrutti dal dolore, hanno deciso di vendere la farmacia di famiglia nel Torinese e di devolvere il ricavato in beneficenza, anche per aiutare i bambini in Etiopia. “Chiara era la nostra unica figlia – conclude il padre – il 4 febbraio siamo morti anche noi”. Desiderano ricordarla con una frase dello scrittore Mauro Corona: “Quando a una farfalla si toccano le ali smette di volare”.
“Il dossier di cui parla Pietro Orlandi esiste. Lo abbiamo trovato, ma il contenuto è riservato“. Queste le parole del promotore di giustizia del Vaticano Alessandro Diddi, a proposito del dossier su Emanuela Orlandi, quindicenne cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983, che sarebbe stato commissionato da padre Georg Gänswein al capo della gendarmeria vaticana.
Un dossier che, a quanto pare, sarebbe stato visto da Paolo Gabriele, ex maggiordomo di Benedetto XVI. Pietro Orlandi, che da tempo parla di questo dossier conservato in Vaticano, ha così commentato le dichiarazioni di Dissi: “Facciamo finta di credere che l’abbiano trovato ora e che non stava già in Segreteria di Stato dal 2012 ma va bene, l’importante è che ora hanno ammesso di averlo anche se dicono che “il contenuto è riservato”.
E naturalmente speriamo non modificato”. All’ammissione di Alessandro Diddi è seguita anche la risposta di Laura Sgrò, legale della famiglia di Emanuela: “Pur rispettando il segreto istruttorio, va evidenziato che gli Orlandi hanno fatto richiesta di prendere visione ed estrarre copia di questo fascicolo sin dal 2017, mentre l’inchiesta vaticana è stata aperta solo nel gennaio del 2023, ben sei anni dopo. Perciò, è lecito chiedersi: chi ha custodito questo fascicolo fino ad ora, visto che in più occasioni è stato riferito pubblicamente dalle autorità vaticane che non esisteva alcun fascicolo e che quello di Emanuela Orlandi era “un caso chiuso“? “.
E ancora: “L’ammissione da parte del Promotore di Giustizia dell’esistenza di un fascicolo in Vaticano su Emanuela Orlandi è un passo avanti importante verso la verità. È un fatto certo, infatti, a questo punto, che il Vaticano abbia compiuto delle attività aventi ad oggetto il rapimento di Emanuela Orlandi che non ha mai condiviso né con la famiglia Orlandi né con la Procura di Roma.
Gli Orlandi confidano che vengano finalmente date delle risposte chiarificatrici, considerate le innumerevoli istanze da loro formulate alle autorità vaticane e si augura sia giunto davvero il momento di fare chiarezza. Allo stesso modo gli Orlandi si augurano che la Procura di Roma nonché la Commissione Parlamentare d’inchiesta si attivino quanto prima per chiedere l’acquisizione di questo fascicolo”. Potrà questo essere davvero un punto di svolta?
Era novembre 2022 quando Casamicciola finì sotto i riflettori per la raccapricciante vicenda dell’asilo degli orrori. Quattro suore dell’Istituto Istituto Santa Maria della Provvidenza furono accusate di aver maltrattato bambini loro affidati.
Nell’udienza di ieri che si è svolta dinanzi al 9° Collegio del Tribunale di Napoli, è stata pronunciata la sentenza di primo grado che ha assolto con la formula “per non aver commesso il fatto” Suor Edda e Suor Alice.
Il tribunale, inoltre, nel valutare le argomentazioni della difesa delle imputate sostenute dall’avvocato Giorgio Varano ha condannato alla pena di 3 anni e 6 mesi Suor Goretti e a tre anni Suor Nellina.
LA STORIA A suor Marie Georgette Rahasimalala era stata applicata la misura cautelare della custodia in carcere mentre alla madre superiora Angela De Bonis, meglio conosciuta come suor Edda, Noeline Razanadraozy e Curay Alice Albaracin il divieto di dimora in Campania. A tutte e quattro veniva contestato il reato di concorso in maltrattamenti nei confronti di minori con l’aggravante; alla sola Marie Georgette Rahasimalala le lesioni personali aggravate; a Curay Alice Albaracin violenza privata aggravata.
Alla base dell’indagine condotta dai Carabinieri di Ischia e valutate dal Il Giudice per le indagini preliminari, dr.ssa Federica De Bellis, emergenza il raccapricciante racconto di una bambina che aveva girato un video delle violenze mostrandolo poi alla madre
La pronuncia del Tribunale di Napoli, da un lato restituisce a Suor Edda e Suor Alice un verdetto di assoluzione rispetto alle accuse e, dall’altro lato, invece, restituisce giustizia ai piccoli bambini che veniva maltrattati dalle altre due imputate.
IL RACCONTO DELLA BAMBINA La vicenda e le testimonianze dei piccoli ospiti dell’asilo di Casamicciola erano state ricostruite dal gip Federica De Bellis: «Ho frequentato l’istituto delle suore per circa tre anni e ora ho smesso di andarci perché non mi piace come trattano i bambini. Mi ricordo che il 27 luglio di quest’anno verso ora di pranzo, il bimbo piccolo che io già conosco perché frequenta l’istituto da circa due anni, aveva tirato il velo alla suora e noi chiamiamo “Goretti”, a questo punto la suora ha iniziato a picchiarlo, tant’è che il ferro del grembiule che indossava la suora ha graffiato sulla lingua. A questo punto, il fratello più grande è intervenuto per difendere il piccolino e veniva picchiato con schiaffi e tirate di capelli, dalla suora, tanto che gli usciva il sangue dal naso. Anche l’altra sorellina più piccola, che cercava di avvicinarsi a lui, le venivano tirati i capelli dalla Suora.
Ricordo che nella stanza è intervenuta anche suor “Nellina “, la quale è stata attirata dal parapiglia che stava succedendo, ma non è intervenuta a difendere i bimbi. Anche questa suora è solita, soprattutto con i bimbi più piccoli, dai quattro ai tre anni circa “picchiarli… tipo bacchettandoli con una ciabatta, colpendoli sulle braccia, tirandogli i capelli, dandogli schiaffi, soprattutto questa “Suor Nellina” che ha una mano molto forte, fatto che ricordo bene essendo stata anche io colpita negli anni passati. Penso che venissero colpiti i più piccoli perché indifesi e più restii a raccontare le cose…
Ho provato a raccontare a mamma quello che succedeva dalle suore, ma mamma all’inizio non mi credeva, così ho deciso di fare un video appena si è verificato un altro fatto, per farlo poi vedere a mamma… Mentre stavo facendo il video, un bimbo più piccolo che mi stava vicino, mi ha detto di non fare la spia, chiamando poi un’altra bimba più grande, la quale poi ha avvertito le suore che io avevo fatto un video, chiedendo di portarglielo. Ho portato il telefono a Suor Alice che ha visionato il video e mi ha detto di cancellarlo. Io l’ho cancellato ma sapendo che comunque restava memorizzato nel telefono e poi quando mamma mi è venuta a prendere le ho raccontato quello che era successo e le ho girato il video.
Il giorno dopo, all’arrivo dalle suore, ho visto che le suore stavano togliendo i telefoni agli altri bimbi, tant’è che poi lo hanno tolto anche a me, dicendomi di non portarlo più… Per quel che ricordo un atteggiamento così violento non accadeva tanto spesso, ricordo solo schiaffi e tirate di capelli. Sono tornata per una sola settimana a settembre, perché mamma lavora ma io non volevo in alcun modo tornarci, anche perché la suora superiore “Edda” mi controllava sempre la borsa e gli altri ragazzini mi dicono che sono una “spiona di merda”… Dopo il fatto dell’aggressione ai due fratellini, ricordo che non è intervenuto nessun medico, né ambulanza, né sono stati portati in ospedale, ricordo solo che suor Alice ha messo del limone sul naso del bimbo che sanguinava».
LE ACCUSE RAHASIMALALA Marie Georgette, RAZANADRAOZY Noeline, CURAYAlice Albaracin e DE BONIS Angela erano accusate in relazione al reato di cui all’art. 61 n.5, n.11 , 11 ter, n. 11 quinquies , 110, artt. 572 co. 1 e li c.p. perché, , in concorso tra di loro, De Bonis Angela, nella qualità di Suora Superiore dell’Istituto Santa Maria della Provvidenza e Comunità educativa a dimensione familiare presso il quale prestano servizio anche Rahasimalala Marie Georgette quale lavapiatti , Razanadraoy Noeline quale cuoca e Curay Alice addetta al doposcuola , istituto deputato a ospitare minori o in affido a seguito di provvedimenti giudiziari o quali ospiti esterni a seguito di corrispettivo pagato privatamente dai genitori, infliggevano alle piccole vittime sofferenze fisiche consistite in atti di violenza quali tirate di capelli, schiaffi alla nuca, calci, ciabatte sulle mani, intimando loro il silenzio e privandoli dei telefoni cellullari al fine di impedire riprese video fotografiche.
In particolare Razanadraozy Noeline picchiava, tirava per i capelli, bacchettava sulle braccia con una ciabatta le piccole vittime; Rahasimalala Marie Georgette, in data 27.07 ca, strattonava e tirava per i capelli bimbo di 4 anni, addebitandogli di averle tirato il velo e colpiva con uno schiaffo al volto, provocandogli la fuoriuscita di sangue dal naso, il di lui fratello di anni 8 intervenuto per difendere il fratellino; De Bonis Angela, in data 03.10 ca colpiva ripetutamente alla nuca il minore Espositore Antonio facendolo piangere disperatamente a seguito di litigio con altro bimbo. Con l’aggravante di aver commesso il fatto abusando della condizione di inferiorità fisica psichica determinata dall’età delle vittime nonché dalla relazione di ospitalità e operando all’interno di istituti di educazione e formazione.
Rahasimalala Marie Georgette: in relazione al reato di cui agli artt. 61 n.2, 61 n.5, n.11, 11 ter , n. 11 quinquies , 582,585 c.p. perché, al fine di eseguire il reato di cui al capo che precede e con la condotta ivi descritta, strattonando e tirando per i capelli il piccolo di anni 4, addebitandogli di averle tirato il velo gli cagionava lesioni personali come al di lui fratello, di anni 8 intervenuto per difenderlo, che veniva colpito al volto con uno schiaffo, provocandogli la fuoriuscita di sangue dal naso; Con l’aggravante di aver commesso il fatto abusando della condizione di inferiorità fisica e psichica determinata dall’età delle vittime nonché dalla relazione di ospitalità e operando all’interno di istituti di educazione e formazione.
Curay Alice Albaracin: in relazione al reato di cui all’art. 61 n.2, n.5, n.11, art. 610 c.p. perché, al fine di eseguire il reato di cui al capo a) che precede, e con la condotta ivi descritta, costringeva una bimba di 8 anni a consegnarle il telefono cellulare e, dopo averlo visionato, a cancellare il video eseguito che riprendeva l’aggressione i due bimbi, minacciandola di non fare più riprese video e foto e di non portare più il cellullare all’interno dell’Istituto Con l’aggravante di aver commesso il fatto abusando della condizione di inferiorità fisica e psichica determinata dall’età delle vittime nonché dalla relazione di ospitalità e operando all’interno di istituti di educazione e formazione.
Gioia Sannitica – L’inchiesta parte da Torino e coinvolge 33 persone fra cui il prete del Matese e un carabiniere. I poliziotti della postale si sono infiltrati contro la pedopornografia su Telegram, tutto è partito dalla collaborazione di un utente, soprannominato «il giustiziere», che ha aiutato gli agenti di polizia a smascherare professionisti, operai e studenti che si scambiano tra loro materiale pedopornografico. Fotografie e video di bambini, anche molto piccoli, che circolavano online. Tre di questi soggetti – tra cui un prete e un carabiniere – sono stati arrestati in flagranza per l’ingente quantitativo di materiale che avevano nelle loro chat.
Inserendosi nella rete del «giustiziere», gli investigatori sono infatti riusciti a ripercorrere a ritroso tutte le interazioni con altri utenti di Telegram. Nelle chat circolava di tutto: immagini e video riguardanti anche vere e proprie violenze sessuali. Così hanno identificato altri 33 soggetti del web, persone di ogni età e professione: tra loro professionisti, operai e studenti. Tre gli arrestati, residenti nelle province di Milano, Cagliari e Benevento, esattamene a Sant’Agata dei Goti dove il prete di Gioia Sannitica, don Guido Santagata, curava il “gregge” di fedeli.
E’ stato arrestato – pochi giorni fa e poi rimesso in libertà con l’obbligo di firma giornaliero – perché accusato di detenzione di materiale pedopornografico: nel suo cellulare sarebbero stati rinvenuti contenuti fotografici e video compromettenti.
Le perquisizioni personali, locali e su sistemi informatici, disposte dalla procura di Torino, hanno portato al sequestro di telefoni, tablet, hard disk, chiavette, computer e vari account di mail e profili social. E in alcuni casi è stata trovata una grande quantità di materiale pedopornografico custodito proprio sui supporti informatici sequestrati, che saranno oggetto di successivi accertamenti.
“L’ordinanza del gip del tribunale di Enna, Giuseppe Noto, dopo l’udienza dello scorso primo ottobre scorso, che ha definitivamente archiviato il procedimento penale a carico dei giornalisti ennesi Pierelisa Rizzo e Filippo Occhino, attorno ai quali, assieme alla Federazione nazionale della stampa italiana, ci siamo stretti dall’inizio del caso Rugolo, avendo riconosciuto loro il diritto di cronaca, ha un significato particolarmente importante dato il profluvio di nuove norme che mirano ad annientare l’informazione libera”.
Così la segretaria regionale e della sezione di Enna dell’Associazione siciliana della stampa assieme al Gruppo cronisti siciliani sull’ordinanza che mette fine alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto i colleghi Rizzo ed Occhino, assistiti dagli avvocati Eleanna Parasiliti Molica e Giovanni Di Giovanni, erano stati assieme al presidente dell’Associazione Rete l’Abuso, Francesco Zanardi, difeso da Mario Caligiuri, denunciati da Giuseppe Rugolo, per diffamazione e per divulgazione di atti processuali per un articolo pubblicato il 28 giugno 2023. Alla proposta di archiviazione della procura di Enna i legali di Rugolo Antonino Lizio e Dennis Lovison avevano presentato opposizione.
Il sacerdote, già condannato da Tribunale di Enna per violenza sessuale ai danni di minori, aveva ritenuto diffamatoria la frase dell’articolo di stampa su alcuni atteggiamenti del prete, ripresi in un video riprodotto in aula, in compagnia di un minore.
Il GIP del Tribunale di Enna, accogliendo la richiesta di archiviazione della procura della Repubblica di Enna e le argomentazioni difensive dei difensori degli indagati, ha pronunciato ordinanza di archiviazione affermando che gli articoli non hanno alcun carattere diffamatorio in quanto Pierelisa Rizzo non ha fatto che riportare in termini veridici quanto avvenuto nel corso dell’udienza dl 27 giugno 2023. Archiviata anche l’ipotesi di reato di divulgazione di atti processuali dal momento che non sussisteva alcun divieto di pubblicazione.
Il Gip del Tribunale di Enna, Giuseppe Noto, dopo l’udienza che si è tenuta lo scorso 1 ottobre scorso, ha definitivamente archiviato il procedimento penale a carico dei giornalisti Pierelisa Rizzo e Filippo Occhino, direttore della testata on line Ennalive, nonché del presidente dell’Associazione Rete l’Abuso, Francesco Zanardi denunciati da Giuseppe Rugolo, per diffamazione e per divulgazione di atti processuali per un articolo pubblicato il 28 giugno 2023.
Il sacerdote, già condannato da Tribunale di Enna per violenza sessuale ai danni di minori, aveva ritenuto diffamatoria la frase dell’articolo di stampa che aveva definito poco consoni gli atteggiamenti del prete, ripresi in un video riprodotto in aula, mentre fa la doccia con un minore.
Il GIP del Tribunale di Enna, accogliendo la richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica di Enna e le argomentazioni difensive dei difensori degli indagati, ha pronunciato ordinanza di archiviazione affermando che gli articoli non hanno alcun carattere diffamatorio in quanto Pierelisa Rizzo non ha fatto che riportare in termini veridici quanto avvenuto nel corso dell’udienza dl 27 giugno 2023.
Archiviata anche l’ipotesi di reato di divulgazione di atti processuali dal momento che non sussisteva alcun divieto di pubblicazione.
Nel Regno Unito, uno studio rivela la gravità della crisi degli abusi sessuali da parte dei chierici, mentre i dati dell’America Latina mostrano l’erosione della leadership di Papa Francesco.
Di Rodolfo Soriano-Núñez
Venerdì 11 ottobre, nonostante una crisi interna alla sua amministrazione, Pedro Sánchez , presidente del governo del Regno di Spagna, ha trascorso un soggiorno a Roma con Papa Francesco .
Entrambi hanno condiviso sorrisi e si sono scambiati regali come impone il protocollo. Dopo l’incontro con il pontefice, Sánchez ha avuto un altro incontro con il cardinale Pietro Parolin , segretario di Stato della Santa Sede e segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, l’arcivescovo britannico Paul Richard Gallagher .
Dopo gli incontri, nella sede dell’Istituto Cervantes a Roma, Sánchez ha informato i media. Dopo aver discusso la questione della guerra in Ucraina, ha sottolineato la disponibilità del suo governo a raggiungere un accordo affinché la Chiesa cattolica risarcisca le numerose vittime degli abusi sessuali da parte del clero in Spagna.
Il governo di Sánchez non è esente da problemi nel suo Paese. Il giorno successivo, anche se la maggior parte dei giornali spagnoli ha sottolineato la sua visita a Roma con foto e titoli in prima pagina, la maggior parte di loro in realtà ha sottolineato l’ultimo scandalo di corruzione che ha travolto la sua amministrazione.
Nonostante ciò, la questione manterrà una certa attualità in Spagna e nel mondo ispanofono, poiché martedì 15 Ángel Gabilondo , difensore civico spagnolo, parteciperà a una sessione del Congresso dei Deputati a Madrid, dove Gabilondo interverrà ancora una volta rivedere le cifre, i dati e i suggerimenti offerti nell’aprile di quest’anno, quando il suo ufficio ha pubblicato il rapporto disponibile qui .
Il 15 luglio la Los Angeles Press ha pubblicato un testo in cui riportava l’evoluzione della crisi degli abusi sessuali del clero in Spagna e le notizie contrastanti in quel Paese. Uno pubblicato dall’ufficio di Ángel Gabilondo , il difensore civico spagnolo; e un altro della Conferenza episcopale di Spagna, che si ricollega in qualche modo a un rapporto commissionato dai vescovi a una società di consulenza privata il cui socio principale, Javier Cremades , è membro dell’Opus Dei.
Stai tranquillo
È difficile credere che la nuova udienza di Gabilondo alle Cortes o i colloqui di Sánchez con papa Francesco, il cardinale Parolin e l’arcivescovo Gallagher basteranno a risolvere le divergenze tra l’approccio formalista e minimalista adottato dai vescovi spagnoli e la posizione assunta dal Difensore civico, ma questo è il nocciolo della questione per la Chiesa cattolica in Spagna e altrove.
Anche se i politici e i media mainstream fanno del loro meglio per mantenere la questione il più silenziosa possibile, la questione continua a presentarsi in tutto il mondo di lingua spagnola. Lasciamo che i politici facciano tutto il possibile per mantenere la questione il più silenziosa possibile. La recente decisione del presidente cileno Gabriel Boric lo dimostra.
In realtà, si trattava solo dei casi del cosiddetto National Minors Service , o SENAME, un ente simile agli uffici dei servizi per l’infanzia negli Stati Uniti o al Comprehensive Family Development in Messico, ma che, data la natura centralizzata dei servizi pubblica in Cile, è concentrata sotto l’autorità del governo nazionale.
La decisione finale di Boric di limitare l’ambito dell’indagine sugli abusi ai casi avvenuti in strutture pubbliche ha scatenato l’ira dei numerosi sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Cile che, pur disposti a riconoscere la rilevanza dei casi SENAME, sono rimasti delusi dalla modo in cui il loro governo ha evitato i loro casi.
Dall’altra parte delle Ande, nella patria di papa Francesco, la questione non è meno attuale. Al contrario. Da circa due anni lo fanno anche i media tradizionali, generalmente riluttanti a riferire sulla crisi degli abusi sessuali del clero e ancor meno quando si tratta dell’Opus Dei.
Il 13 novembre 2023 La Nación , il principale quotidiano argentino, ha pubblicato nelle pagine di un supplemento un rapporto dettagliato sugli abusi avvenuti nell’Opus Dei.
Un “frantumatore psicologico”
I redattori del supplemento El Berliner hanno intitolato il loro articolo “Distruttore psicologico”, per sottolineare gli effetti dell’appartenenza all’Opus Dei, che era stato, negli anni Novanta, l’“ordine” preferito di Karol Wojtyla , il cui unico rivale a quel tempo era la Legione di Cristo messicana.
Quella che quel supplemento raccontava è una storia familiare a chiunque abbia avuto conoscenza dei membri del cosiddetto Regnum Christi, un ramo del labirinto che costituisce la Legione di Cristo da circa 70 anni, e che è anche simili ai casi dei tanti rami del Sodalitium di Vita Cristiana in Perù, Brasile, Colombia e Stati Uniti.
Cambiano i nomi dei leader, i luoghi e le vittime, ma i modelli si ritrovano nell’Opus Dei, nella Legione di Cristo, nel Sodalicio o nella risposta tedesca a questi cosiddetti “nuovi movimenti religiosi” e all’ordine chiamato Das Werk (l’opera) è la stessa.
L’ articolo berlinese , pieno dei consueti dettagli sul tipo di atteggiamento nei confronti di se stessi, della famiglia, della vita, della proprietà e della pratica religiosa richiesto per essere membro dell’Opus Dei, era una sorta di continuazione di un articolo originariamente pubblicato da Paula Bistagnino .
La Los Angeles Press pubblicò allora il suo rapporto. È disponibile in spagnolo prima di questo paragrafo. Il Buenos Aires Herald ha pubblicato una versione inglese di quel rapporto nel maggio 2024 .
Lì il problema non era quello dei membri delle classi più ricche argentine che abbandonavano l’Opus Dei dopo tanti abusi, ma la storia di ragazze portate a Buenos Aires dalle zone rurali dell’Argentina, dalla Bolivia e dal Paraguay per diventare collaboratrici domestiche, cameriere.
E non c’è niente di nuovo nella storia delle giovani donne che vanno a Buenos Aires per diventare vittime di qualche tipo di abuso. Questo è il retroscena di molti tanghi dell’inizio del XX secolo.
Il problema è che i dirigenti dell’Opus Dei hanno portato queste donne a Buenos Aires con false premesse. L’Opus Dei offrì loro l’opportunità di studiare, di trovare un lavoro.
Invece, costrinsero le donne a rimanere al servizio dell’élite maschile che guidava l’Opus Dei. Ancora una volta, ci sono storie simili con molte donne del Messico rurale portate nelle case del Regnum Christi a Monterrey o a Città del Messico, per servire i discepoli di Marcial Maciel nel suo “ordine religioso”.
Quel che è peggio è che ora i leader dell’Opus Dei stanno conducendo una campagna per difendere quelle che dicono essere elezioni libere per coloro che hanno deciso di rimanere come servi. Il problema principale, ovviamente, è che se abbiamo imparato qualcosa dai resoconti di Bistagnino e di altri su ciò che accade nell’Opus Dei, è che le sue decisioni sono tutt’altro che libere.
Un testo presentato come supplica per i cosiddetti “numerari ausiliari”, una delle tante categorie di appartenenza all’Opus Dei, è disponibile qui .
Abusi religiosi senza confini
E non è solo nel mondo di lingua spagnola. Nel marzo di quest’anno il quotidiano britannico The Financial Times ha pubblicato un resoconto dettagliato di come ciò sia avvenuto anche nel mondo anglofono.
L’articolo originale è disponibile qui , ma per accedervi è necessario l’abbonamento. Antonia Cundy , la sua autrice, ha aggiornato le informazioni con il seguito dei casi.
Un’altra preziosa fonte di informazioni su come si verificano gli abusi nell’Opus Dei nel mondo anglosassone è stata, da una decina d’anni circa, Steven Hassan , ex membro di un’altra organizzazione religiosa segreta e abusiva, i cosiddetti Moonies , persone che fanno parte della cosiddetta Chiesa dell’Unificazione .
Ha pubblicato sul suo canale YouTube video che trattano di abusi religiosi in molte organizzazioni, dalla sua esperienza come ex membro dei Moonies , a ciò che sta accadendo nella Luce messicana del mondo o nell’Opus Dei nei video con Eileen Johnson , un ex numerario che operò nelle case britanniche e francesi di quell’ordine.
Più recentemente, Hassan ha parlato con Gareth Gore , autore di uno dei rapporti più dettagliati sull’ordine originariamente fondato da Josemaría Escrivá de Balaguer in Spagna negli anni ’30, dopo la Guerra Civile.
La settimana scorsa, quando l’Argentina era al centro di una delle più recenti mobilitazioni di protesta contro la brutale politica economica di Javier Milei , Gore ha pubblicato sui suoi social network una foto del raid effettuato dalla polizia federale argentina nel quartier generale sudamericano. dell’Opus Dei a Buenos Aires.
Agents from the Policía Federal Argentina – basically the country’s FBI – seen outside the Opus Dei HQ in Buenos Aires.
Mentre scrivo non è chiaro quale sarà l’effetto del raid. La Procura Generale ha pubblicato un comunicato stampa, disponibile qui .
Sebbene la dichiarazione sia ampia e parli dei leader precedenti e attuali dell’Opus Dei, i dettagli reali sono scarsi. Evidenzia come i leader dell’ordine abbiano costretto queste donne alla dipendenza e abbiano avuto poca o nessuna reale capacità di decidere sul loro futuro.
Gli studi che venivano loro offerti consistevano infatti nel prepararli a prestare servizi come cuochi, governanti, sarte, ecc.
Non avevano alcuna reale opportunità di studiare per un titolo accademico o di sviluppare una carriera professionale, nonostante le molte parole dei leader dell’Opus Dei secondo cui i loro membri possono intraprendere qualsiasi carriera desiderino.
Sabato 12 ottobre Bistagnino ha pubblicato un thread su quello che era Twitter con la sintesi dei casi di alcune donne abusate dai leader dell’Opus Dei in Argentina.
Historias de las criadas del Opus Dei 👇
Susana Lencina era la criada adolescente de una familia en Rosario cuando su patrona la subió a un auto para que la llevaran a la escuela de mucamas del Opus Dei en Buenos Aires. pic.twitter.com/qoBvCxM86N
E, dato che questi casi risalgono ai tempi di Jorge Mario Bergoglio come arcivescovo di Buenos Aires, c’è una possibilità, per quanto piccola, che l’indagine possa alla fine coinvolgerlo.
La politicizzazione dell’abuso
La politicizzazione del problema va contro gli interessi della Chiesa cattolica. Anche in paesi come il Canada, dove c’è grande fiducia nella polizia, nei pubblici ministeri e nei giudici, i preti e i vescovi cattolici cercano di impedire al loro governo di indagare su questi casi.
Tuttavia, la politicizzazione è la migliore opportunità per le vittime di abusi sessuali, siano essi membri del clero o meno. Questa è la lezione che si può trarre dalle esperienze dei paesi in cui si sono verificati progressi reali sulla questione, come gli Stati Uniti.
In America Latina, dove la fiducia nella polizia, nei pubblici ministeri e nei giudici è bassa, non ci sono state indagini nazionali o addirittura subnazionali come quelle avvenute di recente in stati americani come l’Illinois o il Maryland, per citare solo i due più recenti.
Questo è uno dei motivi per cui la reazione di Papa Francesco nei confronti di Giuliana Caccia Arana e di altri membri del Sodalicio peruviano è stata così dura come il testo linkato sopra indicato la settimana scorsa.
La sfiducia nelle autorità è un elemento delle strategie di difesa seguite dagli avvocati diocesani per trascinare le vittime degli abusi sessuali del clero in un labirinto di procedure burocratiche che, oltre ad essere estremamente costose, sono arcane anche in paesi come il Messico dove la Chiesa cattolica non gode eventuali privilegi formali speciali.
Messico e Perù stanno attraversando complessi processi di riforma del sistema giudiziario. Nel caso messicano è difficile aspettarsi cambiamenti significativi; Il governo messicano ha “venduto” la riforma partendo da false premesse, e segue la riforma boliviana degli anni 2000 che, quando si tratta della crisi degli abusi sessuali del clero, ha offerto poca o nessuna speranza alle vittime, come dimostra il testo collegato di seguito .
È difficile misurare per quanto tempo la Chiesa cattolica in America Latina continuerà a giocare a questo gioco. È chiaro che ci sono paesi in cui le possibilità che un vescovo respinga le accuse sono maggiori rispetto ad altri, presupponendo che non ci siano conseguenze fintanto che tengono i preti predatori fuori di prigione, ma il quadro generale della crisi è terribile.
Perdita di un terzo
Terribili come i dati che emergono da uno studio recentemente pubblicato dalla Durham University nel Regno Unito. Nell’aprile 2024, quell’università ha offerto i risultati di un’analisi approfondita delle prove disponibili presso le parrocchie di Inghilterra e Galles.
Gli autori hanno scoperto che “un terzo dei cattolici che in precedenza partecipavano alla Messa hanno ridotto la propria presenza o hanno smesso del tutto di parteciparvi a causa della crisi degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica”.
La gerarchia cattolica era ben consapevole del potenziale impatto della crisi degli abusi sessuali del clero, ma per quanto arroganti e sprezzanti siano i vescovi, hanno fatto di tutto per attribuire la crisi a creature mitiche come il “predatore solitario” o incolpare gli stessi -preferenza sessuale, come se avere quella preferenza sessuale fosse, di per sé, sufficiente per diventare un predatore sessuale.
Il problema principale con questa interpretazione è che anche le “notizie” cattoliche più omofobe come EWTN devono riconoscere che l’orientamento sessuale non è necessariamente correlato all’essere un predatore sessuale come nel caso di Chiclayo, una città peruviana sulla costa del Pacifico. analizzato in dettaglio nel testo linkato sopra o come nel caso del Brasile linkato sotto. In entrambi i testi i preti accusati attaccavano le donne.
Se i dati dello studio britannico fossero in qualche modo simili anche in altri paesi, ciò dovrebbe spiegare perché si percepisce l’angoscia nella delegazione tedesca al Sinodo in corso a Roma in questi giorni.
Il vescovo tedesco del Limburgo, Georg Bätzing , ha chiesto pazienza ai suoi correligionari cattolici tedeschi presenti al Sinodo e a quelli che seguivano da casa. Purtroppo in Messico i giornali di grandi arcidiocesi come quella di Guadalajara presentano la delegazione tedesca al Sinodo e, in generale, il cattolicesimo tedesco come colpevoli del fatto che il sinodo è praticamente nato morto.
The Tablet , una rivista cattolica britannica, ha sentito il bisogno di evidenziare le scarse aspettative sulla capacità del Sinodo (solo testo inglese) di affrontare i molteplici bisogni di una Chiesa impantanata in una crisi da essa stessa provocata.
La conseguenza di una nuova delusione nella volontà della Chiesa di produrre qualche soluzione ai molti problemi che alimentano la crisi degli abusi sessuali da parte del clero è la stessa dello studio britannico: l’abbandono di una pratica religiosa, una Chiesa che non è disposta ad affrontare i problemi che alimentano violenza contro i propri membri.
Basta rivedere il caso dell’uso della parola italiana frociaggine per vedere come anche i membri meno aggressivi della leadership cattolica, come Papa Francesco, siano fin troppo ansiosi di trovare modi, ragioni, momenti per incolpare i preti omosessuali o mettere in discussione la diritto delle donne a trovare una nuova comprensione di cosa significhi essere cattoliche.
Torschlusspanik: Paura che la porta si chiuda
Se i dati di Inghilterra e Galles parlano di una marcata riduzione delle persone disposte a partecipare alle messe e ad altre attività, i dati sull’appartenenza religiosa in Germania e Austria parlano di una crisi più profonda, con conseguenze difficili da misurare in questo momento, ma raccontano la storia di un gregge in diminuzione e le difficoltà di trovare nuovi modi per crescere.
Il think tank tedesco Forschungsgruppe Weltanschauungen in Deutschland , il cosiddetto gruppo di ricerca sulle visioni del mondo in Germania, ha pubblicato nelle ultime settimane una serie di documenti sull’appartenenza religiosa in Germania e Austria che raccontano una storia desolante.
Il 30 settembre hanno pubblicato la loro analisi più recente sull’appartenenza religiosa tedesca. La loro sintesi è che, dall’inizio degli anni ’90, “l’adesione alle due chiese maggiori (cattolica ed evangelica luterana) è diminuita di 17,2 milioni di membri”.
Rispetto ai dati del 1970, la tendenza mostra una riduzione del 31% e, come mostrano molti altri studi condotti in diversi paesi, sta accelerando anche in paesi che, come gli Stati Uniti, erano un po’ isolati da queste tendenze.
Se si analizzano i dati della vicina Austria, la situazione è simile: negli ultimi 30 anni, ogni anno poco più di 56mila persone hanno abbandonato la Chiesa cattolica in Austria, il che, secondo il think tank tedesco , rappresenta una perdita di appena oltre un milione e 800mila persone in un Paese di poco più di nove milioni di abitanti.
Le brutte notizie che arrivano dalla Germania per la Chiesa cattolica non finiscono qui. Ulteriori dati provenienti dalla stessa fonte indicano che l’opinione pubblica tedesca approva il previsto definanziamento delle due principali chiese del paese.
Quasi la metà del campione, il 48,5%, ha dichiarato di avere un giudizio molto positivo sulla decisione di tagliare i fondi alle due chiese principali. Un ulteriore 12,5% ritiene che sia una buona cosa, mentre il 18% dei partecipanti al campione (n=5.066) non ha espresso alcuna opinione e circa il 22% ha un’opinione molto negativa o piuttosto negativa della misura.
I dettagli sono disponibili qui . In tedesco esiste una parola per descrivere il tipo di sensazione che si prova analizzando questi numeri: Torschlusspanik , la paura che le porte si chiudano davanti a te.
Anche in Messico, l’analisi dei dati del censimento nazionale del 2020 (in Messico c’è una domanda specifica nel censimento sull’appartenenza religiosa) mostra un aumento significativo del numero (relativo e assoluto) di persone che si dichiarano non affiliate ad alcuna religione.
E ciò che è peggio per la Chiesa cattolica è che l’appello del vescovo Bätzing ad essere paziente nei confronti del sinodo non solo dimentica le preoccupazioni dei pochi “liberali” che sono ancora disposti a prestare attenzione al sinodo. Né si affronta il rifiuto più virulento e violento del Sinodo che arriva dai settori più conservatori della Chiesa cattolica, che non sono disposti a riconoscere da soli alcun errore.
La pazienza, quella che chiede il vescovo tedesco Bätzing ai suoi confratelli cattolici tedeschi, è difficile da trovare anche in America Latina. Il Pew Research Center ha recentemente diffuso i dati del suo più recente studio sulle popolazioni cattoliche di sei paesi dell’America Latina: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Messico e Perù.
I risultati (disponibili in inglese qui e un breve riassunto in spagnolo qui ) parlano di una realtà di perdita di fiducia nella capacità di Papa Francesco di fornire una leadership significativa in un momento di crisi per la sua Chiesa.
Operazione “La Croix” della Polizia Postale: maxi-blitz contro la pedopornografia online, 33 perquisizioni in tutta Italia. Tre le persone arrestate, tra cui un prelato e un appartenente alle forze dell’ordine.
Pedopornografia online
Nelle ultime ore, la Polizia di Stato, sotto la guida del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, ha avviato un’importante operazione su scala nazionale per contrastare la diffusione di materiale pedopornografico online. L’operazione, denominata “La Croix”, è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Torino e ha portato all’esecuzione di 33 decreti di perquisizione in diverse città italiane.
Le indagini
L’indagine, iniziata oltre sei mesi fa, è stata condotta dal Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica di Torino. Gli investigatori, anche grazie ad operazioni sotto copertura, sono riusciti a identificare numerosi individui coinvolti nella distribuzione e promozione di contenuti illeciti realizzati attraverso lo sfruttamento sessuale di minori.
Il “giustiziere virtuale”
Al centro dell’inchiesta vi è un utente che, pur essendo coinvolto nella ricerca di materiale pedopornografico, svolgeva il ruolo di un improbabile “giustiziere”. Quest’ultimo, infatti, condivideva nei gruppi chiusi online informazioni e tracce digitali raccolte durante le sue interazioni con altre identità virtuali. Questo comportamento ha consentito agli inquirenti di approfondire le indagini e risalire agli altri soggetti implicati.
Chat segrete
Le comunicazioni tra gli utenti avvenivano tramite chat segrete, utilizzando un linguaggio in codice per mantenere l’anonimato e verificare la reciproca partecipazione a contenuti legati all’abuso sessuale. I partecipanti disponevano di materiale illegale di diversa natura, tra cui video che mostravano anche veri e propri atti di violenza sessuale.
33 utenti coinvolti
L’operazione ha richiesto un meticoloso lavoro di infiltrazione all’interno delle reti virtuali utilizzate dagli utenti coinvolti. Grazie a un accurato monitoraggio delle tracce informatiche lasciate durante le interazioni online, gli investigatori sono riusciti a risalire all’identità di 33 sospettati.
L’esecuzione dei decreti di perquisizione ha coinvolto le sedi della Polizia Postale di Roma, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Cagliari, Palermo, Catania, Bari, Venezia e Trieste, in un’operazione congiunta che ha coperto gran parte del territorio nazionale.
Arrestati un sacerdote e un appartenente alle forze dell’ordine
Tra le persone coinvolte, si trovano individui di ogni età, provenienza geografica e posizione lavorativa: professionisti, operai e studenti. In particolare, tra gli arrestati, residenti nel milanese, cagliaritano e beneventano, figurano un appartenente alle forze dell’ordine e un prelato.
Il coinvolgimento di giovani e giovanissimi in questi crimini è un aspetto allarmante dell’indagine. Questo fenomeno sembra essere facilitato dalla crescente familiarità delle nuove generazioni con le tecnologie, in particolare con le piattaforme di condivisione peer-to-peer. Proprio per questo, la Polizia Postale ha sottolineato l’importanza di intensificare gli sforzi sul piano della prevenzione, per arginare il pericoloso fenomeno della dipendenza dalle tecnologie digitali e dalla ricerca di contenuti illeciti online.
Quante vittime ha fatto la pedofilia in Italia e quante sono a livello regionale?
Quali sono i vuoti legislativi e quale il livello di sicurezza dei minori?
RELATORI;
Francesco Zanardi – Presidente Rete L’ABUSO
Federico Tulli – Giornalista e autore
Mario Caligiuri – Avvocato e coordinatore legale della Rete L’ABUSO, supervisore dell’Osservatorio permanente
Monica Sansoni – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio
Carla Puligheddu – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Sardegna
Fabio Biasi – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Provincia autonoma di Trento e la consulente dott.sa. Manuela Paganini
Guia Tanda – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Liguria
Giovanni Galano – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Campania e la dott.sa Antonella D’Andrea
Giorgio Barone – CBI – Pres. Medical & Antidoping Commission – PCSOS Project Mgr. – Protecting Children in Sport – Compliance Lead Auditor FMSI / CONI-NADO / IAAF
Dante Ghezzi – psicologo, psicoterapeuta, supervisore Emdr, membro dell’équipe Tiama e membro del coordinamento italiano CISMAI
Un gruppo di fedeli ennesi ha inscenato ad Enna una protesta nel corso di una funzione nella chiesa di San Giuseppe e nel Santuario di Valverde.
L’uscita dalle chiese e gli striscioni
Non appena sono comparsi i sacerdoti per la celebrazione della messa si sono alzati contemporaneamente e se ne sono andati, esponendo all’esterno delle due chiese dei cartelli con alcune frasi del Vangelo. Su un altro, più grande rispetto agli altri, è comparsa la frase: “Non accetto prediche da chi copre un abuso”.
La vicenda Rugulo
Una manifestazione clamorosa che è stata immortalata in un video, diventato virale, legata alla vicenda di don Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato nei mesi scorsi per violenza sessuale aggravata a danno di minori a 4 anni e mezzo di carcere.
La protesta contro i silenzi sugli abusi
I fedeli, sostanzialmente, hanno protestato contro i silenzi della Curia, come emerso nelle motivazioni della sentenza dei giudici del Tribunale di Enna, per cui, il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, non imputato nel processo, sarebbe stato “ben consapevole da molti anni delle segnalazioni effettuate inerenti gli abusi patiti da un ragazzo ancora minorenne, non solo ritardando volutamente l’incontro con Messina ed i suoi familiari, ma evitando di attuare qualsiasi forma di controllo o di provvedimento a tutela dei fedeli, soprattutto adolescenti, facenti parte della comunità religiosa da lui guidata che pure il suo ruolo gli imponeva”.
Protesta a Piazza Armerina
Oltre ad Enna, c’è stata una protesta silenziosa davanti la cattedrale di Piazza Armerina una protesta silenziosa contro la diocesi.