Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • TIVOLI – Mirko Campoli, altri sei anni e 10 mesi di carcere per l’orco dell’Azione Cattolica

    TIVOLI – Mirko Campoli, altri sei anni e 10 mesi di carcere per l’orco dell’Azione Cattolica

    Sei anni e 10 mesi di reclusione per aver abusato di un altro minore.

    È la sentenza emessa oggi, mercoledì 11 settembre, dal Tribunale di Tivoli nei confronti di Mirko Campoli, 47enne di Villa Adriana, ex prof di religione e vicepreside all’istituto tecnico “Enrico Fermi” di Tivoli, segretario nazionale dell’Azione cattolica ragazzi, presidente dell’Azione cattolica della Diocesi di Tivoli, già condannato lo scorso 7 marzo a 9 anni di reclusione per violenza sessuale su due ragazzini di 13 e 16 anni, oggi rispettivamente di 20 e 23 anni.

    Nel processo celebrato oggi davanti al Giudice per l’udienza preliminare Sabina Lencioni, secondo la formula del rito abbreviato, Mirko Campoli è stato riconosciuto colpevole di violenze sessuali sul fratellino del 20enne, figlio di amici di famiglia.

    L’ex insegnante, invece, è stato prosciolto da una seconda accusa di abusi nei confronti di un bambino di 10 ospite di una casa famiglia a Boccea dove l’ex Presidente dell’Azione Cattolica lavorava.

    Secondo la ricostruzione degli investigatori del Pool antiviolenza del commissariato di Tivoli coordinati dal sostituto commissario Davide Sinibaldi e diretti dal sostituto procuratore Arianna Armanini, l’ex insegnante avrebbe approfittato del ragazzino mentre era a letto e dormiva per oltre tre anni dal 2018 a marzo 2020.

    Nel processo di oggi si sono costituiti parte civile, attraverso l’Avvocato Michele De Stefano, l’Associazione “No Child abuse Aps” fondata a Tivoli dai genitori delle prime due vittime, Matteo e Edoardo, oltre al Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Lazio rappresentato dall’Avvocato Pasquale lattari, e l’Avvocato Mario Caligiuri per “Rete l’abuso”, associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

    L’Avvocato Michele de Stefano, difensore delle due vittime nel primo processo, e di Alessandro nel secondo, ha ritenuto doveroso dichiarare che, nonostante la consapevolezza che nessuna condanna e nessun risarcimento potranno mai ripagare il dolore subito, quello raggiunto oggi è un verdetto di cui ritenersi assolutamente soddisfatto.

    “Ritengo inoltre importante sottolineare la partecipazione dell’Associazione “No Child Abuse Aps” che, ovunque ne sarà legittimata, si costituirà parte civile a fianco delle vittime di reati di pedofilia”, afferma l’Avvocato De Stefano.

    Anche l’Associazione “No Child Abuse Aps”, attraverso un comunicato stampa sulla propria pagina ufficiale, ha evidenziato l’importanza del risultato raggiunto oggi.
    “No Child Abuse Aps – si legge – esprime un profondo ringraziamento a tutti gli Organi Giudiziari che hanno portato alla sentenza di condanna a 6 anni e 10 mesi di reclusione nel secondo filone del processo a Mirko Campoli. Certi che questo sia solo l’inizio di un percorso che ci porterà ad essere sempre in prima linea nella lotta contro la Pedofilia, la pedopornografia e ogni altra forma di violenza”.

    La condanna di oggi, sommata a quella del primo processo, vede un resoconto finale di oltre 15 anni di reclusione in carcere per Mirko Campoli.

    Claudia Santolamazza

    TIVOLI – Mirko Campoli, altri sei anni e 10 mesi di carcere per l’orco dell’Azione Cattolica

  • «Sono 1.200 i preti pedofili»: il report sulle violenze nascoste nella chiesa

    «Sono 1.200 i preti pedofili»: il report sulle violenze nascoste nella chiesa

    Francesco Peloso DOMANI – Il sistema di protezione dei minori dagli abusi sessuali in Italia è particolarmente fragile. Le leggi sulla carta in parte ci sono, ma certo la volontà di fare sul serio fino a ora non è emersa.
    Secondo uno studio di Rete l’abuso che verrà presentato oggi, dal 2000 ad oggi si contano circa 1.200 preti che sono stati coinvolti in molestie sessuali sui minori, ma è un dato ottimistico. Il problema è che finora non è mai stata condotta un’indagine nazionale con criteri scientifici e statistici adeguati tale per disegnare un quadro generale su una tematica che, per sua stessa natura, tende a rimanere sommersa.
    Si pensi solo a quanto è difficile per un minore, bambino o ragazzo, denunciare un abuso subito o semplicemente parlarne con qualcuno. Per questo la conoscenza della realtà è fondamentale, anche per capire la reale entità dei reati commessi.
    È questo uno dei punti, fra gli altri, sui quali batte da tempo l’associazione Rete l’abuso, impegnata da anni nella denuncia dei reati di abuso commessi dai preti e nella messa a punto di una aggiornata banca dati degli abusatori e delle vittime dei pedofili in ambito ecclesiale. Ora, però, l’associazione guidata da Francesco Zanardi ha deciso di andare oltre e ha lavorato a un “report” che affronta il tema non limitandosi allo scandalo nella chiesa.

    Numeri da rivedere
    La vulgata vuole che la maggior parte degli abusi avvenga in famiglia, ma mancano i numeri per un raffronto reale con quanto avviene nelle scuole, nelle associazioni sportive e ricreative, nelle parrocchie. Certo, in Italia è stato istituito dal 2006 (anche se la legge cui fa riferimento è del 1998) un Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.
    Attualmente si trova sotto il ministero delle Politiche per la famiglia e, ciclicamente, viene ricostituito nella sua composizione. L’ultima a farlo è stata la ministra Eugenia Roccella nel giugno scorso. Ma, guardando da vicino la storia quasi ventennale di questo organismo, si ha l’impressione di una struttura che vive soprattutto sulla carta.
    Fra i compiti dell’Osservatorio c’è anche quello di redigere una relazione annuale sul fenomeno pedofilia nel suo complesso e presentarla al parlamento. Nella relazione del 2021 i dati raccolti si basano essenzialmente sulle denunce arrivate alle forze di sicurezza, cioè la punta dell’iceberg del problema. Ma, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità risalenti a qualche anno fa, in Europa, il 9,6 per cento dei bambini subisce abusi sessuali. Cioè circa 18 milioni di minori.

    L’Italia e la chiesa
    C’è comunque, in questa storia, un punto di svolta. Nel 2019 il comitato delle Nazioni unite per i diritti dell’infanzia ha pubblicato le sue raccomandazioni all’Italia dopo aver svolto una serie di audizioni con istituzioni e realtà associative, fra le quali Rete l’abuso.
    Fra le varie indicazioni ve n’era una assai significativa, con la quale si chiedeva al nostro paese di «modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della chiesa cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione».
    L’Italia, pur avendo recepito la Convenzione per la protezione dei minori nel 2012, aveva poi “aggiustato” la legge nel 2014, escludendo il volontariato e la chiesa dall’obbligo di presentare il certificato antipedofilia per chi lavorava a stretto contatto con i minori. La norma restava in vigore solo per chi era dipendente in senso formale.
    Ancora, il comitato dell’Onu indicava la necessità di «istituire una Commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della chiesa cattolica». Raccomandazione che conserva la sua validità e che potrebbe essere estesa al fenomeno nel suo complesso.

    D’altro canto, il comitato rilevava come, a fronte di «numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della chiesa cattolica nel territorio dello stato membro», fosse particolarmente «basso il numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana».
    Ancora, si chiedeva di rendere obbligatoria per tutti la denuncia «di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti», superando il limite imposto dalla legge attuale che prevede l’obbligo solo per un pubblico ufficiale. Ma, se certamente la chiesa, con le sue omissioni, resta il grande convitato di pietra istituzionale di questa vicenda, è evidente che il problema ha una consistenza assai più ampia e, semmai, quanto avviene in rapporto alla chiesa, è la spia di un modo di agire più generale che investe la società italiana nel suo complesso.
    Ne è riprova la clamorosa protesta messa in scena dai fedeli di Enna, in Sicilia, presso due chiese: la parrocchia di San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove, lo scorso 23 agosto, officiavano prelati coinvolti nella vicenda di don Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 4 anni e mezzo di carcere per violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    Una protesta silenziosa si è svolta anche davanti alla cattedrale di Piazza Armerina, la diocesi guidata da don Rosario Gisana che sarebbe stato a conoscenza degli abusi di don Rugolo e lo avrebbe coperto. Intanto ieri il papa ha allontanato, in Germania, il vescovo ausiliare della diocesi di Hildesheim, Heinz-Günter Bongartz, 69 anni. Era accusato da un parroco di aver coperto gli abusi su minori da parte di un sacerdote.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-italiana-abusi-sessuali-pedofilia-report-rete-abuso-violenze-nascoste-v7zsbnlw

  • ORGE TRA FRATI FRANCESCANI E RAGAZZI. Il prete casertano resta ai domiciliari, libero l’altro parroco

    ORGE TRA FRATI FRANCESCANI E RAGAZZI. Il prete casertano resta ai domiciliari, libero l’altro parroco

    CASERTA – Padre Domenico Silvestro e padre Nicola Gildi, originario di Lusciano, sono stati scarcerati dal Tribunale del Riesame, annullando l’ordinanza di custodia.

    I due religiosi, rispettivamente parroco della Basilica di Sant’Antonio da Padova ad Afragola e frate al convento di Santa Maria Occorrevole a Piedimonte Matese, erano stati arrestati all’inizio dello scorso mese di agosto con l’accusa di violenza sessuale, reato compiuto secondo la procura aversana quando entrambi erano di stanza ad Afragola.

    Don Silvestro è completamente libero, padre Gildi, invece, resta agli arresti domiciliari, accusato anche di rapina aggravata in concorso.

    Entrambi già sono stati trasferiti in due conventi nel Nord Italia gli ex parroci del santuario di Sant’Antonio ad Afragola, sospesi dal loro incarico dall’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia.

    ORGE TRA FRATI FRANCESCANI E RAGAZZI. Il prete casertano resta ai domiciliari, libero l’altro parroco

  • Omertà e coperture degli abusi clericali: la protesta parte da Enna

    Omertà e coperture degli abusi clericali: la protesta parte da Enna

    41954 ENNA-ADISTA. La scena ha un valore simbolico molto forte: all’ingresso dei sacerdoti in chiesa, un folto gruppo di fedeli si alza ed esce, in segno di protesta. È accaduto il 22 agosto scorso in due chiese di Enna, la parrocchia di San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove a celebrare erano sacerdoti i cui nomi compaiono nella vicenda di don Giuseppe Rugolo, il prete denunciato alle autorità civili da Antonio Messina, che subì i suoi abusi sessuali, e condannato nel marzo scorso dalla giustizia civile a 4 anni e sei mesi di reclusione ex articolo 609 bis e quater del Codice penale (tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni), con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado.

    All’esterno, i fedeli hanno esposto dei cartelli con citazioni evangeliche e lo slogan dell’iniziativa: «Non accetto prediche da chi copre un abuso».

    La scena, che è stata filmata, è diventata virale sui social media. Anche a Piazza Armerina, della cui diocesi Enna fa parte, si è svolta una protesta silenziosa, davanti alla cattedrale. Nelle motivazioni della sentenza di condanna, pubblicate in 222 pagine lo scorso luglio, a 137 giorni dalla sentenza di primo grado (v. Adista Notizie n. 29/24), il vescovo di Piazza Armerina mons. Rosario Gisana, pur non essendo indagato, è fatto oggetto di pesanti accuse, come quella di aver agevolato l’attività predatoria di Rugolo.

    Il documento cita «elementi chiari e univoci a sostegno di una condotta coscientemente colposa da parte del vescovo monsignor Rosario Gisana, che rendono vieppiù legittima la condanna al risarcimento del danno della Curia, nella sua qualità di responsabile civile, per i pregiudizi cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo».

    Gisana infatti «già nel 2016 e negli anni successivi in cui l’imputato seguitava a perpetrare abusi sessuali» ai danni degli altri due adolescenti vittime di Rugolo «era pienamente consapevole del fatto che p. Rugolo era stato segnalato a lui per avere tenuto, nel recente passato, condotte simili con altri ragazzi giovanissimi».

    Le motivazioni della sentenza da parte del Tribunale dunque confermavano quanto raccontato nel podcast “La Confessione” dei giornalisti Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn, che aveva ricostruito tutto il sistema di insabbiamenti del caso Rugolo sulla base dei documenti e delle registrazioni telefoniche messe agli atti e in seguito nella disponibilità delle parti, presentando, come spiegato da Feltri stesso, una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano»; un filo che risale da un prete a un vescovo fino al papa (v. Adista Notizie n. 11/24). Il documento ha fornito nuovo materiale per una puntata extra del Podcast, pubblicata il primo agosto scorso, e ha provocato anche una reazione di mons. Gisana, che ha cercato di difendersi in un’intervista rilasciata a La Stampa (26/7).

    A Enna anche la seconda “panchina viola” contro gli abusi clericali

    Il gesto di protesta dei fedeli ha efficacemente concretizzato e condensato quella presa di coscienza della realtà dei fatti già espressa la scorsa primavera con l’enorme affluenza della popolazione alla presentazione del podcast a Enna, che aveva visto la partecipazione di più di 150 persone, incredule e indignate.

    Tutto questo indica che forse il sistema di omertà e di coperture degli abusi comincia a creparsi e che la base cattolica sta attraversando una fase di profondo cambiamento, “non ci sta più” e non è più disposta a stare dalla parte del clero. Un segno che forse qualcosa sta cambiando – e che Enna può diventare la capofila di una più massiccia consapevolezza sul tema degli abusi – è anche l’inaugurazione, al Belvedere Marconi, nella città siciliana, seconda in Italia dopo Savona, della panchina viola contro gli abusi sessuali perpetrati da uomini del clero, autorizzata dal Comune su richiesta di Francesco Zanardi, presidente della “Rete l’Abuso”, e sponsorizzata anche da ECA – Ending Clergy Abuse e dal coordinamento #ItalyChurchToo (di cui fa parte anche Adista), sollecitata anche dal quotidiano La Sicilia. «Questa installazione rappresenta un’importante passo avanti nell’impegno di questa amministrazione nella lotta alla violenza sui minori – ha detto il sindaco Maurizio Dipietro (Ansa, 28/8) – e uno strumento efficace per sensibilizzare la comunità e promuovere una cultura del rispetto e della protezione dei più deboli». Anche qui sembra registrarsi uno scatto di consapevolezza: solo qualche mese fa, il podcast “La Confessione” aveva rilevato come l’amministrazione comunale non si fosse costituita parte civile nel processo contro don Rugolo. L’assessore comunale alla comunità educante e alla tutela dell’infanzia, Giuseppe La Porta, esprime ora soddisfazione: «Questa iniziativa, simbolo, fra altri, della lotta contro la violenza sulle donne e a sostegno dei diritti, e contro l’abuso dei minori si inserisce in un percorso più ampio di sensibilizzazione che l’amministrazione comunale sta portando avanti. La panchina va a completare, insieme a quella rossa dedicata alla violenza contro le donne e quella gialla, dedicata a Giulio Regeni il parco della Sensibilità della Comunità». Non si tratta solo «di un semplice arredo urbano», ha aggiunto: «È un segnale forte e chiaro, un invito alla comunità tutta a riflettere su tematiche fondamentali come il rispetto, l’uguaglianza e la tutela dei più deboli. La nuova panchina sarà un punto di riferimento, un luogo dove fermarsi a pensare e a confrontarsi, contribuendo a creare una cultura della non violenza e dell’inclusione e contro ogni abuso in particolare sui minori», e intende essere espressione dell’«impegno per una società più giusta ed equa, dove ogni individuo possa sentirsi libero di esprimere se stesso e di vivere la propria vita senza paura».

    Anche per Francesco Zanardi, creatore della campagna, la panchina viola a Enna rappresenta il segno di un cambiamento: «Un nuovo gesto fortissimo per la città che non può che lasciarmi soddisfatto e per cui esprimo grande stima e che spero si ripeta ovunque». La campagna, intitolata “Ondaviola”, può essere portata in tutti i Comuni italiani. Si può aiutare a diffonderla nel proprio luogo di residenza, contattando Rete L’Abuso attraverso l’apposito form, su ondaviola.retelabuso.it.

    https://www.adista.it/articolo/72433

  • ENNA – Panca viola è una realtà “Una battaglia di civiltà”

    ENNA – Panca viola è una realtà “Una battaglia di civiltà”

    LìAmministrazione ha accolto la richiesta della Rete L’ABUSO. La nuova struttura è stata sistemata nel Belvedere.

    La panchina viola contro la violenza sessuale sui minori e persone vulnerabili da ieri mattina ha “trovato casa” al Belvedere di Enna ed è la seconda in Italia e la prima in Sicilia.

    Una risposta concreta alla richiesta di Francesco Zanardi presidente della “Rete l’abuso” associazione che accoglie i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, sollecitata dalle pagine de “La Sicilia”, di installare la panchina nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione partita dalla Liguria, che si accompagna all’auspicio di un futuro migliore.

    “Questa installazione rappresenta un importante passo avanti nell’impegno di questa amministrazione nella lotta alla violenza sui minori – sostiene il sindaco Maurizio Dipietro – ed uno strumento efficace per sensibilizzare la comunità e promuovere una cultura del rispetto e della protezione dei più deboli”.

    Ancora, l’Assessore comunale alla comunità educante e alla tutela dell’infanzia, Giuseppe La Porta, ha espresso grande soddisfazione per l’installazione della panchina viola in un luogo di particolare rilievo della città, quale la Fontana del Belvedere è , dove con le altre panchine tematiche si crea il “Parco delle Sensibilità della Comunità, iniziativa, simbolo, anche della lotta contro la violenza sulle donne, a sostegno dei diritti, e contro l’abuso dei minori che si inserisce in un percorso più ampio di sensibilizzazione portato avanti dall’Amministrazione Dipietro”.

    Ancora, ha detto La Porta entrando nel significato dell’installazione della nuova panchina di sensibilizzazione appena fatta al Belvedere “Accogliamo con entusiasmo questa panchina viola che rappresenta molto più di un semplice arredo urbano.

    È un segnale forte e chiaro, un invito alla comunità tutta a riflettere su tematiche fondamentali come il rispetto, l’uguaglianza e la tutela dei più deboli.

    La nuova panchina sarà un punto di riferimento, un luogo dove fermarsi a pensare e a confrontarsi, contribuendo a creare una cultura della non violenza e dell’inclusione e contro ogni abuso in particolare sui minori. Questa panchina per l’amministrazione Dipietro, dimostra ancora una volta l’ impegno per una società più giusta ed equa, dove ogni individuo possa sentirsi libero di esprimere se stesso e di vivere la propria vita senza paura”.

    Per Francesco Zanardi presidente della” Rete l’abuso”, “la panchina viola ad Enna rappresenta il segno tangibile di una comunità che sta maturando un cambiamento profondo. Un nuovo gesto fortissimo per la città che non può che lasciarmi soddisfatto e per cui esprimo grande stima e che spero si ripeta ovunque”.

    di Tiziana Tavella – La Sicilia

  • Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

    Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

    Un gruppo di fedeli ennesi ha inscenato ad Enna una protesta nel corso di una funzione nella chiesa di San Giuseppe e nel Santuario di Valverde.

    L’uscita dalle chiese e gli striscioni

    Non appena sono comparsi i sacerdoti per la celebrazione della messa si sono alzati contemporaneamente e se ne sono andati, esponendo all’esterno delle due chiese dei cartelli con alcune frasi del Vangelo. Su un altro, più grande rispetto agli altri, è comparsa la frase: “Non accetto prediche da chi copre un abuso”.

    La vicenda Rugulo

    Una manifestazione clamorosa che è stata immortalata in un video, diventato virale,  legata alla vicenda di don Giuseppe Rugolo,  il sacerdote condannato nei mesi scorsi per violenza sessuale aggravata a danno di minori a 4 anni e mezzo di carcere.

    La protesta contro i silenzi sugli abusi

    I fedeli, sostanzialmente, hanno protestato contro i silenzi della Curia, come emerso nelle motivazioni della sentenza dei giudici del Tribunale di Enna, per cui, il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, non imputato nel processo, sarebbe stato “ben consapevole da molti anni delle segnalazioni effettuate inerenti gli abusi patiti da un ragazzo ancora minorenne, non solo ritardando volutamente l’incontro con Messina ed i suoi familiari, ma evitando di attuare qualsiasi forma di controllo o di provvedimento a tutela dei fedeli, soprattutto adolescenti, facenti parte della comunità religiosa da lui guidata che pure il suo ruolo gli imponeva”.

    Protesta a Piazza Armerina

    Oltre ad Enna, c’è stata una protesta silenziosa davanti la cattedrale di Piazza Armerina una protesta silenziosa contro la diocesi.

    Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

  • ENNA – Blitz di protesta in 2 chiese “Non accetto prediche da chi copre un abuso” – Video

    ENNA – Blitz di protesta in 2 chiese “Non accetto prediche da chi copre un abuso” – Video

    Un gruppo di ennesi, tra i quali molti cattolici, hanno inscenato dentro due chiese di Enna, San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove officiavano due dei prelati coinvolti nella vicenda Rugolo, il sacerdote condannato per violenza sessuale aggravata a danno di minori a 4 anni e mezzo di carcere.

    Davanti la cattedrale di Piazza Armerina una protesta silenziosa contro la diocesi che secondo anche le motivazioni della sentenza, avrebbe coperto abusi.

    I credenti, presenti alla messa, non appena sono arrivati i preti, si sono alzati in massa e hanno lasciato le chiese, esponendo all’esterno degli edifici di culto dei cartelli con alcune frasi del Vangelo e uno più grande con su scritto “Non accetto prediche da chi copre un abuso”.

    Il video sta facendo il giro del web.

     

  • Trasferiti al Nord Italia i due preti napoletani accusati di violenza sessuale

    Trasferiti al Nord Italia i due preti napoletani accusati di violenza sessuale

    Padre Silvestro e frate Gildi sono accusati di violenza sessuale e, nel caso di Gildi, anche di concorso in rapina aggravata. Entrambi erano stati arrestati il primo agosto scorso, insieme a due imprenditori di Afragola, Giuseppe Castaldo e Antonio Di Maso, accusati di rapina aggravata in concorso. La rapina è stata eseguita materialmente da due giovani, Danilo Bottino e Biagio Cirillo, noti alle forze dell’ordine e sospettati di far parte di un clan criminale locale.

    Mentre gli imprenditori sono stati posti agli arresti domiciliari, i due giovani malviventi rimangono in carcere a Poggioreale per la loro pericolosità sociale. La Curia di Napoli potrebbe aver già avviato il processo ecclesiastico per la sospensione “a divinis” di padre Silvestro, un provvedimento che lo escluderebbe dall’amministrazione dei sacramenti, inclusi la celebrazione della messa e la confessione.

    Le indagini

    Le indagini, condotte dalla procura di Napoli Nord sotto la direzione di Maria Antonietta Troncone, hanno rivelato che i due religiosi costringevano le loro vittime, un italiano e un extracomunitario, a partecipare a rapporti sessuali e orge di gruppo in cambio di cibo, supporto economico e promesse di lavoro stabile e ben retribuito. Questa situazione è durata tre anni, fino a quando le vittime si sono rivolte a un avvocato per difendere i propri diritti. L’avvocato delle vittime ha richiesto un risarcimento significativo per gli abusi subiti, supportato da prove registrate sui telefoni delle vittime, comprese conversazioni su app come “Tinder” e “Amigos”.

    La situazione è peggiorata ulteriormente quando frate Gildi ha chiesto l’intervento degli imprenditori, i quali hanno organizzato una rapina per sottrarre i cellulari contenenti le prove incriminanti. La rapina ha avuto un successo parziale: uno dei cellulari è stato rubato, mentre l’altro è stato consegnato alle autorità dalle vittime, che hanno indicato padre Gildi come mandante del crimine.

    Trasferiti al Nord Italia i due preti napoletani accusati di violenza sessuale

  • “Troppo pericoloso, domiciliari non idonei”: padre Andrea Melis trasferito in carcere

    “Troppo pericoloso, domiciliari non idonei”: padre Andrea Melis trasferito in carcere

    Genova. Padre Andrea Melis, il sacerdote appartenente all’ordine degli Scolopi arrestato con l’accusa di violenza sessuale su un dodicenne, è stato trasferito nel carcere di Pontedecimo.

    Il provvedimento è scattato su disposizione del gip del tribunale di Savona (cui è stato trasferito il fascicolo per competenza territoriale), che ha ritenuto che gli arresti domiciliari disposti lo scorso 2 agosto non fossero sufficienti a livello cautelare e per tutelare potenziali altre vittime.

    Per padre Melis erano infatti stati disposti i domiciliari nell’Istituto dei Padri Scolopi di Chiavari. Una sistemazione ritenuta inadeguata, “non idonea per soddisfare le esigenze cautelari” dal giudice savonese, competente per territorio sull’inchiesta alla luce del luogo in cui sono stati commessi i fatti di cui il religioso è accusato (Finale Ligure).

    Il gip di Savona ha quindi emesso una nuova ordinanza applicando la custodia cautelare in carcere. Troppo pericoloso, come d’altronde aveva messo per iscritto anche la gip del tribunale di Genova, Michela Catalano: nonostante che il provvedimento di sospensione della Curia, tempestivamente adottato, abbia affievolito le esigenze cautelari, la giudice aveva ritenuto che restassero “attuali e concrete”, poiché la sospensione da tutte le cariche “non inibisce a Melis di circolare liberamente e di inseguire pertanto il suo istinto pedofilo”.

    Le accuse mosse a padre Andrea Melis

    Melis, lo ricordiamo, è accusato di avere ripetutamente abusato di un ex chierichetto dodicenne approfittando del suo ruolo e dell’influenza avuta come figura di riferimento nella vita del ragazzino.

    La gip, nel disporre gli arresti domiciliari a Chiavari, aveva sottolineato la pericolosità di Melis puntando sulle modalità con cui aveva agito: “Approfittando della sua qualità di sacerdote, tale da ingenerare fiducia nei minori e indurli a mentire ai genitori – ha scritto – ha attirato i minori nei suoi appartamenti, tutti adiacenti a luoghi di culto e quindi ritenuti sicuri dai ragazzini; li ha letteralmente ricoperti di regali, facendoli accedere a tutto ciò che un adulto proibisce ai minori e cioè fumo e alcool, cominciando pian piano a sondare una loro eventuale disponibilità sessuale attraverso abbracci, bacetti sulle guance o sul collo”. E la sua pericolosità, secondo la giudice, “non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice”.

    Gli stessi carabinieri, coordinati dal comandante Michele Lastella, in un’informativa inviata alla gip avevano però sottolineato che l’istituto di Chiavari non era idoneo a garantire che Melis – già preside dell’istituto Assarotti e fino a qualche tempo fa coordinatore ligure delle scuole cattoliche Fidae – non avesse contatti con minori, visto che la struttura affaccia su due scuole e una scuola di danza.

    Il gip di Savona alla fine, nell’emettere la nuova ordinanza di custodia cautelare, ha quindi disposto il carcere e nella mattinata di sabato il Nucleo Operativo della Compagnia Genova Centro ha tratto in arresto padre Melis e lo ha trasferito a Pontedecimo. Il sacerdote la mattina del 7 agosto si è presentato in tribunale per l’interrogatorio di garanzia e si è avvalso della facoltà di non rispondere.
    https://www.genova24.it/2024/08/troppo-pericoloso-domiciliari-non-idonei-padre-andrea-melis-trasferito-in-carcere-395662/
  • Padre Andrea Melis, indagato per violenza sessuale su minore, lascerà Chiavari

    Padre Andrea Melis, indagato per violenza sessuale su minore, lascerà Chiavari

    Si è avvalso della facoltà di non rispondere, nell’interrogatorio di garanzia davanti al Gip, padre Andrea Melis, il religioso dell’ordine delle Scuole Pie, già preside della scuola di via Assarotti a Genova gestita dall’Ordine di San Giuseppe Calasanzio, indagato per violenza sessuale su minorenne, prostituzione minorile e tentata violenza aggravata.

    Una vicenda i cui contorni sono ancora tutti da definire, partita dalla denuncia sporta dai genitori del ragazzo, oggi sedicenne, che avrebbe avuto rapporti intimi con il sacerdote fin dall’età di 13 anni.

    (…) Una storia che tocca anche Chiavari, dove è presente in via Rivarola la comunità di Padri Scolopi nella quale padre Melis è stato trasferito dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia.

    A pochi passi da luoghi frequentati da minori come l’istituto Della Torre e una scuola di danza, nonostante il religioso si trovi agli arresti domiciliari e non possa in alcun modo svolgere attività pastorale o uscire dal convento.

    Su parere dei Carabinieri, Melis sarà trasferito dunque in un’altra comunità: «Chi sia a conoscenza di eventuali abusi, parli» è l’appello dei militari dell’Arma.

    Padre Andrea Melis, indagato per violenza sessuale su minore, lascerà Chiavari