Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: violenza sessuale

  • Abusi sessuali nel clero, don Alberto Lucchina allontanato dall’Isola

    Abusi sessuali nel clero, don Alberto Lucchina allontanato dall’Isola

    Milano – Le strade dei due fratelli sacerdoti, infine, si sono divise. Don Alberto Lucchina – condannato dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a cinque anni di esercizio del sacerdozio in una casa di riposo con anziani con sospensione delle attività con bambini e ragazzi per presunti abusi commessi negli anni Novanta su una donna all’epoca minorenne – secondo quanto ha reso noto l’associazione Rete L’Abuso è stato trasferito nell’ex seminario di Seveso, in Brianza. Il fratello, don Maurizio Lucchina, ha incassato invece l’archiviazione dell’indagine a suo carico per violenza sessuale scaturita dalla denuncia di un’altra donna, che lo ha accusato di aver abusato di lei nel 2016.

    L’atto finale di due complesse vicende che si sono intersecate, finite anche al centro di un esposto in Procura presentato a maggio dell’anno scorso dall’associazione in prima linea contro “gli abusi sessuali del clero” che ha raccolto alcune segnalazioni dei parrocchiani: don Alberto, infatti, nonostante il provvedimento del Tribunale ecclesiastico era stato lasciato per alcuni mesi nella parrocchia del quartiere milanese Isola, frequentata da bambini e adolescenti. La stessa parrocchia dove presta servizio anche il fratello, don Maurizio Lucchina, a sua volta finito al centro di accuse di abusi sessuali, episodio non collegato alla vicenda del fratello.

    L’associazione fondata da Francesco Zanardi aveva chiesto quindi ai magistrati “ogni opportuna verifica e di emettere ogni provvedimento idoneo a garantire la protezione dei minori”. Infine per don Alberto è scattato il trasferimento nell’ex seminario di Seveso, che nel 2013 ha cambiato la sua destinazione d’uso divenendo Centro Pastorale Ambrosiano, allontanandolo quindi dalla parrocchia Santa Maria alla Fontana. Nel 2020 don Alberto, all’epoca parroco di Inzago (poi si è autosospeso), fu accusato da una donna di averla violentata negli anni Novanta, quando era un giovane sacerdote nel Varesotto, attraverso una lettera resa pubblica dalla vittima.

    L’arcidiocesi di Milano ha avviato quindi un’indagine sulla denuncia, che si è conclusa nel 2022 con la condanna al termine di un procedimento canonico che ha visto la vittima, assistita dall’avvocato Daniela Cultrera, confermare le accuse. In questo caso era trascorso troppo tempo dalle violenze, denunciate nel 2020 ma risalenti agli anni Novanta, per presentare una denuncia in Procura. Ha seguito invece un iter diverso il procedimento che riguarda il fratello, don Maurizio.

    La vittima, maggiorenne all’epoca dei presunti abusi nel 2016, ha sporto denuncia in Procura ma il pm ha chiesto l’archiviazione sostenendo che è stata presentata oltre il limite temporale, scaduto nel 2017. Il legale della donna si è opposto chiedendo l’imputazione coatta del sacerdote 65enne per il reato di violenza privata (procedibile d’ufficio) aggravato perché commesso da un ministro di culto. Istanza respinta dal giudice per le indagini preliminari di Milano, che ha archiviato l’indagine.

  • Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Le vecchie abitudini di abuso clericale sono dure a morire nelle Filippine

    Un caso grave mostra come alcune autorità ecclesiastiche cerchino ancora di coprire le aggressioni sessuali ai minori

    I numerosi episodi di abusi sessuali su minori da parte di preti predatori hanno svergognato migliaia di buoni vescovi e chierici benevoli che sono stati giustamente irritati dagli atti salaci dilaganti dei loro compagni preti pedofili e in alcuni casi da vescovi di alto profilo e cardinali di alto rango.

    Si sentono impotenti quando il loro vescovo protegge il prete abusatore e lo chiama “suo figlio”.

    Desiderano giustizia per le vittime e desiderano esonerare la propria vocazione e il sacerdozio macchiato dalla tirannia dei preti abusatori.

    La Chiesa ha succintamente affermato che ogni atto di abuso sessuale contro un bambino non è solo un crimine atroce nel diritto civile, ma una violazione della legge della Chiesa. 

    Papa Francesco afferma che l’abuso sui minori da parte di un religioso è “una ferita profonda che chiede guarigione”.

    Ci sono molte occasioni in cui i vescovi sono stati rimproverati da Papa Francesco per aver coperto le denunce di abusi sui preti invece di cercare di aiutare le vittime e trovare loro terapia, guarigione e giustizia. 

    Spesso cercano di riscattare il bambino vittima e la famiglia con denaro e promesse di una vita piena di risorse. 

    Questo è esattamente quello che è successo nella provincia di Cagayan, nel nord delle Filippine, l’anno scorso. 

    L’ultima ferita subita da una bambina (Angelica, non è il suo vero nome) è avvenuta quando aveva 15 anni. 

    Ha denunciato di essere stata violentata e aggredita sessualmente molte volte da un prete, Karole Reward Ubina Israel, 29 anni, assistente parroco della chiesa di St. Vincent Ferrer a Solana, Cagayan.

    Secondo gli atti del tribunale, il sacerdote della diocesi di Tuguegarao , la città più popolosa di Cagayan, è stato arrestato in flagranza di reato di seduzione e abuso di minori il 18 ottobre 2022, in un’operazione di salvataggio e arresto pianificata e approvata di Hector Eduard Geologo, direttore regionale del National Bureau of Investigation (NBI), provincia di Cagayan. 

    L’arresto è stato condotto dall’investigatore dell’NBI Jonimar Tongdo e dalla sua squadra con la collaborazione attiva dei genitori della vittima.

    Angelica, che ora ha 16 anni, faceva parte del gruppo giovanile parrocchiale. Padre Israel ne era il direttore con ascendente morale e autorità su di esso. Angelica, allora quindicenne, è stata invitata da padre Israel l’8 febbraio 2022 a cena fuori. 

    Secondo lei, l’ha bendata e si è recato ad Aparri a Cagayan. Alle 2 del mattino successivo, quando sono tornati a Solana, il prete predatore ha iniziato a molestarla toccandole le parti intime e baciandola. 

    Rimase scioccata, scese dall’auto e corse fino a casa. Aveva paura di dirlo ai suoi genitori per paura che non le credessero e la incolpassero per aver fatto serie accuse contro un prete influente.

    Non è finita qui. Il sacerdote ha poi chiesto ad Angelica di incontrarlo di nuovo per scusarsi dell’accaduto. Quindi, è andata in chiesa, ma il prete l’ha spinta nella sua macchina ed è andata in un hotel nella città di Tuguegarao e l’ha violentata. 

    Ha preso video segreti del loro atto sessuale sul suo cellulare e glieli ha inviati e ha minacciato di mostrarli sui social media se avesse osato condividere i dettagli e si fosse rifiutata di fare sesso con lui ancora e ancora. 

    Così, il sacerdote è riuscito a rendere il bambino il suo schiavo sessuale e vittima di adescamento sessuale.

    L’ha violentata molte volte e ha persino trovato il tempo di fare sesso con lei il Giovedì Santo, il culmine della Settimana Santa!

    Questi atti sessuali hanno avuto luogo in luoghi diversi: nello stesso hotel, nella sua macchina, a scuola e in un parco commemorativo.

    Angelica era traumatizzata dalla paura della disgrazia. Era depressa e ha tentato di uccidersi tre volte. 

    Gli insegnanti di Angelica, John Michael Bassig e Maria Christina de Asis, hanno ricevuto un messaggio da un’amica di Angelica, che diceva che era depressa e con tendenze suicide. Hanno parlato con lei e Angelica ha trovato il coraggio di superare finalmente la sua paura e ha raccontato loro come il prete l’ha molestata, violentata e ricattata. In seguito hanno raccontato ai genitori del prete predatore.

    Hanno cercato l’aiuto dell’NBI, che ha organizzato una trappola. Hanno programmato un incontro tra Angelica e il chierico e lo hanno arrestato quando ha tentato di nuovo di abusare di lei nella sua macchina. 

    Il suo cellulare consegnato aveva tutto: c’erano sei clip di video di sesso, chiamate audio registrate, schermate di conversazioni in cui l’accusato chiedeva al bambino di fare sesso con lui e prove di ricatti, abusi sessuali e minacce. 

    Sebbene il pubblico ministero, Kathleen Joy Ruiz Zuniega, li abbia mandati in tribunale, padre Israel è uscito libero dopo aver pagato 183.000 pesos (3.355 dollari) per ottenere la cauzione, anche se le accuse di stupro non sono rimborsabili nelle Filippine . La seconda serie di accuse, stupro multiplo, violenza sessuale e video voyeurismo – 18 in tutto – sono state presentate con regolare archiviazione.

    Queste accuse di stupro qualificato, conteggi multipli di stupro e violenza sessuale erano il contenuto della risoluzione estremamente dettagliata dell’assistente procuratore della città Kristine R. Marallag-Ave e approvata dal procuratore della città Jessie B. Usita il 27 dicembre 2022. 

    Nella sua controdeposizione, il sacerdote accusato ha negato tutte le accuse e ha insistito sul fatto che lui e il bambino erano amanti e che si trattava di un atto sessuale con consenso. Ha anche chiesto al pubblico ministero di non consentire le prove video. Ma la richiesta è stata respinta. 

    Il pubblico ministero ha sottolineato che gli atti sessuali contro la volontà di un bambino vulnerabile, anche se si trattava dei cosiddetti “amanti”, cosa che non era, sono ancora crimini atroci di stupro su minori. Il messaggio vocale registrato del sacerdote alla vittima, in cui la insultava ripetutamente con un linguaggio al vetriolo, mostra che aveva il controllo totale della situazione. 

    Sacerdoti e devoti fedeli attendono l’apertura del processo dove la vittima testimonierà. 

    Padre Rino Guaring, molto probabilmente per conto della diocesi di Tuguegarao, e parenti di padre Israel, si sono recati a casa di Angelica per risolvere il caso in via stragiudiziale. Ha promesso denaro e un’istruzione universitaria standard se avesse ritirato le denunce. 

    La vittima e la sua famiglia hanno rifiutato. 

    I genitori hanno contattato per iscritto la Fondazione Preda, che lavora per alleviare “gli abusi e le sofferenze fisiche, emotive, psicologiche e sessuali dei bambini”, chiedendo aiuto.

    La giustizia per i bambini maltrattati è una potente chiamata fatta da Gesù di Nazareth e la giustizia per il maltrattatore è ugualmente importante. L’istituzione ecclesiastica ha ingiustamente protetto per troppo tempo il prete pedofilo. Che è condannato da Papa Francesco ed è un crimine nella Chiesa e nel diritto civile.
    I vescovi sono chiamati a proteggere i bambini vulnerabili e ad assicurare alla giustizia gli stupratori di bambini in modo che possano pentirsi, confessarsi e fare penitenza, dietro le sbarre se necessario.
    https://www.ucanews.com/news/old-clerical-abuse-habits-die-hard-in-the-philippines/100045
  • Processo Rugolo: in aula il riscatto delle presunte vittime

    Processo Rugolo: in aula il riscatto delle presunte vittime

    Ansa 17 gen 22 – Enna -Il Tribunale di Enna, nel corso del processo che vede alla sbarra Giuseppe Rugolo, il sacerdote arrestato nell’aprile del 2021, con l’accusa di violenza sessuale aggravata a danno di minori, ha acquisito, su richiesta di Eleanna Parasiliti Molica, difensore della parte civile, le chat a fondo sessuale intercorse tra il sacerdote e due giovani.

    In aula era presente, oltre all’imputato, il vicario generale della Diocesi di PIazza Armerina, Nino Rivoli , che non è stato interrogato perché tutte le parti hanno acconsentito alla produzione delle dichiarazioni già rese durante le indagini preliminari.

    Accolte tutte le eccezioni formulate dalla difesa della parte civile, mentre è stata rigettata la richiesta dell’imputato di far valere dei verbali di indagine difensiva, cioè una sorta di interrogatorio, effettuato dagli avvocati difensori di Rugolo, con lo scopo di smentire gli inquirenti.

    Le indagini difensive riguardavano proprio quei due ragazzi che avevano intrattenuto, con Rugolo, chat a sfondo sessuale.

    Rigettata anche la richiesta, avanzata dall’avvocato Antonino Lizio e Denis Lovison, difensori di Rugolo, di sentire una giovane dell’associazione 360, fondata da Rugolo, che raccoglieva 200 giovani.

    Presenti in aula, oltre ad Antonio Messina, il giovane archeologo che ha denunciato il prete, i suoi genitori, assistiti dall’avvocato Giovanni Di Giovanni, e le associazioni Co.Tu.Le.Vi con l’avvocato Irina Mendolia e Rete l’Abuso rappresentata da Giuseppe Messina.

    La prossima udienza è fissata per il prossimo 14 marzo nel corso della quale saranno sentiti altri sacerdoti della Diocesi di PIazza Armerina. yur

  • Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

    Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

    La Corte di Cassazione, V sezione Penale, ha accolto il ricorso, avanzato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, nonché i rilievi formulati dagli avvocati della giornalista Pierelisa Rizzo, Eleanna Parasiliti Molica e Giovanni Di Giovanni, annullando senza rinvio il decreto del Gip del Tribunale di Enna che aveva disposto l’oscuramento del post pubblicato sul profilo Facebook della corrispondente dell’ANSA contenente le chat a sfondo sessuale intercorse fra il sacerdote Giuseppe Rugolo, arrestato ai domiciliari nel 2021 per violenza sessuale a danno di minori, ed altri giovani.

    La querela sporta da Don Rugolo contro la giornalista

    La vicenda traeva origine dalla querela sporta da Don Rugolo, contro la giornalista, che aveva pubblicato alcuni messaggi estrapolati dalle chat whatsapp dell’imputato, dopo le notizie pubblicate da due siti online che avevano escluso la presenza di materiale a sfondo sessuale nei supporti informatici del sacerdote. Le chat, pubblicate sul profilo della giornalista, peraltro già contenute nell’ordinanza di custodia cautelare, testimoniano, inequivocabilmente, il tenore delle conversazioni fra il sacerdote ed i ragazzi.

    Il post con le chat a sfondo sessuale

    Il post, dunque, resterà pubblico e nella disponibilità dei lettori. La Procura della Repubblica di Enna aveva già rigettato la richiesta di sequestro della totalità degli strumenti informatici in uso alla giornalista. “E’ chiaro l’intento di Rugolo e della Diocesi di Piazza Armerina di imbavagliare l’informazione e di colpire coloro che stanno sostenendo e difendendo il giovane che ha denunciato. Sono contenta che sia giunto dalla Cassazione questo segnale a favore dell’informazione libera”, ha commentato la giornalista Pierelisa Rizzo.

    Il sacerdote Giuseppe Rugolo accusato di violenza sessuale

    Giuseppe Rugolo è il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata a danno di minori. L’accusa è sostenuta dal pm Stefania Leone e dal procuratore capo Massimo Palmeri. Nel corso dell’udienza di ottobre, il padre della vittima che ha confermato la versione fornita dal figlio nella scorsa udienza ed un giovane che avrebbe confermato di essersi rivolto a Gisana almeno due volte per raccontare di avere subito attenzioni morbose da parte di Rugolo.

    Prete accusato di violenza sessuale su minore, no all’oscuramento del post di giornalista

  • Giornalisti: Cassazione, no ad oscuramento post su sacerdote  Conteneva chat a sfondo sessuale religioso arrestato per abusi

    Giornalisti: Cassazione, no ad oscuramento post su sacerdote Conteneva chat a sfondo sessuale religioso arrestato per abusi

    (ANSA) – PALERMO, 12 GEN – La Corte di Cassazione, V sezione Penale, ha accolto il ricorso, avanzato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, nonché i rilievi formulati dagli avvocati della giornalista Pierelisa Rizzo, Eleanna Parasiliti Molica e Giovanni Di Giovanni, annullando senza rinvio il decreto del Gip del Tribunale di Enna che aveva disposto l’oscuramento del post pubblicato sul profilo facebook della corrispondente dell’ANSA contenente le chat a sfondo sessuale intercorse fra il sacerdote Giuseppe Rugolo, arrestato ai domiciliari nel 2021 per violenza sessuale a danno di minori, ed altri giovani.

    La vicenda traeva origine dalla querela sporta da Don Rugolo, contro la giornalista, che aveva pubblicato alcuni messaggi estrapolati dalle chat whatsapp dell’imputato, dopo le notizie pubblicate da due siti on line che avevano escluso la presenza di materiale a sfondo sessuale nei supporti informatici del sacerdote. Le chat, pubblicate sul profilo della giornalista, peraltro già contenute nell’ordinanza di custodia cautelare, testimoniano, inequivocabilmente, il tenore delle conversazioni fra il sacerdote ed i ragazzi.

    Il post, dunque, resterà pubblico e nella disponibilità dei lettori. La Procura della Repubblica di Enna aveva già rigettato la richiesta avanzata, sempre da Don Rugolo, di sequestro della totalità degli strumenti informatici in uso alla giornalista.

    “E’ chiaro l’intento di Rugolo e della Diocesi di Piazza Armerina di imbavagliare l’informazione e di colpire coloro che stanno sostenendo e difendendo il giovane che ha denunciato. Sono contenta che sia giunto dalla Cassazione questo segnale a favore dell’informazione libera”, ha commentato la giornalista Pierelisa Rizzo. (ANSA).
    NU/ S45 QBKS

  • Accusato di pedofilia, il sacerdote di Pisa è stato trasferito a Roma

    Accusato di pedofilia, il sacerdote di Pisa è stato trasferito a Roma

    Il sacerdote sospeso da ogni mansione dopo lo scandalo di pedofilia che lo ha visto al centro di storie di abusi sessuali su minori è stato trasferito a Roma, nella cosiddetta “clinica per preti”, L’oasi di Elim del Santuario del Divino Amore della Capitale, un istituto da 12 posti creato proprio per il sostegno psicologico del clero.

    Un luogo dove curarsi e dove ritrovare la propria vocazione, dopo aver sbagliato e, nel caso dell’ex prelato di Pisa, dopo non aver negato le responsabilità a lui attribuite. Per lui non ci sarà nessun processo penale perché i reati sono ormai prescritti ma si svolgerà presso il Tribunale di Pisa una causa di risarcimento danni che coinvolge alcune vittime. In 4 infatti sarebbero pronti a chiedere i danni per gli abusi sessuali e le violenze subite quando erano bambini o appena adolescenti.

    Una comunità, quella pisana, e non solo, scossa nel profondo, ma non bisogna perdere la speranza. Il monsignore dell’Arcidiocesi di Pisa, accusato di molestie sessuali, abusi sessuali e violenza sessuale su minori non avrebbe negato gli addebiti al suo arcivescovo Giovanni Paolo Benotto, durante le fasi preliminari di indagine del processo canonico iniziato ad aprile scorso a seguito delle denunce delle due vittime, due fratelli pisani. 

    Il prete si è dimesso e l’arcivescovo lo ha sospeso da tutte le sue funzioni e mansioni, e ora vive a casa di un parente in attesa del termine del processo canonico e dell’iter che porterà alle decisioni finali da parte della Santa Sede, che potrebbe espellerlo dalla Chiesa, come ha espressamente detto papa Francesco per tutti i preti riconosciuti responsabili di pedofilia.

    Proprio nei giorni scorsi, dopo la morte di Benedetto XVI, Bergoglio ha deciso di proseguire le sue riforme istituendo due nuovi enti che dovranno vigilare su abusi sessuali e sulle finanze della Chiesa. Non si farà mai abbastanza per certe cose.

    https://www.ilcuoioindiretta.it/cronaca/2023/01/09/accusato-di-pedofilia-il-sacerdote-di-pisa-e-stato-trasferito-a-roma/134098/

  • “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    Federica Tourn per “Domani” – «La prima volta mi ha baciato sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucaristia, perché con me poteva vivere il sesso come espressione dell’amore di Dio».

    Inizia così della violenza sessuale, psicologica e spirituale che Anna (nome di fantasia), oggi 58 anni, ex religiosa italiana della Comunità Loyola, ha subito per nove anni da parte di Marko Rupnik. Il padre gesuita, teologo e artista noto in tutto il mondo, è oggi al centro di uno scandalo per l’accusa di abusi nei confronti di alcune suore, come Domani ha raccontato nei giorni scorsi.

    Anna, arrivata a sfiorare il suicidio per le sofferenze causate dal delirio di onnipotenza e dall’ossessione sessuale del gesuita, ha denunciato più volte il suo abusatore nel corso degli anni. Ma la Chiesa ha sempre coperto tutto.

    Quando ha conosciuto Marko Rupnik?

    Nel 1985, avevo 21 anni e frequentavo la facoltà di Medicina. Pensavo di partire missionaria dopo la laurea e sentivo il bisogno di una crescita nella fede. Ero anche appassionata di arte e una suora che conoscevo mi presentò questo pittore gesuita che aveva un piccolo atelier in piazza del Gesù a Roma. Rupnik aveva dieci anni più di me ed era al primo anno di sacerdozio; con lui mi sentivo a mio agio ed è diventato subito la mia guida spirituale.

    Che tipo di persona era?

    Già negli anni ’80 per i giovani gesuiti sloveni era una star. Aveva un forte carisma personale nello spiegare il Vangelo e una spiccata sensibilità nell’individuare i punti deboli delle persone. Così ha immediatamente capito le mie fragilità, le insicurezze e le paure che avevo.

    Come è iniziato il vostro rapporto?

    Ho cominciato a frequentare il suo atelier perché ero affascinata dalla pittura e in particolare dai colori di Chagall. Mi sentivo importante per lui: mi piacevano i suoi quadri e molto spesso parlavamo mentre dipingeva. Poi cominciò a sottolineare ogni contatto tra noi, dicendomi che ogni gesto aveva un significato preciso: anche una semplice stretta di mano o una carezza sul braccio diventavano un’occasione per sottolineare la mia femminilità.

    Non potevo certo immaginare che quella fosse già una strategia per arrivare ad avere ben altro tipo di rapporti fisici con me, come non potevo capire che quell’abbraccio dopo ogni confessione era un invito ad andare oltre. Allo stesso modo non potevo immaginare che allora, quando mi spiegava che i corpi disegnati sulle tavole del Kamasutra erano una forma d’arte, era già un assiduo frequentatore di cinema porno.

    Non trovava niente di anomalo nel suo modo di fare?

    A volte mi sembrava strano, ma me lo spiegavo con il suo essere artista. Voleva che gli facessi da modella e una volta mi ha chiesto di posare per un suo quadro perché doveva disegnare la clavicola di Gesù e non cercava delle ragazze “del mondo”, che esprimevano a suo dire solo sessualità, ma una persona in ricerca come me.

    Non è stato difficile accettare e sbottonare qualche bottone della camicetta. Per me, che ero ingenua e inesperta, significava soltanto aiutare un amico. In quell’occasione mi ha baciata lievemente sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucarestia.

    Ero frastornata: da una parte sarei voluta scappare, dall’altra padre Marko mi incoraggiava dicendomi che potevo vivere quella realtà perché ero speciale ed era un dono che il Signore faceva solo a noi; che solo con me poteva vivere, anche nel fisico, l’appartenenza a Dio senza possesso, nella libertà, a immagine dell’amore trinitario.

    E lei gli ha creduto?

    Bisogna capire come funziona il discernimento ignaziano (da sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ordine a cui appartiene papa Francesco, ndr): sei chiamato a una totale disponibilità e apertura ed è il tuo padre spirituale a guidarti nella comprensione di cosa è bene e cosa è male.

    Se chi ti guida dice che Dio lo vuole e tu non obbedisci, ti metti contro Dio. È proprio lì che si può insinuare la manipolazione, come è successo con padre Rupnik. Io avevo paura di sbagliare, paura di perdere la sua approvazione, mi sentivo fortemente dipendente dal suo giudizio.

    Se non facevo come voleva lui, subito diceva che il mio cammino spirituale si arenava e mi presentava come “sbagliata” agli altri ragazzi e ragazze del gruppo che nel frattempo si andava formando intorno a lui. Soltanto padre Marko decideva chi andava bene e valeva la pena di supportare; chi invece era nell’errore veniva umiliato e messo in disparte.

    Quando ha deciso di affidarsi totalmente alla guida spirituale di Rupnik?

    Nell’estate del 1986, prima che lui partisse per un viaggio, ci siamo visti nel suo atelier. Abbiamo celebrato insieme l’eucarestia e poi lui si aspettava che mi spogliassi e mi lasciassi toccare come sempre. Quella volta però mi sono rifiutata e lui mi ha aggredita con parole molto dure e cattive, dicendo che non valevo niente, che non avrei mai fatto niente di buono; ha aggiunto che per lui ormai contavano solo altre due donne, di cui mi ha fatto il nome, e che voleva chiudere ogni rapporto con me.

    Io ero disperata perché ormai dipendevo totalmente dalla sua approvazione. Non era amore, solo paura di sbagliare. Da quella volta ho deciso di mettere da parte i miei dubbi e di affidarmi totalmente a lui.

    Ho creduto che quello che vivevamo insieme avrebbe fatto di me una persona migliore davanti a Dio; invece è stato solo l’inizio dello stravolgimento della mia identità e della perdita di me stessa.

    Si è trattato quindi di un plagio?

    È stato un vero e proprio abuso di coscienza. La sua ossessione sessuale non era estemporanea ma profondamente connessa alla sua concezione dell’arte e al suo pensiero teologico. Padre Marko all’inizio si è lentamente e dolcemente infiltrato nel mio mondo psicologico e spirituale facendo leva sulle mie incertezze e fragilità e usando al contempo il mio rapporto con Dio per spingermi a fare esperienze sessuali con lui.

    Così, il sentirmi amata come la Sapienza che gioca davanti a Dio, come è scritto nel libro dei Proverbi, si è trasformato nella richiesta di giochi erotici sempre più spinti nel suo atelier al Collegio del Gesù a Roma, mentre dipingeva o dopo la celebrazione dell’eucaristia o dopo la confessione.

    Come è entrata nella Comunità Loyola?

    Sono stata fra le prime sorelle della Comunità Loyola di Mengeš, una località a quindici chilometri da Lubiana, e ne ho fatto parte dall’1 ottobre del 1987 al 31 marzo 1994. In un periodo così delicato e fragile come è quello in cui si sceglie quale strada prendere nella vita, padre Marko ha preteso da me una disponibilità e un’obbedienza assolute, caratteristiche che erano anche un tratto distintivo del carisma della Comunità, di cui lui era il garante davanti alla Chiesa su incarico dell’allora arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar.

    Padre Marko mi ha chiesto quindi di lasciare medicina e di partire per la Slovenia con la superiora, Ivanka Hosta, e altre sei sorelle. Isolata dalla mia famiglia e dai miei amici, è stato facile per Marko manipolarmi a suo piacimento.

    Che cosa è successo in Comunità?

    Il primo gennaio 1988 ho professato nella cappella di Mengeš i primi voti religiosi davanti a monsignor Šuštar, voti che ho poi ripetuto nel 1991 nelle mani dello stesso arcivescovo. Gli abusi di padre Marko sono continuati e avvenivano in auto quando lo accompagnavo durante i suoi viaggi.

    È diventato più aggressivo: mi ricordo una masturbazione molto violenta che non sono riuscita a fermare e durante la quale ho perso la verginità, episodio che ha dato inizio a pressanti richieste di rapporti orali. La dinamica era sempre la stessa: se avevo dubbi o mi rifiutavo, Rupnik mi screditava davanti alla Comunità dicendo che non stavo crescendo spiritualmente.

    Non aveva freni, usava ogni mezzo per raggiungere il suo obiettivo, anche confidenze sentite in confessione. Lì è cominciato il mio crollo psichico.

    Le violenze sono avvenute soltanto in Slovenia?

    No, anche nella sua stanza del Centro Aletti a Roma. Qui padre Marko mi ha chiesto di avere rapporti a tre con un’altra sorella della Comunità, perché la sessualità doveva essere secondo lui libera dal possesso, ad immagine della Trinità dove, diceva, «il terzo raccoglieva il rapporto tra i due».

    In quei contesti mi chiedeva di vivere la mia femminilità in modo aggressivo e dominante e dato che non ci riuscivo mi umiliava profondamente con frasi che non posso ripetere. L’ultimo gradino di questa discesa all’inferno è stato il passare dalle giustificazioni teologiche del sesso ad un rapporto esclusivamente pornografico.

    Nel 1992, mentre frequentavo il quarto anno di filosofia alla Gregoriana, mi ha anche portato due volte a vedere dei film porno a Roma, in via Tuscolana e nei pressi della stazione Termini. Ormai stavo malissimo.

    Rupnik abusava soltanto di lei o anche di altre donne?

    In quel periodo padre Marko aveva cominciato apertamente a plagiare altre sorelle della Comunità, con le solite strategie psico-spirituali che già aveva usato con me, con l’obiettivo di fare sesso con quante più donne possibile.

    All’inizio degli anni ’90 eravamo 41 sorelle e padre Rupnik, da quel che so, è riuscito ad abusare di quasi venti. A volte a caro prezzo: una di loro, nel tentativo di opporsi, è caduta e si è rotta un braccio. Lui era sfacciato e parlava apertamente delle sue tattiche per ammorbidire quelle che gli resistevano. Ho provato a fermarlo ma era inarrestabile nel suo delirio. L’ho anche minacciato di denuncia ma mi ha risposto: «Chi vuoi che ti creda? È la tua parola contro la mia: se parli, ti faccio passare per matta».

    Lei che cosa ha fatto?

    A quel punto volevo soltanto che tutto finisse. Sono scappata dalla Comunità per lasciarmi morire nei boschi: speravo che quel gesto estremo avrebbe ricondotto padre Marko alla ragione.

    Per fortuna, invece, è sopravvissuta. Lui come ha reagito?

    L’ho affrontato accusandolo di falsità ma la sua unica reazione è stata il silenzio. Volevo anche parlare con la mia superiora Ivanka Hosta di quel che era successo ma in quel momento non ne ho avuto la forza e ho cercato invece di concentrarmi sulla tesi in filosofia, che ho discusso a giugno del 1993.

    Nel frattempo, però, un’altra sorella si è rivolta a Hosta per raccontarle del devastante rapporto che padre Rupnik intratteneva sia con lei che con me.

    Che cosa è successo a quel punto?

    Padre Marko è stato provvisoriamente allontanato dalla Comunità per il periodo estivo. Ho chiesto allora di poter incontrare il consigliere spirituale di padre Rupnik, padre Tomáš Špidlík (poi creato cardinale diacono nel 2003 da papa Wojtyla, ndr), con la speranza di poter finalmente riuscire a dire a qualcuno quello che era successo in tutti quegli anni.

    L’ho raggiunto al santuario vicino a Livorno dove risiedeva durante l’estate e gli ho chiesto di confessarmi. Ho cominciato quindi a parlargli degli abusi e lui mi ha bloccata dicendo che quelle erano cose mie e che non voleva ascoltarmi.

    Ero sconvolta, per un sacerdote rifiutare una confessione è un peccato grave. Non solo: mi ha consigliato di scrivere una lettera di dimissioni, lettera che ha poi scritto lui stesso e che conservo ancora, nella quale specificava che non c’erano motivi precisi per la mia richiesta di dispensa dai voti, soltanto una generica tensione che non ero più in grado di reggere.

    A quel punto ho capito che era d’accordo con padre Rupnik e che non voleva essere coinvolto nello scandalo insieme al centro Aletti, di cui era ideatore e primo referente.

    È stata aiutata da qualcuno in quel frangente?

    Nessuno mi ha aiutata: né la superiora Ivanka Hosta, a cui alla fine mi ero rivolta, né le altre sorelle della Comunità. Nemmeno i gesuiti superiori di Rupnik e l’arcivescovo Šuštar. Padre Marko era protetto da tutti e io non ero altro che il capro espiatorio di una situazione imbarazzante, l’anello debole della catena che si poteva sacrificare per un bene superiore.

    Nel settembre del 1993 sono quindi rientrata a Mengeš con Ivanka come consigliera provvisoria, in attesa delle elezioni interne, previste per la Pasqua dell’anno successivo. Il clima di ostilità nei miei confronti era palpabile ma ricordo che una sorella, di cui ancora non sapevo nulla, è venuta in lacrime a confidarmi che padre Marko aveva abusato anche di lei.

    Nessuna però osava parlare apertamente e vivevamo in un clima di omertà. Prima di Pasqua fu organizzato un incontro fra padre Marko, Ivanka Hosta e l’arcivescovo per affrontare finalmente la questione: avrei dovuto partecipare anche io ma all’ultimo momento la superiora me lo impedì. Io scrissi una lettera di denuncia che lei avrebbe dovuto consegnare all’arcivescovo ma non so neppure se monsignor Šuštar l’abbia mai ricevuta. Hosta comunque non disse nulla contro Rupnik, l’altra sorella abusata rifiutò di scrivere una testimonianza e tutto finì in un nulla di fatto. Quel che è certo è che proprio in quel periodo le costituzioni della Comunità erano in Vaticano pronte per l’approvazione.

    Rupnik non è stato sanzionato in nessun modo?

    È stato allontanato dalla Comunità ed è tornato a Roma e da allora ha continuato tranquillamente la sua carriera.

    E lei?

    Ivanka mi aveva destinata a lavorare in cucina a Mengeš per il resto della mia vita, senza nessuna prospettiva di cambiamento. Ho obbedito, anche se in cuor mio pensavo che sarei morta.

    Poco tempo dopo, alla vigilia delle elezioni interne, durante la condivisione comunitaria ho provato ancora a denunciare il malessere profondo che era alla base delle nostre relazioni ma la superiora mi ha estromessa dalle votazioni dicendo che ero pericolosa perché sotto l’influenza del diavolo. Il giorno seguente ho lasciato definitivamente la Comunità.

    Dopo che cosa è accaduto?

    Anni dopo Ivanka mi ha scritto chiedendo perdono a me e alla mia famiglia, a cui era stato detto che ero schizofrenica. Dopo le dimissioni ho sofferto a lungo di depressione e anche in seguito non sono riuscita ad avere una relazione affettiva e a costruirmi una famiglia.

    L’abuso che ho subito ha sconvolto profondamente la mia psiche e lasciato segni indelebili nello spirito e nel corpo, che mi hanno impedito di fare scelte significative.

    Arriviamo ad oggi. Da quando il caso è uscito sui giornali, i gesuiti si sono espressi in modo reticente e contraddittorio. In particolare il delegato della Compagnia di Gesù a Roma padre Johan Verschueren ha detto che Rupnik non è accusato di abusi sessuali ma di “comportamenti trasgressivi” durante la confessione. È possibile che i gesuiti non sapessero delle accuse?

    No, non è possibile. La Chiesa e l’ordine dei gesuiti erano a conoscenza dei fatti sin dal 1994, quando ho portato personalmente la mia richiesta di dispensa dei voti all’arcivescovo di Lubiana, nella quale denunciavo gli abusi da parte di padre Rupnik.

    L’arcivescovo in quell’occasione mi disse soltanto che la Compagnia di Gesù lo aveva sanzionato severamente, cosa poco credibile visto che in quegli anni nasceva e si consolidava l’operato del Centro Aletti. Non solo: anche un’altra sorella, uscita dalla Comunità Loyola nel 1996, non direttamente coinvolta nella relazione con padre Marko ma informata dei fatti, parlò nel 1998 con padre Francisco J. Egaña, all’epoca delegato per le case internazionali della Compagnia di Gesù a Roma, che la ascoltò ma non fece nulla.

    Il preposito, cioè il capo della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, ha confermato che Rupnik è stato scomunicato, in seguito a una denuncia del 2019, per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Che effetto le fa questa ammissione?

    Mi addolora profondamente, perché conferma la convinzione che ho sempre avuto, e cioè che padre Marko ha continuato ad abusare delle donne che ha incontrato durante tutto questo tempo. Andava fermato trent’anni fa. Sono sconcertata per il fatto che Rupnik ancora non avverta la responsabilità delle conseguenze che le sue azioni hanno avuto sulla mia vita e su quella di tante altre consorelle che potrebbero parlare.

    Nonostante questo, il Dicastero per la Dottrina della fede ha chiuso ad ottobre 2022 un’indagine ecclesiastica su Rupnik perché ha ritenuto che i fatti erano da considerarsi prescritti. Lei è stata ascoltata in questa occasione?

    Sì, ho testimoniato il 10 dicembre 2021 e ho raccontato tutto quello che ho subìto nei minimi dettagli.

    Dopo la sua testimonianza al Dicastero, che cosa è successo?

    Dato che per mesi non ho più saputo nulla dell’esito dell’indagine ecclesiastica, lo scorso giugno ho scritto una lettera aperta in cui ho ripetuto la mia denuncia contro padre Rupnik, indirizzata al generale dei gesuiti padre Sosa. In copia c’erano, tra gli altri, il cardinale Luis Ladaria, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis, padre Johan Verschueren, padre Hans Zollner, la direttrice del Centro Aletti Maria Campatelli e altri membri della Compagnia di Gesù e del Centro Aletti. Non ho avuto risposta da nessuno di loro.

    Pensa di chiedere un risarcimento in sede civile per i danni morali e materiali?

    Sto valutando con il mio avvocato questa possibilità.

  • Yves Hamant: “Serve un Ciase 2 sui fenomeni di influenza e abuso spirituale”

    Yves Hamant: “Serve un Ciase 2 sui fenomeni di influenza e abuso spirituale”

    Nel 2013 lei è stato uno degli iniziatori dell’Appello di Lourdes, per allertare l’istituzione sulla questione degli abusi spirituali. Le cose sono cambiate da allora?

    Hanno fatto dei progressi, ma c’è ancora molta strada da fare. Il problema principale è che globalmente l’istituzione ei fedeli tendono ancora a minimizzare la gravità dei fenomeni di abuso spirituale. Perché ritengono che «non sia grave come l’abuso sessuale» e che, siccome in genere colpisce gli adulti, «si sono potuti difendere».

    Questo genere di discorsi mostra come la maggior parte delle persone non capisca cosa sia il controllo: un processo di spersonalizzazione in cui l’abusatore prende il controllo della tua volontà al punto da chiederti cose folli. Ad esempio: spogliarti dei tuoi vestiti davanti al Santissimo Sacramento, come nell’affare Santier. È estremamente grave, perché ti distrugge moralmente, psicologicamente, possibilmente fisicamente e spiritualmente. Molte vittime di questo tipo di abusi non credono più a niente e non possono nemmeno più pregare, perché Dio è diventato loro insopportabile.

    La Ciase ha provocato un’onda d’urto su abusi e violenze sessuali nella Chiesa, come sensibilizzare sull’influenza?

    Penso che ci voglia un Ciase 2, con teologi, psicologi e canonisti, che permetta di analizzare gli abusi di potere e di coscienza, che qualifichiamo anche come abusi spirituali e che includiamo sotto la denominazione di aberrazioni settarie.

    Questi abusi di potere possono sfociare in abusi sessuali, ma solo marginalmente. La commissione Sauvé è stata accusata solo di abusi sessuali su minori; è ora necessario esaminare gli abusi commessi contro adulti vulnerabili, tenendo conto del fatto che l’influenza può rendere vulnerabile qualsiasi adulto. Ma se i cattolici hanno faticato a riconoscere l’abuso sessuale, hanno ancora più difficoltà con questo abuso, anche se oggi ci sono abbastanza libri e testimonianze per spiegarlo. Tuttavia, la loro denuncia è iniziata molto presto, ma non è stata ascoltata.

    Cioè ?

    Già nel 1977, padre Henri Caffarel sfidò il Rinnovamento Carismatico, di cui fu promotore. Segnaliamo il libro Les Naufragés de l’Esprit nel 1996 e l’articolo su La Vie nel 2001 “Guru nei conventi”, e poi i tanti articoli sulla rivista Golias, ma non li abbiamo prestati attenzione perché era Golia. Un’associazione si dedica esclusivamente a questi eccessi, l’Avref. Un ex legionario di Cristo, Xavier Léger, vi ha dato tutta la sua forza e ha creato un sito di scambi sulle comunità problematiche.

    All’interno dell’istituzione hanno lavorato instancabilmente, ma da estranee, due persone, suor Chantal-Marie Sorlin, che ha elaborato uno strumento insostituibile, una griglia di criteri per identificare gli eccessi di una comunità, e padre Dominique Auzenet. C’era effettivamente un ufficio incaricato di queste questioni, ma la sua attività era riservata. In risposta all’Appello di Lourdes del 2013, il CEF ha riconosciuto l’esistenza di questi abusi e, nel 2015, ha istituito l’unità dedicata agli abusi settari nella forma che ha attualmente.

    Cosa resta da fare secondo te, oltre un Ciase 2?

    Aumentare il livello di esigenza e rigore delle indagini canoniche, consentire alle vittime di costituirsi parte civile nei processi canonici, sistematizzare la pubblicità parziale delle sanzioni… Potrebbe essere utile almeno istituire uno schedario S delle comunità problematiche, ad uso interno, che ogni vescovo potrebbe consultare prima di invitare nella sua diocesi una comunità che non conosce, e che sarebbe accessibile anche ai responsabili della pastorale giovanile incaricati di consigliare l’orientamento delle vocazioni.

    Sembra probabile che la questione dell’influenza e dell’abuso spirituale porti a uno tsunami della stessa natura di quello dell’abuso e della violenza sessuale?

    Non ho strumenti per quantificare. Ma come disse il cardinale Stella, ex prefetto della Congregazione per il clero, in un’intervista a Vatican news nel 2018, e come mi disse qualche anno fa anche un funzionario della CEF, l’abuso di coscienza può essere anche più comune dell’abuso sessuale. Basta guardare il numero di persone colpite e il numero di partenze nelle comunità colpite! Questo sconvolge il mondo delle comunità religiose, e non solo le nuove comunità, anche se nelle più antiche le costituzioni sono più adeguate in termini di tutele. Il che mi porta anche a pensare che gli esempi siano troppo numerosi per non mettere in dubbio la possibilità di una deriva teologica.

    Cosa intendi ?

    Molti esempi recenti di abusi nelle comunità, intorno ai fratelli Philippe in particolare, hanno caratteristiche comuni. Il fatto di considerarsi degli iniziati che, in quanto tali, non sono soggetti alla morale comune, perché chiamati a qualcosa che va oltre le regole, con sullo sfondo l’idea che la vita corporea è per così dire indipendente da quella del la mente. Questo modo di pensare è sia caratteristico dei fenomeni di influenza sia, sul piano teologico, si avvicina ad un approccio gnostico. È compito e responsabilità della Chiesa cattolica analizzare questo in profondità.

    https://www.lavie.fr/christianisme/eglise/yves-hamant-il-faut-une-ciase-2-sur-les-phenomenes-demprise-et-dabus-spirituels-85565.php

  • Modulo FACEBOOK per segnalazione di una persona condannata per violenza sessuale

    Modulo FACEBOOK per segnalazione di una persona condannata per violenza sessuale

    Un modulo che permette di segnalare le persone note di condanna per violenza sessuale.

    Come tutti sappiamo non solo i minori, ma anche adulti spesso possono incorrere in adescamenti di tipo sessuale.

    Per prevenire che questo accada sui social Facebook ha previsto un apposito form per la segnalazione di persone note di condanna per violenza sessuale.

    Un sistema preventivo che certamente non impedisce l’adescamento, tuttavia molto utile in quanto tende ad evitare che chi condannato possa usare il social per farlo.

    Ecco qui il link al modulo https://www.facebook.com/help/contact/207005222725325

  • Congetture di un ex passante

    Congetture di un ex passante

    Massimo Faggioli LA CROIX – Dopo un lungo ritardo rispetto a molti altri Paesi, lo scorso 17 novembre la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha presentato il suo primo rapporto sugli abusi sessuali del clero. Si è soffermato sull’attività di prevenzione e formazione svolta dai servizi diocesani (interdiocesani e regionali) per la tutela dei minori e sulle testimonianze che le vittime hanno raccontato presso i centri di ascolto diocesani Il rapporto è il frutto della collaborazione tra la Cei e due ricercatori dell’Università Cattolica di Milano.

    Rispetto ad altri Paesi, ha una portata molto più limitata e più istituzionalmente legata alla Chiesa cattolica in Italia. È un chiaro tentativo di stabilire un proprio modello per evitare l’impatto catastrofico che le rivelazioni di abusi hanno avuto in altri paesi. Il reportage italiano: diverso da tutti gli altri Questo rapporto è molto diverso dai recenti sforzi della Chiesa in altre parti del mondo.

    Non proviene da una commissione indipendente (come è stato fatto in Francia), né da una commissione nazionale istituita dal governo (come la Royal Commission in Australia), né è uno studio scientifico di un’istituzione assunta dalla Chiesa (come il John Jay College of Criminal Justice negli Stati Uniti). E non è nemmeno uno studio nazionale sul fenomeno degli abusi nella Chiesa.

    Si tratta invece di un catalogo di testimonianze raccolte nei vari territori della penisola italiana, ma solo fino al 2019.Ci sarà presto un altro rapporto sui casi di abuso negli ultimi 20 anni, che è ancora un lasso di tempo molto breve rispetto ad altri studi.

    Le associazioni delle vittime hanno aspramente criticato questo approccio, che dipinge un quadro complesso di dove si trova la Chiesa in Italia nel percorso globale verso il bilancio del fenomeno degli abusi. Rivela anche il “punto cieco” strutturale dell’episcopato italiano sulla questione, come ha notato il teologo Marcello Neri.

    Particolarmente preoccupante è stato il tentativo dell’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, capo dell’ufficio per la protezione dei minori della CEI, di denigrare la commissione indipendente francese e il suo rapporto. Ma così facendo, Ghizzoni ha rivelato la forte resistenza dei vescovi italiani a un’indagine completa.

    L’Italia è al primo posto nei casi di abusi sessuali.

    Per fortuna, ci sono molti altri vescovi che parlano più apertamente della situazione italiana in privato e seguono politiche diverse e più proattive. Siamo passati dal momento in cui si poteva dire, senza paura di essere smentiti, che la Chiesa in Italia non ha un problema di abusi. Alla pubblicazione del rapporto della Cei ha fatto seguito, il giorno successivo, la “Giornata mondiale per la prevenzione e la guarigione dallo sfruttamento, dagli abusi e dalla violenza sessuale dei minori” promossa dall’Onu. Telefono Azzurro, Onlus per l’ascolto e l’intervento contro gli abusi sui minori, ha tenuto un convegno in occasione dell’evento.

    Monsignor John Kennedy di Dublino , segretario della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha affermato che l’Italia occupa qualcosa come il quinto o il sesto posto nel mondo intero per numero di casi di abusi. Significativamente, la sua affermazione non ha avuto quasi nessuna reazione significativa nei media mainstream italiani. Allo stesso tempo, è incoraggiante che la Chiesa in Italia abbia (finalmente) intrapreso un percorso di riconoscimento, cura e prevenzione, per quanto corretto e integrato possa essere lungo il cammino.

    Lo ha notato Maria Elisabetta Gandolfi, direttrice della rivista cattolica indipendente Il Regno , che ha spesso pubblicato articoli sulla crisi degli abusi. (Full disclosure: sono un membro dello staff de Il Regno ). Gandolfi ha anche sottolineato che i vescovi presentando il rapporto della Cei hanno riconosciuto che “un terreno culturalmente insensibile è forse anche uno dei motivi del ritardo complessivo della società italiana nel chiedere un’azione decisa e coerente contro la pedofilia e la violenza sui minori ”.Questo “terreno culturalmente insensibile” è un fattore chiave per comprendere il ritardo italiano nell’affrontare la crisi degli abusi. Fino ad oggi, c’è stato un ampio consenso in Italia sul fatto che il problema degli abusi legati alla Chiesa non fosse una priorità.

    Il rapporto della Cei è solo l’inizio. È anche un banco di prova per il più ampio, cosiddetto ” mondo cattolico ” in Italia: clero e religiosi cattolici, intellettuali laici, politici, operatori sociali e pastorali, membri di movimenti e associazioni. Un immenso cantiere teologico che atterrisce molti nella Chiesa Sarà importante anche vedere le reazioni ei contributi delle associazioni e delle reti teologiche cattoliche italiane, tutte operanti in un sistema ecclesiale che deve lavorare in un Paese che il Vaticano ha storicamente visto come il proprio orticello.

    Intellettualmente, sarà utile adottare una prospettiva che guardi alla crisi nella sua complessità e sia attenta ad evitare un approccio ipocrita che cerchi di difendere la Chiesa che in Italia ha fatto (e sta facendo) tutto quello che può e deve fare. Sarà anche importante evitare un approccio populista che cerchi di incriminare la Chiesa cattolica come un’impresa criminale dedita a perpetrare e nascondere abusi. Cercare una spiegazione monocausale – come l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, il celibato o l’omosessualità – rivela una semplificazione che rafforza lo status quo. Come hanno notato Danièle Hervieu-Léger e Jean-Louis Schlegel nel loro libro pubblicato di recente in Francia, la sfida è istituzionale ma anche culturale e teologica. Lo scandalo degli abusi ha aperto un immenso cantiere teologico che terrorizza molti nella Chiesa, e non solo nella gerarchia clericale.

    Ci vorranno generazioni per scavare e ricostruire. Purtroppo la Chiesa istituzionale non è l’unico soggetto in Italia che ha a lungo ignorato lo scandalo degli abusi. Anche le istituzioni pubbliche (come la polizia, il sistema giudiziario e il sistema scolastico), così come il sistema dei media laici, laici e indipendenti, hanno ignorato lo scandalo.

    Solo negli ultimi anni i giovani giornalisti, cattolici e non, hanno rotto il silenzio facilitato da una cultura mediatica e politica storicamente restia a indagare sulla Chiesa cattolica. Cosa ha iniziato ad aprire i miei occhi C’è ancora molta strada da fare, per tutti gli italiani, non solo per i vescovi o per i funzionari vaticani. La mia esperienza personale di studioso cattolico emigrato negli Stati Uniti mi ha insegnato molto. Il mio primo breve viaggio nel paese è stato nella primavera del 2004.

    Una delle tappe è stata a Boston, dove le indagini “Spotlight” del Boston Globe hanno cambiato per sempre la nostra conoscenza e comprensione degli abusi nella Chiesa. Questo ha cominciato ad aprirmi gli occhi. Ma quando sono tornato in Italia, mi sono reso conto che nessuno, nemmeno i cattolici illuminati e progressisti, era interessato a sentire e parlare della crisi degli abusi. Lo scandalo era scoppiato già negli anni ’90 in Irlanda, ad esempio, ma in Italia semplicemente non si è registrato.

    Allora l’idea nella penisola era che questo fosse un problema americano, non un problema italiano. Questo è certamente come la vedeva il Vaticano. Ed è anche come la vedevano la maggior parte dei cattolici italiani, fino a poco tempo fa.Mi sono reso conto della portata e della profondità della crisi solo quando mi sono trasferito negli Stati Uniti nel 2008. Come teologo cattolico laico che insegna a giovani studenti, con una giovane famiglia e bambini che frequentano una scuola parrocchiale in una delle diocesi statunitensi più colpite dalla scandalo, la crisi divenne inevitabile.

    Non solo intellettualmente, ma anche emotivamente, come studioso, professore, genitore e membro della Chiesa. Ho assistito agli effetti del caso McCarrick nel 2018 e sono diventato attivo sul campo, come studioso e come insegnante. Prima di venire negli Stati Uniti, ero uno di quei cattolici italiani della culla che non avevano mai conosciuto nessuno che avesse rivelato di aver subito abusi. Né avevo sentito parlare di abusi nella Chiesa, se non nelle notizie che venivano dall’estero. I punti ciechi che si vedono oggi nei vescovi italiani erano i miei punti ciechi fino a pochi anni fa. In un certo senso, ero uno dei tanti spettatori. Alcuni sapevano e sono rimasti in silenzio, mentre altri hanno sentito qualcosa ma non hanno pensato che valesse la pena di essere coinvolti. La maggior parte era solo culturalmente insensibile.

    Questo ruolo degli astanti (per gli abusi nella Chiesa, ma anche nelle scuole: l’insegnante come spettatore nel bullismo scolastico) è una delle cose a cui i ricercatori hanno guardato con più attenzione negli ultimi anni. È fondamentale che la Chiesa in Italia lo faccia bene Quelle poche persone che hanno alzato la voce sono state ignorate e messe a tacere, e non solo dai vescovi.

    La crisi degli abusi è molto più complicata di una netta divisione in due campi, tra vittime e sopravvissuti da una parte, autori e facilitatori dall’altra. C’è una vasta zona grigia di cui parlava già anni fa il gesuita padre Hans Zollner – il massimo esperto di abusi e prevenzione – sul settimanale culturale tedesco Die Zeit . “L’area grigia, non sono solo gli altri. L’area grigia siamo anche noi”, ha detto. L’Italia è un banco di prova cruciale per comprendere gli effetti dello scandalo abusi sulla coscienza dei nostri contemporanei, cattolici e non, riguardo alla loro percezione della Chiesa.

    Questo sarà legato all’eredità di Papa Francesco sulla gestione della crisi degli abusi. Farà parte anche dell’eredità del cardinale Matteo Zuppi, eletto presidente della Cei grazie al forte appoggio del papa. Sarà interessante vedere se la Chiesa in Italia saprà rispondere allo scandalo degli abusi, non solo a livello di pubbliche relazioni e in aula, ma anche a livello di discorso teologico, religioso e culturale. sia una sfida per la resistenza della Chiesa italiana ad accettare tutto ciò che oggi sappiamo sugli abusi, anche grazie all’evoluzione della morale, soprattutto per quanto riguarda la nostra maggiore consapevolezza della dignità dei bambini e dei minori, delle donne e degli adulti vulnerabili.

    È un risveglio al quale la tradizione cattolica ha contribuito in modo importante, anche se spesso in modo inconsapevole, involontario e indiretto. Il modo italiano di affrontare la crisi degli abusi è particolarmente importante perché, nel nostro cattolicesimo policentrico e globale, la penisola dove si trova il Vaticano è ancora il ground zero di questo cambio di paradigma epocale. Vittime e sopravvissuti falliti in Italia manderebbero un segnale particolarmente inquietante a tutti i cattolici del mondo.

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