Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: vittime

  • CZ – Il Concordato vaticano minaccia la giustizia per le vittime di abusi nella Chiesa

    CZ – Il Concordato vaticano minaccia la giustizia per le vittime di abusi nella Chiesa

       Egregio Signor Presidente,

       Caro Primo Ministro,

       Cari membri del Governo,

       Illustri membri del Parlamento e Senato,

     

    Ci rivolgiamo a voi, vittime di abusi sessuali nella Chiesa cattolica, in merito al cosiddetto Trattato Vaticano. Questo trattato, stipulato dal governo della Repubblica Ceca, contiene, tra le altre cose, una disposizione secondo cui gli operatori pastorali hanno “un diritto analogo al segreto della confessione”. Un operatore pastorale può essere chiunque i rappresentanti della Chiesa designino come tale.

    Considerata la dolorosa esperienza che abbiamo vissuto e l’esperienza di aver insabbiato e negato i casi di abuso nella Chiesa cattolica, vi esortiamo: smettete di negoziare un simile trattato!

    Lo stesso preambolo della Costituzione della Repubblica Ceca afferma che noi, come cittadini, siamo “determinati a costruire, proteggere e sviluppare la Repubblica Ceca nello spirito dei valori inviolabili della dignità umana e della libertà, come patria di cittadini uguali e liberi”. Purtroppo, nella Chiesa cattolica, la dignità umana e la libertà delle vittime di abusi vengono ancora oggi calpestate.

    Credetemi, alcuni di noi hanno passato anni a trovare il coraggio di parlare delle proprie esperienze traumatiche. Conosciamo molte altre vittime di abusi nella Chiesa che si sono confidate con noi, ma che sono riluttanti a parlare delle loro dolorose esperienze alla polizia o persino in pubblico.

    In tutto il mondo, le statistiche mostrano che circa il 4-7% dei sacerdoti cattolici sono autori di abusi.[1] Nella Repubblica Ceca, la Chiesa mantiene ancora segreti gli archivi dei vescovati e degli ordini, ma è probabile che il numero sia lo stesso. Solo l’ordine domenicano nella Repubblica Ceca, che conta solo circa 40 membri e il cui membro influente è il cardinale Dominik Duka, riferisce di aver trovato 6(!) autori tra i suoi membri.

    Sulla base della nostra esperienza, dichiariamo che la Chiesa cattolica nella Repubblica Ceca non ha ancora affrontato la questione degli abusi sessuali in modo trasparente. Noi stessi, nell’ambiente ecclesiale, abbiamo assistito a banalizzazione, indifferenza e talvolta persino minacce quando abbiamo voluto affrontare la nostra situazione. Vi sono solo una minoranza di brillanti eccezioni tra i rappresentanti responsabili.

    Quando la presidente ungherese Katalin Novák si è dimessa a febbraio di quest’anno perché aveva graziato una persona che aveva insabbiato la violenza contro i bambini, abbiamo invitato i rappresentanti della Chiesa cattolica nella Repubblica Ceca a fare quanto segue sotto forma di petizione aperta:

    1. Che i vescovi che non hanno impedito ai predatori sessuali tra i sacerdoti di operare, pur avendone avuto informazioni, si assumano la responsabilità personale e si dimettano. Ciò vale in particolare per l’arcivescovo di Praga Jan Graubner.

    2. Che la Chiesa nel nostro Paese, senza ulteriori indugi, consenta a un’istituzione indipendente (ad esempio un’organizzazione internazionale che si occupa della protezione dei diritti umani) di accedere agli archivi delle diocesi, delle comunità religiose e monastiche, per una corretta mappatura dei casi.

    Abbiamo informato la Conferenza Episcopale Ceca di queste richieste tramite la sua segreteria e il Nunzio Apostolico nella Repubblica Ceca, il Sig. Jude Thaddeus Okola. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta dalla Conferenza Episcopale Ceca. Abbiamo ricevuto alcune gentili parole dal Nunzio, in cui ci ha indirizzato alla Conferenza Episcopale Ceca. Non sappiamo come abbia reagito alla richiesta di trasmettere queste informazioni a Papa Francesco.

    Abbiamo quindi ricevuto poca comprensione nella Chiesa cattolica. Abbiamo ripetutamente invitato i rappresentanti della Chiesa cattolica della Repubblica Ceca, guidati dall’arcivescovo Jan Graubner, ad affrontare la questione degli abusi di petto. Abbiamo chiesto allo stesso arcivescovo Graubner, che era palesemente a conoscenza degli abusi sui chierichetti da parte di un sacerdote, ma che ha risolto la situazione solo trasferendolo da una parrocchia all’altra, dove questo sacerdote ha poi abusato di sempre più minori, di assumersi la responsabilità e dimettersi. Purtroppo, senza alcuna reazione o riflessione da parte sua.

    Egregio Signor Presidente e stimati politici,

    Siete i nostri rappresentanti eletti e siete tenuti a rispettare la Costituzione e le leggi della Repubblica Ceca. Durante la negoziazione dell’accordo, avete ceduto al Vaticano, come nessun altro Paese. Già nel sistema attuale, la Chiesa può efficacemente nascondersi dietro il segreto confessionale.

    Concludendo l’accordo, aiuterete i protettori dei pedofili nella Chiesa cattolica a usare e abusare del segreto confessionale e pastorale come ostacolo pratico alle indagini sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa. Si tratta di un’omertà pubblicamente dichiarata tra Stato e Chiesa.

    Ancora oggi, la polizia non si permette di indagare sui vescovati e alza le spalle quando i sacerdoti dicono loro che non possono testimoniare a causa del segreto confessionale. Ora vogliono usare questo segreto per proteggere gli “operatori della Chiesa”, cioè chiunque venga indicato dalla Chiesa. Nascondere gli abusi danneggia non solo le vittime, ma l’intera società.

    L’esperienza della Slovacchia parla chiaro: i leader della Chiesa usano i trattati vaticani come scusa e si rifiutano di collaborare con la polizia.

    Nella Repubblica Ceca, a differenza dei paesi ad ovest di noi, è praticamente impossibile

    per rendere giustizia alle vittime di abusi passati nella Chiesa cattolica,
    per realizzare un’indagine obiettiva e indipendente che riveli la vera portata del problema degli abusi nella Chiesa cattolica. La Chiesa nella Repubblica Ceca si rifiuta persistentemente di mappare l’intera portata del problema e di consentire agli esperti di accedere ai suoi archivi,
    per ottenere un giusto risarcimento per le vittime le cui vite sono state irrimediabilmente danneggiate e le cui opportunità di vita sono state spesso significativamente compromesse proprio a causa degli abusi.

    La Chiesa nella Repubblica Ceca si batte da tempo per la restituzione dei beni ecclesiastici. Sostiene che l’ingiustizia debba essere riparata. I rappresentanti eletti hanno concesso la restituzione alla Chiesa, incluso un risarcimento relativamente generoso per i beni. Perché ora non insistete affinché la Chiesa agisca in modo altrettanto giusto e generoso nei confronti delle vittime?

    Riteniamo giusto e assolutamente necessario che prima di qualsiasi accordo con il Vaticano (che in tal caso non sarà più possibile rivedere unilateralmente da parte dello Stato ceco), vengano rispettati i diritti delle vittime e che le nostre richieste vengano ascoltate.

    Allo stesso tempo, insistiamo sul fatto che qualsiasi estensione del segreto confessionale ad altre persone, designate arbitrariamente dalla Chiesa, trasformerà la Chiesa in un’organizzazione privilegiata in grado di nascondere efficacemente gli abusi. Ciò è in netta contraddizione con i legittimi interessi delle vittime, ma anche con l’articolo 1 della Carta dei diritti e delle libertà fondamentali, secondo cui le persone sono “libere ed eguali in dignità e diritti. I diritti e le libertà fondamentali sono inalienabili, inalienabili, incondizionati e inviolabili”.

    Stipulando questo accordo, non solo calpesti il ​​diritto delle vittime alla giustizia, ma rischi anche che la Repubblica Ceca venga percepita come uno Stato che tollera gli abusi sui minori e ostacola le indagini indipendenti. Ciò potrebbe avere un impatto negativo sulla nostra reputazione internazionale e attrarre altri autori di abusi.

    Grazie per aver preso in considerazione la nostra opinione. Ci auguriamo che, al momento di votare questo trattato, la saggezza, il senso di giustizia e il buon senso prevalgano sul rafforzamento della protezione di coloro che danneggiano le vittime e la società nel suo complesso.

    Se siete interessati, saremo lieti di incontrarvi e condividere le nostre esperienze presso la Camera dei Deputati e il Senato del Parlamento della Repubblica Ceca.

          Distinti saluti

    Tomáš Flégr – Praga, Adam Hnida – Karviná, Jiřina Kočí – Praga, Ladislav Koubek – Praga, Petra Panská – Praga, Jan Rozek – Velké Němčice, Irena Žáková – Tišnov

    Sopravvissuti agli abusi nella Chiesa cattolica

    https://www.procistoucirkev.cz/l/vatikanska-smlouva-ohrozuje-spravedlnost-pro-obeti-zneuzivani-v-cirkvi/

  • Abusi clericali su minori, in Trentino-Alto Adige 81 casi in 25 anni

    Abusi clericali su minori, in Trentino-Alto Adige 81 casi in 25 anni

    Oltre 4600 le vittime. 1250 i sacerdoti predatori. Il dato sugli abusi clericali in Italia, tra il 2000 e il 2025, emerso dall’ultimo rapporto firmato Rete L’Abuso.

    Una piaga per molti esperti sistemica, che colpisce i minori e investe dal profondo la Chiesa cattolica a tutte le latitudini.

    La pensa così anche il pedagogista Ivo Lizzola, intervenuto al quarto convegno del Servizio Tutela Minori dell’Arcidiocesi di Trento.

    Nell’ultimo quarto di secolo, sono 81 i casi di abusi segnalati in Trentino-Alto Adige, di cui 71 nella provincia di Bolzano, 9 in quella di Trento.

    Secondo Rete L’Abuso molti casi non vengono alla luce. Possono trascorrere anni prima che una vittima trovi la forza e il coraggio di mostrare le proprie cicatrici.

    Nel 2025 quattro persone si sono rivolte al Servizio diocesano denunciando abusi subiti e poi repressi, per sessanta lunghissimi anni.

    https://www.trentinotv.it/news/abusi-clericali-su-minori-in-trentinoalto-adige-81-casi-in-25-anni-4984

  • Prete abusò di un bimbo disabile che aveva perso padre e nonna, arrestato dopo oltre 20 anni: rischia l’ergastolo

    Prete abusò di un bimbo disabile che aveva perso padre e nonna, arrestato dopo oltre 20 anni: rischia l’ergastolo

    Dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di New Orleans – che ha portato a risarcimenti che hanno superato i 300 milioni di dollari – è emersa la storia di violenza subita da un bambino di 10 anni. Un caso particolarmente raccapricciante perché il piccolo era disabile e da poco aveva perso nonna e padre. In manette a distanza di più di 20 anni è finito Mark Francis Ford, 64 anni, ex sacerdote cattolico che all’epoca dei fatti prestava servizio nell’arcidiocesi della città della Louisiana (Usa)

    Secondo quanto ricostruito dalle autorità, gli abusi sarebbero avvenuti nel 2004, quando Ford era responsabile di un programma parrocchiale – God’s Special Children- da lui stesso cofondato rivolto a ragazzi con disabilità, di età compresa tra i 10 e i 14 anni. In quel contesto avrebbe conosciuto la sua presunta vittima, un bambino con disabilità mentale e fisica, segnato da un periodo particolarmente traumatico della sua vita. Il minore aveva infatti i due lutti che, secondo gli investigatori, lo avevano reso ancora più fragile. Sarebbe stato proprio in quel momento che Ford – con un atteggiamento tipico dei pedofili – avrebbe iniziato a frequentare assiduamente la sua famiglia, instaurando con il bambino un rapporto di fiducia e presentandosi come figura di sostegno, amico e mentore.

    Inizialmente, la presenza dell’allora sacerdote nella vita del minore si sarebbe manifestata attraverso attività apparentemente innocue, come giocare ai videogiochi o suonare la chitarra insieme. Con il tempo, però, il rapporto avrebbe assunto una deriva sempre più inquietante. Gli inquirenti riferiscono che Ford avrebbe mostrato al bambino materiale pornografico, per poi passare agli abusi sessuali. Dopo le violenze, la vittima sarebbe stata minacciata dall’ex sacerdote, il quale le avrebbe detto che nessuno, nemmeno la famiglia, gli avrebbe creduto se avesse denunciato gli abusi. Oggi la vittima ha 31 anni, soffre di una patologia degenerativa della colonna vertebrale che lo costringe in sedia a rotelle. Legalmente, però, è ancora considerato minorenne a causa delle sue condizioni.

    Mark Ford, che ha lasciato il sacerdozio nel 2007, rischia ora l’ergastolo obbligatorio se condannato. Fine pena mai a cui è stato condannato sempre a New Orleans nel dicembre del 2024 un altro sacerdote, poi morto in carcere. L’accusa a carico di Ford include stupro aggravato di minore, stupro di persona con disabilità, molestie e rapimento. L’arresto è avvenuto decenni dopo i fatti, nell’ambito di un’indagine più ampia sugli abusi sessuali all’interno dell’arcidiocesi di New Orleans. Ford è stato catturato a Portage, Indiana, trasferito nel carcere di New Orleans e detenuto senza possibilità di cauzione.

    Jason Williams, procuratore distrettuale di New Orleans, ha definito il caso “profondamente serio e inquietante”, sottolineando che le accuse rappresentano “una violazione inaccettabile della fiducia e un livello di vulnerabilità di cui non ci si dovrebbe mai approfittare”. L’avvocato di Ford, Ralph Whalen, non ha rilasciato commenti. Ford – come ricostruisce un dettagliato reportage del Guardian – apparteneva all’ordine dei Vincenziani ed è stato assegnato a diverse chiese nelle diocesi di New Orleans, Dallas e Gallup, in New Mexico.

    Ha lasciato il sacerdozio nel 2007 dopo aver chiesto al Vaticano la dispensa dagli obblighi clericali. Oltre al ruolo ecclesiastico, Ford ha ricoperto incarichi governativi in Louisiana e in organizzazioni no-profit, tra cui Feeding America e l’American Indian Center di Chicago. Nel 2020 l’arcidiocesi aveva richiesto la protezione fallimentare federale e, insieme alle compagnie assicurative, ha concordato un risarcimento di 305 milioni di dollari alle vittime.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/06/prete-abuso-di-un-bimbo-disabile-che-aveva-perso-padre-e-nonna-arrestato-dopo-oltre-20-anni-rischia-lergastolo/8282478/

  • Un collettivo di ex studenti Lasalliani denuncia decenni di violenze sistemiche e chiede giustizia

    Un collettivo di ex studenti Lasalliani denuncia decenni di violenze sistemiche e chiede giustizia

    Un movimento senza precedenti sta emergendo in Francia: un collettivo di ex studenti degli istituti cattolici Lasalliani, affiliati ai “Fratelli delle Scuole Cristiane”, rompe il silenzio per denunciare decenni di violenze fisiche, umiliazioni e aggressioni sessuali. Queste rivelazioni, che coprono il periodo dal 1955 al 1985, mettono in luce atti spesso prescritti per legge, ma le cui cicatrici rimangono profonde per le vittime, oggi di età compresa tra i 50 e i 70 anni. Di fronte a queste accuse, la congregazione assicura di prendere la situazione “molto sul serio” e ha già risarcito 70 persone, per un importo totale superiore a 2,4 milioni di euro, chiedendo al contempo un più ampio riconoscimento della sua responsabilità.

    Il collettivo, i cui membri testimoniano di “stupri, percosse, umiliazioni” e altre forme di abuso, si è formato per chiedere che venga fatta luce su queste pratiche ritenute “sistemiche”. Queste violenze sarebbero state perpetrate sia da figure religiose che da insegnanti laici all’interno di una ventina di istituzioni sparse sul territorio francese. L’eco delle loro voci risuona mentre la società francese e la Chiesa cattolica affrontano una presa di coscienza collettiva degli abusi passati, spesso nascosti o minimizzati.

    Philippe Auzenet, 73 anni, co-fondatore del collettivo, ha coraggiosamente condiviso la sua agghiacciante testimonianza. Racconta di essere stato “minacciato di morte, violentato, legato, appeso per i piedi” tra i 7 e i 9 anni alla scuola Lasalliana di Rouen, con aggressori che brandivano “coltelli da macellaio” e minacciavano di “cavargli gli occhi”. Esperienze traumatiche che, secondo le sue stesse parole, gli hanno “rovinato la vita”. Un altro co-fondatore, preferendo rimanere anonimo, ha anche descritto “violenze e molestie” subite presso la scuola/collegio Saint-Augustin di Saint-Germain-en-Laye tra il 1969 e il 1978. Questi resoconti toccanti illustrano la scala e la brutalità degli abusi subiti da molti bambini all’interno di queste istituzioni educative.

    La Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, fondata da Jean-Baptiste de La Salle e che oggi gestisce 150 scuole private convenzionate in Francia, ha risposto tramite il suo avvocato, Matthias Pujos. In una dichiarazione, ha affermato di essere “consapevole (…) della responsabilità che le incombe”. Dal 2014 è stata istituita una cellula di ascolto per raccogliere le segnalazioni e accompagnare le vittime. Ad oggi, sono state registrate 72 segnalazioni, che hanno portato al risarcimento di 70 persone per un importo totale di 2.434.882 euro, in conformità con le raccomandazioni della Commissione Riconoscimento e Riparazione (CRR) della Chiesa.

    Nonostante questi sforzi, il collettivo ritiene che la risposta sia insufficiente. Insiste sulla necessità di un riconoscimento esplicito della natura “sistemica” della violenza e chiede la creazione di un fondo di risarcimento sostanziale di 100 milioni di euro. Questa richiesta si inserisce in un movimento più ampio di richiesta di giustizia e riparazione per le vittime di abusi all’interno della Chiesa, a seguito delle rivelazioni del rapporto Ciase (Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa) nel 2021, che aveva stimato il numero di vittime minorenni dal 1950 a 330.000.

    La maggior parte dei fatti denunciati dall’ex collettivo Lasalliano sono prescritti, il che significa che non possono più essere oggetto di azioni penali. Tuttavia, la congregazione ha comunque presentato tre denunce giudiziarie dal 2022 ai pubblici ministeri di Besançon, Évry-Courcouronnes e Reims, riguardanti atti in cui i sospettati sono ancora vivi. Questo passo, sebbene tardivo per alcune vittime, indica la volontà di cooperare con la giustizia nei casi in cui ciò sia ancora possibile.

    Gli istituti coinvolti, alcuni dei quali oggi non appartengono più alla congregazione, si trovavano in diverse città francesi come Quimper, Rouen, Mende, Langogne (Lozère), Rueil-Malmaison, Issy-les-Moulineaux (Hauts-de-Seine), Grenoble, Igny (Essonne), Nantes o Parigi. La dispersione geografica dei casi sottolinea l’entità del problema e la necessità di un approccio completo per affrontarlo.

    Il collettivo lancia ora un appello nazionale a testimonianze, sperando di incoraggiare altre vittime a uscire allo scoperto. Questa iniziativa mira non solo a ottenere un riconoscimento pieno ed esplicito da parte della congregazione, ma anche a contribuire a un processo di guarigione collettiva. La battaglia per la verità e la giustizia è lungi dall’essere finita, e questi ex studenti sono determinati a non lasciare che questi atti di violenza cadano nell’oblio, lavorando affinché tali tragedie non si ripetano mai più nelle istituzioni educative.

  • Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta

    Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta

    “Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”. Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto”.

    A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero permettersi solo le benestanti.

    Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle donne che abortiscono.

    La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato. Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle scelte, dalla piena cittadinanza.

    Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda:
    “Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’, ‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio, Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.

    Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.

    Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.

    Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.

    C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito, facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni, i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.

    Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al massimo, qualche prudente e blando monito.

    Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro le donne secoli fa e mai interrotta.

    Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale, arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola “consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente.

    Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle donne.

    La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse, i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.

    Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il diritto di decidere se essere madri o non esserlo.

    Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/02/prevost-legge194-aborto-chiesa-notizie/8276167

  • Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

    Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

    Esiste una patologia del diritto che trasforma le aule di giustizia in labirinti senza uscita, dove il dolore delle vittime, un certo tipo di vittime almeno, rischia di diventare un freddo dettaglio procedurale. Il caso degli abusi sui bambini presso la scuola materna “Paolo VI” di Vallo della Lucania è, in tal senso, un paradigma tragico. A vent’anni dall’inizio dei fatti la Corte di cassazione civile ha dovuto alzare nuovamente la voce, annullando la sentenza della Corte d’appello di Salerno e disponendo un nuovo giudizio. È l’ennesimo atto di una tragedia che non conosce il sipario, dove il tempo non è stato galantuomo ma complice dell’oblio.

    Un excursus tra orrore e burocrazia
    La genesi del dramma risale al maggio 2006. In quel contesto, quella che doveva essere un’oasi educativa e formativa si trasformò in un luogo di violenza per alcuni bambini. La religiosa Carmen Soledad Bazan Verde finì in custodia cautelare con l’accusa di abusi sessuali su bambini di appena cinque anni. Ad arrestarla fu il procuratore della repubblica del tempo Alfredo Greco. Il primo grado di giudizio, conclusosi nel 2012 a Vallo della Lucania, produsse una sentenza di roccia: 8 anni alla Bazan e condanne per favoreggiamento alla direttrice e alla vicedirettrice, colpevoli, secondo i giudici, di aver alzato un muro di silenzio attorno a quegli orrori. Non è il primo caso, non sarà l’ultimo all’interno di una scuola, di una parrocchia, di un centro sportivo o in un’abitazione privata: certo non è prerogativa «cattolica» questa infame pratica (quando è accertata per davvero) nonostante la vulgata converga, ingiustamente, su questa linea di pensiero comune. Ma questa è un’altra storia.

    Torniamo al fatto centrale perché il percorso verso la giustizia è stato minato da quello che appare come un incredibile cortocircuito tra uffici giudiziari. Se il tribunale di Vallo aveva scavato nei fatti con precisione chirurgica, la fase d’appello a Salerno ha rappresentato una frattura inspiegabile, in un certo senso. Nel 2016, la Corte d’appello penale ribaltò tutto, mandando assolte le suore. Un esito favorito da un atteggiamento della Procura generale del tempo che ha lasciato interdetti molti osservatori: dopo aver sostenuto l’accusa per anni, la Pg chiese sorprendentemente l’assoluzione finale (addirittura sostenendo per tabulas la presenza di allegati agli atti in realtà mai esistiti!) sigillando di fatto il destino penale della vicenda con un giudicato che oggi appare inamovibile.

    La scure della Cassazione: “Sotto il minimo costituzionale”

    Oggi la partita si gioca solo sul terreno civile, l’unico rimasto aperto per ottenere un riconoscimento che sa di beffa, vista l’età ormai adulta delle vittime. Ma anche qui, la Corte d’appello di Salerno ha inciampato. La Suprema Corte, infatti, nella sua ultima motivazione (luglio 2025) non ha usato mezzi termini definendo il ragionamento dei giudici salernitani come “irrimediabilmente lacunoso e internamente contraddittorio”. Il linguaggio dei giudici di legittimità è quasi brutale: la sentenza di Salerno è stata giudicata “solo apparentemente motivata”, situandosi “al di sotto del cd. minimo costituzionale”. In altre parole, la magistratura di secondo grado avrebbe ignorato i criteri logici elementari per inseguire una tesi assolutoria priva di coerenza con le prove raccolte. Un bordello, si direbbe oggi sfiorando un sarcasmo forse inopportuno tenuto conto del contesto e dei luoghi dei fatti. È, tuttavia, la conferma di una resistenza incomprensibile nel riconoscere una verità che, se ammessa, metterebbe a nudo le gravi responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto.

    La dittatura del tempo: la giustizia come relativismo
    Qui si innesta una riflessione necessaria sulla lentezza dei processi in Italia, un male endemico che finisce per alimentare una sorta di relativismo che svuota di significato ogni valore oggettivo. Se la giustizia ha bisogno di due decenni per stabilire se un bambino sia stato violato, la sentenza finale smette di essere un atto riparatorio e diventa un documento archeologico. In Italia, la durata media di un processo che attraversa tre gradi di giudizio è tra le più alte d’Europa, un paradigma che sa ormai di stantio a furia di ripeterlo: e ieri se ne è avuta la miliardesima conferma con il rituale florilegio di lamentazioni da parte delle figure dell’apparato che vi dovrebbe porre rimedio. Anche questo è un grande classico.

    Nel caso del “Paolo VI”, siamo arrivati a venti anni di attesa. Questo tempo dilatato permette alla verità processuale di divergere dalla verità reale. Il tempo trasforma il diritto in un’opinione variabile, dove il consolidamento di errori procedurali impedisce di arrivare a una conclusione giusta. È la vittoria del formalismo sul valore della persona umana. Quando il giudicato penale si cristallizza su un’assoluzione per inerzia degli uffici inquirenti, lo Stato abdica alla sua funzione regolatrice. “La giustizia che non è celere non è giustizia: è solo un’ingiustizia più lenta”, lo disse secoli fa un certo Seneca, epicureo quanto basta per fotografare ciò che avviene ancora oggi e, chissà, forse avverrà ancora domani.

    Nel caso dei minori di Vallo, il riconoscimento della verità, arrivando dopo vent’anni, è ormai privo della sua forza catartica, liberatoria. Le vittime sono cresciute nell’ombra di un sospetto mai del tutto dissipato dalle aule di giustizia, nonostante i ripetuti richiami della Cassazione.

    Il ruolo della Chiesa e la coscienza delle istituzioni
    Mentre la magistratura si avvita su se stessa, un raggio di luce giunge paradossalmente dall’istituzione che era stata lo scenario del dramma: la Chiesa. Il cambio al vertice della diocesi ha portato un nuovo vescovo che, rompendo con il passato, ha cercato il dialogo con le famiglie delle vittime. Un atto di vicinanza morale che gioca un suo ruolo specifico in questa avvilente faccenda.

    Resta infatti il dubbio etico, chiamiamolo così: come possono gli uffici giudiziari ignorare le lacune segnalate per ben due volte dalla Cassazione (una volta in sede penale e una in sede civile)? L’inerzia di chi avrebbe dovuto proteggere i diritti dei minori rischia di restare una macchia indelebile. È la dimostrazione che, quando le istituzioni rinunciano alla ricerca della verità per «amore» di una stasi burocratica, aprono la strada a quella dittatura del caso dove a vincere non è chi ha ragione, ma chi riesce a far passare più tempo. Il nuovo rinvio alla Corte d’appello di Salerno rappresenta l’ennesima chiamata alla dignità del sistema giudiziario, in questo caso campano. I legali delle vittime hanno già avviato le procedure di riassunzione. Non si tratta più solo di quantificare un danno economico, ma di restituire un briciolo di fede nello Stato a un intero territorio.

    Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

  • Pedofilia: Chiesa Panama avvia indagine su abusi 2001-2026

    Pedofilia: Chiesa Panama avvia indagine su abusi 2001-2026

    (AGI) – Città del Vaticano, 2 feb. – Un processo di conversione, verità e ascolto sull’odiosa piaga degli abusi sessuali nella Chiesa: lo chiede l’arcivescovo di Panamá, José Domingo Ulloa Mendieta, che ieri, durante l’omelia domenicale, ha annunciato la creazione di una Commissione per la trasparenza indipendente con l’obiettivo di condurre una valutazione istituzionale delle azioni dell’arcidiocesi nei casi di abuso su minori verificatisi tra il 2001 e il 2026.

        “Questo percorso viene intrapreso con umiltà e con la ferma volontà di affrontare la realtà a testa alta, senza evasioni o giustificazioni, ponendo al centro le vittime e la loro dignità”, ha detto il presule, secondo quanto riportato da Vatican News. La decisione è stata presa il 26 gennaio scorso ed è nata “dalla coscienza, dalla responsabilità pastorale e dall’impegno evangelico per la verità”.

        La Commissione per la trasparenza, patrocinata dall’Università di Notre Dame (Stati Uniti) e dall’Università di Villanueva (Spagna), è composta da un team interdisciplinare di esperti e affronterà questo processo “da una prospettiva olistica”. Al centro di questo percorso ci sarà l’ascolto rispettoso e riservato delle vittime, “sia di quelle che hanno già parlato sia di quelle che non l’hanno ancora fatto”, spiega monsignor Ulloa Mendieta, precisando che questa fase centrale è cominciata il 28 gennaio e si concluderà il 30 aprile ed è rivolta alle vittime dirette e indirette di abusi subiti durante l’infanzia e l’adolescenza. (AGI)

    AGGIORNAMENTO 17:01

    (AGI) – Città del Vaticano, 2 feb. – Un processo di conversione, verità e ascolto sull’odiosa piaga degli abusi sessuali nella Chiesa: lo chiede l’arcivescovo di Panamá, José Domingo Ulloa Mendieta, che ieri, durante l’omelia domenicale, ha annunciato la creazione di una Commissione per la trasparenza indipendente con l’obiettivo di condurre una valutazione istituzionale delle azioni dell’arcidiocesi nei casi di abuso su minori verificatisi tra il 2001 e il 2026.

        “Questo percorso viene intrapreso con umiltà e con la ferma volontà di affrontare la realtà a testa alta, senza evasioni o giustificazioni, ponendo al centro le vittime e la loro dignità”, ha detto il presule, secondo quanto riportato da Vatican News. La decisione è stata presa il 26 gennaio scorso ed è nata “dalla coscienza, dalla responsabilità pastorale e dall’impegno evangelico per la verità”.

        La Commissione per la trasparenza, patrocinata dall’Università di Notre Dame (Stati Uniti) e dall’Università di Villanueva (Spagna), è composta da un team interdisciplinare di esperti e affronterà questo processo “da una prospettiva olistica”. Al centro di questo percorso ci sarà l’ascolto rispettoso e riservato delle vittime, “sia di quelle che hanno già parlato sia di quelle che non l’hanno ancora fatto”, spiega monsignor Ulloa Mendieta, precisando che questa fase centrale è cominciata il 28 gennaio e si concluderà il 30 aprile ed è rivolta alle vittime dirette e indirette di abusi subiti durante l’infanzia e l’adolescenza. (AGI)

    AGGIORNAMENTO 17:01

    (AGI) – Città del Vaticano, 2 feb. – “Siamo pienamente consapevoli del profondo dolore che comporta rivivere queste esperienze. Pertanto questo processo si svolgerà in un ambiente sicuro, empatico e assolutamente rispettoso, garantendo la riservatezza e proteggendo l’identità di coloro che scelgono di condividere la propria testimonianza”.

        Non esiste un numero ufficiale e preciso di abusi contro bambini e adolescenti da parte di membri della Chiesa cattolica a Panamá, sebbene, riferisce l’agenzia Efe, vi siano casi emblematici come la condanna a 30 anni di carcere inflitta nell’agosto 2023 a un ex sacerdote per reati di violenza sessuale. Il rapporto con le conclusioni è previsto nel mese di settembre. Il coordinatore della Commissione per la trasparenza, padre Jordi Pujol, ha affermato che l’obiettivo centrale è comprendere come si siano verificati tali episodi e quale sia stata la reazione dell’arcidiocesi. Questa valutazione cerca di “proporre meccanismi migliori per supportare le vittime, le loro famiglie e le comunità, nonché per garantire che l’arcidiocesi sia un ambiente sicuro per tutti”. L’avvocato Adrian Cuevas, membro dell’Ufficio di ascolto della Chiesa cattolica, ha affermato dal canto suo che “è fondamentale che venga rispettato il giusto processo, preservando la presunzione di innocenza finché non si stabilisce, in modo equo e definitivo, se un crimine è stato commesso o meno”.

        L’arcivescovo ha parlato di un percorso “non facile ma necessario”, di “un passo concreto verso la verità, la giustizia e la guarigione che nasce dall’impegno di prendersi cura dei più vulnerabili e di costruire una Chiesa sempre più fedele al Vangelo di Gesù Cristo”. Ulloa Mendieta ha ribadito “con assoluta chiarezza la nostra politica di tolleranza zero nei confronti di questo flagello e la priorità per le vittime, la loro dignità e guarigione e il diritto di essere ascoltate. Per noi vescovi questa valutazione è un atto di coerenza cristiana, responsabilità e autentico impegno a garantire spazi sicuri in tutte le nostre comunità ecclesiali”. (AGI)

    https://www.agi.it/agiprima/pedofilia-chiesa-panama-avvia-indagine-su-abusi–agi:sur:35401440/

  • PRAGA – Dibattito pubblico sull’abuso sessuale nella Chiesa, ospite dall’Italia Francesco Zanardi

    PRAGA – Dibattito pubblico sull’abuso sessuale nella Chiesa, ospite dall’Italia Francesco Zanardi

    Il tema dell’incontro è l’abuso sessuale nelle strutture ecclesiastiche, il suo impatto sulle vittime e il ruolo delle istituzioni nella prevenzione e nella responsabilità.

    L’ospite principale sarà Francesco Zanardi, attivista italiano, fondatore e presidente dell’organizzazione Rete L’Abuso, che da tempo si dedica al sostegno delle vittime di abusi sessuali da parte di membri del clero e promuove la trasparenza sistematica, la responsabilità e le riforme all’interno della Chiesa cattolica.

    Zanardi stesso è un sopravvissuto ad abusi sessuali e una voce riconosciuta a livello internazionale delle vittime contro l’insabbiamento istituzionale e le indagini insufficienti su questi casi.

    La discussione offrirà spazio per riflessioni specialistiche, condivisione di esperienze e confronto tra diverse prospettive di politica pubblica, tutela dei diritti dei minori e delle vittime e responsabilità istituzionale.

    Il programma comprenderà:
    * discorso introduttivo di Francesco Zanardi
    * tavola rotonda con esperti e rappresentanti delle istituzioni
    * domande e risposte con il pubblico

    Saremo lieti della vostra partecipazione e di rafforzare insieme il dialogo sulla protezione dei più vulnerabili.

    Mercoledì 4 febbraio, Camera dei deputati del Parlamento della Repubblica Ceca

    https://fb.me/e/8DyaSHVmA

  • Archiviata la querela temeraria alla giornalista Federica Tourn

    Archiviata la querela temeraria alla giornalista Federica Tourn

    Non ha voluto parlarne prima, un po’ per stile, un po’ per quel modo obliquo di guardare il mondo che preferisce illuminare piuttosto che essere illuminata. Già questa è una notizia, nella realtà di oggi bulimica di informazioni, meglio se private.

    Ora che la vicenda si è conclusa positivamente la giornalista Federica Tourn, collaboratrice di varie testate e conduttrice della trasmissione di Rai Tre “Protestantesimo”, ha scelto di raccontare la storia che l’ha vista coinvolta, ennesima dimostrazione di quanto in Italia abbiamo un problema con le querele che tentano di azzoppare, e spesso ci riescono, le inchieste giornalistiche.

    I fatti: per il quotidiano “Domani” Tourn lavora negli anni scorsi a un’ampia inchiesta sugli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Uno dei casi trattati riguarda le violenze sessuali commesse su alcuni giovani parrocchiani da un sacerdote cattolico di Enna, don Giuseppe Rugolo, educatore del gruppo Azione Cattolica presso la Parrocchia San Giovanni, nonché di responsabile del Grest (l’oratorio estivo) nella medesima Parrocchia. Don Rugolo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado poi ridotti a 3 anni di reclusione con sentenza del 1° luglio 2025.

    Una vicenda clamorosa anche perché perfettamente esemplificativa delle coperture, delle reticenze, del modus operandi oscuro che vengono messi in atto dai vertici ecclesiali in simili situazioni. Tanto che a processo per falsa testimonianza c’è anche il vescovo della diocesi siciliana di Piazza Armerina Rosario Gisana: il procedimento è ancora in corso.

    Invece di concentrarsi su preghiera e penitenza don Rugolo e i suoi legali hanno querelato tutti coloro che hanno avuto il torto di divulgare la squallida vicenda di abusi e di complicità.

    In primis a subire la reazione del prete sono stati dunque ovviamente i giornalisti, a partire dalla collaboratrice locale dell’Ansa Pierelisa Rizzo, querelata per ben tre volte per diffamazione e per diffusione di atti processuali. Con lei altri 6 giornalisti. Querelati anche il presidente di Rete l’Abuso, unica associazione italiana che si occupa di sopravvissuti ad abusi clericali, Francesco Zanardi, e una delle vittime del prete, dalla cui denuncia è scaturita l’inchiesta. Nonostante le querele siano state seguite da proposta di archiviazione da parte dei Pubblici Ministeri, la difesa del sacerdote ha sempre avanzato opposizione ed aveva anche chiesto il sequestro dei supporti informatici e dei cellulari della cronista ennese. La querela a Federica Tourn, che giunge anche questa nonostante la richiesta di archiviazione della Procura, è l’ultimo colpo di coda di questa vicenda.

    La giudice del Tribunale di Torino Alessandra Salvadori, nel disporre l’archiviazione del procedimento non manca di sottolineare come “Nel trattare della inadeguata reazione delle istituzioni ecclesiastiche di fronte ad abusi sessuali compiuti da uomini del clero, la giornalista ha parlato con proprietà e continenza della vicenda processuale dell’opponente, facendo riferimento a fatti pacificamente veri (il Rugolo era stato imputato per fatti di violenza sessuale su minori) e di rilevanza pubblica. Nel corpo dell’articolo si scrive del processo per violenza sessuale su minori a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al Tribunale di Enna; si dice che egli è “accusato di aver abusato di tre ragazzi”; e che “dovrà rispondere di violenza sessuale su minori” e, mai, si parla del Rugolo come di “condannato”».

    Resta il problema di fondo: tutti i giornalisti in questi devono sostenere spese processuali non indifferenti per difendersi. Nel caso specifico il querelante, nonostante le richiese di archiviazione delle varie Procure, ha sempre forzato la mano con le richieste di imputazione coattiva, il cui intento, decine e decine di casi analoghi lo dimostrano, è quasi sempre quello di arrecare per lo meno un danno economico a chi ha avuto il coraggio di raccontare le malefatte di turno. Una pessima abitudine quella delle querele temerarie o “bavaglio”, che dobbiamo continuare a condannare con forza. Per la libertà di informazione. Perché a prevalere deve essere sempre il diritto dei cittadini e delle cittadine all’informazione, e non l’omertà. Ricordiamolo, e non lasciamo soli i giornalisti e le giornaliste, mai. A partire dalla politica, impegnata troppo spesso più ad accusare i giornalisti che a difenderli.

    Come ha ben scritto Tonio Dell’Olio «Si chiamano “querele temerarie”. Di fatto sono una forma di minaccia, la possibilità offerta ai potenti di imbavagliare l’informazione chiedendo risarcimenti milionari. Il più delle volte a giornalisti precari che guadagnano 3 euro a pezzo e non hanno alcuna forma di garanzia da parte di una testata cui non sono legati da un contratto che li tuteli. Comportano – tra l’altro – delegittimazione e perdite di tempo. Si tratta di un fenomeno che si è esteso negli ultimi tempi producendo l’autocensura degli operatori dell’informazione. La minaccia pertanto non è contro i cronisti ma piuttosto contro il diritto dei cittadini ad essere informati, a conoscere, a crearsi un’opinione».

    Archiviata la querela temeraria alla giornalista Federica Tourn

  • La vittima di don Rugolo: «Intervenga il Papa, liberi la diocesi di Piazza Armerina»

    La vittima di don Rugolo: «Intervenga il Papa, liberi la diocesi di Piazza Armerina»

    Giustizia piena per le vittime di abusi clericali sui minori. Dai tribunali ordinari, dove la procura generale di Caltanissetta ha appena impugnato la sentenza che riduce a tre anni di reclusione la condanna per violenza sessuale su minori per don Giuseppe Rugolo, a quelli ecclesiastici.

    Antonio Messina, il giovane archeologo ennese che ha denunciato gli abusi subiti quando era ancora adolescente dal sacerdote ennese, torna a chiedere ascolto al Pontefice dopo le parole in cui riconosce la profondità della ferita creata nei sopravvissuti alle violenze ed il tema pesante del mancato ascolto da parte dei vescovi ribandendo: «Papa Leone XIV ha a disposizione quanto a lui necessario per intervenire in maniera concreta e fattiva nella Diocesi di Piazza Armerina e liberarla da chi di autentico non ha nulla: continuo nell’attesa di risposte chiare, senza fermarmi».

    Mentre l’attesa per una risposta dal Vaticano continua, la Procura generale di Caltanissetta ha presentato ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza d’appello che ha condannato il sacerdote ennese per violenza sessuale su minori a tre anni di reclusione, riducendo la pena dai quattro anni e sei mesi inflitti in primo grado. Le motivazioni della richiesta di annullamento riguardano la «lieve entità dei fatti» riconosciuta in secondo grado all’imputato. La Corte d’appello, infatti, ha ritenuto sussistente «la circostanza attenuante della minore gravità » per le condotte del sacerdote e avere diminuito così la pena dai quattro anni e mezzo del primo grado ai tre dell’appello.

    Di questo avviso non è però la procura generale che sostiene ci sia stata, invece, una applicazione erronea oltre alla contraddittorietà della motivazione in relazione proprio al riconoscimento della minore gravità. Il giudizio passa adesso alla Cassazione che dovrà decidere sul ricorso della Pg, dopo avere esaminato il contenuto del ricorso e stabilire la sussistenza degli elementi per annullare la sentenza e rinviare il procedimento ad altro giudice.

    https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3013706/la-vittima-di-don-rugolo-intervenga-il-papa-liberi-la-diocesi-di-piazza-armerina.html