Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: vittime

  • La diocesi di Ginevra verso lo smantellamento delle opere di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi

    La diocesi di Ginevra verso lo smantellamento delle opere di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi

    La diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo ha costituito un gruppo diocesano di riflessione per valutare l’opportunità di smantellare le opere dell’ex gesuita Marko Rupnik, dimesso dalla Compagnia di Gesù lo scorso14 luglio e accusato di aver abusato di almeno una ventina di donne. Il Centro Aletti, a lungo diretto da Rupnik, ha infatti realizzato in collaborazione con l’atelier peruviano Encañada  il “Cammino di gioia”, un progetto inaugurato nel 2019, che comprende 13 mosaici collocati in 12 luoghi di culto nel cantone di Ginevra. L’équipe diocesana dovrà valutare l’impatto della vita personale dell’artista sulla sua arte e l’effetto che le opere hanno sulle vittime. «I membri di questa équipe hanno svolto un’ampia consultazione con esperti ed enti competenti, oltre che con le persone coinvolte nella creazione di questo percorso artistico», ha spiegato Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo. Fra le associazioni che collaborano c’è anche il gruppo Sapec, che nel 2016 ha promosso la Cecar, la Commissione indipendente sugli abusi nella chiesa in Svizzera.

    Una decisione simile è stata presa lo scorso marzo a Lourdes, quando il rettore del Santuario Michel Daubanes e il vescovo di Tarbes e Lourdes Jean-Marc Micas hanno costituito un gruppo di lavoro per verificare l’opportunità di rimuovere i mosaici realizzati da Rupnik nel 2007 sulla facciata della Basilica del Rosario. Molte vittime in pellegrinaggio al Santuario infatti, hanno dichiarato che non riescono più a pregare di fronte alle immagini realizzate da un abusatore.

     «Non si può separare l’arte di Rupnik dalla violenza psicologica, sessuale e spirituale imposta alle vittime, che spesso erano anche le sue prime modelle», ha protestato una delle religiose che ha testimoniato di fronte ai gesuiti di aver subito molestie da Rupnik quando era ospite del Centro Aletti. Diverse ex sorelle della comunità Loyola hanno raccontato al quotidiano Domani che il sacerdote le avvicinava convincendole che l’arte è un modo per vivere la fede e poi, usando abilmente il suo carisma spirituale, abusava di loro. «Bisogna anche considerare che a comporre concretamente i mosaici c’erano anche tante artiste, alcune delle quali erano loro stesse vittime di Rupnik», ha detto la religiosa.

    Fonte: Domani

    https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/marko-rupnik-gesuita-gesuiti-chiesa-cattolica-papa-ginevra-losanna-friburgo-cw2e7kv8

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 1 del 9 settembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 1 del 9 settembre

    • 1- Ludovica Eugenio – “Porta del Vaticano intrisa del sangue di persone abusate dalla Chiesa cattolica”

    Si intitola “Porta del Vaticano intrisa del sangue di persone abusate dalla Chiesa cattolica” l’ultima opera dell’artista concettuale dissidente russo Andrei Molodkin, 57 anni, noto per l’uso di sangue umano e petrolio greggio nelle sue installazioni audaci e provocatorie, veri atti simbolici di denuncia politica, come la scultura di Putin riempita con il sangue di soldati ucraini del 2022. Molodkin, che vive in Francia, torna infatti ora in Italia con una performance destinata a provocare, se riuscirà a essere realizzata, un forte impatto: secondo quanto riporta il 2 settembre Sky News, tra poche settimane una scultura che rappresenta le chiavi di Pietro, antico emblema cristiano simbolo dell’autorità pontificia, verrà riempita del sangue donato da una quarantina di vittime di abusi e la sua immagine proiettata sulle porte della Basilica di San Pietro.

    Molodkin ha detto a SkyNews di aver scelto di protestare contro gli abusi nella Chiesa cattolica perché si tratta di una “organizzazione potente” con “molti segreti oscuri”, e di aver tratto ispirazione dalla protesta della cantante irlandese Sinead O’Connor, deceduta recentemente, contro gli abusi nella Chiesa cattolica, quando nel 1992 sul palco strappò una foto di papa Wojtyla.

    All’iniziativa parteciperà anche un prete sopravvissuto ad abusi da bambino; “La scultura – ha annunciato l’artista – è pronta a ricevere il sangue delle persone abusate dalla Chiesa cattolica, per dare loro voce”. Quale sarà la reazione in Vaticano? “Penso che ne rimarranno scioccati e sorpresi – ha detto Molodkin. “Vedere questo simbolo sacro… con il sangue delle persone maltrattate, sarà sconvolgente”.  Il sangue umano, spiega, è presente nelle sue opere in seguito al suicidio di un amico, abusato dai superiori mentre prestava servizio nell’esercito sovietico. Qui il suo obiettivo è, dichiara, «offrire semplicemente una piattaforma affinché le persone che hanno subito abusi possano uscire dal silenzio”. “Il mio intento non è distruggere, ho solo dato alle persone una voce formale per poter parlare”.

    FONTE: Sky NEWS24


    • 2- Francesco Zanardi – “Nessuno entri in quella chiesa”: l’appello dei familiari di Elisa Claps dopo la riapertura dell’edificio in cui la ragazza morì e fu sepolta

    Una croce infilzata da sandali – gli stessi a occhio di bue che indossava Elisa Claps quel 12 settembre del 1993.

    Il prossimo 12 settembre, una marcia simbolica per tornare, dopo 30 anni esatti, nel luogo da cui scomparve la 16enne. La stessa chiesa in cui è stata ritrovata cadavere dopo ben 17 anni, a 15 metri di distanza dall’altare.

    La sta assemblando il regista e attore teatrale Ulderico Pesce, con i sandali della comunità potentina “Per chiedere al Papa che quella chiesa chiuda come luogo di culto, non può venire riaperta per pregare, ci hanno scannato un agnello innocente e ce l’hanno tenuto nascosto per 17 anni. Va sconsacrata e utilizzata per accogliere donne in pericolo, proprio come Elisa.

    Nella Chiesa in cui Elisa ha trovato la morte per difendersi dal suo stalker e aggressore Danilo Restivo – ora all’ergastolo nel Regno Unito dove si era rifugiato dopo la scomparsa della Claps e dove nel 2002 ha ucciso la sua vicina di casa – è stata ritrovata una targa, accolta con evidente incredulità e sdegno dai potentini, specchio tangibile del sentire comune.

    Dopo la riapertura, lo scorso il 24 agosto come annunciato e previsto dall’arcivescovo di Potenza Salvatore Ligorio, “in sintonia con Papa Francesco”, il giorno stesso sempre il regista Ulderico Pesce ha acceso i fari su questa targa mai vista prima perché piazzata lì, nel luogo di sepoltura coatta di Elisa, pochi mesi prima che la ragazza venisse ritrovata nel sottotetto e che la Trinità venisse chiusa e messa sotto sequestro.

    Su quella targa c’è scritto in latino che viene onorato “un grande formatore della disciplina degli adolescenti” per celebrare il parroco che quel giorno, dopo che Elisa scomparve da quella Chiesa, invece di chiamare la Polizia e far partire le ricerche, decise di chiudere tutto, portarsi le chiavi e andarsene alle terme.

    Nel dialogo tra le parti sulla possibile riapertura si era convenuto “che per i cattolici, al fine di custodire al meglio la memoria di Elisa non c’è modo più appropriato della preghiera”, si legge dalla nota stampa del vescovo Ligorio. Papa Francesco ha scritto a Filomena Iemma, madre di Elisa, per sottolineare questa necessità. E sempre Bergoglio, l’11 luglio da Casa Santa Marta aveva scritto a Ligorio per “ringraziarlo per la sua visita e per la cordialità manifestatami”, a riprova che c’era da tempo una visione comune sul destino della chiesa simbolo della “Potenza bene”.

    “Nessuno entri in quella chiesa”, dice intanto a uno dei due fratelli di Elisa, Gildo Claps, “Perché quella targa è un ennesimo sfregio alla famiglia e Elisa stessa” così come ritiene “la lettera del Papa di cattivo gusto.

    FONTE: Il Fatto Quotidiano


    • 3- Federico Tulli – Cos’è la pedofilia. Chi è il prete pedofilo

    In tanti giustamente ci chiedono Cos’è la pedofilia. Chi è il prete pedofilo.

    Una premessa fondamentale. “Pedofilia” è un termine improprio giacché di “philos”, di amorevole o amichevole nei confronti del bimbo non c’è nulla. Si tratta infatti di una violenza talmente distruttiva che la psichiatria moderna la definisce un «omicidio psichico», termine coniato dalla psicoterapeuta e ricercatrice Maria Gabriella Gatti. In tal senso la definizione più esaustiva è quella dello psichiatra Massimo Fagioli: «La pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino».

    Per quanto riguarda la pedofilia clericale questa ha dei propri tratti specifici. Tratti che non sono certo quelli descritti da papa Francesco che sin dai primi giorni del suo pontificato mise in chiaro come la pensasse: «La pedofilia nella Chiesa è opera del diavolo è una malattia diabolica… dobbiamo esserne convinti per curarla». Cioè in Vaticano la violenza di un adulto su un bimbo inerme sarebbe qualcosa di astratto, un peccato, non è un crimine contro la persona ma un’offesa a Dio e nei casi più gravi (per la Chiesa), quelli compiuti durante il rito della confessione, un’offesa al sacramento. Anche qui c’è un annullamento o quanto meno una negazione della realtà del bambino. La vittima scompare e il prete va curato perché ha offeso Dio. Si tratta di una visione umanamente inaccettabile.

    Chi è dunque il prete pedofilo. Come tutti i pedofili ha delle modalità di comportamento equiparabili a quelle di un serial killer. È una persona gravemente malata di mente ma non di quelle che danno in escandescenza. Il pedofilo è estremamente lucido, razionale, privo di affetti ed emozioni. Sceglie con cura le vittime. Ed ecco il sacerdote che sfrutta la sua autorità e la sua paternità fittizia, si fa chiamare “padre”, per circuire il bimbo più vulnerabile tra quelli della sua parrocchia. Si sostituisce alle sue figure adulte di riferimento, acquista la sua fiducia, lo isola con sotterfugi e poi passa dalla violenza psicologica a quella fisica. Tutto questo, avviene nella lucida consapevolezza di poter agire pressoché indisturbato, grazie alla “copertura” delle proprie istituzioni, e di un credito socialmente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società.

    Questo significa che la vittima durante la sua vita non dovrà combattere solo contro le conseguenze della violenza in sé, ma anche contro tutto ciò che un sacerdote rappresenta ancora oggi – spesso inspiegabilmente- nell’immaginario comune. E dovrà combattere contro l’istituzione religiosa, di cui il pedofilo fa parte, capace di condizionare in maniera profonda sia l’opinione pubblica che la politica con suoi onnipresenti organi di propaganda e informazione al fine di preservare in primis l’immagine pubblica del papa. E poco importa se questo comporti la lesione di un diritto umano fondamentale: la salute psicofisica della persona.

    Fonti: Adista, Chiesa e pedofilia, il caso italiano (L’Asino d’oro ed., 2014), www.vatican.va


    • 4- Federica Tourn – A Ginevra, la diocesi mette in discussione le opere di Marko Rupni

    La diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo ha costituito un gruppo diocesano di riflessione per valutare l’opportunità di smantellare le opere dell’ex gesuita Marko Rupnik, dimesso dalla Compagnia di Gesù lo scorso14 luglio e accusato di aver abusato di almeno una ventina di donne. Il Centro Aletti, a lungo diretto da Rupnik, ha infatti realizzato in collaborazione con l’atelier peruviano Encañada  il “Cammino di gioia”, un progetto inaugurato nel 2019, che comprende 13 mosaici collocati in 12 luoghi di culto nel cantone di Ginevra. L’équipe diocesana dovrà valutare l’impatto della vita personale dell’artista sulla sua arte e l’effetto che le opere hanno sulle vittime. «I membri di questa équipe hanno svolto un’ampia consultazione con esperti ed enti competenti, oltre che con le persone coinvolte nella creazione di questo percorso artistico», ha spiegato Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo. Fra le associazioni che collaborano c’è anche il gruppo Sapec, che nel 2016 ha promosso la Cecar, la Commissione indipendente sugli abusi nella chiesa in Svizzera.

    Una decisione simile è stata presa lo scorso marzo a Lourdes, quando il rettore del Santuario Michel Daubanes e il vescovo di Tarbes e Lourdes Jean-Marc Micas hanno costituito un gruppo di lavoro per verificare l’opportunità di rimuovere i mosaici realizzati da Rupnik nel 2007 sulla facciata della Basilica del Rosario. Molte vittime in pellegrinaggio al Santuario infatti, hanno dichiarato che non riescono più a pregare di fronte alle immagini realizzate da un abusatore.

     «Non si può separare l’arte di Rupnik dalla violenza psicologica, sessuale e spirituale imposta alle vittime, che spesso erano anche le sue prime modelle», ha protestato una delle religiose che ha testimoniato di fronte ai gesuiti di aver subito molestie da Rupnik quando era ospite del Centro Aletti. Diverse ex sorelle della comunità Loyola hanno raccontato al quotidiano Domani che il sacerdote le avvicinava convincendole che l’arte è un modo per vivere la fede e poi, usando abilmente il suo carisma spirituale, abusava di loro. «Bisogna anche considerare che a comporre concretamente i mosaici c’erano anche tante artiste, alcune delle quali erano loro stesse vittime di Rupnik», ha detto la religiosa.

    Fonte: Domani


    5- Pierelisa Rizzo – Manfredonia. “Mi ha toccato nelle parti intime e mi ha chiesto di fare sesso. 

    Sono ormai decine le testimonianze di giovani o meno giovani che confessano di essere stati oggetto di interesse sessuale da parte di sacerdoti. Oggi ve ne raccontiamo una.  “Sono anni che ho lasciato Manfredonia e vivo in Inghilterra – racconta Francesco, il nome è di fantasia –  Ero rimasto in buonissimi rapporti con tutti i sacerdoti tra cui Giuseppe, anche il nome del sacerdote di cui parla il ragazzo è, chiaramente, di fantasia.- Proprio con lui ci eravamo sentiti due anni fa e avendo saputo che sarei sceso a Manfredonia per le ferie estive, mi chiese di andare a prendere un caffè insieme”.

    Ma le cose non andarono come il giovane, che ha raccontato tutto dalle pagine del giornale on line Statoquotidiano, pensava. Dopo una serata in compagnia ed un aperitivo, infatti, il sacerdote invita il giovane a casa sua per una cena. Ed è lì che avviene l’approccio con chiaro intento di fare sesso con il giovane. “A quel punto me ne andai di corsa spaventato.

    Non ho denunciato questa situazione, no. – racconta il ragazzo-  Ho contattato solo  un altro sacerdote di Manfredonia, riferendogli quanto accaduto. Purtroppo, io, avendo precedenti penali per fatti avvenuti più di 12 anni fa, ho avuto paura di ritornare in tribunale e magari di non essere creduto dal giudice o da chi di dovere”. Ancora scosso per quanto vissuto, il giovane continua a chiedersi “Cosa sarebbe accaduto se, al posto mio ci fosse stato un bambino indifeso?”.

    FONTE: Stato Quotidiano


    • 6 – Alessio Di Florio – Ogni secondo conta, necessario agire a livello europeo

    Ogni secondo è prezioso, vitale, salva la vita. È quel che accade con il soccorso, con persone ferite o una malattia. Agire tempestivamente può fare la differenza tra la vita e la morte. Lo è nel soccorrere o curare e può esserlo anche in altri ambiti. Ogni ritardo contro gli abusi sessuali, ogni secondo perso prima di impegnarsi concretamente ci sono nuovi abusi, stupri, violenze. è giunto il momento di agire a livello europeo per trovare una soluzione al problema degli abusi sui minori della mancanza di una rivalutazione storica della questione. A lanciare l’allarme è la NGO Justice Initiative – lanciata dalla svizzera Fondazione Guido Fluri che ricorda come ancora oggi, queste vittime soffrono per gli abusi subiti in passato. In alcuni paesi europei sono stati fatti degli sforzi per rimediare alle loro sofferenze, ma nella maggior parte degli Stati la questione non è stata affrontata in maniera seria.

    Due le direttrici principali dell’azione di Justice Initiative: mozione a riguardo è stata depositata presso il Consiglio d’Europa, che si sta occupando del dossier per il passato su cui si chiede verità, riconoscimento, riparazione e prevenzione.

    Una petizione, ancora in corso, per chiedere che Bruxelles assuma una posizione di leadership mondiale e voti a favore dell’attuale proposta di legislazione CSAM dell’UE, rendendo internet #safeforkids è la direttrice per il futuro.

    Justice Initiative ha promosso l’esposizione fotografica itinerante “SHAME – European Stories” realizzata dal fotografo italiano Simone Padovani allestita con successo in numerose città, Un catalogo che riunisce i ritratti delle vittime facenti parte del progetto “SHAME – European Stories” è già stato pubblicato in sette lingue.

    Il progetto è appoggiato sostenuto e condiviso da numerosi associazioni nazionali e internazionali tra le quali troviamo: Rete L’Abuso, Ecpat, Emergency, Chile Safety On, Cnca, La Gabbianella, Eca Global, Brave Movement, Snap, e tantissime altre che trovate nel sito di Justice Iniziative.

    FONTE: Justice Initiative – Vera Pagnoni


    Ne “Gli Speciali” di questa settimana, il dottor Dante Ghezzi spiega il trauma dell’abuso sessuale

     

  • L’Abbazia di Hauterive cerca le vittime di abusi di un ex monaco

    L’Abbazia di Hauterive cerca le vittime di abusi di un ex monaco

    L’abbazia cistercense svizzera di Hauterive, nel cantone di Friburgo, ha annunciato il 4 settembre 2023 che un membro della sua comunità ha abusato sessualmente di donne adulte dagli anni Settanta agli anni Novanta. L’abate di Hauterive, fr. Marc de Pothuau ha lanciato un appello per trovare tutte le potenziali vittime.
    «Crediamo che la copertura mediatica possa aiutare le vittime», ha detto Dom Marc de Pothuau a un gruppo di giornalisti riuniti nell’Abbazia di Hauterive. Insieme al responsabile della comunicazione della comunità, Xavier Pilloud, l’abate ha parlato con l’espressione seria che accompagna le notizie difficili. Finora, questo centro spirituale nel cantone di Friburgo sembrava essere stato risparmiato dagli scandali sessuali che hanno proliferato nella Chiesa negli ultimi decenni.

    «Anche la comunità dell’Abbazia di Hauterive conosce il profondo rammarico e il dolore di essere stata il luogo in cui le donne dicono di aver subito abusi sessuali, di essere state tradite nella loro fiducia e ferite nella loro fede», si legge nel preambolo del testo di Dom Marc de Pothuau.

    Derive nella guida spirituale

    I fatti denunciati risalgono a più di trent’anni fa. Per circa quindici anni negli anni ’80, in qualità di confratello albergatore, il religioso accusato era responsabile dell’accoglienza degli ospiti. «Ma non sempre ha mantenuto una distanza sufficiente da alcune donne», osserva l’abate. In concreto, il monaco cistercense avrebbe approfittato del suo ruolo di consigliere spirituale per allungare le mani in modo non consensuale su donne adulte. Marc Pothuau ha dichiarato alla conferenza stampa che dalla fine degli anni ’70 sono stati identificati in totale sei casi. «Ma potrebbero essercene altri», ha detto l’abate.

    Il religioso accusato aveva già attirato l’attenzione su di sé molto tempo fa. Nel settembre 1992, un ospite aveva inviato un reclamo all’Abate di allora, Dom Bernard Kaul, ora deceduto. L’abate aveva revocato al religioso la responsabilità e lo aveva mandato in altre comunità, al fine di aiutarlo a riscoprire il senso della sua vocazione. Dom Kaul aveva inviato una lettera a tutti i conoscenti dell’ex religioso, spiegando i fatti di cui l’uomo era stato accusato e cercando altre possibili testimonianze. In risposta, tra le circa sessanta testimonianze che lodavano il monaco, ne ricevette una di una donna che diceva di averlo perdonato per aver tentato di baciarla sulla bocca.

    L’abbaziato di Lepori

    Dom Mauro-Giuseppe Lepori, eletto abate di Hauterive nel 1994 e abate generale dell’Ordine cistercense dal 2010, non ha ricevuto immediatamente dal suo predecessore un fascicolo sui problemi del monaco né alcuna denuncia di abusi sessuali durante il suo abbaziato. Tuttavia, appena eletto, il monaco ticinese ha scoperto che questo religioso aveva una relazione segreta con una donna adulta e consenziente. Perciò padre Lepori invitò questo fratello a rivedere la sua scelta monastica. Il fratello rifiutò e lasciò la comunità nel 1996 per sposarsi. Oggi, dom Lepori sostiene l’approccio della comunità», spiega l’abate de Pothuau.

    «Una nuova consapevolezza»

    Solo nel 2019 una donna che si dichiarava vittima ha raccontato la sua storia all’attuale abate, Dom de Pothuau, eletto nel 2010. È stato allora che «ho iniziato, insieme alla comunità, a rendermi conto della portata del problema», osserva la guida di Hauterive. L’abate ha quindi incontrato la comunità in diverse occasioni. Pur avendo deciso di non sporgere denuncia, Dom Pothuau ha contattato la polizia cantonale, che gli ha comunicato che, essendo scaduti i termini di prescrizione, non era possibile avviare un procedimento penale.

    Una relazione asimmetrica

    L’abate ha quindi condotto le sue indagini, dalle quali è emerso che almeno sei persone erano state vittime del monaco. Ne ha incontrate tre con le quali ha iniziato un processo di riparazione. Ne ha contattata un’altra e ha identificato altre due potenziali vittime consultando gli archivi dell’Abbazia.

    Oggi il presunto colpevole ha più di 90 anni, soffre di demenza senile e non riesce più a comunicare. «I suoi tutori legali sono d’accordo con l’approccio attuale», dice Dom de Pothuau. Non è quindi possibile intraprendere alcuna azione concreta contro il presunto colpevole, poiché i fatti sono legalmente prescritti e il diritto canonico non si applica, ovviamente, alle persone che hanno lasciato un’ordine religioso.

    Rimane il bisogno di riconoscimento e di riparazione, che è al centro della comunicazione voluta dall’Abbazia. «Negli ultimi anni, la società e la Chiesa hanno fortunatamente compreso la gravità di qualsiasi attacco all’integrità sessuale, così come la nozione di consenso nel contesto di una relazione asimmetrica e di guida spirituale», sottolinea l’Abate. Il religioso viene descritto come «noto ai suoi tempi per il suo carisma e il suo contagioso buonumore», con cui offriva una relazione «ovviamente asimmetrica», osserva Dom de Pothuau.

    Impatto devastante: l’esempio della vicenda Santier in Francia

    «L’affare Santier in Francia (ottobre 2022), un anno dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase), ha provocato una nuova presa di coscienza», è stato ricordato in conferenza stampa. Il vescovo emerito di Créteil è stato sanzionato ecclesiasticamente per abusi spirituali a scopo sessuale senza che la sanzione fosse resa pubblica. «Questo esempio illustra l’immensa difficoltà che le vittime di abusi incontrano nell’osare parlare apertamente», osserva ancora l’abate Marc de Pothuau.

    «Presumiamo che ci siano altre vittime».

    Dom Marc de Pothuau prosegue: «Avendo potuto misurare l’impatto devastante sulla prima denunciante che abbiamo incontrato, in particolare il peso opprimente e paradossale del senso di colpa, ho capito allora che avevamo il dovere di fare qualcosa di più», dice l’abate. Alcune delle donne coinvolte erano più vulnerabili di altre», spiega.

    Dopo una lunga discussione in comunità, i religiosi di Hauterive sono giunti alla conclusione che era loro responsabilità morale non lasciare le cose come stanno. «Perché presumiamo che ci siano state altre vittime». Da qui l’appello a tutti gli interessati a contattare gli organi competenti. L’abate cita la Commissione della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF) sugli abusi (CASCE), o la commissione indipendente CECAR. L’abate ha pure precisato che l’Unione dei Superiori Maggiori (VOS’USM) partecipa al fondo di compensazione istituito con i vescovi svizzeri e che l’Abbazia non proporrà alcun risarcimento finanziario diretto.

    Nessun legame con l’inchiesta nazionale

    Dom de Pothuau precisa che l’appello ai testimoni non ha nulla a che vedere con l’attuale indagine nazionale sugli abusi sessuali nella Chiesa in Svizzera, i cui primi risultati saranno resi pubblici il 12 settembre. «Abbiamo applicato una nostra agenda in questo processo», afferma il cistercense, che ha comunque inviato il dossier ai responsabili dell’inchiesta svizzera.

    «Questo caso, che per noi è di tanti anni fa, continua a essere oggi una fonte di sofferenza per queste donne che sono venute all’Abbazia di Hauterive più di trent’anni fa per cercare la pace e il conforto della presenza di Cristo», prosegue l’Abate che ha anche sottolineato la disponibilità dei responsabili a incontrare le vittime «e, se necessario, a cercare con loro una via d’uscita dall’impasse in cui uno dei monaci all’epoca le avrebbe gettate». (cath.ch/rz)

    Raphael Zbinden/traduzione e adattamento catt.ch

    I dati di contatto per segnalare casi sono i seguenti:

    Commissione per il risarcimento delle vittime di abusi sessuali commessi in ambito ecclesiastico e soggetti a prescrizione (CASCE-LGF): +41 79 387 21 82/ casce@diocese-lgf.ch
    -Commissione Ecoute Conciliation Arbitrage Réparation (CECAR): +41 77 409 42 62/ info@cecar.ch
    Abbaye d’Hauterive: +41 26 409 71 00/temoignage@abbaye-hauterive.ch

    https://www.catt.ch/newsi/labbazia-di-hauterive-cerca-le-vittime-di-abusi-di-un-ex-monaco/

  • Ogni secondo conta: è giunto il momento di agire a livello europeo

    Ogni secondo conta: è giunto il momento di agire a livello europeo

    L’azione di Justice Initiative si articola su due assi principali. Quello riguardante il passato chiede in particolare per le vittime di abusi quattro cose: verità, riconoscimento, riparazione e prevenzione.  Una mozione a riguardo è stata depositata presso il Consiglio d’Europa, che si sta occupando del dossier.

    Il secondo asse concerne il futuro ed è concretizzato da una petizione lanciata da Justice Initiative a livello di Unione europea e che ha finora raccolto oltre 325mila firme. Essa chiede che Bruxelles assuma una posizione di leadership mondiale e voti a favore dell’attuale proposta di legislazione CSAM dell’UE, rendendo internet #safeforkids. La raccolta di firme è ancora in corso: l’NGO ha ancora un mese abbondante per raggiungere il traguardo delle 500mila sottoscrizioni.

    Justice Initiative è attiva in una dozzina di Paesi europei, dove conduce pure campagne a livello nazionale. In Italia la NGO – che è in collegamento con altre associazioni che lottano per i diritti delle vittime come, ad esempio, Rete l’abuso – sostiene una proposta di legge per adottare politiche efficaci contro la violenza in danno di bambini e bambine, a cominciare dalla messa in atto di adeguati strumenti conoscitivi e di azioni di prevenzione di un fenomeno che insiste in modo preoccupante su tutto il territorio. Tra le varie attività condotte in Italia finora c’è la campagna di prevenzione nelle scuole superiori del Veneto e azioni di volantinaggio a sostegno della petizione a Torino, Roma e Venezia.

    Per appoggiare le sue campagne Justice Initiative ha nel corso degli ultimi anni creato alcuni strumenti. Primo fra tutti l’esposizione fotografica itinerante “SHAME – European Stories” realizzata dal fotografo italiano Simone Padovani e già allestita con successo in numerose città tra cui Venezia, Milano, Madrid, Lisbona, Bucarest, Berlino e Helsinki e al Palais De L’Europe a Strasburgo, sede del Consiglio D’Europa. Un catalogo che riunisce i ritratti delle vittime facenti parte del progetto “SHAME – European Stories” è già stato pubblicato in sette lingue. La NGO ha anche patrocinato diversi eventi accademici, tra cui un simposio a Berna (Svizzera), e dei convegni a Parigi, a Ghent (Belgio) e a Lisbona. La lotta contro gli abusi e in favore delle vittime viene portata avanti anche sui canali social di Justice Initiative, in particolare Instagram, facebook e tiktok.

    Il progetto è appoggiato sostenuto e condiviso da numerosi associazioni nazionali e internazionali tra le quali troviamo: Rete L’Abuso, Ecpat, Emergency, Chile Safety On, Cnca, La Gabbianella, Eca Global, Brave Movement, Snap, e tantissime altre che trovate nel sito di Justice Iniziative.

    Link utili:

    https://justice-initiative.eu/it/

    https://www.facebook.com/justiceinitiativeitalia

    https://www.instagram.com/justiceinitiative.ita/

  • Pedofilia: in Italia è vietato indagare sulla Chiesa

    Pedofilia: in Italia è vietato indagare sulla Chiesa

    di Federico Tullli – L’Italia è l’unico tra i Paesi di tradizione cattolica in cui la Chiesa e le istituzioni laiche (Governo, Parlamento) non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che purtroppo è diffuso in tutta la Penisola quanto meno da decenni: la pedofilia.

    In tanti sicuramente avrete visto il film Spotlight, premio Oscar nel 2016, che ricostruisce la lunga inchiesta dei giornalisti del Boston Globe su centinaia di casi di pedofilia insabbiati dall’arcivescovo Bernard Law. L’indagine valse il Premio Pulitzer al team investigativo ma soprattutto dette a tantissime vittime la forza di denunciare, facendo realizzare numerose inchieste sulla Chiesa cattolica non solo negli Stati Uniti. L’elenco è lungo. Il 27 febbraio 2004 una ricerca indipendente commissionata dalla Conferenza episcopale americana scoprì che tra il 1950 e il 2002, negli Stati Uniti, erano stati oltre 4mila i preti pedofili. Gli studiosi hanno contato 10.667 vittime ma si stima che furono un numero compreso tra 40 e 60mila.

    Cinque anni dopo scandali analoghi esplosero anche in Europa. In Irlanda il Rapporto Ryan raccolse le testimonianze di circa 2.500 vittime, ma ne stimò almeno 30.000, e fu accertato che i responsabili dei crimini furono circa 800, tra sacerdoti e suore. «La violenza e gli abusi sono endemici nella Chiesa d’Irlanda», con queste parole il giudice Sean Ryan chiuse l’inchiesta che prende il suo nome.

    A febbraio 2010, scoppiò il “caso Germania”. Per farsi un’idea senza dare cifre ecco cosa disse il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, incaricato dalla Conferenza episcopale di indagare sulle diocesi di Monaco, Essen, Magonza e Ratisbona: «C’è stato un insabbiamento sistematico da parte delle gerarchie. Non c’è mai stata una reale volontà di far luce e i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti». Non finisce qui. Nei mesi e anni successivi emergono decine di migliaia di casi in Austria, Svizzera, Olanda, Belgio, Inghilterra. E poi ancora, fino ai nostri giorni, Australia, Francia, di nuovo in Germania, Spagna, Portogallo. Latitudini diverse, diocesi diverse, prassi identica: omertà delle gerarchie, tutela dei pedofili, silenzio sulle vittime e sulla loro sorte. Centinaia di migliaia di vittime. E in Italia? La pedofilia è notoriamente un crimine seriale e la moderna psichiatria ha definito lo stupro di un minore prepubere «un omicidio psichico», eppure, da noi, come detto, le istituzioni laiche e quelle religiose fanno fronte comune insieme alla stampa mainstream per impedire che si indaghi seriamente. Con il risultato che l’opinione pubblica non ha mai avuto un quadro d’insieme della situazione nel nostro Paese e nessuno si sente in dovere di attivare tutto ciò che è necessario per prevenire nuove violenze e per garantire assistenza psicologica gratuita alle vittime. Vi pare giusto?

    Fonti: Adista, Ansa, Domani, Left, Chiesa e pedofilia (L’Asino d’oro ed., 2010), New York Times, www.vatican.va

  • Papa Francesco e l’Opus Dei

    Papa Francesco e l’Opus Dei

    Il 15 agosto un’importante rivista cattolica statunitense, Crisis Magazine, ha pubblicato un articolo intitolato: «Cos’ha il papa contro l’Opus Dei?». Con la riforma della curia romana del marzo 2022, con la lettera apostolica motu proprio, cioè una specie di decreto papale, intitolata Ad charisma tuendum di qualche mese dopo e con un nuovo motu proprio dello scorso 8 agosto, il papa ha modificato il quadro giuridico che regola le prelature personali, ovvero quelle istituzioni religiose che all’interno della Chiesa cattolica hanno un’ampia autonomia. Poiché l’Opus Dei è l’unica prelatura personale, i provvedimenti del papa riguardano direttamente l’Opus Dei: di fatto, ne limitano l’indipendenza e ne circoscrivono il potere, facendo perdere all’organizzazione lo status esclusivo ed eccezionale di cui fino ad ora aveva goduto.

    L’Opus Dei, in breve
    La Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, più conosciuta nella forma abbreviata Opus Dei (che letteralmente significa “Opera di Dio”) o come Opera, è una delle organizzazioni più influenti e conservatrici della Chiesa cattolica. Venne fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote Jose María Escrivá de Balaguer. La dottrina dell’Opus Dei si basa in maniera piuttosto netta sui concetti di gerarchia, autorità e famiglia, oltre che sull’essere «santi in mezzo al mondo» e sull’onorare Dio tramite gli sforzi nel proprio lavoro quotidiano.

    L’Opus Dei, secondo quanto consentito da un decreto del Concilio Vaticano II, ricevette lo status di prelatura personale nel 1982 da papa Giovanni Paolo II. La prelatura personale è una struttura istituzionale e gerarchica simile a una diocesi, una circoscrizione territoriale posta normalmente sotto la giurisdizione di un vescovo. Ma a differenza della diocesi, la prelatura personale non è delimitata da un territorio e possono dunque aderirvi persone da tutto il mondo che appartengono a varie diocesi. Trasformando in prelatura personale l’Opus Dei, spiega il sito Adista, papa Wojtyla «aveva dunque svincolato il movimento da qualsiasi legame con i vescovi delle diocesi dove operava, rendendolo direttamente dipendente dal papa e concedendo al prelato a capo dell’Opera il titolo di vescovo e prerogative proprie di chi guida una circoscrizione ecclesiastica». Nessun’altra istituzione dentro la Chiesa aveva questo privilegio, al quale, nel 1982, molti vescovi si opposero.

    Chiunque aderisca all’Opus Dei dipende dal prelato per tutto ciò che riguarda direttamente la sua vita spirituale e sociale. E al prelato, che non è sottomesso al potere di alcun vescovo e che è anzi lui stesso un vescovo, sono riconosciuti alcuni poteri: ha potestà propria, ha giurisdizione sui sacerdoti incardinati nella prelatura e sui laici che ne fanno parte. La prelatura è dunque definita “personale” perché il “popolo” che ne fa parte è circoscritto mediante un legame personale al prelato, anziché attraverso un criterio di territorialità.

    In questa istituzione possono essere incardinati i chierici (possono cioè essere assegnati alla prelatura dei sacerdoti e dei diaconi) e hanno un ruolo fondamentale i laici, che possono collaborare anche in modo significativo all’interno degli organi di governo. I membri laici dell’Opus Dei sono divisi in varie categorie: ci sono i numerari, donne e uomini che sono laureati e vivono all’interno delle strutture del gruppo anche se hanno lavori normali; ci sono le numerarie ausiliari, che dedicano la propria attività alla cura dei centri dell’Opus Dei, cioè fanno le domestiche e vivono nei centri dell’organizzazione; e ci sono infine gli aggregati e i soprannumerari, uomini e donne che vivono con le loro famiglie. Numerari, uomini e donne, numerarie ausiliari, aggregati e aggregate «vivono il celibato come dono di Dio e per motivi apostolici», dice l’Opus Dei.

    Quando il fondatore Jose María Escrivá de Balaguer morì nel 1975, al suo posto fu eletto il suo più stretto collaboratore, lo spagnolo Álvaro del Portillo, che dopo la concessione di prelatura personale all’organizzazione, nel 1982, venne nominato prelato, e nel 1991 venne consacrato anche vescovo. Alla sua morte, nel 1994, Giovanni Paolo II nominò prelato lo spagnolo Javier Echevarría Rodríguez, anch’egli tra i più stretti collaboratori di Escrivá de Balaguer, e nel 1995 lo consacrò vescovo. Dal 2017 il prelato dell’Opus Dei è Fernando Ocáriz, che però papa Francesco non ha nominato vescovo.

    Dalla Spagna l’Opus Dei si è progressivamente diffusa soprattutto in Europa e in America ed è oggi presente in almeno 68 paesi: è composta da circa 93.600 membri laici (57 per cento donne e 43 per cento uomini) e da 2.095 sacerdoti, secondo i dati della stessa prelatura, impossibili però da verificare.

    Una multinazionale religiosa 
    L’Opus Dei è stata definita dal País una «multinazionale religiosa». Tra le numerosissime opere che dirige e promuove direttamente o tramite i suoi membri ci sono chiese, centri pastorali, mense, istituzioni educative e di formazione professionale, tra cui la IESE spagnola, considerata una delle migliori facoltà economiche d’Europa, la Pontificia Università della Santa Croce o l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Queste scuole «hanno reso l’Opus Dei una fucina di talenti che sono andati a occupare posizioni di potere», ha scritto in un articolo di qualche tempo fa il New York Times.

    Fin dai suoi primi anni l’Opus Dei ha attirato su di sé molte critiche e sospetti. Anzitutto per la sua vicinanza al regime spagnolo di Francisco Franco («Ci hanno fatti ministri», fu la famosa frase attribuita a Escrivá de Balaguer quando apprese che alcuni dei suoi erano stati scelti come ministri del dittatore spagnolo). E poi per l’influenza dell’organizzazione che si estende ad ambiti che vanno ben oltre le sue chiese. L’Opus Dei, ha scritto il País, «è una delle istituzioni ecclesiastiche più conservatrici, opache e ricche della Chiesa»: è spesso stata definita una setta, una lobby o una «massoneria bianca».

    “Leggi anche: Che cos’è la massoneria “

    Il patrimonio e i dati economici dell’Opus Dei sono difficili da calcolare e quantificare  proprio perché la sua struttura è completamente decentralizzata e perché la maggior parte delle scuole, delle università, degli ospedali o degli immobili è intestata a fondazioni o a società presiedute o dirette da suoi membri. Nel 2005 John L. Allen, vaticanista della rivista National Catholic Reporter, aveva comunque calcolato che il patrimonio totale dell’Opus Dei ammontasse a circa 2.800 milioni di dollari (circa 2.590 milioni di euro).

    Uno dei momenti più contestati nella storia dell’istituzione fu la beatificazione di Escrivá de Balaguer, avvenuta nel 1992, e poi la sua canonizzazione del 2002 voluta da Giovanni Paolo II, avvenuta attraverso un procedimento che era stato definito da molti insolitamente rapido. La teologa, giornalista e scrittrice Adriana Zarri, morta nel 2010 e spesso vicina alle istanze del femminismo, scrisse ad esempio:

    «Si sta avvicinando la data in cui il beato Escrivà de Balaguer (il discusso fondatore della più discussa Opus Dei) verrà proclamato santo. Di questo papa è stato detto che soffre di una incontinenza canonizzatrice: definizione invero impertinente ma ben giustificata. In effetti il numero dei beati e di santi proclamati da papa Wojtyla supera il numero delle canonizzazioni decretate da tutti i suoi predecessori messi insieme: un fatto anomalo, nella storia della chiesa, e non certo positivo, anche perché la quantità è spesso a discapito della qualità».

    Ricordando l’amicizia di Escrivà de Balaguer con il governo del dittatore Franco, Zarri scrisse anche che l’Opus Dei aveva sempre sostenuto e continuava a sostenere «i regimi di destra contro gli interessi del popolo e dei poveri».

    Nel tempo molte critiche all’Opus Dei sono arrivate anche da persone che ne avevano fatto parte.

    Una delle più celebri è contenuta nel libro Tras el umbral: una vida en el Opus Dei pubblicato nel 1992 e tradotto in italiano con Oltre la soglia. Una vita nell’Opus Dei. Un viaggio nel fanatismo. È stato scritto da Maria del Carmen Tapia, che era entrata nell’Opus Dei nel 1948 ricoprendo ruoli dirigenziali. Aveva conosciuto molto bene il fondatore ed era uscita dall’organizzazione nel 1966.

    Nel libro, a partire dalla propria esperienza personale, Maria del Carmen Tapia denunciava il sistema chiuso dell’Opus Dei, l’obbedienza a ogni costo, la pratica della delazione e dell’indottrinamento, i gravi sacrifici economici richiesti ai suoi membri, l’umiliazione, la mortificazione e la disistima esaltate come mezzo di santificazione, la strumentalizzazione delle amicizie per scopi apostolici o proselitistici, la repressione della sessualità e, in generale, il controllo e l’esercizio di autorità su ogni sfera della vita dei membri:

    «La casa di Roma è una sorta di fortezza medievale a cominciare dalla porta principale che è blindata e non ha serratura esterna, aprendosi unicamente dall’interno. Per aprirla bisogna dare cinque mandate e la chiave deve essere annessa alla cintola della persona incaricata della portineria. Chi vuole uscire deve suonare un campanello posto accanto alla porta e attendere che la portinaia venga ad aprirgli. Quando qualcuno suona per entrare ad aprire vanno due persone. L’accompagnatrice rimane indietro di un passo e la portinaia apre. Quello che voglio sottolineare è che nessuno, assolutamente nessuno, a Roma, può aprire direttamente una porta e uscire sulla strada».

    Nel suo libro Maria del Carmen Tapia aveva parlato di microfoni piazzati in diversi punti della sede dell’Opus Dei a Roma, tutti collegati con la stanza del fondatore, e di armadi con documenti segreti in cui si prescriveva di tenere della benzina per poter bruciare le carte in caso di emergenza. Aveva raccontato inoltre di quello che era successo dopo che lei aveva preso le distanze dalle posizioni dell’Opus Dei, tra le altre cose venendo rinchiusa in una stanza senza possibilità di contatti con l’esterno: «Ero talmente terrorizzata che mi venne un tremito continuo. Avevo paura che mi chiudessero in manicomio, come avevano fatto con altre persone». Maria del Carmen Tapia riuscì ad andarsene grazie all’intervento di un amico:

    «Mi dissero di recarmi nella sala delle riunioni. Monsignor Escrivà cominciò a camminare su e giù agitato, rosso, furioso, dicendomi: “non parlare con nessuno né dell’Opus Dei né di Roma perché se vengo a sapere che parli male dell’Opus, io Josè Maria Escrivà de Balaguer, che ho in mano la stampa mondiale, ti disonoro pubblicamente”. E guardandomi negli occhi con una furia spaventosa, agitando le braccia, come se volesse picchiarmi, urlò: “puttana porca”»

    Quella di Maria del Carmen Tapia non è l’unica testimonianza di come sia stato molto difficile restare e poi uscire dall’organizzazione: «La via d’uscita che alcuni scelgono è sempre più complessa e traumatica. E molte volte hanno bisogno di aiuto psicologico», ha raccontato ad esempio Antonio Moya Somolinos, un ex numerario che ha trascorso più di quarant’anni nell’organizzazione e che oggi guida il più grande fronte critico dell’Opera.

    Nel 2021, in Argentina, 43 numerarie ausiliari denunciarono la prelatura dell’Opus Dei davanti al Vaticano e alla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi di potere e di coscienza con sottomissione delle vittime a situazioni di sfruttamento personale. Altri membri ancora hanno parlato di «lavaggi del cervello», di pratiche autopunitive o del fatto che erano stati obbligati a cedere i propri beni all’organizzazione, a devolvere lo stipendio e a fare testamento in suo favore. Sul País un responsabile della comunicazione dell’Opus Dei ha detto che queste cessioni sono sempre volontarie, ma ex membri che vivevano nei centri dell’Opus Dei hanno testimoniato che si tratta invece di una prassi, particolarmente problematica nel caso delle categorie di laici e laiche che vivono nei centri e delle numerarie ausiliari: se riescono a uscire dall’organizzazione si ritrovano senza nulla.

    Poche settimane fa un gruppo di ex membri guidati da Antonio Moya Somolinos ha presentato alla Santa Sede una denuncia per frode normativa e abuso di potere contro l’Opus Dei chiedendone la soppressione nella sua forma attuale. L’accusa è che l’organizzazione, come un’associazione segreta, si basi su una serie di regole vincolanti per chi ne fa parte, che sono state tenute nascoste alla Santa Sede e che prevedono pratiche che violano sistematicamente la coscienza dei membri «attraverso abusi di potere, di coscienza e spirituali».

    Il papa gesuita e l’Opus Dei
    La critica più diretta all’Opus Dei venne fatta fin dai suoi primi anni di vita dall’allora Superiore Generale dei gesuiti Wlodimir Ledóchowski, che definì l’organizzazione una specie di «massoneria cristiana» e un «pericolo per la Chiesa di Spagna».

    All’interno della Chiesa è piuttosto nota la storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei, entrambi di origine spagnola, e semplificando portatori di due visioni differenti del mondo e della Chiesa. Dopo il Concilio Vaticano II, ha spiegato lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli, l’Opus Dei è diventato il simbolo «del mantenimento dello status quo politico, economico e sociale dominato da un certo tipo di élite», mentre i gesuiti, soprattutto in Sud America, sono diventati il simbolo della lotta «per una Chiesa di popolo, per la giustizia sociale». Papa Francesco proviene dall’ordine dei gesuiti.

    Nel 2017 il papa non ha ordinato vescovo il nuovo prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, dando un segnale di discontinuità con i pontificati precedenti. Nel marzo del 2022 con l’atto Praedicate evangelium che riformava la curia romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede), poi con il motu proprio Ad charisma tuendum e con quello dello scorso 8 agosto, il papa ha infine ridimensionato l’autonomia e il potere dell’Opus Dei. Ha modificato la specificità giuridica della prelatura personale ponendola al livello di altri istituti interni alla Chiesa, e ha riformulato il suo rapporto con il Vaticano spostandola dalle dipendenze della Congregazione per i Vescovi al Dicastero per il clero, l’organismo che vigila sui sacerdoti nel mondo.

    Sarà a questo dicastero, e non più direttamente al papa, che il prelato dovrà riferire «sullo stato della prelatura e sullo svolgimento del suo lavoro apostolico», dando dunque ogni anno e non più ogni cinque anni spiegazioni sulla gestione dei suoi centri educativi, ad esempio, o sul modo in cui forma i propri sacerdoti o risponde alle accuse degli ex membri.

    Il papa ha poi deciso che il prelato dell’Opus Dei non possa diventare vescovo e che non possa dunque ordinare altri sacerdoti. E per quanto riguarda la partecipazione dei fedeli all’istituzione, l’Opus Dei sarà più controllato. I laici che vi appartengono potranno continuare a dedicarsi alla prelatura personale, ma ricordando che i fedeli laici hanno un proprio parroco e un proprio vescovo a seconda dell’indirizzo in cui risiedono, il papa ha stabilito che «il modo di questa organica cooperazione ed i principali doveri e diritti ad essa connessi saranno opportunamente determinati».

    Su Repubblica don Giancarlo Rocca, esperto di storia e diritto canonico, ha detto che con queste riforme l’Opus Dei sarà «privato dei laici, che costituivano la sua forza», i quali non potranno più essere considerati dei «membri» che si riferivano a un loro vescovo, il prelato: saranno soggetti alla giurisdizione del proprio parroco o del proprio vescovo locale.

    L’affermazione dell’autorità del vescovo locale ha già avuto delle conseguenze concrete. Dal primo settembre il santuario di Torreciudad, in Spagna, che era stato costruito negli anni Sessanta per volontà del fondatore dell’Opus Dei e che era gestito da sacerdoti dell’Opera, sarà amministrato da un prete nominato dal vescovo locale.

    Le decisioni del papa sull’Opus Dei sono state interpretate in diversi modi. Sono state criticate dagli ambienti cattolici più ostili all’attuale pontificato e più conservatori che hanno parlato di una volontà accentratrice del papa. Crisis Magazine ha fatto riferimento ad esempio a «un’offensiva canonica» del papa contro l’Opus Dei e ha spiegato come questo papa non si sia dimostrato affatto «timido riguardo al suo potere sia di legiferare che di imporre l’obbedienza»: «Sta usando il potere istituzionale per imporre la sua visione carismatica».

    “Leggi anche: Chi sono i Gesuiti “

    Altri hanno visto i provvedimenti del papa come una continuazione della storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei e tra le loro rispettive e divergenti visioni della Chiesa. Giovanni Maria Vian, storico e ex direttore dell’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha detto che la tensione tra gesuiti e Opus Dei potrebbe aver avuto un ruolo nelle decisioni del papa («anche se sarebbe completamente sbagliato pensare che tutti i gesuiti siano progressisti, o che tutti i membri dell’Opus Dei siano conservatori, nonostante questo sia effettivamente il loro tratto identitario»).

    Per Vian, le modifiche giuridiche all’Opus Dei sono un «tentativo di controllo» e di «normalizzazione canonica e di potere» che il papa ha fatto intervenendo nella vita anche di altri movimenti, come Comunione e Liberazione, o di altri ordini religiosi in conventi e monasteri.

    Alfonso Botti, storico, ispanista e professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, vede nel provvedimento del papa «il riverbero della linea caratterizzante l’attuale pontificato» contro il clericalismo che, come ribadito dal papa in una lettera al clero romano del 5 agosto scorso, può essere alimentato «vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri». Per Alfonso Botti, dunque, i provvedimenti del papa sono «un ammonimento» a tutti quei movimenti e gruppi che sono stati particolarmente sostenuti da Giovanni Paolo II, «promotore di un cattolicesimo identitario e trionfale poco compatibile con la Chiesa ‘ospedale da campo’ e punto di riferimento dell’umanità spaesata, del papa argentino».

    – Leggi anche: L’inchiesta di una tv polacca su papa Giovanni Paolo II

    Nel frattempo, il prelato dell’Opus Dei Fernando Ocáriz ha commentato le disposizioni del papa assicurando che l’Opus Dei le accoglierà «con sincera obbedienza filiale», chiedendo anche ai membri dell’Opera «di rimanere, anche in questo, tutti molto uniti».

    https://www.ilpost.it/2023/09/01/papa-francesco-opus-dei

  • Il pubblico ministero chiede fino a 18 anni per gli imputati nel terzo processo per abusi dell’Istituto Próvolo

    Il pubblico ministero chiede fino a 18 anni per gli imputati nel terzo processo per abusi dell’Istituto Próvolo

    Il pubblico ministero ha chiesto lunghe pene detentive per due ex dipendenti dell’Istituto per bambini sordi e ipoudenti Antonio Próvolo di Luján de Cuyo per aver facilitato l’abuso sessuale su minori.

    In quello che è il terzo processo che indaga su atti criminali commessi nella scuola per bambini con disabilità uditive, il procuratore di Mendoza, Alejandro Iturbe, ha chiesto questa settimana che due imputati, l’ex rappresentante legale Graciela Pascual e la suora Asunción Martínez, siano condannati rispettivamente a 18 e 10 anni di carcere. 

    A maggio Iturbe aveva chiesto ai giudici della corte di condannare la suora giapponese Kumiko Kosaka a 25 anni di carcere per “abuso sessuale aggravato e corruzione di minori”. 

    Il pubblico ministero ha inoltre chiesto che tutti e tre gli individui siano interdetti dagli incarichi educativi e abitativi in ​​cui siano coinvolti minorenni per almeno 10 anni.

    Le accuse si riferiscono alle denunce di 10 ex studenti della scuola, vittime di abusi sessuali per un periodo di 12 anni iniziato nel 2004.

    In un processo separato nel novembre 2019, due preti cattolici sono stati condannati ciascuno a più di 40 anni di carcere ciascuno per aver condotto abusi su bambini sordomuti.

    Il sacerdote italiano Nicola Corradi è stato condannato a 42 anni di prigione mentre il sacerdote argentino Horacio Corbacho è stato condannato a 45 anni di prigione. 

    Anche il giardiniere dell’istituzione, Armando Gómez, è stato incarcerato per 18 anni per abusi sessuali. 

    In questo nuovo processo, sia Pascual che Martínez sono accusati di essere stati partecipanti diretti agli abusi, con i pubblici ministeri che sostengono che abbiano violato il loro dovere di diligenza nei confronti delle vittime. 

    Nove donne in totale sono sospettate nelle indagini. 

    Il procuratore Iturbe ha anche chiesto la pena detentiva a tre anni con sospensione della pena per l’ex preside dell’Istituto Próvolo, Gladys Pinacca, e la cuoca Noemí Paz. 

    Tuttavia, non ha sporto denuncia contro gli altri imputati menzionati nel fascicolo. Tra questi nomi figurano le ex presidenziali Valeska Quintana, Laura Gateán, Cristina Leguiza e la psicologa Cecilia Raffo. Di conseguenza, la corte ora deciderà se chiudere il procedimento penale contro i quattro e ordinare la loro assoluzione.

    Le udienze del caso continueranno mercoledì (30 agosto), quando gli avvocati degli imputati rilasceranno le loro dichiarazioni di apertura alla corte.

    Durante questo ultimo processo, iniziato il 3 maggio 2021, si sono svolte più di 300 udienze. Sono state ascoltate più di 100 persone, compresi degli informatori.

    Istigatori

    Corbacho è considerato il principale imputato, a causa del suo status gerarchico nell’istituto. È stato riconosciuto colpevole di abuso carnale aggravato, approfittando della sua convivenza con minorenni e del dovere di diligenza. Attualmente è dietro le sbarre nel carcere di Boulogne Sur Mer, Mendoza, e sta scontando la sua lunga pena.

    Corradi è stato condannato a 42 anni di carcere ma è morto in carcere il 14 luglio 2021, due anni dopo essere stato riconosciuto colpevole di 28 atti di abuso commessi tra il 2005 e il 2016, più di 11 anni di violenza sessuale e tortura.

    Gómez è stato condannato a soli 18 anni dopo che pubblici ministeri e giudici hanno tenuto conto della sua diagnosi di ipoacusia e del suo analfabetismo, concludendo che ciò lo avrebbe reso facilmente influenzabile. Tuttavia furono richieste perizie psicologiche e psichiatriche per determinare se fosse in grado di comprendere la criminalità degli eventi.

    Il quarto imputato in quel caso era il chierichetto Jorge Bordón, che accettò il patteggiamento dopo aver riconosciuto la sua complicità e coinvolgimento in 11 incidenti. È stato condannato a 10 anni di carcere dopo che è stato raggiunto un accordo tra avvocati difensori e pubblici ministeri.

    – TEMPI/PERFIL

    https://batimes.com.ar/news/amp/argentina/provolo-case-prison-sentences-requested-for-legal-representative-and-the-nun-asuncion-martinez.phtml

  • Processo Rugolo, dai pulpiti delle chiese la condanna è solo per la stampa

    Processo Rugolo, dai pulpiti delle chiese la condanna è solo per la stampa

    Piazza Armerina. Pulpiti trasformati in tribune, non più strumenti per la diffusione della Parola di Dio ma megafoni per diffondere arringhe difensive e “smontare” tesi non gradite.

    Succede da qualche settimana in diverse parrocchie della Diocesi di Piazza Armerina dove, il più delle volte prima della benedizione finale, dall’altare alcuni parroci si sono lanciati in difese accorate del Vescovo Rosario Gisana ed in tentativi di delegittimazione del lavoro dei giornalisti che si stanno occupando del processo Rugolo, il sacerdote di Enna a processo per “violenza sessuale aggravata a danno di minori”.

    Chi in questi mesi ha raccontato le varie fasi del processo sarebbe, secondo una parte del clero diocesano, colpevole di diffondere “notizie di seconda mano” o di “decontestualizzare” frasi o avvenimenti.

    Come se bastasse un processo a porte chiuse ad impedire ai giornalisti di parlare con i soggetti coinvolti o studiare gli atti processuali per poi riportarne fedelmente il contenuto.

    Il copione è più o meno lo stesso, negli ultimi mesi in alcune parrocchie della Diocesi, al termine della celebrazione il consueto “Ite, Missa Est” si trasforma in un “Memento” per la comunità. “Ricordate che il Vescovo non risulta indagato” recitano dal pulpito all’unisono i sacerdoti, e ancora: “non credete a quello che leggete sui giornali” fino al più scontato “aspettiamo la sentenza prima di giudicare”.

    E non solo. Solo nel caso più recente, accaduto la scorsa settimana, in una delle parrocchie della Diocesi, nel corso di un’omelia, il parroco avrebbe fatto un iperbolico parallelo tra la vicenda dell’aggressione via web alla madre di uno dei presunti stupratori di Palermo e i giornalisti, esortando i fedeli ad avere lo stesso rigore morale contro chi scrive falsità sul vescovo Gisana.

    Un’azione di propaganda, bella e buona, ma estremamente pericolosa perchè, anche se in maniera involontaria, espone chi, con professionalità si occupa della vicenda, ad una campagna denigratoria e di odio.

    A fronte di questo, nessuna parola, neppure di vicinanza cristiana, è stata spesa per le vittime. Nel frattempo il luogo della Parola diventa palco per la propaganda, un pulpito da dove lanciare strali contro chi racconta verità diverse da quelle “gradite” e magari intimidirlo, reclamandone il silenzio.

    Jerry Italia – Pierelisa Rizzo

    https://www.quotidianodigela.it/processo-rugolo-dai-pulpiti-delle-chiese-la-condanna-e-solo-per-la-stampa/

  • Rete L’ABUSO- TG NEWS / Promo Vetrina 2

    Rete L’ABUSO- TG NEWS / Promo Vetrina 2

    Sembrava quasi impossibile organizzarsi in così poco tempo…
    Invece siamo pronti e in onda da sabato 2 settembre alle 12, con il primo TG tematico al mondo. Una rassegna stampa settimanale con la cronaca dall’Italia e dal mondo, a cura dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO.
    La controinformazione autorevole con i giornalisti che dall’inizio dello scandalo italiano hanno raccontato la storia e combattuto in prima persona al fianco dei sopravvissuti. Spesso pagandone le spese.
    Presento subito la Redazione e i giornalisti che hanno dato vita a questo progetto;
    Ludovica Eugenio – Redattrice di Adista
    Pier Elisa Rizzo – ANSA sicilia
    Federica Tourn – Giornalista indipendente
    Federico Tulli, giornalista ed autore di diversi libri in materia
    Alessio Di Florio – Redattore Word News
    Antonio Messina – Sopravvissuto
    Ed io, Francesco Zanardi – Sopravvissuto e Portavoce della rete
    Chiameremo questa puntata zero, in quanto abbiamo voluto cercare nell’ottica di una continuità di informazione, di dare un punto di partenza. Quindi le notizie di questa puntata saranno particolarmente attuali e ampie, in modo di potere avere un quadro di quella che è attualmente la situazione italiana, ma che al tempo stesso vuole confrontarsi con quella degli altri paesi, per rendere ancora più chiara la nostra, che ha portato nei fatti, per la prima volta al mondo, un’associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero cattolico a produrre autonomamente questo TG.
    Un canale di controinformazione che dia voce ai sopravvissuti. Voce che in Italia è puntualmente prevalicata da quella della chiesa, che attraverso i media fa sapere a loro nome che tutto va bene, che le vittime sono soddisfatte, che le parrocchie oggi sono finalmente diventati luoghi sicuri, grazie alla tolleranza 0
    Affermazioni spesso facili da fare quando si escludono le vittime dal contraddittorio.
    Ma le cose stanno davvero così ?
    Questo è l’obbiettivo di Rete L’ABUSO NEWS, informare in modo che ogni uno possa maturare la propria idea sui fatti.
    Edizione che trovate con gli approfondimenti e con gli speciali, oltre che in formato video *con i volti dei giornalisti replicati dall’Intelligenza artificiale (la voce è originale), anche in versione Podcast gratuita su Spotify; Apple Podcast; Google Podcast e Amazon Music

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpdona/

  • Cremades ha fatturato ai vescovi più di un milione di euro per la sua verifica sulla pedofilia in Spagna

    Cremades ha fatturato ai vescovi più di un milione di euro per la sua verifica sulla pedofilia in Spagna

    Poco più di un milione di euro. È questa la cifra che lo studio legale Cremades&Calvo Sotelo ha fatturato (Iva inclusa) alla Conferenza Episcopale per le spese derivate dalla preparazione della verifica commissionata dai vescovi per affrontare il dramma della pedofilia e che, un anno e mezzo dopo il suo avvio, sarà presentato a metà settembre.

    L’importo, molto più alto di quanto inizialmente previsto dagli stessi vescovi -nella firma del contratto si era precisato che si sarebbe trattato di una verifica ‘pro bono’ , cioè delle ore lavorate dal personale dell’azienda, ma che ciò avverrebbe nel caso di indennità, viaggi o incarichi ad agenti esterni -, è stato confermato al RD sia da fonti dell’ente appaltante (la CEE) che dell’ufficio diretto da Javier Cremades.

    Fonti vicine al rapporto, che confermerà almeno quattromila casi di abusi, sottolineano che la verifica non si è concentrata sul conteggio dei casi, ma sull’esperienza vissuta dalle vittime, sulle risposte di diocesi, congregazioni e istituzioni cattoliche, l’assunzione di responsabilità e, soprattutto, di proposte per il futuro.

    Indennizzare e scusarsi istituzionalmente

    Tra questi, l’équipe di Cremades proporrà che si assumano risarcimenti economici per tutte le vittime e che venga proposta una richiesta di perdono strutturata e istituzionale da parte di tutta la Chiesa spagnola, con azioni concrete e cambiamenti nel modo di gestire le denunce. che potranno verificarsi da questo momento, né la gestione di quelle in corso.

    Il ruolo dei vescovi, le strutture organizzative all’interno dell’istituzione e il lavoro con le vittime e gli abusatori (si sta verificando, come è avvenuto nel caso dei Legionari di Cristo, che buona parte degli abusatori nella Chiesa, prima, erano state vittime) saranno altri i punti da modificare. Le conclusioni dell’impresa saranno solo delle ‘raccomandazioni’, che i vescovi dovranno poi decidere se approvare o meno, come è avvenuto in altri Paesi, come il Portogallo.

    Le conclusioni dell’impresa saranno solo delle ‘raccomandazioni’, che i vescovi dovranno poi decidere se approvare o meno, come è avvenuto in altri Paesi, come il Portogallo.

    “Non c’è stato alcun tentativo di estrapolare i dati, come è avvenuto in Francia, per dare una stima del numero delle vittime, perché l’inchiesta sottolinea che ci sono molti abusi nascosti”, dicono fonti vicine al rapporto, le cui ultime frange sono in fase di definizione. , anche se i vertici della Conferenza episcopale lavorano già da metà luglio sui risultati. Queste fonti ricordano casi come quello del sacerdote di Salamanca che, diversi decenni dopo aver subito abusi in seminario, osò denunciarli. “Non sapremo mai l’entità numerica dello scandalo “, dicono.

    Costi adeguati al ribasso

    Per quanto riguarda le spese, gli esperti in questo tipo di rapporti sottolineano che i costi sono adeguati al ribasso e che si può dimostrare che l’impresa ha effettivamente lavorato “pro bono”. Se così non fosse stato, il milione di euro versato dai vescovi a Cremades si sarebbe moltiplicato almeno per tre, dicono. In ogni caso, sia la CEE che l’azienda stanno lavorando su un rapporto dettagliato di ciascuna spesa, incluso chilometraggio, riunioni, logistica, costo per ora lavorata, ecc…

    Buona parte dei costi provengono da revisori contabili internazionali. In questo senso va notato che Cremades ha assunto il coordinatore della commissione indipendente portoghese, Pedro Strecht; nonché i soci fondatori dello studio legale tedesco Westpfahl Spilker Wastl (WSW) – che ha redatto il rapporto sugli abusi nell’arcidiocesi di Monaco, che denunciava il presunto coinvolgimento di Benedetto XVI in un caso di insabbiamento – gli avvocati Martin Pusch e Ulrich Wastl .

    Altri membri del team includono l’ex presidente dell’American Bar Association, Patricia Lee Refo; l’avvocato e socia dello studio britannico Dawson Cornwell ed esperta in casi di abusi sessuali, Carolina Marín Pedreño; la socia fondatrice dello studio legale ispanico tedesco 3C Compliance e presidente dell’Associazione europea delle donne avvocatesse, Katharina Miller; l’avvocato dello studio Cremades e presidente dell’Istituto per i Diritti Umani dell’Associazione Mondiale dei Giuristi, Juan Carlos Gutiérrez; Liza M. Velazquez, avvocato dello studio americano Paul Weiss; la psicologa Marina Peña; e l’avvocato argentino specializzato in abusi sessuali nella Chiesa, Juan Pablo Gallego, tra gli altri, oltre a consulenti esterni come l’ex sindaco di Madrid, Manuela Carmena, ex vicepresidente della Corte Costituzionale,

    https://www.religiondigital.org/espana/Cremades-facturo-auditoria-pederastia-Espana-iglesia-abusos_0_2590540922.html