INCONTRO INTERVISTA CON FRANCESCO ZANARDI PRESIDENTE DI RETE L’ABUSO
Autore: Redazione WebNews
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Vaticano, cala una fitta coltre di silenzio sull’orribile caso Rupnik. Ira delle vittime e del difensore: vogliamo giustizia
In Vaticano è calata una coltre di silenzio sospetto sul processo Rupnik. Eppure non sono passati che pochi mesi da quando – il 7 novembre 2025 – Papa Leone aveva voluto rassicurare personalmente l’opinione pubblica mondiale nonché le vittime dell’ex gesuita che è accusato di avere abusato sessualmente e psicologicamente di una trentina di donne. Il Pontefice era sceso in campo annunciando che il nuovo processo canonico era stato finalmente «avviato e i giudici nominati» e che occorreva avere pazienza. Pochi giorni dopo l’avvocato difensore di cinque delle vittime (quelle che per prime hanno portato a conoscenza il mondo di episodi crudeli e gravissimi), mandava una mail ai vertici del Dicastero della Fede per avere dal cardinale Fernandez e da monsignor Kennedy ragguagli tecnici e procedurali necessari a capire come procedere. «Per avere un minimo di chiarezza sul procedimento, nel rispetto e nell’interesse di tutti».
La lettera firmata dalla legale Laura Sgrò faceva riferimento alle parole spese agli inizi del 2025 dal cardinale Fernandez, sul fatto che finalmente il Vaticano era riuscito ad individuare i membri del Collegio incaricato a giudicare uno dei casi più scottanti, orrendi e spinosi degli ultimi decenni. Una vicenda che vede sul banco degli imputati un influente e noto artista, padre Rupnik accusato di reiterati abusi. Finora sembra sia sempre riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia canonica in virtù delle sue amicizie potenti, dei suoi legami con cardinali di peso e persino con due pontefici, San Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Quest’ultimo – che teneva in camera un suo dipinto – si dice che nel 2020 abbia cancellato di persona la scomunica del Dicastero della Fede.
Vicenda che ha alimentato tanti interrogativi evidenziando scarsa trasparenza.
Vedendo che il tempo passava senza notizie di sorta, la legale ha cercato reiteratamente di ottenere risposte dal Dicastero vaticano ma sempre senza alcun risultato. «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo». Ad oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante». «Nessuno a noi ci ha mai ufficialmente dato notizie di nulla. Le vittime stanno pagando già un prezzo altissimo da molti anni che invece che diminuire continua a crescere. E questo non solo è intollerabile, ma anche contro ogni principio giuridico. Perché è giusto che vi sia un processo equo dove vengano garantiti tutti i diritti, primi fra tutto il principio di innocenza e di difesa di don Marko Rupnik, ma è anche giusto che vi sia un tempo in cui tutto questo debba svolgersi, il tempo del giusto processo e che le vittime possano poi essere restituite all’oblio. Tutto ciò purtroppo, e lo dico con immenso dispiacere».
Ancora una volta il modus operandi del Vaticano in materia di giustizia pare caratterizzato da scarsa trasparenza, come hanno sempre messo in evidenza in questi anni le associazioni che si battono per la difesa delle vittime di abusi sessuali. Al di là del Tevere parlare del caso Rupnik solleva sempre la stessa reazione: imbarazzo e fastidio. Le poche informazioni sul collegio giudicante le aveva fornite il cardinale Fernandez l’anno scorso sostenendo solo che era composto da donne e chierici ma senza specificare i loro nomi, la rispettiva competenza, il curriculum, la nazionalità. Nel frattempo sul caso è calato il sipario con buona pace delle vittime.
Intanto in parallelo procede senza sosta il duro braccio di ferro all’interno della Chiesa sul futuro delle opere di Rupnik presenti in santuari, chiese, basiliche. Molti vescovi si chiedono se smantellarle o mantenerle nei luoghi di culto più prestigiosi al mondo. A Lourdes il Vescovo ha già scelto di oscurare i grandi mosaici poiché, ha spiegato, non facevano altro che aggiungere altra angoscia alle vittime di abusi che arrivavano al santuario per trovare pace e riconciliarsi con la Chiesa. A Roma, invece, dove Rupnik ha stranamente continuato a godere di particolare benevolenza, nessuno vuole parlare delle opere. Tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del cardinale Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore). Papa Leone durante gli esercizi spirituali della curia ha voluto dare un messaggio, evitando di tenere gli esercizi nella cappella del palazzo apostolico contenente i mosaici realizzata ai tempi di Giovanni Paolo II. Al posto di ascoltare le prediche nella Cappella Redemptoris Mater ha scelto la Cappella Paolina. Tuttavia il Vaticano non ha mai voluto spiegare il motivo di questa scelta. L’opacità regna come sempre sovrana.
L’anno scorso la Compagnia di Gesù, nella persona del Delegato del Generale, padre Johan Verschueren, era stato protagonista di un autentico mea culpa. Egli aveva chiesto perdono alle vittime per avviare insieme a loro un percorso di riparazione, «orientato alla guarigione delle ferite” causate “dall’operato di Marko Rupnik”. I Gesuiti avevano offerto a Marko Rupnik la possibilità di farsi carico pubblicamente delle sue azioni, di pentirsi, di chiedere perdono e di cominciare un percorso di terapia. A seguito del suo pervicace rifiuto a sottomettersi a questa possibilità, il Padre Generale ha preso la decisione di dimetterlo.
Finora sono una trentina le denunce di suore abusate, in un’arco temporale che parte dagli anni Ottanta. Padre Arturo Sosa, superiore Generale della Compagnia di Gesù aveva informato: «Noi abbiamo chiesto perdono per la nostra cecità. Non abbiamo visto, è vero. Da dove viene questa cecità? Dal non aver messo insieme i segni che c’erano. Tra l’altro in passato non era facile fare una denuncia di questo genere. Ed è mancata da parte nostra la sensibilità per vedere quello che era accaduto».
https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_leone_rupnik_vittime_suore_violenze-9435528.html
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L’elefante di cui nessuno parla nel sistema di risarcimento degli abusi in Spagna
Nelle ultime settimane, diversi media spagnoli hanno intensificato le critiche alla gestione dei casi di abusi sessuali da parte della Chiesa cattolica, con particolare attenzione alla questione del risarcimento delle vittime. Secondo questa narrazione, l’istituzione ecclesiastica non sta rispondendo adeguatamente alle richieste di risarcimento, il che giustificherebbe l’intervento del governo per garantire una soluzione soddisfacente.
Tuttavia, questo dibattito pubblico solleva questioni rilevanti in termini di coerenza, memoria e attenzione che meritano un’ulteriore analisi.
La fonte del problema è nella Chiesa?
Da un lato, il contrasto storico nel trattamento mediatico di alcuni riferimenti culturali è sorprendente. Negli anni ’70, più di 69 intellettuali francesi firmarono un manifesto che chiedeva la depenalizzazione dei rapporti sessuali tra adulti e minori. Tra i firmatari c’erano figure influenti come Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, Gilles Deleuze, Jean-François Lyotard, Jack Lang – che in seguito divenne ministro della Cultura – o Bernard Kouchner, fondatore di Medici senza frontiere.
Molti di questi autori sono stati successivamente promossi, celebrati e trasformati in riferimenti dagli stessi media che oggi denunciano con forza gli abusi commessi da una parte del clero. Senza mettere in alcun modo in discussione l’indiscutibile necessità di chiamare la Chiesa a rispondere dei crimini commessi al suo interno, vale la pena sottolineare l’assenza di un esame altrettanto rigoroso di coloro che, all’epoca, difendevano posizioni oggi socialmente e moralmente inaccettabili.
Inoltre, i media che hanno contribuito a glorificare queste figure raramente hanno fatto autocritica sul proprio ruolo nella legittimazione culturale di certe idee. Il paradosso è difficile da ignorare: coloro che in passato hanno contribuito a normalizzare postulati problematici ora ne condannano con forza le conseguenze senza assumersi alcuna responsabilità e senza fare il minimo “mea culpa”.
Ciò solleva una questione fondamentale: è opportuno attribuire la responsabilità morale degli abusi quasi esclusivamente a un’unica istituzione come la Chiesa cattolica, che ha sempre rifiutato dottrinalmente tali pratiche, oppure dobbiamo esaminare anche il ruolo di alcuni intellettuali, correnti culturali e diffusori mediatici che, in altri momenti storici, hanno contribuito a erodere certi confini etici?
Dimenticare la maggioranza delle vittime
A ciò si aggiunge un altro dato rilevante: secondo la Procura Generale, solo lo 0,45 % degli abusi sui minori avviene attualmente in ambito ecclesiastico. Nonostante ciò, la copertura giornalistica tende a concentrarsi in modo molto significativo su questo settore specifico, generando una percezione pubblica che non sempre corrisponde alla reale distribuzione del problema.
Parallelamente, alcune proposte politiche hanno sollevato la necessità di affrontare il fenomeno in modo globale, indagando su tutti i contesti in cui si verificano gli abusi – familiari, educativi, sportivi o istituzionali – e istituendo meccanismi di riparazione per le vittime nel loro complesso. Tuttavia, queste iniziative non hanno ricevuto un’attenzione mediatica paragonabile, il che rafforza l’impressione che il dibattito sia parziale.
Tutto ciò suggerisce che la conversazione pubblica e politica si sta concentrando troppo strettamente sulla responsabilità di una particolare istituzione, lasciando in secondo piano una riflessione più ampia e complessa su cause, contesti e responsabilità condivise.
E qui emerge il vero “elefante nella stanza” di questo problema: l’assenza di un approccio veramente universale al riconoscimento e al risarcimento delle vittime. Mentre l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sui casi legati alla Chiesa, la stragrande maggioranza delle vittime di abusi in altri ambiti rimane senza lo stesso livello di visibilità o di proposte di risarcimento.
In questo senso, la tendenza a stabilire “categorie” di vittime sposta selettivamente l’attenzione su particolari autori di reato, in modo che l’attenzione non sia più veramente rivolta alle vittime e alla loro piena riparazione. Il risultato è un’ulteriore ingiustizia: coloro che hanno subito un danno sono ulteriormente subordinati a una narrazione che dà la priorità a chi puntare il dito piuttosto che a chi riparare.
L’accordo viene rispettato?
E, in definitiva, è evidente il disinteresse di gran parte della stampa nei confronti delle vittime di abusi nel loro complesso, che erode gravemente la sua credibilità morale e la sua presunta professionalità. E se non è così, chiediamoci perché nessun mezzo di comunicazione sta spingendo per la realizzazione di uno dei punti che concordato dal governo con la Conferenza episcopale l’8 gennaio:
“Lo sviluppo di questo meccanismo di riparazione per le vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica fa parte del quadro del L’impegno del Governo a promuovere la realizzazione degli obiettivi stabiliti dalla Legge organica 8/2021, del 4 giugno, sulla protezione integrale dei bambini e degli adolescenti contro la violenza, al fine di affrontare un risarcimento completo per le vittime di abusi in qualsiasi ambito della vita sociale“.
I vescovi spagnoli firmeranno un piano di risarcimento senza che il governo abbia mantenuto la parola di risarcire le vittime in altri settori? Non è forse questa una buona occasione per la Chiesa di rafforzare la propria autorità morale chiedendo al governo di indagare su tutte le vittime di abusi?
L’elefante di cui nessuno parla nel sistema di risarcimento degli abusi in Spagna
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Chiesa e abusi, padre Paolo Contini in tivù: Dopo la prima condanna ora si smascherino i complici
“Se fosse condannato solo l’abusatore, per me sarebbe una giustizia a metà. La vera giustizia, quella che farebbe onore alla Chiesa, consiste nel capire chi, dopo la mia denuncia, ha cercato di coprire tutto”. Non usa mezzi termini padre Paolo Contini, il sacerdote di Oristano, già frate francescano, ora parroco della comunità Ghilarza – Abbasanta – Norbello, tornato sotto i riflettori nazionali come ospite di Mario Giordano nella trasmissione Fuori dal Coro su Rete4.
Al centro del servizio curato dalla giornalista Marianna Canè, la drammatica vicenda degli abusi subiti per quattro anni da padre Paolo quando aveva solo 14 anni da parte di don Valerio Manca, all’epoca direttore del collegio francescano, recentemente condannato e dimesso dallo stato clericale. Ma per padre Paolo, la chiusura del “caso Manca” è solo il primo passo di una battaglia più ampia contro quella che definisce “l’omertà di sistema”.
“Non sono fragilità, ma reati che vanno perseguiti”
Durante l’intervista, padre Paolo ha scardinato il linguaggio spesso utilizzato negli ambienti ecclesiastici per minimizzare gli abusi: “Nella Chiesa la pedofilia non è considerata reato da tutti. Si sentono termini come quel sacerdote ha un vizietto o ha avuto una fragilità. No, abusare di un bambino non è una fragilità, è un reato commesso da criminali che vanno perseguiti”.
Il religioso ha ripercorso il dolore di quegli anni: “L’innocenza di un ragazzino è stata usata per desideri moralmente inaccettabili. Mi ha rubato la serenità, e in quel momento non capivo neppure la gravità di ciò che mi accadeva”.
Contestato il religioso presidente del Tribunale ecclesiastico: accusa e replica
Il punto più critico dell’intervento ha riguardato la gestione della denuncia interna. Il sacerdote oristanese ha puntato il dito contro don Mauro Bucero, all’epoca presidente del Tribunale ecclesiastico. Secondo il racconto del religioso, nonostante esistesse una lettera di piena confessione dell’abusatore, il processo avrebbe subito ostacoli sistematici: “La cosa incredibile è che Bucero prese il processo come giudice, affidandoselo da solo. Qualsiasi prova o testimone presentato dal mio avvocato, Camedda, veniva respinto”.
Solo dopo la sostituzione di Bucero con un collegio di cinque giudici si è arrivati alla condanna unanime. “Tutto questo non sarebbe successo se non fossimo riusciti a scalzarlo”, ha ribadito padre Paolo, stigmatizzando il fatto che, nonostante le ombre sulla gestione del caso, don Bucero sia stato successivamente promosso a vicario della diocesi.
Intercettato dalla giornalista di Rete4, don Mauro Bucero ha respinto ogni accusa: “Ho agito nella piena legalità finché sono rimasto. Non ho nulla da rimproverarmi”. Sugli abusi verso padre Paolo Contini, ha liquidato la questione spiegando di “non sapere nulla di quello”.
“Protocollo alternativo dentro la Chiesa”
Parole che non hanno convinto padre Paolo, che ha denunciato l’esistenza di un “protocollo alternativo” dentro la Chiesa, applicato per silenziare gli scandali: “Alcuni pensano che il danno alla Chiesa lo facciano le denunce. In realtà, l’unico danno lo fa chi abusa dei bambini. Tutelare la Chiesa significa mettere fuori gioco un prete pedofilo, non silenziare chi accusa”.
https://www.facebook.com/watch/?v=1377025034183037
https://www.linkoristano.it/2026/03/24/chiesa-e-abusi-padre-paolo-contini-in-tivu-dopo-la-prima-condanna-ora-si-smascherino-i-complici/
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Dopo la condanna dall’abusatore è giusto che siano smascherati tutti coloro che hanno OMESSO, INTERFERITO o ELUSO la verità!
Dopo la condanna dall’abusatore è giusto che siano smascherati tutti coloro che hanno OMESSO, INTERFERITO o ELUSO la verità!!!
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Il vescovo di Sheffield di Hallam, Ralph Heskett, si dimette dopo 12 anni, adducendo “problemi di salute”.
In assenza del reverendo Heskett, il vescovo di Leeds Marcus Stock è stato nominato amministratore apostolico, assumendo anche l’incarico della diocesi di Hallam.
Il reverendissimo Heskett è stato nominato terzo vescovo di Hallam da Papa Francesco nel maggio 2014, dopo aver ricoperto l’incarico di vescovo di Gibilterra dal 2010.
Nella sua lettera di dimissioni, il vescovo Heskett ha affermato che problemi di salute gli avevano impedito di svolgere le sue responsabilità pastorali.
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Chiesa e pedofilia: chi ne parla?
Ciascuna testata è uscita con una titolazione diversa, ma in generale c’è un doppio focus tematico che accomuna i pezzi pubblicati: da un lato la modalità vaticana di gestione dei dossier relativi ai preti o ai religiosi accusati; dall’altro il caso che a suo tempo interessò Benedetto XVI, relativo a un suo prete mentre era vescovo di Monaco.
Poi ciascuna testata ha riportato un caso nazionale su cui la propria redazione ha indagato in modo specifico. La vista dell’insieme, naturalmente, è desolante. Anche se nella sostanza non emergono particolari novità.
Occultamento, regola numero uno
Il primo dato che emerge è che la linea dell’occultamento dei casi era la regola più che l’eccezione anche se era chiaro il fatto che tra i chierici vi erano comportamenti «immorali» (la prima edizione dell’istruzione Crimen sollicitationis è del 1922).
In base ai documenti che le testate sono riuscite a procurarsi esse affermano che la linea dell’occultamento emerge sin dal 1936-1938, in piena ascesa del regime nazista: il Vaticano, infatti, nelle persone del segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e del sostituto Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), raccomandava alla Chiesa in Germania di bruciare i documenti relativi ai preti con comportamenti «immorali» perché non cadessero nelle mani sbagliate: i dossier diffamatori costruiti ad arte per perseguitare la Chiesa venivano spesso imperniati su questa accusa.
Cosa che – viene fatto notare – successe anche nei tempi della persecuzione delle Chiese dell’Europa dell’Est durante la Guerra fredda.
Da una gestione centralizzata alla terapeutizzazione dei casi
In realtà più che questi documenti, che dimostrano la difesa di una Chiesa sotto attacco, è la ricostruzione storica del contesto che convince sulla linea dell’«occultamento» dei casi di abuso, considerati allora peccati anche per la vittima – lo sappiamo – e non reati, gestiti dall’ex Sant’Uffizio (e solo per delega specifica dalla diocesi in cui i fatti erano avvenuti) fino al 1965. Ma sino ad allora si poteva dire che Roma avesse un filo diretto con le diocesi per questi casi.
Con il Vaticano II, l’atteggiamento cambia e si passa a un più generale approccio «decentralizzato e “terapeutico”», scrive El País, e la Crimen sollicitationis cade nel dimenticatoio. Sono gli anni in cui i casi lievitano.
In teoria è con il 2001 che le cose cambiano, anche per il diretto intervento di Joseph Ratzinger, che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II normò la materia, in quanto prefetto dell’allora Congregazione per la dottrina della fede. Con il motu proprio papale Sacramentorum sanctitatis tutela e la lettera della Congregazione che l’accompagna (qui nell’archivio de Il Regno, in buona sostanza i casi tornarono a dover ripassare per Roma.
Ratzinger e il caso Monaco: notizie sin dal 1986…
Tutto bene? No, perché il fautore di questa che voleva essere una riforma – affermano le testate – era pur sempre parte del sistema che voleva modificare, tanto è vero che nel 2010 la denuncia del New York Times che papa Benedetto, quando era arcivescovo di Monaco, aveva coperto un prete pedofilo, portò da parte sua a una risposta ambigua. Il Regno ne parlò qui e qui.
I dati nuovi che emergono oggi da questa inchiesta sarebbero due. Il primo: una revisione interna commissionata dalla diocesi di Monaco allo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) nel 2022 aveva messo in luce – ma la notizia era rimasta confinata ai soli media tedeschi – che il vicario generale che era in carica ai tempi dell’episcopato di Ratzinger disse allo WSW di essere stato «costretto a rilasciare la dichiarazione» con la quale scagionava Ratzinger, per «proteggere il pontificato». Il secondo: in realtà esisteva già una lettera firmata nel 1986 da Ratzinger, ma misteriosamente non protocollata, dove si prendeva atto che il sacerdote era un alcolista e affetto da «altri» problemi.
Gli altri parlano di noi
In Italia la notizia di questa uscita ha circolato molto poco e chi ne ha scritto (un breve lancio ciascuno per Dagospia, RAI news e Il fatto quotidiano) ha ripreso solo una sintesi molto generale.
La cosa è tanto più sorprendente se si considera il fatto che El País come caso locale ne sceglie uno dall’Italia, mentre allo stesso tempo nessuna testata del Belpaese firma l’inchiesta.
Non è un caso nuovo. Riguarda un prete delle diocesi di Savona, don Nello Giraudo. Una delle sue vittime è Francesco Zanardi, fondatore e animatore della «Rete L’Abuso», associazione di vittime che cura anche un vasto database di casi italiani (il fatto che sia più o meno preciso, qui non interessa).
Scrive El País: «Sebbene la diocesi di Savona lo avesse segnalato a Roma nel 2003, la storia delle accuse di abusi contro questo sacerdote risaliva a molto tempo prima. Lo ammette il rapporto allegato alla lettera: “il primo grave episodio” risale al 1980 e in seguito fu allontanato. Ciononostante, “per superare la sua dolorosa solitudine” gli fu permesso di aprire una casa di accoglienza per minori e di organizzare campi estivi per giovani».
Alla lettera firmata dal vescovo mons. D. Calcagno la Congregazione per la dottrina della fede rispose solo nel 2006. Osserva il quotidiano spagnolo: «La cosa sorprendente è che, nonostante la narrativa ufficiale di quel momento e il teorico cambiamento normativo, la soluzione proposta al sacerdote era la solita: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva lasciare i paramenti, la diocesi semplicemente non ha fatto nulla. Né lo ha denunciato. Si è dedicata all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. E il vescovo, Domenico Calcagno, è stato nominato cardinale».
E le vittime?
Il caso venne reso pubblico da Zanardi nel 2010. Giraudo venne denunciato per abusi commessi tra il 1986 e il 1994, che quindi erano ormai prescritti. In seguito a un’altra denuncia, ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di carcere. Nell’archiviare il primo caso, nel 2012, la Procura scrisse che era pacifico che ben tre vescovi avessero insabbiato la vicenda. Lo riporta El País: «Risulta, è triste dirlo, che l’unica preoccupazione dei responsabili della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori».
Nel 2010 il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo spagnolo Luis Ladaria, «ha scritto a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, che fine avesse fatto il caso. E solo allora il sacerdote ha chiesto la dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione”».
Lapidaria la conclusione di El País: «L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è stato ancora affrontato, nessun media ha intrapreso un’indagine approfondita».
Chiesa e pedofilia: chi ne parla?
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I dossier degli abusi – Storia della criminalità organizzata in Vaticano
Quando Monsignor Damiano Marzotto Caotorta legge le prime righe della lettera, resta senza parole. Fino a quel momento aveva parlato, spiegato, riso e raccontato dei tempi passati per quasi un’ora. Ora tace: legge, le dita affusolate poggiate sulle labbra in segno di concentrazione. “È strano”, ammette infine. Cerca di spiegare, ma le frasi restano incompiute; riflette. La sede milanese, o mai ottantenne, ha visto molte lettere simili a questa nel corso della sua carriera in Vaticano, alcune firmate da lui stesso; Questa, invece, porta la firma del suo ex superiore. Eppure qualcosa non torna.
Il documento fa parte di una serie di vents scambi epistolari raccolti da CORRECTIV nel corso di un’inchiesta internazionale durata da anni. In questa lettera, la provenienza degli Stati Uniti, Italia, Colombia, Portogallo, Australia, Austria e Germania, si rivolgono al Vaticano in seguito a casi di abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti. E la Santa Sede risponde.
Documento l’esistenza di un sistema criminale organizzato all’interno del sistema interno del Vaticano: l’Almeno e il secolo, e i vertici della Chiesa cattolica sono vicini di Nascondere e le tombe della violenza tra minori, affrontate da tutti gli interni di un complesso sistema burocratico.
Queste lettere indicano che la funzione del Vaticano è quella di assegnare al caso la norma e il numero del protocollo. Le segnalazioni di reati sessuali commessi da sacerdoti arrivavano da ogni angolo del mondo, venivano archiviate con cura, catalogate… e poi insabbiate. Ciò significa che gli abusi continueranno. A pagare il prezzo sono soprattutto le vittime, le cui vite restano per sempre segnate. Il trauma mina la fiducia negli adulti, interferisce con i rapporti familiari e spesso porta ad una profonda depressione. Con il passare degli anni ci fu un cambiamento nella chiesa e una crescita economica venne dalla sufficienza – o dal debito.
Per lungo tempo critiche pubbliche e richieste di chiarimenti si sono rivolte soprattutto ai vescovi locali, ma i documenti rivelano che una parte della storia è rimasta in ombra e non è stato dato il giusto peso alla responsabilità della Santa Sede. Il Vaticano non era solo nella conoscenza dei fatti, ma si era agitato con ritardo, arrivando talvolta a revocare sanzioni e mantenendo sempre il massimo riserbo. Nella Chiesa regna a “cultura mortale del Silenzio”, afferma un ecclesiastico di alto rango.
A letter of provenance from the Germania met in light in modo chiaro come the dibattito pubblico abbia trascurato the responsibility of chi prendeva the decisione: proprio the disposizioni del futuro papa tedesco, Benedetto With this letter, which I have written for years and years and that CORRECTIVE has been published in 2023 , it is a part of the international literature of all other documents, and the originals are probably not archived by the diocese and the Vatican.
I documenti tracciano un percorso che dall’esterno passa per le diocesi e arriva fino al centro: Roma.
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5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA
Nel 2005, Ratzinger divenne Benedetto XVI. Perfezionò la legislazione contro la pederastia, ma l’inerzia di decenni continuò. La priorità era ancora data alla salvaguardia dell’immagine dell’istituzione e alla copertura dei casi. Molte diocesi ancora oggi non le comunicano a Roma, senza conseguenze. Nel 2010, il Vaticano ha annunciato un passo fondamentale: quando un vescovo o un superiore religioso veniva a conoscenza di un caso, doveva segnalarlo alle autorità. In effetti, la Santa Sede ha assicurato che questa regola era già stata comunicata internamente ed era applicata dal 2003, anche se non ha chiarito perché non fosse stata resa pubblica in precedenza. In ogni caso, la disobbedienza continuò. Inoltre, la mentalità tradizionale resistette anche a Roma, come dimostrano documenti inediti di un caso in Colombia, quello di questa lettera del 2010 della Dottrina della Fede al vescovo di Pereira, Tulio Duque: Questa lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede a un vescovo colombiano è di settembre 2010, Ma il numero del protocollo indica che il file è stato aperto nel 2004, sei anni (altro…)




