Osservatorio della Rete L'ABUSO

Autore: Redazione WebNews

  • Pedofilia e denaro, don Marino tuona: «Dio non archivia»

    Pedofilia e denaro, don Marino tuona: «Dio non archivia»

    ALBIGNASEGO – «Dio non archivia». Ancora una volta è alle pagine virtuali dei social network che don Marino Ruggero affida i propri criptici ma mordaci pensieri. L’ultimo, datato 1 febbraio, allude alla recente decisione della procura di andare verso l’archiviazione dell’indagine nata dalle esplosive dichiarazioni del sacerdote in merito a presunti parroci pedofili nella diocesi padovana. “Pedofilia e denaro. Cara Chiesa, ricordati, Dio non archivia” ha scritto ieri mattina sul suo profilo Facebook il cinquantaquattrenne ex parroco di San Lorenzo a commento di un’immagine che a sua volta recita “Non mi sottovalutare mai… Sono più di quello che pensi, penso più di quello che dico e noto più di quello che credi”. Un aforisma preconfezionato, a cui le parole di don Marino imprimono però il senso di un’autentica stoccata in polemica tanto con la diocesi quanto con la magistratura.
    Inchiesta.

    Una decina di giorni fa Ruggero era stato ascoltato dal pubblico ministero Roberto Piccione, che aveva aperto un’inchiesta in merito alle scottanti promesse rilasciate dal prelato, dimissionario per presunte frequentazioni femminili troppo spinte. «Mi accusano di avere delle donne? Bugie, allora farò i nomi dei preti pedofili che operano a Padova», aveva minacciato don Marino. Potenziali accuse gravissime, visto che la pedofilia è un reato, estratte in un estremo tentativo di autodifesa, che non avrebbero però trovato fondamento. Il prelato davanti al pubblico ministero non sarebbe stato in grado di riferire nomi, episodi e accuse precise se non una risalente a sedici anni fa. Una storia verificatasi nel Vicentino, già nota alla locale procura e a quella diocesi oltre che già prescritta. Insomma le terribili prospettive paventate dal don circa la presenza di preti pedofili e con relazioni non concesse dal celibato si sarebbe dissolta come neve al sole. Niente prove, niente fatti, l’inchiesta va verso l’archiviazione: questo è quanto emerso venerdì. L’ufficialità da parte della procura ancora non c’è ma il risultato pare scontato.

    La reazione
    Come don Marino abbia preso questa novità non è dato sapere, poiché il sacerdote in quest’ultimo periodo si è reso pressoché irreperibile. La notizia deve però senza dubbio essergli arrivata, poiché è assai improbabile che il commento dato in pasto al popolo di Facebook contenesse un riferimento casuale. Altro riferimento non casuale è poi quello al denaro, dal momento che lo stesso Ruggero aveva sporto querela due anni fa denunciando la sparizione di alcuni registri con i conti economici della parrocchia. Anche in questo caso le indagini avviate dai carabinieri e prese in mano dalla procura non avrebbero però portato a evidenze significative che possano suffragare i sospetti del parroco.

    Ma se a paventare l’archiviazione dell’inchiesta sulla pedofilia e a non trovare prove sulla sparizione dei conti parrocchiali è stata la magistratura, perché indirizzare il messaggio alla “Cara Chiesa”? Don Marino, è bene ricordarlo, è attualmente sottoposto a processo canonico presso il tribunale ecclesiastico per non aver rispettato l’obbligo del celibato. Accuse che ha sempre fermamente respinto, a fronte delle quali aveva lanciato la boutade sulla pedofilia. Il messaggio potrebbe dunque essere rivolto a quei presunti preti abusanti ancora sconosciuti, o ai vertici stessi della Curia padovana che dovrà decidere sulle sorti del cinquantaquattrenne. Venerdì sera i suoi numerosi sostenitori erano scesi in trecento per le strade di San Lorenzo con una fiaccolata silenziosa e tantissimi hanno ribadito la loro solidarietà al don anche commentandone l’ultimo, enigmatico, post sui social.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/sacerdote_marino_ruggero_pedofilia_denaro-5022587.html

  • Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’

    Sopravvissuti abusi a Consiglio regionale sardo, ‘vittime ignorate’

    (ANSA) – ROMA, 10 MAR – “Non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete L’Abuso proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane. Come non è una garanzia avvalersi di ‘professionalità formate e competenti’, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna”.

    E’ quanto scrive in una lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, il portavoce dell’Associazione di vittime del clero, Francesco Zanardi.
    Zanardi, tra l’altro, è proprio il ‘rappresentante’ delle vittime italiane che ha mediato il primo incontro tra vittime del clero in Italia e Conferenza episcopale italiana, svoltosi nella sede della Cei a Roma con il cardinale Matteo Zuppi nel maggio del 2023.

    “Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza episcopale sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura – scrive Zanardi – , al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la Ces a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la Ces ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli infondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025”.

    Zanardi quindi entra nel merito della realtà sarda: “Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.

    È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla Ces, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela”. (ANSA).
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  • Garante infanzia, abuso del clero sui minori e gli ignavi della politica

    Garante infanzia, abuso del clero sui minori e gli ignavi della politica

    Garante infanzia, abuso del clero sui minori e gli ignavi della politica

  • Cappellano dell’ospedale civile abusa di una donna: ripreso da Le Iene e sospeso

    Cappellano dell’ospedale civile abusa di una donna: ripreso da Le Iene e sospeso

    GORIZIA- Fra Valentino Weldemariam, il frate protagonista di un servizio della trasmissione televisiva «Le Iene», andata in onda ieri sera, sorpreso in un video mentre abusava di una donna in difficoltà, è stato sospeso dall’incarico con effetto immediato.

    «Presa visione della trasmissione de “Le Iene” andata in onda in data 17 ottobre 2018 – si legge in una nota diffusa stamani – l’Arcidiocesi di Gorizia ha deciso di sospendere in via cautelativa fra Valentino Weldemariam dall’incarico di Cappellano dell’ospedale civile di Gorizia, in accordo con i superiori del religioso». Nel servizio televisivo, si vedeva una donna che si era rivolta al frate chiedendo aiuto per trovare lavoro, e che invece ha subito gravi molestie.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/udine/frate_abusa_donna_gorizia_valentino_weldemariam-4048191.html?next_page=1

  • Tutela dei minori e responsabilità istituzionali: il confronto tra Garante regionale e Conferenza episcopale sarda

    Tutela dei minori e responsabilità istituzionali: il confronto tra Garante regionale e Conferenza episcopale sarda

    di Emanuela Provera – La Conferenza Episcopale Sarda (CES) ha definito «notizie destituite da qualsiasi fondamento» le informazioni sugli abusi nei confronti di minori e adolescenti richiamate in una lettera firmata da Carla Puligheddu, titolare dell’Ufficio del Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Sardegna, con sede presso il Consiglio regionale a Cagliari. I vescovi hanno espresso una forte criticità diramando ai giornali sardi un comunicato stampa, dopo più di 40 giorni dalla ricezione della Lettera e senza rispondere direttamente alla Garante. Nel comunicato i vescovi riconoscono la gravità del fenomeno degli abusi ma contestano la fondatezza dei dati citati nella lettera, ribadendo al tempo stesso l’impegno della Chiesa nella tutela dei minori.

    La lettera, datata 14 gennaio 2026 e indirizzata alla CES per il tramite del presidente mons. Antonello Mura, contiene un invito alla «piena e incondizionata collaborazione» dei vescovi «con la Magistratura dello Stato», al fine di assicurare giustizia alle vittime di abusi clericali.

    Nel documento si legge che «la Sardegna emerge con numeri che squarciano il velo dell’omertà locale: 37 casi complessivi censiti nell’Isola, 196 vittime sopravvissute, di cui 171 minorenni al momento dell’abuso».

    La CES ha respinto la fondatezza dei dati richiamati nella lettera, senza accompagnare la smentita con una replica analitica delle cifre o con indicazioni documentali di segno diverso.

    Il quadro normativo

    La figura del Garante per l’infanzia e l’adolescenza trova fondamento, a livello nazionale, nella Legge 12 luglio 2011 n. 112, che ha istituito un’autorità indipendente con compiti di promozione, vigilanza e tutela dei diritti dei minori, in attuazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

    Le Regioni, tra cui la Sardegna, hanno previsto analoghe figure con funzioni territoriali.

    Il Garante promuove l’effettiva attuazione dei diritti dei minori; segnala alle autorità competenti situazioni di rischio o violazione; sollecita la collaborazione tra istituzioni; formula raccomandazioni e favorisce iniziative volte a rimuovere ostacoli alla tutela dei minori.

    Non esercita poteri investigativi né giudiziari. Il suo intervento si colloca sul piano dell’impulso istituzionale. In tale contesto, la richiesta di collaborazione con l’autorità giudiziaria incoraggiata dalla dottoressa Carla Puligheddu rientra nelle sue prerogative, quando finalizzata alla tutela dei diritti dei minori.

    Autonomia ecclesiastica e competenza statale

    L’ordinamento della Chiesa cattolica è autonomo rispetto a quello statale, ai sensi dell’articolo 7 della Costituzione. Tuttavia, le ipotesi di reato rientrano nella competenza della magistratura ordinaria.

    La richiesta di collaborazione con l’autorità giudiziaria non incide sull’autonomia canonica, ma attiene al rispetto dell’ordinamento civile.

    I dati e il livello nazionale

    A livello nazionale, la Conferenza Episcopale Italiana, a più riprese, ha comunicato dati aggregati relativi ai casi di abuso emersi nel periodo 2000–2025, per un totale di 1079 segnalazioni riguardanti minorenni e adulti vulnerabili, come riportato in dichiarazioni pubbliche di esponenti della Chiesa cattolica italiana, tra cui il cardinale Matteo Zuppi.

    La Conferenza Episcopale Italiana rappresenta l’organo di coordinamento dei vescovi della Chiesa cattolica italiana e pubblica periodicamente rapporti e comunicazioni relative alle attività di prevenzione e contrasto agli abusi.

    La divergenza tra i dati comunicati dalla CEI (1079 segnalazioni) e quelli raccolti dall’Osservatorio della Rete L’Abuso (1176 casi) appare limitata a 97 episodi. La fonte utilizzata dalla Garante sembra quindi fondata e veritiera.

    Ho contattato la Garante per porre qualche domanda di chiarimento sulla vicenda che la sta coinvolgendo:

    Nella sua lettera ai vescovi della Conferenza Episcopale Sarda lei afferma che «il tempo del silenzio è finito e ora è il tempo della tutela». Quale ruolo concreto si aspetta dalle diocesi nella prevenzione e nell’emersione dei casi di abuso, e come dovrebbe svilupparsi la collaborazione con le istituzioni civili e con la magistratura?

    «Ho scritto ai vescovi spinta da un dovere di coscienza e di ufficio: la tutela del minore precede e supera ogni riserva istituzionale. Rompere il silenzio non è sensazionalismo, ma il primo passo necessario per la guarigione delle vittime e per prevenire nuovi “tradimenti”. Mi aspettavo un dialogo franco; mi sono ritrovata di fronte a un attacco frontale che rischia di isolare quegli stessi sacerdoti e fedeli che, con onestà, chiedono collaborazione con lo Stato e la magistratura. La Chiesa dovrebbe tutelare i bambini, non l’immagine degli adulti.»

    Quali strumenti normativi e istituzionali sono oggi a disposizione dello Stato italiano per la tutela dei minori nei casi di abuso clericale, e quali interventi ritiene necessari per rafforzare la prevenzione e la protezione delle vittime?

    «Oggi l’Italia sconta un retaggio culturale e normativo, figlio dei Patti Lateranensi, che rende la Chiesa una sorta di “casta” intoccabile. Spesso, quando la giustizia ordinaria riesce a intervenire, il reato è già prescritto. È inaccettabile che i crimini commessi dal clero non siano trattati con lo stesso rigore di quelli compiuti da qualsiasi altro cittadino. Dobbiamo avere il coraggio di rivedere questi rapporti: la giustizia per un minore non può essere fermata da un confine concordatario.»

    La Conferenza Episcopale Sarda ha contestato la fondatezza dei dati richiamati nella sua lettera. Come valuta questa risposta e ritiene che vi siano le condizioni per avviare comunque un confronto istituzionale sul tema della tutela dei minori?

    «La contestazione della CES si è appigliata a un refuso temporale (2000-2025) per tentare di screditare l’intero fenomeno, ma i numeri della sofferenza restano invariati e drammatici. Più che la precisione statistica, sembra che ai vescovi prema la “lesa maestà”. Tuttavia, credo che il confronto sia ancora possibile e urgente, purché la Chiesa dimostri nei fatti che la tutela dei piccoli le sta a cuore quanto sta a cuore a questa Autorità di Garanzia. La misericordia non può prescindere dalla verità.»

    Conclusione

    Il confronto in atto evidenzia due esigenze che non dovrebbero essere contrapposte: da un lato, il rispetto dell’autonomia dell’ordinamento ecclesiastico; dall’altro, la piena tutela dei diritti dei minori nell’ambito dell’ordinamento statale.

    Quando il dibattito riguarda dati relativi ad abusi su minori, il punto centrale diventa la trasparenza delle fonti, la verificabilità delle informazioni e la chiarezza dei criteri di raccolta e pubblicazione.

    In questo quadro, la collaborazione tra istituzioni civili ed ecclesiastiche e la disponibilità a un confronto documentato rappresentano condizioni essenziali per garantire credibilità, tutela effettiva delle vittime e rispetto dei principi di legalità.

    La verificabilità dei dati dichiarati dalla chiesa cattolica italiana resta la condizione essenziale quando sono in gioco diritti fondamentali dei minori.

    https://www.adista.it/articolo/75413

  • PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    La terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha depositato le motivazione con cui il 26 novembre scorso ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, l’ex professore 50enne del liceo “Majorana” di Latina ed ex diacono, originario di Terracina, condannato in primo grado, per violenza sessuale su minori, in abbreviato, a luglio 2024.

    Frateschi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello e il Presidente della terza sezione penale aveva fissato la data d’udienza allo scorso 26 novembre. L’imputato è difeso dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    In primo grado, il 52enne era stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, con l’accusa di aver abusato sessualmente di cinque minorenni, tra cui studenti dell’ex scuola dove insegnava. Episodi tra il giugno 2018 e il gennaio 2023 in cui i ragazzini venivano abusati sessualmente, persino, in un caso, alla Vigilia di Natale.

    Dopo oltre 90 giorni, per via di una proroga richiesta dal Gip Morselli, erano state pubblicate le motivazioni di una sentenza arrivata con il rito abbreviato secco che ha condannato l’ex docente, difeso dagli avvocati Donatello D’Onofrio e Carlo Fusco, per violenza sessuale aggravata dal fatto che le cinque vittime, al momento dei fatti, erano minorenni.

    Frateschi, che si trova in carcere, a Latina, prima di essere giudicato, subì l’aggravamento della misura (dai domiciliari al carcere), ricevendo anche la moglie e la figlia, oltreché a due uomini non identificati. Una indagine partita dalla segnalazione del Garante dell’Infanzia rispetto ai messaggi intimi che Frateschi inviava ai suoi alunni del Majorana; messaggi di natura erotica che, al contempo, il docente chiedeva agli studenti. Ne seguì una serie di segnalazioni e querele dei genitori che portarono al procedimento penale nei confronti del diacono ben addentro alla Diocesi di Latina di cui era funzionario, successivamente sospeso per aver sottratto 50mila euro dalle casse dell’Istituto Diocesano per il sostentamento del Clero di Latina.

    Nelle fasi di indagine, coordinate dalla Procura di Latina, è emerso anche un vasto materiale pedopornografico a disposizione di Frateschi il quale, negli anni, si è “distinto” anche per diversi procedimenti penali per reati finanziari.

    Ricostruendo le accuse a carico dell’ex docente, il Gup Morselli scriveva testualmente che dal racconto di due vittime “risulta confermato che Frateschi “selezionava” gli studenti particolarmente fragili, che vivevano una situazione personale o famigliare di particolare disagio, con i quali, dapprima, instaurava un rapporto confidenziale, approfittando del proprio ruolo di insegnante di relazione. Poi, forte della fiducia riposta in lui dai suoi studenti, cominciava a intrattenere rapporti confidenziali con loro anche fuori dal contesto scolastico, in particolare tramite la piattaforma Instagram, che egli utilizzava per intrattenere conversazioni con i suoi studenti il cui tenore era inizialmente neutro; dopodiché si faceva sempre più ambiguo, fino ad arrivare all’invio di foto erotiche o all’inoltro di battute a sfondo sessuale“.

    I tre giudici dell’Appello Ludovica Cirolli, Elvira Tamburelli e Valeria Cerulli hanno respinto l’appello della difesa ritenendolo infondato, in quant la ricostruzione del gup di Latina “è del tutto condivisibile”

    Sottolineata dal giudice per l’udienza preliminare di Latina anche la maturità di uno dei minorenni che, ad un certo punto, con coraggio, denuncia “per evitare che altri ragazzi potessero divenire destinatari” delle condotte di Frateschi “invadenti e moleste”. Il 52enne, peraltro, come evidenziato in sentenza, aveva avuto in affidamento due fratelli minorenni (femmina e maschio). Padre di famiglia e uomo di Chiesa appariva la persona giusta. Nei confronti di uno di loro, però, ci furono abusi sessuali tanto da vedersi tolto l’affidamento. È per tale ragione che i Carabinieri della Compagnia di Latina avevano escusso una suora, responsabile della Casa Famiglia a Terracina dove erano collocati i due fratelli. La medesima suora era a conoscenza che il fratello più piccolo, appena 13 anni, aveva raccontato di essere stato molestato da Frateschi con “attività” di natura masturbatoria. Un contesto avvenuto quando la struttura era retta da un’altra suora.

    La figura che ne usciva era quella di un uomo pronto a tutto pur di sfogare la sua sessualità con i minorenni. Per il giudice per l’udienza preliminare, la cui ricostruzione è stato sposata in pieno dai giudici dell’Appello romano, veridici sono i racconti dei ragazzi, mentre inverosimile è la versione offerta da Frateschi che è arrivata a tal punto da dire che le sue frasi sull’organo genitale di una vittima erano state proferite perché il ragazzo avrebbe avuto improbabili problemi. Il Gup Morselli, in riferimento a Frateschi, scrive di “falsità delle dichiarazioni“: il 51enne ha “evidentemente tentato in modo maldestro, prima, di manipolare in ragazzi che aveva preso di mira, scegliendo quelli particolarmente fragili e che in lui ponevano fiducia; poi di manipolare una delle vittime per evitare denunce“, profilando persino il suicidio della moglie nel caso si fosse venuto a sapere qualcosa dei suoi comportamenti.

    In un caso, una delle vittime ricorda di come Frateschi, a casa sua, dopo aver spento la televisione, gli mostrò un atto sessuale di masturbazione tra lui e un prete che aveva fatto parte della Chiesa di Terracina, conosciuto dalla stesso giovane. Un video mostrato da Frateschi per indurlo “a convincersi di come tale perversa attività sessuale rappresentasse la normalità per gli uomini e quindi anche per loro due“.

    Il giudice evidenziava inoltre “la tendenza a mistificare le proprie intenzioni” da parte di Frateschi: tendenza dimostrata anche in ambito giudiziario. Ciò è indicativo “della manipolazione che è stato in grado di esercitare sui minori, affidati alle sue cure in virtù del ruolo ricoperto, al fine di ottenere il soddisfacimento delle proprie perversioni sessuali“.

    Frateschi “era solito abusare del proprio ruolo di adulto” e del “suo ruolo di religioso”. Era solito adulare e circuire i suoi alunni, ad esempio, “facendoli sentire amati e apprezzati…per fargli abbassare le difese e renderli impotenti e increduli nel momento in cui compiva atti sessuali di cui i minori erano soggetti passivi, spiazzati, inermi e intimoriti“.

    Li faceva entrare nel suo “circolo privato ed esclusivo di amici intimi, trattando i minori da adulti, per poi “mandare le sue foto con il pene in erezione, accompagnate da commenti“.

    Ma ad essere rimarcato è l’episodio del minorenne prima affidato ai Frateschi e poi tornato nella casa famiglia poiché molestato: “Lascia basti – scriveva il Gup – il fatto che il minorenne, rivoltosi a due case famiglia, di cui una a Terracina, per ricevere protezione, non l’abbia ricevuta e sia rimasto in attesa della evoluzione giudiziaria di una denuncia che le operatrici delle case famiglia gli avevano assicurato di aver presentato, e che invece sembra essere caduta nel nulla“.

    C’è di più. Frateschi fu tutelato dalla case famiglia e “lungi dall’essere allontanato dai suoi incarichi religiosi ed educativi è stato avvisato in modo tale che potesse esercitare pressioni sul minore per farlo desistere dal presentare una denuncia“. È solo grazie alla segnalazione della Garante dell’Infanzia che è emersa “la gravità dei fatti compiuti ai suoi danni”.

    L’imputato “ha cercato, in modo piuttosto goffo e ben poco credibile, di dare una lettura diversa” degli episodi contestati, cercando di far credere di aver avuto “un mero intento altruistico” nei confronti dei ragazzini. Per i suoi comportamenti, Frateschi “non ha mostrato alcuna rivisitazione critica, né alcun pentimento, preferendo evocare pretestuose e mistificatrici versioni dei fatti”. Il suo è stato “un unico disegno criminoso, quello di trovare soddisfazione dai rapporti sessuali con soggetti minorenni maschili“.

    Ciò che rimane è il forte disagio provocato nei giovani, avendo provocato in loro “danni, quantomeno morali, nella forma di chiusura in se stessi”. Invece di essere punto di riferimento, Frateschi “ha approfittato”.

    I giudici dell’Appello rimarcano che “tiratosi indietro uno dei ragazzi, il Frateschi aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro Nicolò eprovocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello delle difesa “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

  • I vescovi svizzeri vogliono continuare i test psicologici d’idoneità per i futuri sacerdoti

    I vescovi svizzeri vogliono continuare i test psicologici d’idoneità per i futuri sacerdoti

    I vescovi svizzeri vogliono proseguire con i test psicologici d’idoneità dei futuri sacerdoti e garantirne il finanziamento a lungo termine. Queste valutazioni sono state introdotte nella primavera del 2025, per prevenire gli abusi sessuali.

    Secondo un primo bilancio, i test psicologici hanno dato prova della loro efficacia, ha indicato oggi la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS). I vescovi desiderano quindi assicurarne il finanziamento sul lungo periodo, per continuare la misura. Non si tratta di un budget specifico, secondo Maurice Greder, portavoce della CVS. A suo avviso, i costi di una valutazione psicologica ammonta a circa 5000 franchi.

    Le disposizioni esecutive, approvate questa settimana all’unanimità dalla CVS durante la sua assemblea ordinaria a St-Maurice (VS), regolano le competenze e il trattamento dei risultati dei test d’idoneità dei futuri preti. Queste stabiliscono anche che la Segreteria generale della Conferenza episcopale tenga un registro nazionale delle persone sottoposte alla valutazione.

    Registro nazionale

    I vescovi sono responsabili della formazione degli operatori pastorali e della conferimento della loro missione canonica, mentre la responsabilità delle assunzioni spetta nella maggior parte dei casi alle parrocchie. I vescovi «si impegnano a fornire loro le informazioni rilevanti per la loro assunzione (tra cui la prova che la valutazione psicologica è stata superata con successo)», viene ancora precisato.

    Il test delle attitudini era stato avviato in reazione allo studio pubblicato nel 2023 sulla vicenda degli abusi sessuali in seno alla Chiesa cattolica elvetica.

    Al termine dell’assemblea ordinaria, la CVS ha inoltre espresso preoccupazione per la guerra in Iran e per altre regioni colpite dai conflitti.

    https://www.cdt.ch/news/i-vescovi-svizzeri-vogliono-continuare-i-test-psicologici-didoneita-per-i-futuri-sacerdoti-420910
  • Minori abusati da 75 sacerdoti a Rhode Island, la verità da un rapporto di 300 pagine: i decenni di orrori, il sistema di coperture interne e la Diocesi

    Minori abusati da 75 sacerdoti a Rhode Island, la verità da un rapporto di 300 pagine: i decenni di orrori, il sistema di coperture interne e la Diocesi

    di Mattia Ronsisvalle – Il recente rapporto dello Stato del Rhode Island ha portato alla luce decenni di violenze sistematiche e una radicata cultura dell’insabbiamento all’interno della Chiesa locale. Documentando accuse contro 75 sacerdoti e identificando circa 300 vittime dal 1950 a oggi, il Procuratore Generale Peter Neronha ha delineato un quadro di gravi negligenze istituzionali. Il documento, frutto di un’analisi capillare su 250mila pagine di archivi diocesani e 150 interviste dirette, evidenzia come le omissioni non siano state episodi isolati, ma parte di una gestione strutturata del problema.

    L’indagine

    Secondo quanto emerso dall’indagine, la Diocesi di Providence ha evitato per lungo tempo il coinvolgimento delle autorità civili, preferendo gestire le accuse internamente attraverso il trasferimento dei chierici tra le diverse parrocchie. Questa pratica ha permesso a trenta sacerdoti di essere ricollocati almeno cinque volte ciascuno, consentendo loro di proseguire il ministero nonostante la gravità delle segnalazioni a loro carico. Neronha ha denunciato duramente questa condotta, sottolineando che la rimozione immediata dei soggetti coinvolti avrebbe risparmiato sofferenze a moltissimi minori e che tale scelta non trova alcuna giustificazione logica o morale.

    Le vittime

    Il profilo delle vittime tracciato nel rapporto riguarda principalmente ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, molti dei quali impegnati come chierichetti o in altre mansioni parrocchiali.

    Sebbene il picco delle violenze si collochi negli anni Settanta, il peso del silenzio istituzionale ha fatto sì che trascorressero mediamente 26 anni tra l’abuso e la denuncia formale da parte dei querelanti. Questa lunga latenza temporale testimonia come l’assenza di tutele abbia scoraggiato per decenni la ricerca di giustizia.

    Le segnalazioni

    Nonostante il riconoscimento dei gravi errori commessi in passato, la Diocesi ha voluto rimarcare l’efficacia delle nuove politiche di protezione introdotte negli ultimi anni. Il cambiamento di rotta è confermato dai dati statistici: se tra il 1990 e il 1999 solo 5 denunce su 65 furono trasmesse alla polizia, nel decennio 2010-2019 le segnalazioni inoltrate alle autorità sono state 47 su un totale di 55. Il nuovo memorandum d’intesa propone ora riforme ancora più incisive, come l’estensione dei termini di prescrizione, l’istituzione di fondi per il risarcimento delle vittime e l’introduzione di obblighi legali stringenti per il clero in materia di segnalazione di reati.

    https://www.leggo.it/esteri/news/05_marzo_2026_minorenni_stupri_sacerdoti_rapporto_300_pagine_rhode_island-9398128.html

  • Abusi sui minori nella Chiesa, la garante replica ai vescovi: «Silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose»

    È scontro aperto tra la Conferenza episcopale sarda e Carla Puligheddu, la garante per l’infanzia e l’adolescenza, che il 14 gennaio aveva portato all’attenzione pubblica e della Chiesa i dati dell’Osservatorio permanente della “Rete l’abuso”, in cui venivano censiti 37 casi di violenza sessuale su minori nell’isola da parte di componenti del clero nel periodo 2020 – 2025.

    L’assemblea dei prelati, oltre un mese e mezzo dopo la pubblicazione dei dati, ha diffuso ieri un comunicato stampa dove si accusa Puligheddu con di aver presentato «numeri e dati ritenuti privi di reale fondamento». Accusa che la destinataria respinge al mittente, con una controreplica in cui si difende e valuta azioni legali contro la Ces.

    «Ciò che stride è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante» ha detto Puligheddu. Per poi «dichiarare da una parte la propria distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto, dall’altra, sminuendo le capacità della stessa autorità ad esercitare il proprio ruolo, additandola di superficialità e disinvoltura e come se non bastasse, di divulgare dati infondati».

    Puligheddu continua ribadendo che tra la possibilità di girarsi dall’altra parte e quella di condividere con i cittadini e le cittadine la gravità del fenomeno, ha scelto di rendere noti i dati che aveva nella sua scrivania. Poiché «solo attraverso una diffusa responsabilità, si può cambiare una pressi che si è fatta oscenità». «Da garante pago il prezzo di compiere onestamente il mio lavoro. La mia posizione è netta e non arretra i un millimetro. Non mi risulta che la Ces abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali – conclude – avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti».

    Il caso

    Al fianco della garante sarda si è schierata anche la Rete L’abuso che ha espresso solidarietà, spiegando che «l’impegno di Carla Puligheddu nella tutela dei minori è sempre stato più che lodevole. Tra i venti garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Puligheddu è una di queste». «Meno lodevole e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la chiesa si è rivolta alla garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo» e ribadiscono che «la garante non mente, i dati coincidono con il dato fornito da Cei» concludono.

    Il report

    Lo scontro nasce dal report diffuso dalla garante il 14 febbraio. Nel documento sono presentati 37 casi di abusi censiti in Sardegna: 11 a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano e 7 a Nuoro. 196 vittime sopravvissute, di cui 171 erano minorenni al momento dell’abuso.

    «La situazione degli abusi sui minori nella nostra isola, anche in ambito ecclesiastico, è allarmante la Chiesa deve intervenire. In Sardegna – aveva scritto  Puligheddu nella lettera all’arcivescovo – la maggior parte dei casi non è denunciato contribuendo a lasciare impuniti gli autori di questi orrendi reati, più gravi in quanto perpetrati da persone che proprio perché indossano l’abito talare dovrebbero essere più affidabili».

    https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/03/04/news/abusi-sui-minori-nella-chiesa-la-garante-replica-ai-vescovi-silenzio-omertoso-da-parte-delle-istituzioni-civili-e-religiose-1.100840332

  • Dichiarazioni della Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Puligheddu.

    Dichiarazioni della Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Puligheddu.

    Prima di ogni altra considerazione parla la mia testimonianza di fedele cattolica praticante, la mia vita specchiata e rispettosa delle Istituzioni civili e religiose, la mia integrità morale nell’esercizio di un ruolo che indiscutibilmente è sempre stato dalla parte dei bambini.

    In merito alle reazioni sui dati resi noti da me all’opinione pubblica lo scorso 14 gennaio relativi al fenomeno degli abusi del clero contro vittime minori di età in Sardegna grazie al report dell’Osservatorio permanente “Rete L’Abuso” (Human Rights Connect), Ente del Terzo settore che si relaziona con l’ONU – Referente-Responsabile Francesco Zanardi, che ha censito nell’ arco temporale compreso tra gli anni 2000 e 2025, desidero esprimere il mio più profondo rincrescimento.

    Ciò che stride è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule in una dimensione di umiltà e di confronto civile, nell’ottica della collaborazione sulla tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante per poi, dichiarare congiuntamente in data odierna, da una parte la propria distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto, dall’altra, sminuendo le capacità della stessa Autorità ad esercitare il proprio ruolo, additandola di superficialità e disinvoltura e come se non bastasse, di divulgare dati infondati.

    Una Garante che dopo essersi spogliata da ogni appartenenza religiosa e politica per stare unicamente e prioritariamente dalla parte del superiore interesse dei minori, che davanti ad un report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto, ha innanzitutto interrogato la propria coscienza e che, tra la possibilità di girarsi dall’altra parte e quella di condividere con i cittadini e le cittadine la gravità del fenomeno, ha scelto di rendere noti i dati che aveva nella sua scrivania.

    Solo attraverso una diffusa responsabilità, infatti, si può cambiare una prassi che si è fatta complice di tante oscenità. Da Garante pago il prezzo di compiere onestamente il mio lavoro, perché di questo si tratta. La mia posizione è netta e trasparente, non arretra di un millimetro. Anzi. Non mi risulta che la Conferenza Episcopale Sarda abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti.

    Dichiarazioni_Garante_infanzia_abusi_clero