Osservatorio della Rete L'ABUSO

Autore: Redazione WebNews

  • Abusi nella chiesa finiti in prescrizione: «Ho denunciato affinché non accada ad altri minori»

    Abusi nella chiesa finiti in prescrizione: «Ho denunciato affinché non accada ad altri minori»

    «Avevo dieci anni quando per la prima volta un prete mi ha baciato e toccato». Queste le parole di Christian, l’uomo che ha deciso di raccontare la violenza che ha subìto quando era un bambino. Oggi è un adulto, parla con la voce bassa, quasi a non volerle risentire le parole che dice. È una vittima di abusi che la Chiesa ha deciso di non tutelare. La vittima, nel 2024, ha denunciato allo sportello di ascolto della diocesi di Bolzano che frequenta sin da quando è bambino. Poco dopo quel colloquio in diocesi, viene convocato in Questura a Bolzano. «Così scopre che all’insaputa sua e del suo legale, malgrado la palesata prescrizione del caso, la Diocesi aveva fatto un esposto, che puntualmente verrà poi archiviato per prescrizione», spiega Francesco Zanardi che per primo ha raccolto la testimonianza della vittima grazie alla Rete L’Abuso, osservatorio di cui è fondatore, in quanto vittima a sua volta di abusi commessi da membri del clero.

    «Nelle indagini viene ascoltata anche la Diocesi che dirà esplicitamente che padre Unterhofer, il sacerdote accusato dalla vittima, è uno dei buoni e che questo è il primo avviso che riceve». In realtà la vittima fornì altri due nominativi comprese le loro testimonianze scritte e firmate riguardo le loro esperienze con lo stesso sacerdote alla diocesi che non sono stati sentiti.

    In Italia, soltanto in due casi la giustizia canonica ha riconosciuto formalmente la responsabilità dell’abusante. La vittima, per oltre trent’anni ha tenuto dentro il suo segreto.

    Un bambino molestato da un prete prima, un adulto che ha imparato a sopravvivere fino al momento in cui ha deciso di scrivere tutto. Il suo racconto è lo specchio di un sistema che spesso ha scelto il silenzio al posto della giustizia. La procedura canonica infatti segue un percorso parallelo rispetto a quella ordinaria, con finalità differenti. È un procedimento interno alla Chiesa, gestito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, e può concludersi con sanzioni che vanno dalla sospensione ad un massimo che è la riduzione allo stato laicale.

    Ma raramente, in Italia, questi procedimenti arrivano a una decisione definitiva. Nella maggior parte dei casi, i fascicoli vengono archiviati, o restano fermi per anni. E le vittime, spesso, non ricevono neppure una comunicazione formale. Nell’attuale caso, ancora oggi, il sacerdote indicato come responsabile esercita il ministero in una parrocchia altoatesina con più di ventimila abitanti. «Mi hanno proposto un risarcimento economico ma ho detto di no», racconta. «Prima si protegge chi è più fragile, poi si parla di soldi».

    Alle nostre domande sul caso specifico, il vicario generale della diocesi di Bolzano, Eugen Runggaldier ha risposto di fatto sottolineando la mancanza di prove sul caso. «La diocesi informò la procura, la quale avviò indagini nei confronti del sacerdote per verificare se, al momento, esistesse un pericolo per minori. Le indagini durarono diversi mesi. Furono archiviate dalla procura perché non emersero comportamenti inadeguati. Per questo motivo il sacerdote rimase in servizio.

    Il vicario generale dispose comunque un’indagine preliminare. Al termine di essa, il vescovo incaricò il vicario giudiziale di inviare il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano. Da lì, ormai passati un anno e mezzo, non è ancora pervenuta alcuna comunicazione ufficiale».

    In realtà nel decreto di archiviazione si legge: prescrizione. «La procura voleva procedere per fondatezza tanto che mi ha interpellato ma per prescrizione non ha potuto», spiega la vittima.

    Delle migliaia di segnalazioni di presunti abusi commessi da religiosi in Italia meno di una su dieci è arrivata a un’indagine canonica formale, e solo una manciata a un provvedimento conclusivo. «Avevo poco più di dieci anni quando tutto è cominciato.

    L’uomo che avrebbe dovuto essere una guida spirituale per me, un punto di riferimento per la comunità, un amico della mia famiglia, divenne invece la fonte di un trauma che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Lui mi trattava come un prescelto, diceva che tra noi non eravamo in due, ma in tre: io, lui e Dio. Diceva che tutto quello che facevamo era voluto da un’istanza più alta, che era un segreto tra noi e Dio. A undici anni gli credevo ciecamente».

    All’inizio erano gesti ambigui, attenzioni particolari, parole gentili. Poi arrivarono i contatti fisici, sempre più invadenti. «Quando veniva a trovarci a casa, toccava sempre a me riaccompagnarlo alla porta dell’uscita, al piano di sotto. Era una forma di gentilezza che i miei genitori mostravano nei suoi confronti. Fu in quella circostanza che subii il primo abuso. Davanti alla porta, sotto la rampa delle scale, mi ha baciato, non come un prete bacia un bambino, ma come un adulto. Mi ha stretto con forza e mi ha toccato, dappertutto. Io ero paralizzato, non capivo. Avevo paura ma anche vergogna. Sapevo, sopra ogni cosa, che mai nessuno mi avrebbe creduto».

    La situazione andò avanti per quasi due anni. D’estate, Christian veniva mandato dai genitori a trascorrere le vacanze in montagna, lavorando su un tipico maso altoatesino lontano da casa ma il sacerdote lo raggiungeva anche lì. «Trovava sempre un modo per presentarsi, per inventarsi una scusa. Più volte mi ha fatto salire in macchina e tutto è ricominciato». Non ci fu mai un rapporto sessuale completo, ma quelle molestie furono ripetute, costanti, distruttive. «Forse è anche per questo che sono ancora vivo. Ma non significa che non mi abbia distrutto dentro».

    Per gran parte della sua vita, Christian non ha raccontato niente a nessuno. «Provavo vergogna e paura. A volte da adulto, trovandomi i miei figli accanto mi sono chiesto come ci si può comportare così nei confronti di un bambino? Come si diventa un mostro? Ti fai mille domande. Come lo spieghi a tua moglie, che ancora oggi non conosce i dettagli sui fatti?».

    Solo di recente, dopo un lungo periodo di crisi psicologica è riuscito a scrivere tutto. «Ho scritto a mano su decine di fogli bianchi». Quel documento è oggi agli atti della giustizia. «Voglio che nessun altro subisca quello che ho passato io», conclude la vittima. Dice che sta ancora «pulendo», come chi vuole ripulire una stanza in ogni angolo. «Voglio pulire a fondo e chiudere bene, per non doverci tornare mai più.

    Per questo ho parlato, perché non accada ancora ad altri minori». Nel 2023, la Conferenza Episcopale italiana ha pubblicato un primo report interno sugli abusi ma limitato ai casi segnalati dal 2000 in poi e raccolti dai Centri di ascolto diocesani: 89 casi in tutto. Un numero giudicato da molte associazioni «non rappresentativo», perché non include le denunce anteriori né quelle gestite direttamente dal Vaticano.

    Nel frattempo, sono sempre di più le vittime che trovano il coraggio di parlare. Molte riescono a farlo solo dopo decenni. Ecco perché spesso le denunce restano fuori dai tribunali per prescrizione, paura o mancanza di prove materiali. Per questo, il riconoscimento ecclesiastico, anche se non produce effetti penali, ha un valore simbolico e morale importante: significa che la Chiesa, almeno in parte, ha ammesso ciò che per anni è stato negato.

    Peter Unterhofer

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-diocesi-bolzano-storia-testimonianza-denuncia-sacerdote-unterhofer-wlsvjs1q

  • “Non vergognatevi degli abusi subiti”

    “Non vergognatevi degli abusi subiti”

    “Abbiamo riscontrato criticità omogenee in 32 sportelli diocesani analizzati: preti non sanzionati, difficoltà di accesso agli atti, sacerdoti che restano anonimi e pratiche di spostamento da una diocesi all’altra senza adeguate misure per evitare il contatto con minori”. È questa la denuncia lanciata da Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’Abuso, nel corso di una conferenza stampa che ancora una volta ha acceso i riflettori sui casi di abusi sessuali da parte del clero. Nello specifico, l’organizzazione ha posto l’attenzione sul funzionamento degli sportelli diocesani per le segnalazioni di abusi riportando anche la testimonianza di Christian, un bolzanino che in passato è stato abusato per due anni da un prete che – secondo quanto riporta la Rete – risulta essere ancora in servizio nella Diocesi di Bolzano – Bressanone e aveva abusato di altre due persone.

    In merito, era partita un’inchiesta da parte del Vaticano che è stata chiusa nel 2025 perché (secondo il documento riportato dalla Rete) i “fatti precedenti rimangono entro i limiti della punibilità” e non hanno “la necessaria sicurezza” per “essere provati”. “È stato di fatto ammesso – evidenza Zanardi – che tre vittime non bastavano come testimonianza”. Prima dell’inchiesta vaticana, il caso era stato segnalato dalla Diocesi alla Procura della Repubblica che, in seguito alle indagini, ne aveva chiesto l’archiviazione.

    “Alle denunce non seguono fatti”

    Il monitoraggio della Rete, durato quasi due anni, ha attraversato diverse regioni italiane – dalla Lombardia alla Sicilia, dal Veneto alla Campania – e ha coinvolto anche la Diocesi altoatesina, spesso indicata come modello nella prevenzione vista la pubblicazione nel 2025 del Report sugli abusi. In totale, la Rete è riuscita ad accedere a 32 sportelli sui 130 attivi nelle 226 diocesi italiane. Secondo quanto riferito, le aspettative delle vittime – “tolleranza zero, prevenzione e controllo”, in linea con il manifesto di Papa Francesco – si scontrerebbero con prassi opache e scarsa trasparenza.

    “Gli sportelli appaiono come un’estensione di una struttura blindata. Alle denunce delle vittime, per una scusa o per l’altra, non seguono poi dei fatti. Ad esempio viene spesso ripetuto che è andato tutto in prescrizione ma, come ha detto il Cardinale Zuppi, nella Chiesa non c’è prescrizione”, ha detto Zanardi.

    Il racconto della vittima

    Durante la conferenza ha preso la parola Christian, 49 anni, altoatesino, sopravvissuto ad abusi subiti da bambino da parte di un sacerdote tuttora in servizio. “Mi chiamo Christian, sono nato a Bolzano. Sono di madrelingua tedesca. Dopo il trasferimento della mia famiglia in un paese di montagna nei dintorni del capoluogo, la parrocchia per me ha rappresentato il centro della vita sociale. Provengo infatti da una famiglia molto credente e per noi, ad esempio, era un onore ricevere la visita del prete in casa”. Le circostanze hanno infatti portato Christian a diventare chierichetto: “Era il modo più semplice per trovare amici”, racconta oggi. Ed è proprio in quel contesto che a partire dai dieci anni di età per Christian sono iniziati gli abusi. “Alla fine delle visite a casa, il prete insisteva perché lo accompagnassi dal quarto piano fino al portone del condominio. Nello spazio vicino alle cassette della posta sono avvenuti gli assalti. Più volte. Per circa due anni”, racconta.

    “Fare il chierichetto era il modo più semplice per trovare amici”

    Successivamente, durante le estati, Christian ha lavorato come tuttofare in un tipico maso altoatesino. “Quando il parroco ha scoperto dove mi trovavo, è arrivato al maso con la scusa di salutare la famiglia che mi ospitava. Poi mi invitava spesso ad accompagnarlo in macchina fino alla strada principale del paese. Davanti agli adulti era impossibile rifiutare l’invito per rispetto del prete”, prosegue ancora Christian. In auto si ripeteva però lo stesso schema. “Il prete mi diceva che eravamo visti e benedetti da Dio, che Dio era il terzo elemento del nostro rapporto. Mi ha parlato anche di un altro ragazzo della mia età, raccontandomi di un legame simile, immagino per togliermi l’ansia. Mi adulava. Le sue parole erano fatte per farmi sentire speciale. Ma se non accettavo subito diventava invadente”. L’ex chierichetto ricorda ancora: “In quei momenti restavo congelato. Non riuscivo a reagire”. Gli abusi sono proseguiti fino a che Christian, un giorno, è scappato dalla macchina. “Lo schifo che sentivo per la situazione era più forte di lui. Sono scappato dalla macchina e sono corso al maso”, ricorda. Ma il ritorno in paese, in autunno, non è facile. “A scuola e in parrocchia per lui non esistevo, non mi considerava. E io mi sentivo in colpa. Avevo rifiutato lui e, nella mia testa di bambino, avevo rifiutato anche Dio”.

    “La vergogna è un sentimento silenzioso ma fortissimo. E purtroppo protegge il pedofilo, non la vittima”

    E qui Christian arriva a parlare di un sentimento spesso comune tra le vittime: la vergogna. “La vergogna è un sentimento silenzioso ma fortissimo. E purtroppo protegge il pedofilo, non la vittima. Per questo voglio dire alle altre vittime: non vergognatevi degli abusi subiti. Non c’è proprio nulla di cui vergognarsi. Eravamo bambini innocenti, non conoscevamo i nostri diritti”. Rivolgendosi ancora alle vittime, dice: “Consiglio di rivolgersi il prima possibile a uno psicologo”. E infine Christian dice la sua sul sistema di ascolto nella Chiesa. “Secondo me la prima fase di ascolto dovrebbe avvenire fuori dalla chiesa. Servono indipendenza, trasparenza e controllo esterno. Non si può chiedere alla stessa istituzione di essere giudice di sé stessa”. E raccontando le criticità riscontrate con lo sportello della Diocesi, dice: “Ho dovuto inviare io le dichiarazioni di altre due persone con esperienze simili. Mi chiedo come possa lavorare bene uno sportello se non ha pieno accesso agli atti”.
    E conclude con un’ultima riflessione: “Se non accettiamo l’abuso da parte di un insegnante o di un allenatore, perché dovremmo accettarlo da un prete? Chiunque sa, deve parlare, non può stare in silenzio altrimenti diventa complice”.

    Interpellata da SALTO, la Diocesi ha fatto sapere tramite il portavoce che si esprimerà a breve sulla vicenda denunciata. Peter Unterhofer

    https://salto.bz/it/article/24022026/non-vergognatevi-degli-abusi-subiti

  • Legale Rete L’Abuso, ‘i centri di ascolto per le vittime non sono indipendenti’

    Legale Rete L’Abuso, ‘i centri di ascolto per le vittime non sono indipendenti’

    (ANSA) – ROMA, 24 FEB – L’analisi condotta dalla Rete L’Abuso sugli sportelli anti-abusi di 32 diocesi italiane, “meriterebbe una riflessione che tocca il piano nazionale e anche internazionale: quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale, ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono al vescovo”. Lo ha detto l’avvocato Mario Caligiuri nel corso di una conferenza stampa promossa della Rete L’Abuso.

    Il legale che ha accompagnato lui stesso una vittima “maggiorenne” a un centro di ascolto ha riferito così l’esperienza: “La prima carenza che si percepisce è la carenza di informazioni e il fatto che c’è una valutazione di credibilità della notizia che resta però concentrata sull’autorità gerarchica”.

    “Lo stato italiano – spiega il legale con un raffronto con il sistema giudiziario italiano – risponde anche ad organismi internazionali sul modo in cui interviene e promuove la prevenzione degli abusi, l’istituzione ecclesiastica risponde innanzitutto invece a sè stessa con la rivendicazione di autonomia dell’ordinamento canonico. E’ una differenza di significativo conto – sottolinea – quando si parla di violenza su minori, l’assenza di controllo esterno e indipendente non è un dettaglio ma incide sulla sostanza della prevenzione”.

    L’avvocato evidenzia quindi tre aspetti critici a suo giudizio nella gestione da parte dell’istituzione ecclesiastica della prevenzione e del trattamento dei casi di abusi: il ruolo non indipendente dei centri di ascolto nell’indagine previa; l’assenza di un obbligo generalizzato e automatico di trasmissione alla procura della Repubblica; la mancata piena sottoposizione dell’istituzione ecclesiastica ai meccanismi internazionali più avanzati cioè le Convenzioni di Lanzarote e di Istanbul. Il legale conclude quindi che “sì, ci sono stati progressi ma conservando una sorta di autoregolamentazione marcata e difficilmente penetrabile”. (ANSA).
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  • Le Diocesi insabbiano, la denuncia della Rete L’ABUSO.

    Le Diocesi insabbiano, la denuncia della Rete L’ABUSO.

  • ‘Emanuela Orlandi? C’è stato un sofisticato depistaggio coordinato da un’unica regia, simile a quello di Ustica. La pista prevalente porta in Vaticano’: le rivelazioni del procuratore Malerba alla commissione d’inchiesta

    ‘Emanuela Orlandi? C’è stato un sofisticato depistaggio coordinato da un’unica regia, simile a quello di Ustica. La pista prevalente porta in Vaticano’: le rivelazioni del procuratore Malerba alla commissione d’inchiesta

    “Un sofisticato depistaggio, simile a quello di Ustica”: lo dice senza mezzi termini il procuratore Giovanni Malerba alla commissione bicamerale di inchiesta che nei giorni scorsi l’ha audito sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due 15enni scomparse a Roma nel 1983.

    I depistaggi e l’ambiente romano

    Il magistrato che nel 1997 firmò la requisitoria della seconda inchiesta sulle sue scomparse, e che ha recapitato tre rogatorie al Vaticano, tutte disattese, ne chiese anche l’archiviazione. Lasciò molte tracce da approfondire, le stesse su cui è tornato davanti ai commissari a Palazzo San Macuto. “Nella requisitoria del ’97 ho usato il termine ‘ambiente romano’.

    Non volevo rischiare querele ma la mia sensazione era che l’ambiente fosse un ambiente d’Oltretevere”, in riferimento al Vaticano. Sui depistaggi, Malerba sembra tirare in ballo soprattutto quelli della cosiddetta pista turca e dei cinematografi, quando dice: “Il moltiplicarsi di soggetti rivendicanti il sequestro, sigle come Turkesh o Phoenix, tutti in possesso di elementi dimostranti un contatto con Emanuela, ma nessuno in grado di dimostrarne l’esistenza in vita, unito all’accertata inesistenza di taluni soggetti, rivela tutta la trama di un’operazione mirata a sviare dall’individuazione dei responsabili e del reale movente del sequestro. Non battitori liberi ma un’unica regia.

    La professionalità mostrata dai sequestratori era di livello tale da non potersi ritenere che sia stata opera di delinquenti comuni, c’era a monte qualche altro soggetto e sono portato a escludere che fosse orchestrato per la liberazione di Agca”, afferma il pm in riferimento all’attentatore turco di Papa Woytyla di cui fu chiesta la scarcerazione in cambio della cittadina vaticana Orlandi da parte di fantomatici rapitori. “Il livello di conoscenza di cose italiane e vaticane è incompatibile con dei dilettanti. Escludo anche la tratta delle bianche — ha proseguito — e quella familiare. Se i contatti che il Vaticano ha avuto sulla linea telefonica riservata avessero evidenziato un quadro di responsabilità della famiglia Orlandi, allora il Vaticano avrebbe tutto l’interesse a farsi avanti”, ha precisato. Malerba non ha scartato del tutto la pista che coinvolge la Banda della Magliana, “evidentemente convocata da qualcuno, con un ruolo nello smaltimento”. (fonte: Repubblica)

    Villa Osio

    Intanto si sono nuovamente fermati gli scavi alla Casa del Jazz, un tempo di proprietà del boss Enrico Nicoletti. Il cassiere della Magliana, lo ricordiamo, la comprò dal Vicariato di Roma attraverso la congregazione religiosa degli Oblati. Un’interruzione che sopraggiunge dopo la scoperta della scalinata di accesso al tunnel sotterraneo e sigillato da blocchi di cemento. Per procedere occorrono nuovi permessi per cui si tratta di uno stop di origine burocratica.
    Il tunnel, secondo quanto indicato dal sacerdote della congregazione degli Oblati, padre Domenico Celano, era un tempo accessibile attraverso una botola collocata dov’è adesso lo studio di registrazione. Fu Enrico Nicoletti a decidere di “tombare” la zona. “Avevano qualcosa da nascondere per fare un muro”, osserva Pietro Orlandi a cui in passato un ex criminale avrebbe detto che i sotterranei di Villa Osio, secondo un magistrato, nascondono i resti di sua sorella Emanuela Orlandi. I lavori sono partiti su iniziativa privata di un altro magistrato, Guglielmo Muntoni, ora presidente dell’Osservatorio sulle politiche per il contrasto alla criminalità economica della Camera di Commercio di Roma. All’ultimo sopralluogo era presente anche il figlio del giudice desaparecido Paolo Adinolfi scomparso nel nulla nel luglio del ’94 e i cui resti, secondo quanto emerso da alcune indagini della Procura, potrebbero essere stati occultati proprio nei sotterranei di villa Osio.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/23/emanuela-orlandi-ce-stato-un-sofisticato-depistaggio-coordinato-da-ununica-regia-simile-a-quello-di-ustica-la-pista-prevalente-porta-in-vaticano-le-rivelazioni-del-procuratore-malerba-alla/8301697/

  • ADESSO IN DIRETTA – Da Bolzano in giù. Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME

    ADESSO IN DIRETTA – Da Bolzano in giù. Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME

    Un viaggio per le diocesi italiane durato quasi due anni nel quale la Rete L’ABUSO, attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade.

    In alcuni casi lo abbiamo fatto anonimamente mentre in altri ci siamo presentati come Associazione, insieme al sopravvissuto, per capire quale fosse il differente approccio.

    “Da Bolzano in giù”, ed è proprio da Bolzano – considerata la diocesi pioniera e più attiva che da anni ha istituito gli sportelli diocesani, oggi presenti in Italia in 130 diocesi su 226 – che partirà il nostro viaggio durante il quale esporremo i dati di ogni diocesi.

      Relatori

    -Francesco Zanardi – Portavoce della Rete L’ABUSO

    -Avv. Mario Caligiuri – Responsabile dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO

    -Christian – Sopravvissuto della diocesi di Bolzano

  • Abusi nella Chiesa: sotto accusa sacerdote altoatesino ancora in servizio

    Abusi nella Chiesa: sotto accusa sacerdote altoatesino ancora in servizio

    Un sacerdote altoatesino ancora in servizio avrebbe abusato sessualmente, anni fa, di tre bambini. A denunciarlo l’associazione nazionale “Rete l’abuso”.

    Le inchieste della Procura e del Vaticano sono state archiviate ma, secondo l’associazione, qualcosa non torna.

    Nel servizio la testimonianza di una delle presunte vittime che lancia un appello: “Non vergognatevi, eravamo bambini innocenti”.

    Abusi nella Chiesa: sotto accusa sacerdote altoatesino ancora in servizio

  • Un sopravvissuto agli abusi sessuali del clero sollecita l’azione della Chiesa dopo che un tribunale italiano ha confermato la condanna

    Un sopravvissuto agli abusi sessuali del clero sollecita l’azione della Chiesa dopo che un tribunale italiano ha confermato la condanna

    (OSV News) — Una corte d’appello dell’Italia meridionale ha confermato che un ex sacerdote ha utilizzato tattiche manipolative per abusare sessualmente di diversi minori e che i membri della diocesi, tra cui il vescovo, erano a conoscenza e hanno attivamente insabbiato l’abuso.

    A metà gennaio, la Corte d’appello di Caltanissetta, città dell’Italia meridionale, ha pubblicato la sua “Motivazione”, un documento di 50 pagine che spiega la condanna emessa il 1° luglio dal tribunale nei confronti di padre Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere.

    OSV News ha ottenuto una copia del documento.

    In esso, la corte ha affermato che gli abusi commessi da padre Rugolo su tre vittime (Antonio Messina e altre due persone) implicavano un modello di comportamento “predatorio” che è stato caratterizzato come “deviazione mascherata da missione pastorale”.

    Il caso attirò l’attenzione per la diffusione al pubblico di registrazioni , tra cui alcune realizzate dal sacerdote accusato durante conversazioni private con il vescovo Rosario Gisana di Piazza Armerina.

    In una registrazione, il vescovo Gisana dice all’ex sacerdote, che ha espresso preoccupazione per l’indagine sui suoi abusi, che “l’unica cosa che possiamo fare è pregare il Signore perché il problema non è solo tuo, ma anche mio, perché ho insabbiato questa storia”.

    In un’intervista del 2024 al quotidiano italiano La Stampa, il vescovo Gisana ha affermato che le sue parole erano state “estrapolate dal contesto della conversazione”.

    Il vescovo Gisana e il vicario giudiziale diocesano, mons. Vincenzo Murgano, sono stati incriminati lo scorso anno per dichiarazioni false rilasciate durante il processo a padre Rugolo e dovranno comparire in tribunale il 12 marzo.

    Frustrazione con ‘Vos Estis’
    Mentre le schiaccianti sentenze della corte civile contro Padre Rugolo danno un certo senso di giustizia, per Messina l’inazione della Chiesa cattolica in un caso comprovato di insabbiamento sistematico è scoraggiante.

    In un’intervista rilasciata a OSV News il 10 febbraio, Messina ha affermato che le rassicurazioni secondo cui la Pontificia Commissione per la tutela dei minori sarebbe stata “un luogo privilegiato di ascolto” sono sembrate vane.

    Ha inoltre espresso frustrazione per il fatto che le procedure della Chiesa per indagare sulle accuse di abusi sessuali o sulla loro copertura, definite “Vos Estis Lux Mundi” (“Voi siete la luce del mondo”), non abbiano portato a provvedimenti disciplinari nei confronti del vescovo Gisana, che continua a ricoprire la carica di vescovo della diocesi.

    “Credo che ci sia stata una carenza nell’applicazione di ‘Vos Estis Lux Mundi’ e, più in generale, di queste norme volte a contrastare gli abusi”, ha affermato Messina. “Ogni volta che abbiamo cercato di invocare queste norme, anche tramite il mio avvocato canonico, ci è stato detto che non potevano essere applicate al mio caso perché non erano retroattive. Tuttavia, a prescindere da ciò, credo che la legge non abbia impedito, e non impedisca, alla Santa Sede di intervenire nei confronti del vescovo, soprattutto considerando che la sentenza del tribunale è molto chiara”.

    Messina ha anche osservato che, nonostante le notizie secondo cui padre Rugolo sarebbe stato ridotto allo stato laicale dopo la condanna del 2025, egli risulta ancora elencato come membro attivo del clero sul sito web della diocesi.

    “Non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale. La diocesi di Piazza Armerina lo elenca ancora tra i suoi sacerdoti sul suo sito web, con incarico presso l’arcidiocesi di Ferrara”, ha detto Messina a OSV News, aggiungendo che “per quanto mi riguarda, sì, rimane sacerdote”.

    In una dichiarazione pubblicata il 5 luglio, la diocesi ha affermato che, “in conformità con le norme canoniche, aveva precedentemente avviato un processo canonico che si era concluso con una sentenza di condanna”.

    OSV News ha contattato la diocesi di Armerina in merito allo status clericale di padre Rugolo e attende una risposta.

    Comunicazione con PCPM
    Dopo la condanna di Rugolo nel 2024, iniziarono i contatti tra Messina e il vescovo Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la tutela dei minori.

    Messina ha condiviso con OSV News la sua corrispondenza con la commissione, nonché una lettera da lui inviata a Papa Leone XIV.

    In una lettera datata 4 novembre 2024, il vescovo Alí informò Messina che papa Francesco aveva esteso un invito per un’udienza privata in Vaticano.

    Tuttavia, a causa di conflitti di programmazione e della successiva malattia e morte del papa, l’incontro non ebbe mai luogo. Ciononostante, Messina rimase in contatto con il segretario della commissione, recandosi anche a Roma per incontrarlo a maggio.

    Il vescovo Alí scrisse nuovamente il 15 luglio per confermare di aver informato papa Leone sul caso di Messina, nonché sulle sue preoccupazioni riguardo al fatto che il vescovo Gisana continuasse a guidare la diocesi nonostante le prove pubbliche di aver insabbiato i suoi abusi.

    «Sua Santità ha chiaramente espresso che la protezione dagli abusi e la giustizia sono punti fondamentali della missione della Chiesa e del suo pontificato», ha scritto il vescovo.

    “Desidero confermare la mia e la nostra volontà di mantenere un dialogo aperto con voi, come mi ha indicato Papa Leone XIV nei giorni scorsi. Egli ritiene che la sua Commissione per la Tutela dei Minori possa essere un luogo privilegiato di ascolto, creato proprio per tutti coloro che hanno subito abusi e, come voi, desiderano rivolgersi alla Santa Sede”, ha aggiunto.

    A settembre, il vescovo Alí ha risposto a una lettera di Messina, che chiedeva assistenza alla commissione in merito alle presunte azioni del vescovo Gisana per screditarlo, nonché alle presunte molestie da parte di membri della diocesi di Piazza Armerina.

    Nella sua lettera, il vescovo ha ribadito il mandato della commissione, che “riguarda lo sviluppo di politiche di protezione”, e che la storia di Messina “sarà tenuta in grande considerazione dalla Commissione nello svolgimento della sua missione”.

    Ha inoltre assicurato al sopravvissuto la sua “volontà di mantenere un dialogo aperto con lui”.

    Tuttavia, Messina ha dichiarato a OSV News che, dopo quella lettera, i molteplici tentativi di contattare il segretario della commissione, tra cui un aggiornamento su una richiesta di udienza con Papa Leone, sono rimasti senza risposta.

    “È un silenzio incomprensibile”, ha detto Messina. “L’unica spiegazione che temo è che il silenzio sia stato scelto deliberatamente, lasciandomi senza risposta. È quello che è successo con i dicasteri, ai quali ho inviato le mie lettere e gli atti del processo chiedendo loro di intervenire”.

    ‘Limiti’ al mandato
    OSV News ha contattato via email la commissione pontificia il 12 febbraio in merito alla frustrazione di Messina per il suo silenzio. Un messaggio dall’ufficio stampa della commissione ha confermato la ricezione e ha comunicato che avrebbe risposto “ma probabilmente non prima” del 16 febbraio.

    Poco dopo che OSV News ha ricevuto la conferma della commissione, Messina ha dichiarato di aver ricevuto un’e-mail con allegata una lettera del vescovo Alí in cui si scusava per il ritardo nella risposta. Tuttavia, la lettera, datata 12 febbraio, riportava erroneamente l’anno “2025” invece di “2026”.

    Il vescovo Alí ha assicurato che le preoccupazioni di Messina sono state inoltrate al Dicastero per la Dottrina della Fede e, pur assicurando la continua “apertura al dialogo e all’ascolto” della commissione, ha osservato che ci sono “limiti che il nostro mandato impone”.

    “In effetti, la Commissione non ha alcuna competenza su singoli casi o aspetti giudiziari, soprattutto quando si tratta di procedimenti ancora pendenti”, ha affermato il vescovo. “Ciò non diminuisce in alcun modo l’attenzione e il rispetto con cui abbiamo accolto la sua testimonianza, ma non siamo nella posizione di poter richiedere informazioni su quanto da lei richiesto”, ha scritto il vescovo.

    Le “informazioni” in questione erano una richiesta fatta da Messina il 1° novembre per avere risposte in merito allo status canonico di Padre Rugolo.

    Ha inoltre confermato che la richiesta di Messina di un’udienza privata con Papa Leone «è stata immediatamente trasmessa all’organismo competente della Curia Romana, la Prefettura della Casa Pontificia, affinché potesse essere valutata secondo l’ordine del giorno e la disponibilità di Sua Santità».

    Al momento della pubblicazione, la commissione non aveva ancora inviato la sua risposta a OSV News.

    Restano domande e determinazione
    Sebbene abbia apprezzato il fatto di aver ricevuto una risposta dopo cinque mesi di attesa, per Messina il messaggio del vescovo Alí solleva più domande che risposte su chi lui e i sopravvissuti come lui possano rivolgersi quando cercano aggiornamenti sui casi canonici o affrontano problemi con le diocesi locali.

    Ciononostante, Messina ha affermato che, nonostante i presunti tentativi da parte dei membri della diocesi di intimidirlo o metterlo a tacere, “ho ancora un briciolo di fede e mi aggrappo ad essa”.

    Nonostante la sofferenza e lo scoraggiamento, “spero di mantenere questa determinazione e che non solo ci sarà una condanna definitiva del sacerdote che ha abusato di me e di altri ragazzi, ma anche una condanna esemplare del vescovo Gisana e del suo vicario giudiziario, perché hanno insabbiato e tentato – e continuano a tentare – di insabbiare i crimini da lui commessi”.

    Quando gli è stato chiesto cosa avrebbe voluto dire a Papa Leone, Messina ha risposto a OSV News che gli avrebbe chiesto di “ascoltarmi e di mettere in pratica le misure necessarie, e di non aspettare che le vittime vadano avanti da sole”.

    “Non possiamo fare tutto da soli. La Chiesa non può esimersi dalla responsabilità di intervenire direttamente quando i fatti sono chiari e, soprattutto in questo caso, supportati dalla documentazione”, ha affermato. 

    Junno Arocho Esteves è corrispondente internazionale per OSV News. Seguitelo su X @jae_journalist.

    Clerical sexual abuse survivor urges Church action after Italian court upholds conviction

  • Aggressioni sessuali gay, arrestato un vescovo

    Aggressioni sessuali gay, arrestato un vescovo

    LONDRA – Nuovo scandalo a sfondo sessuale nella Chiesa d’Inghilterra, punto di riferimento storico della religione cristiana nel Regno Unito e della comunione anglicana nel mondo. Questa volta riguarda un vescovo attivo nell’esercizio delle sue funzioni, Stephen Conway, 68enne titolare della diocesi di Lincoln, nel nord dell’isola, che è stato arrestato nelle scorse ore.

    L’ecclesiastico, ha fatto sapere la Lincolnshire Police, è sospettato di “aggressioni sessuali” gay nell’ambito di “un’investigazione in corso” nata dalla denuncia di un uomo che afferma di essere stato molestato ripetutamente fra il 2018 e il 2025.

    Conway è stato rilasciato dietro cauzione dopo alcune ore di fermo, in libertà condizionata, ma resta sotto indagine. Mentre gli organi di sorveglianza interni alla Chiesa anglicana lo hanno immediatamente “sospeso dal suo ministero”, come riporta il sito della diocesi di Lincoln, citando un comunicato nel quale si manifesta “sostegno” a qualunque persona colpita e si assicura la massima collaborazione “alle autorità” inquirenti.

    La Chiesa d’Inghilterra è stata investita da diversi scandali negli ultimi anni, uno dei quali ha costretto alle dimissioni l’ex arcivescovo di Canterbury Justin Welby, primate della confessione anglicana fino all’anno scorso, accusato di aver coperto (o consentito d’insabbiare) una vicenda storica di abusi del passato.

    Al posto di Welby è stata designata per la prima volta una donna, Sarah Mullally, che è salita sulla cattedra di Canterbury a ottobre promettendo fra l’altro tolleranza zero.

    https://www.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1906262/chiesa-stato-gay-aggressioni-vescovo-arrestato

  • Pedo­fi­lia & Ior: le mail di Epstein sull’ex Pon­te­fice

    Pedo­fi­lia & Ior: le mail di Epstein sull’ex Pon­te­fice

    Nei file depositati dal Dipartimento della giustizia americano al Congresso emerge l’ossessione del finanziere pedofilo Jeffrey Epstein per la Chiesa cattolica. Sarà necessario uno studio approfondito dei documenti – che peraltro costituiscono solo il 58 per cento del materiale che deve essere pubblicato – per ricostruire il rapporto di Epstein con papi e Vaticano. Certamente ha iniziato a finanziare enti di beneficenza cattolici attraverso la sua fondazione, ha inviato i suoi uomini agli eventi vaticani ed era molto interessato alla politica estera della Santa Sede.

    Epstein, per esempio, si interessò anche delle dimissioni di Benedetto XVI e del cambio di presidente dello Ior, la banca vaticana, che avvenne nei giorni precedenti il trasferimento di Joseph Ratzinger a Castel Gandolfo. Il finanziere pedofilo aveva ottenuto informazioni dettagliate da un professore anche lui di cognome Epstein, e le aveva inviate all’ex ministro del Tesoro americano Larry Summers, economista, ex Segretario americano al Tesoro ed ex presidente dell’università di Harvard, sostenendo che la cosa più importante non erano le dimissioni di Ratzinger ma il cambio di presidente nello Ior, perché attraverso la banca vaticana si potevano far transitare soldi senza controlli italiani e Ue. Ecco il testo completo dell’email: “Il cambiamento più importante in Vaticano potrebbe non essere l’improvviso ritiro di papa Benedetto XVI, ma il cambio di leadership presso ‘l’istituto per le Opere di Religione’, la banca del Vaticano.

    A causa dello status del Vaticano come Paese sovrano, è esente dalle norme di trasparenza non solo dell’italia, ma anche dell’unione europea. Questo status consente ai suoi clienti d’élite di eludere qualsiasi controllo nei loro trasferimenti di denaro”. Poi passa a ricostruire quello che era avvenuto nei mesi precedenti. “Lo scorso maggio, il presidente della Banca Vaticana Ettore Gotti Tedeschi è stato licenziato dopo che le autorità italiane hanno aperto un’indagine su un lontano schema di corruzione in cui era presumibilmente coinvolto. In una perquisizione della sua casa sono stati trovati 47 dossier, tra cui materiali compromettenti sui suoi ‘nemici interni’ in Vaticano. Erano state date istruzioni su come usarli nel caso gli fosse successo qualcosa. Le chiamate intercettate di Tedeschi – continua l’email – hanno ulteriormente ricordato che la sua preoccupazione era che sarebbe stato assassinato perché conosceva i segreti del Vaticano. Alla fine del 2012, stava collaborando con l’indagine italiana in corso, fu a questo punto che l’onnipotente Collegio dei cardinali, in uno degli ultimi atti del papato di Benedetto, nominò l’avvocato tedesco Ernst von Freyberg presidente della banca. Poi sono arrivate le straordinarie dimissioni di papa Benedetto.”

    e la Corte penale internazionale. Sempre a Summers, Epstein scrive di lì a poco, il 19 febbraio 2013, facendo riferimento ai rumors che volevano Ratzinger coinvolto in qualche inchiesta sulla pedofilia e che questo lo avrebbe spinto alle dimissioni. “Nel 2011 – vi si legge – le vittime di abusi sessuali da parte del clero hanno chiesto alla Corte penale internazionale di indagare sul papa e su tre funzionari vaticani per abusi sessuali. Il gruppo per i diritti con sede a New York Center for Constitutional Rights (Ccr) e un altro gruppo, Survivors Network of those Abused by Priests (Snap), hanno presentato una denuncia alla Cpi sostenendo che i funzionari vaticani hanno commesso crimini perché tollerato e abilitato i crimini sessuali. La Cpi non ha preso il caso, ma non ha mai detto perché. Generalmente non commenta il motivo per cui non prende i casi”.

    Il giorno dopo, Summers alle 11.51 gli risponde : “What can I say?”,“che posso dire? Forse Palm Beach può estradare Benjamin (evidentemente un errore casuale o voluto per Benedetto, nda) ora che non ha più l’immunità come capo del governo”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/02/20/pedofilia-ior-le-mail-di-epstein-sullex-pontefice/8298281/