Osservatorio della Rete L'ABUSO

Autore: Redazione WebNews

  • Caso Emanuela Orlandi, nuovo segreto di soldi in Vaticano? Il fratello Pietro: “Monsignor Balda avrebbe letto dei documenti legati a dei miliardi che ogni settimana uscivano e andavo in Polonia a Solidarnosc”. E su Francesca Immacolata Chaouqui…

    Caso Emanuela Orlandi, nuovo segreto di soldi in Vaticano? Il fratello Pietro: “Monsignor Balda avrebbe letto dei documenti legati a dei miliardi che ogni settimana uscivano e andavo in Polonia a Solidarnosc”. E su Francesca Immacolata Chaouqui…

    Pietro Orlandi, ospite di Pulp Podcast, è tornato a parlare di due figure che, da tempo, ricorrono più volte all’interno del maremagnum che ormai è diventato il caso della quindicenne cittadina vaticana scomparsa nel 1983:“Monsignor Balda, che era il collega d’ufficio di Francesca Immacolata Chaouqui, ha fatto una dichiarazione recente ancora non pubblica, ma presumo sarà pubblica a breve in qualche modo.

    Lui ha detto di aver letto dei documenti in un determinato ufficio al Vaticano in cui si parlava anche di Emanuela, ed erano documenti legati a miliardi, miliardi, miliardi che ogni settimana uscivano e andavo in Polonia a Solidarnosc”. Ma a che titolo e in che modo questo soldi sono legati alla sparizione di Emanuela?

    Un giro di soldi che in realtà nasconde molto altro? Ma facciamo un passo indietro, perché di questi due personaggi si è parlato anche a proposito nella questione “delle chat Whatsapp tra persone vicine a Papa Francesco, su telefoni legati alla Santa Sede”. Che poi si è scoperto essere proprio loro. Messaggi in cui si farebbe riferimento proprio al corpo di Emanuela.

    Discussioni, tra Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Angel Vallejo Balda, risalenti al 2014. Al tempo la Chaouqui era membro della Cosea, Commissione di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economiche e amministrative della Santa Sede voluta proprio da Papa Francesco, di cui Balda era il presidente e, allo stesso tempo, anche segretario della Prefettura degli Affari Economici. Ma cosa scriveva la Chaouqui di preciso in queste chat?

    “A settembre dobbiamo far sparire quella cosa della Orlandi e pagare i tombaroli. Questo devi dire al Papa. Ora che torniamo si lavora all’archivio. E basta giornali e follie varie. Quella roba della Orlandi deve sparire e tu devi farti gli affari tuoi. Ho visto Giani (capo della gendarmeria ndr), io non credo che sia come dici tu su di lui. Quello che hanno fatto è un reato e lui lo deve sapere. Fra poco vengo, ma tu dove sei?”.

    E ancora: “Brucia questa conversazione appena leggi. Fai le copie almeno di quella cosa di Orlandi e le mando in procura in forma anonima. Questa roba finisce male”. Ma c’è di più. Infatti, nei vari messaggi, i due fanno riferimento anche al pagamento di un marmista che, alla fine degli anni novanta, avrebbe scolpito un angelo per adornare una tomba che si trova nel Cimitero Teutonico. Sempre in Vaticano. E qui si accede una lampadina. Ricordate la tomba che nel 2019 fu aperta su richiesta della famiglia Orlandi? Motivo?

    La ricezione di una lettera anonima che indicava proprio quella tomba come il luogo in cui erano sepolti i resti di Emanuela. Ma nulla di riconducibile a lei fu trovato. Eppure, dai messaggi, è possibile ipotizzare che qualcuno si sia mosso con tanto di “tombaroli” e “georadar” per identificare quale fosse la tomba di Emanuela in Vaticano. È il dubbio resta: nella Città del Vaticano questa tomba esiste oppure no?

    Poi la Chaouqui parla di una cassa con all’interno dei documenti segreti. E qui sorge il dubbio: che sia quella di cui tanto si è parlato, e che si è ipotizzato si trovi nella Basilica di Santa Maria Maggiore? Al momento tutto tace, ma la nuova dichiarazione fatta da Pietro Orlandi lascia aperto uno spiraglio: che qualcosa su questo fronte si stia muovendo?

    https://mowmag.com/attualita/caso-emanuela-orlandi-nuovo-segreto-di-soldi-in-vaticano-il-fratello-pietro-monsignor-balda-avrebbe-letto-dei-documenti-legati-a-dei-miliardi-che-ogni-settimana-uscivano-e-andavo-in-polonia-a-solidarnosc-e-su-francesca-immacolata-chaouqui

  • Nuova Zelanda – Domande per Papa Leone XIV

    Nuova Zelanda – Domande per Papa Leone XIV

    Caro Papa Leone XIV
    Perché hai imbiancato le accuse di violenza sessuale su minori contro il cardinale John Dew quando eri prefetto del Dicastero per i Bishop nel 2024? Perché non avete parlato con le vittime e come questo tipo di risposta è “centrata sulle vittime” come dite pubblicamente devono essere le risposte?
    Perché non tratterrete i vostri vescovi ad Aotearoa Nuova Zelanda per rendere conto di aver negato denunce per abuso di clero attraverso un processo segreto che ostacola le indagini?
    Perché non avete sanzionato i vostri vescovi ad Aotearoa Nuova Zelanda per aver usato avvocati civili nel loro processo di ricorso pastorale per minacciare i sopravvissuti e respingere ingiustamente le loro denunce?
    Perché permetti ai tuoi vescovi non solo di ignorare i sopravvissuti, ma di ordinare che il loro intero presbiterato ignora anche i sopravvissuti?
    Perché predicate la ‘tolleranza zero’ in pubblico ma permettete comunque insabbiamenti in privato?
    Perché non hai chiesto scusa pubblicamente per gli abusi nelle cure della tua Chiesa ad Aotearoa, Nuova Zelanda, come riscontrato dalla Commissione reale neozelandese di inchiesta sugli abusi in cura? Perché non avete riconosciuto i risultati dell’inchiesta?
    I sopravvissuti non meritano di meglio?
    https://www.facebook.com/groups/519994202127538/
  • Siracusa. Abusi sessuali su minore, svolta nel processo: chiesta assoluzione per l’ex prete di Francofonte

    Siracusa. Abusi sessuali su minore, svolta nel processo: chiesta assoluzione per l’ex prete di Francofonte

    Accusato di violenza sessuale ai danni di un minorenne, potrebbe verificarsi un ribaltamento nel processo: chiesta l’assoluzione per l’ex prete e cappellano militare di Francofonte, il 67enne Salvatore Cunsolo.

    I fatti

    L’ex sacerdote all’epoca svolgeva la sua opera nella chiesa Madre di Francofonte. Ed è li che, secondo l’accusa, approfittando della fragilità del ragazzino, rimasto orfano da bambino, si sarebbero verificate prima gli abusi e poi le violenze.

    L’ex cappellano è stato denunciato dal giovane, ora maggiorenne, di Francofonte il quale aveva raccontato alla Squadra Mobile di Siracusa di essere stato abusato dal religioso dall’età di 9 anni fino ai 18 anni.

    Il ragazzo prima di rivolgersi alla Polizia aveva denunciato i fatti al vescovo di Siracusa, Francesco Lomanto, che in quella occasione accompagnò personalmente il giovane a depositare la denuncia e poi avviò il processo canonico contro Salvatore Cunsolo al fine di sospenderlo dall’esercizio religioso.

    Il parroco, accusato di abusi sessuali su minore, fu altresì sospeso dallo stato clericale, la scorsa estate, dal vescovo di Piana degli Albanesi.

    La richiesta di assoluzione

    Nell’udienza più recente il pubblico ministero, Stefano Priolo, ha avanzato la richiesta di assoluzione dell’imputato, ritenendo che gli elementi raccolti non consentano di raggiungere il livello di certezza necessario per attribuirgli le responsabilità penali contestate. La decisione del giudice è prevista per la prossima settimana: l’udienza conclusiva è calendarizzata per il 2 dicembre, data in cui verrà emessa la sentenza sulla vicenda.

    Siracusa. Abusi sessuali su minore, svolta nel processo: chiesta assoluzione per l’ex prete di Francofonte

  • Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    O

    re 9.00 – Intervento dell’On. Angela Napoli, Madrina del Premio, già Vice-Presidente
    Commissione Parlamentare Antimafia e di Marisa Garofalo

    • “Io sono Lea” – MONOLOGO di Paolo De Chiara
    • Consegna del Premio ai “Testimoni” del nostro tempo e consegna delle Menzioni Speciali

    Modera:

    • Mara Ferraro, socia associazione Dioghenes APS

    A Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus, per l’impegno civile e umano nel contrasto alle violenze maschili contro le donne e alla tratta sessuale. Fondatrice e guida di un’Associazione che da anni opera con coraggio accanto a chi subisce soprusi e sfruttamento, Michelangela Barba ha trasformato la denuncia in azione, la parola in accoglienza, la solidarietà in prassi quotidiana. Ha dato voce e sostegno a tantissime donne, restituendo loro la possibilità di ricominciare. La sua è una testimonianza viva, coerente, che ha saputo coniugare attivismo, sensibilizzazione e informazione, diventando punto di riferimento anche per WordNews.it.

    Per la forza della sua testimonianza, per la costanza del suo impegno e per la sua azione quotidiana a difesa della dignità femminile, Michelangela Barba incarna lo spirito più autentico del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi non si arrende mai alla violenza e alla paura.

     


    A Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro, per la sua instancabile battaglia civile contro il caporalato, le agromafie e ogni forma di sfruttamento lavorativo e sociale. Ricercatore e docente, autore di studi fondamentali sul fenomeno del bracciantato migrante e sulla comunità sikh dell’Agro Pontino, Omizzolo ha unito il rigore scientifico alla militanza civile, pagando sulla propria pelle il prezzo della verità. Formatore e autore di saggi, articoli e libri come La Quinta Mafia, ha contribuito a far emergere la fitta rete di connivenze tra criminalità organizzata, imprenditoria e sfruttamento del lavoro agricolo.

    Per la sua testimonianza limpida e per il suo costante lavoro di denuncia, Marco Omizzolo rappresenta lo spirito del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi, con la forza della verità e della conoscenza, continua a sfidare l’indifferenza e la paura.


    A Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria, per il suo impegno nel coniugare educazione, memoria e legalità in una visione pedagogica che restituisce alla scuola il suo ruolo più alto. Fondatore e coordinatore del progetto scientifico-didattico di Pedagogia dell’Antimafia, Costabile ha portato l’antimafia fuori dai tribunali e dentro le aule. Nel marzo 2019 ha promosso, insieme a Edoardo Martinelli, allievo di don Lorenzo Milani e coautore di Lettera a una professoressa, il seminario permanente “Barbiana 2040”, un laboratorio di scrittura collettiva e di riflessione pedagogica che riprende e rinnova l’eredità milaniana per la scuola del XXI secolo.

    Per aver fatto dell’educazione un atto politico nel senso più alto e nobile del termine, per aver restituito alla scuola la sua funzione emancipatrice e per aver tracciato, con coerenza e coraggio, una pedagogia dell’impegno e della libertà, Giancarlo Costabile è riconosciuto come Testimone del nostro tempo.


    A Corrada Pomillo, Maresciallo Capo dei Carabinieri, per l’esemplare impegno, la dedizione e la competenza con cui, in territori ad altissima densità criminale, ha incarnato i valori più alti del servizio allo Stato e della lotta per la legalità. Con una straordinaria operazione investigativa, condotta tra il 2020 e il 2024 alla guida della Stazione Carabinieri di San Martino di Taurianova, ha smantellato una vasta rete di narcotraffico internazionale, documentando un giro d’affari illecito di oltre un milione di euro. Un risultato investigativo di eccezionale rilievo che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale dell’Arma con un encomio semplice conferito dal Comandante della Legione Carabinieri Calabria.

    Per aver difeso con onore la divisa e servito con dedizione la giustizia, per aver restituito alla comunità fiducia nello Stato e nella forza del bene comune, il Maresciallo Capo Corrada Pomillo riceve il titolo di Testimone del nostro tempo.


    A Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3), per aver dedicato la propria vita professionale alla ricerca della verità e alla difesa del diritto di cronaca, cardine irrinunciabile di ogni democrazia. Con rigore, coraggio e lucidità, Mottola ha indagato le zone d’ombra del potere, svelando intrecci di corruzione, affari opachi e abusi istituzionali che minano la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle sue istituzioni. Le sue inchieste hanno contribuito a restituire senso e dignità al giornalismo d’impegno civile, in un tempo in cui informare è diventato un atto di resistenza.

    Per la coerenza, la professionalità e il rischio personale con cui continua a onorare il mestiere di cronista, Giorgio Mottola rappresenta la voce scomoda e necessaria di un’Italia che non si rassegna al silenzio e continua a credere nella verità, nella giustizia e nella libertà.


    A Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL, per il suo costante impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori, della Costituzione e della dignità del lavoro come fondamento della Repubblica. La sua voce, ferma e appassionata, ha saputo rappresentare non solo le istanze del mondo sindacale, ma anche quelle di un Paese che chiede giustizia sociale, sicurezza, parità e rispetto. In anni segnati da precarietà, disuguaglianze e smarrimento civile, ha mantenuto viva la tradizione del sindacalismo più autentico, quello che non si piega al potere ma lo interroga, lo sfida, lo richiama alla responsabilità verso i più deboli.

    Per la coerenza morale, la visione solidale e la tenacia con cui ha difeso il lavoro come valore umano e politico, Maurizio Landini è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di una resistenza civile che continua a credere nel potere collettivo della solidarietà e nella forza etica della giustizia sociale.


    A Mauro Esposito, testimone di giustizia, per il coraggio e la forza morale con cui ha scelto di denunciare la ’ndrangheta, rompendo il muro dell’omertà e schierandosi, senza esitazioni, dalla parte dello Stato e della verità. La sua storia è quella di un uomo comune che, di fronte alla violenza e al sopruso, ha deciso di non voltarsi dall’altra parte, pagando sulla propria pelle le conseguenze di una scelta radicale e di giustizia. Con la sua denuncia, Mauro Esposito ha contribuito a smascherare un sistema criminale che affonda le radici nel potere e nella paura, dimostrando che la legalità non è un concetto astratto, ma un atto di responsabilità personale e collettiva.

    Per l’esempio di coerenza e dignità civile e per aver incarnato l’essenza stessa dell’antimafia dei cittadini, Mauro Esposito è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di quella Italia onesta che non si arrende e continua a credere nella giustizia, nella verità e nella libertà.


    A Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali, in servizio presso la Stazione Carabinieri Forestali Parco di Ottaviano, per lo spiccato impegno, la dedizione e l’eccezionale professionalità dimostrati nel contrasto agli illeciti ambientali in un territorio notoriamente segnato da un alto indice di criminalità organizzata. Nel periodo compreso tra il 2024 e il 2025, ha condotto personalmente numerose indagini che hanno portato a risultati operativi di straordinario rilievo: 190 persone deferite all’Autorità Giudiziaria, 83 sequestri eseguiti e 415 controlli sul territorio – molti dei quali effettuati all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

    Per l’elevato senso del dovere e l’integrità morale con cui ha servito lo Stato e difeso il bene comune, il Brigadiere Pellegrino Passariello riceve il titolo di Testimone del nostro tempo, come simbolo di una divisa che protegge, indaga e difende la vita, la terra e la legalità.


    MENZIONI SPECIALI

    A Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per l’impegno silenzioso ma tenace con cui, da oltre cinquant’anni, custodisce e difende la memoria di una verità negata: quella di un uomo innocente, morto il 15 dicembre 1969 nella Questura di Milano, in una notte che cambiò per sempre la storia repubblicana. Silvia ha scelto la via della dignità e della perseveranza, opponendo alla menzogna di Stato la forza della memoria e del pensiero critico. Il suo impegno civile e culturale, svolto lontano dai riflettori, ha contribuito a tramandare alle nuove generazioni il senso autentico della giustizia, della libertà e della resistenza morale.

    Per aver trasformato il dolore in testimonianza e la memoria in impegno, Silvia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di coerenza civile e di amore incrollabile per la verità e per la democrazia.


    A Claudia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per la determinazione con cui ha continuato a chiedere verità e giustizia per una delle pagine più oscure della storia italiana: la morte del padre, simbolo della strategia della tensione e delle sue vittime innocenti. Claudia ha saputo coniugare la memoria familiare con un impegno pubblico lucido e coraggioso, mantenendo viva la lezione di libertà, solidarietà e umanità che Pino Pinelli ha incarnato fino all’ultimo istante. La sua voce, ferma e limpida, è oggi quella di chi non dimentica, di chi pretende verità non per vendetta ma per riconciliare il Paese con la propria coscienza civile.

    Per aver reso la memoria un atto politico e morale, e per aver difeso il nome del padre con la forza mite della verità, Claudia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resistenza civile e di amore per la giustizia.


    A Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS, per il suo instancabile impegno nella diffusione della cultura della legalità e nella valorizzazione della memoria storica di uno dei più grandi simboli della lotta alle mafie: Joe Petrosino. Con passione e rigore, Chirichella ha trasformato un’eredità storica in un progetto culturale e civile di respiro internazionale, capace di unire le due sponde dell’Atlantico nel nome della giustizia, della verità e del coraggio. Sotto la sua guida, l’Associazione Petrosino è diventata un punto di riferimento per scuole, istituzioni e cittadini.

    Per la costanza del suo impegno, per la dedizione nel difendere i valori della legalità e per aver saputo trasformare la figura di Joe Petrosino in un simbolo contemporaneo di etica pubblica e responsabilità civile, Pasquale Chirichella riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.

    A Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito, per la lucidità e la determinazione con cui ha scelto di contrastare la ‘ndrangheta al Nord, raccontandone l’espansione in Emilia-Romagna. Con inchieste, documentari, conferenze e percorsi formativi nelle scuole e nelle università, Minari ha costruito un modello di antimafia civile e culturale, capace di unire conoscenza, etica e partecipazione. Il suo impegno testimonia che la mafia non è un problema del Sud, ma una questione nazionale.

    Per aver dato voce a una nuova generazione di cittadini consapevoli, per aver dimostrato che la verità non teme il potere e che la legalità è un atto di libertà, Elia Minari riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo. Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico. Ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, nel nome della verità e della dignità.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani, per l’impegno costante con cui, da molti anni, si dedica alle missioni umanitarie internazionali e alla difesa dei diritti dei popoli oppressi. Durante la guerra nei Balcani, nel 1999, ha operato come volontario nel campo profughi di Valona, in Albania, offrendo aiuto e sostegno ai rifugiati. Dal 2003 aderisce al Comitato per non dimenticare Sabra & Chatila, abbracciando la causa del popolo palestinese e del Diritto al Ritorno. Ha denunciato le gravi condizioni di vita dei rifugiati. A Palmi, la sua città, è promotore di numerose iniziative civili e culturali contro la violenza e la subcultura mafiosa. Nel 2013 ha fondato un coordinamento dedicato alla memoria di Rossella Casini, uccisa dalla ’ndrangheta nel 1981.

    Per la sua dedizione alla causa dei diritti umani e per l’impegno nel promuovere la legalità come forma di resistenza morale, Enzo Infantino riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di cittadinanza attiva, coraggio civile e memoria viva.


    Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana. Combattente nella Resistenza, Mario Coppetti ha rappresentato una generazione che ha riscattato l’Italia dal buio della dittatura e dell’oppressione, restituendo al Paese la speranza di una democrazia fondata sul coraggio, sulla solidarietà e sull’uguaglianza. Dopo la guerra, ha continuato a testimoniare con la parola e con l’esempio i valori antifascisti e costituzionali, trasmettendo ai giovani l’eredità più preziosa: la consapevolezza che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte, ma va difesa ogni giorno. La sua memoria rimane viva come simbolo di coerenza, umanità e impegno civile, esempio luminoso di quella Italia migliore che ha saputo scegliere da che parte stare.

    Per aver incarnato con la propria vita il significato più alto della Resistenza e per aver lasciato un segno profondo nella storia civile del nostro Paese, Mario Coppetti riceve il Premio Nazionale Lea Garofalo, come testimone eterno della libertà e della dignità repubblicana.


    A Marisa Garofalo, sorella di Lea Garofalo, per il coraggio, la dignità e la forza con cui ha custodito e tramandato la memoria di Lea, simbolo eterno di libertà e di ribellione contro la ’ndrangheta. Con il suo impegno Marisa ha difeso la verità e l’onore di una donna che scelse di spezzare le catene dell’omertà, affrontando la solitudine e il dolore con la forza della giustizia. La sua voce, ferma e autentica, ha continuato a testimoniare la storia di Lea, restituendole umanità, verità e giustizia, contro ogni tentativo di oblio o strumentalizzazione.

    Per aver reso la memoria familiare un atto pubblico di resistenza, per aver difeso con amore e fermezza il nome di Lea e per averne proseguito la battaglia civile.


    A Angela Napoli, già Vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia e madrina del Premio Nazionale Lea Garofalo, per il coraggio, la coerenza e l’integrità con cui, in decenni di vita pubblica, ha difeso i valori della legalità, della giustizia e della libertà. Parlamentare di raro rigore morale, Angela Napoli ha combattuto con determinazione le infiltrazioni mafiose, denunciando con nome e cognome complicità, silenzi e connivenze che hanno avvelenato la democrazia. La sua voce, libera e intransigente, ha rappresentato un presidio di verità nel cuore delle istituzioni, anche quando la solitudine e le minacce avrebbero potuto spegnerla. Da sempre accanto ai testimoni di giustizia, alle donne che resistono e ai cittadini che non si arrendono, ha reso la politica un atto di servizio e non di potere.

    Per la limpidezza del suo impegno, per la forza con cui ha scelto la parte più difficile e per la costanza con cui continua a educare alla legalità e alla memoria.

     

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

  • Le scuole cattoliche sotto i riflettori mentre il rapporto sugli abusi francesi alimenta il dibattito sulla supervisione statale

    Le scuole cattoliche sotto i riflettori mentre il rapporto sugli abusi francesi alimenta il dibattito sulla supervisione statale

    Un rapporto parlamentare francese pubblicato il 2 luglio ha fatto luce su inquietanti casi di abusi nelle scuole, riaccendendo anche un dibattito nazionale di lunga data sull’equilibrio tra il controllo statale e la libertà di istruzione.

    Il relazione, a seguito di un’indagine di cinque mesi sulla violenza all’interno del sistema scolastico, propone una serie di misure volte a proteggere meglio i minori. Tuttavia, la sua forte attenzione alle istituzioni private cattoliche sotto contratto statale ha sollevato preoccupazioni su potenziali pregiudizi politici e sul futuro del pluralismo educativo in Francia.

    L’inchiesta è stata condotta dai parlamentari Violette Spillebout, del partito centrista del presidente Macron Renaissance, e Paul Vannier, del partito di estrema sinistra La France Insoumise (LFI).

    Mentre il rapporto si rivolge formalmente a tutti i tipi di scuole, gran parte della sua attenzione è rivolta alle istituzioni private cattoliche sotto contratto statale, in particolare quelle con programmi di imbarco.

    “Disfunzione strutturale”

    La commissione d’inchiesta è stata istituita a seguito di rivelazioni di abusi a Notre-Dame de Bétharram, un collegio cattolico nei Pirenei Atlantici (Francia sud-occidentale). Il caso, durato diversi decenni, è servito da catalizzatore per la riflessione nazionale. Il primo ministro François Bayrou, ex ministro dell’istruzione che aveva mandato i suoi figli a scuola, è stato chiamato a testimoniare.

    La scuola di Bétharram è citata nel rapporto come un caso di studio chiave, in cui sacerdoti, insegnanti e personale sono accusati di aver commesso gravi abusi fisici e sessuali tra il 1957 e il 2004.

    Le vittime hanno descritto atti di “gravità senza precedenti, di sadismo assoluto”. I legislatori hanno definito la scuola un “esempio da manuale” della disfunzione strutturale dello Stato e dell’incapacità di prevenire gli abusi, avvertendo che difetti simili permangono ancora oggi.

    Più in generale, il rapporto denuncia la violenza in corso nelle scuole pubbliche e private e cita decenni di misure protettive insufficienti. La presidente della Commissione Fatiha Keloua Hachi ha descritto l’indagine come un “profondo tuffo nell’impensabile”, rivelando il silenzio sistemico e il fallimento istituzionale. Documenta oltre 270 scuole colpite e almeno 80 collettivi di vittime in tutto il paese.

    Il rapporto ha anche sottolineato i fattori culturali e religiosi che potrebbero aver contribuito al silenzio istituzionale in alcune scuole, tra cui rigide strutture gerarchiche e una riluttanza a mettere in discussione l’autorità.

    La commissione ha scoperto che gli insegnanti sanzionati a volte potevano essere tranquillamente riassegnati. Ha inoltre evidenziato l’assenza di dati nazionali sui casi di abuso e le discrepanze nelle segnalazioni: Un’indagine nazionale ha stimato 7 000 casi di violenza sessuale in un anno, ma solo 280 sono stati ufficialmente registrati nel periodo 2023-2024.

    In definitiva, la relazione conclude che il ministero dell’Istruzione non dispone ancora di strumenti efficaci per individuare e affrontare gli abusi e chiede riforme strutturali globali.

    Tra le raccomandazioni più importanti della relazione figurano l’allungamento dei termini di prescrizione per la segnalazione di abusi, il rafforzamento delle tutele degli informatori e l’istituzione di un nuovo organismo di segnalazione indipendente denominato “Signal Éduc”. Chiede inoltre la creazione di un fondo nazionale di risarcimento per le vittime.

    Altre misure proposte includono l’aumento della frequenza delle ispezioni, in particolare per i collegi (annualmente nelle scuole primarie e almeno ogni tre anni nelle scuole medie e superiori) e la revoca del segreto professionale nei casi di abuso di minori di 15 anni, anche nel contesto della confessione religiosa.

    Quest’ultima proposta, già inclusa nella relazione Ciase del 2021 sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica, è suscitare preoccupazione nella gerarchia ecclesiastica che ha costantemente riaffermato l’inviolabilità del sigillo della confessione.

    La relazione raccomanda inoltre che le istituzioni private con contratto statale siano portate più direttamente sotto la supervisione della direzione generale del ministero dell’Istruzione e propone di rivalutare il ruolo del segretariato per l’istruzione cattolica (SGEC), che sovrintende a oltre 7 200 scuole.

    Risposta dell’istruzione cattolica

    Philippe Delorme, segretario generale della SGEC, che è stato oggetto di un intenso esame da parte del correlatore Paul Vannier, che ne ha ripetutamente messo in discussione la legittimità e l’ha accusata di ostacolare la supervisione, ha risposto con cautela alla relazione.

    Egli riconosciuto la sua utilità nell’emergere abusi e nell’incoraggiare la vigilanza mentre esprime preoccupazione per ciò che considera come tentativi di erodere la missione distintiva dell’educazione cattolica.

    “La vita scolastica nei nostri stabilimenti non è destinata ad essere esattamente la stessa delle scuole pubbliche in quanto godiamo di una certa libertà di organizzazione”, ha dichiarato durante un incontro del 7 aprile. audizione con la commissione per gli affari culturali e l’istruzione.

    Durante un 19 giugno conferenza stampa, ha affermato che il SGEC si era già impegnato a verificare i precedenti penali di tutto il personale non docente – circa 80 000 persone – con largo anticipo rispetto alla pubblicazione della relazione.

    Inoltre, il SGEC ha recentemente lanciato, in maggio, il “Fermare le violenze“, con l’obiettivo di sensibilizzare, migliorare le strategie di prevenzione e rafforzare l’impegno delle istituzioni educative cattoliche per la sicurezza degli studenti.

    L’enfasi posta dalla relazione sulle scuole cattoliche ha scatenato il dibattito, in quanto i critici riconoscono la gravità degli abusi documentati, ma si chiedono anche se l’attenzione rischi di suggerire un fallimento sistemico unico dell’istruzione cattolica, nonostante problemi simili esistano in tutto il più ampio panorama educativo.

    In una relazione analisi pubblicato in Le Figaro, la giornalista dell’istruzione Caroline Beyer ha scritto che la relazione segna “una sequenza politica soprattutto”, con l’educazione cattolica esattamente in prima linea, e si è chiesta se le raccomandazioni avrebbero comportato un cambiamento significativo o se sarebbero servite a motivi ideologici.

    La sua osservazione ha fatto eco a preoccupazioni più ampie sul fatto che, mentre il rapporto solleva questioni vitali, rischia di diventare uno strumento per polarizzare i dibattiti sul ruolo delle scuole basate sulla fede nella società francese.

    Tali dubbi sull’imparzialità del documento sono stati rafforzati dal fatto che Vannier era già autore, nel 2024, di un documento altamente critico. relazione sul finanziamento delle scuole cattoliche.

    L’ex ministro dell’istruzione superiore Patrick Hetzel ha anche accusato il parlamentare di utilizzare l’inchiesta per perseguire un programma ideologico volto a minare la legge Debré del 1959, che garantisce il sostegno statale alle scuole private sotto contratto. “Con lui, LFI vuole rilanciare la guerra scolastica”, Hetzel detto Le Figaro, facendo riferimento alle tensioni storiche tra l’istruzione laica e quella basata sulla fede in Francia.

    Anche se Violette Spillebout ha insistito sul fatto che il loro lavoro non è stato guidato da dogmi, ma dalla testimonianza delle vittime e dal desiderio di garantire che nessun bambino, in qualsiasi tipo di scuola, sia lasciato senza protezione, la percezione di un’attenzione sproporzionata sulle istituzioni cattoliche rimane un punto di contesa.

    Il rapporto arriva in mezzo a più ampi sforzi da parte del governo francese per estendere il controllo sull’istruzione. Nel 2021 l’amministrazione del presidente Macron ha suscitato critiche per aver proposto un divieto di homeschooling, apparentemente per combattere la radicalizzazione islamica. Anche se ammorbidito prima del passaggio, il disegno di legge rifletteva uno spostamento verso un maggiore controllo statale sull’istruzione.

    La pubblicazione del rapporto ha coinciso anche con una rinnovata attenzione alla Stanislas School di Parigi, una prestigiosa istituzione cattolica sotto inchiesta per presunto mancato rispetto del programma nazionale di educazione sessuale e della “deriva omofobica e sessista” e dei suoi nuovi corsi di cultura cristiana.

    Durante un’ispezione del 2023 non ha confermato discriminazione sistemica, il ministero dell’Istruzione ha segnalato un monitoraggio più attento.

    Scuole cattoliche sotto i riflettori mentre il rapporto francese sugli abusi alimenta il dibattito sulla supervisione statale

  • Abusi su un’allieva 16enne e materiale pedopornografico: condannato il professore di religione

    Abusi su un’allieva 16enne e materiale pedopornografico: condannato il professore di religione

    Il Tribunale di Brescia ha condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione un professore di religione 40enne, che esercita anche la professione di avvocato penalista, accusato di atti sessuali con una sua allieva 16enne e di produzione e detenzione di materiale pedopornografico. La sentenza è stata emessa oggi, martedì 25 novembre, al termine del processo abbreviato, rito che prevede uno sconto di pena in caso di condanna.

    Le indagini
    L’inchiesta era iniziata nell’anno scolastico 2023/2024, quando la psicologa della ragazza, dopo alcuni colloqui con la sedicenne, aveva deciso di rivolgersi direttamente alla Procura, preoccupata per quanto emerso durante le sedute. Da quella segnalazione era partita l’indagine della Squadra Mobile di Brescia, che aveva rapidamente portato a una serie di approfondimenti.

    Nel corso delle perquisizioni, gli agenti avevano sequestrato i telefoni cellulari e il computer del professore, trovando messaggi scambiati con l’alunna e diversi file multimediali che ritraevano la minorenne. L’analisi forense del materiale informatico aveva, inoltre, portato alla scoperta di decine di migliaia di contenuti sessualmente espliciti, riconducibili a persone di età differenti, tra cui anche soggetti minorenni.

    Riguardo ai file pedopornografici trovati nei suoi dispositivi, il professore aveva rilasciato una dichiarazione spontanea in aula, affermando che quel materiale sarebbe finito nelle chat Telegram a sua insaputa, spiegando di essere iscritto a gruppi “genericamente hard” senza conoscerne davvero i contenuti. Infatti, durante il procedimento il docente ha respinto ogni accusa, dichiarando di non aver mai indotto l’alunna a compiere atti sessuali e ribadendo la propria totale estraneità alla produzione di materiale illecito.

    Nonostante ciò, secondo quanto emerso dalle indagini, i magistrati hanno ritenuto fondati gli elementi raccolti dagli investigatori e il Tribunale di Brescia ha condannato a 4 anni e 4 mesi di reclusione il professore di religione.

    https://www.fanpage.it/milano/abusi-su-unallieva-16enne-e-materiale-pedopornografico-professore-di-religione-condannato-a-brescia/

  • Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Si è svolta a Cremona la 4° edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo e tra vittime di mafia, ‘ndrangheta a cui è generalmente dedicato questo premio, quest’anno è entrata anche la pedofilia nel clero con la Menzione Speciale consegnata a Francesco Zanardi, anch’esso sopravvissuto agli abusi di un prete, oggi fondatore e presidente dell’unica realtà italiana da quindici anni attiva nel paese sul tema specifico del clero.

    Con queste parole è stato consegnato il premio al fondatore della Rete L’ABUSO, premio che Zanardi ha voluto condividere con tutti i sopravvissuti, spesso nascosti dietro le quinte e a coloro che collaborano e sostengono l’associazione, quella rete che insieme a loro ha creato in questi anni.

    “A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’ABUSO, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo.

    Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico italiano e internazionale.

    Con determinazione e coraggio, ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, sempre nel nome della verità, della giustizia e della dignità delle vittime.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resilienza, verità e giustizia contro l’omertà e l’abuso del potere.”

    Con la Menzione Speciale di “Testimone del nostro tempo” ricevuta da Zanardi, finalmente un tema tanto difficile da recepire dagli adulti, inizia a fare breccia anche nella società, quella che ha nei fatti il dovere di tutelare bambine e bambini e che, rifiutando questo tema invece, spesso non fa altro che favorirlo.

    Un problema sociale che in Italia oggi ancora vede troppe vittime, specie nel clero che di fatto, al di la dei proclami auto accreditanti della Conferenza Episcopale, puntualmente privi del contraddittorio dei sopravvissuti, restiamo di fatto l’unico paese in Europa a non essere stato capace di un intervento concreto e soprattutto serio.

    Condizione di recente confermata anche dalla stessa Commissione Pontificia per la Tutela Minori che ha definito la Conferenza Episcopale italiana, “maglia nera” nella lotta all’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili.

    Recentemente, nella vicenda di abusi su minori che ha coinvolto diacono il Alessandro Frateschi è lo stesso procuratore di Tivoli Francesco Menditto, a paragonare la condotta dell’autorità ecclesiastica italiana definendola “di omertà ambientale, molto simile a quella mafìosa”.

    Forse è proprio questo che ha ispirato gli organizzatori ad inserire nel Premio Lea Garofalo il tema dell’abuso sessuale nel clero.

    Nel suo discorso Zanardi ha voluto ricordare Piero Calamandrei e il suo discorso sulla Costituzione, citando proprio la parabola dei due migranti, per far comprendere, ricordare soprattutto ai molti giovani studenti presenti, quanto è dannoso il “menefreghismo”. Ha voluto ricordare nei pochi minuti a sua disposizione anche l’importanza di essere una vera e solida società e non, solo tante persone che vivono in gruppi ma si ignorano l’un l’altro, annullando quelli che sono i più basilari principi per cui gli uomini si sono composti in società.

    Nel corso della presentazione sono stati elencati tra i “Testimoni del nostro tempo“, familiari vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, Testimoni di Giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni.

    • Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus;
    • Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro;
    • Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria;
    • Corrada Pomillo,Maresciallo Capo dei Carabinieri;
    • Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3);
    • Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL;
    • Mauro Esposito, testimone di giustizia;
    • Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali;

    Mentre le menzioni speciali sono:

    • Silvia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Claudia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS;
    • Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito;
    • Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso;
    • Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani;
    • Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana.

  • Papa Leone XVI tirato in ballo (quando era vescovo) dalla vittima di abusi un ex prete peruviano

    Papa Leone XVI tirato in ballo (quando era vescovo) dalla vittima di abusi un ex prete peruviano

    Si chiama Ana Maria Quispe Diaz ed è una delle tre sorelle che hanno denunciato presunti abusi da parte di un prete peruviano avvenuti nella diocesi di Chiclayo quando erano bambine, tirando in ballo anche l’allora vescovo Robert Prevost per come avrebbegestito le denunce in base alle leggi canoniche. Il caso in questione che da mesi è oggetto di speculazioni e polemiche riguarda oggettivamente fatti poco chiari e lontani nel tempo che per la magistratura civile peruviana (ma non per quella canonica) sono caduti in prescrizione nel 2023.

    Ana Maria in un comunicato inviato in diverse lingue ha informato che  il 13 novembre scorso, le è stato comunicato dalla Chiesa per iscritto che «il Papa ha concesso la dispensa dallo stato clericale al sacerdote di Chiclayo, Eleuterio Vásquez González, che abusò sessualmente di noi quando eravamo bambine. Questa decisione implica che i fatti da noi denunciati —e che la Chiesa non ha mai nemmeno minimamente investigato— rimarranno definitivamente senza chiarimento. Con questa dispensa significa che non ci sarà un’indagine canonica, non ci sarà un processo, non ci sarà un giudizio.

    E, quindi, non ci sarà mai né giustizia né una vera riparazione morale» ha fatto sapere la signora Quespe Diaz , aggiungendo a nome di tutte le altre vittime che saranno avviate azioni legali presso le autorità canoniche competenti contro tutti «i funzionari ecclesiastici che hanno partecipato o sono stati responsabili di tali negligenze», in parallelo ha annunciato che presenterà il suo caso alle associazioni di vittime di abusi di tutto il mondo, affinché sia ascoltato e «per lavorare insieme a un vero cambiamento all’interno della Chiesa». Non solo.

    Manderà comunicazione immediata del caso alla Commissione per la Protezione dei Minori del Vaticano, chiedendo che analizzi quanto accaduto e adotti misure di fronte all’abuso subito e per finire faranno domanda per avere una udienza personale con Leone XIV «per spiegargli il dolore che situazioni come questa causano alle vittime e chiedergli un cambiamento di rotta nel modo in cui la Chiesa affronta i casi di abuso».Per la vittima di questo ormai ex sacerdote, ridotto allo stato laicale, la Chiesa avrebbe dovuto «far scattare l’allarme, e richiedeva un’indagine profonda e urgente, non la chiusura definitiva del caso. È incomprensibile – si legge nell anota  – che invece di cercare la verità e riparare le vittime, si sia scelto di porre fine al caso tramite una misura papale che solleva l’abusatore dall’affrontare le responsabilità canoniche che gli competono e che ci lascia in una situazione di vulnerabilità, senza riparazione, con la sola offerta di coprire un trattamento terapeutico».

    Concedere la grazia al presunto abusatore Eleuterio Vásquez per la signor Ana Maria è  qualcosa di astruso. «Avrebbe richiesto un’indagine profonda e urgente, non la chiusura definitiva del caso. È incomprensibile che invece di cercare la verità e riparare le vittime, si sia scelto di porre fine al caso tramite una grazia papale che solleva l’abusatore dall’affrontare le responsabilità che gli competono e che ci lascia in una situazione di vulnerabilità, senza riparazione, con la sola offerta di coprire un trattamento terapeutico».

    Sul tema degli abusi Leone XIV nei suoi sei mesi di pontificato ha sempre parlato chiaramente, e anche nel libro biografico scritto da Elise Allen ha affrontato compiutamente la questione, sottolineando che si tratta di una battaglia enorme che va avanti rigorosa. «Ciò richiederà ancora tempo perché le vittime devono essere trattate con grande rispetto e con la consapevolezza che coloro che hanno subito ferite molto profonde a causa degli abusi, a volte portano con sé quelle ferite per tutta la vita.

    Sarebbe ingenuo da parte mia o di chiunque altro pensare che, solo perché abbiamo offerto loro un qualche tipo di risarcimento finanziario o abbiamo affrontato la causa e il sacerdote è stato licenziato, quelle ferite scompariranno».

    Tuttavia il caso dell’ormai ex prete abusatore di Chiclayo è destinato a non esaurirsi a breve. Il cardinale Prevost, infatti, quando era a capo del Dicastero dei vescovi, e con il benestare di Papa Francesco, fece di tutto per fare pulizia e far chiudere un potentissimo gruppo cattolico super conservatore peruviano – Sodalicio – che agiva con le dinamiche di una setta, causando problemi su problemi (anche a Roma). Sodalicio, secondo molte speculazioni, era legato al sacerdoteSecondo molti proprio questo fattore potrebbe aver alimentato risentimenti contro l’allora cardinale Prevost, oggi Leone XIV, avviando nei suoi confronti una campagna di stampa negativa.

    https://www.leggo.it/esteri/news/23_novembre_2025_papa_leone_bufera_abusi_denuncia_prete_peruviano_vittime_bambine_pedofilia_sodalicio_peru-9206803.html

  • Abusi dal prof di religione: confermata in appello la condanna a 12 anni per Frateschi

    Abusi dal prof di religione: confermata in appello la condanna a 12 anni per Frateschi

    La condanna in primo grado era arrivata a luglio 2024: 12 anni di reclusione per l’ex professore di religione Alessandro Frateschi, riconosciuto colpevole di violenza sessuale aggravata e tentata violenza su cinque studenti minorenni. L’uomo era stato arrestato un anno prima, in seguito alle denunce delle vittime e a un’indagine che aveva trovato riscontro ai racconti dei ragazzi.

    Approfittando del suo ruolo di insegnante di religione in un liceo di Latina, il docente aveva instaurato un rapporto confidenziale con alcuni dei suoi alunni e aveva poi con loro avviato un rapporto telematico attraverso chat e social, con comunicazioni però a sfondo sessuale. Quando gli studenti avevano compreso la natura delle attenzioni morbose dell’insegnante, hanno bloccato con lui ogni contatto e hanno poi denunciato il caso prima agli insegnanti e poi alle autorità competenti attraverso le loro famiglie. Il quadro emerso poi dalle indagini è stato sconcertante, con tentativi di approccio anche fisico con i giovani coinvolti.

    Nel processo di primo grado, celebrato con rito abbreviato, la condanna è stata anche superiore alla pena richiesta dal pubblico ministero, a 9 anni e 4 mesi di carcere. La giudice Laura Morselli, nelle motivazioni della sentenza, aveva evidenziato che il docente manipolava le sue vittime scegliendole fra i ragazzi più fragili e aveva sottolineato come l’imputato avesse sempre cercato di dare una lettura diversa dei fatti che gli venivano addebitati, senza mai mostrare alcun pentimento nei confronti delle vittime.

    Ora arriva anche la conferma della Corte d’appello di Roma, a cui l’ex prof ed ex diacono aveva fatto ricorso impugnando la sentenza del tribunale di Latina. Nella giornata di oggi, 26 novembre, i giudici hanno confermato dunque i 12 anni di reclusione. Nel processo tutte le vittime si sono costituite parte civile, insieme a loro anche la Garante regionale per l’infanzia Monica Sansoni.

    https://www.latinatoday.it/cronaca/alessandro-frateschi-prof-religione-condanna-appello-aubusi-studenti.html

  • Cremona – Francesco Zanardi (Rete L’ABUSO) riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo

    Cremona – Francesco Zanardi (Rete L’ABUSO) riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo

    A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’ABUSO, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo. Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico italiano e internazionale. Con determinazione e coraggio, ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, sempre nel nome della verità, della giustizia e della dignità delle vittime.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resilienza, verità e giustizia contro l’omertà e l’abuso del potere.

    È con queste parole che questa mattina presso il Salone dei Quadri del Palazzo Comunale di Cremona, è stata consegnata al fondatore della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.

    Sono commosso e appagato perché questo premio riconosce anni di impegno non solo personale in questa battaglia, ma perché per la prima volta in Italia, la stessa battaglia entra con questo premio in un contesto sociale e collettivo. Un problema che tocca tutti noi ma che risulta repellente alla società. Spesso per paura, quando parliamo di abuso sui bambini, entriamo in una dimensione che la mente adulta fatica a tollerare e così siamo portati a distogliere il pensiero da questa tematica, finendo però per fare il primo passo nel lasciare i più piccoli soli.

    È proprio da qui che spesso senza fare caso lasciamo germogliare il seme del menefreghismo che, come definiva Piero Calamandrei quando spiegava agli studenti la Costituzione della Repubblica, è “il cancro della Costituzione”. Lo spiegava con la parabola dei due migranti italiani che una notte, durante la traversata, la nave sulla quale viaggiavano venne sorpresa da una tempesta. Uno di loro si svegliò nel trambusto, va sul ponte per capire cosa stesse succedendo. I marinai spiegano che la nave sta imbarcando acqua, servono braccia per buttarla fuoribordo altrimenti la nave rischia di affondare. Il migrante preoccupato corre in cabina, sveglia l’amico e lo informa del rischio che la nave affondi. Questo lo guarda e risponde; che mi frega, la nave non è mica la mia! Poi torna a dormire.

    Forse banale ma va ricordato. Questo è il menefreghismo che porta allo sfascio la stessa società civile colpendo il punto cardine del principio di società. Una società sono persone che vivono in comunità proprio per potersi tutelare a vicenda, nel benessere, nella sicurezza e nell’assistenza. Se invece il valore collettivo lo trasformiamo pensando che siccome un problema oggi non ci tocca in menefreghismo, danneggiamo soprattutto noi stessi. Come il migrante che continuò a dormire, tanto la nave non era sua, ignorando che lui era su quella stessa nave e che se affondava, lui l’avrebbe suo malgrado seguita.”

    Nel corso della presentazione sono stati elencati anche i nomi dei “Testimoni del nostro tempo“, familiari vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, Testimoni di Giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni:

    • Michelangela Barba
    • Marco Rizzollo
    • Giancarlo Costabile
    • Corrada Pomilio
    • Giorgio Mogola
    • Maurizio Landini
    • Mauro Esposito
    • Pellegrino Passariello
    • Silvia e Claudia Pinelli
    • Pasquale Chirichella
    • Elia Milani
    • Francesco Zanardi
    • Vincenzo Infantino
    • Mario Coppetti