Osservatorio della Rete L'ABUSO

Autore: Redazione WebNews

  • Abusi su delle bambine in convitto, il Tirolo revoca l’onorificenza a una suora

    Abusi su delle bambine in convitto, il Tirolo revoca l’onorificenza a una suora

    TIROLO. Per la prima volta il Land del Tirolo procederà alla revoca postuma di un’onorificenza ufficiale. La decisione, che sarà formalizzata con una delibera prevista per domani, riguarda suor Ignatia Zäzilia Schaubmair, insignita della Croce al Merito nel 1972.

    La religiosa, nel frattempo deceduta, è stata per oltre vent’anni superiora delle Benedettine e direttrice del convitto femminile di Martinsbühel, a Zirl. Secondo quanto riferito dalle autorità tirolesi, nel corso degli anni sono emerse nuove informazioni che documenterebbero accuse di violenza fisica, psicologica e sessualizzata ai danni delle bambine affidate all’istituto.

    L’iter per il ritiro dell’onorificenza è stato avviato dopo la richiesta di Sonja Reich, ex ospite della struttura, che ha descritto la religiosa come una figura autoritaria e responsabile di un sistema di punizioni corporali utilizzato per imporre disciplina e obbedienza.

    Il caso rappresenta la prima applicazione concreta della riforma approvata circa un anno e mezzo fa a Innsbruck, che consente di revocare riconoscimenti pubblici anche dopo la morte dei destinatari qualora emergano gravi responsabilità o crimini contro l’umanità. La normativa era stata pensata soprattutto per affrontare i casi di ex esponenti del regime nazista insigniti nel dopoguerra, ma le verifiche storiche e i contatti con i discendenti stanno rendendo più lunghi i procedimenti relativi a quei dossier.

  • Cechia-Abusi: accordo vescovi e vittime

    Cechia-Abusi: accordo vescovi e vittime

    «Oggi, 2 giugno 2026, presso il monastero di Strahov a Praga è stato firmato un memorandum d’intesa tra la Conferenza episcopale ceca e l’associazione Someone Will Believe You (“Qualcuno ti crederà”). Il documento sancisce un impegno congiunto per la tutela delle persone vulnerabili all’interno della Chiesa, il sostegno alle vittime di abusi e lo sviluppo di strategie di prevenzione e di approccio sensibile nei confronti di coloro che hanno subito abusi da parte di chierici o operatori pastorali».

    L’importante passo porta la firma del vicepresidente della Conferenza e neo-arcivescovo di Praga, Stanislav Přbyl, e del responsabile dell’associazione delle vittime Jiri Kylar.

    La ventata di novità introdotta da Přbyl che ha perorato una Chiesa mite, autentica e disponibile al dialogo con tutti, è risultata credibile e condivisibile dai rappresentanti delle vittime.

    L’associazione Someone Will Believe You raduna persone che hanno subito abusi nel contesto ecclesiale e altrove con alcuni esperti, garantendo un ambiente sicuro e possibilità di influire sulla formazione del clero e sui necessari cambiamenti sistemici.

    Sul versante dei vescovi è nata, nel 2025, una commissione per la prevenzione e la protezione degli abusi, presieduta da mons. Přbyl, che, con la collaborazione di vari esperti, intende rafforzare l’approccio pastorale e terapeutico rispetto al problema, elaborare metodologie per la prevenzione e collaborare con le vittime e le autorità pubbliche.

    Gli intenti e il documento

    Il memorandum è distinto in sei brevi capitoli: scopo e natura del documento; forme concrete di collaborazione; autonomia e indipendenza delle parti; diritto alla critica anche pubblica; obiettivi comuni; disposizioni finali.

    In premessa si dice: «Le parti condividono la convinzione che una prevenzione efficace, procedure trasparenti, l’ascolto delle vittime e la disponibilità all’autocritica siano condizioni indispensabili per affrontare responsabilmente la questione».

    Fra gli scopi della collaborazione, si precisa l’ambito della prevenzione, la risposta alle segnalazioni e il sostegno a quanti dichiarano di essere vittime. La collaborazione si può sviluppare attraverso consultazioni e dialoghi specialistici fra le due parti, un comune impegno in ordine agli strumenti formativi e alla condivisione delle esperienze di lavoro, lo sviluppo dei metodi di sostegno alle vittime e la riflessione sui punti critici e i fallimenti del passato.

    La chiara distinzione delle responsabilità dei due contraenti conferma l’autonoma responsabilità delle parti e la loro differenza istituzionale e di autorità, anche in previsione di possibili tensioni e di reciproche insoddisfazioni.

    Quanto al diritto alla critica, si dice: «La stipula del presente memorandum non limita in alcun modo il diritto di ciascuna delle parti di esprimere pubblicamente posizioni critiche nei confronti delle azioni, delle decisioni e delle impostazioni sistemiche dell’altra parte, né di segnalare fallimenti, carenze o rischi del suo operato, anche attraverso i media o altre forme di comunicazione pubblica», anche se si chiede la reciproca buona fede.

    Gli obiettivi comuni sono così definiti: «ridurre sistematicamente il rischio di abusi sessuali attraverso una prevenzione efficace, contribuire a una gestione trasparente, equa e responsabile dei casi di abusi sessuali, rafforzare la tutela dei diritti delle vittime e favorirne il recupero, promuovere una cultura istituzionale improntata alla responsabilità, all’apertura e alla disponibilità al cambiamento». Il documento è a tempo indeterminato.

    Le cose stanno cambiando

    In gennaio, mons. Přbyl e Jiri Kylar avevano inaugurato una mostra sul tema abusi nel monastero francescano di Praga. Kylar aveva detto: «Il percorso verso la collaborazione con la Chiesa è stato lungo e difficile; le vittime di violenza sessuale hanno trovato scarsa sensibilità ed empatia … Vedo che le cose stanno cambiando e che vescovi, sacerdoti e fedeli si stanno impegnando molto di più per approfondire la questione degli abusi. Vogliamo trovare uno spazio sicuro per la condivisione».

    In occasione della firma del documento ha aggiunto che il memorandum non è una conclusione, ma l’inizio: «Siamo felici che, dopo tanti anni in cui alcuni leader religiosi hanno preferito il silenzio, si stia ora aprendo la possibilità di aiutare insieme la Chiesa a diventare un luogo sicuro».

    Il vescovo ha ricordato il percorso comune già fatto con l’associazione nelle indicazioni su come denunciare l’abuso o come avviarne la soluzione giuridica e ha aggiunto: «Comprendo il dolore di tutti coloro che sono stati vittime di abusi. Credo che la collaborazione tra la commissione della Chiesa cattolica ceca per la prevenzione e la protezione degli abusi con l’associazione Someone Will Believe You rafforzerà la possibilità di aiutare in modo efficace e sensibile tutti coloro che hanno subìto un danno o una mancanza di attenzione nell’affrontare questi problemi da parte dei responsabili ecclesiali».

    Nella vicenda vi è anche un risvolto personale. Jiri Kylar aveva comunicato, nel marzo 2019, al vescovo ausiliare di Praga, Zdenek Wasserebauer, responsabile del centro di contatto con le vittime e successivamente membro della commissione creata dai vescovi, il nome del prete che lo aveva molestato. Il collegio incaricato di accertare la fondatezza delle accuse ha immediatamente sospeso dal servizio il sacerdote, peraltro oggetto di molte voci critiche sui media locali, avviando le procedure canoniche del caso.

    https://www.settimananews.it/chiesa/cechia-abusi-accordo-vescovi-vittime/

  • Leone a Madrid: ad atten­derlo il dos­sier abusi nasco­sti dai preti

    Leone a Madrid: ad atten­derlo il dos­sier abusi nasco­sti dai preti

    Un bagno di folla quello che aspetta papa Leone in Spa­gna da oggi fino al 12 giu­gno nel primo viag­gio in terra ibe­rica. Anzi, sei bagni di folla, solo quelli pre­vi­sti nella Capi­tale, alle prese con un dispo­si­tivo di sicu­rezza “mai visto prima”, a detta del por­ta­voce della poli­zia.

    Un per­corso che por­terà Pre­vost dal cen­tro della peni­sola fino alle isole Cana­rie, dove il papa sim­bo­li­ca­mente rifarà il per­corso dei migranti. Ed è su immi­gra­zione, pace, Ia che gli spa­gnoli sosten­gono le posi­zioni di Leone XIV, secondo un son­dag­gio dell’isti­tuto 40db per il gruppo Prisa (El País e Cadena Ser). E – in gene­rale – le opi­nioni posi­tive su Leone rag­giun­gono il 44,5% con­tro il 6,5% di quelle nega­tive, anche se quasi otto spa­gnoli su dieci (80%) pen­sano che la Chiesa debba moder­niz­zarsi.

    Ma c’è un dos­sier sul quale gli spa­gnoli non tran­si­gono – come anti­ci­pato dagli arti­coli del País alla vigi­lia dell’arrivo di Leone – ed è quello sugli abusi ses­suali nella Chiesa. Per il 71% la gerar­chia eccle­sia­stica con­ti­nua a coprire i casi di pedo­fi­lia e il 43,1% degli inter­vi­stati con­si­dera che la Chiesa abbia pro­tetto gli aggres­sori anzi­ché le vit­time.

    In tutto, scrive il gior­nale di Madrid che ha con­dotto dal 2018 un’inchie­sta indi­pen­dente mon­stre, sve­lando 1.622 casi di abusi ses­suali nella Chiesa emersi attra­verso pro­ce­di­menti giu­di­ziari, inchie­ste e sen­tenze cano­ni­che, sono 94 gli alti respon­sa­bili spa­gnoli accu­sati o sospet­tati di aver insab­biato denunce di pedo­fi­lia, pro­tetto sacer­doti abu­sa­tori o silen­ziato le vit­time.

    Il feno­meno dell’occul­ta­mento – si segnala – è rima­sto escluso anche dal rap­porto interno della Con­fe­renza epi­sco­pale spa­gnola (Cee) “Para dar luz”, pub­bli­cato nel 2023. A non acco­gliere il papa in nome delle rispo­ste man­cate sugli abusi ses­suali è Pode­mos, che ha con­fer­mato che non par­te­ci­perà al discorso di Pre­vost al Con­gresso. Un’altra cat­tiva noti­zia per l’imma­gine del pre­mier Pedro Sánchez, nei guai già per le que­stioni giu­di­zia­rie, da uno dei suoi alleati di governo.

    https://pressreader.com/article/281930254659933

  • PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

    PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

    La Cassazione, respingendo il ricorso della difesa, ha reso definitiva a 12 anni di reclusione la condanna dell’ex professore di religione del liceo scientifico “Ettore Majorana” di Latina, nonché ex diacono, Alessandro Frateschi, assistito dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. La condanna, come noto, è stata comminata per il reato di violenza sessuale aggravata dalla minore età delle cinque vittime.

    Il ricorso chiedeva anche l’annullamento ad altra sezione della Corte d’Appello limitatamente al trattamento sanzionatorio. Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto l’inammissibilità del ricorso e gli ermellini sono stati dello stesso avviso.

    A marzo scorso, la terza sezione della Corte d’Appello di Roma aveva depositato le motivazioni con cui il 26 novembre 2025 aveva confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, 51enne originario di Terracina, condannato in primo grado, col giudizio abbreviato, a luglio 2024.

    Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    I giudici dell’Appello, confermando il primo grado, erano stati netti con Frateschi, rimarcando, in uno dei passaggi, che “tiratosi indietro uno dei ragazzi”, l’uomo “aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro uno dei ragazzi e provocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegavano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello della difesa, motivava l’Appello, “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, DEFINITIVI I 12 ANNI DI RECLUSIONE PER L’EX PROF DI RELIGIONE

  • Abusi nella chiesa: l’inchiesta che scuote il Paese prima del viaggio del Papa

    Abusi nella chiesa: l’inchiesta che scuote il Paese prima del viaggio del Papa

    A pochi giorni dall’arrivo di papa Leone XIV in Spagna, un caso scuote la Chiesa cattolica del Paese. Novantaquattro alti prelati sono finiti sotto accusa, sospettati di aver nascosto denunce di abusi sessuali commessi da sacerdoti. Si parla di vere e proprie coperture: alcuni avrebbero protetto i colpevoli, zittendo le vittime. L’inchiesta vuole scavare su decenni di omertà. Un nodo che mette in crisi il legame tra fede e responsabilità morale, in un’istituzione che da sempre pesa nella società spagnola.

    L’inchiesta sugli abusi nella chiesa

    L’inchiesta pubblica su El País si basa su un lavoro minuzioso, che ha esaminato 1.622 casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa spagnola. I numeri sono inquietanti: tra i sospettati figurano 7 cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi, tutti accusati di aver coperto le denunce delle vittime. Partita nel 2018, l’indagine ha passato al setaccio testimonianze, sentenze canoniche e atti giudiziari, rivelando un sistema di omertà ben radicato. Da notare che il recente rapporto della Conferenza episcopale spagnola ‘Para dar luz’ ha invece evitato di affrontare il tema delle coperture.

    El País ha chiesto spiegazioni a 211 enti ecclesiastici coinvolti – 70 diocesi e 141 ordini religiosi – ma ha ricevuto risposte complete soltanto da tre, e dopo oltre un mese. La copertura degli abusi non è un fenomeno recente: si trovano casi fin dagli anni Cinquanta e Sessanta. Tra i nomi più controversi spiccano due prelati in procinto di essere beatificati, accusati di aver favorito il trasferimento di sacerdoti pedofili.

    Uno dei casi più drammatici riguarda il sacerdote José Prat, condannato a 17 anni per lo stupro e l’omicidio di un bambino di 9 anni nel 1971. Nonostante la condanna, fu spostato a un altro incarico ecclesiastico senza mai scontare la pena, un episodio che mostra quanto fosse fragile la giustizia interna alla Chiesa in materia di abusi.

    Papa Leone XIV tra consenso e diffidenza: la società spagnola è divisa

    Come riportato da ANSA, a poche ore dall’arrivo del pontefice in Spagna, un sondaggio dell’Istituto 40dB su 2.000 cittadini disegna un quadro sfaccettato. Leone XIV gode di ampio apprezzamento sulle questioni globali come la pace e l’immigrazione: il 69,8% condivide la sua condanna della guerra, il 57,1% approva le sue critiche alle deportazioni di massa. L’enciclica “Magnifica Humanitas” sui rischi dell’intelligenza artificiale raccoglie il favore del 40,4%.

    Le parole del Papa sulle migrazioni, cuore della sua visita, convincono il 45,1% degli intervistati. La sua scelta di rivolgersi direttamente al Congresso spagnolo è sostenuta dal 48%, segno di un’apertura al dialogo. L’approvazione personale raggiunge il 44,5%, con appena un 6,5% di giudizi negativi.

    Ma cresce la richiesta di riforme dentro la Chiesa: l’80% degli spagnoli vuole una modernizzazione della gerarchia per allinearla ai valori della società attuale. Nel frattempo, il 60,9% riconosce il ruolo sociale e caritativo del clero nel Paese.

    Abusi nella Chiesa: i dati evidenziano una ferita ancora aperta

    La richiesta di chiarimenti sugli abusi nella Chiesa rappresentano un esempio di questa tendenza riformista. Secondo quanto emerso dal sondaggio, infatti, la percezione della gestione di questi drammatici eventi da parte delle autorità ecclesiastiche risulta fortemente compromessa agli occhi della stragrande maggioranza della popolazione.

    Il 71,1% degli intervistati si è detto infatti convinto che l’istituzione continui a nascondere i casi di violenza, evidenziando una persistente barriera di diffidenza difficile da abbattere.

    Questo elemento non fa che amplificare il senso di distanza tra la base dei fedeli e i vertici, portando l’attenzione sulla necessità di riforme strutturali non più rimandabili per il futuro del cattolicesimo.

    https://www.alanews.it/2026/06/05/cronaca/abusi-nella-chiesa-linchiesta-che-scuote-il-paese-prima-del-viaggio-del-papa/

  • La vittima di don Rugolo scrive a Mattarella: «Il vescovo Gisana alla cerimonia del 2 giugno alla vigilia del processo»

    La vittima di don Rugolo scrive a Mattarella: «Il vescovo Gisana alla cerimonia del 2 giugno alla vigilia del processo»

    Antonio Messina, l’archeologo la cui denuncia ha portato alla condanna del sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato in Cassazione a tre anni per violenza sessuale a danno di minori, ha scritto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella denunciando la presenza, nel corso della cerimonia dello scorso 2 giugno per la festa della Repubblica, del vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, a processo con il vicario giudiziale Vincenzo Murgano, attuale parroco della chiesa madre di Enna per falsa testimonianza in una coda nel processo Rugolo. Il vescovo, il 2 giugno, era a fianco della presidente del tribunale di Enna, Miriam D’Amore, tribunale che il prossimo 8 ottobre dovrà giudicare i due prelati, dice Messina.

    La lettera si conclude con un appello: «Le scrivo, signor presidente, al fine di chiederle, nel pieno rispetto del fondamentale principio della presunzione di innocenza, un intervento volto a sensibilizzare le istituzioni locali e, nello specifico, la prefettura di Enna, al rispetto del sentire delle vittime dei reati che, dopo aver denunciato, continuano a vivere nei loro contesti dove i poteri forti godono di canali privilegiati di interazione con le istituzioni e dove, certamente, l’attenzione alla sofferenza altrui, deve essere anteposta ai protocolli ed ai cerimoniali che, in occasioni così importanti per il nostro paese, sono una manifestazione pubblica dell’agire dello stato».

    La lettera è stata diffusa tramite l’associazione di sopravvissuti la Rete L’Abuso.

    https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3045868/antonio-messina-scrive-a-mattarella-il-vescovo-gisana-alla-cerimonia-del-2-giugno-alla-vigilia-del-processo.html

  • NON SIAMO “SPORCO” DA LAVARE NÉ “PERSONE FRAGILI”: La petizione degli ex Focolari al Vaticano

    NON SIAMO “SPORCO” DA LAVARE NÉ “PERSONE FRAGILI”: La petizione degli ex Focolari al Vaticano

    L’Organizzazione Ex Focolari (OREF) annuncia l’avvio di una raccolta firme pubblica sulla piattaforma Change.org per sostenere un’istanza formale di segnalazione indirizzata al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Al termine della campagna, il documento programmatico e l’elenco completo dei firmatari verranno spediti a Città del Vaticano tramite posta raccomandata con ricevuta di ritorno, affinché la segnalazione sia formalmente protocollata presso l’Autorità di vigilanza.

    Il fatto e le testimonianze raccolte
    In data 27 maggio 2026 è stata pubblicata una puntata del podcast “La Chiesa e i miei perché”, curata da padre Fabio Ciardi e diffusa tramite Città Nuova, organo di informazione del Movimento dei Focolari, dal titolo “Abusi. Come lavare via lo sporco?”.

    Come associazione, abbiamo ricevuto testimonianze di profonda sofferenza e turbamento da parte di diversi sopravvissuti ad abusi spirituali, psicologici e di coscienza. Molte persone hanno percepito tale formulazione come lesiva della propria dignità e incompatibile con la particolare sensibilità che il tema degli abusi richiede.

    Le ragioni della nostra azione
    Riteniamo che il linguaggio utilizzato assuma un’importanza decisiva quando si affrontano questioni così delicate. Espressioni come “lavare via lo sporco” sono metafore inappropriate: nella sensibilità di molte persone sopravvissute, esse possono evocare impurità, vergogna o una qualche forma di contaminazione morale della vittima. Chi è stato oggetto di un abuso ha subito soprusi e merita di essere riconosciuto e ascoltato senza ambiguità.

    Analoga preoccupazione suscita la definizione dei sopravvissuti come “persone fragili”. Tale espressione risulta profondamente inadeguata quando viene riferita a chi ha attraversato esperienze di abuso e ha trovato la forza di riconoscerle, denunciarle e sopravvivere alle loro conseguenze. Come associazione che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti, riteniamo che questa etichetta svaluti la loro esperienza e la loro capacità di resistenza. Definire fragile chi ha affrontato violenze spirituali, psicologiche o di coscienza rischia infatti di oscurarne il coraggio, la determinazione e la forza morale. La sopravvivenza stessa testimonia una capacità di resistenza che merita riconoscimento e rispetto. Attribuire a queste persone un’identità definita dalla fragilità significa ricondurle ancora una volta a una rappresentazione passiva, anziché riconoscerle come soggetti che hanno lottato per preservare la propria dignità e ricostruire la propria vita.

    Entrambe le espressioni (“sporco” e “fragilità”) confermano una tendenza già osservata in altri contesti: quella di interpretare il fenomeno degli abusi principalmente in funzione delle conseguenze che esso produce all’interno del Movimento, anziché partire dall’esperienza e dalla dignità delle persone che ne hanno subito gli effetti.

    Le richieste dell’istanza
    Attraverso questa petizione, chiediamo formalmente al Dicastero:
    • Di valutare la rilevanza della questione segnalata e di favorire una riflessione sul linguaggio utilizzato dalle realtà ecclesiali quando affrontano il tema degli abusi;
    • Di sollecitare una presa di posizione pubblica da parte dei responsabili della pubblicazione del podcast, affinché sia riconosciuto il dolore provocato da tale formulazione e sia riaffermata con chiarezza la centralità del rispetto dovuto a chi è sopravvissuto agli abusi.

    Rimettiamo questa segnalazione alle responsabilità e alle competenze proprie del Dicastero, attendendo atti concreti, verificabili e coerenti con la gravità dei fatti esposti.
    Invitiamo tutti gli ex membri, le persone sopravvissute e chiunque ritenga il rispetto della dignità umana un valore non negoziabile a firmare il documento.

    Puoi leggere il testo integrale dell’esposto, completo dei nomi dei promotori e dei primi firmatari, e aggiungere il tuo sostegno sulla pagina dedicata di Change.org.

    CLICCA QUA PER APRIRE LA PETIZIONE
  • Abusi sessuali del clero – Lettera aperta di Antonio Messina al Presidente Sergio Mattarella

    Abusi sessuali del clero – Lettera aperta di Antonio Messina al Presidente Sergio Mattarella

    Al Presidente della Repubblica
    Sergio Mattarella
    Palazzo del Quirinale
    00187 Roma

    mi permetto di indirizzare alla Sua attenzione questa lettera aperta, in qualità di cittadino che, dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da parte di un sacerdote di Enna, ha dovuto affrontare un calvario giudiziario e personale che mi ha fatto perdere il senso di fiducia che avevo riposto nella giustizia e nelle istituzioni tutte.

    Il 17 dicembre 2020 sporgevo denuncia-querela negli uffici della Squadra Mobile della Questura di Enna, dove esponevo i fatti gravi commessi da don Giuseppe Rugolo, sacerdote di Enna, appartenente alla Diocesi di Piazza Armerina. Dalla mia denuncia-querela scaturiva un’indagine articolata e complessa, che consentiva di accertare la consumazione di reati a sfondo sessuale commessi dal sacerdote anche ai danni di altri minori.

    Eppure, a fronte di una mia condotta lineare, sostenuta dalle forze dell’Ordine e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna, sono stato oggetto di attacchi personali, vessazioni e tentativi di isolamento, anche in sede istituzionale.

    Cosa ancor più grave, ho dovuto assistere a condotte poste in essere, in ambito giudiziario, che facevano supporre una relazione stretta fra la magistratura ed i vertici ecclesiastici, in spregio quantomeno al senso di opportunità che dovrebbe sorreggere l’agire di chi ricopre ruoli di responsabilità e che, pertanto, non deve solo essere imparziale, ma deve anche apparire tale.

    Durante il processo di primo grado io ed i miei genitori abbiamo dovuto sopportare che il Presidente del Collegio Giudicante mangiasse dei dolci, da lui offerti, insieme all’imputato ed al suo collegio difensivo. Ancora, il 16 febbraio 2024, quindici giorni prima della sentenza di primo grado, lo stesso Presidente del Collegio Giudicante partecipava all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico di Ragusa, alla presenza del Segretario generale della CEI, Mons. Giuseppe

    Baturi. Ed ancora, in occasione dell’udienza del 4 marzo 2024, prima della pronuncia della sentenza di primo grado, malgrado il processo fosse celebrato a porte chiuse, veniva consentita la presenza in aula della moglie del Presidente del Collegio, quale giornalista, mentre durante tutte le precedenti udienze era stato vietato l’accesso ai giornalisti, in un’occasione finanche ai locali del Tribunale di Enna.

    Dal procedimento penale a carico del sacerdote, condannato a tre anni di reclusione, ormai con sentenza passata in giudicato in data 14.05.2026, è scaturito il procedimento penale a carico del Vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana e del Vicario Giudiziale, nonché parroco della chiesa madre di Enna, Vincenzo Murgano, oggi imputati per il reato di falsa testimonianza resa proprio al fine di coprire l’operato del sacerdote.

    All’uopo, devo segnalare che nel corso del processo è maturata la prescrizione dei reati commessi ai miei danni dal 2009 al 2011, cosicché la sentenza di condanna è stata pronunciata per un episodio di tentativo di violenza sessuale, commesso ai miei danni, e altri episodi commessi di altri due giovani, minori all’epoca dei fatti.

    Invero, già nella sentenza di primo grado stesa dal Tribunale di Enna, l’operato del Vescovo di Piazza Armerina veniva così descritto “ometteva, con ogni evidenza, qualsivoglia, doverosa, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”

    Eppure, nella giornata del 2 giugno 2026, in occasione delle celebrazioni pubbliche per la festa della Repubblica, organizzate dalla Prefettura di Enna, ho dovuto assistere alla presenza del Vescovo Rosario Gisana, evidentemente invitato dalla Prefettura, stare accanto all’attuale Presidente del Tribunale di Enna.

    Tale circostanza mi ha profondamente sconvolto.

    A tale riguardo devo evidenziare che ormai da diversi anni, pur non avendo contezza diretta della circostanza, ho potuto apprezzare un contegno rispettoso del senso dell’opportunità da parte del precedente Prefetto, Maria Carolina Ippolito, e talvolta da parte di altre istituzioni militari che hanno celebrato particolari ricorrenze di natura religiosa alla presenza del Vescovo di Nicosia, Diocesi comunque ricadente nel territorio della Provincia di Enna, conservando così i rapporti con l’autorità ecclesiastica e, al contempo, avendo rispetto dello svolgersi dei procedimenti penali a carico dei predetti prelati della Diocesi di Piazza Armerina.

    La circostanza esposta mi ha profondamento ferito ed indignato tanto più che in occasione della mia recente candidatura alle Elezioni amministrative della mia Città, ho dovuto subire quello che sento di poter ritenere un vero e proprio accanimento processuale della Prefettura di Enna e della Commissione elettorale circondariale di Enna, che hanno dato incarico all’Avvocatura dello Stato per impugnare la sentenza del TAR di Catania che mi aveva riammesso alle elezioni amministrative, da cui ero stato escluso per un vizio formale, consistente nella mancanza dell’autentica di una firma, a seguito di una mera svista. Al contrario, il Ministero della Giustizia, benché chiamato come persona offesa nel procedimento penale per falsa testimonianza del Vescovo di Piazza Armerina, ha scelto di non essere presente al mio fianco, lasciandomi da solo ancora una volta e non concedendo mandato all’Avvocatura dello Stato di costituirsi parte civile.

    Il messaggio del mio totale isolamento da parte delle istituzioni appartiene ormai al sentire comune della mia Città.

    Ill.mo Signor Presidente, mi chiedo e Le chiedo se ha avuto un senso la mia denuncia, se è giusto che un cittadino che si è rivolto alle istituzioni debba pagare un prezzo così alto e se, ancora, la presenza di un imputato accanto alle più alte cariche istituzionali locali non debba farmi ritenere che c’è già una sentenza scritta, tanto da consentire al Vescovo Rosario Gisana, ormai riabilitato anzitempo, di sedere a cuor leggero fra le figure che dovrebbero essere un esempio per i cittadini e per le nuove generazioni, pure presenti alla manifestazione del 2 giugno. I giovani dovrebbero guardare con fiducia alle istituzioni, dalle quali dovrebbero ricevere protezione e sostegno, piuttosto che assistere alla presenza di chi ha contribuito alla perpetuazione degli abusi sui minori.

    Le scrivo, signor Presidente, al fine di chiederLe, nel pieno rispetto del fondamentale principio della presunzione di innocenza, un intervento volto a sensibilizzare le istituzioni locali e, nello specifico, la Prefettura di Enna, al rispetto del sentire delle vittime dei reati che, dopo aver denunciato, continuano a vivere nei loro contesti dove i poteri forti godono di canali privilegiati di interazione con le Istituzioni e dove, certamente, l’attenzione alla sofferenza altrui, deve essere anteposta ai protocolli ed ai cerimoniali che, in occasioni così importanti per il nostro Paese, sono una manifestazione pubblica dell’agire dello Stato.

         Con ossequi
    Enna, lì 4 giugno 2026

    Lettera al presidente della Repubblica

  • Michael Jackson: il verdetto, quando esce al docuserie Netflix sul Re del Pop

    Michael Jackson: il verdetto, quando esce al docuserie Netflix sul Re del Pop

    Mentre il film biografico “Michael”, dedicato alla vita del Re del Pop, continua a richiamare spettatori nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, Netflix ci parla di uno dei capitoli più controversi della sua esistenza. “Michael Jackson: il verdetto” è una docuserie in tre episodi che ripercorre il processo penale del 2005, uno degli eventi giudiziari e mediatici più seguiti del nuovo millennio.

    L’obiettivo del progetto non è raccontare la carriera dell’artista né celebrare i suoi successi musicali, ma concentrarsi esclusivamente sulle settimane che portarono Michael Jackson davanti a un tribunale della California. Un caso che per mesi monopolizzò giornali e televisioni, dividendo l’opinione pubblica e lasciando un dibattito che continua ancora oggi.

    La storia vera e cosa racconta la docuserie
    “Michael Jackson: il verdetto” ci riporta al 2005, quando il cantante affrontò un processo durato circa dodici settimane e seguito quotidianamente dai media internazionali. Le accuse all’artista scatenarono una straordinaria attenzione pubblica, facendo di ogni udienza un evento globale.

    La serie ricostruisce passo dopo passo quel procedimento giudiziario, culminato il 13 giugno 2005 con l’assoluzione dell’artista da tutte le imputazioni. Per farlo, gli autori hanno raccolto testimonianze dirette di persone che vissero il processo dall’interno o da pochi metri di distanza. A parlare davanti alle telecamere sono alcuni membri della giuria che parteciparono al verdetto finale, giornalisti che seguirono quotidianamente le udienze, testimoni presenti durante il procedimento e figure vicine sia all’accusa sia alla difesa. Mediante i loro ricordi emergono dettagli sul clima che si respirava dentro e fuori dall’aula, sulle strategie adottate dalle parti e sulle impressioni suscitate dalle prove presentate nel corso delle settimane.

    Un elemento centrale della docuserie è proprio il confronto tra punti di vista differenti. Le testimonianze non si limitano alla cronaca dei fatti, ma offrono anche riflessioni personali sul processo e sulla decisione finale della giuria, restituendo in tal modo la complessità di una vicenda che continua a generare discussioni a oltre vent’anni di distanza.

    Quante puntate sono e quando escono su Netflix

    La docuserie è composta da tre episodi e debutta su Netflix mercoledì 3 giugno 2026.

    Diretta da Nick Green e prodotta da Candle True Stories, la serie è stata sviluppata con l’intento di rileggere gli eventi da una prospettiva storica. Un aspetto particolarmente interessante riguarda l’assenza di immagini girate all’interno dell’aula: durante il processo, infatti, le telecamere non erano autorizzate a entrare in tribunale. Per questo motivo la narrazione si affida a filmati d’archivio, servizi televisivi dell’epoca, immagini relative alle indagini e alle vicende di Neverland Ranch, oltre alle nuove interviste realizzate appositamente per il progetto.

    https://www.today.it/film-serie-tv/netflix/michael-jackson-il-verdetto-quando-esce.html

  • Abusi nel seminario francescano, il Tribunale ecclesiastico: «Gravi responsabilità della Chiesa»

    Abusi nel seminario francescano, il Tribunale ecclesiastico: «Gravi responsabilità della Chiesa»

    Oristano «Colpevole assenza di vigilanza da parte di chi aveva l’obbligo di tutelare il gregge, preferendo il decoro dell’abito alla salvezza delle anime». È in questo passaggio delle motivazioni depositate dal Tribunale ecclesiastico interdiocesano sardo che si riassume il verdetto su una delle pagine più cupe della Chiesa isolana. La dimissione dallo stato clericale di don Valerio Manca sancisce la fine di un’omertà durata decenni, restituendo giustizia al dolore di padre Paolo Contini, vittima di abusi che ne hanno profondamente segnato l’esistenza. La sentenza scoperchia una cupola di silenzio che ha protetto Manca per quasi quarant’anni. I magistrati, lungi dal limitarsi alla condanna del singolo, analizzano l’apparato ecclesiastico: una struttura che, pur di «preservare l’immagine dell’istituzione», ha barattato la tutela dei minori con una deliberata «amnesia burocratica». Per il collegio giudicante dunque «non si tratta di mancanze veniali, ma di una condotta predatoria» che ha trovato terreno fertile in una rete di coperture interne alla Chiesa stessa, trasformando il silenzio in una strategia di gestione volta a proteggere i propri membri a discapito delle vittime.

    Tra il 1987 e il 1990 nel Collegio serafico di Oristano, Manca, allora noto come padre Emanuele, agì su un giovanissimo Paolo Contini. Il coraggio di Contini — esploso pubblicamente il 13 maggio 2023 dal pulpito della parrocchia di Ghilarza — ha trasformato una ferita privata in una denuncia. La prova risiede nella lettera di scuse che padre Manca gli inviò nel 2021: un maldestro tentativo di conciliazione privata che, ribaltatosi nelle mani della vittima, è diventato confessione stragiudiziale capace di infrangere ogni sigillo. Nelle motivazioni, il Tribunale definisce l’operato di Manca una «devastante distruzione dell’integrità morale del minore», orchestrata con «metodica premeditazione» e la «strumentalizzazione del carisma del ruolo di guida spirituale» per assoggettare le sue vittime. I giudici stigmatizzano come la Chiesa abbia agito, per decenni, preferendo la difesa corporativa rispetto ai valori evangelici, scegliendo deliberatamente di non vedere. Già al momento della sentenza, lo scorso 15 gennaio, la reazione di padre Paolo fu intrisa di una solennità profetica: «Non è una vittoria contro la Chiesa, ma una vittoria della Chiesa». Il Tribunale, mettendo a verbale la «colpevole assenza di vigilanza» di chi deteneva l’obbligo di tutelare, ha sancito il fallimento di un’istituzione che, finalmente, si arrende alla realtà dei fatti.

    Ed è proprio padre Paolo Contini, a dettare il senso ultimo di questa lunga traversata: «Per me si scrive la parola fine in questa dolorosissima vicenda. È stato un percorso lungo, faticoso e non privo di inattese sorprese. Era giusto farlo non soltanto per me, ma per il bene della Chiesa tutta e per evitare ad altri bambini di cadere vittime del mio stesso abusatore. Io avevo già perdonato, ma la giustizia era necessaria. Ora posso dire che ho fatto il mio dovere e che posso ritornare alla mia vita, cercando di recuperare la serenità e la pace che in questa vicenda giudiziaria sono state messe a dura prova. Ringrazio il Signore per avermi dato la forza e sono grato a tutti coloro che mi hanno sostenuto in questo penoso viaggio. Prego anche per il condannato, perché possa davvero prendere coscienza del male che ha fatto e possa lasciarsi convertire dal Signore».

    https://www.lanuovasardegna.it/oristano/cronaca/2026/06/02/news/abusi-nel-seminario-francescano-gravi-responsabilita-della-chiesa-1.100877572