Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Abruzzo – Molise

  • Caso Vitale, processo rinviato a dicembre.Messere a Telemolise: fatti gravissimi perchè commessi da chi ha una funzione educativa

    Caso Vitale, processo rinviato a dicembre.Messere a Telemolise: fatti gravissimi perchè commessi da chi ha una funzione educativa

    Mancava un giudice. Per questo motivo il processo a carico di Don Marino Genova, presente oggi in aula insieme a Giada Vitale (la sua vittima), è stato rinviato al 20 dicembre prossimo.

    Quando davanti al pm Federico Carrai la giovane oggi 21enne dovrà ricordare il calvario degli abusi subiti quando aveva meno di 14 anni e per i quali il sacerdote, nemmeno sospeso a divinis, dovrà rispondere. In aula c’era oggi l’avvocato Arturo Messere, che si è costituito parte civile in rappresentanza della vittima, che ha ricordato, ai microfoni di Telemolise al collega Tonino Danese, quale sarà la sua strategia difensiva.

    Ossia quella di dimostrare che Giada Vitale è vittima delle azioni di una persona che, tra le altre cose, aveva anche un ruolo istituzionale di cura e di educazione nei confronti della giovane.

    La testimonianza di Giada e di altre persone di Portocannone arriverà quindi 5 giorni prima di Natale. Giada stessa si aspetta giustizia.

    Una giustizia che forse non allevierà il ricordo di quanto subito ma che potrebbe restituire quel minimo di serenità che le serve per affrontare la sua vita di adulta.

  • Caso Vitale, archiviata la posizione del prete per gli episodi di abuso dopo i 14 anni

    Caso Vitale, archiviata la posizione del prete per gli episodi di abuso dopo i 14 anni

    Avere 14 anni significa poter avere rapporti sessuali consenzienti. Per questo motivo il giudice del tribunale di Larino ha archiviato la parte relativa a quando Giada Vitale aveva più di 14 anni archiviando la posizione di Don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, ora ancora prete e autorizzato a dire messa altrove.  Gli abusi, stando alla denuncia della vittima, sono avvenuti in paese da quando lei aveva 13 anni fino ai 16 anni. La sentenza recita così: “Don Marino Genova non era uno psicologo non poteva conoscere la psicologia della Vitale e quindi non abilitato nel somministrare il Minnesota”. L’archiviazione significa aver sostenuto la tesi dell’accusa, secondo la quale non erano classificabili come abusi, i rapporti sessuali che c’erano stati tra i due nel periodo in cui Giada aveva un’età compresa tra i 14 e i 16 anni.  L’unico contrario, a parte la vittima, a questa decisione è l’avvocato di parte civile Arturo Messere per il quale “questo è un clamoroso errore giudiziario oltre che un torto alla mia assistita”.

    Giada potrà avere un minimo di risarcimento morale dal processo in primo grado, che continua, per i fatti avvenuti quando aveva meno di 14 anni di età e quindi considerabili, senza essere soggetti ad interpretazione, in un processo a parte. Che riprende il 19 luglio a Larino proprio per ascoltare la sua testimonianza.

    http://www.moliseweb.it/info.php?id=6154&tit=Caso-Vitale-archiviata-la-posizione-del-prete-per-gli-episodi-di-abuso-dopo-i-14-anni-

  • Sesso con minorenne, archiviata la posizione di don Marino per gli abusi dopo i 14 anni

    Sesso con minorenne, archiviata la posizione di don Marino per gli abusi dopo i 14 anni

    Per il Giudice del Tribunale di Larino, Daniele Colucci «la Vitale era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino». Queste una parte delle motivazioni che hanno indotto Colucci ad archiviare la posizione dell’ex parroco di Portocannone Marino Genova, accusato di abusi di atti sessuali nei confronti della minorenne. In particolare è stata archiviata la posizione riguardante gli anni che vanno dai 14 in poi. A nulla son valse le perizie di parte portate in aula lo scorso 2 febbraio. «E’ un errore giudiziario, oltre che un torto morale, di proporzioni enormi», è il commento dell’avvocato della vittima, Arturo Messere.

    di Alessandro Corroppoli

    Portocannone. «Don Marino Genova non era uno psicologo, non poteva conoscere la psicologia della Vitale e quindi non abilitato nel somministrare il Minnesota». Con questa motivazione, il giudice del Tribunale di Larino, Daniele Colucci, ha archiviato ilfilone processuale che ha visto protagonista l’ex parroco di Portocannone nel periodo in cui Giada Vitale aveva già compiuto i 14 anni. Archiviazione che ha dato ragione, quindi, alla pubblica accusa che ne aveva chiesto l’archiviazione, sostenendo che non si poteva dimostrare la non consensualità nel periodo in cui Giada aveva tra 14 e 16 anni. Contrariato l’avvocato difensore della Vitale, Arturo Messere. «Questo è un clamoroso errore giudiziario oltre che un torto alla mia assistita».

    I processi che vedevano imputato don Marino Genova, ex parroco di Portocannone, erano due: uno relativo al periodo in cui Giada Vitale aveva meno di 14 anni, e l’altro relativo agli anni successivi. Entrambi con la stessa accusa: atti sessuali con minore. Lo scorso 26 gennaio, presso il Tribunale di Larino è stata celebrata la prima udienza dibattimentale del processo principale, che prende in esame i presunti abusi di natura sessuale avvenuti quando la presunta vittima era praticamente una bambina. Prima che un minore compia 14 anni, infatti, non esiste, per la legge, alcun tipo di consenso. Giada Vitale perciò, che ha denunciato il sacerdote quando ha compiuto 17 anni, sarebbe una vittima dell’istinto erotico di un adulto indipendentemente dalle circostanze e dalle modalità dell’approccio. Processo che continuerà il prossimo 19 luglio, sempre a Larino.

    Dieci giorni fa invece, dopo l’udienza del 2 febbraio, è arrivata l’archiviazione da parte del giudice Daniele Colucci per il secondo filone processuale. Quello riguardante quando la Vitale aveva già compiuto 14 anni. La vicenda era stata riaperta con una perizia atta a dimostrare la estrema vulnerabilità della ragazzina anche dopo il compimento del quattordicesimo anno di età, dovuta a gravi lutti familiari e a una situazione personale di grande fragilità. Il 2 febbraio del 2016 in aula era stata portata la documentazione per chiedere il processo sempre per atti sessuali con minore anche in relazione agli anni successivi, considerando che «il consenso ad atti di natura sessuale da parte di un minorenne in questo caso non può essere ravvisato in alcun modo», dichiara il consigliere regionale, ed ex tutore pubblico dei minori,Nunzia Lattanzio, da sempre vicina a Giada Vitale.

    «E’ un errore perchè non è stata capita la continuità dell’abuso sessuale ricevuto e la completa soggiogazione della mia assista nei confronti del prete», commenta Messere. Così, nonostante le perizie portate in aula abbiano confermato tutte le difficoltà e la non maturità sufficiente della Vitale a comprendere cosa stesse facendo, per il Giudice di Larino «la mia assistita era in grado di poter scegliere, e quindi partecipare in maniera consapevole all’atto sessuale – conclude Messere-. Questo, ripeto, è un errore giudiziario e ripartirò da qui il prossimo 19 luglio quando in aula dibatteremo del periodo nel quale la mia assistita aveva meno di 14 anni».

    La storia di Giada Vitale e di don Marino Genova è finita anche su media nazionali.Il punto di svolta risale al 2013 quando, tredici mesi dopo lo strano abbandono della casa canonica di Portocannone dell’allora 58enne parroco, era emerso un particolare sconcertante con la denuncia della famiglia della ragazza per abusi sessuali. Tra l’autunno 2013 e la primavera 2014 il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e sospeso “a divinis”.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=22261
  • «Don Andrè? Ne parlai con il vescovo»

    «Don Andrè? Ne parlai con il vescovo»

    di Teresa Di Rocco

    LANCIANO. «Vivevamo una realtà che solo dopo mi sono reso conto non essere “normale”. Ho cominciato ad avere dubbi dopo il ritiro spirituale con flagellazione a Vigolo nel 2009, poi quando continuava a imporre le sue volontà sulle nostre vite. Mi diceva che il mio angelo custode gli aveva detto in visione che dovevo diventare un prete. C’erano troppi obblighi. Sono uscito dalla Legio dopo l’aggressione che don Andrè ha subito nel 2011». È la testimonianza di L.G., 32 anni, nel processo ad Andrè Luiz Facchini, ex parroco di Sant’Agostino accusato di violenza privata aggravata, lesioni personali, violazione di domicilio, ingiurie, minacce e molestie telefoniche perché avrebbe «fatto credere ai giovani della Legio Sacrorum Cordium, associazione da lui fondata, di avere un filo diretto con la Madonna e gli angeli custodi che tramite lui inviavano disposizioni su come gestire la loro vita». Avrebbe fatto subire ai ragazzi penitenze di tipo corporale quando questi “violavano” le regole che lui imponeva. Al prete, che è anche parte offesa per le lesioni ricevute da due fratelli (M.R., 35 anni, e S.R., 31), nei mesi scorsi è stato vietato di celebrare messa ad Umuarama, in Brasile, dove si è rifugiato dal 2012 quando è scattata l’inchiesta a Lanciano.

    Nella nuova udienza del processo, ieri, a testimoniare è stato L.G., uno dei fondatori della Legio. Un racconto freddo e distaccato, come a far capire che quanto accaduto apparteneva ad un passato che ha voluto e dovuto rimuovere. «C’erano regole da seguire», racconta al giudice, «pregare, confessarsi, la castità per chi non era sposato, messe da seguire, e se non le rispettavi non potevi far parte della Legio. I rimproveri di don Andrè erano all’ordine del giorno, come le umiliazioni che provava chi non rispettava le regole nei confronti degli altri non perché Don Andrè ci offendesse». Poi c’erano le penitenze da fare, come strisciare in ginocchio sul pavimento della chiesa, baciarlo, inginocchiarsi con le nocche delle mani rivolte sul pavimento e pregare. «Dopo la preghiera di guarigione che si faceva una volta al mese», riprende il 32enne, «c’erano le penitenze da fare. Don Andrè non ci obbligava, diceva però che erano gesti graditi a Dio, ai santi e alla Madonna. Non le imponeva ma era implicito l’obbligo, perché se non le facevi eri emarginato». Si è arrivati anche alle frustate. «Ci siamo sottoposti alla flagellazione nel 2009 durante un ritiro a Vigolo (Bergamo, ndc)», spiega L.G., «era un ritiro spirituale e don Andrè ci disse di fare una penitenza corporale per salvare le anime del purgatorio. Tre frustate con il rosario sulla schiena nuda per ogni anima da salvare. Io ricevetti sei frustate, pregai per due anime. Il dolore lo ricordo ancora e ricordo che non mi sono offerto: ero stato spinto a farlo». Per il ragazzo il sacerdote era un manipolatore. Con la scusa delle visioni degli angeli diceva agli adepti cosa fare. «A me aveva detto che dovevo fare il prete», continua L.G., «che glielo avevano detto gli angeli e che se non l’avessi fatto non avrei compiuto la volontà di Dio, che il diavolo si sarebbe impossessato di me. Si è opposto al fatto che avessi una ragazza, che oggi è mia moglie». A differenza di altri L.G. si è anche rivolto alla Curia e al vescovo per denunciare tutta la situazione. «Era il capo della chiesa frentana, doveva agire, rimuovere il prete», dice in aula il giovane. La Curia è stata tirata in ballo nel processo per una eventuale responsabilità civile nella vicenda, sull’assunto che è il vescovo a nominare i sacerdoti -quindi anche don Andrè- a valutare la loro idoneità all’incarico e a vigilare sulla loro condotta. La prossima udienza è fissata al 17 novembre.

     
  • Lanciano, processo prete Sant’Agostino. ‘Voleva costringermi a diventare sacerdote’

    Lanciano, processo prete Sant’Agostino. ‘Voleva costringermi a diventare sacerdote’

    Lanciano (Ch) – “Voleva costringermi a diventare prete. E mi diceva che quello era il mio destino, deciso da Dio. Ha cercato di impormi questa scelta, di indirizzare la mia vita in tal senso, ma mi sono opposto…”. A parlare è Luca G., 32 anni, di Lanciano, uno dei testimoni chiave nel processo a carico di don Andrè Luiz Facchini, classe ’74, nato ad Umuarama in Brasile, sacerdote della diocesi Lanciano-Ortona e che attualmente si trova nel suo Paese d’origine. L’uomo è imputato per aver plagiato e soggiogato, con “abusi di poteri e violazioni di doveri”, alcuni appartenenti all’associazione “Legio Sacrorum Cordium”, della quale era fondatore, presidente e legale rappresentante e che aveva sede nella ex parrocchia di Sant’Agostino. Ha “manipolato e destabilizzato la psiche dei ragazzi fino al punto da annullare la loro autonomia di percezione e decisionale”: così recita l’accusa. 

     
    Davanti al giudice Andrea Belli, l’unico teste della giornata conferma, con un racconto distaccato, quello che sostanzialmente hanno già detto i giovani che l’hanno preceduto. Ossia le punizioni corporali, le abitudini di vita indotte. “Non erano obblighi – afferma – ma se non rispettavi i suoi ordini, se non ti sottoponevi alle sue penitenze, lui ti emarginava, ti escludeva…”.  Martellava gli adepti con frasi sul demonio che… “avrebbe avuto il sopravvento…” e ripetendo che “nei sogni o durante le preghiere” interloquiva “con santi, angeli custodi, Madonna…” ed erano loro a suggerirgli come indirizzare i giovani componenti della Legio. Tante regole, raccolte nel “Manuale di preghiera” che veniva consegnato agli iscritti e che erano riportate nello statuto dell’associazione. “Di cui sono stato uno dei fondatori”, dichiara il testimone. All’inizio sembravano rose e fiori, a mano a mano, con gli anni, la situazione è degenerata. Con i ragazzi torchiati a livello psicologico. “O fai così o il diavolo…”, era il ritornello. “O segui questa regola o alla tua famiglia succederà…”, e giù ad elencare disgrazie. “Per quanto mi riguarda mi ha pressato affinché prendessi i voti sacerdotali. Ma non avevo la vocazione e poi ero innamorato di una ragazza, quella che è diventata mia moglie”. Anche lei, la moglie, frequentava quel gruppo e, per l’esperienza nella Legio, ha dovuto far ricorso a cure psichiatriche. 
     
    Poi il rito della fustigazione. “Io ho preso 6 frustate sulla schiena, durante un ritiro spirituale a Vigolo, in provincia di Bergamo. Frustate inferte, con la corona del rosario a grani grossi, per salvare due anime…”. Ogni anima – secondo Facchini – veniva salvata con tre frustate e recitando il “Gloria al padre” mentre si veniva picchiati. 
     E’ stato in questa circostanza – fa comprendere il giovane teste – che ha iniziato a prendere coscienza del fatto che ciò che accadeva in quell’ambiente non era normale… 16 giugno 2016
    http://www.abruzzolive.tv/Lanciano,_processo_prete_Sant_Agostino.__Voleva_costringermi_a_diventare_sacerdote_-_-_a_10394.html
  • Lanciano, processo prete Sant’Agostino. E il sacerdote spifferava di aborti e problemi finanziari…

    Lanciano, processo prete Sant’Agostino. E il sacerdote spifferava di aborti e problemi finanziari…

    Lanciano (Ch) – Violava il segreto della confessione. Riferiva in giro di “casi di aborto, di problemi nei rapporti di coppia, di difficoltà finanzarie…”, informazioni apprese in confessionale, grazie all’abito talare, e che avrebbe dovuto quindi custodire gelosamente. Spifferava quel che poteva e, se capitava, sparlava di altri sacerdoti e dei loro “vizietti”… E’ quel che emerge, seppur con difficoltà, tra una contestazione e l’altra, nella terza udienza del processo a carico di don Andrè Luiz Facchini, classe ’74, nato ad Umuarama in Brasile, sacerdote della diocesi Lanciano-Ortona, che attualmente – dopo che è scoppiato lo scandalo che lo ha fatto finire alla sbarra – , si trova nel suo Paese d’origine. Il prete è sott’accusa per aver plagiato e soggiogato, con “abusi di poteri e violazioni di doveri”, alcuni appartenenti all’associazione “Legio Sacrorum Cordium”, della quale era presidente e legale rappresentante. Ha “manipolato e destabilizzato la psiche dei ragazzi fino al punto da annullare la loro autonomia di percezione e decisionale”: questo è scritto nei capi d’imputazione. 

    Escussi a lungo, oggi, due testi della pubblica accusa comparsi davanti al giudice Andrea Belli. Tentennano, farfugliano e tirano fuori tanti, forse troppi “non ricordo”… “Sono stato nella Legio Sacrorum Cordium – racconta Italo P., di Lanciano – dal 2004 al 2011”. Nel gruppo anche i suoi genitori. “Io – riferisce invece Nicola C., di Lanciano – sono rimasto nella Legio dal 2008 al 2014”. “C’erano obblighi?”, chiede il pm Delfina Conventi. “Obbligo di confessarsi esclusivamente con Facchini, dal momento in cui lui diventava nostro padre spirituale”. Obbligo di non rientrare a casa dopo la mezzanotte: tassativo essere a letto prima delle 3, perché quella è l’ora del diavolo. Obbligo di non avere contatti o relazioni sentimentali al di fuori dell’associazione, “perché potevano portarci alla perdizione, perché dovevamo avere solo amicizie in Cristo”. Obbligo di non frequentare bar, pub o discoteche. Obbligo di non bere alcolici e di non fumare. Obbligo di non avere pulsioni sessuali. Obbligo, per alcuni, di non usare il motorino o il cellulare. Obbligo di non avere rapporti prima del matrimonio. Obbligo di riferire al prete ogni gesto del proprio quotidiano. Obbligo di non indossare gonne corte per le donne. “Erano imposizioni…”. “Lui lo imponeva… – è la risposta del teste, che cerca di barcamenarsi – ma eravamo liberi di scegliere”.
     
     
     Una marea di regole, contenute anche nel “Manuale di preghiera” che veniva consegnato agli iscritti e nello statuto dell’associazione. “E se queste regole non vevivano ossevate?” “Non erano ordini… Erano consigli – cincischiano i testi – suggerimenti, indicazioni, sollecitazioni… Però.. “Ci richiamava. A volte esagerava. E’ capitato – dice il primo – che sia stato moralmente aggredito: avevo fatto qualcosa che a lui non era piaciuto, e mi ha rimproverato. Offeso. Mi ha anche declassato dal ruolo di vice presidente del “Cenacolo” “. 
    “Il prete aveva particolari contatti?” “Sosteneva di interloquire, nei sogni o durante le preghiere, con santi, angeli custodi, Madonna…”. Che, di volta in volta, suggerivano al sacerdote… la via… la giusta condotta… “quel che era meglio per i giovani componenti della Legio”. Anche se “si potevano sposare o fidanzare… Quante volte si dovevano incontrare a settimana e se potevano scambiarsi baci…”. 
     
    “Venivano imposte penitenze? Quali?” “Bisognava baciare il pavimento della chiesa, fare il segno della croce con lingua per terra nei luoghi dove ci riunivamo, osservare digiuno, percorrere perimetro del santuario strisciando con le ginocchia…”. Nei momenti di “tentazione” sessuale o di pensieri impuri bisognava “stare con le mani sotto le ginocchia…”. Una vita parrocchiale intensa, fin troppo… Con messe di guarigione superaffollate, raduni nelle case degli adepti per pregare – durante una di queste sedute, a Lanciano, con un veggente, c’è stata anche l’apparizione della Madonna -, e ritiri spirituali molto sentiti… Come quello a Vigolo, in provincia di Bergamo, quando Facchini decise che era giunto il momento di “fare disciplina”… Come? Prese a frustate, sulla schiena, alcuni dei ragazzi che erano con lui… “La flagellazione… con un rosario dai grani grossi… per salvare le anime dei vivi e dei morti, mentre veniva recitato il “Gloria al padre”…”. “Lei ha preso colpi?” “Tre”, ammette il primo teste. “E le sono rimasti i segni? “Sì”. “Ha avuto dolore?” “Sì…”. “Ma come in precedenza aveva detto di no…”. “Sofferenza spirituale, non fisica…”. “Io ho avuto 6 frustate – riferisce il secondo -. Ma non mi sono lamentato. Era una mia scelta. Ero consapevole…”. Era così, tra visioni di efficienti angeli custodi, disposizioni impartite direttamente dalla Vergine e dai santi e divieti da osservare per allontanare il demonio, sempre in agguato… Prossima udienza il 16 giugno. 19 aprile 2016.
     
    Serena Giannico
    http://www.abruzzolive.tv/Lanciano,_processo_prete_Sant_Agostino._E_il_sacerdote_spifferava_di_aborti_e_problemi_finanziari…_-_-_a_9960.html
  • Il prete assistito da due sacerdoti Obbligo di dimora in un monastero di Roma per 5 anni tra preghiere e psicoterapia

    Il prete assistito da due sacerdoti Obbligo di dimora in un monastero di Roma per 5 anni tra preghiere e psicoterapia

    PESCARA. Un monastero metropolitano, a Roma, su una collinetta davanti alla chiesa della Santa Maria del Divino Amore, in cui riscoprire la propria vocazione che vacilla. L’Oasi di Elim è un consultorio per i preti in crisi di coscienza. È qui che don Vito Cantò, il parroco di 43 anni, originario di Cepagatti, accusato di aver commesso abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni tra il 2011 e il 2012, deve restare per i prossimi 5 anni. Lo dispone la sentenza di condanna del tribunale ecclesiastico. Il parroco è all’obbligo di dimora «per una vita di preghiera e di penitenza» in questo casale da 12 stanze singole con letto, scrivania, libreria e possibilità di usare il computer e una cucina in comune con gli altri ospiti. Ed è qui che don Vito, assistito da due sacerdoti e uno psicologo, segue «un cammino» non volontario ma obbligatorio e cioè un percorso psicoterapeutico imposto dalla sentenza. Nell’Oasi di Elim – secondo la Bibbia, Elim è il posto in cui gli israeliti trovarono l’acqua salata che poi Mosè fece diventare dolce – c’è anche una cappella interna, ma don Vito non può celebrare messa: per i prossimi tre anni di sospensione dal ministero sacerdotale, la sentenza gli «concede» solo la possibilità della concelebrazione o della messa quotidiana senza il popolo.

    Il centro romano, spiegano i documenti pubblici della struttura, è «un’opera Salvatoriana per il sostegno psicologico al clero e alla vita consacrata»: «È un luogo in cui un sacerdote e un consacrato può vivere un tempo significativo di revisione della propria vocazione». Lo stesso documento spiega cosa accade all’interno dell’Oasi di Elim: «Fondamentale è l’esperienza di una vera fraternità sacerdotale tra i due sacerdoti coadiutori e gli altri confratelli. Uno stile che abbraccia tutti gli ambiti della vita comunitaria da quello spirituale a quello della gestione della casa». Il percorso psicologico è quotidiano: «Vi è la possibilità di vivere un cammino psicoterapeutico con persone di altissima professionalità, rispettose della vita sacerdotale. Un’equipe che attraverso un contratto “a più mani” aiuta il sacerdote e il consacrato a ritrovare se stesso e a verificare la propria vocazione. Il cammino, costruito attorno alla singola persona, esige un tempo iniziale di inserimento e poi un periodo congruo perché il percorso sia efficace. Al termine, in pieno accordo con gli ordinari e superiori, il consacrato sarà gradualmente reinserito nella vita ministeriale e pastorale». (p.l.)

  • Don Vito: lo Stato non può processarmi

    Don Vito: lo Stato non può processarmi

    di Pietro Lambertini

    Mossa a sorpresa del prete imputato, presentata al giudice una memoria difensiva: sono stato già condannato dalla Chiesa.

    PESCARA. La memoria difensiva è lunga più di 50 pagine, ma si può riassumere con una frase dalla forza dirompente: sono stato già condannato dalla Chiesa e, quindi, lo Stato italiano non può giudicarmi un’altra volta. Ieri, nella seconda udienza preliminare durata soltanto una manciata di minuti, è arrivata la mossa a sorpresa della difesa di don Vito Cantò, il parroco di 43 anni, originario di Cepagatti, accusato di aver commesso abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni tra il 2011 e il 2012 mentre era parroco alla chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore.

    Finora, nessuna richiesta di rito abbreviato ma l’avvocato del prete, Giuliano Milia, ha presentato una memoria che potrebbe creare un precedente: se un clerico è stato già dichiarato colpevole dalla Chiesa, lo Stato non può giudicarlo ancora. È questa la tesi della difesa di don Vito – ieri non presente in aula – che ritiene superfluo il processo penale perché la Chiesa ha già preso posizione. Il tribunale ecclesiastico ha condannato il parroco a una pena perpetua, il divieto di svolgere attività parrocchiali con minorenni, e a pene temporanee: don Vito è sospeso per tre anni dal ministero sacerdotale e in questo periodo non può celebrare messa se non con un altro parroco accanto o senza fedeli davanti a sé; per i prossimi 5 anni è consegnato all’obbligo di dimora per una «vita di preghiera e di penitenza» all’interno di un monastero di Roma destinato ai «sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà» e deve seguire «un percorso psicoterapeutico». Don Vito ha evitato la pena ecclesiastica più alta, quella della dimissione, cioè la perdita dello stato clericale. La Chiesa gli ha dato un’altra possibilità ma il parroco deve guadagnarsela giorno dopo giorno. E don Vito, in base alla memoria consegnata ieri al giudice Gianluca Sarandrea, solo alla Chiesa vuole rendere conto: il prete è stato dichiarato «colpevole» per gli abusi sessuali e condannato dal tribunale ecclesiastico, sta scontando le pene e, proprio per questo, non vuole un’interferenza dello Stato. Il prossimo 31 maggio ci sarà la terza udienza preliminare e, stavolta, sarà la famiglia del ragazzo, assistita dall’avvocato Vincenzo Di Girolamo, a parlare. Lo farà con una contromemoria.

    Il caso riporta al 2013 quando alla curia di Pescara arrivarono voci di presunti abusi sessuali su un ragazzino. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito «ad cautelam» ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile guidata dal capo Pierfrancesco Muriana rivelando che, tra il 2011 e il 2012, ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Secondo gli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo e lui si sarebbe confidato con i genitori. Due processi paralleli, quello canonico, già chiuso con la sentenza di condanna, e quello penale, alle battute iniziali: per don Vito, i processi devono restare paralleli; per la famiglia del ragazzo, i processi devono incrociarsi tanto che la sentenza della Chiesa è stata già depositata.

  • Pedofilia, Don Vito Cantò condannato dal Tribunale Ecclesiastico

    Pedofilia, Don Vito Cantò condannato dal Tribunale Ecclesiastico

    Don Vitò Cantò, parroco di Santa Teresa di Spoltore accusato di abusi sessuali su un 15enne, è stato condannato dal tribunale della Chiesa a 5 anni di obbligo di dimora in un monastero ed all’interdizione perpetua dalla convivenza con minori.

    Niente messa per tre anni, ed ancora obbligo di dimora in un monastero ed interdizione perpetura dalla convivenza con minori. E’ la condanna del Tribunale Ecclesiastico per Don Vito Cantò, l’ex parroco di Villa Raspa di Spoltore finito sotto accusa per presunti abusi sessuali ai danni di un 15enne.

    I fatti risalirebbero al 2013, quando arrivarono le prime segnalazioni alla Curia ed alle Forze dell’Ordine relative alle strane attenzioni riservate ai ragazzi minorenni da parte del parroco, che avrebbe poi abusato del 15enne.

    Pedofilia, Don Vito Cantò condannato dal Tribunale Ecclesiastico
    „Ricordiamo che Don Vito è indagato anche a livello penale per gli stessi reati, arrivato già alla seconda udienza preliminare.“

    http://www.ilpescara.it/cronaca/pedofilia-don-vito-canto-condannato-tribunale-ecclesiastico.html
  • Pescara, il tribunale ecclesiastico condanna il prete per pedofilia: passerà 5 anni in monastero

    Pescara, il tribunale ecclesiastico condanna il prete per pedofilia: passerà 5 anni in monastero

    di Pietro Lambertini

    PESCARA. La Chiesa ha condannato don Vito Cantò, il parroco di 43 anni accusato di abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni: per tutta la vita non può più svolgere alcuna attività parrocchiale con i minorenni; è sospeso per tre anni dal ministero sacerdotale e in questo periodo non può celebrare messa se non con un altro parroco accanto o senza fedeli davanti a sé; per i prossimi 5 anni è consegnato all’obbligo di dimora per una «vita di preghiera e di penitenza» all’interno di un monastero di Roma destinato ai «sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà» e deve seguire «un percorso psicoterapeutico». Secondo il tribunale ecclesiastico, don Vito è «colpevole» ma il parroco originario di Cepagatti, quello che nel 2006 incontrava i giovani pescaresi anche sulla riviera per parlare loro dell’importanza della fede, ha evitato la pena più alta prevista: quella della dimissione, cioè la perdita dello stato clericale.

    La sentenza è arrivata al termine del processo canonico, iniziato nel 2013 quando alla curia di Pescara arrivarono voci di presunti abusi sessuali su un ragazzino da parte di don Vito che, all’epoca, guidava la parrocchia di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito «ad cautelam» ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Partì quindi il processo canonico che si è concluso con la sentenza dell’8 giugno scorso, un atto rimasto segreto per quasi un anno.

    Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile rivelando che, tra il 2011 e il 2012, ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Secondo gli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo e lui si sarebbe confidato con i genitori.

    Due processi paralleli, quello canonico, già chiuso con la sentenza di condanna della Chiesa, e quello penale che, dopo l’incidente probatorio in cui due periti hanno stabilito che il ragazzo è credibile, oggi celebrerà la seconda udienza preliminare. La prima udienza preliminare, davanti al giudice Gianluca Sarandrea, si è chiusa con la difesa di don Vito – il parroco è assistito dall’avvocato Giuliano Milia – chiusa in riflessione sull’opportunità di chiedere o meno il rito abbreviato. Una richiesta che potrebbe essere presentata oggi: in caso di abbreviato, don Vito salterebbe il processo pubblico e, in caso di condanna, avrebbe uno sconto di pena di un terzo.

    Tornando al processo della Chiesa, la sentenza è rimasta nell’ombra ed è diventata nota solo adesso: l’avvocato della famiglia del ragazzo, Vincenzo Di Girolamo, ha voluto che la sentenza fosse inserita agli atti ritenendola un documento fondamentale. E cosa prevede la sentenza della Chiesa? La prima pena stabilita è perpetua: don Vito non può più fare attività parrocchiale a contatto con i minorenni, per esempio niente più catechismo. Le altre pene sono temporanee: per tre anni il parroco è sospeso dal ministero sacerdotale e può solo «concelebrare» la messa o tenere la «messa senza il popolo» quotidiana; per 5 anni don Vito è all’obbligo di dimora «per una vita di preghiera e di penitenza» all’Oasi di Elim della parrocchia della Santa Maria del Divino Amore di Roma.

    Si tratta di un consultorio da 12 stanze singole per il clero in crisi di coscienza: «L’Apostolato Accademico Salvatoriano, in collaborazione con il santuario del Divino Amore, svolge un prezioso servizio a favore dei religiosi e dei sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà», recita il sito Internet della parrocchia. «Un luogo e un tempo», dice un depliant, «per riscoprire la propria vocazione. Un’opera Salvatoriana per il sostegno psicologico al clero e alla vita consacrata».