Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Abruzzo – Molise

  • Sesso con una 13enne, condannato a sei anni l’ex parroco. “Fatta giustizia”

    Sesso con una 13enne, condannato a sei anni l’ex parroco. “Fatta giustizia”

    Larino. Don Marino Genova, 62 anni, ex parroco di Portocannone, è stato condannato a 6 anni di reclusione per atti sessuali su minorenne. 

    La vittima degli abusi, che oggi il giudice Russo del tribunale di Larino ha riconoscuro al termine di un processo lungo è pieno di colpi di scena, si chiama Giada Vitale.
    Ha 22 anni, ma all’epoca dei fatti non mi aveva ancora compiuti 14. Una età troppo tenera per poter anche lontanamente essere consapevole di quello che le stava accadendo nel momento in cui ha iniziato una relazione con colui che era il suo parroco. 

    Una relazione che si è protratta dal 2009 fino al 2012, anno in cui la ragazzina, non ancora diciottenne, ha sporto querela. Ma il processo penale di primo grado è stato incentrato solo sui rapporti sessuali tra il sacerdote e la giovanissima parrocchiana in un mese e mezzo precedente il compimento del quattordicesimo anno di età di Giada.

    Il filone relativo agli atti sessuali dai 14 ai 17 anni è stato infatti archiviato, come aveva chiesto l’ex Pubblico Ministero del caso Luca Venturi e come aveva disposto con ordinanza il giudice Daniele Colucci.

    Oggi 3 ottobre 2017 in aula è stato rischiato il non luogo a procedere perché la difesa di Marino Genova, rappresentata da Ciro Intino, ha sollevato un problema di improcedibilità. Ma dopo la rilettura e la verifica del fascicolo relativo alla precedente archiviazione, e al termine di una doppia camera di consiglio che si è protratta dalle ore 18 alle 20, è arrivato un verdetto che ha incontrato il favore di Giada Vitale e del suo difensore, Giuseppe d’Urbano il quale si è dichiarato soddisfatto per la decisione assunta dal magistrato.

    Il sacerdote, che all’epoca dei fatti aveva 55 anni e che oggi vive in una casa di clausura vicino Roma, era stato sospeso a divinis dal tribunale ecclesiastico al termine del processo religioso. Gli è stato impedito cioè di somministrare i sacramenti.

    Oggi Don Marino Genova, che nella scorsa e penultima udienza aveva rilasciato delle dichiarazioni spontanee, non era presente in aula.

     Il suo difensore al termine della requisitoria che ha preceduto la camera di consiglio ha chiesto la sua assoluzione. 

    Ma i giudici hanno condannato Don Marino secondo la richiesta avanzata dal Pm Ilaria Toncini, la quale ha chiesto 6 anni di reclusione ai sensi di quanto previsto dal codice penale per il 609 quater, ovvero il reato di atti sessuali con minorenne, con l’aggravante che in quel frangente il parroco era anche il tutore di Giada Vitale, che aveva perso il padre e stava attraversando un momento particolarmente difficile della sua esistenza.

    “Sento che è stata fatta giustizia dopo tanti anni di tensioni e patimenti” ha commentato con le lacrime agli occhi la giovane donna, che ora proverà a lasciarsi alle spalle gli abusi subiti. A darle sostegno e ad aspettare fino alla fine la lettura del dispositivo, al quale ora dovranno seguire le motivazioni, le donne della associazione vittime di violenza arrivate da L’Aquila. 

    Non è escluso invece che Don Marino possa fare ricorso in Appello contro la sentenza di primo grado.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=26110

  • Ex parroco alla sbarra per sesso con una minorenne. Pm chiede 6 anni, la difesa assoluzione

    Ex parroco alla sbarra per sesso con una minorenne. Pm chiede 6 anni, la difesa assoluzione

    Attesa in serata la sentenza di primo grado nel processo a carico di don Marino Genova, ex parroco di Portocannone accusato di atti sessuali con minore, una persona incapace di scegliere consapevolmente, nei confronti di Giada Vitale, una ragazza che all’epoca dei fatti aveva meno di 14 anni. Oggi la 22enne attende il verdetto in tribunale a Larino attorniata dagli avvocati e dalle donne del centro antiviolenza arrivate da L’Aquila per darle sostegno. Assente invece il sacerdote 63enne, la cui posizione era stata archiviata per i fatti riferiti a quando invece la giovane aveva già compiuto 14 anni. La Chiesa invece lo aveva già processato privandolo della possibilità di somministrare i sacramenti.

    Larino. Sei anni di reclusione per atti sessuali con minore. Questa la richiesta fatta oggi pomeriggio, 3 ottobre, nell’aula del tribunale di Larino dove si sta celebrandol’ultima udienza del processo a carico di Don Marino Genova, ex parroco di Portocannone alla sbarra per la presunta violenza sessuale su Giada Vitale, che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto il quattordicesimo anno di età.

    Il pubblico ministero Ilaria Toncini ha chiesto al giudice Russo di condannare il sacerdote, che non è oggi presente in aula, a 6 anni di reclusione senza attenuanti. L’ipotesi di reato per la quale Don Marino Genova è imputato, tecnicamente è il 609 quater, ma oggi la pubblica accusa ha chiesto di considerare il reato a tutti gli effetti una violenza sessuale, equiparandolo perciò al 609 bis. Questo per evitare l’inghippo della improcedibilità, ovvero un tecnicismo che si applica al reato per il quale Don Marino è stato rinviato a giudizio, il 609 quater, che prevede la imprescindibilità della querela di parte entro i sei mesi successivi al fatto. Ma la famiglia di Giada ha sporto denuncia solo 4 anni e mezzo dopo. Ed è a questo particolare che si è affiliata la difesa per chiedere la assoluzione del sacerdote. Il difensore Ciro Intino del foro di Roma, ha sostenuto la improcedibilità e chiesto la assoluzione perché il fatto non sussiste. Il periodo oggetto di contestazione nel filone sopravvissuto alla archiviazione del presunto reato dopo il compimento dei 14 anni, dura appena un mese e mezzo:il mese e mezzo prima che Giada compisse 14 anni.

    In quel periodo Don Marino Genova, che fino al 2012 è stato parroco di Portocannone, ha abusato sessualmente di una ragazzina incapace di scegliere e di comprendere cosa le stesse accadendo? Questa la domanda alla quale si trova a dover rispondere, con l’applicazione delle leggi in merito, il giudice Russo, che alle 18 in punto si è riunito in camera di consiglio per elaborare il verdetto, che verrà letto in aula appena pronto. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Giuseppe d’Urbano, si è uniformata alle richieste della pubblica accusa. Pochi i commenti nell’attesa della lettura. “Siamo fiduciosi” si sente dire da più parti. Presenti in tribunale anche alcune donne del centro antiviolenza dell’Aquila, le stesse già presenti in passato a Larino per portare sostegno alla giovane molisana.

    Una vicenda, quella tra la ragazza e il sacerdote (sospeso ‘a divinis’ dal tribunale ecclesiastico e attualmente in una casa di clausura romana), che ha tenuto banco per anni, finendo anche, in più occasioni, sui media nazionali.

    Nel 2013, esattamente 13 mesi dopo l’insolito abbandono della Casa Canonica di Portocannone dell’allora parroco cinquantottenne, era emerso un particolare sconcertante: la famiglia di Giada aveva presentato denuncia per abusi sessuali a carico di don Marino Genova. E sempre per abusi e violenze sessuali il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e privato della possibilità di somministrare i sacramenti.

    Ora si avvia alla conclusione il processo ordinario, quello della giustizia “laica”. Le indagini erano in realtà state divise in due differenti filoni: il primo relativo ai presunti abusi commessi quando Giada Vitale aveva meno di 14 anni, il secondo per fatti accaduti dopo il quattordicesimo anno di età della ragazza, oggi 22enne.

    In relazione a questo secondo troncone, nel giugno 2016 il giudice del tribunale di Larino Daniele Colucci aveva archiviato la posizione di Don Marino Genova, sebbene più di recente l’avvocato D’Urbano abbia chiesto la riapertura del fascicolo.

    Don Marino non ha mai voluto rilasciare interviste ai giornalisti e alle televisioni, ma ha scelto di fare dichiarazioni spontanee in tribunale. Oggi saprà a cosa lo ha condannato la giustizia civile, dopo la pena inflittagli da quella religiosa.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=26104
  • Campobasso/Portocannone – Prete 60enne accusato di abusi sessuali su organista 15enne, ecco l’incredibile difesa dell’imputato

    Campobasso/Portocannone – Prete 60enne accusato di abusi sessuali su organista 15enne, ecco l’incredibile difesa dell’imputato

    Campobasso / Portocannone – Nessuna motivazione potrebbe mai giustificare un rapporto sessuale, una relazione fra un uomo di oltre 60 anni e una adolescente fra i 14 e i 15 anni. Ancor più se l’uomo in questione è un prete che avrebbe dovuto indirizzare e proteggere una fanciulla in un delicatissimo momento della sua vita.

    Uno scandalo ha sconvolto un piccolo paese in provincia di Campobasso. Il prete di Portocannone, Don Marino avrebbe avuto una relazione sentimentale e sessuale con una ragazzina del posto. Giada, resta orfana a 13 anni e va dal prete per cercare, probabilmente, quell’affetto che le era stato rubato dal destino. Don Marino approfitta dell’ingenuità della fanciulla. La storia va avanti per diverso tempo. Poi Giada denuncia tutto. Don Marino però dovrà comunque rispondere dei rapporti sessuali avvenuti prima dei 14 anni della ragazzina. Certo non si può negare agli adolescenti una propria sessualità, ma un prete di 60 anni e un’orfana di 13 e poi di 14 che coppia di innamorati mai potevano essere?

    Dichiarazioni spontanee del prete durante il processo: “innanzitutto mi preme dire questo per i fatti che mi vengono contestati in questo processo, quindi fatti riguardanti questo periodo Aprile, Maggio, Giugno del 2009, devo dire che non sono mai accaduti in questo periodo e per me quando sentivo quelle cose in quest’aula stavo, veramente inverosimile tutto quello che veniva detto è incredibile. Se qualcosa è accaduto e questo l’ho confessato quindi sia al P.M. Pubblico Ministero e sia anche a dire al Vescovo e quindi poi al Processo Canonico, quello che è accaduto è accaduto dopo, diciamo quando la ragazza Giada aveva quindici sedici anni, quindi io non mi ci ritrovo per niente, anche nelle modalità di cui questi incontri avvenivano, quindi se qualcosa è accaduto non certo nelle modalità in cui finora abbiamo sentito dire.

    Certamente ecco, ci sono stati diciamo degli abbracci, dei momenti di effusione ma questo tutto dopo. Anche perché diciamo così io comunque stavo male, perché mi rendevo conto che come sacerdote non era questo, ma non, mai mi è accaduto una cosa del genere e quindi stavo male e tentavo comunque in tutti i modi di interrompere, questo poi soprattutto dopo, nel 2011 quando mi sono, che lei tornò, la ragazza a dirigere il coro, da Settembre 2011 quindi c’era la possibilità di, come dire di vedersi più spesso…… ……. Quindi diciamo che ecco, per mio carattere quindi espansivo aperto così, quando lei è venuta nel 2010 avevo con lei diciamo così quell’atteggiamento affettuoso che 1’avevo comunque verso tutti, senza nessuna malignità, senza nessuna diciamo così intenzione ecco.

    Quando lei invece tornò nel 2011 1e cose un po’ ecco, per le mie debolezza le cose cambiarono quindi in qualche modo, no? Ecco questi abbracci che accadevano anche in momenti di effusione e di come dire di toccamenti. Così possiamo dire. Comunque io stavo male vi dicevo, stavo dicendo prima, stavo male perché questo lo vedevo veramente un controsenso con la mia vita di sacerdote e chiedevo la grazia al Signore che mi aiutasse. E ringrazio il Signore perché comunque posso dire che già dalla Quaresima del 2012 io ho avuto la forza di, la grazia del Signore perché io non siamo nulla, scusate se dico questo, è la grazia di Dio che mi ha aiutato e ne sono venuto fuori, cioè ormai come dire benché tutti altri tentativi ho fatto prima il famoso messaggio, facendo finta che ero un’altra persona, quindi un numero che lei non conosceva gli ho mandato quel messaggio per dire che ci facevi a quest’ora tardi nella casa del sacerdote, del prete, se vi vedo ancora provvederò.

    E naturalmente altri tentativi come i nostri incontri cercavo di diradarli il più possibile, ma questo naturalmente devo dire che lei quando mi incontrava dice: perché non mi hai chiamato? Dovevamo vederci. Ho detto: guarda, non è possibile. Cioè dentro di me stavo male, perché. E quindi accadevano questi incontri ma molto raramente poi. Dunque, poi alla fine ecco dicevo, ho avuto questa forza e naturalmente ecco poi ricordo che in occasione del mio compleanno nel Maggio 2012 ha detto quella sicuramente mi verrà ad aspettare e rientrai molto tardi quella sera ma lei mi aspettò vicino casa perché volle entrare poi in casa, ma solo un augurio cosi e poi se ne è andata. Ma naturalmente per me ormai come dire, se posso usare l’espressione il mio cuore era diventato di pietra, o meglio avevo deciso basta, ringrazio il Signore che mi ha dato questa forza di smettere perché ripeto stavo male per questo, ogni qualvolta magari stavo con lei e dopo stavo male, stavo male, stavo male, stavo sacerdozio, perché sono sacerdote, il signore mi ha chiamato, ho sbagliato.

    E gliel’ho detto: guarda ho sbagliato, ti chiedo scusa. Come ho chiesto scusa naturalmente a così, e naturalmente ecco ringrazio davvero il Signore che ne sono venuto fuori da questo. E se sono qui oggi forse perché ho detto di no. Gli ho detto di no. Perché se gli avessi detto di si, a quest’ora non ci saremo trovati qui in Tribunale, forse lei si sarebbe ritrovata con uno di sessantanni con dei figli ma che sicuramente non era quella la scelta. Infatti proprio perché gli volevo bene, e questo non lo nego perché gli volevo bene, volevo il suo bene, ho detto: questa ragazza non può, ecco ha tutta una vita davanti a sé e quindi perché io la devo continuare a illudere e cosi, e perché lei si era, secondo me, illusa molto su questo. E quindi ecco, eccoci qua Signor Presidente”.

    Campobasso / Portocannone – Prete 60enne accusato di abusi sessuali su organista 15enne, ecco l’incredibile difesa dell’imputato

  • Sesso tra don Marino Genova e l’ex parrocchiana 13enne: sentenza fissata per il 3 ottobre

    Sesso tra don Marino Genova e l’ex parrocchiana 13enne: sentenza fissata per il 3 ottobre

    Dopo quattro anni di processi, udienze, umiliazioni per l’ex parrocchiana Giada Vitale, e una mole di perpetue e sacerdoti in aula pronti a difendere l’operato dell’ex guida spirituale di Portocannone, don Marino Genova, la controversa vicenda giudiziaria si chiuderà definitivamente il prossimo 3 ottobre 2017 su decisione del giudice Michele Russo che ha presieduto il collegio lo scorso giugno.

    Il processo era balzato agli onori di cronaca nazionale quando il giudice Daniele Colucci, in servizio al tribunale di Larino, aveva assolto il prete definendo il rapporto tra i due una vera e propria relazione amorosa. Non era bastato che don Marino Genova, all’epoca dei fatti 55enne, ammettesse di aver avuto rapporti sessuali con la ragazzina per 4 anni e non era servito nemmeno che i medici testimoniassero un grave disagio psicologico della giovane parrocchiana di Portocannone, in Molise, dovuto alla perdita degli affetti più cari (clicca qui per leggere la storia).

    Giada Vitale, oggi 21 anni, sarebbe stata consenziente ai rapporti intimi e la prova sarebbe la mancata reazione della giovane, che per 4 anni era rimasta come ipnotizzata da don Marino Genova.

    In realtà a Giada quella condizione non le piacevano affatto, tanto da lasciare la scuole e finire sotto psicofarmaci, ma trova la forza di ribellarsi solo all’età di 17 anni. Prima la denuncia al Vescovo, che tutto quello che fa è spostare don Marino in un’altra parrocchia, poi quella penale, con la quale finalmente si apre un processo a carico dell’indagato, ma diviso in due fascicoli.

    Il giudice, in pratica, fa una netta distinzione tra ciò che è avvenuto quando la vittima ha ancora 13 anni, e quando, tre mesi dopo dall’inizio dei rapporti sessuali, compirà il 14° compleanno. Da qui in poi il giudice assolve don Marino, specificando anche che non essendo egli uno psicologo, non era tenuto a a badare alla condizione psicologica della vittima, in quanto prete e non psicologo. Nella sentenza è scritto così.

    Ma anche per ciò che è avvenuto dall’aprile al giugno del 2009, e cioè quando Giada ha ancora 13 anni, il giudice è inspiegabilmente, assai clemente. Il prete viene sì rinviato a giudizio ma, sempre nell’ottica del consenso, tanto che il capo di imputazione viene derubicato ad atti sessuali con minore. Il reato, comunque, è punito dal Codice Penale all’articolo 609-quater, che sanziona con la reclusione da cinque a dieci anni «la condotta di chiunque compie atti sessuali con persona che al momento del fatto non ha ancora compiuto quattordici anni».

    Il contro alla rovescia per appurare se Giada Vitale avrà la sua misera fetta di giustizia è già iniziato.

    Il caso è seguito dall’associazione Rete l’Abuso onlus del presidente Francesco Zanardi e dalla consigliera regionale del Molise Nunzia Lattanzio. 

    http://www.francescalagatta.it/sesso-don-marino-genova-lex-parrocchiana-13enne-sentenza-fissata-3-ottobre/

  • DON MARINO PARLA MA RIFIUTA DOMANDE IN AULA. SENTENZA IL 3 OTTOBRE

    DON MARINO PARLA MA RIFIUTA DOMANDE IN AULA. SENTENZA IL 3 OTTOBRE

    Processo Giada Vitale. Si è svolta questa mattina 19 luglio al Tribunale di Larino la penultima udienza del processo a carico di don Marino Genova, l’ex parroco di Portocannone accusato di aver abusato sessualmente Giada Vitale. Il processo riguarda il periodo di frequentazione in cui la Vitale, originaria dello stesso paese, aveva meno di 14 anni.
    Quest’oggi dinanzi al collegio presieduto dal giudice Michele Russo, la difesa ha inizialmente chiamato a testimoniare undici persone, ma solo in quattro hanno sfilato al cospetto del Pubblico Ministero Ilaria Toncini: tre parrocchiane di Portocannone e l’ex prete Renato D’Auria, ora tornato alla vita civile, che per un determinato periodo aveva vissuto a Portocannone. L’avvocato dell’imputato, Ciro Intino, ha rinunciato agli altri testimoni. Don Marino, presente in aula, ha rifiutato di farsi interrogare ma ha rilasciato dichiarazioni spontanee. La sentenza è prevista il prossimo 3 ottobre, ma Giada tramite il suo legale difensore Giuseppe D’Urbano, che nel novembre scorso ha sostituito Arturo Messere, ha presentato una istanza in Procura chiedendo la riapertura delle indagini, adducendo nuovi elementi, per quanto concerne il filone delle indagini che riguardavano i fatti accaduti dopo i 14 anni.
    Bisogna ricordare che il filone delle indagini era stato suddiviso in due differenti tronconi, il primo quello che va sino a quando ai 14, e il secondo che riguarda i fatti accaduti dopo il 14ecesimo anno di età. Ed è proprio riguardante questa seconda fase che nel giugno del 2016 il Giudice del Tribunale di Larino, Daniele Colucci, ha archiviato la posizione di don Marino Genova, ex parroco di Portocannone a processo per atti sessuali con una minorenne. La minorenne, che oggi ha 22 anni ma all’epoca dei fatti ne aveva tra 13 e 15. Per il giudice, in sintesi, «la Vitale era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino»per gli anni che vanno dai 14 anni in poi.
    La storia di Giada Vitale e di don Marino Genova è finita anche su media nazionali.Il punto di svolta risale al 2013 quando, tredici mesi dopo lo strano abbandono della casa canonica di Portocannone dell’allora 58enne parroco, era emerso un particolare sconcertante con la denuncia della famiglia della ragazza per abusi sessuali. Tra l’autunno 2013 e la primavera 2014 il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e sospeso “a divinis”, privato della possibilità di somministrare i sacramenti.

    Alessandro Corroppoli
    http://www.primonumero.it/attualita/news/1500481729_processo-giada-vitale-don-marino-parla-ma-rifiuta-domande-in-aula-sentenza-il-3-ottobre.html
  • Don Marino, Giada e il vescovo: in udienza tra “giustizia e vendetta”

    Don Marino, Giada e il vescovo: in udienza tra “giustizia e vendetta”

    Nello scambio dialettico tra Pm, vescovo e difensore tutto il senso del processo a carico di don Marino Genova. Si sono ritrovati in aula, dinanzi a Giada Vitale e alla sua mamma, peraltro teste anche lei.

    Il Pm ha anche chiesto al presule De Luca perché l’allora minorenne era andata da lui. Il vescovo ha risposto “perché voleva giustizia”, mentre il difensore dell’ex parroco di Portocannone ha tuonato, “per vendetta”.

    Una vicenda che dovrebbe definirsi, giudiziariamente, il prossimo 3 ottobre, ma pende la richiesta di riapertura delle indagini presentata da Giada Vitale e dal suo legale Giuseppe D’Urbano.  La difesa, oltretutto, punta sugli innumerevoli impegni del sacerdote, tra vita parrocchiale, insegnamento di religione e messe, per confutare la tesi dei numerosi incontri a sfondo sessuale portati avanti per oltre 4 anni secondo la denuncia presentata e dai riscontri della Procura.

    Una giornata molto particolare per la 22enne Giada Vitale, che al mattino si è recata a Salerno per affrontare la prima prova dell’esame di Stato e in tutta fretta, appena consegnato il compito, è ripartita alla volta di Larino, dove alle 15 era in programma la terz’ultima udienza del processo a carico di don Marino Genova, l’ex parroco di Portocannone, accusato di atti sessuali con minorenne (articolo del codice penale 609 quater) nei confronti della ragazza, per il periodo della loro frequentazione in cui la ragazza originaria di Portocannone aveva meno di 14 anni.

    Dinanzi al collegio presieduto dal giudice Michele Russo l’ultima volta sono sfilati altri 5 testimoni, alcuni chiamati a deporre dalla Procura frentana, rappresentata dal Pm Ilaria Toncini. Insieme a don Michele Valentini, che prese il posto di don Marino all’indomani del suo allontanamento, è stata acquisita anche la deposizione del vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca. Oltre alla madre di Giada, un corista e una violinista.

    L’imputato è difeso dall’avvocato Ciro Intino, mentre per la parte civile Giuseppe D’Urbano, che nel novembre scorso ha sostituito Arturo Messere nel perorare la causa della parte lesa. «Monsignor De Luca ha risposto alle domande del Pm, della parte civile e della difesa. Ha raccontato tutto – ci riferisce la stessa Giada Vitale – della prima volta che andammo io e Teresa, di quello che gli ho raccontato, di quello che gli ha detto don Marino e del processo canonico». Secondo quanto emerso in aula, don Marino dinanzi al presule avrebbe sostanzialmente ammesso i fatti, come già il vescovo affermò quando venne sentito dal Pm Venturi in fase di indagini preliminari.

    La madre di Giada, invece, ha rievocato alcuni particolari, come quando ci fu un primo approccio tra loro due e lei non volle credere alla ragazza, poiché pensava che il prete non potesse comportarsi così, ma ha anche detto come Giada sia stata in cura da diversi specialisti e costretta ad assumere psicofarmaci. Una deposizione che come quella della 22enne a dicembre, ha ripercorso l’intera vicenda, fino a quando scoprì la situazione e il suo primo colloquio col vescovo.

  • In Tribunale torna il processo a don Marino, ieri Giada ha compiuto 22 anni

    In Tribunale torna il processo a don Marino, ieri Giada ha compiuto 22 anni

    Si torna in aula, oggi, al tribunale di Larino, per la terz’ultima udienza del pomeriggio a don Marino Genova (prossime tappe il 19 luglio e quindi la sentenza attesa al 3 ottobre).
    Il sacerdote è accusato di atti sessuali con minorenne (articolo del codice penale 609 quater) nei confronti di Giada Vitale, per il periodo della loro frequentazione in cui la ragazza originaria di Portocannone aveva meno di 14 anni. Dinanzi al collegio presieduto dal giudice Michele Russo l’ultima volta sono sfilati ben otto testimoni (alcuni dei quali presenti anche nella lista della difesa), tutti chiamati a deporre dalla Procura frentana, rappresentata dal Pm Ilaria Toncini. Ma oggi, insieme ad altri sacerdoti, è attesa la deposizione del vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca. L’imputato è difeso dall’avvocato Ciro Intino, mentre per la parte civile Giuseppe D’Urbano, che nel novembre scorso ha sostituito Arturo Messere nel perorare la causa della parte lesa. Ieri Giada ha compiuto gli anni, 22, ma al di là di quanto emergerà da questo processo, ha già presentato una istanza in Procura chiedendo la riapertura delle indagini, adducendo nuovi elementi.

  • Abusi sessuali, la Cassazione: il parroco non può evitare il processo

    Abusi sessuali, la Cassazione: il parroco non può evitare il processo

    PESCARA. «Inammissibile». Un parroco, accusato di presunti abusi sessuali, non può sottrarsi al giudizio di un tribunale dello Stato. Anche se, per lo stesso reato, è stato condannato già dalla Chiesa. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che ha bocciato il ricorso presentato da don Vito Cantò, l’ex parroco della chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore accusato di presunti abusi sessuali commessi su un minorenne tra il 2011 e il 2012 e per questo finito sotto processo. E, nell’udienza di ieri, si è parlato proprio di quel ricorso che avrebbe potuto cambiare i rapporti tra Stato e Chiesa.

    Il caso di don Vito, 44 anni e originario di Cepagatti, riporta al 2013 quando alla curia di Pescara arrivarono voci di presunti abusi sessuali su un ragazzino. Sospeso dalla curia, il parroco lasciò misteriosamente la chiesa da un giorno all’altro. Dopo l’avvio del processo canonico, nel 2014, la famiglia del ragazzino si rivolse alla polizia e denunciò gli incontri sessuali tra il prete e il minorenne: incontri senza costrizione fisica nell’alloggio canonico, ma che a distanza di anni avrebbero turbato il giovane.

    Poi, sempre nel 2014, il tribunale ecclesiastico ha condannato don Vito a una pena perpetua, il divieto di svolgere attività parrocchiali con minorenni, e a pene temporanee: il prete è stato sospeso per tre anni dal ministero sacerdotale e in questo periodo non può celebrare messa se non con un altro parroco accanto o senza fedeli davanti a sé; per 5 anni è consegnato all’obbligo di dimora per una «vita di preghiera e di penitenza» all’interno di un monastero di Roma destinato ai «sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà» e deve seguire «un percorso psicoterapeutico». Don Vito ha evitato la pena ecclesiastica più alta, quella della dimissione, cioè la perdita dello stato clericale: la Chiesa gli ha dato un’altra possibilità. E solo alla Chiesa don Vito avrebbe voluto rendere conto. Con il ricorso, il prete, difeso dall’avvocato Giuliano Milia, aveva invocato il principio del «ne bis in idem» e cioè non si può essere condannati due volte per lo stesso reato: il parroco aveva sostenuto che lo Stato non può giudicare, per uno stesso reato, un prete già dichiarato colpevole da un tribunale ecclesiastico: secondo la tesi di don Vito, un curato dovrebbe rispondere solo a Dio dei suoi reati, dei suoi peccati e delle sue debolezze. Una tesi, che se fosse stata accolta, avrebbe creato un precedente pericoloso: se i giudici della Suprema corte si fossero schierati dalla parte di don Vito, ogni chiesa sarebbe potuta diventare una zona franca al riparo della giustizia penale. Paradossalmente, una condanna canonica, come l’obbligo a una vita monacale per un dato periodo, sarebbe bastata a bloccare un processo penale per reati gravi con pene fino a 10 anni di reclusione.

    Per ora, si sa solo che la Cassazione ha definito «inammissibile» il ricorso del parroco: le motivazioni non sono state rese ancora note. E proprio in attesa delle motivazioni, la difesa del parroco ha ripresentato lo stesso ricorso al tribunale: il pm Salvatore Campochiaro e l’avvocato di parte civile, Vincenzo Di Girolamo, si sono opposti. Il tribunale ha scelto di posticipare la decisione sull’eccezione alle fasi successive del giudizio quando saranno disponibili le motivazioni. La difesa del prete, a quel punto, ha avanzato una richiesta di rito abbreviato condizionata all’acquisizione di una chat tra il ragazzino ed altre persone, avvenuta tre anni dopo i fatti contestati. Una chat che, per la difesa, dovrebbe dimostrare l’estraneità del parroco ai reati contestati. Si tornerà in aula il 23 novembre prossimo, quando saranno ascoltate due delle persone che hanno partecipato alla chat e un consulente di parte del prete, la psicologa Marilisa Amorosi.

    http://www.ilcentro.it/pescara/abusi-sessuali-la-cassazione-il-parroco-non-pu%C3%B2-evitare-il-processo-1.1631017

  • Violenza sessuale su minore, l’ex sacerdote Vito Cantò sarà giudicato con rito abbreviato

    Violenza sessuale su minore, l’ex sacerdote Vito Cantò sarà giudicato con rito abbreviato

    Accoglimento della richiesta di rito abbreviato e contestuale rinvio, al proseguo del giudizio, della decisione sull’eccezione presentata dalla difesa dell’ imputato. È quanto stabilito questa dal tribunale collegiale di Pescara, presieduto dal giudice Maria Michela Di Fine, nell’ ambito del processo a carico di don Vito Cantò, il parroco di 44 anni accusato di abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni, ai tempi in cui guidava la parrocchia di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore (Pescara). I fatti sarebbero avvenuti nel 2011 e nel 2012.

    La difesa del parroco, rappresentata dall’avvocato Giuliano Milia, aveva sollevato la questione del “ne bis in idem” davanti alla Cassazione, che aveva giudicato inammissibile l’istanza. La difesa sostiene, in sostanza, che poiché don Vito Cantò è già stato condannato dal tribunale ecclesiastico per la stessa vicenda e sta già scontando la pena, non può essere giudicato una seconda volta da un tribunale penale.

    Il parroco, nell’ ambito del processo canonico, è stato condannato all’ interdizione perpetua dallo svolgimento di attività parrocchiali a contatto con i minorenni, alla sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, all’obbligo di dimora per cinque anni all’interno di un monastero di Roma e alla prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”.

    In attesa di conoscere le motivazioni della Cassazione, la difesa del parroco ha ripresentato la stessa eccezione davanti al tribunale collegiale, con il pm Salvatore Campochiaro e il legale di parte civile, Vincenzo Di Girolamo, che si sono opposti. Il tribunale collegiale ha scelto di posticipare la decisione sull’eccezione al proseguo del giudizio. La difesa, a quel punto, ha avanzato una richiesta di rito abbreviato condizionata all’acquisizione di documentazione relativa ad una chat tra la persona offesa ed altre persone, avvenuta tre anni dopo i fatti contestati.

    La richiesta era già stata presentata e respinta in fase di udienza preliminare, ma oggi è stata accolta dal tribunale collegiale, che “alla luce della situazione esistente al momento della valutazione negativa del gup, ritiene ingiustificato il dissenso relativo all’ antieconomicita’ del rito”. Si tornerà dunque in aula il 23 novembre prossimo, quando saranno ascoltate due delle persone che hanno partecipato alla chat prodotta dalla difesa e un consulente di parte.

    http://www.abruzzo24ore.tv/news/Violenza-sessuale-su-minore-l-ex-sacerdote-Vito-Canto-sara-giudicato-con-rito-abbreviato/181068.htm

  • PRESUNTI ABUSI SU MINORE A VILLA RASPA, RITO ABBREVIATO PER DON VITO CANTÒ. IL CASO FARÀ SCUOLA

    PRESUNTI ABUSI SU MINORE A VILLA RASPA, RITO ABBREVIATO PER DON VITO CANTÒ. IL CASO FARÀ SCUOLA

    PESCARA, 8 giugno 2017 – Rito abbreviato per don Vito Cantò, il parroco di 44 anni accusato di abusi sessuali su un ragazzo di 15 anni, ai tempi in cui guidava la parrocchia di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore. L’istanza della difesa è stata accolta questa mattina dal tribunale collegiale di Pescara presieduto dal giudice Maria Michela Di Fine. Si sta invece trasformando in una disputa di natura giurisprudenziale la questione del “ne bis in idem”, che la difesa del parroco ha sollevato davanti alla Cassazione e ha riproposto oggi in aula.

    I fatti per i quali don Vito Cantò è finito a processo sono venuti alla luce nel 2013, quando alla curia di Pescara arrivarono voci su presunti abusi sessuali ai danni di un ragazzino. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito “ad cautelam”, ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile guidata da Pierfrancesco Muriana, rivelando che tra il 2011 e il 2012 ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Sulla base degli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, “i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo” e lui si sarebbe confidato con i genitori.

    Il processo canonico si è poi concluso con una sentenza di condanna che prevede l’interdizione perpetua dallo svolgimento di attività parrocchiali a contatto con i minorenni, la sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, l’obbligo di dimora per cinque anni, all’interno di un monastero di Roma, al fine di condurre “una vita di preghiera e di penitenza”, e la prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”. Don Vito Cantò ha comunque evitato la pena massima prevista dal tribunale ecclesiastico, ovvero la perdita dello stato clericale.

    Alla luce di questa sentenza, la difesa del parroco aveva sollevato la questione del “ne bis in idem” davanti alla Cassazione, che aveva giudicato inammissibile l’istanza. La difesa sostiene, in sostanza, che poiché don Vito Cantò è già stato condannato dal tribunale ecclesiastico per la stessa vicenda e sta già scontando la pena, non può essere giudicato una seconda volta da un tribunale penale.

    In attesa di conoscere le motivazioni della Cassazione, la difesa del parroco oggi ha ripresentato la stessa eccezione davanti al tribunale collegiale di Pescara, con il pm Salvatore Campochiaro e il legale di parte civile, Vincenzo Di Girolamo, che si sono opposti.

    Secondo l’accusa:

    “una sentenza del tribunale ecclesiastico non è equiparabile a quella del tribunale penale e un cittadino italiano accusato di avere commesso un delitto, sul territorio italiano, ai danni di un altro cittadino italiano, deve essere giudicato dal tribunale penale”.

    A giudizio di Di Girolamo, legale della famiglia del giovane al centro degli abusi:

    “siamo peraltro in presenza  di una decisione dell’Arcidiocesi, che dunque non è neanche equiparabile ad una sentenza del tribunale ecclesiastico”.

    Il tribunale collegiale ha scelto di posticipare la decisione sull’eccezione al proseguo del giudizio. Prima della prossima udienza saranno infatti rese note le motivazioni della Cassazione, che potrebbero influenzare lo svolgimento del processo.

    La difesa di don Vito Cantò, nel frattempo, prendendo atto della decisione del tribunale pescarese, ha presentato una richiesta di rito abbreviato condizionata all’acquisizione di documentazione relativa ad una chat intercorsa tra la persona offesa ed altre persone, avvenuta tre anni fa, dopo i fatti contestati.

    La richiesta era già stata presentata e respinta in fase di udienza preliminare, ma oggi è stata accolta dal tribunale collegiale, che “alla luce della situazione esistente al momento della valutazione negativa del gup, ritiene ingiustificato il dissenso relativo all’antieconomicita’ del rito”.

    Si tornerà dunque in aula il 23 novembre prossimo, quando saranno ascoltate due delle persone che hanno partecipato alla chat prodotta dalla difesa e un consulente di parte.
    La vicenda ha avuto inizio nel 2013, quando alla curia di Pescara arrivarono voci su presunti abusi sessuali ai danni di un ragazzino. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito “ad cautelam”, ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile guidata da Pierfrancesco Muriana, rivelando che tra il 2011 e il 2012 ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico di don Vito. Sulla base degli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, “i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo” e lui si sarebbe confidato con i genitori.

    Il processo canonico, iniziato nel 2013, si è concluso con una sentenza di condanna che prevede l’interdizione perpetua dallo svolgimento di attività parrocchiali a contatto con i minorenni, la sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, l’obbligo di dimora per cinque anni, all’interno di un monastero di Roma, al fine di condurre “una vita di preghiera e di penitenza”, e la prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”. Don Vito Cantò ha comunque evitato la pena massima prevista dal tribunale ecclesiastico, ovvero la perdita dello stato clericale.

    Presunti abusi su minore a Villa Raspa, rito abbreviato per don Vito Cantò. Il caso farà scuola