Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Hans Zollner lascia a Commissione Pontificia. La sua dichiarazione in favore della lotta contro gli abusi lo scorso 23 a Milano

    Hans Zollner lascia a Commissione Pontificia. La sua dichiarazione in favore della lotta contro gli abusi lo scorso 23 a Milano

    Una Commissione Pontificia travagliata sin dalla nascita e che vide dimettersi prima la vittima inglese Peter Sounders, poi quella irlandese Marie Collins. Entrambe accusarono le reticenze e le pressioni interne alla chiesa che nei fatti impedivano alla Commissione di essere realmente utile, ma meramente di facciata.

    Hans Zollner è stato indubbiamente un ottimo ed onesto interlocutore che ha dimostrato di aver a cuore questa battaglia. Fu proprio Zollner ad ammettere pubblicamente che il dato di pedofili nel clero non era del 2%, – come sostenevano le fonti interne al Vaticano e lo stesso Papa Francesco – ma andava dal 4 al 6%, molto piu in linea con quanto da anni dichiaravano commissioni d’inchiesta e associazioni di vittime in tutto il mondo.

    Lo scorso 23, in occasione della conferenza di presentazione a Milano dell’iniziativa europea di Justice Initiative, aveva in un video messaggio confermato il suo impegno alla lotta, non solo all’interno della chiesa, ma in tutte le diverse circostanze.

    Il tutto accade l’indomani della pubblicazione del nuovo Motu proprio con una lettera che fa riflettere. Sicuramente ci mancherà malgrado le distanze, la sua onestà come interlocutore tra le vittime e l’istituzione ecclesiastica.

    “Da parte sua, in una dichiarazione personale, Hans Zollner S.I. ha dichiarato che la sua partenza è dovuta a questioni interne al funzionamento della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Tra le ragioni che gli hanno “impedito di continuare”, Zollner indica le questioni relative alle “aree di responsabilità, conformità, responsabilità e trasparenza” che, a suo avviso, non sono state adeguatamente sviluppate nella Commissione. Fa inoltre riferimento a questioni come la mancanza di comunicazione e di trasparenza in alcune decisioni della Commissione e la mancanza di chiarezza tra le competenze della Commissione e quelle del Dicastero per la Dottrina della Fede.“ FONTE

    Qui la lettera integrale e il commento di padre Hans Zollner

  • L’anomalia italiana – Convegno 3 novembre Milano – Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO – ECA global

    L’anomalia italiana – Convegno 3 novembre Milano – Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO – ECA global

    La trappola degli sportelli diocesani, l’assenza di Stato e Garante e la grande censura che si evince semplicemente cercando su GOOGLE quanto omesso.

    L’anomalia europea dell’Italia spiegata dal portavoce della Rete di sopravvissuti, unica in Europa per lo stato di indifferenza sociale.

    “Un doveroso minuto di silenzio, per riflettere come società civile se è mai possibile che in Italia chi ha subìto abusi e oggi ha una missione nella vita: quella di dare trasparenza, debba essere anche usato dal sistema e poi lasciato solo e senza giustizia dallo Stato.

    A questo punto siamo arrivati?!  A chiedere alle vittime di sostituirsi allo Stato, alla società?!  

    Vi rendete conto come è straziante?

    Ma noi come comunità, il Vaticano e soprattutto il Governo italiano: non c’è un vago senso di vergogna rispetto a questo? 

    per i bambini, i sopravvissuti e anche per chi, in Italia, non ce l’ha fatta, i non sopravvissuti?”

  • Congresso “Abusi su minori e persone vulnerabili” l’approfondimento; ex Procuratore Pietro Forno, dott. Dante Ghezzi, Avv. Mario Caligiuri

    Congresso “Abusi su minori e persone vulnerabili” l’approfondimento; ex Procuratore Pietro Forno, dott. Dante Ghezzi, Avv. Mario Caligiuri

    L’approfondimento degli aspetti giuridici e psicologici Relatori: dott. Pietro Forno, già procuratore aggiunto – Procura della Repubblica di Milano;

    dott. Dante Ghezzi, psicologo, psicoterapeuta, supervisore Emdr e membro dell’équipe Tiama;

    avv. Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio permanente per la tutela delle vittime della Rete L’ABUSO.

    Modera Federica Tourn, che per Domani conduce l’inchiesta sostenuta dai lettori sugli abusi nella Chiesa.

  • Domande/risposte sulla pedofilia della Vaticanista Franca Giansoldati al Presidente CEI Matteo Zuppi

    Domande/risposte sulla pedofilia della Vaticanista Franca Giansoldati al Presidente CEI Matteo Zuppi

    Le domande della Vaticanista Franca Giansoldati sulla scelta della CEI di discriminare tutte le vittime del clero abusate prima del 2000.

    Non chiari neppure i provvedimenti per quelle che saranno prese in considerazione dalla chiesa italiana.

    Non ci sarà quindi una commissione d’inchiesta, rimarrà l’auto monitoraggio della chiesa su se stessa, lasciando indifferente il problema e eventuali soluzioni.

    L’assemblea a differenza di tutti gli altri paesi ha totalmente escluso le vittime, anche se dopo l’intervento del Presidente della Rete L’ABUSO, il Presidente CEI si è offerto di riceverlo nella sua qualità di portavoce.

    Richiesta accolta alla quale la Rete L’ABUSO ha già provveduto ad una richiesta di incontro.

    QUI la conferenza integrale

  • Intervento di Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO – #ItalyChurchToo

    Intervento di Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO – #ItalyChurchToo

    Le anomalie giuridiche italiane – «La Rete L’Abuso con 1.400 casi all’attivo da 12 anni è l’unico osservatorio di dati esistente in Italia», ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso. «Lavoro lungo e difficile, che non sarebbe spettato a noi, costato al sottoscritto decine di querele ma nel vuoto purtroppo ci siamo dovuti assumere l’impegno, per poter tutelare altri.

    Oggi siamo rappresentanti per l’Italia di ECA Global, presente in 42 Paesi, riconosciuti presso Nazioni Unite». Recenti casi di abusi dimostrano come gli sforzi di papa Francesco (in particolare con il motu proprio Vos estis lux mundi) si siano rivelati inutili, prosegue Zanardi: i vescovi non obbediscono alle prescrizioni ma non vengono puniti. Leggi deboli hanno favorito il trasferimento in Italia dei pedofili. Una commissione della Chiesa anche se perfetta oggi non è più credibile, ne serve una indipendente che assicuri imparzialità. L’imputato non può fare anche da giudice.

    «In Italia – ha spiegato Zanardi – la situazione è complessa in confronto ad altri Paesi; El País ha raccolto 250 casi in 7 decenni, la magistratura ha aperto un’indagine autonoma. In Italia il database della Rete l’Abuso dimostra 360 casi in 15 anni. Serve dunque un intervento dello Stato. Il Rapporto CIASE in Francia parla di 216.000 vittime e 3.000 preti coinvolti; in Francia i preti sono 22.000, in Italia 52.000; se la percentuale media del mondo è di 7-8% di preti pedofili, in Italia sono stimati un milione. Serve adeguare le leggi; sono state avanzate istanze allo Stato e all’ONU, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine e salta la prevenzione».

    Serve poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia (che il datore di lavoro è obbligato a richiedere ai neoassunti nel campo di attività con minori), applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori; la prescrizione, poi, «non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima»; si chiede al legislatore «di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco al catechista, a chiunque abbia dei sospetti ». Sarebbe già una svolta. Paradossalmente la soluzione risolverebbe ostacoli posti dai Patti lateranensi come l’art. 4.

    Se oggi il papa introducesse per i vescovi italiani l’obbligo di denuncia, questi non saprebbero come procedere. Bisogna inoltre attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime. Gli sportelli diocesani non sono conformi alla Convenzione di Lanzarote, che prevede che la vittima, quando viene sentita in un tribunale, anche in quelli diocesani, sia accompagnata da un medico che ne attesta anche l’attendibilità. Nei tribunali diocesani non si portano neanche gli avvocati».

  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

    Sabato 8 gennaio 1927
    Nasce il marchese Camillo Casati Stampa
    • Nasce a Roma il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino. Figlio di secondo letto di Camillo e Anna Ewing Cockrell, americana e figlia di senatore. Il padre, separato da Luisa Casati, (la marchesa che fu amante di D’Annunzio, anche nota per l’abitudine di andare in giro con ghepardi al guinzaglio e pitoni vivi al collo) lo riconosce ma presto se ne disinteressa. Non gli starà mai vicino.
    • Da bambino Camillo detto Camillino, molto viziato e solito ad eccessi improvvisi di collera, durante i ricevimenti organizzati dalla madre per raccogliere fondi di beneficenza, appena può mette le mani nel piatto dei soldi per ficcarseli in tasca o si intrufola sotto i tavoli per alzare le gonne alle signore e pizzicare le gambe ai loro mariti. Da ragazzo prende a calci i camerieri che non fanno ciò che lui comanda: una volta le dà di santa ragione a un poveraccio che lo sveglia troppo presto (la servitù ne trae una poesiola: «È accaduto un bel mattino, che il marchese di Soncino dà la sveglia in senso lato a qualcun che lo ha svegliato»). La madre, dalle idee moderne, convinta che i figli per non diventare rammolliti debbano crescere da soli, prima lo affida al personale addetto alla sua educazione e poi lo manda a studiare in un collegio in Svizzera.
    • Si appassiona ben presto alla caccia («Quando vedo una possibile preda volante, camminante, saltellante o strisciante difficilmente mi trattengo da spararle. So di essere facile alle collere e penso che uccidere gli animali rappresenti un buon canale di sfogo per me»), all’ornitologia («Più di tutti mi piacciono i falchi pellegrini. Passo le ore ha guardarne il volo e le picchiate velocissime in verticale quando avvistano una preda. Mi piacciono perché sono grandi cacciatori come me»), all’enigmistica e alle corse dei cavalli.

    Martedì 19 marzo 1929
    Nasce Anna Fallarino
    • Nasce ad Amorosi (Benevento) Anna Fallarino, figlia di Ernesto, impiegato alle poste, e di Amelia, casalinga con diploma da maestra, di origini calabresi e famiglia benestante. Quando Anna ha tre anni la madre scappa con un amante, abbandonando il tetto coniugale. Anna viene affidata ad una zia paterna che ha già due bambine mentre Velia, la sorella più piccola, va a stare da altri parenti.

    Martedì 19 marzo 1929
    L’infanzia di Anna Fallarino
    • L’infanzia di Anna non è felice. A scuola va male e cresce circondata dall’invidia delle cugine («Mi snobbavano, non mi facevano giocare con loro e la mattina prima di andare a scuola dovevo rassettare la casa») e di una sorellastra che la madre ha avuto da un amante napoletano. Nonostante ciò in paese è considerata una ragazza di buona famiglia, bella ed educata. Il suo solo difetto sembra essere il timbro di voce, molto alto (quando è eccitata o agitata non riesce a regolarlo).

    1943
    I primi amori di Anna Fallarino
    • A quattordici anni il primo fidanzatino («solo abbracci e baci umidicci e salivosi»), a sedici il secondo («Il mio corpo cominciò a svegliarsi, sentivo qualcosa di speciale nel cuore, nella testa e in quel posticino basso. E mentre pensavo a qualche giovane che mi andava a sangue mi accorsi che se mi sfioravo lì mi deliziava»). Poi ci fu Marcello, un muratore di vent’anni («Mi faceva impazzire, mi sbatteva contro la porta e me lo infilava tra le cosce. Il mascalzoncello ci ha provato a metterlo dentro ma non ci è mai riuscito»).

    1946
    Anna si trasferisce a Roma
    • Anna Fallarino decide di interrompere gli studi e di lasciare casa della zia. Si trasferisce a Roma in via Milano 43 interno 5, a casa dello zio Mario, sottufficiale di Polizia. Per non pesare sul bilancio familiare si mette a fare la commessa in un negozio d’abbigliamento. Trasforma gli straccetti usati dalle amiche in vestitini e si disegna a penna sulle gambe la riga posteriore delle calze per fingere di indossarle. Così riesce a farsi notare e inizia a fare la modella prima per le Sorelle Fontana, poi per altre case di moda. In più, tenta di fare la comparsa a Cinecittà. Sogna di diventare famosa e ricca.
    • Anna, pelle olivastra, compatta, liscia e levigata, spalle diritte, fronte spaziosa, sopracciglia arcuate, ciglia finte, zigomi pronunciati, naso dritto, capelli castani lunghi e folti, bocca grande, labbra piene, denti bianchissimi, seno abbondante, glutei tondi, alti e sodi, attira gli sguardi ammirati e vogliosi degli uomini senza fare nulla.

    1946
    Storielle romane
    • Appena arrivata a Roma conosce il vicino Remo Lorenzoni, garzone nella macelleria del padre (in via del Lavatore, vicino alla fontana di Trevi) che abita all’interno 4 di via Milano: «Voleva fare sul serio, ma non era cosa. Primo la sua famiglia non mi aveva presa in simpatia poi io aspiravo ad un uomo più colto, più raffinato e di un altro livello di classe sociale». L’innocenza la perde con un «pancione fedifrago» che le ha promesso film con Marlon Brando e sfilate di Cardin: «Con lui e poi con altri che non mi aggradavano chiudevo forte gli occhi e fingevo di essere un’altra».

    1949
    Camillo Casati sposa Letizia Izzo
    • Il marchese Camillo Casati sposa Letizia Izzo, ex ballerina di avanspettacolo, più nota con il nome di Lydia Holt. Abitano a palazzo Barberini a Roma.
    • Anna Fallarino fa la comparsa nel film Totò Tarzan, la particina gliela procura un amico fonico di Cinecittà. Indossa una ghirlanda di fiori tra i capelli e un reggiseno troppo largo con un grappoletto di quattro banane attaccato alla sommità della coppa destra. Totò: «Come ti chiami?». Lei: «Ranocchia». E lui: «Allora senti Ranocchia, andiamo a fare un girino». La carriera cinematografica di Anna Fallarino finisce qui.
    • Alla festa di un’amica a Roma, Anna conosce Peppino Drommi, padrone di una piccola industria alimentare. Si innamorano. Lui, un giovane bruno, alto ed elegante, subito la riempie di regali tra cui un anello di brillanti, la presenta in famiglia e chiede al padre di lei il permesso per il fidanzamento ufficiale. Facoltoso, mondano, stimato nella Roma che conta, porta Anna alle feste più belle.

    1950
    Le nozze di Anna Fallarinoo e Peppino Drommi
    • Anna Fallarino e Peppino Drommi si sposano. L’amore l’hanno fatto già prima del matrimonio: «Ero innamorata. Una sera, da fidanzati, venne a cena da me, poi ci stendemmo sul divano e lui baciandomi con la bocca che sapeva di fragola mi tolse camicetta, reggiseno, gonna e mutandine». Poi la gran delusione: Peppino soffriva di eiaculazione precoce. «Rimasi come una scema (…) e capii che avevo bisogno di essere appagata dal sesso. Peppino, in ogni caso, non era un egoista, provava a resistere più che poteva e se non ce la faceva mi soddisfaceva in altri modi. Si dava un gran da fare»

    Martedì 22 maggio 1951
    Nasce Annamaria Casati
    • Nasce a Roma Annamaria, figlia di Camillo Casati Stampa di Soncino e Letizia Izzo.

    1955
    Camillo Casati incontra Anna Fallarino
    • Peppino, caro amico di Camillo Casati Stampa, viene invitato a palazzo Barberini. Peppino porta la moglie. Il marchese se ne innamora.

    Sabato 4 giugno 1955
    Villa San Martino, Arcore
    • Muore lo zio di Camillo, Alessandro Casati Stampa: «Lo zio, al quale devo la maggior parte delle mie ricchezze, m’ha lasciato ogni suo bene perché l’ho convinto che credevo nella religione e nella libertà del suo amico Benedetto Croce». Tra i suoi beni lo zio gli ha lasciato Villa San Martino ad Arcore. Costruita nel XVI secolo, fino al Quattrocento era un monastero che accoglieva le suore benedettine. Nel Settecento il conte Giulini la fece ristrutturare per farne una residenza che divenne dei Casati a seguito del matrimonio di Anna Giulini Della Porta con Camillo Casati nell’Ottocento, per passare poi alla fine di quel secolo al ramo Casati Stampa di Soncino.

    1958
    Le avances di Porfirio Rubirosa
    • In un viaggio in Costa Azzurra, dopo aver mangiato ostriche e bevuto Kyr Royale, Peppino Drommi e Camillino Casati decidono di andare al Pirata di Cap Martin con le rispettive mogli. Lì incontrano Porfirio Rubirosa che cinge la spalla di Anna con il suo braccio e, noncurante delle occhiatacce lanciate dalla moglie Odile, dal marito di lei Peppino (noto per le sue scenate di gelosia) e da Camillino, le sfiora ripetutamente il seno con la mano. Racconta Anna: «Peppino, fuori dai gangheri, prima gli chiede educatamente di togliere la mano dalla mia spalla, poi, dato che il figuro non gli dava retta, gli dà una violenta spintonata e incominciano a picchiarsi». A dar man forte a Peppino ci pensa Camillo. «Tavoli, sedie all’aria, bicchieri, piatti e bottiglie rotte. Tutta quella gazzara per me!». Quella stessa sera stringe amicizia con Letizia Izzo, la moglie del marchese.
    La corte di Camillo Casati ad Anna Fallarino
    • Camillo inizia a fare la corte ad Anna, lei ne è lusingata ma finge indifferenza («Non volevo essere un’amante qualunque»). Letizia se ne accorge e chiude ogni rapporto con lei.

    1958
    La festa galeotta
    • Una sera durante una festa Peppino alza il gomito e dopo una scenata di gelosia se ne va lasciando Anna sola. Camillo la conforta, la stringe a se mentre ballano Unforgettable («significa indimenticabile, come tu sei stata per me da quando ti ho vista la prima volta»). Letizia, seduta in disparte, li guarda con le lacrime agli occhi. Finita la festa Camillo mette su un taxi la moglie e le dice che fra loro è finita.

    La prima notte di Camillino e Anna
    • Anna e Camillino trascorrono la notte in un albergo di lusso. Fanno l’amore e poi ordinano champagne. Poi fanno l’amore di nuovo, questa volta davanti al cameriere del room service: «Camillo ha preteso che rimanesse in piedi davanti a noi col tovagliolo sul braccio in attesa dell’ordine di stappare la bottiglia. Poi lo ha toccato sulla patta per sentire l’effetto che gli avevamo fatto. Dopo averlo invitato a bere un calice gli ha dato una mancia spropositata. Ci siamo posseduti selvaggiamente e ripetutamente per tutta la notte. La mattina dopo io con la lingua escoriata e il basso ventre bruciante sono tornata a casa mia. Era deserta. Sul comodino un biglietto di Peppino: si dichiarava pronto a concedermi la separazione e a mantenermi per un certo periodo purché me ne andassi al più presto». Prende poche cose e si trasferisce da un’amica.

    La convivenza di Camillo e Anna
    • Qualche settimana dopo Anna va a vivere con Camillo a palazzo Barberini. Nell’appartamento affianco vive la madre («Mi pare che tu sia la donna adatta ad un uomo come mio figlio, vedo che hai classe e so che ti farai, sono sicura che l’incontentabile e pretenzioso Camillo con te smetterà di cercare… come dicono i romani? Maria per Roma»). Camillo ha già avviato la separazione da Letizia (le passerà seicento milioni di liquidazione, una casa di tredici stanze, alimenti per Annamaria, una rendita e una casa per la sorella.

    Martedì 27 gennaio 1959
    Un divorzio costato un miliardo
    • Dopo aver sborsato più di un miliardo di lire in bustarelle per vescovi, cardinali e alti prelati del Vaticano, Camillo ottiene l’annullamento dalla Sacra Rota del suo matrimonio con Letizia Izzo.

    Venerdì 24 aprile 1959
    La Sacra Rota annulla il matrimonio di Anna e Peppino
    • Anche Anna Fallarino si separa ufficialmente da Peppino Drommi con l’annullamento dalla Sacra Rota.

    Mercoledì 21 giugno 1961
    Anna e Camillo si sposano in chiesa
    • Dopo essersi già sposati in Svizzera (1959) e col rito civile (nel 1960), Anna Fallarino e il marchese Camillo Casati Stampa si uniscono in chiesa: «Ci tenevo tanto al matrimonio religioso per stare in pace con Gesù e con la Madonna, sai io sono tanto devota alla Madonnina di Pompei».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    Anna Casati: «Quando uno ama tutto è lecito»
    • Anna Fallarino in Casati Stampa di Soncino vive ora nel lusso più sfrenato. Quasi ogni ora della giornata richiede un abito particolare, dalla vestaglia di seta alla mise cucita su misura per la serata. I coniugi frequentano i Ruspoli, i Torlonia, gli Odescalchi, i Lancillotti. Hanno diverse case (un attico in via Puccini a Roma, palazzo Soncino a Milano e altri beni a Cinisello Balsamo, Usmate, Muggiò, Nova Milanese, Trezzano sul naviglio, Gaggiano, Bareggio), un castello a Cusago, la settecentesca villa di Arcore (3.700 metri quadri con una pinacoteca che annovera quadri di Tintoretto e del Tiepolo e una biblioteca di oltre diecimila volumi), una scuderia a Tor di Valle (per lui che ama i cavalli e le corse), barche. D’estate si spostano dall’isola di Zannone a L’île du Levant (nota spiaggia nudista) con puntatine in Corsica o a Porto Rotondo per far da anfitrioni a Aga Khan o a Donà delle Rose. Lei cede a tutte le fantasie sessuali del marito: «Quando uno ama tutto è lecito e diventa più gradevole».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    «All’inizio eravamo soli io e lui, magari con qualche spettatore»
    • La marchesa a proposito del marito: «Non so come fa a non stancarsi, vorrebbe che io facessi continuamente l’amore e non solo con lui, anzi quasi mai con lui! All’inizio quando mi parlava di certe libertà sessuali e di rapporti promiscui, credevo che lo facesse per eccitarsi o per incuriosirmi. All’inizio eravamo soli io e lui, magari con qualche spettatore. Peccato che è durato poco».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    I marchesi abitano al 9 di via Puccini
    • L’appartamento dei marchesi, affacciato su villa Borghese, occupa il terzo e il quarto piano della palazzina. Al terzo piano ci sono l’ingresso, le camere da letto dei marchesi, i bagni, una sala da gioco, un salotto soggiorno e una camera degli ospiti. Al quarto gli alloggi della servitù, la sala da pranzo, il salone per gli ospiti, meglio conosciuto come il salone degli uccelli per via dei trecento volatili impagliati (tra i quali anche dei fenicotteri) e della rastrelliera di fucili.

    agosto 1961
    Maria Teresa, la cugina quindicenne, confidente della marchesa
    • Nell’estate del 1961 Maria Teresa Fiumanò, cugina quindicenne di secondo grado di Anna, trascorre l’estate in compagnia dei marchesi. Il padre, Ninì Fiumanò, è un funzionario di polizia postale ed è molto legato ad Anna e Camillo. Non potendo confidare al cugino i suoi segreti Anna decide di sfogarsi con la figlia quindicenne di lui e le racconta tutta la sua vita dai primi baci salivosi con i ragazzi di scuola ai gusti sessuali o alle doti del marchese: «A parte i Santi in paradiso non ho che te con cui sfogarmi. Ma so che terrai tutto per te. Sei molto matura».

    agosto 1961
    La regia dei festini
    • Sull’isola di Zannone il marchese oltre ad andare a caccia è solito organizzare festini proibiti. «Grovigli di corpi nudi sdraiati sugli scogli si contorcevano in pose plurime davanti all’obiettivo del marchese, che, con l’appendice svettante verso l’alto, fotografa da tutte le angolazioni i copulanti e impartisce loro istruzioni precise sul da farsi come un regista» (Maria Teresa Fiumanò, che appostata dietro uno scoglio, ha visto tutto). La protagonista assoluta naturalmente è Anna che si dà a tutti i convenuti eseguendo accuratamente ogni ordine del marito, ansimando e muovendosi a comando. Spesso lui le promette: «Se sarai brava dopo ti possiederò io e vedrai come godremo».

    agosto 1961
    Anna Casati non riesce ad avere figli
    • Anna rimane incinta ma dopo soli due mesi abortisce spontaneamente. I due ci provano e ci riprovano. Lei si sottopone a molte cure: interi mesi di riposo, consulti all’estero, farmaci. Ma ogni gravidanza non dura più di due mesi («Ci provavo io a trattenerlo in grembo ma è inutile quando sento qualche crampetto comincio a perdere sangue e so che è la fine di un’altra mia speranza»). Ai nomi ci pensava sempre: se fosse stato un maschio lo avrebbe chiamato come gli antenati di Camill Gabrio, Eriberto («che fa tanto fine») o anche Cristiano («ma mi fa pensare a un guerriero martire»). Per un femmina aveva scelto: Giada, Verde o Selvaggia.
    • La figlia di Camillo, Annamaria, è una bambina viziata, appassionata di caccia, che vive con la madre (fino alla morte di Letizia per cancro). Molto legata al padre, con Anna è un po’ dura ma più cresce più i rapporti migliorano.

    1965
    Camillo paga gli uomini per far sesso con la moglie
    • Sulla spiaggia di Coccia di Morto o su quella di Ostia il marchese seleziona alcuni passanti, preferibilmente avieri, burini o soldatini con bei corpi muscolosi e gli dà dalle trenta alle cinquantamila lire per possedere la moglie, a cielo aperto o nella loro cabina al Gambrinus, mentre lui fotografa e gode della gioia di lei.
    • Dal diario del marchese: «Oggi Anna mi ha fatto impazzire di piacere. Ha fatto l’amore con un soldatino in modo così efficace che da lontano anche io ho partecipato alla sua gioia. Mi è costato trentamila lire, ma ne valeva la pena». «Siamo stati sul litorale di Fiumicino, in molti la guardavano. Abbiamo scelto un giovane. È stato appagante. Lo abbiamo ricompensato con trentamila lire». «Al mare con Anna ho inventato un nuovo gioco. L’ho fatta rotolare sulla sabbia, poi ho chiamato due avieri per farle togliere i granelli dalle pelle con la lingua».
    • Anna Fallarino alla cugina Maria Teresa Fiumanò: «Per amor di mio marito ho imparato ad andare a cavallo, camminare tra i boschi e nelle riserve di caccia, ma quando si tratta di sparare a povere creaturelle innocenti sparo in aria o sui tronchi d’albero, faccio finta di essere incapace di tenere in mano un fucile e sparo in aria».

    maggio 1967
    L’iniziazione della marchesina
    • Il marchese Camillo e la moglie Anna chiedono a Maria Teresa di accompagnare Annamaria a Madrid: la giovane si è innamorata e il padre vuole a tutti i costi che la figlia abbia la sua iniziazione amorosa, però ha timore a mandarla da sola. In Spagna non si vedono quasi mai, una va per musei l’altra segue la movida, tuttavia raggiungono un’ottima intesa.

    1968
    L’altra Anna
    • Camillo conosce un’attricetta olandese, una certa Isolde, che somiglia molto alla moglie. Le fa tingere i capelli, le fa modificare il viso con una plastica facciale: la rende un clone della marchesa. Ogni tanto vuole avere due Anne con cui sollazzarsi.

    gennaio 1970
    L’incontro con Massimo Minorenti
    • Durante una festa di beneficenza nei primi giorni del nuovo anno, la marchesa conosce un Massimo Minorenti, 25 anni, giovane, bello e squattrinato. Subito lo presenta al marito ed iniziano un ménage à trois. Massimo Minorenti, studente di Scienze politiche fuori corso (non ha mai dato un esame), è figlio di un funzionario in pensione della Gescal (Istituto per le case dei lavoratori). Pariolino, fascista, ha un fisico atletico, capelli biondi spioventi che gli incorniciano il volto (Camillino lo chiama: «Il capellone»). Trascorre le sue giornate a oziare e le notti da un night all’altro, da un flirt all’atro (tra i suoi amori annovera la soubrette Lola Falana), gli piace l’azzardo («Sono nato per vincere»). Ha una fidanzata jugoslava, Zorika Milosevic, 30 anni, anche lei senza troppi quattrini che però vive in un elegante superattico tra il Flaminio e Ponte Milvio (è assai nota nei locali notturni di via Veneto).

    febbraio 1970
    L’amore clandestino di Anna Casati e Massimo Minorenti
    • Anna e Massimo ogni tanto s’incontrano di nascosto dal marchese in un albergo (in viale Liegi) o in casa di un amico di lui. Lei cerca l’intimità di un rapporto a due, lui la corteggia, le manda dei fiori, le regala il disco di Modugno La lontananza così che quando non si vedono lei possa pensarlo ma soprattutto vuole i soldi. Lei apprezza la dolcezza e l’ironia di questo ragazzino che definisce lei stessa: «spassoso». Certo gli dà dei soldi e altri glieli dà Camillo per le sue prestazioni sessuali ma con lui Anna torna ragazzina.

    febbraio 1970
    Anna Casati Stampa, pioniera della chirurgia plastica
    • In una clinica romana Anna Casati Stampa, 40 anni, si sottopone, per volere di Camillo, ad una mastoplastica e a una addominoplastica riduttiva. L’inserimento delle protesi al silicone riesce perfettamente mentre per la seconda rimane, molto visibile, la cicatrice.

    Sabato 28 marzo 1970
    Anna Casati: «La mia vita è un inferno»
    • Anna fa la sua convalescenza a Zannone. Si annoia e scrive a Massimo: «Sono molto triste. Di solito amo quest’isola, ma quest’anno la odio. Il peggio è che non posso farci nulla, mi auguro con il tempo di calmarmi, ma per ora la mia vita è un inferno. Penso che un tuo scritto mi renderebbe felice. Se puoi scrivi la busta a macchina e come mittente metti Sartoria Botti, Corso Italia 21, Roma. Ora debbo lasciarti. Camillo sta rientrando. Ti abbraccio forte. La tua Anna».

    giugno 1970
    Anna Casati: «Camillo vuole troppo. Mi sento una mignotta»
    • Anna si riprende finalmente dall’operazione anche se è molto turbata dalla cicatrice sul basso ventre che è rimasta visibile. Se non migliorerà fra un anno il chirurgo ci rimetterà le mani. Riprende a frequentare Massimo, Camillo si ingelosisce anche perché Anna cerca da tempo di fargli capire che di questa vita non ne può più. Lei scrive in una lettera: «Prima il nostro era un allegro e singolare passatempo che lui proponeva al quale io dovevo partecipare e capitava ogni tanto. Ora, invece, lo devo accontentare due o tre volte la settimana. (…) Mi pare di essere diventata la peggio delle mignotte. (…) Mi fa passare le pene dell’inferno ma io lo amo ancora».

    giugno 1970
    La lettera di Camillo per il cugino Ninì
    • Camillo scrive una lettera a Ninì Fiumanò, cugino di Anna, nella quale lo prega di parlare con lei. Lo informa che «la bella Anna ha perso la tresibonda per il giovane Massimo», lo prega di farla ragionare quanto prima e lo invita a controllare la fedina penale del ragazzo.

    Martedì 7 luglio 1970
    Camillo Casati: «La più grande delusione della mia vita»
    • Camillino sente che Anna si sta allontanando sempre di più. Si isola. È scorbutica e si ribella ai suoi voleri. Il 7 luglio annota sul suo diario: «La più grande delusione della mia vita. Vorrei essere morto e sepolto, che schifo, piccineria, voltastomaco, quello che mi ha fatto Anna. Pensavo che fossimo l’unica coppia legata veramente, e invece…».

    agosto 1970
    Massimo Minorenti, l’ometto mancato
    • Sull’isola di Zannone ricominciano i festini estivi, tra gli invitati anche Massimo. Durante un’orgia Camillino lo tratta malamente: «Massimo, ma come ti muovi. Balordo. Non ti attizza mia moglie? Eppure ti piace quando nessuno vi guarda. Ometto mancato. Ora ti faccio vedere io come si fa». In una crisi di gelosia, lo strattona via, e lo rimpiazza con un certo Mariano. Poi prima di mandarlo via possiede la moglie e la fa ansimare forte per essere sicuro che «il capellone» l’abbia sentita.

    agosto 1970
    La promessa di Minorenti e il ricatto della Fallarino
    • Anna non ce la fa più. Vuole uscire da questa situazione infernale. Ha creato un piano per ricattare Camillo con Massimo Minorenti, che le ha promesso di aiutarla in cambio di denaro. Alla cugina Maria Teresa scrive (lettera aperta post-mortem): «Ho soldi, ville, pellicce, gioielli e le invidie degli altri ma non sono la ricchezza e la nobiltà, come mi pensavo, che donano la felicità. Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Massimo è stato uno dei tanti e il gioco è bello quando dura poco. Lui si è messo in testa di aprire un autosalone con due amici (Cesare Marangoni e Aurelio Facchini). Per cui lui verrà da me con mio marito (alla fine del mese) quando andrò a parlargli. Non sarà nemmeno necessario che Massimo apra bocca. Basterà la sua presenza a intimorire Camillo. Lui ha partecipato a tutte le porcherie che Camillo mi ha fatto subire negli anni. Sarò io a ricattarlo e a farmi dare parecchi soldi. Se Camillo lo vorrà io resterò con lui perché lo amo ancora ma voglio liberarmi delle sue perversioni».

    agosto 1970
    La lettera di Anna alla cugina
    • Nello stesso periodo sull’isola c’è anche la cugina e confidente di Anna, Maria Teresa Fiumanò. Le due non riescono a farsi le loro confidenze, causa i molti ospiti, e Maria Teresa se ne va. Poco prima di salpare Anna le corre incontro e le consegna una lettera: «Non ho modo di comunicare con te a voce, non c’è tempo. Non mi è rimasta altra possibilità che scriverti. Promettimi però che leggerai questa lettera solo quando sarà necessario, quando e se succederà qualcosa. Mi fido di te».

    Mercoledì 19 agosto 1970
    Le centomila lire della marchesa
    • Massimo Minorenti ha trascorso la notte con i marchesi. Camillo lo vuol pagare ma questa volta è la moglie a dare i soldi al ragazzo. Centomila lire. Camillo Casati è sconvolto, conosce troppo bene il gioco per non sapere il senso dell’improvviso gesto della moglie. Esce di casa e ne rimane lontano per alcune ore; quando torna non saluta il maggiordomo che era andato ad aprirgli la porta, un atteggiamento inconsueto per lui: è burbero ma educato.

    Venerdì 21 agosto 1970
    Dal diario del marchese
    • «Sono a terra, spossato moralmente e ancor più fisicamente» (Camillo Casati Stampa sul suo diario).

    Domenica 23 agosto 1970
    Camillino: «Vorrei tanto separarmi ma non ce la faccio»
    • «Anna mi è completamente caduta, ma la malattia che ho per lei mi lega. Non riesco a dormire, vorrei tanto. Ma coma faccio quando lei mi dice: “Tengo la linea del telefono finché non dormo”, e poi fa una telefonata, ne riceve un’altra, ne fa un’altra, e non mi dice nulla, e io nel salotto a struggermi? Perché è così perfida? Io non sopporto più questa situazione. Vorrei tanto separarmi ma non ce la faccio».

    Lunedì 24 agosto 1970
    Dal diario del marchese/2
    • «Io sto letteralmente morendo internamente e ho perso tutto…» (Camillo Casati Stampa sul suo diario).

    Mercoledì 26 agosto 1970
    Dal diario del marchese/3
    • «A Fiumicino nudissimi. Anna bella spaparanzata. Dopo un aviere nuovo… tutto divino».

    Venerdì 28 agosto 1970
    Massimo Minorenti tra le braccia di Zorika
    • Massimo Minorenti trascorre la notte da Zorika, la sua ex-fidanzata jugoslava («credo che Massimo intendesse riprendere con me una relazione che avevamo interrotto qualche tempo prima, forse proprio quando nella sua vita apparve la marchesa»). Insieme progettano un fine settimana a Porto Santo Stefano (Argentario). A lei la marchesa non piace («Con Massimo la chiamiamo “La vecchia”») e vuole allontanarlo da quella situazione. Massimo invece spera che lasciando Roma riesca a svincolarsi dalla promessa fatta ad Anna Casati. La tensione non gli fa chiudere occhio e passa la notte steso sul letto, abbracciato all’ex.

    Sabato 29 agosto 1970
    Camillo Casati va a caccia dai Marzotto
    • Camillo prende un aereo e va a Venezia. Raggiunge il suo amico Vittorio Marzotto a Valdagno per una battuta di caccia.

    Sabato 29 agosto 1970
    Massimo Minorenti raggiunge Anna Casati
    • Alle prime ore del mattino Massimo prende finalmente sonno, Zorika lo lascia dormire e se ne va dal parrucchiere ma al suo ritorno Massimo non c’è più. Appena si è svegliato ha raggiunto Anna in via Puccini.

    Sabato 29 agosto 1970
    A cena con la marchesa
    • Nel pomeriggio in via Puccini arrivano anche due amici di Massimo, Cesare Marangoni e Aurelio Facchini (quelli con cui Massimo vuole aprire l’autosalone). I quattro cenano nell’attico dei marchesi.

    Sabato 29 agosto 1970
    Le minacce del marchese Casati
    • Nel pomeriggio Anna Casati telefona al marchese dai Marzotto ma lui ancora non è arrivato. Appena lo informano la richiama ma stavolta è lei a non rispondergli. Alle 20.10 mentre il marchese è a cena riceve la telefonata della moglie. Dopo qualche minuto di conversazione il marchese le dice: «Non ti sembra di affrettare troppo le cose? Non ti sembra di essere precipitosa?». Verso le 22.45, i coniugi Marzotto vanno a dormire e il marchese rimane in compagnia del giovane Gaetano, che ha 17 anni. Camillo chiede di poter parlare ancora con Roma e lo fa tre volte. Nell’ultima, il colloquio è tempestoso. Gaetano Marzotto racconta poi al padre di avere ascoltato involontariamente una parte della telefonata: «No. No… Non precipitare le cose… Se è così fra noi tutto è finito, ma tu allora devi uscire subito di casa e lui deve mantenersi… Venite a casa mia domani, alle 18.30 e sistemeremo tutto. Se invece le cose non dovessero sistemarsi, io lo rovino, magari lo ammazzo… A te, comunque, non succederà nulla; stai tranquilla». Sempre nel corso di questa telefonata, il marchese Casati chiede alla moglie di parlare direttamente con Massimo Minorenti. Il giovane va all’apparecchio e Camillo rabbioso gli grida: «Vigliacco, marchettaro». [Lizio Zanotti, Sta. 11/9/1970] Alle due di notte, dopo l’ultima telefonata del marchese, Anna e Massimo, spaventati dalle minacce, lasciano via Puccini e vanno a casa di Cesare Marangoni in via Ripense 4. Non dorme nessuno. Anna si abbrutisce di caffè e tra una sigaretta e l’altra, ripete in continuazione: «Camillo non minaccia mai a vuoto».

    Domenica 30 agosto 1970
    Camillo abbatte 183 anatre in poche ore
    • Camillo si alza molto presto e inizia a sparare: abbatte 183 anatre. Pranza con i Marzotto, sembra molto tranquillo e subito dopo chiede di essere riaccompagnato a Venezia per prendere l’aereo del pomeriggio: «Tornerò per la prossima battuta di caccia. Verrò con Anna».

    Domenica 30 agosto 1970
    Anna Casati chiede aiuto al cugino Ninì
    • Alle 11 del mattino Anna telefona al cugino Ninì Fiumanò (ora vicequestore dirigente responsabile della Polizia postale di Napoli) che si trova a Roma con la famiglia per chiedergli di accompagnarla a casa, in via Puccini, con Massimo Minorenti. Lui si rifiuta di accompagnarla: non vuole interferire nella loro relazione ma le sconsiglia caldamente di recarsi dal marito con il ragazzo.

    Domenica 30 agosto 1970
    La lettera d’addio per Massimo Minorenti
    • Anna consegna ad Aurelio Facchini un biglietto da dare a Massimo dopo l’incontro con Camillo. Vuole chiudere definitivamente la loro relazione: «Ti scrivo mentre non so se il mio amore esiste ancora. Per me, tu non sei stato una semplice avventura. Cerca di rifarti una nuova vita. La tua Anna».

    Domenica 30 agosto 1970
    Camillo arriva a casa
    • Camillo è tornato a casa con un taxi da Fiumicino. Sono le 18 circa. Si toglie gli abiti sportivi e indossa la vestaglia da camera e le pantofole in pelle. Beve una spremuta di pompelmo, siede in poltrona e legge una lettera che Anna gli ha fatto recapitare da un cameriere: «Mio caro, perdonami se ho sbagliato, ma ti prometto che chiuderò con Massimo e torneremo amici come prima» (la lettera però non sarà mai ritrovata).

    Domenica 30 agosto 1970
    Annamaria torna dalle vacanze
    • Alle 18.40 Annamaria chiede di essere ricevuta dal padre, è appena tornata dalle vacanze, ma lui le manda a dire da un cameriere che sta aspettando gente. La figlia gli telefona («All’inizio è stato anche brusco, si è raddolcito quando io ho insistito per sapere cosa avesse. Mi ha chiesto allora come stavo, quando ero tornata dalle vacanze, se Vittoria e Livia Lancellotti erano con me. Ci siamo salutati come sempre, affettuosamente, d’accordo che sarei venuta a Palo e ci saremmo incontrati in serata o l’indomani mattina») e se ne torna a Palo Laziale dove era ospite dai Lancellotti.

    • Alle 19 Anna e Massimo arrivano in via Puccini su una Fiat 500 di uno degli amici di Massimo mentre Cesare Marangoni e Aurelio Facchini li seguono col Rover 3000 dei marchesi fin sotto al portone.
    Domenica 30 agosto 1970
    Anna Fallarino e Massimo Minorenti incontrano Camillo

    • Verso le 19.15 Anna e Massimo entrano nel salotto. Camillo li ha fatti aspettare. Ha tirato fuori dalla rastrelliera un fucile da caccia e lo carica con cinque cartucce per cinghiale (probabilmente per intimorire i due) e ha dato l’ordine ad Adriano, il cameriere, di non essere disturbato per nessun motivo. I camerieri rispettano religiosamente gli ordini del marchese, lo temono molto. Sa come essere generoso ma se qualcosa va storto rischiano il posto di lavoro e alcune ossa rotte.
    Domenica 30 agosto 1970
    Omicidio-suicidio

    • Il marchese, in un raptus di follia dovuto alla gelosia e al rancore covato negli ultimi mesi, carica il suo Browning calibro 12 da caccia e abbatte la moglie con tre colpi, l’amante con due e poi si suicida.
    Domenica 30 agosto 1970
    «Noi non possiamo entrare. Il marchese ce lo ha impedito»

    • Più tardi i camerieri di via Puccini chiamano Velia, la sorella di Anna che si trova nella villa di Rocca di Papa. Sono preoccupati dalle grida disperate provenienti dal salotto: «Noi non possiamo entrare. Il marchese ce lo ha impedito».

    Domenica 30 agosto 1970
    La scena del delitto
    • Alle 21.30 Velia Fallarino in Spanò entra nel salotto di via Puccini 9 con Adriano, il cameriere e Cesare Marangoni che aspettava giù al portone. C’è sangue dappertutto: sui tendaggi di broccato, sui mobili di Luigi XV, sulle poltrone papaline. La sorella è seduta su di una poltrona, con le gambe fasciate da un paio di pantaloni, accavallate e poggiate su uno sgabello. È stata colpita al braccio, alla gola e al seno. Dallo squarcio sul torace si intravedono le protesi di silicone che si era fatta inserire qualche mese prima. Massimo Minorenti, colpito alla schiena e alla nuca, giace mezzo raggomitolato a braccia conserte in una pozza di sangue dietro il tavolinetto. Indossa una camicia fantasia su dei pantaloni in pelle. È morto con un occhio spalancato. Il marchese è riverso sulla schiena dietro una poltrona, il capo dilaniato, vicino a lui il suo Browning calibro 12. Sul muro retrostante pezzi di materia cerebrale, sul quadro il suo orecchio. È probabile che si sia servito della poltrona per puntarsi il fucile sotto il mento.

    Domenica 30 agosto 1970
    Tutti al 9 di via Puccini
    • Velia fa chiamare la Croce Rossa e la Polizia. Appena saputa la tragedia il cugino Ninì torna a Roma e va direttamente in via Puccini. Nel salotto trova una folla di gente, cronisti, fotografi, camerieri, parenti di Anna, amici di Massimo, poliziotti, vicini di casa. Anche Annamaria torna di corsa a Roma, ma non ha il coraggio di entrare nel salone (tuttavia sarà lei a fare il riconoscimento ufficiale dei tre cadaveri).
    • Alle 22 irrompono nel salotto il vicecapo della squadra mobile Ferrante, i funzionari della omicidi Gianfrancesco, Maini e Scali e il magistrato di turno Scorza.

    Domenica 30 agosto 1970
    La Fallarino leggeva Baudelaire
    • Annamaria entra nello studio, tra le grandi vetrine bianchissime, piene di bacheche, i libri della sua matrigna sono pochissimi. Uno è I fiori del male rimasto aperto su questi versi: «Poiché s’era già spento il lume tutto in giro – il focolare solo la stanza rischiarava – qualora esso guizzava un ardente sospiro – inondava di sangue quella sua pelle d’ambra».

    Domenica 30 agosto 1970
    Il diario verde del marchese Casati
    • Durante la perquisizione dello scrittoio di Camillo vengono ritrovati il diario con la copertina verde del marchese nel quale lui appuntava ogni giorno gli incontri promiscui, i suoi pensieri, le sue fantasie e più di 1.500 foto di Anna nuda o in gonna di pelle con le gambe divaricate con fruste e catene, e un calendario di donnine sul retro del quale il marchese ha scritto: «Muoio perché non posso sopportare il tuo amore per un altro uomo. Quel che faccio lo devo fare. Perdonami. E qualche volta vienimi a trovare» (il calendario è scomparso).

    Lunedì 31 agosto 1970
    L’Italia si scandalizza
    • Tutti i giornali gridano allo scandalo. Il Messaggero titola: «Il marchese Casati Stampa uccide moglie e amico, poi si spara in faccia». Nell’occhiello: «Il dramma della gelosia». Quotidiani e riviste maschili titolano: «Il diario del marchese»; «Le foto proibite della marchesa»; «I turpi festini dei nobili degenerati»; «Camillo Casati di Soncino uccide la moglie, l’amante della moglie e si uccide»; pubblicano le immagini della marchesa nuda. Molti degli amanti pagati da Camillino si fanno avanti raccontando le loro avventure, o pubblicando alcuni carteggi in cambio di qualche soldo. [Leggi la lettera di Camillo Casati ad una coppia di scambisti e la lettera scritta dal marchese (con il nome della moglie) alla rivista Men]

    • Remo Lorenzoni, il macellaio romano che era stato uno dei primi amori di Anna appena arrivata dalla provincia: «Siamo stati fidanzati tre anni. Avremmo dovuto sposarci – ricorda – non se ne fece più niente. Non riesco a credere che sia finita così. I giornali parlano tutti di orge, perversioni, di cose strane che avrebbe fatto con il marchese. Io la ricordo come era allora: una ragazza semplice, capace di badare a se stessa. Io posso ricordarla solo in questo modo, e voglio dirlo a tutti, adesso che ognuno parla di lei come l’ultima delle donne. Anna non sarebbe mai diventata così – conclude l’ex fidanzato – se qualcuno non l’avesse traviata».

    • Un allegato al Corriere d’Italia: «Il vero Diario della Marchesa Anna Casati Fallarino», corredato di 212 pagine e di 150 foto, sia in bianco e nero che a colori. In copertina c’è un puzzle fotografico (formato cm 15×24, brossurato). Al centro un ovale con lei ancora una volta nuda, con occhiali e cappellone con nastro. Poi degli spicchi a corona intorno alla foto principale: lei nuda in cravatta, un’altra di lei, ovviamente anche qui nuda, inquadrata dal basso mentre si sorregge il seno con l’avambraccio e i capelli al vento. Poi un ennesimo mezzobusto della serie nuda con cravatta e una foto in bianco e nero con Anna e Camillo in abito da sera ad un ricevimento. All’interno, dove l’editore si fa coraggio e pubblica le inquadrature genitali, una frontiera che allora era temeraria anche nelle riviste per soli adulti.

    • L’Osservatore Romano in un articolo di Raimondo Manzini: «Il tragico evento passionale che occupa le cronache di Roma con diffuse informazioni illustrative e figurative sulle tre vittime della strage e sui loro rapporti rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extra coniugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo. Non basta la dignità di una famiglia, il privilegio di un nome, l’eredità d’una tradizione a salvaguardare da diffuse e abominevoli esperienze: la ricchezza, anzi, può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze».

    Lunedì 31 agosto 1970
    Il profilo del marchese secondo Servadio
    • Emilio Servadio (psicanalista e sessuologo, presidente del centro psicoanalitico di Roma) in un’intervista a Sandro Ottolenghi per l’Europeo: �«Quello che colpisce nel profilo psicologico del marchese Casati sono le sue deviazioni. (…) Per prima cosa c’è quello che si chiama voyerismo, cioè il desiderio di assistere, vedere, osservare. Ma anche di più. Quest’uomo non solo si compiaceva dei rapporti della moglie con altri uomini, ma li fotografava, li filmava, li esigeva e li promuoveva in ogni occasione. (…) C’è sempre una componente omosessuale. (…) �Senza rendersene conto, in poche parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna, (…) e l’incontro diventa veramente omosessuale. (…) Questi individui hanno anche una forte componente sado-masochista. In fondo, loro si pongono come vittime di una situazione, sono mariti traditi. (…) �Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare o picchiare, ma quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidente nel suo comportamento. (…)»

    Mercoledì 2 settembre 1970
    Gli abiti per la sepoltura dei marchesi
    • Annamaria sceglie gli abiti per la sepoltura. Per il padre uno spezzato: giacca scura e pantaloni chiari, cravatta colorata su camicia bianca. Anna invece è avvolta da un completo di velluto foderato di seta con ricami di perline e guarnizioni d’argento sulle maniche, tutto cosparso di pietre dure. Domani, a Muggiò, i funerali.

    Giovedì 3 settembre 1970
    I funerali dei marchesi Casati Stampa
    • Con una cerimonia semplice i corpi di Camillo Casati Stampa marchese di Soncino e della moglie Anna Fallarino sono stati inumati nella cappella mortuaria di famiglia al cimitero di Muggiò. Le due salme sono giunte nel piccolo centro della provincia poco dopo le 7.30, a bordo di due autofurgoni di un’impresa di pompe funebri di Roma. Alle 9.30 è arrivato don Luigi Gadda, il parroco della chiesa di San Pietro e Paolo a Muggiò, e la cerimonia ha avuto inizio. Poche le persone presenti. La figlia Annamaria, vestita di un golf nero sopra una gonna blu con borsa a tracolla, è entrata nel cimitero da un ingresso secondario per evitare fotografi e curiosi. In chiesa Gabrio Visconti di San Vito, che l’ha abbracciata. Accompagnata dal giovane, che le è sempre stato vicino per tutto il tempo che si è trattenuta nel cimitero, ha raggiunto il piccolo recinto che ospita le tombe di famiglia. Con lei c’era anche la sorella di Anna Fallarino, Velia, vestita a lutto con un soprabito nero, con la figlia maggiore (uniche rappresentati della famiglia della marchesa). Le bare, in noce massiccio, vengono trasportate con un carrello dalla chiesa fino al luogo della sepoltura, prima quella della donna, poi quella del marito, e vengono sistemate nella tomba dove si trova sepolto il padre del marchese. La prima a scendere nel loculo è quella del marchese, Annamaria ha lo sguardo fisso ma non tradisce alcuna emozione. Molto commosso appare invece il maggiordomo dei marchesi Casati Stampa, Adriano Boni. Il giovane ha seguito la cerimonia della sepoltura in silenzio, con gli occhi arrossati. Tumulate le salme, Annamaria Casati ha subito lasciato il cimitero, accompagnata da Gabrio Visconti di San Vito. La giovane ha percorso a passo svelto il breve tratto di sentiero che porta all’uscita secondaria ed è salita su di una 124 bianca targata Napoli (a bordo della quale si trovavano altre due giovani parenti e un uomo), che è partita alla volta di Arcore. Tra gli altri erano presenti Cesare Previti, un giovane avvocato, qualche amico della marchesina e tre donne del paese.

    Giovedì 3 settembre 1970
    I funerali di Minorenti
    • I funerali di Massimo Minorenti si sono svolti a Roma nella chiesa di San Lorenzo Fuori le Mura. Veste un completo nero e una camicia molto accollata, tra le mani incrociate un rosario in legno. La bara dopo la funzione viene trasportata al Cimitero di Guidonia. Al Verano non ci sono più posti.

    Martedì 22 settembre 1970
    Il testamento del marchese Casati Stampa
    • Pubblicato il testamento del Marchese Casati Stampa di Soncino. Il documento autografo è firmato al 19 luglio 1961 e non è mai stato modificato. Il marchese nomina sua unica erede Anna Fallarino. Alla figlia Annamaria Casati lascia 100 milioni di lire e un’assicurazione sulla vita e alla madre l’uso degli appartamenti di palazzo Barberini vita natural durante. I periti devono quindi accertare che Anna abbia esalato l’ultimo respiro prima del marito, altrimenti la marchesina dovrà spartire il patrimonio con i Fallarino.

    Lunedì 9 agosto 1971
    La marchesina unica erede
    • I congiunti di Anna Fallarino non parteciperanno alla spartizione dell’eredità del marchese. L’inchiesta, finita con una sentenza di archiviazione, ha accertato che la marchesa spirò prima del marito. Ciò significa che il patrimonio dei Casati (stimato in 400 miliardi) va alla figlia di primo letto Annamaria, 19 anni. I congiunti della Fallarino avranno i cospicui beni personali della marchesa.
    Tratto da contributi di Vincenzo Cerami e Niní Fiumanò

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  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

    VDP – “Cara bambina – perché tu sei ancora una bambina, e cerca di rimanerlo il più a lungo possibile -, in questi giorni e forse anche in quelli della vacanza precedente e tutte le volte che mi hai fatto visita a casa, soprattutto negli ultimi tempi, avrai avuto agio di renderti conto che non sono una donna soddisfatta come voglio far credere. Ho i soldi, le ville, le pellicce, i gioielli e le invidie degli altri ma, credimi, non sono la ricchezza e la nobiltà, come pensavo, che donano la felicità… Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Camillo ha sempre cercato di convincermi del contrario. Mi dice che il suo amore per me aumenta e si sublima quando mi vede scopare con altri, uomini o donne che siano purché sia lui a sceglierli, e io sono stanca, stanca, stanca…”

    “Negli ultimi mesi le sue fisse di fare e di trasgredire sono aumentate come se fosse incalzato da un’irrefrenabile frenesia che lo costringe a correre e a farmi correre appresso alle sue fantasie. Adesso come non mai sono arrivata alla convinzione che lui non stia tanto bene con la testa, e che la sua situazione mentale stia peggiorando… È arrivato il momento di dire basta, ci vuole audacia, tanta audacia, lo so. Avevo già provato, qualche tempo fa, a dirgli che se non la smetteva intendevo lasciarlo, e lui mi ha risposto che me ne sarei dovuta andare via da casa sua nuda e cruda come mi avava presa. Io però non intendo ridiventare povera. Come si fa a vivere se non si possiede più niente?”

    “Pensa che ti ripensa ho elaborato un piano che non può fallire. Gli parlerò chiaramente e se i miei prossimi giorni si metteranno nel verso giusto, come mi auguro, continuerò a essere nobile e ricca. Nel caso si dovesse rifiutare di accontentarmi, lo ricatterò, lo minaccerò di rivelare le sue perversioni pubblicamente con il testimone che mi sono trovata e, se ci sarà bisogno, metterò di mezzo e in moto anche tuo padre, i carabinieri, la magistratura, tutto quanto mi sarà possibile. Se voglio, ho tantissime risorse a cui attingere per farmi valere, non posso dargliela vinta a quel prepotente. Certo è un peccato, io ancora lo amo, ma dopo le ultime cose che mi ha obbligato a fare prima che arrivassimo sull’isola e poi anche qui, ho capito di non sapere più che farmene di un amore così devastante e avvilente. Desidero solamente ridiventare libera da costrizioni e riconquistare la dignità che ho perso in questi anni.”

    “Ciao, spero di rincontrarti quando sarò diventata una donna migliore, credo di meritarmi qualcosa di più dalla vita”.
    Non fu gelosia, dunque. Fu un ricatto, una notte di fine agosto di quarant’anni fa, ad armare la mano del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, erede di una fra le più ricche e antiche famiglie della nobiltà milanese, contro la moglie, Anna Fallarino, e il giovane studente che allietava i loro amplessi, Massimo Minorenti, prima di uccidersi a sua volta con un colpo di fucile in bocca. Lo rivela in una biografia una bella signora dal parlare rapido e asciutto: Mariateresa Fiumanò.

    Vive a Roma con il marito e una bassotta, ha tre lauree nel cassetto (Medicina, Psichiatria forense, Criminologia clinica) e, soprattutto, un legame di parentela e di lontano affetto con Anna Casati Stampa, di cui frequentò, fino a qualche giorno prima della tragedia, le case (l’attico di Roma e Villa San Martino ad Arcore, oggi residenza del premier) e l’isola privata (Zannone, a nord di Ponza).

    Il libro ricostruisce la storia dei Casati e del loro scandaloso ménage a partire da una lunghissima lettera che la marchesa Casati consegnò alla cugina in una busta gialla, con la promessa di leggerla soltanto quando fosse successo «qualcosa di veramente importante». Due settimane dopo, il 30 agosto 1970, nel lussuoso attico romano di via Puccini, il marchese sparò alla moglie tre colpi di fucile, uccidendola al terzo. Con un altro colpo liquidò il ragazzo. Con l’ultimo si fece saltare le cervella. Dramma della gelosia, stabilirono gli investigatori, chiudendo in fretta una vicenda che aveva scatenato la morbosa curiosità dell’Italietta benpensante e guardona. Ma il libro di Mariateresa Fiumanò apre oggi scenari diversi.

    Perché ha aspettato quarant’anni, signora Fiumanò? «Perché l’impatto di quella storia su di me e sulla mia famiglia, sanamente borghese e imbevuta di regole e principi tradizionali, fu di una tale violenza che nessuno seppe reagire. Mio padre, vicequestore di polizia e capo della Buoncostume, che pure era affezionatissimo ad Anna, cercò di rimanerne fuori il più possibile.

    Mia madre visse per mesi con addosso l’angoscia di subire giudizi negativi, tanto che non uscì più di casa se non per andare in chiesa. Io, invece, dopo aver letto e riletto la lettera per un paio di mesi, tutti i giorni, fino a impararla a memoria, mi distaccai da Anna e da quello che era successo gettandomi anima e corpo negli ultimi esami di specialità. Soltanto molto tempo dopo, rielaborando la vicenda, capii che la mia apparente indifferenza era un rifiuto di quanto era accaduto».

    Si sentiva in colpa? «Sì. Anche perché Anna aveva pregato mio padre di accompagnarla all’incontro con Camillo e lui, in dubbio se andarci o no, mi aveva chiesto consiglio. Ma io, che per tenere fede alla promessa non avevo ancora letto la lettera, lo sconsigliai. Non potevo immaginare che sarebbe finita così. Per questo nel cuore mi è rimasto come uno strappo».

    Se aveva chiesto aiuto, Anna davvero aveva paura. «Non di essere uccisa: semmai di ridiventare povera. Era consapevole che stava per giocare la partita della vita e si sentiva come chi cammina senza rete su un filo. Il suo terrore era che Camillo la mandasse via senza una lira e senza titolo, come l’aveva presa. Una cosa cui lei non poteva nemmeno pensare: quel marito se l’era conquistato a caro prezzo e se lo voleva tenere. Per questo aveva architettato il ricatto con lo studente. E per la medesima ragione mi aveva consegnato la lettera: pensava potesse servirle in caso di separazione».

    E lei l’ha distrutta. «Non volevo che finisse nelle mani dei miei. A casa si parlava sottovoce, senza contatti fisici, neanche ci si baciava: sarebbe successo il finimondo se avessero saputo. Volevo, in qualche modo, proteggere Anna che già era stata oggetto di giudizi, chiacchiere e calunnie per troppo tempo. E continuava a esserlo anche dopo la morte».

    Come mai solo oggi ha deciso di renderla pubblica? «Perché la storia di Anna e Camillo è stata oggetto di ricostruzioni spesso irreali. Io ho avuto per loro dell’affetto: desideravo raccontare come erano realmente. Senza farne dei santi, perché non lo erano».

    E com’erano? «Belli, eleganti, ricchi, generosi. Una coppia affiatatissima, molto invidiata. La profonda intesa amorosa li aveva fatti decidere, di comune accordo e fin dall’inizio, di infrangere i canoni della morale borghese. “Certe volte, non posso mentire, mi è anche piaciuto, ma la faccenda è degenerata”, scriveva Anna, che non smise mai di amare il marito. E lui amava lei, alla follia, ma a modo suo.
    Non che lui fosse omosessuale o impotente, come poi raccontò qualcuno. Anzi, a detta di Anna, Camillo era “capace di fare l’amore per ore”. Gli piaceva infilare anche altre donne nel letto coniugale, e “passare senza sosta dall’una all’altra per notti intere”, anche se ciò che gli procurava maggior piacere era guardare la moglie con altri uomini».

    «Io sono felice, felice, felice», ripeteva Anna. Lo era davvero? «Non credo: non avrebbe avuto bisogno di buttare in faccia a tutti questa felicità. Penso si trattasse di una specie di mantra con cui cercava di convincere se stessa».
    Eppure, aveva realizzato i suoi sogni. «Ma lo scrive lei stessa: “Non sono la ricchezza e la nobiltà che danno la felicità”. Felicità, per lei, sarebbe stato un figlio: aveva fatto l’impossibile per averlo. Rimaneva incinta, si sottoponeva a mesi di assoluta immobilità ma poi, invariabilmente, non riusciva a portare a termine la gravidanza. Arrivò a proporre a una delle sue cameriere, che era rimasta incinta a 45 anni e aveva già tre figli, di cederle il bambino che aspettava. Si sarebbe fatta vedere con una pancia finta e avrebbe denunciato il bimbo come suo. Era pronta a sborsare qualsiasi cifra, ma la cameriera non ne volle sapere. Lei pianse tutte le sue lacrime senza riuscire a capire che esistono persone che non si lasciano comprare».

    La stampa favoleggiò a lungo dei festini di Zannone. Lei ci passò le vacanze: che cosa ricorda?
    «Ricordo un’isola dalla bellezza selvaggia, sulla quale nessuno poteva sbarcare senza permesso e dalla quale Camillo si divertiva a tenere lontani i curiosi sparando in acqua vicino ai gommoni che si avvicinavano troppo. All’inizio, a parte i parei trasparenti di Anna e gli ospiti che giravano nudi, a me parve tutto abbastanza “normale”. Fu in seguito, durante una passeggiata solitaria fra le rocce, che mi capitò di scoprire in uno spiazzo gli accoppiamenti a tre e a quattro degli ospiti, con Camillo che saltellava attorno a loro fotografandoli. Venni a sapere degli scambi di coppia, delle orge alla cocaina, delle pareti a specchio nella camera da letto di Anna e Camillo che consentivano di spiare le stanze confinanti… Decisi di partire immediatamente.

    Anna non mi chiese spiegazioni, disse che quello non era un posto adatto a me. Poi mi pregò, se avevo visto o sentito qualcosa di strano, di non riferirlo a nessuno. Lasciai l’isola e non ci misi più piede per cinque anni. Ci tornai nell’estate del ’70, dopo gli esami del quinto anno di Medicina: Anna mi supplicò di raggiungerla, voleva parlare con qualcuno che fosse in grado di capirla. Fra gli ospiti, c’era anche Massimo Minorenti. Partii da Zannone il 15 agosto.
    Salutandomi, Anna mi consegnò una grande busta gialla sigillata: “Quando leggerai, ti prego di non giudicarmi male, di non condannarmi e, soprattutto, di non farti influenzare da ciò che potranno dire e pensare gli altri. Ricordati che spesso le cose della vita sono diverse da quello che possono sembrare”. Mi salutò soffocandomi nel suo abbraccio: fu l’ultima volta che la vidi».

    Vincenzo Cerami – Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani – Einaudi, Torino 1997
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    Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti
    Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti. È possibile, sulla scorta di quanto sappiamo, inquadrare le loro personalità, compilare una specie di cartella clinica “a posteriori”?
    «È senz’altro possibile e, direi, abbastanza facile. Innanzitutto, vediamo la figura del marchese, prima di sua moglie: quello che colpisce, in questo personaggio, è la sua deviazione. Una volta si usava il termine di perversione, ma oggi in sessuologia questa definizione è stata abbandonata. Che cosa troviamo, allora, di “deviato” nel marchese Casati? Prima di ogni cosa, quello che si chiama “voyeurismo”, cioè il desiderio di assistere, di vedere, di osservare. L’accentuazione, in altre parole, di ciò che un celebre psicoanalista americano ha chiamato “spinta visiva”. È un fenomeno che ha origini molto lontane, perché sono i bambini che, a una certa età, sviluppano una certa curiosità che si risolve nel voler vedere, voler sapere, guardare. Se questa tendenza non viene superata nello sviluppo psicosessuale può rimanere come componente assai importante della sessualità di un individuo anagraficamente adulto, il quale avrà il morboso desiderio di vedere quello che, sul piano sessuale, fanno altre persone».

    Sembra, pero, che nel caso del marchese Casati si andasse più in là del semplice voyeurismo. Lo dimostrano i diari e le centinaia di fotografie, i film…
    «Evidentemente qui ci troviamo di fronte a qualche cosa di più specifico, direi, e il discorso che dobbiamo fare è ancor più tipico, più “specialistico”. Quest’uomo, infatti, non solo si compiaceva nel sapere che altri uomini avevano rapporti intimi con la moglie, ma esigeva di assistere a questi rapporti, li fotografava, li filmava, partecipava e, quel che più conta, arrivava al punto di incoraggiarli e di promuoverli. Ora, qual è la struttura di questi casi, che sono senz’altro abbastanza eccezionali, ma non rarissimi? La risposta mi viene anche da un’esperienza diretta. Io stesso ho avuto, tra i miei clienti, una distintissima persona, un signore, il quale, se non arrivava agli estremi del marchese Casati, però in qualche modo promuoveva degli incontri della moglie con altri uomini. Non assisteva a questi incontri, ma sapeva più o meno quando avvenivano e, in fondo, si compiaceva nel pensare a quello che i due amanti potevano fare in quel momento».

    Che cosa ha ricavato, professar Servadio, da questa sua esperienza diretta?
    «Le constatazioni fatte, che si adattano benissimo al caso di cui parliamo, sono parecchie. Innanzitutto, in questi uomini c’è sempre una forte componente omosessuale, che può essere inconscia o qualche volta pressappoco cosciente: ho letto che il marchese Casati avrebbe fatto delle “avances” dirette al partner della moglie: è una ipotesi di cui non mi meraviglierei affatto. Ciò che comunque rimane piuttosto inconsapevole, in genere, è il fatto che, in casi come questo, la donna inconsciamente rappresenta una parte femminile del proprio Io. Senza rendersene conto, in altre parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna; dopo di che, il resto avviene quasi naturalmente e si comprende benissimo che rincontro diventa veramente un incontro omosessuale».

    Non si comprende, tuttavia, come si possa essere giunti all’omicidio, al suicidio.
    «Ci si deve chiedere, è giusto, come sia possibile che un uomo a un certo punto abbia avuto questa specie di “folgorazione” per cui prima andava tutto bene e, a un certo momento, la cosa non solo non va bene, ma addirittura lo sollecita a scatenare una sua furiosa aggressività, che si rivolge contro gli altri e poi contro se stesso. In effetti, oltre al comportamento omosessuale cui ho accennato, questi individui hanno una forte componente sado-masochistica. In fondo, in prima approssimazione, loro si pongono come vittime di una situazione: sono i mariti, o gli amici traditi nei cui riguardi la donna è infedele; e questo soddisfa la componente masochista che hanno in sé. C’è, in questi soggetti, un certo desiderio di passività masochistica che si manifesta spesso indirettamente: difatti Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare, picchiare o seviziare. Però quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidentissimo nel suo comportamento. Ma allora, ci si chiede, perché quest’uomo, ad un certo momento, si è ribellato ad una situazione che egli stesso aveva creato e di cui evidentemente godeva? La chiave dell’enigma (e per me la risoluzione del “caso”) sta in quest il masochista, contrariamente a quanto comunemente si crede, non è un individuo che si lascia maltrattare ad libitum, cioè secondo i desideri e i capricci dell’altra persona. Il masochista è sempre un regista, un programmatore di situazioni. Andiamo alle origini; Leopold von Sacher-Masoch, che ha dato il nome a questa perversione, scriveva alla sua donna, Wanda von Dunajew: “Verrò da te all’ora tale, tu sarai vestita con un paio di stivali alti e neri, avrai un frustino in mano e mi dirai: ‘Schiavo, inginocchiati, perché io sono la tua regina’”. Lo scriveva lui, dunque, dettava lui il programma; e se la partner, a un certo punto, si fosse dimenticata del suo ruolo e non gli avesse dato quelle tante frustate, Masoch si sarebbe ribellato in maniera terribile. Come fece, in effetti, quando tentò di strangolare sua moglie, trovata in una situazione che non era quella programmata».
    Casati come il “divin marchese”, dunque. E come von Sacher-Masoch.

    «Evidentemente sì. Il masochista, ripeto, è un uomo che non tollera deviazioni dalla linea che ha tracciato per il suo godimento. […] Si fa seviziare, il masochista, ma ci deve essere sempre presente una parte del suo Io, quella che domina. Nel caso di cui si discute, ho l’impressione che il marchese Casati si sia trovato proprio di fronte alla sensazione di non dominare più la situazione, di vedere che era avvenuto qualche cosa che sfuggiva ai suoi programmi. A questo punto vi è stata un’inversione di direzione dei suoi impulsi aggressivi, che ha provocato quel che sappiamo». […]

    Professore, in questa vicenda, al di là dei “giochi a tre” e di altri fatti, ci sono particolari ai quali, forse, si potrebbe dare un’interpretazione precisa, nel quadro che stiamo completando. Il fatto, per esempio, che il marchese Casati abbia scattato migliaio di foto alla moglie, in pose scabrose, le abbia conservate e amasse mostrarle agli amici.
    «Nel filmare, nel fotografare, nel registrare, c’è una accentuazione e un consolidamento della parte voyeuristica, e questo mi sembra più che evidente. Ma, ancora, mi sembra che ci sia un desiderio accentuato di padroneggiare la situazione: sono io che reggo le fila, io che ingabbio questi “momenti” nella mia macchina fotografica o nella cinepresa, sono io che vi metto in posa. C’è, in ogni caso, un’affermazione, sia pure stravolta, del proprio Io. Il fatto, poi, di collezionare queste foto, di catalogarle addirittura, non mi sembra che si allontani poi di troppo dalla abbastanza comune mania di conservare fotografie pornografiche: è una forma di voyeurismo che sappiamo benissimo come oggi sia alimentata, direi sul piano internazionale. Non dimentichiamo mai, parlando di questa vicenda, che siamo di fronte a personalità chiaramente deviate».
    E il fatto, professore, che fosse il marito a procurare i partner per la moglie, ad avvicinarli e infine a combinare gli incontri?

    «E ancora, secondo me, un’accentuazione del momento omosessuale della personalità del Casati. Lui sceglieva, quindi lui valutava, anche dal punto di vista fisico-sessuale, questi personaggi. Casati, facendo questo, immaginava (o forse constatava) fino a che punto i partner erano tali da potergli procurare, una volta vicini alla moglie, la soddisfazione che andava cercando. Ancora un passo in più, e li avrebbe cercati per se stesso. Che cosa fa, in effetti, un omosessuale? Va sulla spiaggia di Tor Vaianica, per esempio, e avvicina un militare: come fece Casati […]».

    Il diario, professore. Tutte quelle annotazioni precise, scrupolose sino alla minuzia. E, insieme, gli aggettivi laudativi per la moglie, i commenti alle “prestazioni” di lei.
    «Per il diario, potrei dire in generale che si tratta di una forma di voyeurismo, ancora una volta. Rileggendo, tipi di questo genere si rimettono nella scena vissuta, la rivivono, provano ancora soddisfazione. Ma c’è anche la componente ossessiva del soggetto, e il tenere un diario preciso ne è chiara testimonianza. Lodare la moglie, poi, per quel che abbiamo già detto, non significava altro che lodare se stess il Casati era felice di potere proiettare la sua pane femminile in una donna che era molto bella, molto apprezzata e, per certi punti di vista, molto abile. Evidentemente da questo il Casati traeva una nuova forma di soddisfazione».

    Qualcuno, cercando un movente al fatto, ha parlato di gelosia. Si può accettare questa ipotesi, che cioè il marchese Casati, a un certo punto, temesse l’innamoramento della moglie per il ragazzo?
    «[…] A mio avviso, chiaramente non si può parlare di gelosia, nella fase finale di questa vicenda, ma soltanto dell’esplosione di aggressività di un individuo che, a un certo momento, si è trovato a non essere più il deus ex machina della situazione».

    Quindi anche quella annotazione lasciata sul diario, «Mi uccido perché non sopporto che non mi ami più», non e una affermazione di gelosia.
    «Direi proprio di no. Piuttosto potrebbe essere la constatazione di una nuova situazione tale da provocare la reazione aggressiva. D’altro canto non darei molto peso a questa annotazione così come alla lettera “di rinuncia” della moglie, o alla presunta lettera del ragazzo. Perché, in ogni caso, sono frasi scritte in momenti del tutto particolari, direi quasi anormali, e quindi non significative» […].

    Abbiamo la “cartella clinica” di Camillo Casati. È possibile fare altrettanto per la moglie?
    «È molto, molto più difficile. Possiamo dire però quest che ogni giorno constatiamo che certe donne appaiono più disponibili a deviazioni, più o meno rilevanti, che non l’uomo. Quando la donna ha varcato un certo limite, una certa soglia, praticamente è pronta a tutto. La questione è vedere quali possono essere le sue motivazioni profonde; nel caso delle prostitute, per esempio, le motivazioni le conosciam la loro degradazione, accettata, è compensata dal denaro che ottengono, per cui, da loro, il cliente può avere tutto. Ora, io non voglio assolutamente accostare la signora Fallarino Casati a questi esempi: ma evidentemente era una donna che aveva varcato molti limiti, e aveva imboccato molti binari. Mi sembra altrettanto evidente che la signora trovava il suo godimento, oltre che possibili vantaggi economico-sociali, nel lasciarsi strumentalizzare dal marito. Non c’è solo quest è dimostrato che nella donna la stessa componente masochistica o sadica è più facilmente rilevabile che non nell’uomo. Quindi può essere che lei ricavasse un piacere diretto dalle situazioni torbide, anormali, in cui veniva inserita dal marito. Prendiamo il farsi fotografare nuda, per esempio, o in pose lascive: fa parte di quella disposizione alla perversione che la donna ha più dell’uomo. E in fondo, guardiamo all’omosessualità: nell’uomo, avere delle chiare manifestazioni omosessuali è considerato notevole deviazione dalla norma; ma che una donna si sbaciucchi un po’ di più del normale con una sua amica è da tutti accettato come una cosa tollerabile. Il che vuol dire che la sessualità della donna è più diffusiva, meno centrata di quella dell’uomo. Ecco perché (e torniamo al caso della marchesa Casati) la donna è più facilmente strumentalizzabile in situazioni di questo genere, proprio per la sua stessa costituzione sessuale».

    Professore, L’Osservatore Romano ha scritto che «il tragico fatto passionale. .. rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extraconiugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo… la ricchezza può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze… la dimensione estensiva del “male oscuro”… in queste catastrofi si conferma l’assurdità delle diffuse concezioni mondane ed eversive intorno al sesso». Un episodio come quello avvenuto a Roma, nella villa dei Casati (e con tutto quello che c’è stato prima) è veramente sintomo, professore, di una morale, di un costume correnti?
    «Sono uno psicologo, uno psicoanalista e un sessuologo, ma non un sociologo, e la risposta m’è difficile. Comunque ritengo assai probabile che certi “giochi” abbiano larga diffusione. Il discorso, qui, si fa vasto, perché andiamo a parlare di rivoluzione sessuale e delle esagerazioni e delle distorsioni che ne sono fatte. Non c’è dubbio, però, che ci sia una forte tendenza ad abbattere anche gli ultimi giochi e le ultime oppressioni; ma non c’è dubbio, allo stesso tempo, che vi sia una vasta strumentalizzazione di tutto questo a fini molto chiaramente commerciali. Il “caso” Casati, tuttavia, è troppo particolare, troppo tipico, fa storia a sé. Casi di questo genere ve ne sono sempre stati e ve ne saranno sempre, perché esistono, sono esistite ed esisteranno le deviazioni sessuali. Di sadismo, di masochismo, di voyeurismo non si parla oggi per la prima volta, guardando al marchese Casati. Certo, ci troviamo di fronte a un caso notevole, ad alto potenziale, con una conclusione drammatica. Ma, per rifarci a un esempio che già ho ricordato, la moglie di von Sacher-Masoch avrebbe fatto la fine della marchesa Casati, se non fosse arrivato qualcuno in tempo. È un caso notevole, voglio dire, ma non è unico né irripetibile, ripercorre uno schema noto».

    Come dire che, date le premesse, la conclusione, quella tragica conclusione era logica, prevedibile.
    «Certamente sì. Si è trattato di una parabola che ha avuto le sue varie fasi. Date certe premesse di alta patologia, le premesse che conosciamo, la conclusione non poteva essere diversa da quella che è stata».
    E secondo lei, professore, i protagonisti di questa storia sapevano, andando a quell’incontro, la sera di domenica 30 agosto, che sarebbe avvenuto quel che è avvenuto?

    «Probabilmente sì». Perché il destino del torbido triangolo di villa Casati non era scritto nelle pagine del libro con la copertina di raso verde che “don Camillo” teneva sulla sua scrivania, davanti a una delle foto sexy di Anna. Non era neppure segnato nei messaggi che, in quelle ultime ore, il marchese, la moglie e l’amico si sono scambiati, concitatamente. Questa storia, prima ancora dei giornali di oggi, l’hanno scritta Leopold von Sacher-Masoch e Donatien-Alphonse-François de Sad: e sapevano benissimo come sarebbe andata a finire.

    https://www.facebook.com/profile/100067041365272/search/?q=casati%20stampa

  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (terza parte – epilogo)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (terza parte – epilogo)

    VDP – «LEI NON SEMBRAVA MORTA»

    L’Europeo, aprile 2001

    Domenico Scali fu il primo poliziotto a entrare nella stanza in cui giacevano ormai privi di vita i corpi di Anna Fallarino, Camillo Casati Stampa e Massimo Minorenti. Quella domenica di agosto Scali, funzionario della Squadra Mobile della Questura di Roma (che poi per un anno, nel ’73, avrebbe comandato, prima di essere nominato questore), era impegnato in un “pattuglione”.

    «Arrivò la segnalazione che in via Puccini c’erano alcuni morti» racconta Scali, oggi in pensione. «Con un collega mi precipitai sul posto. Non avevo nessuna idea di quello che mi stava aspettando. Entrai nel palazzo, al numero 9 della via, accolto dalla servitù. I domestici erano letteralmente ammutoliti e per oltre un’ora, dopo che avevano avvertito gli spari, erano restati in un’incomprensibile attesa. Mi spiegarono poi, quando li interrogai, che avevano ubbidito a un ordine del marchese che aveva esplicitamente chiesto di non essere disturbato per nessun motivo, e loro non disubbidivano mai al marchese. Di fronte a me c’era un grande scalone di marmo. Tutto il posto trasudava importanza, ricchezza, nobiltà.

    «Salimmo in fretta le scale e arrivammo di fronte alla porta del salotto. Aprii e avvertii subito, chissà perché, il bisogno di guardare a destra. Il primo corpo che vidi fu quello di Anna Fallarino. Mi sembrò ancora viva. Era seduta sul divano con le gambe incrociate sopra uno sgabello. Aveva le mani in grembo e il volto sereno. La nota stonata era una macchia scura di sangue, sulla camicetta. Vicino a lei, accanto al divano, c’era il giovane Minorenti. Giaceva mezzo raggomitolato per terra, con indosso una maglietta leggera e dei pantaloni, seminascosto da un tavolino con cui aveva tentato a quanto pare un’estrema difesa nei confronti del marchese armato di fucile. Il tavolino era mezzo scheggiato dal colpo che aveva raggiunto il giovane. Avanzai e vidi anche il terzo corpo, quello del marchese. Non era un bello spettacolo, con la testa mezzo sfigurata dal colpo di fucile. L’arma, un Browning calibro 12 da caccia, giaceva abbandonata su una poltrona. Il marchese doveva aver usato quella poltrona per puntarsi il fucile sotto il mento. Poi aveva fatto fuoco. Il suo corpo era finito dietro la poltrona, sui quadri alla parete era schizzata la sua materia cerebrale. In quella stanza non c’era altro. Espletate le prime indagini, passai la mano ai colleghi dell’Omicidi e tornai a occuparmi del pattuglione in cui ero impegnato fin dal mattino. Le foto compromettenti, che destarono tanto scandalo, furono trovate successivamente in un altra stanza del palazzo durante le indagini dell’Omicidi. Ma io quel giorno vidi solo una bella donna che sembrava non essersi accorta di nulla…»

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    <<Io c’ero>>

    Tratto da “Il trangolo maledetto”
    di Vincenzo Cerami
    (Il Messaggero)

    • Silicone. Roba finta e gommosa, insomma, una protesi. Era questo il segreto di quel seno opulento ma saldo, prepotente, sorprendente per i suoi quarant’anni suonati, che Annamaria Fallarino esibiva con impertinente ostentazione nelle fotografie scattate da suo marito. Avevano avuto una parte non secondaria, quelle istantanee, nel clamore suscitato dal delitto Casati e nell’attenzione un po’ morbosa con la quale l’Italia che si affacciava agli anni Settanta aveva seguito gli sviluppi della vicenda. Indiscrezioni e ipotesi alimentavano ogni giorno cronache che stigmatizzavano lo scandalo, ma non evitavano di metterne in risalto gli aspetti più erotici con compiacenze da voyeur. Eppure, questa faccenda della marchesa al silicone non era mai stata rivelata. Sarebbe stata un’altra notizia sorprendente, in quegli anni in cui alle Dellera e alle Parietti non era ancora spuntato ciò che poi avrebbero provveduto a farsi gonfiare artificialmente. Chissà quando si era fatta operare, dove, da chi. In America, probabilmente. E in Italia, comunque, la marchesa doveva essere stata certamente tra le prime a ricorrere a quel tipo di intervento. Un’antesignana, insomma. Ma a tenere nascosta quella notizia, con un ammirevole senso di riservatezza e di rispetto, era stato colui che l’aveva scoperta: Valerio Gianfrancesco, allora capo della sezione Omicidi della Squadra Mobile e successivamente capo di gabinetto della Criminalpol, dirigente e infine vicedirettore, con il grado di questore, dell’Istituto superiore di polizia. In pensione dall’agosto dello scorso anno, Valerio Gianfrancesco, che è un napoletano sorridente e schivo, con due occhi mobili e vivacissimi, non ha perduto quel suo atteggiamento prudente e riservato nei confronti delle indagini, anche se si tratta di fatti che risalgono ormai a un quarto di secolo fa. Una maledizione per il cronista, a dirla con franchezza, che deve cercare di afferrare allusioni e interpretare silenzi. Ma capire si fa capire, l’ex-capo della Omicidi, eccome. E tira fuori dal cilindro dei suoi ricordi un’altra sorpresa: non è affatto vero, come si era sempre scritto e letto, che i giochi erotici a tre dei marchesi Casati avvenissero solo con amanti occasionali scelti fuori dal loro giro, il bagnino sulla spiaggia o il pescatore, il ragazzo di borgata o il soldato in libera uscita agganciato davanti alla caserma. Rapporti veloci e senza conseguenze, questo sì, con partner che spesso non conoscevano neppure l’identità dell’uomo che offriva tanto generosamente la propria moglie. Limitandosi a guardare e pagando la prestazione, per di più. Come nel caso del militare che aveva abboccato all’esca della bella marchesa nuda tra le dune: «Anna è stata magnifica», aveva poi scritto Camillo Casati nel suo diario, dove annotava con dovizia di particolari le acrobazie sessuali della moglie, che lui si accontentava di ammirare e di fotografare. «Incontrato un militare sulla spiaggia di Fiumicino. Ottimo quel soldato. Date trentamila lire: ben spese». Ma nel famoso diario di pelle verde c’erano anche i nomi di personaggi molto noti del mondo dello spettacolo. E dunque non è verosimile che proprio nessuno sospettasse nulla, nel loro ambiente, del vizietto dei due marchesi: perché non certo quello dello spettacolo è il mondo più adatto per custodire dei segreti. Quali attori erano diventati interpreti dei personaggi che animavano le fantasie erotiche di Camillino, quali erano i nomi custoditi nel suo diario? Questo sì che è un segreto. Perché il vecchio poliziotto è disposto a parlare delle tette della marchesa, ma non a farsi scucire un solo indizio sui nomi dei suoi amanti.

    Dottor Gianfrancesco, ma com’è che si era accorto di questa faccenda del silicone?

    «Vede, quella sera, appena giunse la segnalazione in questura, ci precipitammo in quello splendido attico dei Parioli. Senza poter supporre le cause dell’accaduto, naturalmente. Io anzi, a giudicare dai nomi, dalla zona e dal lusso dell’abitazione, c’ero arrivato pensando piuttosto a un tentativo di rapina o magari di sequestro finiti tragicamente. Fui il primo a entrare nello studio e a vedere quello spettacolo orrendo: lei riversa su una poltrona con lo sguardo incredulo, il marchese sul pavimento accanto al suo fucile e il ragazzo, Minorenti, contorto dietro un tavolino rovesciato. Non c’era tanto sangue, tolto quel particolare macabro dell’orecchio del marchese che pencolava dalla cornice di un quadro, dove l’aveva scagliato e appiccicato un proiettile. Ma alla donna sporgeva un seno dall’abito che era stato squarciato da uno dei colpi, e dalla ferita sul seno usciva una sostanza bianca e densa, che non riuscivo a capire cosa fosse. Così chiamai subito il medico legale, che era un vecchio amico, per farglielo notare. «Non ti preoccupare» mi disse lui con un ghigno, «è solo silicone». Io ero incredulo, era la prima volta che vedevo una cosa del genere».

    E di casi così clamorosi, in tanti anni di Squadra Mobile, ne aveva visti altri? «Clamoroso? Veramente, per noi come polizia, la vicenda Casati non fu un caso clamoroso. Lo sarebbe stato se ci fosse stata un’indagine da fare per accertare i fatti, per chiarire le modalità, per identificare l’assassino. Ma in quel caso era tutto così semplice… Noi ci trovammo davanti a una situazione di fatto, un duplice omicidio seguito dal suicidio dell’assassino. Una volta chiarito l’accaduto con l’autorità giudiziaria e con il perito legale che intervenne sul posto, il nostro lavoro fu concluso».

    Ma lei non si pose delle domande, non si chiese quale molla era scattata nella testa del marchese?

    «Certo, logico che davanti a un omicidio l’investigatore si chieda il perché. Proprio come fa la gente. Io non posso mai dimenticare un cronista che c’era allora a Roma, Michele Ragusa, che poi ebbe una crisi mistica, si convertì e adesso è un religioso, ha addirittura creato un ordine che sta a Soriano del Cimino. Beh, lui davanti a un omicidio si chiedeva sempre: ma perché è successo? Per quale motivo? E voleva cercare di penetrare le cause vere, recondite, che avevano fatto scattare nel cervello dell’assassino l’impulso di uccidere. Ecco, anche l’investigatore, anche il poliziotto si chiede il perché. Anche noi ce lo siamo posto; ma da un punto di vista di polizia giudiziaria, il caso era già risolto. Il marchese aveva ucciso moglie e amante della moglie, poi si era tolto la vita a sua volta».

    E lei se la diede subito una spiegazione del perché del delitto?

    «Sì, una volta ascoltato il personale di servizio e identificato il giovane Minorenti, fu facile capire il movente. Penso che il marchese Casati si fosse reso conto che quella di sua moglie con un ragazzo tanto più giovane non era la solita avventura, che c’era qualcosa di più. Così esplose la sua gelosia. Poi, certo, un ruolo importante nel clamore suscitato dal delitto lo giocò la stampa: che dato il nome dei protagonisti della vicenda, non dico che la montò, ma ne parlò molto a lungo. Però ripeto: come indagine, per noi poliziotti, è importante il caso che richiede un’investigazione. Il delitto Casati fu clamoroso, per la gente, anzi morboso, soprattutto a causa delle fotografie della marchesa nuda che saltarono fuori, e poi per via del diario…».

    Le trovò lei le fotografie? È vero che erano tutte Polaroid, a sviluppo istantaneo, e che erano almeno millecinquecento, come scrissero i giornali dell’epoca?

    «Sì, le trovai chiuse in un cassetto della scrivania dello studio, dove avvenne il delitto. Quelle che vidi io erano solo una parte, ma complessivamente non erano così numerose: sono state riportate parecchie esagerazioni in merito a quella vicenda».

    Tra le foto, ce n’erano comunque di molto più esplicite di quelle pubblicate dai quotidiani. Gli eredi di Annamaria Fallarino chiesero e ottennero il sequestro di una pubblicazione oscena intitolata “II diario della marchesa”, con i primi piani dei suoi genitali. Si ricamò sul fatto che lei era angosciata dalle eccessive dimensione di certi particolari anatomici, che invece eccitavano molto il marchese e i suoi partner. E, scrisse qualcuno sulla base di chissà quali informazioni, anche “le” sue partner.

    «Io, veramente, di fotografie della marchesa con altre donne non ricordo di averne viste. Ma come ho detto, ne trovai solo alcune. E in quei primi momenti la mia attenzione maggiore era per i tre cadaveri, il mio compito era di chiarire cosa era accaduto in quella stanza».

    Dottor Gianfrancesco, cosa fece lei appena si trovò davanti ai cadaveri? Succede anche nella realtà come nei film americani, dove il detective non tocca nulla e se deve spostare qualcosa lo fa usando una penna, o magari un fazzoletto?

    «Sì, è vero, non sì tocca assolutamente nulla, il buon investigatore lascia tutto come sta. E poi con minuzia, ma sempre senza spostare niente, fa il sopralluogo. La prima cosa importante di un’indagine è il sopralluogo».

    E dopo arrivarono la scientifica, il medico legale, il magistrato?

    «No, in genere la scientifica arriva insieme a noi, entra e fotografa tutto. Ma senza toccare niente finché non arriva il magistrato e dà l’autorizzazione al proseguimento delle indagini, quindi si raccolgono i vari reperti. Per non inquinare le tracce, bisogna evitare al massimo che sul posto del delitto vada gente inutile».

    Quel giorno, nel pomeriggio, aveva già raggiunto l’attico di via Puccini la giovane Anna Maria Casati, nata dal primo matrimonio del marchese e sua unica erede. Il padre, che stava aspettando nello studio la moglie e Massimo Minorenti, le fece dire dal personale di servizio che non poteva vederla, e lei andò via. Tornò in serata, dopo il fattaccio?

    «Sì, arrivò quella sera stessa. E ricordo perfettamente che quella ragazza, nonostante fosse sconvolta da avvenimenti tanto drammatici, mi fece una buonissima impressione. Era calma, controllata, molto riservata».

    Nei giorni successivi al delitto, fra le più svariate ipotesi riportate dai giornali, ci fu anche quella di un tentativo di estorsione da parte del Minorenti, che avrebbe scatenato la furia del marchese Casati. Successivamente, però, questa ipotesi fu scartata. Si accertò solamente che il giovane, nei giorni in cui i due amanti stavano per affittare un appartamentino con il consenso apparente del marito di lei, avrebbe voluto che gli fosse intestato un autosalone. O che sarebbe stata lei, la marchesa, a chiedere al marito di intestarglielo.

    «Sì, ricordo abbastanza bene questa ipotesi. E anche altre, che però non entrarono nelle nostre indagini. Una volta chiarite modalità e tempi del delitto, ogni particolare accertato successivamente veniva riferito al magistrato, toccava a lui svilupparli e approfondirli».

    Un altro risvolto polemico riguardò gli aspetti ereditari dell’immenso patrimonio della famiglia Casati: se il marchese fosse deceduto anche solo un istante prima della moglie, questa ne sarebbe diventata teoricamente l’erede, quindi i parenti di lei avrebbero avuto diritto a una parte di quella fortuna. Invece poi fu stabilito che morì prima la donna, e che dunque l’intera eredità andava alla figlia del marchese. Ma come fu possibile accertarlo?

    «Lo accertò il medico legale, anche se non credo che esistano metodi scientifici per stabilire il momento della morte con tanta precisione. In ogni modo, in quel caso bastava il buon senso, per presumere cosa era successo: Casati prima scaricò il fucile contro la moglie e contro Massimo Minorenti; e il colpo che uccise lei fu quasi a bruciapelo, probabilmente la fulminò sull’istante. Poi solo dopo averli uccisi, ricaricò l’arma per togliersi a sua volta la vita».

    L’Italia del 1970 era più ingenua e più puritana di quella di oggi. Bastava un nudo a suscitare scalpore. È per questo motivo, secondo lei, che il delitto Casati sollevò tanta curiosità?

    «Io direi di no, penserei che furono piuttosto la notorietà dei personaggi, la loro vita certamente particolare, l’ambiente in cui il delitto avvenne a produrre un’eco così vasta. E poi quelle fotografie, naturalmente, e il contesto in cui erano state fatte, e le loro finalità: perché se una donna si apparta su una spiaggia isolata e prende il sole nuda, beh, sono fatti suoi. Ma se poi qualcuno la ritrae in pose porno o quantomeno osé e queste foto vengono utilizzate per suscitare un interesse preciso, allora la faccenda cambia aspetto. Io penso che anche al giorno d’oggi una vicenda del genere se i personaggi coinvolti fossero altrettanto noti e se risvolti e retroscena fossero simili, susciterebbe nella gente un interesse identico a quello di allora».

    Il sole nuda sulla spiaggia, dice lei. Ma le foto scattate da Camillo Casati a sua moglie non erano fatte tutte solo sulle spiagge…

    «Quelle che trovai allora io nello studio, sì. E ripeto, se non fosse poi venuta fuori tutta la faccenda dei loro rapporti sessuali a tre, neppure in quel periodo avrebbero fatto tanto scalpore le fotografie della marchesa nuda. Fu solo dopo, una volta pubblicate dalla stampa le rivelazioni del diario verde, che quelle istantanee acquistarono tutta un’altra dimensione».

    Del diario di pelle verde si seppe fin dal giorno successivo al delitto. Fu lei a trovarlo?

    «Sì, lo vidi la sera stessa del delitto, durante il sopralluogo. Si trovava sulla scrivania dello studio dove avvenne il delitto. Un diario grande come una cartellina portadocumenti, con la copertina di pelle verde, scritto a mano dal Casati con una grafia chiara. Una scoperta importante, il diario: perché la sua lettura, insieme al ritrovamento delle fotografie, ci permise di ricostruire subito gli antefatti e quindi di avere una spiegazione di ciò che era accaduto. Ma era anche una scoperta delicata, da gestire con grande riservatezza, per i nomi che conteneva e per i dettagli di certi resoconti, assai più scabrosi delle poche frasi che erano state pubblicate all’epoca dai giornali».

    Conserva ancora qualche ricordo preciso?

    «Sì, eccome, ma non lo posso dire. Non l’ho mai voluto fare: non solo per la riservatezza dell’indagine, ma anche per pietà verso quella gente finita com’era finita. E poi per tutelare la privacy delle persone indicate nel diario che fino a prova contraria, anche avendo avuto uno o più rapporti sessuali con la marchesa, non avevano commesso alcun reato».

    Ci vuol poco a capire che sarebbe inutile insistere: sono trascorsi ormai ventiquattro anni dal giorno del delitto, ma il tempo e la pensione non bastano ad allentare i sentimenti rigorosi di rispetto e di riservatezza di questo vecchio poliziotto che ha insegnato a interi stuoli di giovani funzionari, all’Istituto di polizia, il senso del dovere di un lavoro difficile. Dice solo, Valerio Gianfrancesco, che comparivano i nomi di personaggi famosi, di attori noti, tra i partner della “marchesa al silicone” (chissà se almeno loro lo sapevano, se se ne rendevano conto, visto che il modo e l’occasione non gli mancavano) e del marchese guardone. E aggiunge che c’erano resoconti assai più scabrosi di quelli pubblicati, che pure non erano poca cosa: a cominciare dai giorni immediatamente successivi al matrimonio, durante il viaggio di nozze, quando Camillino scrive sul suo diario di aver spinto un cameriere dell’albergo nella doccia della moglie, e che lei ha capito subito, è stata al gioco, e che lui si è divertito tanto. Contento lui… Ma è vero che era sempre e soltanto il marchese a scegliere i partner della moglie, com’era stato scritto all’epoca? Si capiva questo aspetto delloro rapporto, dalle annotazioni sul diario?

    «No, e anzi non credo proprio che fosse solo lui a scegliere e imporre regole e amanti, lei stava perfettamente al gioco».

    Tutti, però, descrivevano Anna Fallarino prima del matrimonio con Camillo Casati come una ragazza di provincia acqua e sapone, timorata e quasi schiva… Il suo primo fidanzato, un giovane macellaio che lei aveva conosciuto appena giunta a Roma, ha raccontato che tutte le sere alle 21 doveva riaccompagnarla a casa, e ha fatto capire che non c’era verso di toccarla con un dito. Avrebbe voluto sposarla, se proprio i genitori di lui non si fossero opposti. «Per motivi loro», ha precisato senza aggiungere altro, rimanendo nel vago. E questo sembra l’unico campanello d’allarme, l’unica nota stonata nella biografia della giovane donna, chissà che cosa pensavano di lei i suoi mancati suoceri. Più o meno le stesse cose del fidanzato ha riferito sul suo conto il suo primo marito, l’industriale Giuseppe Drommi. «Prego tanto la Madonnina che ci faccia sposare presto», gli scriveva lei. Com’è possibile che si sia trasformata all’improvviso in un mostro del sesso? Oppure erano solo apparenza gli atteggiamenti di prima?

    «Dal diario, per la verità, non si capisce bene se fosse stato il Casati a portarla su quella strada. Lui si limitava ad appuntare degli incontri, e a descrivere come si erano svolti».

    Dottor Gianfrancesco, che fine ha fatto quel diario, una volta conclusa l’indagine, visto che non si trattava di un corpo di reato?

    «Intanto, dal momento in cui io lo trovai e lo lessi, quei diario non rimase nelle mie mani nemmeno un’ora. Lo presi io materialmente, lo portai nel mio ufficio giusto il tempo di sigillarlo, e lo diedi al magistrato. Per non correre rischi, per evitare che potessero dire un domani, di qualsiasi indiscrezione, “uscita di lì”. Poi, probabilmente il magistrato lo ha consegnato ai familiari, agli eredi, una volta archiviato il caso».

    In simili storie di sesso e di sangue, entra spesso anche la droga. Un ingrediente quasi sempre presente in orge, festini, triangoli, come se questi fossero irrealizzabili senza cocaina o almeno senza spinelli… Nel caso del delitto Casati, invece, le cronache dell’epoca non hanno mai accennato a nulla del genere. Lei sospetti non ne ebbe, allora?

    «Non credo, almeno per quanto mi ricordi. In ogni caso, quella splendida casa che si affacciava su Villa Borghese, fu perquisita da cima a fondo. E di stupefacenti non fu trovata proprio alcuna traccia. No, non erano né la cocaina né altri stupefacenti a spingere i Casati verso i loro triangoli erotici».

    Di droga ne circolava già molta in quegli anni, a Roma?

    «Come no. Anzi, ricordo perfettamente che del primo episodio di spaccio di stupefacenti a Roma mi ero occupato proprio io: sarò stato il 1964 o il ’65 e io allora stavo alla Squadra Mobile. Ci stava anche Ferdinando Masone, che oggi è questore di Roma, e che venne alla Mobile quando io già ero là da qualche tempo. Fu un caso clamoroso, per l’epoca: erano due inglesi, che spacciavano marijuana a piazza Vittorio. La vendevano in un camper parcheggiato nella piazza. Furono i primi due arresti per spaccio, e i giornali diedero grande risalto a questo avvenimento».

    Niente droga ma solo follia, insomma, nel delitto Casati. E lei si rese conto fin dall’inizio di trovarsi di fronte alle tre vittime di un dramma della gelosia?

    «Beh, non ci volle molto. C’era anche il biglietto lasciato dal Casati, scritto sul foglietto di un calendario, con una donna nuda anche quello… Lui aveva capito che tra sua moglie e il ragazzo era nato del tenero. Altrimenti, se si fosse trattato di un amante occasionale, come tanti altri, il marchese non avrebbe avuto motivo né intenzione di vendicarsi. Evidentemente, invece, tra la Fallarino e il Minorenti si erano instaurati rapporti affettivi. Il marchese voleva solo rapporti veloci, che iniziavano e terminavano al massimo entro una settimana. Ecco perché il suo diario conteneva una lunga sfilza di nomi e di storie. Lui era un anormale, a suo modo era molto possessivo, non poteva accettare l’idea che lei si innamorasse di un altro uomo. Tutto, con gli altri, doveva fermarsi al sesso. E quando aveva capito che invece la stava perdendo…».

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  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (seconda parte – lettere e telefonate)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (seconda parte – lettere e telefonate)

    VDP – Lettera indirizzata alla Posta di Lady Chatterley di Men, figura fantomatica di donna ninfomane, che rispondeva a quesiti particolari posti dai lettori riguardanti il sesso. Il marchese, che si spaccia per la sua consorte, con la scusa di voler ottenere una risposta a una domanda piuttosto incomprensibile, esprime un evidente compiacimento nell’esplicita rivelazione delle doti anatomiche e dei comportamenti disinibiti della consorte a un pubblico vario, eterogeneo e interessato al sesso come quello costituito dai lettori di questa rivista.

    Gentile lady Chatterly ��Da assidua di Men – non disdegno sesso ed erotismo specie sotto forma di esibizionismo – le scrivo traendo lo spunto da una sua recente risposta a una lettrice disperata causa un piccolo labbro piuttosto sviluppato. Mi rivolgo a lei né da disperata né in preda al panico ma con calma e per avere un suo parere che vorrei proprio sincero. ��Da buona esibizionista – come vedrà – le accludo delle foto di cui vorrà scusare il mezzo volto, per darle visione della cosa e eliminarmi così la solita descrizione che non riesce poi mai ad esprimere la realtà. È assodato quindi che ho delle piccole labbra abbastanza sviluppate, anzi molto poiché in momenti particolari aumentano di un buon terzo. Come le giudica? Belle o brutte? ��So soltanto io, che sono rare (il raro è anormale) perché me lo dicono e perché ne ho viste pochissime (passo un mese all’anno all’Ile du Levante). ��Premessa anche la non intenzione di modifiche cliniche e ripetuto il mio esibizionismo da cui traggo troppe forti sensazioni, desidero chiederle se mi consiglia di includere ancora nella mia mania queste labbra o di escluderle nettamente; non mi opererò e non smetterò di mettermi in mostra ma sono certa che seguirò il suo consiglio nel caso specifico perché proprio in esso sono fortemente dubbiosa non nascondendole che, finora, ho cercato di far bene risaltare la parte, dato l’interesse che suscita e che di riscontro aumenta il mio piacere naturalmente. ��Tra parentesi questo interesse è fortissimo e ossessivo negli uomini ed anche negli omosessuali diciamo dai trentanni in su, è normale nei più giovani e nelle donne mentre è minimo quasi nullo nelle lesbiche; aggiungo che la massima attrazione la noto proprio nei più evoluti od abituati in materia come i ginecologi, massaggiatori e “dongiovanni”. ��Una ragione me la sono fatta. Lei che ne dice? Reputandomi però di gusto anche nell’illecito e nell’osceno, desidererei appunto il suo parere calmo e pacato perché temo certe volte di cadere nel cattivo gusto o, peggio, nel ridicolo. ��Mi risponderà che nella vita vi sono altri problemi, ma spero vorrà capire che per me proprio questi rientrano tra i maggiori; mi chiederà anche in quali occasioni sfoghi la mia mania e se sono poche, invece no sono moltissime: oltre ai rapporti intimi esistono i massaggi, le prove di vestiario in cui è facile avere presenti i commessi dato che non chiedono altro e che sotto i pantaloni è di rigore il non slip, il sole integrale in barca, piscine private, solarium, spiagge libere e naturalistiche, nonché le saune, le docce con getto violento, le nuotate nude con maschera sub al seguito, le camere d’albergo con certi camerierini deliziosi al petit-déjeuner, le visite mediche (le non gravi!), la presenza di qualcuno quando ci si veste, le foto da far vedere. ��Sono esperta sì o no? Quindi campo d’azione vasto e sfogo a volontà però, mi creda, sempre senza sfacciataggine e mai con volgarità. ��Tutto ciò mi creda ancora non mi porta al desiderio di un amplesso immediato, cioè non bramo le mani addosso dal commesso o dal massaggiatore, o il rapporto col bei ragazzo che mi scopre a gambe larghe tra gli scogli o con gli amici nuda sul motoscafo. ��No, il mio piacere, e può essere immenso, si arresta agli occhi degli altri ed al massimo a rilevare un gonfiamento di slip o di pantaloni.

    Impazzisco all’idea di essere guardata con avidità e ancor più se so che l’altro o gli altri pensano che il mio stato “scomposto” sia dovuto a distrazione; cioè la maxi eccitazione mi viene quasi dalla incredulità e stupore di chi mi guarda. Per esempio se esco dall’acqua con un capezzolo fuoruscente ed intuisco di essere apprezzata debbo correre in cabina a farmi masturbare da mio marito o, in mancanza, da sola.

    Pensi che l’anno scorso ho raggiunto l’orgasmo senza il minimo aiuto o tocco su una scogliera ad Ischia perché cinque ragazzi in barca, intuendo dei nudisti, sono scesi a terra e, prima increduli – come le dicevo – e poi stupiti, anche perché era presente mio marito, per la nostra naturalezza, si sono appollaiati ben vicini a guardarmi; bene a vedere quegli occhi fissi sulla mia determinata parte che sentivo aumentare di volume e vedere mio marito in “posizione eretta” e i cinque slip ben pieni ho “sentito” l’orgasmo forte come non mai nella mia vita. ��Come è finita? Con una masturbazione dei poverini eccitatissimi a cui, purtroppo per loro, non ho dato altro. ��Dirà che mi accontento di poco, ma per me è tanto! Quindi non sono una divoratrice di uomini ma una donna ultrafelicemente sposata da 15 anni con un marito evoluissimo che mi asseconda nei gusti e da cui, ne sono certa, trae anch’esso piacere. ��Naturalmente a molte mie esibizioni è presente e forse proprio per lui alcune finiscono in amore di gruppo o con finali più violenti che, dipendesse solo da me, avverrebbero molto di rado.

    L’ho “annoiata” terribilmente e chiudo in attesa serena del suo consiglio che mi sono ripromessa di seguire integralmente perché, ammesso che sia negativo, so già che mi restano altre possibilità specie con la moda di oggi. ��Non mi faccia aspettare troppo perché per me il caso è serio e perché non sarà certo una sua risposta veloce che eliminerà da parte mia l’acquisto di Men e soprattutto il piacere di seguire la sua interessante e deliziosa rubrica. ��La saluto caramente e grazie per la sperata pubblicazione che può anche manomettere se vuole ��Sua

    Anna Casati ��Roma, 31 agosto 1970

    ————-

    Il marchese scrive a una coppia di coniugi, dei quali la moglie si chiamava anch’essa Anna, residenti nell’Italia settentrionale, scovati tramite un giornale che riportava gli annunci di coppia cerca coppia, e ancora sconosciuti ai quali, si deduce da quanto scrive, ha già inviato delle foto di Anna e si ripromette di combinare un incontro a quattro il più presto possibile.

    L’incontro programmato non avvenne mai e, non appena i coniugi corrispondenti vennero a conoscenza del grande scandalo che era scoppiato sul caso Casati, si affrettarono a vendere a caro prezzo sia la lettera di Camillo che le foto della marchesa.
    �Cara Anna e…,

    Grazie per la risposta e per la foto. ��Purtroppo penso sarà difficile vederci prima della nostra partenza per il Sud dato che l’abbiamo anticipata e dato che, ora, Voi siete fuori città. ��Vorrà dire che se ne parlerà – la conoscenza fisica – ad una nostra scappata invernale o semmai a Sett. Ott. prossimi.

    Come Voi dite potremmo conoscerci per lettera; le foto delle nostre mogli hanno rotto il ghiaccio e possiamo parlarci piuttosto liberamente.

    Premetto che non amo scrivere a lungo ma, questa volta, faccio un’eccezione dato il caso e perché Voi me lo avete cortesemente chiesto. Dunque… siamo amanti delle sensazioni particolari, amiamo il sesso e più propriamente l’erotismo. ��Ci sarebbe da scrivere un romanzo date le varie sfumature dell’erotismo, che per ognuno ha mille e mille diverse sensazioni di piacere e anche di disgusto.�
    Proverò in breve a spiegarCi: Anna, mia moglie, è specialmente esibizionista. Vi è in lei una fortissima spinta a questa forma erotica che però non è sfacciata e diretta, ma, oserei dire, completamente casuale e fortemente nascosta all’apparenza. ��Insomma Anna – possedendo doti fisiche notevoli e direi anormali – ama farle vedere godendo al massimo dell’interesse e dello sguardo eccitato altrui. Questa è forse la forma più viva del suo erotismo. Per esempio adora che in bikini le esca qualcosa di proibito, che in albergo il cameriere la veda in trasparenza o con qualcosa fuori. Che al cinema la minigonna salga oltre il dovuto. Che un commesso di negozio sia presente alla prova di un indumento e così via per tante altre occasioni. ��Il tutto però sempre ben nascosto da distrazione e da disattenzione.

    Abbiamo un mucchio di foto che ella ama far vedere. Frequentiamo l’Isola del Levante tutti gli anni e le spiagge libere ove è possibile stare nudi. Amiamo i films erotici e naturalmente gli amori a più con donne o uomini anche singolarmente. ��Forse, nel cosiddetto fare all’amore, mia moglie è troppo egoista che ama talmente sentire e gustare se stessa che si isola nel proprio piacere e così tralascia di dedicarsi agli altri. Adora farsi fare dalle donne però con loro non è attiva. In sintesi a letto Anna potrebbe farsi amare da 10 persone contemporaneamente senza contraccambiare. ��In un certo senso approvo questa sua forma di egoismo perché trovo meravigliosa una donna che realmente sente e che non vuole distrarsi dal suo profondo godere. ��Purtroppo troppe donne fanno tante scene che il più delle volte sono completamente false ed eseguite per imbambolare il povero maschio credulone. Per cui tutto ciò che Anna chiede nell’amore è da lei realmente desiderato. ��Sopra di tutto, poi, ella mette l’autoeccitazione che si procura mentalmente nell’avere delle labbra veramente molto fuori del normale. Il nostro piacere al mare è soprattutto dovuto al piacere di lei di potere fare vedere questa specie di anormalità. Accludo una foto per testimoniare, ma la realtà a letto o alla sauna è ben maggiore. ��Quest’anno a Ischia, dopo una notte di baci di una nostra amica, le sue labbra avevano raggiunto un volume massimo e capendo che Anna, pur senza dire nulla, moriva dalla voglia di farle vedere, la portai su una scogliera deserta ove poteva benissimo stare nuda in attesa di un eventuale passaggio. Ad un certo punto sono arrivati 5 ragazzi (18-22 anni) un po’ habitués del posto data la presenza spesso di straniere nude; Anna – questa volta non aveva intenzione di camuffare il suo esibizionismo – si alza in piedi per accendersi una sigaretta e si ridistende sul materassino a gambe ben aperte; naturalmente i ragazzi si bloccano e, facendo finta di nulla, gironzolano attorno; poi si assicurano che non vi sarà reazione e si avvicinano a noi e guardano. Le labbra erano proprio enormi, quasi doppie del normale. Dopo 5 bei minuti Anna dice loro di non muoversi e di non toccarla e di limitarsi a guardarla perché così desiderava. Comincia a toccarsi prima con una mano poi con tutte e due e si fa una masturbazione di almeno un quarto d’ora e gode quando i ragazzi sono in piedi a toccarsi e a godere tutti insieme. Però non ha toccato alcuno né viceversa; questo può essere un difetto ma ognuno è fatto a modo suo.

    Quanto a me, eroticamente, va tutto bene e forse la preferenza è di fare l’amore con una donna e un uomo; non sono omosessuale, ma la presenza di un uomo non mi dispiace. Pensandoci bene ciò che preferisco è l’inizio – cioè il prima – di un amore di gruppo quando si comincia a toccare una camicetta od alzare una gonna o baciare un capezzolo. A proposito complimenti per il superbo seno di Anna ed Anna lo ha molto apprezzato.

    Unisco qualche altra foto e mi auguro di non avervi troppo annoiato. Ripeto che sono tutto tranne un grafomane. Scriveteci che ci farete piacere. Perché non darci il numero di telefono così che, se mai a Milano in Inverno, anche se isolati potremmo vederci una sera e conoscerei meglio. ��Caramente� �Cam.

    Carissimi approvo tutto il “romanzo” di Camillo. Spero di vedervi ad un certo punto e vedere di persona i capezzoli di Anna che – scusatemi la franchezza – saprei molto bene dove mettere e con che cosa accarezzare.

    Non lo immaginate?

    A presto

    Anna

    ————————

    Telefonata tra Anna e Ninì Fiumanò

    Anna: ��Ninì mi devi fare un grosso favore, nel pomeriggio io e Massimo dobbiamo andare a casa per incontrarci con Camillo e discutere con lui di certi nostri affari e io vorrei che tu ci accompagnassi, perché quando mi ha chiamata ieri sera mi è parso molto arrabbiato, ci ha minacciati di morte e io ho una gran paura. Non l’ho mai sentito così fuori dai gangheri!

    Ninì: ��Mi sembra che esageri, se vai da lui parlagli con calma e chiarezza, ma soprattutto cerca di non portarti dietro il giovanotto. Non è che non ti voglio fare compagnia, ma ritengo più opportuno che tu vada da sola, le faccende di famiglia vanno risolte in famiglia e non devono essere presenti estranei. Se invece non te la senti e sei troppo agitata, come mi pare di capire dalla tua voce, vieni prima da me e poi vedremo cosa fare. Due teste ragionano meglio di una, dopo magari potremmo chiamare insieme Camillo e gettare le basi per una vostra efficace e definitiva riconciliazione. Io devo tornare a Napoli, ma se tu mi assicuri di venire qui a casa mia posso rimandare la partenza, oppure se ti va mi potresti accompagnare e parlare con me durante il viaggio in treno.

    Anna: ��Ninì tu non capisci perché non sai, la faccenda è molto più complicata di quanto tu non possa immaginare, ti dirò, ti dirò in seguito e allora capirai perché devo andare subito e perché mi devo portare appresso il ragazzo. Io non sono innamorata di lui e non intendo scappare con lui, come pensa mio marito e come pensi tu, lui mi serve, mi serve per far ragionare Camillo. Allora se non vieni tu mi devi prestare la tua pistola.

    Ninì: ��A me pare che se c’è una che non ragiona quella sei tu. Lo vuoi capire che il giovane, innamorato o non innamorato, farebbe stranire tuo marito più di quanto non lo sia adesso? Quindi tieni bene a mente ciò che ti dico, io ti consiglio di venire subito a casa mia e di calmarti prima di qualsiasi confronto, potresti parlarne con Mariateresa. Ma se proprio vuoi andarci vai, ma vai da sola, poi fammi sapere, magari tu e tuo marito, dopo aver discusso fra voi, mi potreste telefonare e allora interverrò. Vedrai che tutto si risolverà per il meglio. Per quanto riguarda la pistola scordatela, la mia è una pistola d’ordinanza e non un giocattolo per spaventare la gente.

    Anna: ��Non c’è niente da fare, tu non sai, tu non capisci e io ora non ho tempo per spiegarti, vado troppo di corsa. Chi mi dice una cosa, chi un’altra. In questo momento non ci capisco più niente, ci penserò. Ci sentiremo più tardi.

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  • Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi (video integrale)

    Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi (video integrale)

    Biella, 18 gennaio 2020 – Associazione Culturale White Rabbit Event

    Più di 40 persone sono presenti all’evento. Il relatore è Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Gli argomenti trattati rispondono a una serie di domande:

    Come l’Italia affronta il tema della pedofilia clericale? Si può parlare di “connivenza” tra Chiesa cattolica e Stato? Perché siamo arrivati all’intervento dell’Onu all’inizio del 2019?

    L’approfondimento di Francesco Zanardi lascia stupito il pubblico che non aveva idea della complessità dell’argomento. L’Onu si complimenta con l’Italia per aver creato l’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia. Ma come è stato costituito questo Osservatorio? Di cosa si occupa? Perché Rete l’ABUSO è stata esclusa?

    Perché la prima denuncia di un abuso viene fatta all’interno della chiesa? Le vittime sono cattoliche… perché non dovrebbero fidarsi? Ciascuno si fida dell’organizzazione alla quale appartiene. Ma come avviene poi il processo canonico? Perché è un danno per la vittima?

    Dove scontano la pena i sacerdoti condannati dai tribunali civili? Perché la maggior parte non va in carcere? Si nomina il libro “Giustizia Divina” di Emanuela Provera e Federico Tulli, edizioni ChiareLettere che ha analizzato ampiamente questo aspetto.

    Si illustra il Report dell’Onu del febbraio 2019, punto per punto, e le domande del pubblico sorgono spontanee e numerose.

    Perché in Italia non c’è stata una commissione d’inchiesta come in diversi altri Paesi? È poi drammaticamente illustrata la proiezione dei dati che quantificano il fenomeno.

    Al termine dell’incontro, durante il buffet, si prosegue in un clima più colloquiale e l’interesse è davvero alto: per più di un’ora, oltre il termine dell’evento, nessuno lascia la sala.

    Lo staff di Rete L’ABUSO