Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Città del Vaticano

  • È morto il Papa emerito Benedetto XVI

    È morto il Papa emerito Benedetto XVI

    E’ morto Benedetto XVI.

    “Con dolore informo che il Papa Emerito, Benedetto XVI, è deceduto oggi alle ore 9:34, nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano”.

    Lo dichiara il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni. “Non appena possibile seguiranno ulteriori informazioni”, aggiunge.

    Dalla mattina di lunedì 2 gennaio 2023, il corpo del Papa Emerito Benedetto XVI sarà nella Basilica di San Pietro in Vaticano per il saluto dei fedeli. Lo riferisce la Sala stampa vaticana.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2022/12/31/e-morto-il-papa-emerito-benedetto-xvi-_cc0ed54f-a89b-4e41-8c62-897e8fe08f27.html

  • “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    Federica Tourn per “Domani” – «La prima volta mi ha baciato sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucaristia, perché con me poteva vivere il sesso come espressione dell’amore di Dio».

    Inizia così della violenza sessuale, psicologica e spirituale che Anna (nome di fantasia), oggi 58 anni, ex religiosa italiana della Comunità Loyola, ha subito per nove anni da parte di Marko Rupnik. Il padre gesuita, teologo e artista noto in tutto il mondo, è oggi al centro di uno scandalo per l’accusa di abusi nei confronti di alcune suore, come Domani ha raccontato nei giorni scorsi.

    Anna, arrivata a sfiorare il suicidio per le sofferenze causate dal delirio di onnipotenza e dall’ossessione sessuale del gesuita, ha denunciato più volte il suo abusatore nel corso degli anni. Ma la Chiesa ha sempre coperto tutto.

    Quando ha conosciuto Marko Rupnik?

    Nel 1985, avevo 21 anni e frequentavo la facoltà di Medicina. Pensavo di partire missionaria dopo la laurea e sentivo il bisogno di una crescita nella fede. Ero anche appassionata di arte e una suora che conoscevo mi presentò questo pittore gesuita che aveva un piccolo atelier in piazza del Gesù a Roma. Rupnik aveva dieci anni più di me ed era al primo anno di sacerdozio; con lui mi sentivo a mio agio ed è diventato subito la mia guida spirituale.

    Che tipo di persona era?

    Già negli anni ’80 per i giovani gesuiti sloveni era una star. Aveva un forte carisma personale nello spiegare il Vangelo e una spiccata sensibilità nell’individuare i punti deboli delle persone. Così ha immediatamente capito le mie fragilità, le insicurezze e le paure che avevo.

    Come è iniziato il vostro rapporto?

    Ho cominciato a frequentare il suo atelier perché ero affascinata dalla pittura e in particolare dai colori di Chagall. Mi sentivo importante per lui: mi piacevano i suoi quadri e molto spesso parlavamo mentre dipingeva. Poi cominciò a sottolineare ogni contatto tra noi, dicendomi che ogni gesto aveva un significato preciso: anche una semplice stretta di mano o una carezza sul braccio diventavano un’occasione per sottolineare la mia femminilità.

    Non potevo certo immaginare che quella fosse già una strategia per arrivare ad avere ben altro tipo di rapporti fisici con me, come non potevo capire che quell’abbraccio dopo ogni confessione era un invito ad andare oltre. Allo stesso modo non potevo immaginare che allora, quando mi spiegava che i corpi disegnati sulle tavole del Kamasutra erano una forma d’arte, era già un assiduo frequentatore di cinema porno.

    Non trovava niente di anomalo nel suo modo di fare?

    A volte mi sembrava strano, ma me lo spiegavo con il suo essere artista. Voleva che gli facessi da modella e una volta mi ha chiesto di posare per un suo quadro perché doveva disegnare la clavicola di Gesù e non cercava delle ragazze “del mondo”, che esprimevano a suo dire solo sessualità, ma una persona in ricerca come me.

    Non è stato difficile accettare e sbottonare qualche bottone della camicetta. Per me, che ero ingenua e inesperta, significava soltanto aiutare un amico. In quell’occasione mi ha baciata lievemente sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucarestia.

    Ero frastornata: da una parte sarei voluta scappare, dall’altra padre Marko mi incoraggiava dicendomi che potevo vivere quella realtà perché ero speciale ed era un dono che il Signore faceva solo a noi; che solo con me poteva vivere, anche nel fisico, l’appartenenza a Dio senza possesso, nella libertà, a immagine dell’amore trinitario.

    E lei gli ha creduto?

    Bisogna capire come funziona il discernimento ignaziano (da sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ordine a cui appartiene papa Francesco, ndr): sei chiamato a una totale disponibilità e apertura ed è il tuo padre spirituale a guidarti nella comprensione di cosa è bene e cosa è male.

    Se chi ti guida dice che Dio lo vuole e tu non obbedisci, ti metti contro Dio. È proprio lì che si può insinuare la manipolazione, come è successo con padre Rupnik. Io avevo paura di sbagliare, paura di perdere la sua approvazione, mi sentivo fortemente dipendente dal suo giudizio.

    Se non facevo come voleva lui, subito diceva che il mio cammino spirituale si arenava e mi presentava come “sbagliata” agli altri ragazzi e ragazze del gruppo che nel frattempo si andava formando intorno a lui. Soltanto padre Marko decideva chi andava bene e valeva la pena di supportare; chi invece era nell’errore veniva umiliato e messo in disparte.

    Quando ha deciso di affidarsi totalmente alla guida spirituale di Rupnik?

    Nell’estate del 1986, prima che lui partisse per un viaggio, ci siamo visti nel suo atelier. Abbiamo celebrato insieme l’eucarestia e poi lui si aspettava che mi spogliassi e mi lasciassi toccare come sempre. Quella volta però mi sono rifiutata e lui mi ha aggredita con parole molto dure e cattive, dicendo che non valevo niente, che non avrei mai fatto niente di buono; ha aggiunto che per lui ormai contavano solo altre due donne, di cui mi ha fatto il nome, e che voleva chiudere ogni rapporto con me.

    Io ero disperata perché ormai dipendevo totalmente dalla sua approvazione. Non era amore, solo paura di sbagliare. Da quella volta ho deciso di mettere da parte i miei dubbi e di affidarmi totalmente a lui.

    Ho creduto che quello che vivevamo insieme avrebbe fatto di me una persona migliore davanti a Dio; invece è stato solo l’inizio dello stravolgimento della mia identità e della perdita di me stessa.

    Si è trattato quindi di un plagio?

    È stato un vero e proprio abuso di coscienza. La sua ossessione sessuale non era estemporanea ma profondamente connessa alla sua concezione dell’arte e al suo pensiero teologico. Padre Marko all’inizio si è lentamente e dolcemente infiltrato nel mio mondo psicologico e spirituale facendo leva sulle mie incertezze e fragilità e usando al contempo il mio rapporto con Dio per spingermi a fare esperienze sessuali con lui.

    Così, il sentirmi amata come la Sapienza che gioca davanti a Dio, come è scritto nel libro dei Proverbi, si è trasformato nella richiesta di giochi erotici sempre più spinti nel suo atelier al Collegio del Gesù a Roma, mentre dipingeva o dopo la celebrazione dell’eucaristia o dopo la confessione.

    Come è entrata nella Comunità Loyola?

    Sono stata fra le prime sorelle della Comunità Loyola di Mengeš, una località a quindici chilometri da Lubiana, e ne ho fatto parte dall’1 ottobre del 1987 al 31 marzo 1994. In un periodo così delicato e fragile come è quello in cui si sceglie quale strada prendere nella vita, padre Marko ha preteso da me una disponibilità e un’obbedienza assolute, caratteristiche che erano anche un tratto distintivo del carisma della Comunità, di cui lui era il garante davanti alla Chiesa su incarico dell’allora arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar.

    Padre Marko mi ha chiesto quindi di lasciare medicina e di partire per la Slovenia con la superiora, Ivanka Hosta, e altre sei sorelle. Isolata dalla mia famiglia e dai miei amici, è stato facile per Marko manipolarmi a suo piacimento.

    Che cosa è successo in Comunità?

    Il primo gennaio 1988 ho professato nella cappella di Mengeš i primi voti religiosi davanti a monsignor Šuštar, voti che ho poi ripetuto nel 1991 nelle mani dello stesso arcivescovo. Gli abusi di padre Marko sono continuati e avvenivano in auto quando lo accompagnavo durante i suoi viaggi.

    È diventato più aggressivo: mi ricordo una masturbazione molto violenta che non sono riuscita a fermare e durante la quale ho perso la verginità, episodio che ha dato inizio a pressanti richieste di rapporti orali. La dinamica era sempre la stessa: se avevo dubbi o mi rifiutavo, Rupnik mi screditava davanti alla Comunità dicendo che non stavo crescendo spiritualmente.

    Non aveva freni, usava ogni mezzo per raggiungere il suo obiettivo, anche confidenze sentite in confessione. Lì è cominciato il mio crollo psichico.

    Le violenze sono avvenute soltanto in Slovenia?

    No, anche nella sua stanza del Centro Aletti a Roma. Qui padre Marko mi ha chiesto di avere rapporti a tre con un’altra sorella della Comunità, perché la sessualità doveva essere secondo lui libera dal possesso, ad immagine della Trinità dove, diceva, «il terzo raccoglieva il rapporto tra i due».

    In quei contesti mi chiedeva di vivere la mia femminilità in modo aggressivo e dominante e dato che non ci riuscivo mi umiliava profondamente con frasi che non posso ripetere. L’ultimo gradino di questa discesa all’inferno è stato il passare dalle giustificazioni teologiche del sesso ad un rapporto esclusivamente pornografico.

    Nel 1992, mentre frequentavo il quarto anno di filosofia alla Gregoriana, mi ha anche portato due volte a vedere dei film porno a Roma, in via Tuscolana e nei pressi della stazione Termini. Ormai stavo malissimo.

    Rupnik abusava soltanto di lei o anche di altre donne?

    In quel periodo padre Marko aveva cominciato apertamente a plagiare altre sorelle della Comunità, con le solite strategie psico-spirituali che già aveva usato con me, con l’obiettivo di fare sesso con quante più donne possibile.

    All’inizio degli anni ’90 eravamo 41 sorelle e padre Rupnik, da quel che so, è riuscito ad abusare di quasi venti. A volte a caro prezzo: una di loro, nel tentativo di opporsi, è caduta e si è rotta un braccio. Lui era sfacciato e parlava apertamente delle sue tattiche per ammorbidire quelle che gli resistevano. Ho provato a fermarlo ma era inarrestabile nel suo delirio. L’ho anche minacciato di denuncia ma mi ha risposto: «Chi vuoi che ti creda? È la tua parola contro la mia: se parli, ti faccio passare per matta».

    Lei che cosa ha fatto?

    A quel punto volevo soltanto che tutto finisse. Sono scappata dalla Comunità per lasciarmi morire nei boschi: speravo che quel gesto estremo avrebbe ricondotto padre Marko alla ragione.

    Per fortuna, invece, è sopravvissuta. Lui come ha reagito?

    L’ho affrontato accusandolo di falsità ma la sua unica reazione è stata il silenzio. Volevo anche parlare con la mia superiora Ivanka Hosta di quel che era successo ma in quel momento non ne ho avuto la forza e ho cercato invece di concentrarmi sulla tesi in filosofia, che ho discusso a giugno del 1993.

    Nel frattempo, però, un’altra sorella si è rivolta a Hosta per raccontarle del devastante rapporto che padre Rupnik intratteneva sia con lei che con me.

    Che cosa è successo a quel punto?

    Padre Marko è stato provvisoriamente allontanato dalla Comunità per il periodo estivo. Ho chiesto allora di poter incontrare il consigliere spirituale di padre Rupnik, padre Tomáš Špidlík (poi creato cardinale diacono nel 2003 da papa Wojtyla, ndr), con la speranza di poter finalmente riuscire a dire a qualcuno quello che era successo in tutti quegli anni.

    L’ho raggiunto al santuario vicino a Livorno dove risiedeva durante l’estate e gli ho chiesto di confessarmi. Ho cominciato quindi a parlargli degli abusi e lui mi ha bloccata dicendo che quelle erano cose mie e che non voleva ascoltarmi.

    Ero sconvolta, per un sacerdote rifiutare una confessione è un peccato grave. Non solo: mi ha consigliato di scrivere una lettera di dimissioni, lettera che ha poi scritto lui stesso e che conservo ancora, nella quale specificava che non c’erano motivi precisi per la mia richiesta di dispensa dai voti, soltanto una generica tensione che non ero più in grado di reggere.

    A quel punto ho capito che era d’accordo con padre Rupnik e che non voleva essere coinvolto nello scandalo insieme al centro Aletti, di cui era ideatore e primo referente.

    È stata aiutata da qualcuno in quel frangente?

    Nessuno mi ha aiutata: né la superiora Ivanka Hosta, a cui alla fine mi ero rivolta, né le altre sorelle della Comunità. Nemmeno i gesuiti superiori di Rupnik e l’arcivescovo Šuštar. Padre Marko era protetto da tutti e io non ero altro che il capro espiatorio di una situazione imbarazzante, l’anello debole della catena che si poteva sacrificare per un bene superiore.

    Nel settembre del 1993 sono quindi rientrata a Mengeš con Ivanka come consigliera provvisoria, in attesa delle elezioni interne, previste per la Pasqua dell’anno successivo. Il clima di ostilità nei miei confronti era palpabile ma ricordo che una sorella, di cui ancora non sapevo nulla, è venuta in lacrime a confidarmi che padre Marko aveva abusato anche di lei.

    Nessuna però osava parlare apertamente e vivevamo in un clima di omertà. Prima di Pasqua fu organizzato un incontro fra padre Marko, Ivanka Hosta e l’arcivescovo per affrontare finalmente la questione: avrei dovuto partecipare anche io ma all’ultimo momento la superiora me lo impedì. Io scrissi una lettera di denuncia che lei avrebbe dovuto consegnare all’arcivescovo ma non so neppure se monsignor Šuštar l’abbia mai ricevuta. Hosta comunque non disse nulla contro Rupnik, l’altra sorella abusata rifiutò di scrivere una testimonianza e tutto finì in un nulla di fatto. Quel che è certo è che proprio in quel periodo le costituzioni della Comunità erano in Vaticano pronte per l’approvazione.

    Rupnik non è stato sanzionato in nessun modo?

    È stato allontanato dalla Comunità ed è tornato a Roma e da allora ha continuato tranquillamente la sua carriera.

    E lei?

    Ivanka mi aveva destinata a lavorare in cucina a Mengeš per il resto della mia vita, senza nessuna prospettiva di cambiamento. Ho obbedito, anche se in cuor mio pensavo che sarei morta.

    Poco tempo dopo, alla vigilia delle elezioni interne, durante la condivisione comunitaria ho provato ancora a denunciare il malessere profondo che era alla base delle nostre relazioni ma la superiora mi ha estromessa dalle votazioni dicendo che ero pericolosa perché sotto l’influenza del diavolo. Il giorno seguente ho lasciato definitivamente la Comunità.

    Dopo che cosa è accaduto?

    Anni dopo Ivanka mi ha scritto chiedendo perdono a me e alla mia famiglia, a cui era stato detto che ero schizofrenica. Dopo le dimissioni ho sofferto a lungo di depressione e anche in seguito non sono riuscita ad avere una relazione affettiva e a costruirmi una famiglia.

    L’abuso che ho subito ha sconvolto profondamente la mia psiche e lasciato segni indelebili nello spirito e nel corpo, che mi hanno impedito di fare scelte significative.

    Arriviamo ad oggi. Da quando il caso è uscito sui giornali, i gesuiti si sono espressi in modo reticente e contraddittorio. In particolare il delegato della Compagnia di Gesù a Roma padre Johan Verschueren ha detto che Rupnik non è accusato di abusi sessuali ma di “comportamenti trasgressivi” durante la confessione. È possibile che i gesuiti non sapessero delle accuse?

    No, non è possibile. La Chiesa e l’ordine dei gesuiti erano a conoscenza dei fatti sin dal 1994, quando ho portato personalmente la mia richiesta di dispensa dei voti all’arcivescovo di Lubiana, nella quale denunciavo gli abusi da parte di padre Rupnik.

    L’arcivescovo in quell’occasione mi disse soltanto che la Compagnia di Gesù lo aveva sanzionato severamente, cosa poco credibile visto che in quegli anni nasceva e si consolidava l’operato del Centro Aletti. Non solo: anche un’altra sorella, uscita dalla Comunità Loyola nel 1996, non direttamente coinvolta nella relazione con padre Marko ma informata dei fatti, parlò nel 1998 con padre Francisco J. Egaña, all’epoca delegato per le case internazionali della Compagnia di Gesù a Roma, che la ascoltò ma non fece nulla.

    Il preposito, cioè il capo della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, ha confermato che Rupnik è stato scomunicato, in seguito a una denuncia del 2019, per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Che effetto le fa questa ammissione?

    Mi addolora profondamente, perché conferma la convinzione che ho sempre avuto, e cioè che padre Marko ha continuato ad abusare delle donne che ha incontrato durante tutto questo tempo. Andava fermato trent’anni fa. Sono sconcertata per il fatto che Rupnik ancora non avverta la responsabilità delle conseguenze che le sue azioni hanno avuto sulla mia vita e su quella di tante altre consorelle che potrebbero parlare.

    Nonostante questo, il Dicastero per la Dottrina della fede ha chiuso ad ottobre 2022 un’indagine ecclesiastica su Rupnik perché ha ritenuto che i fatti erano da considerarsi prescritti. Lei è stata ascoltata in questa occasione?

    Sì, ho testimoniato il 10 dicembre 2021 e ho raccontato tutto quello che ho subìto nei minimi dettagli.

    Dopo la sua testimonianza al Dicastero, che cosa è successo?

    Dato che per mesi non ho più saputo nulla dell’esito dell’indagine ecclesiastica, lo scorso giugno ho scritto una lettera aperta in cui ho ripetuto la mia denuncia contro padre Rupnik, indirizzata al generale dei gesuiti padre Sosa. In copia c’erano, tra gli altri, il cardinale Luis Ladaria, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis, padre Johan Verschueren, padre Hans Zollner, la direttrice del Centro Aletti Maria Campatelli e altri membri della Compagnia di Gesù e del Centro Aletti. Non ho avuto risposta da nessuno di loro.

    Pensa di chiedere un risarcimento in sede civile per i danni morali e materiali?

    Sto valutando con il mio avvocato questa possibilità.

  • Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Federica Tourn, Editoriale DOMANI – È una limpida mattina romana di metà febbraio quando monsignor John Anthony Abruzzese, originario di Boston e canonico della Basilica papale di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, viene convocato nell’ufficio del Commissario straordinario della Basilica, monsignor Rolandas Makrickas. Ad attenderlo trova l’arciprete della Basilica, il cardinale Stanisław Ryłko, e il suo vicario, l’arcivescovo Piero Marini, che gli consegnano una lettera da parte del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede Edgar Peña Parra. Le notizie non sono buone: Abruzzese è appena stato licenziato sui due piedi e deve tornarsene a casa, in Massachusetts. Il motivo non viene esplicitato, ma la lettera lascia intendere che la causa sia da ricercare nel fatto che Abruzzese, all’interno della basilica vaticana, divide l’alloggio con un ragazzo appena maggiorenne. Questo ragazzo, chiamiamolo Roberto, non è però un ventenne qualunque ma ha alle spalle una storia agghiacciante di pedofilia: è stato infatti abusato per nove anni da un prete e soltanto da poco si è deciso a denunciare.

    Comincia così una vicenda che, come una matrioska, ne contiene un’altra e dal Vaticano arriva fino a Francofonte, in provincia di Siracusa. Un’ordinaria storia di brutalità ecclesiastica, in cui eminenti personalità ecclesiastiche si premurano di allontare un sacerdote perché ospita un ragazzo, soltanto quando questi si decide a rivelare al suo vescovo la violenza subìta. Senza preoccuparsi quindi della vittima né di fermare i suoi potenziali abusatori, ma facendo attenzione a non venire coinvolte in scandali di pedofilia: in Vaticano, poi, dove dopo quarant’anni ancora brucia il mistero di Emanuela Orlandi.

    Ma andiamo con ordine. La lettera di licenziamento che monsignor Abruzzese riceve nell’ufficio del Commissario risale al 7 febbraio scorso ed è firmata personalmente da monsignor Peña Parra, il vescovo venezuelano che nel 2018 ha rimpiazzato il cardinale Giovanni Angelo Becciu nella carica di Sostituto alla Segreteria di Stato. Il provvedimento è preso in forza dell’articolo 11 dello Statuto di Santa Maria Maggiore, che prescrive dopo tre ammonizioni scritte l’allontanamento dalla Basilica del canonico «che conduca uno stile di vita che non corrisponde alla dignità e alla disciplina del capitolo». Dopo i ripetuti e disattesi richiami dell’arciprete della Basilica «anche in presenza di testimoni», si legge nella lettera, il sostituto si vede costretto a destituire Abruzzese e contestualmente gli ricorda che «non potrà più godere del titolo e dei benefici annessi al canonicato». Abruzzese è quindi invitato a fare prontamente ritorno alla sua diocesi di appartenenza, cioè a Boston. Per assicurarsi che sia ben chiaro, Peña Parra aggiunge che l’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick ‘O Malley, è già stato avvertito.

    Abruzzese non ci sta e il 21 febbraio si appella al papa contro questa decisione, da cui si definisce «gravemente offeso e ingiustamente giudicato e permanentemente penalizzato». In questo ricorso inviato al pontefice ricostruisce le tappe della vicenda e contesta il fatto che gli siano stati rivolti i menzionati «ripetuti e disattesi richiami». «Questo è di fatto falso e manca di documentazione», scrive Abruzzese al papa, e aggiunge che nella lettera di monsignor Peña Parra non viene specificato il motivo della «terribile decisione». L’unico richiamo che Abruzzese dichiara («sotto giuramento») di aver ricevuto risale ad alcuni mesi prima quando, in presenza dell’arciprete della Basilica e dell’arcivescovo Marini, gli è stato chiesto di congedare Roberto, «ma senza ammonimento canonico». Richiesta a cui Abruzzese sostiene di aver ottemperato già dall’11 gennaio. Quindi, protesta il sacerdote americano, sulla questione del ragazzo si sarebbe tenuto soltanto un incontro nell’ufficio del cardinale Ryłko e non gli sarebbero invece mai pervenute le tre ammonizioni canoniche prescritte dallo Statuto; allo stesso modo, non avrebbe ricevuto nessuna documentazione sulle accuse che hanno portato al suo licenziamento. Inoltre, la lettera di Peña Parra del 7 febbraio non solo non precisa quando e come gli sono stati dati questi avvertimenti, ma non indica nemmeno in che modo lui, Abruzzese, possa esercitare il diritto all’autodifesa. «Questo atto penale vìola anche il mio diritto al buon nome», protesta il sacerdote, chiedendo al papa che cancelli la pena che gli è stata inflitta.

    Nemmeno Abruzzese, che oggi ha 74 anni, è un sacerdote qualunque: da bambino infatti è stato chierichetto di “Johnny l’Allegro”, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe, da cui è stato tratto il film Spotlight. Il cardinale  Bernard Francis Law, all’epoca arcivescovo di Boston, aveva sempre taciuto, limitandosi a spostare di parrocchia in parrocchia lo scomodo padre John e altri preti pedofili. Ed ecco un altro pezzo della matrioska: per una curiosa coincidenza, lo stesso cardinale Law, ben lungi dall’essere ripudiato dalla Chiesa, nel 2004 è nominato arciprete di Santa Maria Maggiore (che, in quanto territorio vaticano, gode di extraterritorialità e lo protegge anche da scomodi procedimenti giudiziari), dove viene poi sepolto alla sua morte nel 2017. La stessa Basilica dove, qualche anno dopo, convivono l’ex chierichetto di Boston Abruzzese e Roberto – guarda caso, un’altra vittima di pedofilia.

    Che sia questa convivenza il motivo dell’allontanamento dalla Basilica, Abruzzese lo dà per scontato e, nel suo accorato appello al papa, precisa che Roberto gli è stato raccomandato come possibile assistente, «24 ore su 24, 7 giorni su 7», da monsignor Vittorio Formenti, canonico adiutore della Basilica. Formenti, per anni a capo dell’ufficio statistica della Santa Sede e officiale emerito della Segreteria di Stato nella Città del Vaticano, è già noto alle cronache: il suo nome è emerso nell’ambito delle indagini della magistratura su Alessandro Raineri, un faccendiere bresciano, arrestato nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione degli appalti lombardi per Expo 2015, in cui erano coinvolte anche le ‘ndrine calabresi. Raineri vantava fra l’altro anche conoscenze all’interno dello Stato Pontificio dove, secondo le carte, poteva contare sull’amicizia proprio dell’influente direttore dell’ufficio centrale di Statistica d’oltretevere.

    È proprio Formenti a fare da tramite fra il ragazzo siciliano e i canonici di Santa Maria Maggiore: in un primo momento gli propone di fare il badante di monsignor Emilio Silvestrini, 87 anni, ex segretario della Pontificia Accademia per la vita e anche lui canonico della  Basilica, ma l’anziano sacerdote è malato di Alzheimer e il ragazzo dopo sei giorni rinuncia all’incarico. A quel punto, monsignor Formenti chiede ad Abruzzese di dare ospitalità al ragazzo. Abruzzese accetta di accoglierlo, con «un atto di concreta carità», sottolinea, pensando che può essergli d’aiuto con le pulizie dell’appartamento. E aggiunge, con una frecciata: «poiché altri laici furono ospitati nella Basilica con canonici, non ci pensai». Non ha pensato, cioè, che ci potesse esserci qualcosa di male nell’ospitare un ragazzo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

    Due giorni dopo l’invio del ricorso al papa, parte un’altra lettera, questa volta indirizzata oltreoceano  al cardinale ‘O Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Il mittente è monsignor Valentino Miserachs Grau, decano di Santa Maria Maggiore, che si premura di scrivere a nome suo e di altri canonici una nota in cui manifesta «sentimenti di sincera stima e affetto» nei confronti del confratello. «Monsignor John, sacerdote buono e generoso – si legge nella lettera – sta vivendo momenti particolarmente difficoltosi a causa di scelte volte ad aiutare spiritualmente ed economicamente persone in difficoltà, scelte che possono provocare qualche fraintendimento in chi non lo conosce».

    Nessun dubbio sui fraintendimenti a cui fa riferimento il decano, considerata la situazione di convivenza non supportata da particolari esigenze di assistenza al sacerdote americano, e aggravata dalla storia di abusi del ragazzo.

    Il 30 marzo Peña Parra manda un’altra riservata personale ad Abruzzese, in cui lo informa che il papa il 14 marzo ha rigettato il suo ricorso e ha confermato la decisione di rispedire il sacerdote alla diocesi di appartenenza. Il Sostituto lo sollecita quindi a conformarsi alla decisione del pontefice senza ulteriori indugi. Cosa che evidentemente il reverendo non fa, se il 26 aprile il vice commissario della Gendarmeria dei servizi di sicurezza del Governatorato della Città del Vaticano gli notifica un provvedimento di «divieto di accesso su tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano, disposto nei suoi confronti dalle Superiori autorità della Santa Sede» con lettera del giorno precedente. La polizia vaticana, quindi, va a prelevare fin dentro la Basilica il monsignore per espellerlo, non solo dalla chiesa, ma addirittura dallo Stato vaticano.

    Qui si perdono le tracce del monsignore: forse è effettivamente tornato negli Stati Uniti, come intimatogli dal papa. Il ragazzo invece, pietra dello scandalo, è stato abbandonato con noncuranza dalla Chiesa al suo destino di vittima.

    Una storia particolarmente tragica la sua, perché segnata da abusi ripetuti, iniziati quando era ancora molto piccolo. Roberto è infatti un bambino di appena nove anni quando suo padre muore per una grave malattia; la madre se ne è andata di casa un anno prima e ha lasciato Francofonte, dove abitano, per il nord. Alla morte del padre, Roberto e il fratello minore restano da soli con la nonna, seguiti dai servizi sociali. Don Giuseppe (nome di fantasia) è cappellano militare e, anche se non fa parte della diocesi perché è un prete dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, una sede della Chiesa bizantina cattolica in Italia soggetta alla Santa Sede, di fatto vive anche lui a Francofonte, suo paese natale. Roberto fa il chierichetto nella Chiesa madre del paese, dove ogni tanto tiene messa il cappellano. Don Giuseppe, adocchiato il ragazzino vulnerabile, ne conquista presto la fiducia e lo invita a casa sua. Qui, dopo avergli promesso che si occuperà di lui e gli darà i soldi di cui ha bisogno, prima costringe Roberto ad avere un rapporto orale e poi lo congeda con 25 euro. Pochi giorni dopo il prete porta il bambino nella sua casa di campagna, dove ha una grande piscina, ed è proprio lì che lo stupra per la prima volta.

    Le violenze vanno avanti per nove anni, fino alla maggiore età di Roberto. Abusi, manipolazione, stalking: il ragazzo dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisico e mentale che lo ha più volte portato in ospedale in preda a crisi di ansia o in seguito a tentativi di suicidio. Il 22 marzo 2021 Roberto finalmente si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile, ma ad oggi non si sa nulla nè dell’indagine previa, avviata da monsignor Lomanto, nè dell’inchiesta della squadra mobile della questura di Siracusa. Roberto, esasperato, dopo la denuncia chiede più volte al vescovo di intervenire nei confronti di questo sacerdote, che continua a dire messa e a frequentare le attività parrocchiali anche con i bambini, ma senza risultato. Soltanto lo scorso 16 novembre, quando Roberto decide di parlare con la stampa, monsignor Lomanto comunica in una nota ufficiale che don Giuseppe, «residente nella diocesi di Siracusa senza alcun incarico», il 31 ottobre è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero dal vescovo di Piana degli Albanesi, Giorgio Demetrio Gallaro. Intanto, con un notevole tempismo, nella diocesi di Siracusa il 22 novembre viene inaugurato il Servizio per la tutela dei minori. Interpellati da Domani sul caso di Roberto, monsignor Gallaro non ha risposto e il vescovo di Siracusa ha preferito non aggiungere altro.

    La vicenda di Roberto, così come la si apprende dalle sue parole, ha dell’incredibile. Quella prima estate del 2010, il bambino ritorna quasi tutti i giorni nella villa di don Giuseppe, incantato dal lusso e dalle promesse del sacerdote. Si ferma anche a dormire tre o quattro volte a settimana: «mi copriva di regali e trascorrevo le notti in sua compagnia dormendo nello stesso letto con lui», scrive Roberto nella memoria che consegna al vescovo al momento della denuncia. Quando Roberto manifesta il desiderio di farsi prete, don Giuseppe prova senza successo a farlo ammettere nel Preseminario minore di Roma, per poi trovargli nel 2012 un posto dai padri Rogazionisti di Messina, dove il ragazzo comincia a soffrire di crisi d’ansia e attacchi di panico, che lo portano per la prima volta a essere ricoverato in ospedale. Nel 2015 fa con il prete «un lungo tour turistico per le coste siciliane, vivendo praticamente con lui giorno e notte». Il sacerdote gli fa anche scaricare Grinder, una app per incontri gay, e lo usa come esca per contattare altri uomini.

    Nel 2016 il cappellano comincia a frequentare anche un altro ragazzo e di lì a poco Roberto si trasferisce a Milano. Don Giuseppe però lo raggiunge anche qui e gli chiede di fargli conoscere i suoi amici, ovviamente a scopo sessuale. Roberto si sente male e viene ricoverato in psichiatria al San Raffaele di Milano; una volta dimesso torna a Francofonte, dove rientra nell’orbita del prete. Don Giuseppe da un lato lo umilia dicendogli che è «un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente», dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: «il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione», esplicita Roberto.

    Nel 2019 Roberto – sempre grazie a una segnalazione di don Giuseppe – entra nella comunità dei padri domenicani di Messina, dove però viene allontanato quasi subito: il Superiore della congregazione, infatti, viene informato da una telefonata che il ragazzo ha una relazione con un prete della città e quindi è indegno di portare l’abito domenicano. Una menzogna, dice Roberto, anche questa da attribuire a don Giuseppe, che lo «dipinge al peggio con cose che solo lui poteva sapere», come scrive nella memoria al vescovo. Lasciata Messina, Roberto viene ospitato per una settimana dai domenicani di Catania, che si rivolgono proprio a don Giuseppe per vedere se è disposto ad aiutare il ragazzo. Il prete si rifiuta, salvo poi farsi vivo durante il lockdown e chiedere al ragazzo prestazioni sessuali via cellulare in cambio di denaro; un tira e molla che si interrompe soltanto quando Roberto, a marzo 2021, prende la decisione di denunciare nove anni di abuso.

    Ed è qui, nel 2021 che ritroviamo Roberto, raccomandato da Formenti, insieme a monsignor Abruzzese nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Molte domande restano in sospeso: come faceva monsignor Formenti a conoscere Roberto? Se lo conosceva al punto da presentarlo addirittura a due monsignori, è plausibile che non sapesse nulla del suo passato di abusi?

    Nella seconda metà degli anni ’80, Formenti era membro del Consiglio Pastorale Militare Nazionale dell’Ordinariato militare, da cui dipendono i cappellani militari, quindi anche il sacerdote sotto inchiesta. È possibile quindi che sia stato proprio il prete siciliano a raccomandare a Formenti il suo “protetto” per sistemarlo, come aveva fatto in precedenza in occasioni analoghe. È un fatto che il ragazzo diventa presto motivo di imbarazzo, tanto che Abruzzese viene invitato dai suoi superiori a congedarlo. Che cosa è successo? A marzo 2021 Roberto denuncia il suo abusatore e il vescovo, come è suo dovere, ha senz’altro avvertito l’ente vaticano competente in materia di abusi su minori, il Dicastero per la dottrina della fede. A quel punto, l’evidente normalità di una convivenza oltre le mura di San Pietro (sottolineata dallo stesso Abruzzese, che infatti al papa scrive che «non ci ha pensato» perché altri intorno a lui fanno lo stesso) diventa un peccato intollerabile da rimuovere al più presto, prima che scoppi lo scandalo. Il fatto che di mezzo ci sia un ragazzo abusato sin da bambino, che avrebbe  bisogno di supporto, oltre che di verità e giustizia, sembra non preoccupare nessuno.

    Al momento di monsignor Abruzzese non si sa più nulla, il suo nome prontamente cancellato dal capitolo dei canonici della Basilica di Santa Maria Maggiore; né si conosce l’esito del procedimento ecclesiastico sul cappellano militare, oggi in pensione. In Vaticano tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse successo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofilia-nella-chiesa-il-caso-spotlight-continua-a-roma-ventanni-dopo-syshqsjm

  • Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis

    Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis

    Nicola Biondo — Come fossimo al cinema anche qui andrebbe posta una dicitura, “vietato ai deboli di cuore e alle persone facilmente impressionabili”. Perché la finestra che stiamo per aprire va oltre l’immaginazione, è una folle sceneggiatura.

    Il plot è quello della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due adolescenti svanite nel nulla a poche settimane di distanza l’una dall’altra nella tarda primavera del 1983. L’ultima incredibile verità viene fuori da alcuni nastri, parte di una lunga intervista, in cui è incisa la voce di un malavitoso romano di spicco, socio in affari del boss della Banda della Magliana Renato De Pedis che in Vaticano aveva (eufemismo) non pochi appigli.

    Secondo C.U. – le iniziali sono di fantasia, il Riformista conosce la sua vera identità- le due ragazze frequentavano gli appartamenti più riservati del Vaticano dove avrebbero subito molestie e rapporti sessuali con alti prelati. E’ per questo che dovevano scomparire. Ad avere avuto l’incarico sarebbe stato proprio De Pedis.

    “Quando la cosa era diventata una schifezza il Segretario di Stato Casaroli ha deciso di intervenire”, questa è l’esatta trascrizione di uno dei passaggi più importanti di una intervista datata 2009 in cui l’ex-socio di De Pedis rivela il movente della doppia sparizione.

    “Con questa verità non ci fate niente” lascia inciso il malavitoso all’autore dell’intervista Alessandro Ambrosini. E c’è un particolare ancora più agghiacciante, importanti uomini di Stato sapevano tutto, informati dallo stesso sodale del boss.

    “Nando [nome di un’esponente dei Servizi che sarebbe stato a conoscenza di tutti i particolari] a te ti trasferiscono, a me m’ammazzano”, dice raccontando di un incontro avuto con esponenti degli apparati di sicurezza e aggiunge chiosando, “questo è uno strano Paese, la verità non interessa a nessuno”.

    Criminali comuni o terroristi? Se questa fin dall’inizio del mistero è stata la domanda- chi ha rapito Mirella ed Emanuela– la questione vera è sempre stata il movente: perché? Per quale motivo due adolescenti dovevano essere rapite, perché nelle trattative intercorse sono entrati emissari del Vaticano, perché Papa Wojtyla pochi giorni dopo fece un appello per la Orlandi, caso non raro ma unico nella storia del papato?

    E perché mai nel corso di queste “trattative” non è mai stata chiesta una prova dell’esistenza in vita delle ragazze rapite?

    Oggi questi nastri, testimonianza parziale di oltre quattro ore di intervista proveniente dagli interna corporis del vertice della Magliana, svelano il più incredibile dei moventi: le due ragazze sarebbero state fatte scomparire perché testimoni e protagoniste di un sexgate nelle stanze più riservate del Vaticano, in quel momento abitate da Papa Wojtyla che non sarebbe stato – sempre secondo il “magliaro” C.U. – all’oscuro della vicenda.

    Ecco il passaggio preciso del nastro che il Riformista ha potuto ascoltare privo di censure: “Quando la cosa era diventata una schifezza il segretario di Stato [vicario del Papa Agostino Casaroli n.d.r.] ha deciso di intervenire”. “Non direttamente, sempre secondo la testimonianza, ma coinvolgendo “i cappellani del carcere di Regina Coeli”. I nomi  di battesimo di questi prelati sono rivelati in chiaro dall’ex-socio di De Pedis e quindi facilmente identificabili. Il Riformista, in accordo con Ambrosini, ha deciso di coprire particolari della vita privata del Pontefice polacco rivelati dall’ex della Magliana: particolari irriferibili ma sempre legati alla sparizione delle due adolescenti.

    L’intervento, ossia il rapimento delle due adolescenti, sarebbe stato appaltato proprio a De Pedis. Ecco perché il boss ucciso nel 1990 sarebbe stato seppellito in una famosa basilica.

    “De Pedis è sepolto lì per grazia ricevuta”, dice l’ex-socio. Fu una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” a consentire l’apertura della tomba di De Pedis, accanto a cardinali e nobili, alla chiesa di Sant’Apollinare nel cuore di Roma. Sabrina Minardi, amante e sodale del boss, certificò che quella nobile tumulazione  era dovuta al rapimento della Orlandi, un favore fatto al Vaticano su richiesta di un altro potente cardinale, Marcinkus, il deus ex-machina delle “sante finanze” Vaticane, legatissimo al Papa polacco. La Minardi, che C.U. non tiene in grande considerazione, interrogata a lungo si è prodotta in una serie di bugie che declassifica la sua testimonianza a poco più di una mezza calunnia.

    I nastri

    Era il 2008 quando l’ex socio di De Pedis incontra Alessandro Ambrosini rivelando la sua verità sull’intrigo vaticano. Rifiuta di essere ripreso ma la sua voce viene comunque registrata. Ambrosini, una vita spericolata tra il Veneto e la Sicilia, ex-attivista di peso nell’estrema destra e conoscitore dei codici che dai NAR sfociano in Mafia Capitale, diventa cronista di nera e gestisce un blog “Notte criminale” vera bibbia underground per i cultori della materia. Cosa lo ha spinto a tenere inedita per 14 anni questa storia lo spiega al Riformista e in un lungo video pubblicato sul suo sito.

    “Dal 2009 è cambiato molto nella comprensione di questa vicenda. Le ultime acquisizioni confermano il contesto che mi è stato raccontato. Non ultima la testimonianza di una amica della Orlandi che ha rivelato le confidenze ricevute direttamente da lei: era stata molestata all’interno del Vaticano”. Ambrosini sostiene anche di averne parlato con Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela che con la sua instancabile attività non ha mai smesso di cercare la verità: “Mi ha ringraziato”, dice Ambrosini. La scelta di non rivelare il nome dell’autore di queste sconvolgenti rivelazioni ha un motivo molto semplice: tutelare il teste, oggi in libertà, e permettere, se ci saranno, possibili indagini. La caratura del personaggio è senza dubbio di “livello”, certamente attendibile quando parla di De Pedis, attendibile quando parla dei suoi rapporti con apparati dello Stato. Tutto il resto sarà materia di indagine.

    Il contesto

    L’ipotesi che la Orlandi avesse subito molestie all’interno del Vaticano è stata adombrata da più parti, inchieste giornalistiche ma anche da qualche investigatore. Se poi questo fu uno dei tanti motivi che mise sotto ricatto il Vaticano da parte della Magliana ma anche di altri ambienti è troppo presto per dirlo. Di certo è che quelli furono gli anni di piombo della finanza in cui lo IOR vaticano e banchieri di mafia, Sindona e Calvi su tutti, trattavano affari miliardari e contribuivano a scrivere interi capitoli della storia della guerra fredda con i finanziamenti in chiave anti-comunista in Polonia e Sud America. Soldi macchiati di sangue: perché erano della mafia siciliana e della Magliana e chiunque si metteva in testa di svelare la trama affaristica -giornalisti, investigatori, banchieri- diventava un bersaglio da abbattere.

    E’ in questo contesto che avvengono i rapimenti di Orlandi e Gregori sui quali il silenzio del Vaticano si perpetua, da Wojtyla a Papa Francesco. E chissà se il Vaticano di fronte a queste sconvolgenti rivelazioni sceglierà ancora una volta la politica della rimozione e dei silenzi, più volte denunciata da Pietro Orlandi, o si aprirà una pagina nuova di questo infinito rebus di sangue e segreti.

    PRIMO NASTRO

    C.U: De Pedis è sepolto lì per grazia ricevuta, ma no per quello che dice quella pazza della Minardi.
    AMBROSINI: Ma quanti soldi gli ha dato De Pedis per farsi…
    C.U.: Ma lei sa chi era Casaroli lei? Quello veniva al riformatorio e ci portava la sigarette. Era pure… INCOMPRENSIBILE… il papa Wojtyla…
    AMBROSINI: No ma andiamo…
    AUDIO
    C.U.: Chi gli ha salvato le chiappe è Casaroli. Casaroli non è intervenuto direttamente, ha fatto intervenire gli ex cappellani di Regina Coeli che portavano whisky, lettere, tutto quello che serviva, droga, all’interno del carcere. Quando è servito qualcosa a chi si sono rivolti?
    AMBROSINI: Allora, però… facciamo.
    C.U.: Wojtyla… AUDIO CENSURATO… pure insieme se le portava a letto, se le portava, non so dove se le portava, all’interno del Vaticano. Quando è diventata una cosa che ormai era diventata una schifezza, il segretario di Stato ha deciso di intervenire. Ma non dicendo a Wojtyla ‘ora le tolgo da mezzo’. Si è rivolto a chi? Lui essendo esperto del carcere perché faceva il cappellano al riformatorio, si è rivolto ai cappellani del carcere.
    I cappellani del carcere uno era calabrese, un altro un furbacchione. Un certo Luigi, un certo padre Pietro, non hanno fatto altro che chiamare De Pedis e gli hanno detto ‘sta succedendo questo, ci puoi dare una mano?’. Punto. Il resto so tutte cazzate.

    SECONDO NASTRO

    C.U.: Ma le cose vere non si possono pubblicare. ADUIO CENSURATO… Il comandante dello… che era compare subalterno del generale del Sismi. Mi hanno portato a pranzo a Fiuggi, hanno tentato di… ‘dicci come stanno le cose’. Ho detto ‘senti Nando’ – si chiamava Nando – ‘che te dico? Se sapete la verità che ci fate? Non ci fate niente. Quella è morta, come la provi una cosa del genere, ti citano pure i danni.
    AMBROSINI: Quello sicuramente…
    C.U.: Io quando parlai con Nando a Fiuggi dissi ‘Nando non hai capito. A te ti trasferiscono, a me m’ammazzano, lascia perdere’. Purtroppo l’Italia è un paese strano.

    Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis

  • Il primo rapporto della CEI sugli abusi nella Chiesa dice molto poco

    Il primo rapporto della CEI sugli abusi nella Chiesa dice molto poco

    Giovedì a Roma è stato presentato il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana, un documento annunciato lo scorso maggio dal presidente della CEI Matteo Zuppi che avrebbe dovuto essere, o almeno così si era capito allora, la prima parte di una indagine indipendente commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali e la pedofilia commessi al proprio interno, finora mai realizzata. In realtà il rapporto considera solo alcuni casi segnalati alla Chiesa stessa avvenuti fra 2020 e 2021, e perciò offre un quadro assai limitato e parziale.

    Nella Chiesa italiana ci sono sempre state enormi resistenze nei confronti di questa inchiesta. La prima parte del rapporto era pertanto molto attesa anche perché, negli ultimi anni, diverse Chiese nel mondo hanno realizzato queste indagini in modo approfondito e dettagliato: che avevano portato tra l’altro, come ad esempio in Francia, al riconoscimento ufficiale della responsabilità istituzionale della Chiesa per le violenze sessuali e gli abusi subiti da migliaia di persone negli anni, e al riconoscimento, anche, della «dimensione sistemica» di quelle stesse violenze. L’indagine presentata oggi in Italia è però di tutt’altro tenore. Zuppi non era presente alla conferenza stampa di presentazione.

    Il rapporto è contenuto in 40 pagine redatte da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Presenta una mappatura dei Servizi territoriali e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori attivati nelle diocesi, cioè le zone amministrative in cui la Chiesa divide i pezzi di mondo in cui è presente: per gran parte dell’indagine (almeno 35 pagine su 40) si spiega come sono costituiti, quali sono le attività svolte, quali sono «i punti di forza e quelli che andranno maggiormente consolidati». Il report vuole innanzitutto, come si dice nella sua introduzione, «illustrare la realtà delle buone pratiche sviluppate dalla Chiesa in Italia per prevenire e contrastare gli abusi». La questione degli abusi o dei fatti segnalati a questi servizi interni alla Chiesa, che avrebbe dovuto essere centrale, è affrontata solo in un breve passaggio: in modo comunque molto parziale e solo in relazione agli anni 2020 e 2021. Zuppi aveva annunciato che il rapporto doveva riguardare i casi avvenuti negli ultimi vent’anni, dal 2000 al 2021: non ci sono spiegazioni sul perché la prima parte contenga i dati di due anni su venti.

    Innanzitutto si dice che i Servizi diocesani o inter-diocesani per la tutela dei minori sono presenti in tutte le 226 diocesi italiane. Si dice poi che la maggior parte delle diocesi (70,8%) ha attivato un Centro di ascolto, ma i dati relativi alle segnalazioni di abusi riguardano solo 80 Centri attivati molto di recente, quasi tutti a partire dal 2019.

    Nei due anni analizzati il totale dei contatti registrati dai Centri di ascolto, cioè il numero delle persone che si sono rivolte a uno di questi Centri per segnalare un abuso, è stato di 86: 38 contatti nel 2020 e 48 nel 2021. I casi segnalati, anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone.

    Le persone che hanno contattato i centri sono sopratutto donne (54,7%). In oltre la metà dei casi è stata la stessa vittima ad effettuare la segnalazione (52,3% dei casi), mentre nel 47,7% dei casi a rivolgersi al Centro è stata una persona non direttamente vittima di abuso.

    Il motivo di questi 86 contatti, in oltre la metà dei casi, è rappresentato dalla denuncia all’autorità ecclesiastica (53,1%), in misura minore dalla richiesta di informazioni (20,8%), oppure dalla richiesta di una consulenza specialistica (15,6%). Il sospetto di un abuso, si precisa nel report, costituisce un ulteriore motivo di contatto con il Centro di ascolto, pari al 10,4%.

    «L’età delle presunte vittime segnalate nel biennio 2020-2021», dice il rapporto, si concentra nella fascia d’età 10-18 anni, col 37,1%. il 31,5% delle presunte vittime ha un’età compresa tra i 10 e i 14 anni. Il 18,0% di casi segnalati riguarda «presunte vittime over 18 anni, spesso in questi casi si è trattato di adulti considerati vulnerabili». Nessuna segnalazione per presunte vittime che abbiano meno di 5 anni, mentre nella fascia d’età 5-10 anni le segnalazioni rappresentano il 13,5% del totale.

    Tra i tipi del presunto reato di abuso segnalato prevalgono i «comportamenti e linguaggi inappropriati» e seguono, in ordine di frequenza, «toccamenti», «molestie sessuali», «rapporti sessuali», «esibizione di pornografia», «adescamento online» e «atti di esibizionismo».

    Il rapporto contiene anche un’analisi del profilo dei presunti autori delle violenze, che risultano essere 68 in totale: riassumendo si può descrivere come un maschio adulto di età compresa tra i 40 e i 60 anni. Si tratta soprattutto di chierici, una definizione molto generica che indica tutte le persone che in qualche modo hanno un ruolo all’interno della Chiesa o hanno preso una forma di voto (nel 44,1% dei casi): seguono laici (33,8% dei casi) e, infine, il personale religioso, un termine con cui la Chiesa verosimilmente indica sacerdoti e vescovi, in netta minoranza (22,1% dei casi).

    Infine, in un’altra tabella, il documento spiega gli interventi che sono stati offerti dopo le segnalazioni. Qui i casi considerati sono solamente 57: in 4 casi su 10 sono state fornite «informazioni e aggiornamento sull’iter della pratica». Ai presunti autori degli abusi sono stati proposti «percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi)». Per quanto riguarda gli interventi concreti si dice: «A seguito della trasmissione della segnalazione all’Autorità ecclesiastica da parte dei Centri di ascolto, tra le azioni poste in essere sono risultati prevalenti i “provvedimenti disciplinari”, seguiti da “indagine previa” e “trasmissione al Dicastero per la Dottrina della Fede”». Non si parla in alcun caso di segnalazione alle autorità.

    Il report e i suoi contenuti sono stati criticati da più parti. Stefano Feltri su Domani ha innanzitutto fatto notare che i Centri di ascolto presi in considerazione nell’indagine non possono rappresentare un osservatorio efficace per misurare la portata del fenomeno degli abusi nella Chiesa, potendo fornire solo una visione parziale e anche molto recente. Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso – Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, ha detto che il report «è uno specchietto per le allodole»: «Sono sbigottito. Considera solo 2 anni, in cui tra l’altro c’è stato il Covid e solo i dati degli sportelli delle diocesi. Il cardinale Zuppi aveva parlato di 20 anni, ora il lasso di tempo è stato ulteriormente ridotto». Commentando i pochi e recenti dati disponibili, Zanardi ha comunque detto che sono «allarmanti»: «In quel report non compaiono i casi della congregazione per la Dottrina della Fede, i casi finiti in magistratura e i casi che abbiamo noi come associazione».

    Durante la conferenza di presentazione del report è stato detto che i fascicoli con accuse di abuso a carico di chierici depositati dalle diocesi dal 2000 ad oggi al dicastero della Dottrina della Fede sono 613. Su questi è stato anticipato che la CEI avvierà una ulteriore indagine: i risultati confluiranno probabilmente nel rapporto definitivo.

    Durante la conferenza stampa è stato inoltre precisato che il numero dei 613 fascicoli non significa che ci sono stati 613 casi di pedofilia sacerdotale dal 2000 a oggi in Italia. Il segretario generale della CEI, l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, ha spiegato: «Un singolo abusatore potrebbe essere autore di più abusi. Così come può darsi che la segnalazione sia stata archiviata perché infondata. Bisogna dunque attendere i risultati della ricerca per una fotografia più precisa».

    https://www.ilpost.it/2022/11/17/report-cei-abusi-chiesa-italia/

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/06/23/la-bomba-il-post/

  • Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza

    Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza

    di Nico Spuntoni – Quella appena trascorsa è stata una settimana intensa per Joseph Ratzinger. La sua immagine è ricomparsa pubblicamente attraverso le fotografie di due incontri che ha avuto in questi giorni: quello nei Giardini Vaticani con il cardinale Gerhard Ludwig Müller accompagnato da due suore e quello nel Monastero Mater Ecclesiae con Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kiev.

    Dalle foto si notano il corpo fragile ed il volto provato ma traspare anche l’attenzione che riserva al racconto del suo interlocutore, il capo della Chiesa greco cattolica ucraina. Ad affiancarlo, come sempre, c’è monsignor Georg Gänswein, ormai tornato ad essere suo segretario particolare a tempo pieno dopo essere finito “a riposo” come prefetto della Casa Pontificia.

    Alle notizie terribili riportate da Shevchuk sulla sofferenza del popolo ucraino in guerra, si sono aggiunte quelle sgradevoli dalla Germania che lo riguardano direttamente. Nemo propheta in patria, un’espressione piuttosto calzante per la storia di Ratzinger che ha sempre subìto attacchi da politici, media e persino vescovi tedeschi.

    Martedì l’agenzia Dpa ha rivelato che il Papa emerito è pronto a difendersi in tribunale dall’accusa di negligenza nei confronti di un prete pedofilo. Il tribunale competente è quello di Traunstein presso il quale una vittima ha presentato una denuncia contro Ratzinger e contro il suo successore alla guida dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, il cardinale Friedrich Wetter. Oltre ai due prelati, l’uomo ha sporto denuncia anche contro il suo aggressore e contro l’arcidiocesi. La causa è civile perché sul piano penale è scattata la prescrizione, ma potrà avere luogo proprio grazie alla disponibilità del Papa emerito che non si è tirato indietro pur potendolo fare.

    Per quanto riguarda la questione abusi, Benedetto XVI non vuole ombre sul suo conto ed intende applicare quella linea della trasparenza che ha contraddistinto il suo pontificato. Da qui la decisione di difendersi, affidandosi allo studio legale Hogan Lovells. Lo farà con ogni probabilità con una memoria difensiva che potrebbe riprendere quanto già spiegato nelle 82 pagine inviate mesi fa al team legale a cui l’arcidiocesi bavarese aveva affidato l’incarico di redigere un rapporto su abusi e insabbiamenti a Monaco e Frisinga tra il 1945 ed il 2019.

    La presunta vittima avrebbe subito molestie sessuali da Peter Hullermann – questo il nome del prete protagonista della vicenda – nel suo periodo a Garching dove il religioso fu trasferito come parroco dall’arcivescovo Wetter nel 1987 nonostante fosse stato condannato l’anno precedente per pedofilia.

    Le strade del futuro Benedetto XVI e di Hullermann si incrociano nel gennaio 1980 quando, nel corso di una riunione dei vertici dell’arcidiocesi, l’allora cardinale Joseph Ratzinger che la guidava diede il suo assenso alla richiesta del prete di risiedere per un periodo a Monaco per seguire un trattamento psicoterapeutico. Il permesso fu accordato ma non ci fu alcun via libera del futuro Pontefice a far sì che il prete svolgesse attività pastorale.

    Sebbene non avesse ancora condanne, Hullermann si era già reso responsabile di un abuso sessuale ai danni di un undicenne nel 1979 ad Essen. Il suo vescovo di allora, informato dai genitori della piccola vittima, dispose che avrebbe dovuto seguire una terapia a Monaco. A seguito di ciò, dunque, la richiesta di alloggio fatta all’arcidiocesi all’epoca guidata da Ratzinger che però non sapeva assolutamente il motivo per cui Hullermann avrebbe dovuto iniziare quella terapia.

    I problemi arrivarono pochi mesi dopo, quando il vescovo ausiliare di Monaco, monsignor Gerhard Gruber, autorizzò il prete a svolgere incarichi pastorali. Lo fece, come chiarito in una dichiarazione del 2010, senza informare Ratzinger.

    Le ammissioni degli stessi protagonisti di questa triste vicenda sarebbero dovuti bastare a fugare ogni dubbio sul comportamento del Papa emerito, l’uomo che per primo denunciò “la sporcizia nella Chiesa” e che tanto ha fatto per perseguire la linea della tolleranza zero contro i preti pedofili. Ma il clamore provocato dal rapporto abusi relativo all’arcidiocesi di Monaco e Frisinga e la riproposizione dei sospetti su Ratzinger hanno portato poi all’avvio di questa causa civile che, però, il novantacinquenne ex Pontefice regnante ha scelto di non schivare: si difenderà nell’eventuale processo.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/ratzinger-innocenza-tribunale-2084719.html

  • La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Molte novità, sulla carta, nella lotta vaticana agli abusi perpetrati dal clero sono stati annunciati nelle ultime settimane: un primo rapporto annuale della Pontificia Commissione vaticana per la Tutela dei Minori (PCTM), presieduta dal card. Sean O’Malley, vedrà la luce nel 2023, anche se i primi dati utili – secondo il segretario ad interim p. Andrew Small, che ha illustrato le iniziative ai giornalisti il 28/10 – saranno a disposizione solo nel 2024; un accordo, siglato tra la Commissione stessa e la Conferenza episcopale italiana, per promuovere un impegno comune sulla base di un approccio condiviso, che si servirà di uno scambio regolare tra i due organismi sulle iniziative di tutela e di salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili, a livello di informazioni e di competenze per creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime.

    La Commissione vaticana si allarga

    Nel frattempo, il 30 settembre scorso, papa Francesco ha ampliato la PCTM nominando dieci nuovi membri, che si aggiungono ai dieci già operativi. Una storia tormentata, quella di questo organismo, soprattutto per i rapporti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, e per diversità di vedute all’interno, ma anche per la sua non chiarissima identità, per la lentezza e le resistenze alle proposte della Commissione come quella, approvata dal papa – ma mai realizzata – di creare un tribunale separato per i vescovi che agiscono in modo inappropriato nei casi di abuso sessuale. Il card. O’Malley annunciò la nascita del tribunale nel giugno 2015, ma esso, di fatto non vide mai la luce; al suo posto papa Francesco, l’anno dopo, emanò una nuova legge (il motu proprio Come una madre amorevole) che stabiliva la rimozione dei vescovi negligenti (v. Adista Notizie n. 33/17). In che misura sia stato applicato, finora, non è chiaro.

    Con la Costituzione Apostolica sulla Curia Romana, Praedicate Evangelium, nel marzo di quest’anno il papa ha posto la Commissione all’interno della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, lasciandole, nelle intenzioni almeno, una autonomia, con la nomina diretta pontificia del Presidente, che riferisce direttamente al papa e con l’indipendenza dal Dicastero per ciò che riguarda decisioni su membri e personale e sulle proposte avanzate.

    Per i molti nomi dei membri, sia i nuovi che i riconfermati, rimandiamo a una nostra notizia online (Adista online del 1/11/22), limitandoci qui a osservare che nella Commissione è una sola – per quanto è noto (nel 2018 la Commissione aveva affermato che l’identità delle vittime di abuso sessuale presenti tra i membri non sarebbe stata resa pubblica) – è la presenza in rappresentanza dei sopravvissuti: nel marzo 2021 si era aggiunto al gruppo il giornalista cileno Juan Carlos Cruz – vittima da adolescente delle violenze sessuali del prete poi dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima – cofondatore nel 2010 della “Fundación para la Confianza”, dedicata al sostegno dei sopravvissuti e alla prevenzione degli abusi, e nel 2018 del “Centro CUIDA”, il primo centro di ricerca per lo studio e l’indagine sugli abusi nella società presso la Pontificia Università Cattolica del Cile.

    Ufficialmente, dunque, Cruz sarebbe l’unico sopravvissuto ad abusi presente in Commissione. Una presenza tormentata, quella delle vittime: il britannico Peter Saunders, fondatore ed ex responsabile dell’associazione di vittime di pedofilia Napac e l’irlandese Marie Collins, entrambi nominati nel 2014, se ne andarono delusi, arrendendosi a lentezze, ostacoli e persino boicottaggi della Curia nei confronti del lavoro del gruppo; la neuropsichiatra infantile francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori, lasciò nel 2018 (v. Adista Notizie n. 8/18): aveva invano insistito sulla necessità di ascoltare le vittime, «singolarmente o nel quadro di associazioni come l’Ending Clerical Abuse (ECA)».

    La “nuova” agenda della Commissione

    Se la Commissione sembra dunque limitare fortemente la presenza di sopravvissuti al suo interno (lasciando il beneficio del dubbio sul una loro presenza “riservata”) afferma peraltro di volere che la voce delle vittime sia ascoltata, e a questo fine ha promosso dei Survivors Advisory Panels (SAP), con l’intento di individuare contenuti e modalità per includere le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti all’interno delle politiche di tutela e di cura delle Chiese.

    La Commissione – che non si occupa di casi individuali – dovrà anche supervisionare l’applicazione delle linee guida delle Conferenze episcopali, in base a Praedicate Evangelium; a questo scopo essa è stata incaricata di collaborare con le Conferenze episcopali (per quella italiana, v. notizia seguente), le Diocesi e gli Ordini religiosi per garantire l’applicazione e l’efficacia delle linee guida, che oltretutto non sono ancora state elaborate da tutte le 114 Conferenze episcopali del mondo.

    Vengono inoltre istituiti meccanismi di segnalazione di abusi in tutta la Chiesa, in ottemperanza all’articolo 2 del motu proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019, e la redazione di un Rapporto Annuale. Poiché vi è una grande disparità nella formazione e nella prevenzione degli abusi sessuali sui minori tra il Nord e il Sud del mondo, la Chiesa, ha spiegato p. Small, è chiamata a intervenire: a questo scopo la CEI – che, lo ricordiamo, continua a rifiutare una ricerca indipendente che dia un quadro dell’abuso in Italia, dove omertà ecclesiastica e vuoti giuridici lasciano il fenomeno ancora largamente sommerso e, dunque, non affrontabile – ha previsto uno stanziamento, per un periodo di tre anni, di fondi dell’8 per mille, per supportare la Commissione nella sua lotta agli abusi nel Sud del mondo.

    Quanto al Rapporto annuale, si tratterà di un documento descrittivo sull’applicazione e l’efficacia delle politiche e delle procedure di salvaguardia nella Chiesa, fornendo un feedback sulle misure di cura e accompagnamento delle vittime e indicazioni sulle best practices da attuare.

    Tra gli auspici formulati da p. Small, quello che il Rapporto annuale «fornisca un grado di trasparenza e responsabilità così urgente in tema di protezione e di gestione degli abusi: il Rapporto Annuale può costituire un importante punto di incontro e di dialogo con tutti i Dicasteri che compartecipano in qualche modo all’attuazione del safeguarding e nella protezione dei minori». Si tratterebbe, insomma, ha detto p. Small, di un approccio «inquadrato in termini di sinodalità ».

    È da sottolineare, però – e lo ammette lo stesso segretario ad interim della PCTM – che proprio alla luce del processo sinodale manca un “pezzo” importante: «il peso e il significato effettivamente attribuito alle esperienze delle vittime/sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero nel processo sinodale sono ancora dolorosamente poco chiari e le testimonianze delle vittime/sopravvissuti sono state finora limitate, e l’impatto delle loro esperienze e intuizioni è difficile da discernere».

    https://www.adista.it/articolo/69024

  • Baviera, Benedetto XVI “disposto a testimoniare” in un processo su un prete accusato di pedofilia

    Baviera, Benedetto XVI “disposto a testimoniare” in un processo su un prete accusato di pedofilia

    Il papa emerito Benedetto XVI (95 anni) intende difendersi di fronte a una denuncia sporta al Tribunale provinciale di Traunstein, nella Baviera tedesca, nell’ambito di un’inchiesta su eventuali abusi nella Chiesa da parte di preti pedofili. Lo ha confermato la portavoce dello stesso Tribunale, senza precisare in che forme e in quali tempi il successore di Giovanni Paolo II fornirà la sua autodifesa in sede giudiziale. L’annuncio sulla disponibilità di Joseph Aloisius Ratzinger, infatti, per ora “non presenta elementi di contenuto”, ha spiegato la portavoce.

    La denuncia era stata sporta da un uomo oggi 38enne, che ha affermato di aver subito abusi da un prete pedofilo, e coinvolge Ratzinger in quanto all’epoca arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977-1982), quando il religioso accusato fu trasferito in quella diocesi.

    L’uomo ha inoltre riferito di aver subito abusi da un prete recidivo, tale Peter H., nella località di Garching an der Alz. Un rapporto sul sacerdote, diffuso lo scorso gennaio, riferisce anni di abusi; ma invece di denunciare l’accaduto, l’arcidiocesi è accusata di aver trasferito il religioso in altre parrocchie, dove gli abusi si sono ripetuti.

    Finora sono state presentate quattro denunce: oltre al prete, già condannato, e al predecessore di papa Francesco, sono coinvolti il cardinale Friedrich Wetter, successore di Ratzinger alla guida dell’arcidiocesi, e l’arcidiocesi stessa. Si tratta di un’azione civile, dato che sul piano penale la vicenda non ha più valore.

    “Se la Chiesa cattolica e gli imputati – con l’eccezione del noto recidivo Peter H. – si attengono a quello che è costantemente affermato, cioè di mantenere il proprio impegno cristiano e di riconoscere l’ingiustizia commessa, la causa avrà successo” ha dichiarato l’avvocato del querelante, Andreas Schulz. “Se non lo fanno, il danno alla loro reputazione sarà ancora più grave e la Chiesa cattolica accelererà l’erosione della fede” ha aggiunto il legale. Se il pontefice emerito non si fosse dichiarato disposto alla difesa sarebbe andato incontro a una sentenza in contumacia. Ratzinger si è affidato allo studio legale Hogan Lovells. I quattro denunciati hanno chiesto una proroga, ha illustrato la portavoce del Tribunale bavarese, e hanno tempo fino al 24 gennaio prossimo per argomentare sul piano contenutistico la difesa.

    Le altre accuse a Ratzinger

    Di accuse a Ratzinger su “comportamenti erronei” nel gestire casi di preti pedofili a Monaco si parlò già nel corso del suo pontificato (2005-2013), quando le responsabilità sulla vicenda di “padre H.” vennero poi attribuite a un sottoposto. E sono riemerse con più forza nel gennaio scorso dal rapporto indipendente sugli abusi sessuali nell’arcidiocesi bavarese.

    Tra l’altro, in quei giorni, il Papa emerito dovette correggere una sua dichiarazione essenziale rilasciata in relazione al dossier. Contrariamente al suo precedente resoconto, infatti, Ratzinger partecipò alla riunione dell’Ordinariato il 15 gennaio 1980, durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato di alcuni ragazzi e si era recato a Monaco per una terapia. Tuttavia, dichiarò il segretario particolare, mons. Georg Gaenswein, nell’incontro in questione “non fu presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote interessato”. In quella sede, è stato precisato ancora da Gaenswein, la richiesta fu approvata solo per “consentire una sistemazione per l’uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco di Baviera”.

    La questione che restava in piedi era che Benedetto XVI sapeva del prete accusato di pedofilia, anziché il contrario. In seguito, al prete fu consentito di proseguire il proprio ministero e lui continuò nei suoi comportamenti. L’accusa che viene rivolta all’allora arcivescovo Ratzinger è di non aver preso alcun provvedimento affinché ciò non accadesse.

    https://www.rainews.it/articoli/2022/11/benedetto-xvi-testimonianza-prete-pedofilo-abusi-baviera-2378d3ea-df73-4674-be6c-e6790c17bd2b.html

  • Vaticano, con l’Obolo di San Pietro pagati anche gli avvocati per le cause di pedofilia negli Usa

    Vaticano, con l’Obolo di San Pietro pagati anche gli avvocati per le cause di pedofilia negli Usa

    Città del Vaticano – Nel processo in corso in Vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, un cardinale per la prima volta testimoniera’ in aula sul capo d’accusa a carico di un altro cardinale. Inoltre è affiorato che i soldi dell’Obolo di San Pietro sono stati impiegati, in passato, anche per pagare parcelle milionarie agli avvocati che difendevano la Chiesa per cause di pedofilia negli Stati Uniti.

    In pratica i denari che dovevano essere impiegati per la carità, frutto della raccolta dei fedeli di tutto il mondo, servivano per saldare le fatture dell’avvocato americano Jeffrey Lena, che ha assistito la Santa Sede per difendere vescovi e preti pedofili, contro le vittime che chiedevano giustizia.

    Alla domanda se una fattura pagata con l’Obolo potesse ammontare «a un milione e mezzo», il funzionario vaticano oggi nel tribuale del Papa ha ammesso che si trattava di «una cifra plausibile». Naturalmente sempre tutto autorizzato dal Papa.

    SUBORNAZIONE

    Il vescovo di Como, neo cardinale Oscar Cantoni, ha dato infatti la sua disponibilita’ in merito alla deposizione sulla presunta “subornazione di testimone” di cui deve rispondere il cardinale Angelo Becciu ai danni di monsignor Alberto Perlasca, ex capo dell’Ufficio Amministrativo, fra i testimoni-chiave del processo. Cantoni sara’ sentito nell’udienza del primo dicembre prossimo, alle ore 15.00, ha riferito oggi il presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone.

    Secondo l’accusa, durante la fase istruttoria del processo, il cardinale Angelo Becciu avrebbe cercato di far ritrattare a monsignor Perlasca le deposizioni accusatorie chiamando in aiuto il superiore gerarchico diocesano, appunto il vescovo di Como Oscar Cantoni.

    Perlasca è una figura chiave di tutta la vicenda e si è costituito parte civile nel processo, giunto alla 33esima. Sulla subornazione di testimone Becciu, in una udienza precedente, quella del 19 maggio, aveva respinto l’accusa: «Dai giornali leggevo che Perlasca faceva dichiarazioni sul mio conto e ci soffrivo. E’ un sacerdote che avevo aiutato nei suoi momenti difficili, e che dicesse certe cose mi faceva male. Sapevo del vescovo Cantoni (all’epoca non era ancora stato fatto cardinale nrd) che era a Roma e gli feci sapere che era mio desiderio parlargli. Conoscevo Cantoni, sapevo che era stato consigliere spirituale di Perlasca, mi e’ sembrato la persona piu’ adatta. Non ho insinuato niente se non che aiutasse Perlasca a ritrovare una sua serenita’. Non sapevo di preciso quello che dicesse, ma leggevo sui giornali». In quella udienza il presidente Giuseppe Pignatone chiese a Becciu: «Ha chiesto a monsignor Cantoni di far cambiare a Perlasca la sua posizione processuale?». E l’imputato aveva risposto di no.

    https://www.ilgazzettino.it/italia/primopiano/obolo_san_pietro_preti_pedofili_usa-7016484.html

  • La cattiva gestione da parte del Vaticano di casi di abusi di alto profilo estende la sua crisi principale

    La cattiva gestione da parte del Vaticano di casi di abusi di alto profilo estende la sua crisi principale

    Di Chico Harlan e  Amanda Coletta – CITTÀ DEL VATICANO — Tre anni fa papa Francesco affermava che la Chiesa cattolica si è impegnata a sradicare il “male” degli abusi. Il papa e altri dirigenti della chiesa hanno elaborato nuove linee guida per gestire le accuse. Hanno promesso trasparenza. Dissero che i bisogni delle vittime sarebbero stati prima di tutto.

    «Un cambio di mentalità», lo definì Francis.

    Ma due recenti casi importanti suggeriscono che la chiesa, nonostante tutti i suoi voti di miglioramento, stia ancora cadendo in trappole familiari e stia estendendo la sua crisi principale.

    Sebbene i casi siano notevolmente diversi: uno riguarda un cardinale canadese accusato di aver toccato in modo inappropriato uno stagista; l’altro riguarda un vescovo premio Nobel di Timor Est accusato di aver abusato di bambini poveri: i sostenitori dell’anti-abuso affermano che entrambi i casi riflettono un modello di segretezza e difensiva. Dicono che la chiesa stia ancora stringendo i ranghi per proteggere la reputazione di potenti prelati.

    Nel caso del cardinale, Marc Ouellet , il Vaticano ha indagato sulle accuse, ma ha delegato le indagini a un sacerdote che lo conosce bene, compagno di una piccola associazione religiosa . Il sacerdote ha stabilito che non c’erano motivi per andare avanti – una conclusione che l’avvocato dell’accusatore dice sia dubbia, dato il possibile conflitto di interessi.

    Justin Wee, l’avvocato, ha detto che padre Jacques Servais ha intervistato la sua cliente in una chiamata Zoom di 40 minuti, ma piuttosto che accertare i dettagli delle accuse, sembrava più interessato a sondare le sue motivazioni e chiederle se credeva ancora in Dio.

    “Se il Vaticano sta gestendo casi del genere, significa che se sei potente, non accadrà nulla”, ha detto Wee. “Nessuno dovrebbe essere al di sopra delle regole”.

    Nel caso del vescovo, Carlos Ximenes Belo, il Vaticano lo ha disciplinato nel 2020, un anno dopo che funzionari della Santa Sede avevano dichiarato di essere venuti a conoscenza delle accuse. Ma quelle restrizioni – che includevano l’esclusione di Belo dal contatto con i minori – sono state mantenute segrete dalla chiesa fino a un’indagine di notizie olandese pubblicata di recente che descriveva abusi su più ragazzi risalenti agli anni ’80.

    Belo aveva raggiunto la celebrità nella chiesa vincendo il Premio Nobel per la Pace nel 1996 per il suo lavoro nella ricerca di una soluzione pacifica nella lunga lotta per l’indipendenza di Timor Est. Ma sei anni dopo, il Vaticano ha annunciato che si sarebbe dimesso – due decenni prima della consueta età pensionabile – citando una legge canonica che si riferisce a motivi di salute o ad altri motivi “gravi”. Il Vaticano non ha risposto alla domanda se i funzionari fossero a conoscenza delle accuse di abusi al momento del pensionamento anticipato di Belo. Alla fine finì come assistente parroco in Mozambico. Ha detto in un’intervista del 2005 che i suoi doveri lì includevano l’insegnamento ai bambini e la conduzione di ritiri giovanili.

    “Entrambi i casi sono ulteriori indicazioni del fatto che l’intera iniziativa di responsabilità si sta rivelando superficiale e inefficace”, ha affermato Anne Barrett Doyle, co-direttore di BishopAccountability.org , un centro di smistamento degli abusi. “Ti fa chiedere: cosa è cambiato?”

    Il Vaticano ha lanciato una campagna per riguadagnare credibilità contro gli abusi dopo un’ondata di accuse non solo contro i parroci, ma contro vescovi e cardinali, i mediatori del potere della Chiesa. Francesco nel 2018 ha chiamato i vescovi a Roma per un vertice senza precedenti sugli abusi , che si è svolto mesi dopo. E in seguito, la chiesa ha stabilito nuove regole e linee guida su come gestire i casi, compresi i casi in cui i vescovi sono accusati di insabbiamento o abuso.

    La chiesa ha mostrato progressi sotto diversi aspetti. Le diocesi di tutto il mondo hanno istituito uffici di segnalazione, offrendo alle presunte vittime un modo più semplice per allertare la chiesa di potenziali crimini. E in un caso, la chiesa si è sottoposta a un atto di trasparenza senza precedenti, pubblicando un rapporto di 449 pagine sugli abusi del cardinale americano Theodore McCarrick, con rivelazioni che hanno ferito la reputazione di Papa Giovanni Paolo II.

    Ma da allora il Vaticano non è stato trasparente su alcuna disciplina nei confronti di altri prelati. E ha regolarmente ignorato le proprie procedure, che forniscono istruzioni specifiche su chi dovrebbe essere incaricato di indagare sui vescovi.

    “È molto frustrante, ad essere onesti”, ha detto un individuo che si è consultato con il Vaticano sulla gestione degli abusi, che ha parlato a condizione di anonimato per parlare francamente. “Quando escono grandi nomi – il Vaticano e la curia – lo scudo si abbassa. È incredibile.”

    Non è stato possibile raggiungere Belo per un commento. L’indagine della pubblicazione olandese De Groene Amsterdammer includeva interviste a due adulti che descrivevano abusi da parte di Belo quando erano adolescenti, dopo di che, hanno detto, il vescovo aveva dato loro dei soldi. La pubblicazione ha affermato che le accuse contro Belo erano note per aiutare gli operatori e i funzionari della chiesa. I Salesiani di Don Bosco, ordine religioso a cui apparteneva Belo, hanno affermato in un comunicato di aver appreso delle accuse con “profonda tristezza e perplessità”.

    La dichiarazione non offriva alcuna sequenza temporale e indirizzava ulteriori domande a coloro che avevano “competenza e conoscenza”.

    Ouellet, 78 anni, ha negato le accuse di tocco inappropriato. È ampiamente considerato come una delle figure più importanti all’interno della Curia romana, la burocrazia vaticana, come capo del dipartimento che sovrintende e controlla i vescovi. Francis gli ha permesso di rimanere nel ruolo ben oltre il normale mandato di cinque anni. Ha la reputazione di moderato – una rarità nella chiesa ideologicamente divisa – e ha servito sotto diversi papi, tra cui Francesco, con il quale ha incontri quasi settimanali.

    Le accuse contro di lui sono emerse pubblicamente come parte di una recente class action contro l’arcidiocesi del Quebec, in cui più di 100 persone denunciano una cattiva condotta sessuale contro dozzine di membri del clero cattolico, personale pastorale laico e religioso o volontari. Molte vittime affermano di essere minorenni al momento delle presunte aggressioni.

    Le accuse risalgono al tempo di Ouellet come arcivescovo del Quebec. Una donna identificata nei documenti legali solo come “F”. racconta che nell’autunno del 2008, quando era una stagista di 23 anni, che lavorava come agente pastorale in una diocesi del Quebec, lui le massaggiò con forza le spalle durante una cena. Quando si è girata, sostiene la causa, ha visto che era Ouellet, che le ha sorriso e le ha accarezzato la schiena prima di andarsene.

    Nel 2010, all’ordinazione di un collega, F. sostiene che Ouellet le avesse detto che poteva anche abbracciarla perché non c’è niente di male “trattandosi un po’”. L’abbracciò e le fece scivolare la mano lungo la schiena sopra le sue natiche, secondo la causa. Dice che si è sentita “inseguita” e che quando ha parlato con altre persone delle sue esperienze, le è stato detto che non era l’unica ad avere quel “problema” con lui.

    F. ha finito per cercare di portare alla luce il caso attraverso i canali ufficiali della chiesa, prima a un comitato consultivo indipendente progettato per ricevere i casi della chiesa, e poi, su consiglio del comitato, in una lettera allo stesso Francis. Un mese dopo la sua lettera al papa del gennaio 2021, è stata informata che padre Jacques Servais avrebbe indagato. Afferma che sembrava avere “poche informazioni e formazione” sulle aggressioni sessuali.

    Il Vaticano non ha risposto a una domanda sul perché uno stretto collaboratore di Ouellet, che conosceva il cardinale almeno dal 1991, sarebbe stato incaricato di condurre un’indagine preliminare. Le linee guida della Chiesa mettono in guardia contro un conflitto di interessi.

    Wee, l’avvocato della presunta vittima, ha affermato che non c’è stato alcun seguito da parte di Servais o di chiunque altro in Vaticano dopo la chiamata Zoom nel marzo 2021.

    Servais non ha risposto a una richiesta di commento.

    Wee, che ha rifiutato di rendere F. disponibile per un’intervista, ha detto di aver appreso che il Vaticano aveva stabilito che non c’erano prove sufficienti per un’indagine canonica basata su un comunicato stampa del Vaticano dopo che le accuse contro Ouellet sono diventate pubbliche ad agosto. Ha detto che non le era stato detto in privato in anticipo.

    Jean-Guy Nadeau, professore emerito di studi religiosi all’Università di Montreal, ha lamentato la mancanza di trasparenza nel caso. Ha detto che Servais avrebbe dovuto ricusare se stesso data l’apparenza di un conflitto di interessi.

    “Non capisco come sia stata fatta quella scelta”, ha detto Nadeau della decisione di Francis di nominare Servais per condurre le indagini. “Non capisco davvero come possa mai accadere una scelta del genere”.

    Gli analisti hanno affermato che il caso evidenzia la necessità che gli investigatori esterni indaghino sulle accuse di cattiva condotta. David Deane, professore associato di teologia presso l’Atlantic School of Theology in Nuova Scozia, ha affermato che i membri del clero spesso serrano i ranghi e non ci si può fidare che si indaghino a vicenda.

    “Il fatto che il clero si occupi delle indagini è un vero problema. È un vero problema”, ha detto. “Finché ciò accadrà, sarà molto difficile avere sia la responsabilità che la fiducia del pubblico nel processo”.

    Stefano Pitrelli ha contribuito a questo rapporto.

    https://www.washingtonpost.com/world/2022/10/17/vatican-abuse-ouellet-belo-pope/