Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Città del Vaticano

  • Vaticano: licenziamento di un membro influente della commissione per la protezione dei minori

    Vaticano: licenziamento di un membro influente della commissione per la protezione dei minori

    Il membro più influente della commissione vaticana per affrontare gli abusi sessuali del clero si è dimesso, ha detto mercoledì il suo leader, nell’ultimo colpo a un organo consultivo papale perseguitato dalle polemiche.

    Hans Zollner, il volto pubblico degli sforzi di Papa Francesco per affrontare lo scandalo globale della pedofilia, si è dimesso a causa di un pesante carico di lavoro, ha detto la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori.

    “La commissione è stata informata che padre Hans Zollner ha chiesto di essere sollevato dal suo incarico di membro”, ha dichiarato in una nota il cardinale americano Sean O’Malley, capo della commissione.
    Zollner è stato l’ultimo membro fondatore rimasto del gruppo, istituito da Papa Francesco nel 2014 mentre si sforzava di liberare la Chiesa cattolica dal flagello degli abusi sessuali da parte dei religiosi.

    Ma la commissione ha subito un duro colpo nel 2017 quando Marie Collins, membro e sopravvissuta agli abusi, si è dimessa, dicendo che il corpo era a corto di risorse e ha affrontato una feroce resistenza all’interno dei gradini più alti della chiesa.

    Anche il membro e sopravvissuto Peter Saunders si dimise nello stesso anno.

    Francesco ha accettato la richiesta di Zollner di dimettersi “con i più profondi ringraziamenti per i suoi molti anni di servizio”, ha detto O’Malley.

    Il sacerdote gesuita tedesco e rinomato accademico è uno dei massimi esperti nella lotta contro gli abusi sui minori nella Chiesa cattolica.

    Franceso ha promesso una posizione di tolleranza zero nei confronti degli abusi e ha cambiato la legge in modo che i casi sospetti debbano essere denunciati, ma le associazioni delle vittime affermano che non è ancora andato abbastanza lontano.
    Francesco Zanardi, fondatore del gruppo di sopravvissuti italiani Rete L’Abuso (The Abuse Network), ha detto mercoledì all’AFP che Zollner era stato “molto onesto” riguardo al problema dei preti pedofili all’interno della Chiesa “e il Vaticano gliela sta facendo pagare”.

    Il papa ha recentemente cercato di rafforzare la commissione, originariamente limitata nel suo mandato, inserendola nell’ufficio vaticano che tratta i casi di abusi sessuali del clero.

    Lo ha anche incaricato di aiutare le chiese locali a creare centri per sopravvissuti, dove coloro che hanno subito abusi possono cercare aiuto e giustizia.

    Ma Zanardi ha detto che mentre Zollner era stato una rara voce contraddittoria, la stessa commissione era “assolutamente inutile”.
    cmk-ide/ar

  • Gli abusi in Argentina che Bergoglio ha ignorato

    Gli abusi in Argentina che Bergoglio ha ignorato

    A pochi giorni dalle celebrazioni per i dieci anni di pontificato, l’8 marzo papa Francesco si è trovato all’ingresso del Vaticano un suo compatriota, ospite inatteso e per la verità ben poco incline a festeggiare. A chiedere di lui alla Porta Angelica era Sebastián Cuattromo, 46 anni, vittima di un prete pedofilo, accompagnato dalla moglie Silvia Piceda, anche lei sopravvissuta a un abuso sessuale quando era bambina. I due si sono incontrati a causa del passato comune e si sono innamorati: insieme a una nuova famiglia, nel 2012 hanno costituito “Adultxs por los derechos de l’infancia”, un’associazione di sopravvissuti agli abusi infantili che si batte per i diritti dei bambini. Una storia, la loro, che testimonia la capacità di trasformare la sofferenza in lotta civile: il papa, però, non si è fatto impressionare e non li ha ricevuti.

    La coppia sta affrontando in queste settimane un viaggio attraverso l’Europa per rendere visibile quello che definiscono «il reato più impunito della terra», le violenze sui minori: la tappa romana, organizzata grazie all’aiuto della Rete L’Abuso, assume un forte potere simbolico, soprattutto a ridosso del 13 marzo, anniversario dell’elezione del papa. Dieci anni sono una buona occasione per un bilancio e, sul fronte della lotta alla violenza clericale, quello di Francesco è fatto più di ombre che di luci. Durante la conferenza stampa, che si è tenuta il 9 marzo alla sala stampa estera, la coppia argentina ha ribadito l’importanza della denuncia pubblica degli abusi sessuali sui bambini, a fronte di un alto livello di impunità dei colpevoli e del silenzio delle istituzioni.

    L’omertà della Chiesa Cuattromo la conosce bene. È stato abusato ripetutamente nel 1989 e ’90, quando aveva 13 anni e frequentava il Collegio della congregazione dei Fratelli marianisti a Buenos Aires, da padre Fernando Picciochi, sacerdote e insegnante della scuola. Grazie alla denuncia di Cuattromo e dopo una lunga battaglia giudiziaria, il suo abusatore è stato infine condannato a dodici anni di reclusione nel 2012 per violenza reiterata su minori, una sentenza poi ratificata nel 2016 dalla Corte suprema argentina.

    «Picciochi è stato latitante per dieci anni anche grazie a complicità istituzionali – precisa Cuattromo a Domani – viveva sotto falsa identità negli Stati Uniti e per poterlo processare è stato necessario chiedere l’estradizione. L’ordine di cattura internazionale che pendeva su di lui per molto tempo non è stato effettivo a causa di un errore del potere giudiziario e del potere esecutivo in Argentina, errori sospetti che hanno permesso a quest’uomo di rimanere al riparo della giustizia per anni».

    Nessuna condanna è arrivata invece dalla Chiesa. Quando Cuattromo nel 2000 denuncia il suo abusatore, il Collegio marianista non solo non vuole riconoscere le proprie responsabilità in quanto istituzione in cui si sono svolti gli abusi, ma propone alle vittime di Picciochi un accordo economico sottobanco purché non raccontino quel che è successo. «I marianisti pretendevano il nostro silenzio in cambio di denaro», dice Sebastián Cuattromo, che rifiuta e riesce alla fine ad ottenere un risarcimento in sede civile.

    In quegli anni il cardinale Jorge Bergoglio è arcivescovo di Buenos Aires ma il clima che si respira nella gerarchia cattolica argentina è di freddezza verso le vittime e solidarietà con gli aggressori, se non di vero e proprio insabbiamento. «A metà del 2002, quando il Collegio marianista voleva silenziare le vittime e il mio abusatore era latitante, mi sono rivolto all’arcidiocesi di Buenos Aires, chiedendo di parlare con il cardinale Bergoglio», racconta Cuattromo. «Sono stato ricevuto da un segretario, padre Martín García Aguirre, e gli ho chiesto esplicitamente se l’arcidiocesi condannasse il tentativo dei Fratelli marianisti di mettere a tacere le vittime. Il segretario mi ascoltò, disse che avrebbe riferito al cardinale e poi mi fece sapere che Bergoglio mi invitava a rivolgermi al vescovo Mario Poli, responsabile del vicariato del Barrio de Flores, che aveva la giurisdizione territoriale sul Collegio».

    Monsignor Poli, attuale arcivescovo di Buenos Aires, dopo una serie di colloqui con Cuattromo, gli comunica infine la risposta delle autorità ecclesiastiche: «mi disse chiaramente che la gerarchia cattolica di Buenos Aires capeggiata da Bergoglio avallava la presa di posizione della scuola – dice Cuattromo – e lo fece in un modo molto arrogante, con la consapevolezza di trovarsi in una posizione di potere rispetto a me, e con una profonda sottovalutazione della gravità del crimine e della sofferenza delle vittime».

    In dieci anni di papato, non sono arrivati gesti di riparazione da parte di Francesco o della conferenza episcopale argentina, che non ha mai convocato pubblicamente le vittime né ha mai istituito una commissione di indagine indipendente. Nonostante la proclamata “tolleranza zero” sugli abusi nella Chiesa, il papa non ha mai fatto nulla di concreto: «Tantissime volte, in questi anni, le vittime in Argentina gli hanno chiesto di partecipare a confronti pubblici – dice Cuattromo – ma Francesco non ha mai risposto, né agli inviti della nostra associazione né alla lettera personale che gli ho scritto nel 2015. Che cosa si può pensare di un papa che ignora le vittime del suo stesso paese?».

    Un anno fa, l’ultima richiesta di incontro, fatta pervenire da Cuattromo a Bergoglio tramite la Nunziatura apostolica: nessuna risposta ufficiale ma solo un suggerimento informale, arrivato da una terza persona, che lo invitava a recarsi in Vaticano durante un’udienza generale «per fare il baciamano al papa». Non esattamente il tipo di proposta che le vittime si aspettavano, e che suona quasi come una beffa. Cuattromo ci ha comunque riprovato presentandosi di persona ma il papa, ancora una volta, non gli ha aperto la porta.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-papa-francesco-abusi-argentina-jpq0n096

  • Marko Ivan Rupnik: la scomunica revocata al gesuita amico di Papa Francesco accusato di abusi sulle suore

    Marko Ivan Rupnik: la scomunica revocata al gesuita amico di Papa Francesco accusato di abusi sulle suore

    Marko Ivan Rupnik, teologo sloveno gesuita, è stato denunciato nel 2021 per abusi sessuali e psicologici su alcune suore della Comunità Loyola a Lubiana.

    L’iter si è chiuso con il riconoscimento della prescrizione da parte dell’ex Sant’Uffizio in quanto i fatti risalivano agli anni ’90.

    Ma su di lui, che è amico di Papa Francesco, continuano a gravare le misure cautelari stabilite dai gesuiti nell’indagine previa (divieto di confessare e interdizione all’accompagnamento spirituale).

    Nei confronti di Rupnik c’è anche un’altra accusa: avrebbe confessato, assolto e vincolato al silenzio una suora abusata.

    Per questo aveva ricevuto nel maggio 2020 una scomunica. Che però, scrive oggi il Quotidiano Nazionale, è stata revocata.

    E l’ex prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede cardinale Ludwig Mueller accusa: sugli abusi si applicano due pesi e due misure a seconda che si sia amici o meno del Papa.

    https://www.open.online/2023/03/06/vaticano-marko-rupnik-gesuita-scomunica-revocata/

  • Abusi, Università Pontificia ritira laurea al gesuita Rupnik abusatore seriale di suore: «Indegno» mentre il Vaticano tace

    Abusi, Università Pontificia ritira laurea al gesuita Rupnik abusatore seriale di suore: «Indegno» mentre il Vaticano tace

    Città del Vaticano – Mentre in America Latina, nella Pontificia Università del Paranà, è stato deciso all’unanimità dal corpo docente di revocare per indegnità la laurea honoris causa al gesuita artista padre Marko Rupnik, visto il suo passato scomodo e imbarazzante di molestie sessuali su donne laiche e religiose, in Vaticano continua a resistere un ostinato silenzio. L’assenza di trasparenza in questo brutto caso di abusi evidenzia coperture ai massimi vertici della Chiesa: ad oggi nessuno ha sciolto il dilemma se a togliere la scomunica a Rupnik per aver violato il gravissimo reato canonico dell’assoluzione di complice sia stato ‘solo’ il prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale gesuita Ladaria, oppure se la decisione sia stata presa direttamente da Papa Francesco.

    «La Pontificia Università Cattolica del Paraná (PUCPR) comunica che, alla luce dei fatti ampiamente riportati sugli eventi che hanno coinvolto Marko Ivan Rupnik, il Consiglio dell’Università della PUCPR, in una sessione straordinaria tenutasi il 13 febbraio 2023, in conformità con la Risoluzione n. 01/2023, ha approvato la revoca del titolo di Dottore Honoris Causa conferito il 30 novembre 2022 all’artista sloveno, ritenendolo “indegno” di tale omaggio» si legge nella delibera universitaria. Allo stesso modo altre istituzioni stanno valutando di ritirare analoghi conferimenti e, in parallelo, cresce la spinta a demolire i manufatti artistici di Rupnik – mosaici di scene evangeliche – contenuti in tante cappelle, chiese, monasteri del mondo. La domanda che viaggia sul we è sempre la stessa: è moralmente accettabile mantenere all’interno di un luogo sacro, dove la gente va a pregare e cercare Dio, le opere di un abusatore seriale?

    Più che un rompicapo ormai sembra un vicolo cieco. Il brutto caso del gesuita Marko Rupnik, accusato da diverse religiose di violenze sessuali e manipolazione della coscienza, è diventato l’esempio della scarsa trasparenza in Vaticano in tema di abusi sessuali. Le vicende legate a questo artista famosissimo e con amicizie importanti a ogni livello della Chiesa arrivano persino a gettare un’ombra sul pontificato. Papa Francesco in una intervista alla Associated Press ha però tagliato corto assicurando di non aver avuto nessun ruolo nella sua gestione. Eppure tanti dubbi restano sul tappeto.

    Papa Francesco in una intervista recente alla Ap ha smentito di avere avuto parte nel caso Rupnik: «Per me è stata una sorpresa, davvero. Questa persona, un artista di questo livello, per me è stata una grande sorpresa e una ferita». Francesco ha anche aggiunto di volere maggiore trasparenza. «E con la trasparenza arriva una cosa molto bella, che è la vergogna. La vergogna è una grazia».

    Di fatto il giallo resta ancora insoluto. Dopo una prima indagine all’interno della Compagnia di Gesù, il dossier era passato in Vaticano e il gesuita artista venne infatti condannato dalla Congregazione della Fede per il crimine canonico dell’assoluzione di complice che prevede la scomunica immediata del reo. Per la Chiesa si tratta di un peccato gravissimo. Rupnik però fu misteriosamente graziato poco tempo dopo, a suo favore intervenne una misura speciale che, tecnicamente, spetta  solo al pontefice.

    Ma Papa Francesco ha spiegato  alla Ap di essere intervenuto sul caso Rupnik solo proceduralmente e per mantenere la seconda serie di accuse delle nove donne vittime di abusi con lo stesso tribunale perché altrimenti «i percorsi procedurali si sarebbero divisi e poi tutto si confonde». Quanto al fatto che il Vaticano non abbia rinunciato alla prescrizione, il Pontefice concorda che sia giusto rinunciare «sempre» ai termini di prescrizione per i casi che coinvolgono minori e «adulti vulnerabili, per mantenere invece le tradizionali garanzie legali con i casi che coinvolgono altri soggetti».

    Le parole di Francesco hanno finito per far nascere ulteriori interrogativi oltre a quelli già esistenti. Tanto che la stampa americana ha subito evidenziato che i conti non quadrano. Se nel gennaio 2020 i giudici della Congregazione della Dottrina della Fede in modo unanime riconobbero Rupnik colpevole del gravissimo crimine, e nel maggio 2020 la scomunica fu cancellata con un colpo di spugna dal cardinale prefetto Ladaria (che difficilmente agisce autonomamente avendo bisogno di un placet superiore, quindi del Papa), la domanda che resta sul tappeto è che cosa sia accaduto dietro le quinte.

    Chi è intervenuto per aiutare il gesuita Rupnik? Ad aggravare il quadro ci fu  una altra strana decisione: nel marzo 2020 il Vaticano decise di affidare gli esercizi spirituali della curia proprio al gesuita che era stato appena scomunicato tanto che  effettivamente fu lui a predicare a cardinali e vescovi prima della quaresima di quell’anno. «Come è stato possibile che il Vaticano abbia affidato la predicazione degli esercizi spirituali al gesuita che era appena stato scomunicato dalla Congregazione della Dottrina della Fede?». Rupnik era stato chiamato a sostituire all’ultimo momento il predicatore padre Cantalamessa che era a casa con l’influenza.

    Il sito para vaticano Sismografo annota: «Non si sa chi prese la decisione di chiamare Rupnik. I massimi responsabili della Segreteria di Stato erano ancora ad Ariccia per l’annuale settimana di Esercizi spirituali e il Papa faceva altrettanto a Santa Marta, colpito da raffreddore. Questo tipo di decisione in teoria spetta al Sostituto della Segretaria di stato, il venezuelano Peña Parra. Il Sostituto è una persona molto vicina al Papa ed è possibile che Peña Parra abbia parlato con il Pontefice  della situazione venutasi a creare con l’impedimento di padre Cantalamessa. Il nome del gesuita Rupnik poteva venire fuori in modo spontaneo e immediato non solo per l’esperienza del sacerdote in materia di Esercizi spirituali ma anche per la relazione molto stretta con Papa Bergoglio».

    In Vaticano è risaputo che Rupnik ha goduto di amicizie e coperture influenti già ai tempi di Wojtyla. I gesuiti della Compagnia di Gesù di recente hanno fatto un riassunto del doloroso caso  evidenziando che da parte loro era già stata aperta una inchiesta preliminare per fare chiarezza sulle accuse di  «molestie sessuali e di assoluzione di una complice (…) nel peccato contro il sesto comandamento».

    Già nel 2019 l’indagine preliminare aveva appurato che le «accuse erano credibili» e che era stato inviato un plico alla Congregazione per la Dottrina della Fede;  nel frattempo a Rupnik erano state imposte “misure restrittive cautelari” a gennaio 2020, qualche settimana prima della predica per la Curia romana del primo venerdì della Quaresima, all’unanimità fu emessa la sentenza di colpevolezza: «c’è stata effettivamente l’assoluzione di una complice».

    https://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/abusi_rupnik_papa_francesco_universita_laurea_coperture_vaticano_suore_vittime_cardinali_ladaria_de_donatis-7232837.html

  • Il cardinale Mueller spietato su papa Francesco: «I suoi amici privilegiati se accusati di abusi: un cerchio magico fa le nomine in Vaticano»

    Il cardinale Mueller spietato su papa Francesco: «I suoi amici privilegiati se accusati di abusi: un cerchio magico fa le nomine in Vaticano»

    Un «cerchio magico» graviterebbe attorno a Papa Francesco. Gli abusi nella Chiesa verrebbero trattati in maniera parziale. Il «no» alla messa in latino avrebbe addolorato e allontanato le frange tradizionaliste. Queste sono solo alcune delle rivelazioni fatte dal cardinal Gerhard Mueller nel libro In buona fede con Franca Giansoldati (Solferino), in uscita a giorni. L’ex Prefetto della Dottrina della Fede non risparmia le critiche alla linea adottata dal Pontefice, che a suo dire si sarebbe circondato da persone «non preparate dal punto di vista teologico». A suo dire, inoltre, in Vaticano ormai le informazioni circolerebbero «in modo parallelo»: «da una parte sono attivi i canali istituzionali purtroppo sempre meno consultati dal pontefice, e dall’altra quelli personali utilizzati persino per le nomine dei vescovi o dei cardinali».

    La questione degli abusi

    Parole forti, che non risparmiano di commentare nemmeno gli scandali che hanno travolto la Chiesa in tempi recenti. In particolare, viene citato il caso di Monsignor Gustavo Zanchetta, il vescovo argentino che lo scorso marzo è stato condannato a quattro anni e mezzo di reclusione per abusi sessuali su due seminaristi. Il suo caso, scrive Mueller, «fa discutere poiché ha potuto godere di uno status privilegiato in quanto amico del Papa. Di norma le amicizie non possono influenzare il procedere della giustizia, tutti devono essere trattati in modo uguale». Viene chiamato in causa anche don Mauro Inzoli, un sacerdote vicino a Comunione e Liberazione. «Il tribunale vaticano – si legge nel libro – avviò un processo su di lui alla fine del quale si decise di ridurlo allo stato laicale perché fu riconosciuto colpevole di crimini. Purtroppo però vi fu un cardinale di curia che andò a bussare a Santa Marta, chiedendo clemenza». Mueller racconta che «davanti a questo interventismo» il Papa si convinse e scelse di modificare la sentenza aggiustando la pena a Inzoli, stabilendo che rimanesse sacerdote. Ma con il divieto di indossare in pubblico l’abito sacerdotale o il clergyman, e senza presentarsi alle comunità come consacrato: «Rimaneva consacrato ma non poteva mostrarsi agli estranei come tale. Questo è solo un esempio».

    Il «no» messa in latino e l’affair Becciu

    Nell’opera di Mueller riecheggia quanto già raccontato da Georg Gänswein, segretario di Benedetto XVI, il quale ha affermato che il no di Papa Francesco alla messa in latino «spezzò il cuore» di Joseph Ratzinger. La decisione, aggiunge Mueller, è stata «uno schiaffo» per i tradizionalisti, «ha scavato fossati e ha causato dolore». E ha dato l’impressione, a suo dire, che il Pontefice avesse scelto di «dare ascolto a un gruppo di consiglieri, senza tenere conto che quel provvedimento avrebbe assunto i contorni di una mera dimostrazione di potere». Il cardinale è un fiume in piena, e non risparmia nemmeno le critiche sulla gestione dell‘affair Becciu, il cardinale accusato di essersi arricchito assieme ai suoi famigliari con i fondi della Segreteria di Stato vaticana. «Non si può punire qualcuno senza avere in mano le prove della sua colpa. Questo modo di agire è capitato di frequente in Vaticano e non riguarda solo il singolare caso Becciu, ma è accaduto persino dentro la Congregazione per la Dottrina della Fede quando furono mandati via alcuni sacerdoti senza ragioni, dall’oggi al domani», sentenzia Mueller. Il biasimo del porporato investe in primo luogo i mass media, colpevoli a suo dire di aver amplificato una «questione macroscopica».

    Becciu sarebbe «stato umiliato e punito di fronte al mondo senza che gli sia stata data alcuna possibilità di difesa. Ora si aspetta la fine del processo in corso al tribunale vaticano. Eppure dovrebbe valere per chiunque la presunzione di innocenza, un diritto sacrosanto dai tempi degli antichi romani». Ma l’ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede sottolinea una porzione di responsabilità che a suo dire sarebbe da attribuire al Papa: «Francesco ha deciso di punirlo severamente dopo che qualcuno era andato da lui, a Santa Marta, per mostrargli un articolo de L’Espresso, un settimanale italiano che riportava un’inchiesta sul cardinale. Ma come si fa ad agire in base a un articolo di stampa?», conclude.

    https://www.open.online/2023/01/20/vaticano-cardinale-gerhard-mueller-vs-papa-francesco/

  • Il cardinale George Pell muore all’età di 81 anni

    Il cardinale George Pell muore all’età di 81 anni

    CNN Roma – Il cardinale George Pell , il più alto funzionario cattolico condannato per abusi sessuali su minori prima che la sentenza fosse ribaltata nel 2020, è morto, secondo il suo segretario. Aveva 81 anni.

    Padre Joseph Hamilton ha confermato la morte di Pell martedì sera, ora locale, dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Roma per un intervento di sostituzione dell’anca. Hamilton ha detto che mentre l’operazione ha avuto successo, Pell ha successivamente subito un arresto cardiaco.

    Nato nella città regionale di Ballarat, in Australia, l’8 giugno 1941, Pell è salito tra i ranghi della Chiesa cattolica romana fino a diventare tesoriere vaticano, considerato da molti la terza posizione più alta all’interno della chiesa.

    Ha ricoperto quel ruolo dal 2014 al 2019 come responsabile delle riforme finanziarie di Papa Francesco, che si sono in gran parte bloccate quando è stato richiamato in Australia per affrontare le accuse di abusi sessuali storici.

    Pell è stato condannato per tali accuse nel 2018 e ha scontato 13 mesi di carcere prima che l’Alta corte australiana annullasse la sua condanna nell’aprile 2020. Pell ha negato strenuamente le accuse, che ha respinto in un’intervista della polizia del 2016 come un “prodotto di fantasia”.

    Nel riassunto di due pagine della sentenza, l’Alta Corte ha affermato che la giuria “avrebbe dovuto nutrire dubbi sulla colpevolezza del ricorrente” e ha ordinato l’annullamento delle condanne.

    https://www.cnn.com/2023/01/10/asia/cardinal-george-pell-dies-intl-hnk/index.html

  • Caso Orlandi, il Vaticano avvia nuove indagini

    Caso Orlandi, il Vaticano avvia nuove indagini

    Il promotore della giustizia Vaticana Alessandro Diddi avvierà nuove indagini in relazione alla scomparsa di Emanuela Orlandi avvenuta a Roma nel giugno del 1983.

    In base a quanto si apprende l’iniziativa è legata ad una serie di istanze presentate in passato da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela.

    “Noi ne siamo all’oscuro, lo apprendiamo dagli organi di stampa ma certo è da un anno che attendevamo di essere ascoltati”, dice la legale della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, commentando con l’ANSA la notizia della riapertura delle indagini vaticane.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/01/09/caso-orlandi-il-vaticano-avvia-nuove-indagini_6fe41984-644f-4df2-b5fb-23ae9fcef203.html

  • «Partì da una mano sul sedere per apprezzarne la forma»

    «Partì da una mano sul sedere per apprezzarne la forma»

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – «In una mostra pubblica di Marko Rupnik a Maribor, in Slovenia, era esposto anche un quadro che ritraeva una donna poco vestita, in atteggiamento che sembrava sensuale. Questa cosa mi causò un certo sconcerto: si sapeva perfino chi di noi gli aveva fatto da modella, come se fosse una cosa normale».

    Roberta (nome di fantasia), 54 anni, ha fatto parte della Comunità Loyola dal 1990 al 2000. Dalla sua testimonianza emerge chiaramente la sistematicità con cui il noto artista circuiva le giovani suore attraverso il plagio e l’abuso spirituale per ottenere favori sessuali, nell’indifferenza dei suoi superiori. Così come viene ben evidenziato a quali umiliazioni venissero esposte le donne che con fatica riuscivano a respingerlo. La comunità stessa era per Rupnik un sicuro bacino di coltura delle sue prede: non a caso molte ex religiose che abbiamo intervistato ricordano le pressioni ricevute dal gesuita per farle entrare nella “sua” congregazione.

    L’abuso sessuale è però soltanto un aspetto dell’ attitudine manipolatoria di Rupnik, che si estende ad ogni aspetto della vita delle persone su cui esercita la sua influenza. Anche chi, come Roberta, è riuscita a sottrarsi ai suoi approcci sessuali, ha dovuto fare i conti con le conseguenze di ripetute violenze psicologiche e spirituali.

    Come ha incontrato Marko Rupnik?

    Studiavo storia dell’arte all’università e una compagna di studi mi aveva invitato a una mostra di questo gesuita. Ci andai e lo conobbi in quell’occasione: ero alla ricerca di un approfondimento spirituale e quei quadri mi sembrarono significativi; inoltre lui mi notò e mi coprì di complimenti. Aveva un certo carisma, mentre io ero molto insicura. Accettai il suo invito a fare gli esercizi spirituali ignaziani e in pochi mesi lui, mostrando una platonica infatuazione per me, riuscì a manipolare la mia vocazione religiosa fino al punto da costringermi a entrare nella Comunità Loyola, che non avevo mai sentito nominare. Io ero orientata piuttosto verso un ordine tradizionale, come le suore francescane e le orsoline, ma Rupnik diceva che non andavano bene per me, e che ero destinata ad altro. In una messa a Stella Matutina, che allora era la residenza dei gesuiti a Gorizia, mi fece fare un giuramento solenne davanti a Dio che sarei entrata nella Comunità Loyola, un voto che per me doveva avere valore di voto eterno indissolubile. Io subìi e accettai, e da lì sono cominciati i miei dieci anni in Comunità, dolorosi e assurdi: un sacrificio inutile, sterile, senza frutto.

    Qual era l’atteggiamento di Rupnik nei confronti delle suore?

    Era apertamente ambiguo: per certi sguardi che ti rivolgeva, e per gli apprezzamenti che non ti aspetteresti da un prete. Un giorno, ero ancora una novizia, mi ha messo le mani sul sedere, commentandone compiaciuto la forma. Capivo che era sbagliato, ma lui mi confondeva perché ammantava tutto di un’aura spirituale e giustificava il suo interessarsi apertamente alle forme femminili con il suo essere artista, e perdipiù un artista a servizio della gloria di Dio. Ci ripeteva sempre la retorica del valore spirituale della femminilità, che lui esaltava anche negli aspetti propriamente estetici: per esempio, ricordo una sua “lezione” sull’importanza del colore bianco nella biancheria intima femminile e il suo invito a indossare camicette bianche un po’ trasparenti che lasciassero intravvedere il reggiseno, come segno sublime di purezza e bellezza spirituale. Inoltre, sebbene per allungare le mani avesse aspettato che fossimo soli, in generale il suo atteggiamento ambiguo avveniva alla luce del sole ed era esperienza normale in comunità, come presumibilmente altrove.

    Rupnik quindi non agiva di nascosto?

    Aveva uno stile comunicativo seduttivo e manipolatorio che era sotto gli occhi di tutti. Ricordo anche che una volta partecipammo all’inaugurazione di una sua mostra a Maribor in cui, oltre ai grandi volti di Cristo, c’erano vari quadri a tema femminile. Uno in particolare ritraeva una donna poco vestita, in un atteggiamento che sembrava sensuale. Questa cosa mi causò un certo sconcerto, ma apparentemente passò sotto traccia in comunità: si sapeva perfino chi di noi gli aveva fatto da modella; se Ivanka ebbe qualcosa da ridire, io non l’ho mai saputo. In quel momento pensai chiaramente che qualcosa non andava, ma se tutti la consideravano una cosa normale, mi dissi che a sbagliare dovevo essere io. Questo era il contesto in cui vivevamo, in cui Rupnik poteva muoversi indisturbato. Infatti, evidentemente, per lunghi anni nessuno lo ha fermato.

    Rupnik tentò approcci sessuali con lei?

    Una volta. Dato che non riuscivo ad adattarmi alla comunità, ad un certo punto mi trasferirono a Roma e mi mandarono in “cura” da Rupnik. In quel periodo lui mi aveva imposto di telefonargli ogni giorno, cosa che mi metteva in grande imbarazzo, perché in quelle telefonate lui diceva che io ero molto importante per lui, ma chiaramente non era vero. Inoltre dovevo recarmi periodicamente nel suo studio al Centro Aletti, dove lui mi sottoponeva a una specie di terapia psicologica: mi mostrava delle fotografie e io dovevo dire quello che mi facevano venire in mente: lui commentava, anche in un modo che mi feriva, facendomi piangere. Dentro di me pensavo che quella era una procedura improvvisata e che non era qualificato per farlo, ma lui era considerato da tutti nel nostro ambiente un genio, un profeta e un taumaturgo, per cui tenni per me quei dubbi. Al secondo o terzo appuntamento per questa presunta terapia lui volle baciarmi sulle labbra, dicendo che quello era «il bacio di guarigione del Signore». Reagii dicendogli che non volevo più proseguire la “cura” perché non ero sicura che lui sarebbe riuscito a fermarsi.

    Dopo che cosa successe?

    Io non ne parlai con nessuno ma lui si indispettì e questo mio rifiuto acuì per un certo periodo la riprovazione da parte sua e della comunità, perché adesso ufficialmente, oltre che “poco spirituale”, ero anche una che non portava a termine gli impegni presi e che lasciava le cose a metà. Dopo quella volta, però, non ci provò più con me. Anche se non ho subito molestie sessuali da parte di Rupnik, ho però sperimentato gravi forme di abuso psicologico e spirituale da parte sua e della comunità, perché si sono intromessi nel mio rapporto con Dio, distorcendolo e distruggendo in me ogni fiducia. Questa è una ferita ancora aperta, perché la mia vocazione religiosa era sincera.

    Sapeva che aveva abusato di alcune sue consorelle?

    No, non sospettavo minimamente che la situazione fosse così grave. Anche a proposito dell’allontanamento di Rupnik dalla comunità non ricordo alcuna ricerca di chiarimento da parte di Ivanka o delle sue fedelissime. Ci avevano detto che era una questione di difesa del carisma. Giravano voci che era successo qualcosa fra “Anna” e padre Marko, ma la chiave di lettura della comunità era che ciò accadeva per una qualche sua colpa. L’unica a essere trattata con riprovazione fu “Anna”, pubblicamente bollata dalla superiora come “infedele” e per questo obbligata per punizione a fare la cuoca nella casa a Mengeš, in Slovenia, per tutta la vita. Lei era visibilmente molto sofferente: quando riuscì a scappare dalla comunità e ci si rese conto che era sparita, una delle sorelle, che in seguito è diventata una colonna del Centro Aletti, ci mandò a cercarla dappertutto, «anche sotto i letti», lasciando intendere che avremmo potuto trovarla senza vita, come se l’ipotesi del suo suicidio fosse prevedibile e quindi razionalmente accettabile. Trovai questo fatto di una crudezza inaudita. Lasciare la comunità era considerato il male assoluto, peggio della morte.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/marko-rupnik-abusi-accuse-gesuiti-vaticano-r6ynae49

  • Il Crimen di Joseph Ratzinger

    Il Crimen di Joseph Ratzinger

    L’ombra più scura in tutta la carriera di Joseph Ratzinger.

  • Benedetto XVI, Pietro Orlandi: “Mai una parola su Emanuela”

    Benedetto XVI, Pietro Orlandi: “Mai una parola su Emanuela”

    La morte del Papa emerito Benedetto XVI non cancella il senso di amarezza nella famiglia di Emanuela Orlandi, la figlia del commesso vaticano scomparsa nel nulla il 22 giugno del 1983. “Per chi muore c’è sempre rispetto – premette all’Adnkronos Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela che da allora non ha mai smesso di cercare la verità sulla scomparsa della sorella -.

    Ma io continuo a pensare che Ratzinger fosse a conoscenza dei fatti visto che all’epoca era pressappoco il braccio destro di Wojtyla. Eppure, non ha mai detto una parola di solidarietà su Emanuela, nonostante i tanti nostri appelli. Non ci ha mai ricevuto, in questa vicenda è stato un po’ pilatesco, nel senso che se ne è lavato le mani, io non sono mai riuscito ad avvicinarlo. Chissà che magari non abbia lasciato due righe per la famiglia, che arrivassero all’improvviso. Non si sa mai, magari”.

    Pietro Orlandi ritorna al giugno 2008, cadevano i venticinque anni dalla scomparsa di Emanuela: “Mia mamma andò dall’allora segretaria di Ratzinger, che abitava davanti a casa sua, per chiederle se Ratzinger poteva rivolgere una preghiera per Emanuela all’Angelus del 25 giugno. Quella domenica, in piazza San Pietro, aspettammo di sentire una parola su Emanuela: nulla.

    Mamma non si diede per vinta e incontrò di nuovo la segretaria di Ratzinger che le riferì che, alla richiesta, il Santo Padre aveva allargato le braccia dicendo che doveva chiedere. Era chiaro che si trattava di un no. Tempo dopo lessi la lettera nella quale la segreteria di Stato consigliava al Papa di non intervenire perché l’opinione pubblica avrebbe pensato che anche il Santo Padre nutrisse dubbi sulla vicenda o che la pensasse come me. Io chiedevo sempre un gesto di coraggio, non è mai arrivato”.