Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Città del Vaticano

  • Il Vaticano corre ai ripari, difende il segreto confessionale e colpevolizza i mass media per le inchieste

    Il Vaticano corre ai ripari, difende il segreto confessionale e colpevolizza i mass media per le inchieste

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il Vaticano corre ai ripari dal rischio (sempre più concreto) che in molti Paesi si possano obbligare sacerdoti e vescovi a rompere il sigillo sacramentale del segreto della confessione davanti a casi di abusi per denunciare in tribunale i preti pedofili. In un documento pubblicato dalla Penitenzierie vengono definiti i contorni della vicenda e, nello stesso tempo, vengono presi di mira i mass media colpevoli di avere messo in rilievo, in questi anni, «aspetti morbosi» e rovinando la «reputazione» di molte persone.

    «Ogni azione politica o iniziativa legislativa tesa a ‘forzare l’inviolabilità del sigillo sacramentale costituirebbe un’inaccettabile offesa verso la libertas Ecclesiae, che non riceve la propria legittimazione dai singoli Stati, ma da Dio; costituirebbe altresì una violazione della libertà religiosa, giuridicamente fondante ogni altra libertà, compresa la libertà di coscienza dei singoli cittadini, sia penitenti sia confessori. Violare il sigillo equivarrebbe a violare il povero che è nel peccatore».

    Come ha evidenziato anche il seguitissimo sito Il Sismografo diretto da Luis Badilla, nel documento non c’è «neanche un cenno autocritico e non si tocca quanto il Papa ha riconosciuto in molti circostanze sulla mancanza di trasparenza della Chiesa. Come se tutte le colpe fossero fuori e di altri». Come se il problema della pedofilia tra i preti e gli insabbiamenti dei vescovi fossero un problema della stampa.

    Il testo approvato da Papa Francesco il 21 giugno scorso, con la firma del cardinale Mauro Piacenza, interviene direttamente su argomenti di grande rilevanza ma, scrive Badilla, prima d’ora «il Vaticano, e nessuno dei suoi organi specializzati, si è mai espresso sulla stampa in questi termini quasi apocalittici».

    Non sono passati che pochi mesi dal summit degli episcopati sulla pedofilia e dal ringraziamento pubblico che è arrivato dal Papa al ruolo dei mass media nel portare alla luce scandali che altrimenti sarebbero stati sepolti per sempre, complice l’omertà di una parte della Chiesa. In un recente discorso il Papa disse che i giornalisti che avevano svelato gli abusi sessuali potevano essere paragonati a Natan, un famoso profeta che svelò  l’abuso sessuale da parte del re Davide chiamandolo a conversione. Il discorso fu pronunciato davanti alla curia prima di Natale, ma forse il cardinale Piacenza quel giorno era assente.

    Ecco cosa disse Papa Francesco: «alcuni all’interno della Chiesa si infervorano contro certi operatori della comunicazione, accusandoli di ignorare la stragrande maggioranza dei casi di abusi, che non sono commessi dai chierici della Chiesa – le statistiche parlano di più del 95% – e accusandoli di voler intenzionalmente dare una falsa immagine, come se questo male avesse colpito solo la Chiesa Cattolica. Invece io vorrei ringraziare vivamente quegli operatori dei media che sono stati onesti e oggettivi e che hanno cercato di smascherare questi lupi e di dare voce alle vittime. Anche se si trattasse di un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità».

    Ecco invece cosa ha scritto il cardinale Piacenza nel documento pubblicato oggi: «Si è diffusa negli ultimi decenni una certa “bramosia” d’informazioni, quasi prescindendo dalla loro reale attendibilità e opportunità, al punto che il “mondo della comunicazione» sembra volersi “sostituire” alla realtà, sia condizionandone la percezione, sia manipolandone la comprensione. Da questa tendenza, che può assumere i tratti inquietanti della morbosità, non è immune, purtroppo, la stessa compagine ecclesiale, che vive nel mondo e, talvolta, ne assume i criteri.
    Anche tra i credenti, di frequente, energie preziose sono impiegate nella ricerca di “notizie” – o di veri e propri “scandali” – adatti alla sensibilità di certa opinione pubblica, con finalità e obiettivi che non appartengono certamente alla natura teandrica della Chiesa. Tutto ciò a grave detrimento dell’annuncio del Vangelo a ogni creatura e delle esigenze della missione. Bisogna umilmente riconoscere che talvolta nemmeno le fila del clero, fino alle più alte gerarchie, sono esenti da questa tendenza».

    E ancora: «Invocando di fatto, quale ultimo tribunale, il giudizio dell’opinione pubblica, troppo spesso sono rese note informazioni di ogni genere, attinenti anche alle sfere più private e riservate, che inevitabilmente toccano la vita ecclesiale, inducono – o quanto meno favoriscono – giudizi temerari, ledono illegittimamente e in modo irreparabile la buona fama altrui, nonché il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità. Le parole di san Paolo ai Galati suonano, in tale scenario, particolarmente attuali: «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne […]. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!»

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_preti_papa_francesco_stampa_mass_media_confessione_leggi_piacenza_cardinale-4591693.html

  • Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza ed è ricca di casi ingombranti

    Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza ed è ricca di casi ingombranti

    di Franca Giansoldati – Città del Vaticano – I passi del gambero. Che cosa sta accadendo nella Chiesa di Papa Francesco sul fronte della pedofilia: la lotta va davvero avanti e i colpevoli vengono puniti severamente dai tribunali ecclesiastici nello stesso modo, oppure la situazione è ancora a macchia di leopardo e permangono zone grigie? In assenza di trasparenza – perché di quella non vi è ancora traccia – il dubbio assale, almeno a giudicare diversi casi affiorati in quest’ultimo periodo, da varie parti. Il più eclatante ha come protagonista un prete italiano, molto bene introdotto al di là del Tevere e alla Cei, originario delle Marche. Nel 2013 don Giangiacomo Ruggeri, ex parroco a Fano, è stato condannato per aver avuto «baci e carezze» con una ragazzina di 13 anni. L’altro reato contestato riguardava atti osceni in luogo pubblico. In primo grado la pena comminata dal tribunale è stata di 2 anni e sei mesi ma in Appello la corte di Ancona ha accolto il ricorso e dimezzato la pena inflitta (un anno, undici mesi e dieci giorni).

    Resta il fatto che questo prete aveva fatto sesso con una minorenne. Praticamente una bambina. Il caso si è aperto in parallelo anche alla Congregazione della Fede che però ha ritenuto di non procedere alla sospensione a divinis, né alla riduzione allo stato laicale del sacerdote, ma di infliggergli una «giusta pena» che non prevede il suo allontanamento dal ministero sacerdotale. Naturalmente la vittima è stata indennizzata finanziariamente e il sacerdote trasferito alla diocesi di Pordenone dove dirige una casa di esercizi spirituali.

    La cosa buffa che nel frattempo non è sfuggita a tanti osservatori è che don Ruggeri nel frattempo è stato riabilitato persino dall’Osservatore Romano che, recentemente, ha ospitato una sua intervista come esperto di Internet. Naturalmente seminando sconcerto sulla assenza di trasparenza, coerenza, linearità.

    La domanda resta: tolleranza zero verso le mele marce dove è andata a finire?

    Il secondo caso affiorato è quello di un ragazzino milanese abusato sessualmente da un prete, don Mauro Galli, condannato nel 2018 da un tribunale civile a 6 anni e 4 mesi di reclusione. Un caso di insabbiamento da parte dell’attuale arcivescovo di Milano che, a suo tempo, aveva ammesso davanti alle autorità italiane di essere stato a conoscenza del caso ma di avere agito in quel modo. Probabilmente per non creare scandali. Fatto sta che la mamma, Cristina Battaglia, cattolica praticante, cerca disperatamente giustizia dalla Chiesa e dopo avere scritto a Papa Francesco durante il summit sulla pedofilia (senza mai avere avuto risposta), ha accusato anche il presidente della Cei, Bassetti di essere un «bugiardo», di non voler intervenire per smascherare un caso di insabbiamento. Naturalmente anche a Bassetti aveva inviato a più riprese la documentazione su suo figlio che ora ha una ventina d’anni.

    L’ultimo passaggio è terribile per tutta la famiglia del ragazzo abusato riguarda una frase di Bassetti che durante una conferenza stampa aveva affermato di non conoscere il caso quando, invece, a lui erano arrivati tutti i fascicoli e le lettere di mamma Cristina. Siccome questa signora è una donna coraggiosa, ha inviato di nuovo tutte le vecchie lettere a Bassetti, ricevendo in cambio una risposta «raggelante». A una mamma con il cuore spezzato, il cardinale è riuscito a trovare solo parole burocratiche, terminando la missiva con un le «invio un cordiale saluto», come se fosse una lettera commerciale, ma senza assicurare nemmeno nessun contatto umano (come del resto il cardinale Bassetti assicurava di voler fare). Di fatto il caso Delpini è chiaro che resta avvolto da una nuvola di mistero e di scarsa trasparenza sul perché la Chiesa di Papa Francesco non voglia prendere alcun provvedimento nei confronti di un vescovo che ha insabbiato, come invece è stato fatto altrove (Cile, Irlanda, Francia, Stati Uniti).

    A questi due casi si somma il caso di Napoli del cardinale Sepe, anch’egli insabbiatore di un caso di pedofilia, don Silverio Mura. Ultimamente don Silverio è stato assolto dal tribunale ecclesiastico di Milano (un altra anomalia) da ogni addebito nonostante vi siano due vittime, ormai adulte, che lo accusano di abusi reiterati quando avevano 12 anni, agli inizi degli anni Novanta. La sentenza su don Mura è stata affidata (inspiegabilmente) dal Vaticano non tanto alla Congregazione della Fede (dove tra i consultori siede proprio Sepe) ma al Tribunale ecclesiastico di Milano. L’altra cosa incredibile è che la vittima nel processo ecclesiastico figura come test e non come parte lesa e che non sono state ascoltate le altre vittime del prete anche se erano state indicate nel corso del giudizio.

    Inoltre le vittime non hanno potuto nemmeno prendere visione della sentenza nella sua interezza, a loro è stato riferito che è un documento riservato. Un particolare che fa a pugni con quanto era emerso a febbraio al summit contro la pedofilia (basta con l’opacità, serve trasparenza era stato più volte detto). In questo quadro di sostanziale ambiguità Papa Francesco proprio ieri era a Napoli per un convegno dove, arrivando a destinazione, ha abbracciato il cardinale Sepe, per poi accomodarsi, uno a fianco dell’altro per assistere all’incontro teologico sul Mediterraneo.

    Le vittime di don Mura hanno fatto ascoltare il loro dolore a distanza facendo presente che loro continueranno a chiedere la verità, perchè quella sentenza, a loro dire, è l’ennesimo colpo al cuore.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_delpini_sepe_papa_francesco_abusi_vittime_insabbiamento-4573602.html

  • Se sul giornale del Vaticano scrive un prete condannato per molestie su minore

    Se sul giornale del Vaticano scrive un prete condannato per molestie su minore

    Don Ruggeri, condannato per molestie su una tredicenne, è una delle firme dell’Osservatore Romano, fonte ufficiale della Santa Sede

    Ha molestato una ragazzina di 13 anni ed è stato condannato a un anno e undici mesi di reclusione, ma il prete colpevole degli molestie non è stato né sospeso a divinis, né ridoto allo stato laicale.

    No, niente di tutto questo: la Chiesa, prima, lo ha sospeso e, poi, fatte calmare le acque, lo ha trasferito dalle Marche al Friuli-Venezia Giulia; e, per di più, scrive per l’Osservatore Romano, il giornale del Vaticano.

    Assurdo, ma vero. Non sono la tredicenne vittima delle attenzioni sessuali di don Ruggeri non ha avuto e avrà mai giustizia, ma c’è anche la beffa: quel sacerdote è una delle firme del quotidiano più vicino a Papa Francesco. Ne scrive Maurizio Belpietro sulla sua “Verità”e (ci) si interroga, appunta, sul tanto sbandierato rigore promesso dal Pontefice contro i pedofili.

    Il diretto interessato ottenne la riduzione della pena in appello, pur non negando i fatti, e anzi scusandosi e assicurando ai giudici di non essere un pedofilo. Sarà, ma le immagini raccolte dalle forze dell’ordine documentarono baci, carezze e “manomissioni” di reggiseni. Insomma, prove inoppugnabili che gli costarono la condanna a due anni e sei mesi, poi, appunto, ridotta.

    E ora, da esperto di comunicazione via Web quale sarebbe, firma articoli sul giornale edito nella Città del Vaticano, disquisendo su social network e questioni affini al mondo 2.0 e ottenendo addirittura – in occasione della pubblicazione di un suo libro – la prefazione di Federico Lombardi, l’ex portavoce della Santa Sede. E il passato? A quanto pare, visto lo spazio riservato al prete, tutto è stato dimenticato, tutto è perdonato…

    Insomma, l’ennesimo caso che imbarazza la Chiesa e il Pontificato di Jorge Mario Bergoglio.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/se-sul-giornale-vaticano-scrive-prete-condannato-molestie-su-1714580.html

  • Vaticano, Zanchetta sotto accusa anche in Argentina: “Abusi sessuali aggravati”

    Vaticano, Zanchetta sotto accusa anche in Argentina: “Abusi sessuali aggravati”

    L’addebito contro l’ex vescovo emerito di Oran chiamato nel 2017 da Papa Francesco a dirigere l’Apsa è stato formalizzato in tribunale dal procuratore della provincia di Salta, Monica Viazzi. Il 28 maggio Bergoglio aveva annunciato l’apertura di un’indagine nei suoi confronti dinanzi alla Congregazione per la Dottrina della Fede

    Ora l’accusa è stata formalizzata in un tribunale. Ed è la prima volta. Monsignor Gustavo Oscar Zanchetta, dimessosi dalla diocesi di Oran nel 2017 e successivamente chiamato in Vaticano da Papa Francesco, è stato accusato da un pubblico ministero in Argentina di avere abusato sessualmente di seminaristi. Il procuratore della provincia argentina di Salta, Monica Viazzi, sostiene che il prelato ha commesso “abusi sessuali continui aggravati“.

    Il 19 dicembre 2017 Jorge Mario Bergoglio aveva nominato Zanchetta assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). A inizio di gennaio erano emerse sulla stampa le prime notizie circa le accuse mosse al prelato. Pochi giorni prima, a fine dicembre 2018, il giornale argentino El Tribuno aveva scritto che tre sacerdoti avevano puntato il dito contro il monsignore davanti al Nunzio a Buenos Aires, accusandolo di abuso di potere, economico e sessuale all’interno del seminario. Il Vaticano aveva immediatamente precisato che gli addebiti erano giunte mesi dopo la nomina all’Apsa.

    Il 20 gennaio in un’intervista all’Associated Press il reverendo Juan Jose Manzano aveva sostenuto che il Vaticano era a conoscenza dei comportamenti inappropriati di Zanchetta fin dal 2015: “Nel 2015 abbiamo inviato un ‘supporto digitale’ con foto selfie” in cui l’ex vescovo di Oran era in pose “oscene e inappropriate”, ha raccontato il sacerdote. “È stato un allarme che abbiamo lanciato alla Santa Sede attraverso alcuni vescovi in via informale. La Nunziatura non è intervenuta direttamente, ma il Santo Padre ha convocato Zanchetta e lui si è giustificato dicendo che il suo cellulare era stato violato, e che c’erano persone che volevano danneggiare l’immagine del Papa”.

    Manzano aveva aggiunto che Bergoglio conosceva bene Zanchetta in quanto quest’ultimo era stato sottosegretario della conferenza episcopale argentina. Lo stesso religioso nell’intervista aveva sostenuto che da cardinale Jorge Bergoglio era stato il confessore di Zanchetta e lo trattava come “un figlio spirituale”. Ma allo stesso tempo il reverendo aveva difeso il pontefice considerandolo una vittima delle “manipolazioni” del vescovo argentino sotto indagine.

    Il 28 maggio Papa Francesco ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su Zanchetta. “Circa quindici giorni fa mi è ufficialmente arrivata l’indagine preliminare – ha spiegato Bergoglio in un’intervista a Televisa – L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo. Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede – aggiunge il pontefice – stanno facendo il processo”.

    Ripercorrendo la vicenda, il Papa ha sottolineato che “c’era stata un’accusa e, prima di chiedergli la rinuncia, l’ho fatto venire subito qui con la persona che lo accusava. Un’accusa con telefono”. “Si’, ma alla fine si è difeso dicendo che lo avevano hackerato, e si è difeso bene – ha spiegato Francesco – Allora di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo. Ed è venuto il cardinale di Buenos Aires per essere testimone di tutto”.

    “Io ho chiamato la Nunziatura e il Nunzio mi ha detto: ‘Guardi, la questione della denuncia per maltrattamenti è seria’. L’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia. Bello e chiaro. L’ho mandato in Spagna a fare un test psichiatrico. Alcuni media hanno detto: ‘Il Papa gli ha regalato una vacanza in Spagna’. Ma è stato lì per fare un test psichiatrico, il risultato del test e’ stato nella norma, hanno consigliato una terapia una volta al mese. Doveva andare a Madrid e fare ogni mese una terapia di due giorni, per cui non conveniva farlo tornare in Argentina. Alcuni lo hanno interpretato qui in Italia come un ‘parcheggio’”.

    “Perché ho raccontato tutto questo? Per dire alla gente impaziente, che dice ‘non ha fatto nulla’, che il Papa non deve pubblicare ogni giorno quello che sta facendo, ma fin dal primo momento di questo caso, non sono rimasto a guardare – ha sottolineato Francesco – Ci sono casi molto lunghi, che hanno bisogno di più tempo, come questo, e ora spiego il perché. Perché, per un motivo o per l’altro, non avevo gli elementi necessari, ma oggi è in corso un processo nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Cioè non mi sono fermato”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/08/vaticano-zanchetta-sotto-accusa-anche-in-argentina-abusi-sessuali-aggravati/5240742/

  • Argentina, sotto processo il vescovo Zanchetta per “abusi sessuali aggravati”

    Argentina, sotto processo il vescovo Zanchetta per “abusi sessuali aggravati”

    Le accuse contro l’ex vescovo di Oran chiamato nel 2017 dal Papa come assessore dell’Apsa formalizzate per la prima volta in tribunale. Nelle scorse settimane Bergoglio aveva annunciato l’apertura di un’indagine nei suoi confronti presso la Dottrina della Fede

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Abusi sessuali continui aggravati». Con questa accusa del procuratore della provincia argentina di Salta, Monica Viazzi, finisce sotto processo in Argentina monsignor Gustavo Zanchetta, 54 anni, il vescovo protagonista di uno strano caso di dimissioni dalla diocesi di Oran tre anni fa, nominato dal Papa assessore dell’Apsa. Il giudice Claudio Parisi ha accusato ieri formalmente il presule di aver molestato sessualmente due seminaristi mentre era ordinario diocesano e quindi prima di lasciare la carica ed essere trasferito in Vaticano presso l’importante ufficio che amministra il patrimonio della Santa Sede. Inoltre il tribunale ha dichiarato che il vescovo sarebbe colpevole di reati «continui e aggravati» poiché ministro del culto.

    È la prima volta che vengono formalizzate in un tribunale le accuse contro Zanchetta. Quelle finora mosse dai media locali, in testa El Tribuno, con un’accesa campagna in questi mesi. A Zanchetta il giudice ha ritirato il passaporto e tutti i documenti che potrebbero aiutarlo ad uscire dal Paese: deve infatti restare a disposizione della giustizia in ogni momento. Più nel dettaglio al vescovo sono stati imposti numerosi obblighi di reperibilità e domicilio nonché disponibilità per essere sottoposto a perizia psichiatrica. Già il prossimo mercoledì 12 giugno dovrebbe presentarsi per i primi accertamenti psichiatrici. Durante l’udienza monsignor Zanchetta era accompagnato dal suo avvocato difensore.

    LEGGI ANCHE – Sotto indagine per abusi il vescovo argentino assessore dell’Apsa

    Il suo “caso” era iniziato il 29 luglio 2017 quando si era dimesso improvvisamente da Oran, diocesi al nord dell’Argentina caratterizzata da povertà, minacce costanti da parte dei narcos e altre problematiche, dove Bergoglio lo aveva posto nel 2013 tra le sue prime nomine episcopali. La scelta delle dimissioni era motivata da un «problema di salute» che non gli permetteva di «svolgere pienamente il ministero pastorale». Dopo alcuni mesi in cui, di fatto, era sparito dalla circolazione, era riapparso a Roma nel ruolo inedito di consigliere dell’Apsa «in considerazione della sua capacità di gestione amministrativa». Una posizione che non figurava precedentemente nell’organigramma del Dicastero e che non ha mai implicato alcuna responsabilità di governo.

    Su di lui pesava l’accusa di aver abusato sessualmente e psicologicamente di seminaristi adulti. Al momento della nomina in Vaticano tuttavia non era emerso nulla di tutto questo. Era stato nel dicembre del 2018 che alcune testate parlavano di foto osé o in atteggiamenti compromettenti che un funzionario della curia di Oran aveva trovato sul cellulare del vescovo, scaricate quasi casualmente con il sistema Cloud. A queste si erano aggiunte presto le testimonianze di tre seminaristi, mentre un’altra decina di sacerdoti puntava il dito contro Zanchetta per la cattiva gestione delle finanze della diocesi.

    Sull’assessore dell’Apsa è stata avviata quindi un’indagine presso la Congregazione per la Dottrina della Fede agli inizi di gennaio. Intanto il prelato era stato sospeso dal suo incarico in Vaticano, come informava a gennaio il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti. Nuove polemiche, circoscritte perlopiù in Argentina, si erano scatenate però a marzo dopo che il volto di Zanchetta era apparso tra quello dei vescovi e cardinali che accompagnavano il Pontefice negli Esercizi spirituali di Quaresima ad Ariccia.

    Sulla sua vicenda era calato per un po’ di tempo il silenzio, finché non è stato lo stesso Francesco a chiarirne alcune dinamiche nella lunga intervista alla emittente messicana Televisa. Alla giornalista Valentina Alazraki che chiedeva al Pontefice delucidazioni sul fatto se sapesse o meno della montagna di accuse che il vescovo si portava dietro dall’Argentina e, se sì, perché lo avesse portato a Roma, Bergoglio ha spiegato: «C’era stata un’accusa e, prima di chiedergli la rinuncia, l’ho fatto venire subito qui con la persona che lo accusava. Un’accusa con il telefono. Alla fine si è difeso dicendo che lo avevano hackerato, e si è difeso bene. Allora di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo. Ed è venuto il cardinale di Buenos Aires per essere testimone di tutto. E l’ho continuato a seguire in modo particolare».

    «Certo – ammetteva il Papa – aveva un modo di trattare, a detta di alcuni, dispotico, autoritario, una gestione economica delle cose non del tutto chiara, sembra, ma ciò non è stato dimostrato. È indubbio che il clero non si sentiva trattato bene da lui. Si sono lamentati, finché hanno fatto come clero una denuncia alla Nunziatura». Francesco ha quindi contattato il nunzio che gli ha detto: «Guardi, la questione della denuncia per maltrattamenti è seria». «Abuso di potere, potremmo dire», ha commentato il Papa a Televisa. «Non l’hanno chiamata così, ma questo era. L’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia. Bello e chiaro. L’ho mandato in Spagna a fare un test psichiatrico. Alcuni media hanno detto: “Il Papa gli ha regalato una vacanza in Spagna”. Ma è stato lì per fare un test psichiatrico, il risultato del test è stato nella norma, hanno consigliato una terapia una volta al mese… L’ho tenuto qui perché il test diceva che aveva capacità di diagnosi di gestione, di consulenza. Alcuni lo hanno interpretato qui in Italia come un “parcheggio”».

    Nulla di tutto ciò, ha chiarito il Papa. Così come era falsa la critica che la nomina all’Apsa fosse quasi una promozione perché «si era comportato bene». «Non è stato così», ha precisato il Pontefice. «Economicamente era disordinato, ma non ha gestito male economicamente le opere che ha fatto. Era disordinato ma la visione è buona».

    Circa quindici giorni fa (al momento dell’intervista, ndr) a Francesco erano giunti «ufficialmente» i risultati dell’indagine preliminare» affidata all’arcivescovo di Tucumán, monsignor Carlos Alberto Sánchez. «L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo», ha annunciato il Papa. «Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, stanno facendo il processo». Tutto per dire che si sbaglia chi critica il fatto che Bergoglio fosse stato accomodante con il vescovo, sua conoscenza dai tempi del suo episcopato a Buenos Aires: «Non mi sono mai fermato», ha affermato lo stesso Francesco. Ora che il processo canonico è quasi giunto al termine «lo lascio nelle loro mani», ha detto. «Di fatto, come vescovo, devo giudicarlo io, ma in questo caso ho detto no. Facciano un processo, emettano una sentenza e io la promulgo».

  • Abusi, spuntano le lettere di McCarrick: Roma sapeva

    Abusi, spuntano le lettere di McCarrick: Roma sapeva

    Sullo scandalo McCarrick spunta un report del segretario che pubblica le lettere dell’ex cardinale predatore: confermano che fu posto sotto restrizioni nel 2008 e testimoniano che l’arcivescovo di Washington, Wuerl, sapeva; e che McCarrick protestò cercando in tutti i modi di eludere le restrizioni con la complicità di Wuerl. Quel materiale deve essere alla Congregazione dei vescovi. Perché allora il cardinale Ouellet non ne ha fatto menzione nel suo attacco a Viganò? E perché anche ieri – in un’intervista – il Papa ancora diceva che sul suo conto non sapeva nulla? 

    Un rapporto di dieci pagine di quello che è stato il segretario personale di Theodore McCarrick per un anno, e che in seguito l’ha servito come segretario a Roma per diciannove anni, getta una luce ulteriore sulla vicenda, e conferma la veridicità di quanto affermato dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella sua testimonianza dell’agosto scorso (LEGGI QUI IL DOSSIER). E a questo proposito c’è da registrare la prima risposta fornita dal Pontefice regnante sul colloquio avuto con mons. Viganò il 23 giugno 2013. Lo ha fatto proprio ieri a Valentina Alazraki, di Televisa: ha detto “Su McCarrick non sapevo niente, ovviamente, niente, niente. L’ho detto molte volte, non sapevo niente, nessun’idea”. E alla collega messicana ha detto ancora, su Viganò: “Non ricordo se mi ha parlato di questo. Se è vero o no. Nessun’idea. Ma sapete che di McCarrick non sapevo nulla. Se no, non sarei rimasto tranquillo, giusto?”.

    Bisogna però sottolineare a corredo e luce di questa dichiarazione pontificia, che le circostanze del colloquio con Viganò furono diverse. Non fu il Nunzio a parlare di McCarrick, ma fu il Pontefice a chiedergli, di sua iniziativa, informazioni sul cardinale. Che era stato a vedere il Papa solo tre giorni prima dell’udienza a Viganò, e ne aveva ricevuto l’incarico di andare in Cina come rappresentante non ufficiale del Vaticano. E quando Viganò gli rispose in maniera molto dura e grave, dicendo che c’era un grosso dossier su di lui alla Congregazione per i vescovi, che aveva rovinato generazioni di preti e che Benedetto XVI gli aveva imposto restrizioni, il Pontefice non fece una piega, non mostrò nessuna emozione o interesse, e passò ad altro argomento. Un comportamento certamente singolare. È difficile alla luce di queste circostanze credere – anche se è il Papa a rivendicarlo – in un improvviso vuoto di memoria, su una questione che per quanto si possa essere cinici non sembrava secondaria, o di scarsa gravità. Come gli sviluppi successivi delle indagini hanno dimostrato ad abundantiam.

    Di grande importanza è il rapporto di Anthony Figuereido, che si può trovare a questo indirizzo, http://thefigueiredoreport.com. Anthony Figuereido è un sacerdote americano, ordinato da McCarrick, che ha lavorato con lui come segretario per un anno e in seguito, quando si trovava ormai a Roma, era il suo aiutante, in particolare nelle traduzioni e nella corrispondenza. Le dieci pagine di questo rapporto, scritte per contribuire alla trasparenza e alla limpidezza nella Chiesa, contengono lettere e e-mail d McCarrick. Testimoniano che il cardinale fu posto sotto restrizioni, con una lettera del Prefetto dei Vescovi, il cardinale Re, nell’estate del 2008, da parte di Benedetto XVI; che l’arcivescovo di Washington, Donald Wuerl, contrariamente a quanto ha sempre affermato, e ancora sostiene, sapeva delle misure prese; e che McCarrick protestò prima, e poi fece finta di accettare ma poi cercò in tutti i modi di eludere le restrizioni, probabilmente con la complicità di Wuerl. Fra l’altro, un dettaglio importante: poiché il cardinale Re scrisse sia a McCarrick che all’arcivescovo di Washington, copie della lettera devono essere sia nell’arcidiocesi che alla Congregazione per i Vescovi. Come mai il cardinale Ouellet non ne ha fatto menzione nella sua lettera di attacco a Viganò? E perché la promessa di mettere a disposizione del pubblico tutti i documenti esistenti in Vaticano sul caso McCarrick non è mai stata soddisfatta, a oltre nove mesi dalla testimonianza di Carlo Maria Viganò?

    Anthony Figuereido, che fortunatamente è uscito da un grave stato di dipendenza dall’alcol, indotto, dice dai sensi di colpa originati dalla conoscenza di tante cose riprovevoli, forse scriverà altri rapporti, grazie ai documenti di cui dispone. Dallo scambio di lettere offerto da Figuereido appare chiaro che nell’agosto 2008 McCarrick ricevette una lettera in cui gli si imponevano restrizioni. McCarrick afferma inoltre che il cardinale Donald Wuerl, allora arcivescovo di Washington, ne era a conoscenza e fu coinvolto in conversazioni sull’attuazione delle restrizioni.

    Sebbene i dettagli di quelle restrizioni non siano mai stati resi pubblici, la corrispondenza mostra che la prima richiesta era quella di un cambiamento di residenza (non più nel seminario); McCarrick promette di non viaggiare senza espresso permesso del Vaticano e di dimettersi da tutti i ruoli in Vaticano e all’interno della Conferenza dei vescovi (USCCB) degli Stati Uniti; protesta però per la proibizione di venire a Roma. In una lettera, McCarrick suggerisce che il Vaticano vuole “evitare la pubblicità” e quindi per questo mantiene le restrizioni riservate.

    La corrispondenza mostra anche che, nonostante le restrizioni, McCarrick ha ripreso gradualmente a viaggiare già al tempo di Benedetto XVI, e poi a svolgere ruoli diplomatici di primo piano sotto Francesco. Non è escluso che in questo quadro siano compresi i colloqui con la Cina che potrebbero aver contribuito a definire il controverso accordo del 2018 tra Roma e Pechino sulla nomina dei vescovi.

    Dopo l’elezione di papa Francesco, le attività e i viaggi di McCarrick sono state compiute alla luce del sole; il cardinale scriveva a Papa Francesco tra il 2013 e il 2017 per informarlo sui suoi viaggi e attività. Nella corrispondenza, McCarrick nega qualsiasi condotta sessuale scorretta. “Non ho mai avuto relazioni sessuali con nessuno”, ha scritto, ma ammette “una sfortunata mancanza di giudizio” nel condividere il suo letto con i seminaristi tra i venti ei trent’anni.

    “Mentre i problemi dell’abuso sessuale hanno cominciato a emergere, ho capito che era imprudente e stupido e si è fermato”, ha scritto in una lettera del 2008 a un alto funzionario vaticano. Pare evidente che questa affermazione sia risultata falsa alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che lo ha condannato qualche mese fa e in conseguenza della cui condanna è stato ridotto allo stato laicale.

    Da un esame della corrispondenza, che comprende e-mail e lettere private di McCarrick nel periodo 2008-2017, sembra che alti funzionari della Chiesa, incluso il Segretario di Stato vaticano sotto il Papa Benedetto XVI, il capo della Congregazione per i Vescovi, e l’ambasciatore di papa negli Stati Uniti, fossero a conoscenza delle restrizioni. McCarrick scrive anche di aver discusso le restrizioni con Wuerl nel 2008, dicendo che “l’aiuto e la comprensione di Wuerl è, come sempre, un grande aiuto e sostegno fraterno per me”. Ora, è da sottolineare che in caso di restrizioni, la principale responsabilità della sorveglianza cade sul titolare della diocesi. Ma come ha ben testimoniato mons. Viganò, Wuerl probabilmente ha chiuso entrambi gli occhi. E rimase senza risposta una lettera di Viganò all’attuale Segretario di Stato, il card. Parolin, a cui si chiedeva se le restrizioni fossero state abolite, vista l’attività pubblica e i viaggi di McCarrick.

    All’inizio dell’ottobre del 2018, il Vaticano ha rilasciato una dichiarazione in cui diceva che il Pontefice aveva ordinato uno “studio approfondito” dei suoi archivi in relazione al caso McCarrick ; si prometteva che che i risultati sarebbero stati rilasciati “a tempo debito”.  Evidentemente, sei mesi dopo il “tempo debito” non è ancora maturo.

    http://www.lanuovabq.it/it/abusi-spuntano-le-lettere-di-mccarrick-roma-sapeva?fbclid=IwAR1me5z2kGWeAU287Md_3S_JxphJeUkCSGbgNzgHxVpUkEhTKpB1vKQ-Q7c#.XO6mmHIXCck.facebook

  • Ragazzo abusato da un prete, la famiglia al presidente della Cei: “Chi spezzerà catena di omertà?”

    Ragazzo abusato da un prete, la famiglia al presidente della Cei: “Chi spezzerà catena di omertà?”

    Dopo la lettera aperta in cui hanno chiesto le dimissioni di monsignor Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, i famigliari di Alessandro, ragazzo che a 15 anni è stato abusato sessualmente da un prete a Rozzano, si sono rivolti anche al presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, che recentemente ha detto di non sapere nulla della vicenda: “Le abbiamo scritto tante volte, inviandole materiale, prove, registrazioni audio e video. Non può affermare che non è a conoscenza della vicenda!”

    di Francesco Loiacono

    Continua la battaglia della famiglia di Alessandro, ragazzo che a 15 anni è stato abusato da un prete a Rozzano, nel Milanese, contro l’omertà che negli ambienti ecclesiastici, milanesi e non, continua a circondare la vicenda che ha visto come vittima il loro famigliare. Una vicenda, che risale al dicembre 2011, sulla quale la giustizia italiana ha già espresso il suo primo verdetto: il sacerdote in questione, don Mauro Galli, è stato condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi. Lui, ex parroco dell’oratorio di Rozzano poi trasferito in un’altra parrocchia della diocesi, a Legnano, ma sempre a contatto con minori, ha respinto ogni accusa, sostenendo di aver semplicemente dormito nello stesso letto matrimoniale col ragazzo, senza però averne abusato. Alla famiglia, che non si è costituita parte civile al processo, il sacerdote ha versato in via extragiudiziale 100mila euro. Soldi che per l’accusa, che in sede di requisitoria aveva chiesto dieci anni per il prete, costituiscono una “discrasia evidente”: non si capisce infatti a che titolo sia stata versata questa somma se il sacerdote, come sostiene, si ritiene innocente.

    I silenzi e i presunti insabbiamenti da parte della Diocesi ambrosiana

    Al di là dell’aspetto giudiziario della vicenda, che probabilmente proseguirà negli altri gradi di giudizio, da anni la famiglia di Alessandro, molto cattolica, porta avanti una battaglia contro la Chiesa, in particolare gli ambienti ecclesiastici di Milano, colpevoli di aver gestito male la vicenda che riguarda il loro famigliare. I famigliari di Alessandro si sono infatti rivolti alla giustizia solo dopo aver contattato alcune figure apicali della Diocesi ambrosiana, tra cui l’attuale arcivescovo di Milano Mario Delpini e l’attuale vescovo di Brescia Mario Tremolada (che all’epoca dei fatti non ricoprivano gli attuali incarichi). Il loro comportamento è stato però ritenuto inadeguato dai famigliari: un atteggiamento di prudenza estrema che è parso alla famiglia come un tentativo di insabbiare il caso, più che di affrontarlo. E, cosa più grave, i due alti prelati anziché denunciare subito l’accaduto alla giustizia o avviare un’indagine conoscitiva interna alla Chiesa, come era previsto dalle direttive della Cei (Conferenza episcopale italiana), si limitarono a spostare don Galli da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con minori: “È vero, lo abbiamo destinato a Legnano, in oratorio, e di questo siamo stati imprudenti”, aveva detto nel 2015 don Pierantonio Tremolada alla famiglia di Alessandro, come documentato da alcuni audio finiti agli atti del processo.

    La richiesta di dimissioni per monsignor Delpini

    L’atteggiamento della Chiesa, e in particolare dell’attuale Arcivescovo di Milano Mario Delpini sulla vicenda di Alessandro ha portato negli scorsi giorni la famiglia a scrivere una lettera aperta a monsignor Delpini chiedendogli di dimettersi dal suo incarico. L’occasione è stata il recente incontro della Conferenza episcopale italiana durante il quale, tra le altre cose, sono state approvate le nuove Linee guida contro gli abusi ai danni dei minori che avvengono all’interno della Chiesa. Nelle nuove direttive per contrastare la pedofilia nel clero è spuntato l’obbligo morale, ma non giuridico, di presentare un esposto alle autorità civili in casi di abusi, quando ritenuti verosimili e previo consenso della vittima e dei suoi famigliari. Il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha ritenuto l’approvazione di queste linee guida un “passo in avanti”. Eppure lo stesso cardinale ha eluso le domande che alcuni giornalisti gli hanno rivolto sul caso di don Mauro Galli e sull’atteggiamento dell’arcivescovo di Milano, Delpini, dicendo di non sapere nulla della vicenda.

    La risposta del cardinale Bassetti ha provocato l’immediata reazione della famiglia di Alessandro, che in una lunga lettera aperta rivolta al presidente della Cei si è detta stupita dalla sua risposta elencando puntualmente tutte le tappe della vicenda relativa ad Alessandro e tutti i documenti inviati dalla famiglia del ragazzo al cardinale, nonché le risposte inviate dall’alto prelato alla famiglia su carta intestata della Cei: “Sua Eminenza – scrivono i famigliari in un passaggio della missiva, che qui sotto pubblichiamo integralmente – le abbiamo scritto tante volte, inviandole materiale, prove, registrazioni audio e video, le abbiamo chiesto di incontrarci in Vaticano, tante volte purtroppo invano… ma certamente non può ora assolutamente affermare che non è a conoscenza della vicenda! Se non ha voluto leggere, se ci ha risposto solo con frasi fatte, prive di riferimenti contestuali, allora se ne assuma la responsabilità e comunque, da oggi, non potrà più dire che non conosce la vicenda”. In un altro passaggio i famigliari si chiedono: “Ma chi protegge facendo finta di non sapere chi ha coperto coloro che hanno commesso questi gravi reati e peccati (gli abusi sui minori, ndr) non è altrettanto gravemente corresponsabile? Ma chi spezzerà mai questa catena di omertà?”. Chissà se adesso il grido di giustizia dei famigliari di Alessandro troverà una risposta, oltre che nella magistratura che fin qui ha dato loro ragione, anche in quella Chiesa in cui – e lo dimostra la perseveranza con cui continuano a combattere – nonostante tutto continuano a credere.

    La lettera dei famigliari al cardinale Bassetti

    Sua eminenza Cardinale Gualtiero Bassetti, siamo rimasti stupiti nell’apprendere che, durante la conferenza stampa di giovedì 23 maggio, al termine dell’assemblea della conferenza episcopale italiana che lei presiede, in cui sono state approvate le nuove linee guida per la tutela dei minori e adulti vulnerabili, alla precisa domanda di un giornalista che le chiedeva conto della vicenda del Vescovo di Milano mons. Mario Delpini, da noi più volte denunciato in questi anni per aver coperto l’abuso di don Mauro Galli, Lei abbia dichiarato che non sapeva nulla. Questa affermazione evidentemente non è veritiera: noi Le abbiamo personalmente scritto, in copia a molti vescovi e cardinali, oltre che al Santo Padre almeno una decina di volte. Le abbiamo denunciato esplicitamente il caso del comportamento negligente dei due Vescovi coinvolti, mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada. Persino il comitato Vittime e Famiglie dell’associazione Rete l’Abuso le ha scritto per poterla incontrare, proprio per documentarle personalmente le diverse istanze (ancora prima del summit sulla tutela dei minori, in quanto lo stesso Papa Francesco esortava i Presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo ad incontrare personalmente le vittime per essere meglio preparati all’incontro di febbraio).

    Lei ha risposto personalmente, in data 20 febbraio 2019, affermando che la questione degli abusi, oltre che essere un gravissimo reato, è un altrettanto gravissimo peccato, e ci invitava quindi a rivolgerci alle commissioni diocesane. Nel nostro caso, come Le abbiamo puntualmente risposto, significava incontrare la commissione istituita da mons. Delpini in data 11 febbraio 2019 nella quale ha nominato come membro esperto, l’avvocato Mario Zanchetti, cioè il professionista che da oltre quindici anni difende i preti pedofili della diocesi di Milano e non solo. Lo stesso avvocato, che ha difeso il prete che ha abusato di nostro figlio/nipote, don Mauro Galli, condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi di carcere, è lo stesso avvocato che ha presentato ricorso in appello, ancora lo stesso avvocato che per conto dell’Arcivescovo Delpini, ci ha minacciato di chiederci i danni se non stavamo zitti o non mettevamo a tacere gli organi di stampa (come se noi avessimo tale potere sopratutto in un processo pubblico a porte aperte).

    Ci ha scritto che Lei personalmente avrebbe agevolato tale incontro “Ora che è stato costituito il Servizio Nazionale per la Tutela dei minori, chiederò che Lei o una rappresentanza delle vittime e delle famiglie del vostro Comitato, siate accolti e ascoltati, come saranno ascoltate altre vittime nelle sedi dei Servizi Regionali”. Le abbiamo risposto che saremmo andati anche da questa “meravigliosa” commissione a ribadire ancora una volta la nostra denuncia, paradossalmente facilitati dal fatto che, nel nostro caso, il difensore del prete, membro della commissione diocesana nominato appunto da mons. Delpini, ha già tutti i documenti del tribunale di Milano, delle indagini che coinvolgono esplicitamente l’Arcivescovo Delpini rispetto alla gestione della vicenda. Dispone del suo interrogatorio dove lo stesso mons. Delpini giura alla Polizia di essere stato subito allertato dell’allora “presunto” abuso sessuale dalla telefonata dell’allora parroco don Carlo Mantegazza due giorni dopo la notte dell’abuso.

    Dispone della dichiarazione giurata e controfirmata dal monsignore che afferma di aver subito incontrato il prete raccogliendo la sua diretta confessione in cui confidava di aver dormito nel suo lettone con il minore, e quindi rivendica la sua decisione di aver spostato rapidamente il prete in un altro oratorio senza avviare alcuna indagine. Dispone dell’interrogatorio del prete che ammette sia di aver dormito nel suo letto matrimoniale con il minore, sia di averlo subito confessato a Delpini. Dispone di tutti gli interrogatori come quello di don Alberto Rivolta che afferma di aver subito e più volte parlato con Delpini per raccontargli dell’accaduto, dispone delle registrazioni audio dove gli stessi sacerdoti parlando con il vescovo Tremolada dissentono dalla decisione di Delpini di spostare il prete da una parrocchia all’altra. Dispone di tutti i documenti, le intercettazioni telefoniche dove lui stesso (avvocato) è coinvolto in quanto allertato personalmente da Delpini che gli segnalava il caso da gestire quando ancora non era stato notificato l’avviso di garanzia al sacerdote.

    Sua Eminenza, le abbiamo scritto tante volte, inviandole materiale, prove, registrazioni audio e video, le abbiamo chiesto di incontrarci in Vaticano, tante volte purtroppo invano… ma certamente non può ora assolutamente affermare che non è a conoscenza della vicenda! Se non ha voluto leggere, se ci ha risposto solo con frasi fatte, prive di riferimenti contestuali, allora se ne assuma la responsabilità e comunque, da oggi, non potrà più dire che non conosce la vicenda. Può un Cardinale, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana lavarsene le mani rispetto ad una vicenda tanto grave di un Arcivescovo membro della medesima Conferenza Episcopale? Il Sommo Pontefice esorta a denunciare: con il nuovo Motu Proprio “Vos estis lux mundi” introduce l’obbligo di denunciare alla chiesa regolamentando anche con precisione come e dove denunciare un vescovo che sposta i preti sospettati di abuso senza segnalarli, cioè al Vescovo Metropolita come mons. Delpini e specifica anche il caso in cui si intende denunciare lo stesso Metropolita…

    Voi membri della CEI introducete l’obbligo morale di esposto alle autorità civili. Il Papa ha affermato ancora una volta, dopo il Summit di febbraio, che anche un solo caso di abuso è mostruoso e inaccettabile, lei afferma che oltre ad essere un grave peccato è anche un grave reato, il Papa afferma che anche coprire questi gravi reati è altrettanto grave (Motu Proprio “Come una Madre Amorevole”). Ci chiediamo quindi ora: “ma chi protegge facendo finta di non sapere chi ha coperto coloro che hanno commesso questi gravi reati e peccati non è altrettanto gravemente corresponsabile?” Ma chi spezzerà mai questa catena di omertà?

    Noi in questi anni abbiamo denunciato innumerevoli volte il caso e quindi mons. Delpini e Mons. Tremolada a tutte le cariche istituzionali della Chiesa: partendo dall’allora Arcivescovo di Milano Cardinale Scola, al tribunale ecclesiastico Regionale, ai prefetti della Congregazione per la Dottrina Della Fede che si sono susseguiti (Cardinale Müller e Cardinale Ladaria), al Presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei Minori (Cardinale O’Malley), al Prefetto della Congregazione dei Vescovi (Cardinale Ouellet), al supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, ai nunzi apostolici che si sono susseguiti, ai segretari di Stato, all’Arcivescovo Scicluna presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi della Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede consegnando brevi mano il dossier completo del caso Delpini, al Papa Emerito Benedetto XVI, al Santo Padre Papa Francesco….. ricevendo di volta in volta diverse benedizioni e risposte a partire da quelle del Cardinale Scola che definiva maldestri i suoi collaboratori, dal Cardinale Müller che ci riferiva che se ne sarebbe occupato ma, poco dopo, venne licenziato dall’incarico, alla Pontificia Commissione che ci riferiva che non era suo compito occuparsene (loro si dovevano limitare a dare suggerimenti per il bene universale dei minori e che avrebbero inviato tutto il fascicolo alla Congregazione per la Dottrina della Fede), ai Nunzi Apostolici che ci riferivano che era tutto nelle mani del Santo Padre…

    Pare che tutte queste regole, obblighi morali, tolleranza zero, indichino esattamente come e dove denunciare: ma nella realtà non è affatto possibile denunciare o meglio è assolutamente inutile. Tutti sanno, molti fanno finta di non sapere… e comunque o non è compito di nessuno o nessuno se ne occupa! gli unici che rispondono sono quelli che rimandano al mittente o ad altri dicasteri… il risultato è sempre il medesimo: IL NULLA! Per quanto tempo ancora potrà reggere questa farsa? a quale impietoso teatrino il mondo deve ancora assistere? Tutti sanno ma nessuno ammette di sapere, paradossalmente solo Mons Delpini ha ammesso di sapere (o meglio è stato costretto a rispondere alla Polizia quando è stato interrogato), e persino mons. Tremolada che saccentemente senza nessun pudore ammetteva l’errore “va bene, abbiamo sbagliato, lo diremo se ci verrà chiesto…”, sapendo perfettamente che nessuno gli avrebbe mai chiesto nulla. Per aver obbedito a questi “obblighi morali” di cui voi oggi vi dotate, per aver obbedito alle esortazioni del Papa che anni fa ringraziava chi aveva il coraggio di denunciare con nomi e cognomi, noi familiari siamo stati definiti “IPOCRITI perché sputiamo nel piatto in cui mangiamo”, così come ci ha prontamente accolto il nostro nuovo parroco don Roberto Soffientini.

    Ma dove dimora l’ipocrisia in tutta questa vicenda? noi vogliamo solo poter continuare a credere in questa chiesa! Vogliamo poter continuare a credere in una chiesa che non violenta i bambini, in una chiesa che non copre chi violenta i bambini, in una chiesa che non protegge chi copre chi violenta i bambini, in una gerarchia che non mente facendo finta di non sapere, che non si nasconde dietro al fatto che tocca sempre a qualcun altro…. Perché, nel nostro caso, sono finiti “tutti gli altri”, tutti i vertici della gerarchia, non ci sono “altri” a cui poter denunciare, lo sanno ormai tutti, tutti gli uffici, dicasteri, congregazioni… Vogliamo poter credere ad una chiesa che coerentemente da seguito ai propri stessi proclami, obblighi morali, una chiesa autentica e meno ipocrita che si assume la responsabilità degli errori che alcuni suoi ministri compiono, ma anche la responsabilità delle conseguenze!

    Basta che invece che introdurre gli “obblighi morali” ci diciate e diciate apertamente al mondo che è moralmente accettabile che un prete si porti a letto un bambino! Quindi il suo vescovo non avrà più nemmeno la necessità di far sparire il sacerdote spostandolo da una parrocchia all’altra sperando che, così, i genitori non denuncino l’accaduto ai carabinieri…. e noi a quel punto smetteremo di chiedere conto di questa “negligenza” perché rientrerebbe quindi nella normalità… “normale tolleranza” al posto di “tolleranza zero”. Non sareste nemmeno costretti a mentire ad invadenti domande in una qualsiasi conferenza stampa, tanto nessuno chiederà mai conto.

    Noi saremmo gli ipocriti perché ci siamo illusi che era una cosa buona ubbidire al Papa che esortava a denunciare questi orribili reati, da lui definiti “equivalenti ad una messa nera”, azione del demonio che si insidia in questa orribile catena di omertà??? Ma se lei, che è il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, non è in grado nemmeno di rispondere a chi gli ha chiesto lumi su questa vicenda, se non ha nemmeno avuto il coraggio di ammettere, almeno, che era al corrente della vicenda, nemmeno appena un minuto dopo aver approvato le nuove linee guida che dovrebbero garantire trasparenza in una maggiore tutela dei minori….!

    Cosa si deve aspettare la gente? e le vittime? o i familiari come noi? Che brutta pagina della chiesa cattolica! La preghiamo, almeno per pietà cristiana, di risponderci, di risponderci nel merito. Se fino ad ora non sapeva nulla, ora sa! Chiediamo anche a lei l’esito del processo canonico relativo a don Mauro Galli (Immaginiamo che almeno a lei risponderanno, se osa chiedere) oppure anche lei si nasconderà come altri dietro al “non è mio compito”…??? Ma di chi è compito? vuole ancora rimandarci alla Commissione Diocesana dall’avvocato professore Zanchetti? L’unico che, dietro lauto compenso, si offre per conto “vostro” di fare il lavoro sporco (in Tribunale però) senza tuttavia voler far sapere chi paga, questo no! Deve rimanere rigorosamente segreto, forse il povero prete nullatenente, l’unico sacrificabile ormai scaricato!?!

    Sua Eminenza Cardinale Bassetti, la preghiamo di avere la pietà evangelica di volersi documentare finalmente! Quantomeno per poter rispondere la prossima volta con un minimo di cognizione di causa se per caso un comune mortale dovesse nuovamente osare porle una domanda pertinente. Ciò che le chiediamo è solo coerenza, oppure anche questa è coperta dal Segreto Pontificio a discapito della proclamata trasparenza? Non si preoccupi della nostra privacy, argomento strategicamente richiamato nell’ultimo Motu Proprio: se ci risponde e vuole rispondere apertamente, noi le diamo anticipatamente il nostro consenso perché ci sono tanti altri cattolici che, come noi, desiderano poter ancora credere ad una chiesa, ai suoi insegnamenti, ad una chiesa meno ipocrita e più credibile. Il garante della privacy se ne farà una ragione.

    https://milano.fanpage.it/ragazzo-abusato-da-un-prete-la-famiglia-al-presidente-della-cei-chi-spezzera-catena-di-omerta/

  • Bimbo abusato dal prete, la mamma scrive al cardinale Bassetti: «Perché tante menzogne?»

    Bimbo abusato dal prete, la mamma scrive al cardinale Bassetti: «Perché tante menzogne?»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Cristina Battaglia è una leonessa ferita. E’ la mamma del ragazzino abusato da un prete milanese, condannato dal tribunale (civile) a 6 anni e 4 mesi, il cui caso era stato coperto dall’arcivescovo di Milano, Delpini. Ha scritto una lettera aperta al cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti per accusarlo: «Ma come fa si fa a mentire così dicendo che non conosceva il caso di nostro figlio?» Tre giorni fa, alla conferenza stampa dei vescovi, una giornalista aveva chiesto a Bassetti un commento su questa vicenda grottesca, sentendosi rispondere in malo modo dal cardinale che di fatto non ne sapeva nulla, che non se ne era parlato e che non spettava a lui affrontare il caso. La mamma del ragazzo, Cristina Battaglia, per nulla intimidita, da cattolica praticante quale è, non si arrende e vuole dalle autorità ecclesiastiche risposte esaustive proprio mentre sono state approvate le nuove linee guida per la tutela dei minori.

    «La sua affermazione evidentemente non è veritiera: noi Le abbiamo personalmente scritto, in copia a molti vescovi e cardinali, oltre che al Santo Padre almeno una decina di volte. Le abbiamo denunciato esplicitamente il caso del comportamento negligente dei due vescovi coinvolti, monsignor Mario Delpini e monsignor Pierantonio Tremolada. Persino il comitato Vittime e Famiglie dell’associazione Rete l’Abuso le ha scritto per poterla incontrare, proprio per documentarle personalmente le diverse istanze (ancora prima del summit sulla tutela dei minori, in quanto lo stesso Papa Francesco esortava i Presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo ad incontrare personalmente le vittime per essere meglio preparati all’incontro di febbraio)».

    Il cardinale Bassetti di fatto ha risposto alle vittime italiane il 20 febbraio 2019, affermando che la questione degli abusi, oltre che essere un gravissimo reato, è un altrettanto gravissimo peccato.

    Cristina Battaglia, nella lettera, riassume la via crucis della sua famiglia, le umiliazioni ricevute, le difficoltà economiche a portare avanti la causa, fino alla decisione di ricorrere al tribunale civile (che poi ha condannato il prete). La famiglia della vittima ha dovuto fare fronte alle spese degli avvocati e, soprattutto si è trovata di fronte a principi del foro ingaggiati dalla diocesi di MIlano. «Delpini ha nominato come membro esperto, l’avvocato Mario Zanchetti, cioè il professionista che da oltre quindici anni difende i preti pedofili della diocesi e non solo. Lo stesso avvocato, che ha difeso il prete che ha abusato di nostro figlio, don Mauro Galli ed è lo stesso avvocato che ha presentato ricorso in appello, ancora lo stesso avvocato che per conto dell’arcivescovo Delpini, ci ha minacciato di chiederci i danni se non stavamo zitti o non mettevamo a tacere gli organi di stampa (come se noi avessimo tale potere sopratutto in un processo pubblico a porte aperte».

    La famiglia forte del Vangelo non si arrende e soprattutto non ci capacita di tante menzogne. «Lei dispone dell’interrogatorio del prete che ammette sia di aver dormito nel suo letto matrimoniale con il minore, sia di averlo subito confessato a Delpini. Dispone di tutti gli interrogatori come quello di don Alberto Rivolta che afferma di aver subito e più volte parlato con Delpini per raccontargli dell’accaduto, dispone delle registrazioni audio dove gli stessi sacerdoti parlando con il vescovo Tremolada dissentono dalla decisione di Delpini di spostare il prete da una parrocchia all’altra. Dispone di tutti i documenti, le intercettazioni telefoniche dove lui stesso (avvocato) è coinvolto in quanto allertato personalmente da Delpini che gli segnalava il caso da gestire quando ancora non era stato notificato l’avviso di garanzia al sacerdote».

    La signora Cristina è desolata. «Sua Eminenza, le abbiamo scritto tante volte, inviandole materiale, prove, registrazioni audio e video, le abbiamo chiesto di incontrarci in Vaticano, tante volte purtroppo invano… ma certamente non può ora assolutamente affermare che non è a conoscenza della vicenda! Se non ha voluto leggere, se ci ha risposto solo con frasi fatte, prive di riferimenti contestuali, allora se ne assuma la responsabilità e comunque, da oggi, non potrà più dire che non conosce la vicenda. Può un Cardinale, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana lavarsene le mani rispetto ad una vicenda tanto grave di un Arcivescovo membro della medesima Conferenza Episcopale?». La risposta per ora non ha repliche.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/bambino_abusi_prete_milano_cristina_battaglia_lettera_vaticano-4516749.html

  • Bassetti mente sul caso di pedofilia a Milano

    Bassetti mente sul caso di pedofilia a Milano

    Il presidente della Cei ha detto di non sapere nulla dell’abuso su un minore da parte di don Galli, coperto dall’arcivescovo Delpini. Una lettera lo smentisce. Caso archiviato secondo Tarquinio, direttore dell’ “Avvenire”. Ma il prete accusato è stato condannato

    di Giorgio Gandola

    “Chi segue me non camminerà nelle tenebre”. È sconfortante che un sacerdote si sia dimenticato del potente insegnamento di Gesù nel Vangelo di Giovanni e spenga la luce davanti alla verità. Lo è ancora di più se non si tratta di un parroco di campagna in un momento di smarrimento personale, ma di Gualtiero Bassetti, cardinale, arcivescovo di Perugia e presidente della Conferenza episcopale italiana, in una conferenza stampa internazionale. Il contesto è l’assemblea generale della Cei, il tema è quello scottante degli abusi dei preti sui minori. E l’effetto è il solito senso di straniamento davanti alla fragilità comunicativa delle tonache e alla loro insopprimibile determinazione a nascondere la polvere sotto il tappeto.

    IL MOTU PROPRIO DEL PAPA

    Al termine dell’assemblea è consuetudine dei vertici spiegare in un incontro con i giornalisti le linee guida che hanno ispirato l’augusto consesso e le decisioni prese. In questo caso l’occasione è molto importante perché la Cei ha deciso di applicare concretamente il motu proprio di papa Francesco Vos Estis lux mundi, che prevede  tra l’altro la messa in stato d’accusa degli alti prelati che insabbiano gli atti di pedofilia nelle diocesi. Per dare un perimetro al fenomeno i vescovi italiani hanno introdotto un protocollo che rappresenta (in teoria) una svolta: l’obbligo morale di fare un esposto alle autorità civili. Morale, non giuridico, quindi esiste sempre un margine di discrezionalità nel quale muoversi “secondo coscienza”, come se la coscienza di un prete non coincidesse automaticamente con le sensibilità dell’istituzione da difendere. Si sa che la coscienza – come cantava Giorgio Gaber – qualche volta è un salvagente, qualche altra un canotto.

    In ogni caso, se la denuncia è verosimile dopo l’indagine previa (prevista dal diritto Canonico) e la famiglia del minore non si oppone per ragioni sue, il fascicolo è bene che finisca sulla scrivania dei carabinieri o della polizia. Con trasparenza e rispetto per la verità dei fatti, come accade già in numerosi paesi del mondo ma non in Italia senza prima una modifica del Concordato. “È un passo avanti importante”, lo definisce il cardinal Bassetti davanti ai giornalisti. Qualche minuto dopo però lui stesso compie due passi indietro. Accade quando la vaticanista del Messaggero, Franca Giansoldati, prende il microfono e fa una domanda del tutto legittima sul caso di Mario Delpini, l’arcivescovo di Milano accusato dalla famiglia di un ragazzo abusato di avere coperto don Mauro Galli, semplicemente spostandolo da una parrocchia all’altra della stessa diocesi, sempre a contatto con adolescenti. Il quesito riguarda in pieno il tema dibattuto. Chi controlla i controllori?

    Il presidente della Cei si innervosisce, risponde di non sapere nulla della vicenda, di non essere al corrente e che “di questo caso non si è parlato, non spetta a noi”. Tutto questo davanti ad accuse precise e a una richiesta scandita dalla mamma del giovane: “Delpini  ha insabbiato, adesso si dimetta”. È del tutto inverosimile che il cardinal Bassetti non sia a conoscenza dell’imbarazzante situazione perché i giornali ne hanno parlato (non tutti). Ma anche se fosse stato incline all’ascetica meditazione, egli stesso – su carta intestata della Conferenza episcopale italiana e a sua firma – il 20 febbraio scorso ha risposto al presidente dell’associazione Rete l’abuso, Francesco Zanardi, che per conto della famiglia aveva esposto al suo ufficio la vicenda e altre simili in un j’accuse che facilmente si può lettere sul web.

    Il carteggio si è sviluppato dopo che i genitori del ragazzo avevano scritto più volte al Vaticano, prima agli uffici della Congregazione per la dottrina della fede, poi alla Segreteria del Papa. Documenti protocollati con risposte in genere evasive ma con benedicenti formule finali. La lettera di Bassetti comincia con una frase che, letta oggi, suona imbarazzante: “La questione degli abusi costituisce un gravissimo reato, che è anche un gravissimo peccato”.

    GIORNALISTA REDARGUITA 

    Però non è al corrente. Gelo in sala alla Cei, con la giornalista che si ritrova avvolta dal silenzio dei colleghi. Tutto ciò in un clima surreale perché è relativamente semplice condannare gli abusi in astratto, meno quando bisogna fare i conti con il volto di un ragazzo distrutto e con alle spalle tentativi di suicidio, di una mamma coraggiosa e di un arcivescovo avvolto dal proprio inattaccabile potere. Alla fine dell’incontro, mentre le telecamere si accalcano attorno al cardinal Bassetti, la giornalista viene affrontata da Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e intellettuale di indubbia sensibilità, che con aria da reprimenda le spiega: “Ti devi informare meglio perché la vicenda è stata archiviata”. Così archiviata che don Galli è stato condannato in primo grado per abuso sessuale a 6 anni e 4 mesi di carcere, come ha scritto anche il suo giornale. Purtroppo l’istinto manzoniano del troncare e sopire non passa mai di moda sul pianeta della fede. “Chi segue me non camminerà nelle tenebre”. Per qualcun altro, dopo 2000 anni, serve la pila.

    (trascrizione da La Verità del 25 maggio 2019)

  • Sportello nei conventi delle suore per denunciare abusi

    Sportello nei conventi delle suore per denunciare abusi

    Città del Vaticano – Le suore hanno deciso di dotare i conventi di sportelli per capire fino a che punto ci possono essere abusi (anche di potere) da parte di sacerdoti, confessori, vescovi sulle religiose. «Conversazioni aperte» nei conventi e «formazione»: sono queste le due vie indicate per combattere il fenomeno degli abusi contro le religiose come è indicato nel documento finale dell’assemblea dell’Uisg, l’Unione Internazionale delle Superiore Generali, che si è riunita nei giorni scorsi a Roma.
    «Durante l’assemblea è emersa l’importanza che le Superiore Generali siano consapevoli – si legge nel documento – dei diversi tipi di abusi di potere che possono verificarsi. Esse sono state incoraggiate a dare avvio a conversazioni aperte con i membri delle loro congregazioni. L’importanza della formazione è stata continuamente sottolineata perché le suore imparino come affrontare gli abusi di qualsiasi tipo».

    Suor Carmen Sammut, la Presidente uscente della Uisg, ha parlato anche della necessità di «nuovi approcci nella risposta agli abusi su minori e adulti vulnerabili nelle congregazioni religiose e nella Chiesa» e ha proposto quattro iniziative concrete che la Uisg spera di poter realizzare nei prossimi mesi: «1. Istituire una commissione che si occupi di approfondire le varie dimensioni della ‘cura delle persone’; 2. Offrire laboratori e incontri di formazione per i membri della Uisg sulla cura delle persone e sulla creazione di ambienti sicuri; 3. Aiutare i membri delle Congregazioni ad elaborare e implementare protocolli, codici di condotta e linee guida per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili in collaborazione con la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori; 4. Considerare, insieme alle Conferenze dei Religiosi, la possibilità di creare gruppi di ascolto in diverse parti del mondo, guidati da professionisti che possono offrire un accompagnamento alle persone che hanno subito abusi nella Chiesa, attraverso un processo di apertura e guarigione».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/suore_abusi_vaticano_preti_papa_francesco-4512849.html?fbclid=IwAR0_OUr1m7Ai1PC6RKKZyNptWUrD8fS2cBUgKfCDmp1IfqOT7-LPgHh02sw