Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Città del Vaticano

  • Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Un testo inedito del moderatore, contenuto nel volume «Consapevolezza e purificazione» (Lev) e anticipato da Vatican News, sintetizza i resoconti: necessaria «una “cultura della denuncia”»

    DOMENICO AGASSO JR
    CITTÀ DEL VATICANO

    È fondamentale «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Allo stesso tempo bisogna sviluppare quella «della denuncia». Sono indicazioni emerse dai gruppi di lavoro dell’Incontro per la protezione dei minori, che si è svolto in Vaticano dal 21 al 24 febbraio. Tutti i documenti del meeting – una prima volta assoluta nella storia della Chiesa – sono pubblicati in un libro della Libreria Editrice vaticana (Lev) intitolato «Consapevolezza e purificazione». Vatican News anticipa un testo inedito contenuto nel libro, scritto dal moderatore del summit, padre Federico Lombardi, che sintetizza i resoconti delle squadre di dialogo e riflessione in cui erano divisi i vescovi e cardinali.

    È emerso innanzitutto che bisogna «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Occorre allo stesso tempo impegnarsi per sviluppare «una positiva “cultura della denuncia”, che permetta di agire efficacemente nella verità e nella giustizia».

    È importante poi capire «le connessioni fra gli abusi di potere, di coscienza e sessuali; la visione distorta dell’autorità nella Chiesa come potere e non come servizio, qualificata da papa Francesco come “clericalismo”».

    La priorità «dell’ascolto delle vittime è stata ribadita da tutti i gruppi, dove si è riconosciuta la forza delle testimonianze ascoltate». Troppo spesso «le ferite profonde nelle vittime sono causate non solo dal fatto degli abusi, ma anche in gran parte dall’esperienza del rifiuto di essere ascoltate». E anche i vescovi sono chiamati a «esercitare l’ascolto in prima persona». Successivamente, serve «sviluppare le capacità di accompagnamento delle vittime e persone ferite».

    Si può inoltre «mirare ad avere una vera partecipazione di vittime all’aiuto di altre vittime. Inoltre si è parlato del maggiore ruolo che va riconosciuto alle vittime nel corso dei processi canonici».

    Lombardi scrive che «si è messo l’accento sulla importanza della partecipazione e collaborazione dei laici – in particolare delle donne – con le loro competenze specifiche e sensibilità, nei diversi organismi da istituire in aiuto del vescovo (Commissioni per la valutazione delle segnalazioni di abusi; Commissioni “indipendenti” di esame e studio dell’insieme dei casi anche del passato; Commissioni di verifica dell’attuazione di procedure e misure prese; Commissioni per le attività di formazione dei seminaristi, del personale ecclesiale; Commissioni per attività e iniziative di prevenzione per le famiglie e comunità…)».

    Si è parlato dell’importanza «della collaborazione fra Diocesi e Congregazioni religiose, della coerenza di criteri e procedure adottate, anche nel campo dello spostamento del personale religioso da un luogo all’altro». Si è ragionato sul «rapporto fra le competenze dei Vescovi e delle Conferenze Episcopali (ad es. importanza che le Conferenze possano avere un quadro complessivo dei problemi ricevendo adeguate informazioni dalle Diocesi ed elaborando statistiche e Linee guida comuni e valutandone l’attuazione) come pure delle Conferenze Episcopali e di Roma (valutare la trattazione e il giudizio sui casi anche a livello decentrato – Tribunali nazionali o regionali – per evitare accumulo a Roma e ritardi; come pure avere una fase locale di informazione e valutazione sui problemi relativi a negligenza o incompetenza nel governo dei vescovi)».

    Si è esortato alla realizzazione di «un Vademecum per tutti i vescovi, da cui risultino chiaramente i loro compiti e doveri e la obbligatorietà delle norme. La preparazione di un tale Vademecum è stata annunciata da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede ed è molto attesa».

    Tutto ciò è decisivo affinché si possa «procedere efficacemente anche nella direzione del “rendere conto” delle proprie responsabilità (accountability) e della valutazione del modo in cui le responsabilità di governo sono state esercitate».

    In alcuni gruppi «si è discusso in modo approfondito sui problemi e sulle utilità dei “seminari minori”, criticati in una delle relazioni. In tutti i gruppi si è ribadita l’urgenza di un miglioramento della formazione umana, affettiva e integrale dei candidati al sacerdozio, anche nella dimensione della sessualità». Ed è stata «apprezzata l’importanza della presenza di donne nel corso della formazione, di persone competenti dal punto di vista psicologico, dell’uso di test psicologici, in modo da evitare l’accettazione agli ordini sacri di persone inadatte».

    Si è insistito «sull’importanza delle informazioni fra i Vescovi o Superiori competenti sui seminaristi o sacerdoti che passano da un seminario a un altro o da una Diocesi all’altra».

    In diversi gruppi ci si è interrogati «sull’esistenza di un rapporto fra gli abusi sessuali e l’omosessualità. La questione è complessa e per vari motivi sembra da ritenere che non vada stabilita una connessione. La questione merita tuttavia un approfondimento per quanto riguarda il clero cattolico, poiché i casi di abuso conosciuti da parte di membri del clero sono in maggioranza nei confronti di ragazzi piuttosto che di ragazze».

    Poi, la trasparenza, che significa «anzitutto la pubblicazione e conoscenza delle regole, procedure e norme che devono essere seguite; seguirle effettivamente e poter verificare comportamenti, azioni e risultati».

    A proposito di statistiche «si sarebbero desiderati rapporti più dettagliati sulla situazione. Se vi è stata una sentenza di condanna definitiva è giusto che sia conosciuta, come pure è bene che siano resi noti i motivi di dimissione di un vescovo dal suo compito».

    Occorre fare chiarezza sulla tematica «del “segreto”: segreto pontificio, istruttorio, d’ufficio, professionale, confessionale. Si è parlato più volte della eliminazione del “segreto pontificio” a proposito dei procedimenti su abusi sessuali di minori, ma bisogna spiegare che cosa comporta».

    E nella collaborazione con le autorità civili, va dato «accesso ai documenti richiesti».

  • Il vertice sull’abuso ha ottenuto qualcosa, ma non quello che ci si aspettava da papa o vescovi

    Il vertice sull’abuso ha ottenuto qualcosa, ma non quello che ci si aspettava da papa o vescovi

    di Thomas P. Doyle

    Il cosiddetto “vertice” sulla crisi degli abusi sessisti del clero non è stato un fallimento totale. Il processo e l’esito dell’incontro del 21-24 febbraio tra i vescovi in ​​Vaticano sono stati chiaramente una grave delusione per i sopravvissuti-sopravvissuti, le loro famiglie e innumerevoli altri che speravano in qualcosa di concreto. I risultati possono essere compresi solo nel contesto della totalità dell’evento: i discorsi, in particolare quelli delle tre donne, le deliberazioni dei vescovi, la reazione dei media e la presenza e la partecipazione delle vittime-sopravvissute di almeno 20 paesi .

    Sono stato coinvolto direttamente in questo incubo dal 1984 , quando la realtà della violazione sessuale dell’innocente da parte dei chierici, e la menzogna sistemica e l’insabbiamento della gerarchia (dal papato in giù) sono emersi dagli strati del segreto ecclesiastico allo scoperto . Nel 1985 , papa Giovanni Paolo II e diversi alti funzionari del Vaticano possedevano informazioni dettagliate su ciò che stava rapidamente diventando la peggiore crisi della chiesa dal Medioevo.

    Da quel momento in poi, i vescovi di vari livelli della burocrazia ecclesiastica sono stati coinvolti in una retorica quasi ininterrotta sul problema che è stato un misto di diniego, spostamento di colpa, minimizzazione, spiegazioni (il più bizzarro, che è opera del diavolo ) , scuse, espressioni di rimpianto, promesse di cambiamento. La retorica è stata accompagnata da procedure, politiche, protocolli e alcuni cambiamenti nella legge canonica. Il raduno di febbraio non ha fatto eccezione.

    Non ci sono state rivelazioni, dichiarazioni, discorsi o promesse da parte di chiunque fosse coinvolto nelle riunioni che erano nuove, comprese le memorabili dichiarazioni di Holy Child of Jesus Sr. Veronica Openibo , Linda Ghisoni e Valentina Alazraki . Tutto ciò che è stato detto è già stato proclamato pubblicamente da qualcuno all’interno del sistema della chiesa, tra le vittime e i sopravvissuti o dai loro sostenitori.

    L’altro elemento che si adatta perfettamente al modello di risposta dei vescovi negli ultimi 35 anni è che hanno fatto delle promesse ma non hanno fatto nulla. Le persone hanno implorato i vescovi per anni a smettere di parlarne. Ferma il flusso senza fine di banalità vuote e promesse vuote e fai qualcosa . Sfortunatamente, la convinzione di vecchia data della gerarchia secondo cui le loro parole sono sufficienti per cambiare la realtà è stata completamente inutile.

    La conferenza stampa finale ha annunciato tre azioni concrete promesse: una dichiarazione papale su come gestire le violazioni sessuali all’interno della Città del Vaticano; task force di esperti per aiutare le diocesi a gestire le domande di abuso; e un manuale su come rispondere alle accuse. Difficilmente rivoluzionario! Un piano per gestire i rapporti nella Città del Vaticano è tanto importante quanto un piano per gestirli in Antartide. Le altre due promesse, tuttavia, sono tutt’altro che nuove.

    Nel 1985, ho lavorato con due altri uomini che avevano avuto questo casino all’inizio . L’avvocato Ray Mouton, il sacerdote / psichiatra Michael Peterson e io abbiamo messo insieme un manuale intitolato Il problema delle molestie sessuali da parte del clero cattolico: Incontrare il problema in modo positivo e responsabile . Era lungo circa 120 pagine e conteneva articoli professionali sulla pedofilia.

    Insieme al manuale, abbiamo anche presentato un piano per la creazione di gruppi di esperti in varie aree, per aiutare i vescovi che hanno richiesto assistenza. Questo è stato chiamato un “team di intervento di crisi” ed è stato principalmente la creazione di Mouton. Abbiamo anche esortato i vescovi a istituire un comitato per promuovere ricerche aggiornate su quasi ogni immaginabile dimensione della violazione sessuale dei minori da parte dei chierici.

    Quello che è successo? Non solo rifiuto, ma insulto insensato. La direzione della Conferenza nazionale dei vescovi cattolici, al momento della convocazione della conferenza episcopale statunitense, ha respinto il manuale, affermando che già conosceva tutto ciò che conteneva. Hanno respinto il piano di assistenza, sostenendo che non potevano imporlo alle diocesi.

    L’idea del comitato era fortemente sostenuta nientemeno che dal cardinale Bernard Law e dal vescovo Anthony Bevilacqua . Tuttavia, due settimane dopo averlo discusso con il rappresentante di Law, poi il vescovo Bill Levada , il piano è stato improvvisamente cancellato dai vertici della conferenza. Non sono state fornite motivazioni e non sono stati fatti sforzi per sostituirlo.

    Una delle risposte più morali della conferenza episcopale è stata quella di equiparare il piano alla creazione di una squadra SWAT da imporre ai vescovi.

    Finalmente l’insulto. Un portavoce dell’Ufficio dei vescovi del Consiglio generale ha annunciato in una conferenza stampa che noi tre abbiamo preparato il manuale e i piani d’azione per una sola ragione: metterci in fila vendendo i nostri servizi ai vescovi.

    Post scriptum alla densità dei vescovi: un arcivescovo, ora defunto, mi ha commentato ad un ricevimento presso l’ambasciata vaticana: “Non preoccuparti di tutto questo, Tom. Nessuno farà causa alla Chiesa cattolica”.

    Questa informazione di 35 anni fa è importante perché era un presagio di cose future. Da quel momento, c’è stata una costante tensione tra le vittime-sopravvissute, le loro famiglie e sostenitori, il papato e la gerarchia. Le aspettative tristi per l’azione, qualsiasi azione da parte della gerarchia, non è sorprendente, ma in linea con l’eredità difensiva dei vescovi. Qualunque cosa facciano deve essere fatta alle loro condizioni e al loro orario, o viene ignorata.

    Ma quella tattica è stata un disastro per due motivi: in primo luogo, i vescovi non si aspettavano che i sopravvissuti avrebbero trovato la loro voce, organizzato e preso il controllo della storia rispetto agli abusi sessuali e, in secondo luogo, i sistemi legali secolari in un paese dopo un altro stanno trattando i dirigenti della chiesa nel modo in cui trattano chiunque sia coinvolto in un’impresa criminale. La deferenza che ha protetto i vescovi per secoli sta rapidamente avvizzendo nel nulla.

    Coloro che stanno lottando per trovare una svolta positiva per l’incontro, alla ricerca di ragioni per mettere la leadership istituzionale in buona luce fine a se stessa, non sembrano vedere che questo non riguarda il salvataggio del papa e dei vescovi. Riguarda la giustizia per i sopravvissuti.

    Dopo 35 anni di pia banalità, vuote promesse, scuse infondate, vittime demonizzanti e lotta per la marcia verso la giustizia ad ogni svolta, Papa Francesco e i vescovi dovrebbero rendersi conto che un’estensione dell’eredità del comportamento difensivo passato sarebbe caduta sul suo volto, e lo ha fatto. La realtà, che piaccia o no al papa, è che la chiesa istituzionale non può aggiustarsi. I suoi passati tentativi di farlo hanno fallito. Futuri tentativi come quello di far sì che gli arcivescovi metropolitani gestiscano il processo contro i vescovi accusati di abuso o di complicità finiranno allo stesso modo in cui sono finiti tutti gli altri tentativi della chiesa: un fallimento.

    Ora agli aspetti positivi. Il fatto che il papa abbia convocato la leadership di ogni conferenza episcopale nel mondo è un’impresa di per sé importante. Non importa come lo tagli, questo dovrebbe essere un segnale che il Papa prende seriamente la questione e, si spera, per la maggior parte delle giuste motivazioni.

    Ha detto che lo scopo era quello di elevare la coscienza dei vescovi ed educarli sulla natura grave e tossica degli abusi sessuali (qualcosa che avrebbero dovuto sapere prima ancora di andare in seminario). Questo è un ordine molto, molto alto alla luce dei decenni di comportamento dei vescovi di tutto il mondo. Tuttavia, la conferenza ha dato voce ad alcune persone che non hanno tralasciato parole e glielo hanno dato senza ammorbidire il messaggio con scuse o elogi falsi per quanto sia bello avere i vescovi e il papa tutti insieme.

    Eppure la stessa cosa è accaduta nello storico incontro dei vescovi statunitensi a Dallas nel 2002. Data la storia collettiva dei vescovi negli Stati Uniti da allora, è ovvio che l’inclusione di vittime eterosessuali e di sopravvissuti sia stata per lo spettacolo e non per l’illuminazione. Possiamo solo sperare e pregare che questa volta sarà diverso.

    Il vertice del Vaticano non ha prodotto risultati decisivi, orientati all’azione, solo più banalità e promesse. Considero questo un aspetto positivo perché dovrebbe eliminare ogni dubbio sul fatto che il Vaticano e la gerarchia abbiano la capacità o la volontà di adottare le misure radicali essenziali per risolvere il problema. È anche positivo perché ha mostrato ciò che è ovvio da così tanto tempo: la Chiesa ha risposto e continuerà a rispondere alle violenze sessuali e alle sue vittime in modo pastorale e decisivo, ma sono i laici e le donne della gente di Dio, e non il clero, che sono stati e continueranno a essere la forza trainante in questo.

    Il risultato più sorprendente dei quattro giorni a Roma è stato quello che il Papa o i vescovi hanno detto o fatto, ma ciò che i loro incontri hanno ispirato, e questo è stato il raduno senza precedenti delle vittime, dei sopravvissuti e dei loro sostenitori da ogni angolo del globo. Erano organizzati, articolati e determinati. Mentre i partecipanti agli incontri ronzavano in Vaticano, il flagello secolare di violazioni sessuali e stupri da parte di chierici di tutti i ranghi, l’unica ragione della loro presenza, fu chiaramente proclamato per la chiesa e per il mondo da coloro che avevano sperimentato esso.

    Il netto contrasto tra ciò che stava accadendo a livello ufficiale, a livello di chiesa e quello che stava accadendo nelle strade ha ulteriormente rafforzato la credibilità, la simpatia e il sostegno per i sopravvissuti e i loro sostenitori, e non solo quelli a Roma, ma gli innumerevoli altri in tutto il mondo chi hanno rappresentato.

    Il fenomeno dell’abuso del clero è la peggiore crisi che la chiesa abbia vissuto in più di mille anni. La Riforma protestante e il suo seguito, il Concilio di Trento , riguardavano la dottrina, le strutture ecclesiastiche e il clero inetto. Si tratta di qualcosa di molto peggio, la pandemia di violenze sessuali e lo stupro di innumerevoli persone vulnerabili, in particolare i bambini, e il consenso sistemico dello stesso da parte dei papi e della gerarchia.

    Quando finirà e cosa è necessario per risolverlo? Le risposte sono ovvie, ma invocano tanta paura nell’élite clericale che non sono nemmeno in grado di discuterle. Questo incubo continuerà finché il sistema gerarchico che lo ha creato e sostenuto esiste nel suo stato attuale. Le ragioni di questo fenomeno sono profondamente radicate nelle strutture istituzionali della chiesa e nelle scuse teologiche che le sostengono.

    Ci vorrà un processo radicale e fondamentale di cambiamento prima che l’intera chiesa rifletta veramente ciò che dovrebbe essere, il popolo di Dio.

    [Thomas Doyle, un avvocato canonico e prete inattivo, è stato a lungo un esperto di avvocati che rappresentano le vittime di abusi sessuali del clero.]

    https://www.ncronline.org/news/accountability/abuse-summit-achieved-something-not-what-pope-or-bishops-expected?fbclid=IwAR0rH-X6_jIInxmP1wz53XR21TJCNwpejresCqs32sSTO9zeZBQyl5PBGk8

  • Il Papa non punisce il cardinale francese che non ha denunciato alla polizia un pedofilo, la rabbia delle vittime

    Il Papa non punisce il cardinale francese che non ha denunciato alla polizia un pedofilo, la rabbia delle vittime

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Papa Francesco ha deciso di non accettare le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin, lasciando l’arcivescovo libero di prendere la decisione migliore per la diocesi di Lione. La diocesi francese- come si sa – è scossa nelle fondamenta per la condanna del porporato a 6 mesi di reclusione (con la condizionale) per non aver denunciato alla polizia un prete pedofilo, pur avendo informazioni sugli abusi. Una vicenda complessa per gli effetti che rischia di avere sulla Chiesa, considerando che si tratta della prima sentenza di un tribunale civile che riconosce responsabile un vescovo per l’insabbiamento.

    «Il Papa lascia libero di prendere la decisione migliore per la diocesi e il cardinale Barbarin ha deciso di ritirarsi per un periodo di tempo e di chiedere al padre Yves Baumgarten, attuale vicario generale, di assumere la guida della diocesi» ha affermato il portavoce vaticano Gisotti. Della vicenda ne ha parlato anche il cardinale Pietro Parolin. «La Santa Sede tiene a ribadire la sua vicinanza alle vittime di abusi, ai fedeli dell’arcidiocesi di Lione e di tutta la Chiesa di Francia che vivono un momento particolarmente doloroso» aggiungendo che sarà Barbarin a parlare pubblicamente. «Con il Papa ha  concordato i prossimi passi ma deve essere lui che li annuncia».

    Barbarin era stato ricevuto ieri in Vaticano per rassegnare le sue dimissioni, in seguito alla condanna della giustizia francese. La notizia della mancata punizione da parte del Papa sta scuotendo la Francia. Diversi siti francesi mettono in evidenza le parole delle vittime della pedofilia. «Siamo scandalizzati» per l’incapacità della Chiesa di punire i vescovi insabbiatori. Persino la conferenza episcopale d’Oltralpe si è detta stupita della situazione inedita che si è venuta a trovare, da una parte l’esigenza di rispettare il cammino della giustizia e procedere dunque alle dimissioni di Barbarin, e dall’altra la preoccupazione per il bene della diocesi di Lione.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/barbarin_pedofilia_francia_vaticano_vescovi_abusi-4372385.html

  • Papa Francesco non accetta le dimissioni del cardinale francese Barbarin, condannato per aver coperto la pedofilia

    Papa Francesco non accetta le dimissioni del cardinale francese Barbarin, condannato per aver coperto la pedofilia

    Tre motivi dietro la decisione di Bergoglio: aspettare la sentenza definitiva (l’arcivescovo di Lione attende il secondo grado di giudizio), impedire che successione apostolica nella Chiesa sia dettata dalla magistratura civile e prendere atto del fatto che l’accusato si è comportato secondo quanto predisposto dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

    di Francesco Antonio Grana

    Papa Francesco non ha accettato le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin da arcivescovo di Lione. Dopo la condanna a 6 mesi con la condizionale per aver coperto la pedofilia padre Bernard Preynat, il primate della Gallia aveva annunciato che avrebbe consegnato le sue dimissioni a Bergoglio. Una dichiarazione di appena 37 secondi davanti ai media francesiper comunicare una scelta sofferta e, come avevano rivelato i suoi più stretti collaboratori, presa già prima della sentenza. Alla Prefettura della Casa Pontificia, infatti, Barbarin si era rivolto prima che i magistrati di Lione pronunciassero la condanna di primo grado chiedendo di poter incontrare urgentemente il Papa. L’udienza era stata subito fissata per il 18 marzo 2019 nella Biblioteca privata del Palazzo Apostolico Vaticano.

    Il faccia a faccia tra Francesco e Barbarin è durato appena venti minuti. Il tempo per il porporato di spiegare le sue ragioni e rassegnare le dimissioni. Il cardinale era accompagnato da uno dei vicari generali dell’arcidiocesi di Lione, monsignor Éric Mouterde, e da Étienne Piquet Gauthier, presidente della Fondazione Saint Irènee. I due, dopo aver salutato il Papa, non hanno assistito al colloquio privato tra Bergoglio e il porporato. Appena 24 ore dopo l’udienza, il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha reso nota la decisione di Francesco. “Posso confermare – ha affermato il portavoce vaticano – che il Santo Padre non ha accettato le dimissioni presentate dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione. Cosciente tuttavia delle difficoltà che vive in questo momento l’arcidiocesi, il Santo Padre ha lasciato il cardinale Barbarin libero di prendere la decisione migliore per la diocesi e il cardinale Barbarin ha deciso di ritirarsi per un periodo di tempo e di chiedere al padre Yves Baumgarten, vicario generale, di assumere la guida della diocesi. La Santa Sede – ha aggiunto Gisotti – tiene a ribadire la sua vicinanza alle vittime di abusi, ai fedeli dell’arcidiocesi di Lione e di tutta la Chiesa di Francia che vivono un momento particolarmente doloroso”.

    Una decisione che ha sorpreso la maggior parte degli osservatori che davano ormai per scontato che il Papa avrebbe accettato le dimissioni di Barbarin, magari nominandolo amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Lione fino alla scelta del successore. Perché Bergoglio, invece, ha respinto le dimissioni? La decisione di Francesco è dettata principalmente da tre motivi. Il primo è che il Papa non vuole che la successione apostolica nella Chiesa cattolica sia dettata dalla magistratura civile. Barbarin ha 68 anni e ha davanti a sé ancora diversi anni prima di lasciare definitivamente la guida dell’arcidiocesi. Il secondo motivo è che il porporato è stato condannato in primo grado e ha presentato subito appello. Rimuoverlo quando non si è in presenza di una sentenza definitiva non appare al Papa corretto. Tanto meno che, al momento, non esiste nessun procedimento canonico contro il cardinale. Terzo motivo è che Barbarin si è presentato sia davanti ai giudici, sia davanti a Francesco, con in mano la lettera del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer, con le indicazioni per affrontare il caso di pedofilia che, secondo i magistrati francesi, è stato coperto da Barbarin.

    Il Tribunale di Lione, infatti, ritiene il porporato colpevole di non aver denunciato gli abusi sessuali su minori perpetrati, negli anni ’70 e ’80 durante i campi scout, da padre  Preynat. Barbarin replica di aver fatto semplicemente ciò che il cardinale Ladaria gli ha indicato di fare per iscritto. Anche se nella vicenda qualcosa non torna. Seppure cercando di farlo con la massima discrezione per evitare la ribalta mediatica, il prefetto dell’ex Sant’Uffizio aveva detto a Barbarin di allontanare padre Preynat dai bambini. Cosa che, secondo quanto emerso nel procedimento di primo grado, sarebbe stato fatto in modo tardivo e poco efficace. Motivo per il quale, Barbarin, ben consapevole che la sua vicenda ha creato uno scandalo non solo nell’arcidiocesi di Lione, ma in tutta la Chiesa francese, ha deciso di affrontare il processo d’appello ritirandosi momentaneamente dal governo della diocesi. È molto prevedibile che il porporato non ritornerà al suo posto fin quando non ci sarà la sentenza di secondo grado. Ma in quel caso, se la condanna fosse confermata, la decisione tornerebbe di nuovo nelle mani del Papa. E allora Bergoglio potrebbe decidere diversamente.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/19/papa-francesco-non-accetta-le-dimissioni-del-cardinale-francese-barbarin-condannato-per-aver-coperto-la-pedofilia/5048303/

  • Barbarin: il Papa ha rifiutato le dimissioni, mi ritiro per un periodo

    Barbarin: il Papa ha rifiutato le dimissioni, mi ritiro per un periodo

    La comunicazione dell’arcivescovo di Lione dopo l’udienza da Francesco seguita alla condanna a sei mesi per non aver denunciato un prete pedofilo

    IACOPO SCARAMUZZI-CITTÀ DEL VATICANO

    Il cardinale Philippe Barbarin, che ieri ha rassegnato le sue dimissioni nelle mani del Papa dopo essere stato condannato in primo grado dal tribunale correzionale della sua città a sei mesi con la condizionale per non avere denunciato un sacerdote pedofilo, annuncia oggi, tornato in Francia, che Francesco non ha accettato le dimissioni «invocando la presunzione di innocenza» e gli ha lasciato la decisione da prendere per il bene della diocesi e che egli ha pertanto deciso di prendere, a partire da oggi, un «certo periodo» di ritiro affidando la guida della diocesi al suo vicario generale.

    «Lunedì mattina ho rassegnato le dimissioni nelle mani del Santo Padre», afferma il porporato in una nota diramata nel primo pomeriggio. «Invocando la presunzione di innocenza, non ha voluto accettare queste dimissioni. Mi ha lasciato la libertà di prendere la decisione che mi sembra migliore per la vita della diocesi di Lione, oggi. Su suo suggerimento e dato che la Chiesa di Lione soffre da tre anni, ho deciso di ritirarmi per un certo periodo e di lasciare la guida della diocesi al vicario generale moderatore, padre Yves Baumgarten. Questa decisione è in vigore da oggi».

    Il direttore «ad interim» della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha confermato che «il Santo Padre non ha accettato le dimissioni presentate dal Cardinale Philippe Barbarin, Arcivescovo di Lione. Cosciente tuttavia delle difficoltà che vive in questo momento l’Arcidiocesi, il Santo Padre ha lasciato il Cardinale Barbarin libero di prendere la decisione migliore per la Diocesi e il Cardinale Barbarin ha deciso di ritirarsi per un periodo di tempo e di chiedere al padre Yves Baumgarten, Vicario Generale, di assumere la guida della Diocesi. La Santa Sede tiene a ribadire la sua vicinanza alle vittime di abusi, ai fedeli dell’Arcidiocesi di Lione e di tutta la Chiesa di Francia che vivono un momento particolarmente doloroso».

    Era stato il cardinale Pietro Parolin, in mattinata, a preannunciare, a margine di una cerimonia all’ospedale Bambino Gesù , che sarebbe stato Barbarin «che annuncerà, che pubblicherà: ieri si è visto con il Papa e credo che con il Papa hanno concordato i prossimi passi che si faranno nel futuro però deve essere lui che li annuncia alla stampa».

    Il tribunale correzionale di Lione lo scorso 7 marzo ha inaspettatamente condannato il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, a sei mesi, con la condizionale, per non aver denunciato gli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat ha compiuto a danno di numerosi scout minorenni negli anni Settanta e Ottanta. Solo a settembre del 2015 la diocesi aveva vietato al sacerdote il contatto con i minorenni e solo a inizio 2016 Preynat, ancora in attesa di giudizio, è stato messo sotto sorveglianza giudiziaria. Una prima procedura a carico del cardinale Barbarin si era conclusa nell’agosto del 2016 con la decisione della procura lionese di archiviare il caso ritenendo che l’arcivescovo, che nel 2014 aveva ricevuto una esplicita denuncia contro il sacerdote dalla testimonianza personale di una vittima, Alexandre Hazez, non aveva ostacolato il corso della giustizia (mentre la Corte aveva considerate prescritte le voci che erano giunte al cardinale negli anni precedenti). Hazez e altre nove vittime di Preynat, però, non soddisfatte del verdetto, hanno chiamato nuovamente in causa Barbarin, tramite la procedure della «citazione diretta» che, nel sistema giurisdizionale francese, permette di saltare l’indagine preliminare e andare direttamente a processo. E il tribunale correzionale di Lione, presieduto dalla giudice Brigitte Vernay, ha stabilito, questa volta, che l’arcivescovo è «colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali».

    Il cardinale ha allora annunciato che si sarebbe recato a Roma per rassegnare le dimissioni nelle mani del Papa, cosa che ha fatto ieri. Gli avvocati del cardinale, peraltro, nei giorni scorsi hanno presentato appello. «È importante dire», ha spiegato monsignor Emmanuel Gobilliard, vescovo ausiliare della città francese e portavoce del porporato, «che quello delle dimissioni è l’atto di un pastore, l’atto dell’arcivescovo di Lione, che riguarda la diocesi: pensa in coscienza di dimettersi per il bene della Chiesa di Lione. Ma è anche cittadino francese, ha dei diritti e gli avvocati pensano che (con la sentenza di condanna per non denuncia, ndr) ci siano conseguenze per il diritto, per la giurisprudenza, c’è una interpretazione nuova del diritto».

  • Pedofilia, Papa Francesco non accetta le dimissioni di Barbarin. Ma lui si ritira

    Pedofilia, Papa Francesco non accetta le dimissioni di Barbarin. Ma lui si ritira

    Lione, l’arcivescovo era stato condannato dalla giustizia francese per l’omessa denuncia degli abusi sessuali su minori di un cappellano

    di PAOLO RODARI

    CITTA’ DEL VATICANO. “Posso confermare che il Santo Padre non ha accettato le dimissioni presentate dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione. Cosciente tuttavia delle difficoltà che vive in questo momento l’arcidiocesi, il Santo Padre ha lasciato il cardinale Barbarin libero di prendere la decisione migliore per la diocesi e il cardinale Barbarin ha deciso di ritirarsi per un periodo di tempo e di chiedere al padre Yves Baumgarten, vicario generale, di assumere la guida della diocesi”.

    Nonostante alcuni media francesi nella giornata di ieri avessero parlato di dimissioni accettate da parte del Papa, in realtà non è stato così. Una dichiarazione del direttore ad interim della Santa Sede Alessandro Gisotti di oggi spiega che Barbarin si ritira dalla guida di Lione seppure il Papa abbia respinto la sua richiesta di lasciare a seguito della condanna di primo grado a sei anni di carcere per aver coperto abusi sessuali su un minore perpetrati da un sacerdote della sua diocesi.

    La notizia dimostra come sostanzialmente Francesco creda nella innocenza del cardinale, o che comunque abbia preferito, su un caso sul quale Oltretevere i giudizi sono discordi, arrivare alla sentenza di appello prima di avallare una sua rinuncia. Ieri Barbarin è stato in udienza privata dal Papa. L’incontro è stato dunque decisivo per arrivare alla decisione di oggi grazie alla quale, in ogni caso, il porporato francese fatto cardinale nel 2003 da Giovanni Paolo II si fa da parte.

    Il recente summit sulla pedofilia che ha avuto luogo a fine febbraio in Vaticano ha segnato uno spartiacque importante: per la prima volta le vittime hanno preso la scena, parlando loro ai vescovi di tutto il mondo riuniti in silenzio ad ascoltarle. Seppure la “tolleranza zero” sia parola che non piace in Vaticano, la svolta di una Chiesa che non tollera più vescovi insabbiatori è agli atti. Tuttavia, ogni caso va valutato caso per caso. Così, se l’ex cardinale americano Tehodore McCarrick, macchiatosi di abusi sessuali su minori, dopo indagine canonica interna è stato dimesso dallo stato clericale, la stessa sorte pare non cadrà sul cardinale australiano George Pell sul quale la giustizia del suo paese, e non la Santa Sede, ha espresso una sentenza per abusi, e nemmeno sul cardinale Barbarin il quale è accusato di coperture.

    Contro Barbarin si sono mosse personalità importanti della Chiesa. Fra queste Pierre Vignon, giudice ecclesiastico delle province di Lione e Clermond-Ferrand, da qualche mese licenziato dopo venticinque anni di servizio. È stato lui a lanciare una petizione per chiedere le dimissioni di Barbarin. Il sacerdote francese ha deciso di compiere questo passo dopo l’intervento di Francesco sui tanti casi di pedofilia in America: “Ammettiamo che non abbiamo saputo stare dove dovevamo stare – ha scritto il Pontefice –, che non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli”. Vignon disse che “l’appello del Papa è chiaro. Il Popolo di Dio deve reagire, ed è dunque mio diritto spingere a farlo. Siamo in una di quelle ore cruciali della storia nelle quali s’impongono grandi azioni”.

    https://www.repubblica.it/vaticano/2019/03/19/news/papa_francesco_no_accetta_le_dimissioni_di_barbarin-221996111/?fbclid=IwAR2Q8Shn0TczAHV_W__aVv0LAvEuGwZUcxgzrQxvKaA8L99dQIUn9SlubUs

  • Il Papa sempre più complice: Zanchetta, denunciato per abusi, è un amico

    Il Papa sempre più complice: Zanchetta, denunciato per abusi, è un amico

    Gustavo Oscar Zanchetta è stato invitato ad un ritiro spirituale con Papa Francesco. Il vescovo è sotto indagine per accuse di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono stati trovati materiali pornografici e selfie in compagnia di giovani.

    Al ritiro spirituale in Vaticano, voluto da Papa Francesco, c’era anche Gustavo Oscar Zanchetta, Vescovo di Oran, località della provincia di Sala, al nord dell’Argentina, sotto indagine per abusi sessuali. Un nome che ha fatto scalpore e che getta buio proprio sulla figura di Bergoglio. Se il Vaticano tenta di coprire gli abusi, la più alta rappresentanza della Chiesa non si fa di certo problemi ad andare in giro con persone di dubbia moralità.

    E se George Pell – condannato a 6 anni di reclusione per abusi su due minori quand’era arcivescovo a Melbourne – sarebbe dovuto essere il consigliere di Papa Francesco, Zanchetta è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa ad Ariccia. Non curante, per nulla, delle cattive voci e accuse che ruotano attorno a lui. Del resto, i due sembrano essere molto amici, tanto che il vescovo argentino venne chiamato a Roma nel 2017 per una nomina ad assessore all’Apsa – Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. La promozione fece storcere il naso e alimentò le dicerie su Papa Francesco, tanto più se Zanchetta, poco prima, aveva rinunciato  al governo della sua diocesi per “problemi di salute”, salvo poi, quattro mesi dopo, accettare la nomina.

    Sul vescovo piovono denunce presentate alla nunziatura di Buenos Aires e riguardano abusi in seminario. Sul suo telefono sono state trovate fotografie pornografiche e selfie in compagnia di giovani, ad avvallare le denunce per abusi sessuali piovute sul suo conto. Attualmente, è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Stando a quanto riporta il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Eppure, stando a fonti argentine, diversi preti della diocesi di provenienza di Zanchetta, affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015. Il Papa, dunque, non poteva non sapere.

    La notizia della presenza dell’arcivescovo al ritiro spirituale è circolata su diversi giornali anglosassoni e ha fatto il giro del web. Si discute il ruolo di Papa Francesco in relazione allo scandalo dei preti pedofili che da mesi ormai invade la Chiesa, percepito ormai come un alleato.

  • «Pedofilia, non c’è un attacco alla Chiesa  La verità anche in Italia come chiede Francesco»

    «Pedofilia, non c’è un attacco alla Chiesa La verità anche in Italia come chiede Francesco»

    Il gesuita Zollner, esperto anti-pedofilia del Vaticano: dopo l’incontro voluto dal Papa c’è maggiore consapevolezza nelle conferenze episcopali

    di Gian Guido Vecchi – CITTÀ DEL VATICANO Nel sesto anniversario dall’elezione di Francesco, il tribunale di Melbourne ha condannato a sei anni, per pedofilia, il cardinale George Pell . Una settimana fa un altro cardinale, l’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin, è stato condannato a 6 mesi con la condizionale per mancata denuncia di un abuso commesso da un sacerdote. C’è chi parla di Chiesa sotto attacco, che ne dice padre?

    «Ma no, le vicende si accumulano, sono casi che arrivano nello stesso momento ma dalla Francia all’Australia sono in ballo da anni, non ha senso sostenere che questo sia un attacco concertato». Padre Hans Zollner, gesuita tedesco, preside dell’istituto di Psicologia e presidente del Centro di protezione dei minori dell’Università Gregoriana, è forse il massimo esperto della Chiesa in tema di lotta agli abusi. Fa parte della commissione vaticana per la protezione dei minori e del comitato organizzatore dell’incontro voluto dal Papa, il mese scorso, tra presidenti e rappresentanti di tutte le Conferenze episcopali del mondo.

    C’è il rischio che queste reazioni, anche nella Chiesa, frenino le riforme volute da Francesco?

    «Considerazioni del genere c’erano prima e adesso si sentono più giustificate, ma insomma, non credo abbiano affetto. Non c’è un attacco alla Chiesa, ci sono accuse rivolte alle persone. Se un giudice, il sistema legale di un Paese dice che c’ è stato reato, allora il colpevole deve scontare la pena. Nel caso dei cardinali Pell e Barbarin bisogna tenere presente che non abbiamo una sentenza definitiva ma, per ora, delle condanne in primo grado. Staremo a vedere».

    L’anno scorso diceva al «Corriere» che la Chiesa italiana dovrebbe fare come quella tedesca, che ha compiuto una ricerca durata tre anni in tutti gli archivi, altrimenti si troverà a dover rincorrere lo scandalo. Nel frattempo monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha annunciato una ricerca affidata a un’università per capire finalmente le dimensioni del fenomeno degli abusi in Italia e un’«ampia consultazione» tra i vescovi sull’obbligo di denuncia alle autorità civili…

    «Le parole di Francesco, l’accento particolare che il Papa ha posto sulla questione ha avuto effetto in molti Paesi, prima e dopo l’incontro in Vaticano. Non dico che anche in Italia sia direttamente legato, ma di certo l’attenzione del Papa ha accelerato e sta accelerando i processi. Bene così, bisogna cercare la verità».

    Come va il cosiddetto «follow up» dopo l’incontro in Vaticano? Che cosa ci si deve attendere ora?

    «Il lavoro prosegue, alcune cose sono pronte e stanno per essere pubblicate, per altre ci vorrà ancora qualche mese. Ma si avranno conseguenze concrete solo se le conseguenze concrete avverranno nei vari Paesi, nella conferenze episcopali. Io seguo le notizie che arrivano dalle varie chiese locali, e vedo che si stanno definendo gruppi di lavoro, commissioni di ascolto delle vittime, revisioni delle linee guida contro gli abusi… Si è creato l’effetto nel quale speravo prima dell’incontro: che tutti tornassero con maggiore consapevolezza ed energia per cambiare le cose nel loro territorio».

    https://roma.corriere.it/cronisti-metropolitani/notizie/pedofilia-non-c-attacco-chiesa-2875d6f0-45ba-11e9-84eb-0118ce37142a.shtml

  • Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Città del Vaticano – In Vaticano nominare Zanchetta suscita enormi imbarazzi. Non fosse altro perché l’arcivescovo argentino molto amico di Papa Francesco – chiamato a Roma nel 2017 a ricoprire un importante incarico all’Apsa – è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede per una serie di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono state trovate fotografie porno, selfie in compagnia di giovani. Insomma, un caso scomodo non solo per la faccenda degli abusi, ma perchè getta una luce obliqua persino su Papa Francesco, responsabile della sua promozione nonostante le chiacchiere che in Argentina tutti conoscevano. Zanchetta però è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia. Come se niente fosse. La notizia che inizialmente è circolata su alcuni giornali anglosassoni, tra cui il Catholic Herald, ha inziato a fare il giro del mondo, suscitando sconcerto.

    Le denunce contro Zanchetta sono presentate alla nunziatura di Buenos Aires e indicano abusi in seminario. Per il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Ma secondo quanto racconta il giornale El Tribuno di Oran, la diocesi di provenienza di Zanchetta, diversi preti della diocesi affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015, e che di ciò si parlava apertamente nella diocesi e fra i preti. Il Papa, dunque, allude El Tribuno, non poteva non sapere.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_papa_francesco_ultime_notizie_oggi-4356465.html?fbclid=IwAR2TLuYL7SFHhLTxlslgNePiyij7eQfaFxMvUOg9JlWYSKxEG0Kze86WakY

  • Scanonizzate Wojtyla! L’appello di credenti francesi dopo il documentario sulle religiose abusate

    Scanonizzate Wojtyla! L’appello di credenti francesi dopo il documentario sulle religiose abusate

    Parigi-Adista. Che si scanonizzi Giovanni Paolo II, che proteggendo preti abusatori ha protetto il sistema degli abusi ed è responsabile di aver creato una immagine di “Donna” totalmente astratta e disincarnata, cui è concesso solo di scegliere tra la maternità e la verginità religiosa, vocazioni entrambe calpestate dall’ipocrisia dei preti abusatori, che non hanno rispettato né l’una né, quando causavano una gravidanza, l’altra.  È il durissimo appello di Anne Soupa e Christine Pedotti, fondatrici nel 2009 del Comité de la Jupe (Comitato della gonna, con riferimento a un’espressione derisoria dell’allora arcivescovo di Parigi card. André Vingt-Trois), teso a rivendicare la piena corresponsabilità di laiche e laici nella gestione, consapevolezza e decisioni della Chiesa, nella linea del Vangelo e del Vaticano II. L’appello, pubblicato l’11 marzo sul quotidiano francese Le Monde, parte dal devastante documentario francese sugli abusi sessuali sulle suore da parte del clero. Lo riportiamo di seguito, in una nostra traduzione dal francese.

    La Giornata internazionale della donna dell’anno 2019 resterà per noi, donne cattoliche e non, una giornata di dolore e di indignazione.

    Gridiamo il nostro orrore dopo la recente diffusione da parte di Arte del documentario «Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Eglise», di Marie?Pierre Raimbault et Eric Quintin, dedicato agli abusi e alle violenze sulle religiose da parte di preti.

    Da più di dieci anni molte donne, in particolare quelle del Comité de la Jupe, non cessano di interpellare la Chiesa riguardo al suo atteggiamento nei confronti delle donne, raccogliendo risposte arroganti come quella di André Vingt?Trois, all’epoca cardinale arcivescovo di Parigi, le cui parole vanno ricordate: «La questione non è avere una gonna (jupe), ma avere qualcosa nel cervello».

    Non abbiamo parole per condannare questi preti che, quanto a gonne, le hanno soprattutto tolte alle religiose. Dal momento che esse davano la loro vita per “servire”, essi stessi si sono serviti, serviti del corpo di queste donne, negando i loro voti, la loro parola, la loro dignità (tanto spesso invocata dalla Chiesa !), la loro stessa persona, come esseri umani liberi e responsabili del suo corpo. Tra le loro grinfie, queste donne sono state spossessate e ridotte a una funzione sessuale, un uso che ci si concede e poi che si getta via o che si «rifila» a un altro perché «ne approfitti», nell’impunità totale.

    Ci indigna il sistema in cui si inscrivono questi fatti. No, non sono semplici abusi isolati perpetrati da qualche perverso. Bisogna prendere atto che derivano da questa “cultura dell’abuso”, denunciata da papa Francesco nella lettera del 20 agosto 2018 indirizzata al “popolo di Dio” a proposito degli abusi sui bambini.

    Sì, si tratta di un sistema e di una cultura che negano il corpo dell’altro, quello dei bambini come quello delle donne. Questo sistema si radica nel sé maschile e si perpetua grazie all’idolatria di cui è oggetto la funzione del prete.

    Ma c’è di peggio. C’è quel concetto che la Chiesa cattolica ha forgiato e che chiama “Donna”. Ne denunciamo la povertà e la miseria così come il tentativo di dominazione che anima questa visione. Voce determinante che ha portato papa Paolo VI a condannare la contraccezione (enciclica Humanae Vitae), Giovanni Paolo II, una volta papa, ha elaborato una teologia della “Donna”, sempre riferita alla Vergine Maria, immagine del silenzio e dell’obbedienza.

    Sotto la sua influenza, la “Donna” diventa un concetto, concepito esclusivamente da uomini – per di più celibi – la cui unica vocazione è aiutare l’uomo tramite il matrimonio e la maternità o servire la Chiesa nella castità religiosa; una visione slegata dalla realtà delle donne di carne, sangue, spirito e anima che costituiscono, bisogna ricordarlo, la metà del genere umano e almeno i due terzi dei cattolici praticanti.

    Osiamo dire che il primo abuso commesso contro le donne è questa idealizzazione, questo inganno che maschera le innumerevoli discriminazioni di cui le donne sono oggetto nella propria Chiesa. È sull’altare di questa donna-idea che vengono sacrificate le vite delle donne vere.

    Nella Chiesa cattolica, la “donna” deve rispondere a una doppia vocazione: «vergine o madre». Viene assegnata al suo corpo sessuato; al suo “non uso” nella verginità o al suo “uso” nella maternità, senza lasciare alcuno spazio alle altre dimensioni dell’essere umano!

    Denunciamo la menzogna e l’ipocrisia di questa ideologia che pesa su di noi. A svelarla sono gli abusi sui corpi delle religiose. Esse hanno fatto voto di castità e la loro parola viene violentata assieme al loro corpo. Quando queste violenze portano a una gravidanza, vengono fatte abortire con la forza o il loro bambino viene cinicamente abbandonato, su espresso ordine della responsabile della comunità. La violenza fatta al loro corpo raggiunge allora il suo colmo, perché anche la maternità, l’ “altra vocazione”, viene loro negata.

    Così non solo i responsabili della Chiesa cattolica impongono a tutte le donne la loro ideologia della “Donna”, ma – aiutati da qualche donna acquisita al sistema – violano essi stessi le regole che impongono a tutte.

    La nostra accusa non riguarda i soli criminali e responsabili delle violenze. Essa ha di mira la cospirazione del silenzio che ha circondato queste azioni mostruose. «I panni sporchi si lavano in famiglia», si dice per giustificare la presa di distanza dai media e dalla giustizia. Ma questi panni sporchi sono semplicemente rimossi, senza che mai ci si avvicini alla lavatrice o al sapone. Ci troviamo forse in un esercito che gestisce il suo BMC (bordello militare) come male minore?

    Forti del Vangelo e del comportamento di Gesù stesso riguardo alle donne, riaffermiamo i diritti imprescindibili delle donne, che sono quelli di ogni essere umano, dappertutto e specialmente nella Chiesa.

    Chiediamo la scanonizzazione di papa Giovanni Paolo II, protettore degli abusatori in nome della «ragione di Chiesa» e principale artefice della costruzione ideologica della «Donna», così come il divieto di insegnare, di propagare o di pubblicare la «teologia del corpo» che egli ha predicato nel corso delle sue catechesi del mercoledì.

    https://www.adista.it/articolo/60930?fbclid=IwAR2JR1cfRqID4qb7hjiAkw–d05fH4KyWg7nIm29jPuIq4KfF78oShVCHJQ