Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Città del Vaticano

  • Quello scandalo sul cardinale che solleva dubbi in Vaticano

    Quello scandalo sul cardinale che solleva dubbi in Vaticano

    Un portavoce dell’Arcidiocesi di Washington ha dichiarato che il cardinale Wuerl era a conoscenza delle accuse dirette a McCarrick sin dal 2004

    Giuseppe Aloisi

    Il cardinale Donald Wuerl, che nel frattempo si è dimesso da arcivescovo di Washingtonpure per una presunta “cattiva gestione” di episodi risalenti a quando era incaricato a Pittsburgh, aveva consapevolezza delle accuse mosse nei confronti di Theodore McCarrick, il suo predecessore, che Papa Francesco ha ‘scardinalato’, dopo che un’inchiesta interna alla diocesi di New York ha confermato la veridicità del quadro accusatorio.

    A svelare il retroscena è stato un portavoce della diocesi della capitale americana.

    Il caso di “Zio Ted”, in seguito all’avvio di un’indagine vaticana, è passata in secondo piano rispetto a questioni che sembrano essere più urgenti. Come il summit degli episcopati previsto in Santa Sede per febbraio. Quello che tenterà di risolvere il problema degli abusialla radice. Ma, come anticipato, le dichiarazioni di un portavoce hanno reso noto che, come si legge anche sulla Nbc, Wuerl fosse a conoscenza di quanto contestato a McCarrick sin dal 2004. Il retroscena è stato subito rilanciato dai cattolici conservatori. Si sospetta che Wuerl e McCarrick abbiano fatto parte del medesimo correntone, quello progressista. I tradizionalisti sono soliti attribuire la crisi di “credibilità” della Chiesa cattolica proprio a questa presunta frangia di ecclesiastici liberal. Si dice che abbiano avuto un ruolo nell’ultimo Conclave. Per questo, il fatto che Wuerl sapesse dei comportamenti attribuiti a McCarrick, in tempi non sospetti peraltro, rischia di sollevare un vero e proprio polverone dalle parti di piazza San Pietro. A porre dubbi, insomma, potrebbe essere la domanda relativa a quante persone sapessero di McCarrick prima che la questione fosse comunicata a Roma.

    Specie perché, come sostenuto da questo blog, Wuerl non aveva mai dichiarato di avere contezza di quanto emerso attorno all’ex porporato: “La diocesi di Pittsburgh – si legge sulla fonte appena segnalata – aveva detto di non essere a conoscenza del risarcimento fino al luglio 2018. Allo stesso modo, l’Arcidiocesi di Washington aveva detto che Wuerl non era a conoscenza del risarcimento del 2005 fino al 2018. Wuerl scrisse in una lettera del 21 giugno che era ‘sconvolto e rattristato’ dalle accuse nei confronti di McCarrick”. Insomma: qualcosa, nella ricostruzione dell’unico dei due alti prelati statunitensi che è tuttora un cardinale, sembrerebbe non tornare. I fedeli di Washington, nel frattempo, attendono che venga nominato un successore. Qualcuno ha ipotizzato che Bergoglio potesse optare per il cardinal Burke, ma la distanza dottrinale intercorrente tra i due pare un motivo sufficiente per scartare questo scenario. Wuerl, ancora oggi, è l’amministratore apostolico dell’arcidiocesi della capitale americana.

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  • Cile, una delegazione di vescovi dal Papa per discutere delle iniziative anti-abusi

    Cile, una delegazione di vescovi dal Papa per discutere delle iniziative anti-abusi

    I cinque membri del Comitato permanente dell’Episcopato saranno ricevuti il prossimo lunedì 14 gennaio in Vaticano

    Una delegazione dei vescovi cileni sarà ricevuto lunedì 14 gennaio in Vaticano da Papa Francesco per discutere il complesso delle iniziative adottate sul tema degli abusi sessuali in cui sono implicati in Cile numerosi religiosi.

    Al riguardo la Conferenza episcopale cilena ha precisato che l’udienza privata «da noi richiesta, ha come finalità di far conoscere al Pontefice il cammino percorso dalla chiesa in Cile dopo l’incontro da lui avuto in maggio con i vescovi cileni».

    In quell’occasione tutti i vescovi presentarono in blocco le loro dimissioni per la grave crisi provocata dalla valanga di denunce di abusi sessuali, e anche per le rivelazioni di coperture ricevute dai presunti autori da parte dei membri della gerarchia cattolica.

    Nel loro comunicato i vescovi segnalano infine che «nello spirito di comunione e collaborazione con il Papa, presenteremo a lui i processi vissuti e in corso, gli impegni presi e le prospettive future».

    Come riferito dal sito specializzato Il Sismografo, incontreranno il Pontefice monsignor Santiago Silva, presidente della Conferenza episcopale; monsignor Fernando Ramos, segretario generale; il cardinale arcivescovo di Santiago, Ricardo Ezzati; monsignor René Rebolledo, arcivescovo de La Serena, e monsignor Juan González, vescovo di san Bernardo.

  • “Il Vaticano ha coperto per 63 anni gli abusi di Marcial Maciel”

    “Il Vaticano ha coperto per 63 anni gli abusi di Marcial Maciel”

    La denuncia arriva dal cardinale João Braz de Aviz, responsabile della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata. In Vaticano prevedono che verranno alla luce nuovi casi di abusi nel 2019

    Matteo Orlando

    Lo ha ammesso il settantunenne cardinale brasiliano João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e adesso la notizia sta facendo, con un certo ritardo, il giro del web.

    Nella sua denuncia il cardinale ha dichiarato che “chiunque lo abbia nascosto in Vaticano era una mafia, non la Chiesa”. Secondo Braz de Aviz le accuse legate agli abusi su minori “aumenteranno perché siamo solo all’inizio. Abbiamo passato 70 anni a nasconderle, e questo è stato un tremendo errore”.

    Marcial Maciel, amico intimo di diversi Papi, è morto dieci anni fa. Fu indagato solo tredici anni dopo le prime notizie, tra il 1956 e il 1959, per sospetto pedofilia. Tuttavia, i risultati di queste indagini non ebbero immediatamente delle conseguenze.

    Solo nel 2006, quando Papa Benedetto XVI gli impose di ritirarsi in Messico per dedicarsi alla “penitenza e preghiera”, l’influenza di Maciel iniziò a indebolirsi. Morì due anni dopo a Napoli senza mai chiedere perdono per i crimini commessi, mentre una commissione d’inchiesta del Vaticano aveva già inequivocabilmente rivelato le sue attività criminali e una vita dissoluta. Le innumerevoli vittime di Maciel finirono poi per denunciarlo e chiedere dei risarcimenti, e venne fuori anche la notizia che il cardinale ebbe figli con alcune donne.

    Marcial Maciel Degollado è stato riconosciuto ufficialmente dal Vaticano come l’autore di una serie di atti di pedofilia compiuti ai danni di alcuni seminaristi dei Legionari di Cristo, il movimento che aveva fondato in Messico nel 1941. La diffusione pubblica degli scandali di pedofilia aveva fatto emergere chiaramente la politica di “tolleranza zero” verso gli abusi sui minori inaugurata dal papa emerito Benedetto XVI, che continua ancora oggi sotto il pontificato di papa Francesco.

    La damnatio memoriae di Marcial Maciel ha permesso alla Congregazione dei Legionari di Cristo, che si è dissociata pubblicamente dal suo fondatore, una crescita nelle vocazioni e delle attività spirituali, dopo una piccola crisi registrata nei mesi successivi allo scandalo. Oltre alla proscrizione del fondatore, i legionari hanno smesso di celebrare i vari effemeridi di Maciel, hanno smesso di chiamarlo “nostro padre” e ignorano il suo nome in pubblico. Inoltre hanno eliminato dai loro centri tutte le fotografie che lo raffigurano e non vengono più diffusi i suoi libri.

    Attualmente i Legionari di Cristo annoverano 961 sacerdoti e 617 seminaristi in tutto il mondo, suddivisi in 9 territori (province) presenti in 21 paesi del mondo. Condividono la stessa spiritualità e lo stesso carisma con i membri del Movimento Apostolico Regnum Christi, anch’esso fondato da Marcial Maciel nel 1959. Il Regnum Christi conta oltre 47 mila membri ed è presente in 34 Paesi.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/vaticano-ha-coperto-63-anni-abusi-marcial-maciel-1623552.html?mobile_detect=false

  • Gli abusi (nascosti) ai chierichetti del Papa in Vaticano

    Gli abusi (nascosti) ai chierichetti del Papa in Vaticano

    Le anticipazioni in esclusiva per Panorama dell’inchiesta sugli abusi subiti da alcuni giovani che servivano Messa in Vaticano

    Gianluigi Nuzzi – 

    Dopo sei mesi d’indagini riservatissime si sta per chiudere in Vaticano l’inchiesta sugli abusi sessuali che avrebbero subito alcuni chierichetti del Papa, alunni del pre-seminario san Pio X all’interno del piccolo Stato. L’istituto, voluto da Pio XII dal 1956, ospita gli studenti delle scuole medie inviati dalle diocesi di tutto il mondo per il cosiddetto «discernimento vocazionale», ovvero capire se esprimono una predisposizione al sacerdozio. A questi giovani, tra l’altro, è affidato un compito davvero privilegiato, ovvero quello del servizio liturgico nella basilica di san Pietro. Da qui l’appellativo di «chierichetti del papa», visto che spesso come piccoli ministranti servono le messe officiate dal pontefice in persona.

    I fatti risalgono al periodo tra 2010 e 2011. Di giorno gli alunni frequentavano la scuola privata parificata Sant’Apollinare nella Capitale, per poi ritirarsi nelle camerate del pre-seminario, ospitato nel corpo interno di palazzo san Carlo. Qui si sarebbero consumate le violenze ai danni di alcuni seminaristi minorenni. Uno scandalo emerso nel novembre del 2017, quando nel saggio Peccato Originaleveniva raccontata la storia di un ex alunno, il polacco Kamil Jarzembowski, entrato in collegio nel settembre del 2009 e che dall’estate del 2014 aveva denunciato alle autorità ecclesiastiche gli abusi dei quali sarebbe stato testimone oculare, compiuti ai danni di un suo compagno di stanza, un ragazzino che chiameremo Paolo. La vicenda si amplificò: altre vittime – tutte frequentanti l’ex seminario – si fecero avanti. In diverse interviste in tv vennero indicati almeno due «carnefici»: uno studente già grande, alloggiato anche lui nella struttura e che frequentava l’università, e un monsignore assai noto in curia e messo in disparte da Francesco poche settimane dopo la sua elezione a pontefice. Tutte accuse smentite da chi gestiva e gestisce il pre-seminario, ovvero l’opera don Folci di Como, e anche dalla diocesi di Como che aveva ricordato come le accuse nei confronti del seminarista presunto molestatore, ora sacerdote, fossero «già state oggetto di accertamento da parte delle competenti sedi ecclesiastiche» ed evidentemente ritenute infondate.

    la decisione di bergoglio

    Invece, negli ultimi mesi, la nuova indagine ha preso consistenza, grazie anche alla denuncia penale presentata a marzo scorso proprio da Paolo. Il promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, con l’aggiunto Roberto Zanotti, entrambi docenti universitari in atenei italiani, hanno sentito decine e decine di testimoni (in tutto circa 30) tra presunte vittime e potenziali carnefici, chierichetti testimoni, sacerdoti confessori e monsignori. Nel fascicolo sono finite anche numerose lettere di denuncia scritte da Jarzembowski a cardinali e alti prelati (da Angelo Comastri a Giovanni Angelo Becciu), dvd di puntate di programmi televisivi che seguirono la storia (da Quartogrado alle Iene) e persino alcune registrazioni con testimonianze e accuse. Il procedimento si è così sviluppato ipotizzando diversi reati (dagli abusi sessuali all’omissione di atti d’ufficio al favoreggiamento) a carico di più persone. Sui nomi degli indagati c’è ancora il massimo riserbo, anche se è destinato a durare poco. Appena conclusa l’indagine, questione ormai di giorni se non di ore, il promotore di Giustizia chiederà o l’archiviazione o il processo. Sarà poi il tribunale vaticano a decidere anche se in curia è chiaro che l’ultima parola sullo sviluppo processuale di questa storia imbarazzante sarà quella pronunciata da Bergoglio. Essendo il Papa monarca assoluto nel piccolo Stato, a lui spetta la decisione finale. 

    vittime e carnefici 

    Di certo l’indagine conquista alcuni rilevanti primati. Innanzitutto è la prima che viene condotta su diversi episodi che si sarebbero tutti consumati non in qualche polveroso sottoscala di oratori di provincia, ma addirittura all’interno delle mura leonine, negli inviolati sacri palazzi, cuore pulsante della curia romana. L’altro primato riguarda certamente la profondità degli accertamenti svolti. Francesco ha chiesto che venisse portato avanti un accertamento non di facciata ma approfondito, senza sconti e indulgenze.

    Si è quindi partiti proprio dalla lunga testimonianza di Kamil, sentito più volte come testimone in Vaticano: «A settembre 2011, cioè al mio rientro in Vaticano dopo le vacanze estive, il rettore mi assegnò una stanza-dormitorio da dividere con Paolo, anch’egli alunno del pre-seminario. Nel corso dell’anno scolastico 2011/2012 e, più precisamente, dalla fine del mese di settembre 2011 fino all’inizio del mese di giugno 2012, sono stato testimone di atti sessuali che Antonio (nome di fantasia, ndr) esigeva da Paolo, atti sessuali che si compivano nonostante la mia presenza. Gli atti venivano svolti sempre di sera, intorno alle ore 23. Antonio, dopo che tutti gli altri alunni si erano già coricati, accedeva nella stanza-dormitorio condivisa da me e Paolo. Qui avvenivano rapporti di sesso orale, mentre, alcune volte, i due si recavano insieme nella stanza di Antonio per proseguire il rapporto».

    Altri episodi si sarebbero consumati ai danni di un altro ragazzo, vittima di abusi a casa di un potente monsignore che, pur non essendo nell’organico del Pio X, aveva modo di frequentare gli allievi dell’istituto e di adescarli. Questo stando almeno alla presunta vittima che ha raccontato in tv delle vessazioni subite e di come pur essendo trascorsi diversi anni dai fatti, ancora oggi si fa numerose docce al giorno, come per «pulire» quel senso profondo di vergogna. Quest’ultima vittima ha tra l’altro anche tentato più volte il suicidio, mentre il presunto carnefice ancora oggi è monsignore e frequenta liberamente i sacri palazzi.

    Servirà L’incontro al vertice di febbraio?

    La decisione sul futuro di questa inchiesta cade in un momento assai particolare, essendo in Vaticano il tema della pedofilia sempre più di attualità, dopo gli esposti su presunte coperture presentate da monsignor Carlo Maria Viganò la scorsa estate. In più sono ormai in corso i preparativi per gli incontri che si terranno a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019, quando Francesco incontrerà i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per discutere proprio della questione della pedofilia e della protezione dei minori. Un appuntamento senza precedenti, visto che gli alti prelati saranno chiamati proprio a studiare misure efficaci ad arginare il fenomeno della pedofilia nella Chiesa.

    Misure non solo sociali, di diritto canonico ma anche penali. C’è poi da colpire quella rete di protezioni, insabbiamenti che hanno spesso garantito l’impunità ai molestatori e ai violentatori. Un sistema «Spotlight», dal nome del recente film e ben raccontato di recente proprio su Panorama da Antonio Rossitto. Del resto solo qualche settimana fa è stato Georg Ganswein, storico collaboratore di Benedetto XVI, a paragonare per gravità questa piaga all’11 settembre quando Al Qaida attaccò le Torri gemelle a New York: «La Chiesa» ha spiegato «guarda con sconcerto al proprio “11 settembre”, anche se questa catastrofe purtroppo non è avvenuta in una sola data, ma in tanti giorni, mesi, anni, che hanno creato innumerevoli vittime. Non fraintendetemi: non confronto né le vittime né gli abusi con le 2.996 persone che persero la vita in quegli attentati. Nessuno sinora ha attaccato la Chiesa cattolica con aerei passeggeri, la basilica di San Pietro è ancora in piedi, e tuttavia tutte queste anime ferite mortalmente, per noi sacerdoti è un messaggio più terribile della notizia che fossero crollate tutte le chiese della Pennsylvania e la Basilica del santuario nazionale dell’Immacolata concezione di Washington».

    È anche vero che la celebrazione di un simile processo non ha precedenti nella storia d’Oltretevere, a eccezione di quando nel settembre del 2014 venne arrestato e processato l’ex nunzio Jozef Wesolowski, sotto inchiesta per pedofilia. In verità, quella storia si concluse ancor prima di iniziare. Infatti, rinviato a giudizio il 15 febbraio del 2015, Wesolowski ebbe un malore tanto da rinviare la prima udienza, che si sarebbe dovuta celebrare nel luglio successivo. Ma il processo non ebbe mai luogo perché il nunzio morì nella sua stanza del collegio dei penitenzieri nella sera del 27 agosto 2016 per un problema di cuore. Dovesse essere celebrato un processo sarebbe quindi, di fatto, la prima volta. 

    https://www.panorama.it/news/cronaca/gli-abusi-nascosti-ai-chierichetti-del-papa-vaticano/

  • I silenzi del papa – una chiesa divisa a metà (Internazionale 7/13 dicembre 2018)

    I silenzi del papa – una chiesa divisa a metà (Internazionale 7/13 dicembre 2018)

    Der Spiegel, Germania

    Subito dopo la sua elezione papa Francesco aveva promesso un cattolicesimo più aperto e rinnovato. Ma oggi, dopo i numerosi scandali per gli abusi sessuali, il Vaticano attraversa una delle crisi più gravi della sua storia

    Il terremoto che sta scuotendo la Città del Vaticano è quasi impossibile da avvertire al suo epicentro. Dietro le alte mura che cingono lo stato della chiesa cattolica regna il silenzio. Nella residenza del papa – la Casa santa Marta – le tendine sono tirate. Una guardia svizzera sorveglia l’ingresso, un gendarme si occupa dei controlli. Il centro nevralgico della chiesa mondiale somiglia a una fortezza. Solo a porte chiuse cardinali e arcivescovi sono disposti a parlare degli eventi che stanno scuotendo le fondamenta della chiesa. Si tratta in primo luogo delle migliaia di abusi sessuali commessi da sacerdoti in ogni parte del mondo.

    Ma si tratta anche, e sempre più, di papa Francesco. Lui, che ha esordito come brillante riformatore, minaccia di giocarsi l’autorevolezza parlando spesso nel momento sbagliato e tacendo quando sarebbe importante parlare. Un anziano cardinale della corte di Francesco denuncia menzogne e intrighi, e tuona contro “un santo padre che mette in discussione le verità della fede come nessuno dei suoi predecessori”. Sono passati meno di sei anni da quando Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, è stato eletto 266° successore di Pietro.

    Fin dall’entrata in carica è stato osannato come una figura luminosa, come un papa che avrebbe potuto imprimere a una chiesa retrograda un carattere al passo con i tempi. Oggi invece il gregge sembra sfuggire al controllo del suo capo spirituale. Forse alla fine si avvererà quello che, secondo alcuni testimoni, Francesco avrebbe detto davanti a una ristretta cerchia di persone: “Non è escluso che io passi alla storia come colui che ha creato una frattura nella chiesa cattolica”. In questi giorni si parla della crisi più grave dell’attuale pontificato e di una “guerra civile” tra i fedeli che non si limita a contrapporre i conservatori contrari a Francesco ai progressisti che lo sostengono. Oggi le critiche arrivano soprattutto da cerchie conservatrici degli Stati Uniti, dove si avanza il sospetto che il papa argentino abbia protetto una rete di prelati omosessuali, di fatto rendendosi complice di migliaia di abusi. Ma l’accusa più pesante – e finora non smentita – è che Francesco abbia, contro ogni ragionevolezza, riabilitato un molestatore seriale, il cardinale statunitense Theodore McCarrick (nel frattempo sospeso), e gli abbia affidato delicate missioni diplomatiche. L’accusa arriva dall’ex nunzio apostolico a Washington, Carlo Maria Viganò, che ha anche chiesto le dimissioni di Francesco.

    “Su questo non dirò neanche una parola”, ha dichiarato il papa. Proprio lui, che in altri casi è pronto a esprimere un’opinione, su questo punto è rimasto fedele alla sua linea: tacere sui temi spinosi. È stato così quando quattro cardinali che lo sospettano di diffondere errori dottrinali hanno espresso dubbi sul suo pontificato. È stato così anche ad agosto, quando trentamila donne cattoliche hanno scritto una lettera aperta che chiedeva di conoscere la verità sugli abusi. Ma Francesco preferisce non affrontare l’accusa secondo cui fin dal giugno 2013 era a conoscenza degli abusi di McCarrick.

    Francesco aveva una certa familiarità con questo cardinale statunitense. Quando McCarrick, orgoglioso di poter ancora andare in missione a 84 anni per conto del papa, ha detto: “A quanto pare il Signore ha ancora un po’ di lavoro da farmi fare”, sembra che Francesco abbia ribattuto beffardo: “Può anche darsi che il diavolo non avesse ancora pronta la sua camera”.

    Questo papa spesso incline alle chiacchiere e agli scherzi continua a irritare l’élite vaticana, così attenta al rigore dei contenuti e alla severità delle forme. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una parola di questo Francesco”, dice un cardinale di grande esperienza, che preferisce restare anonimo, all’interno delle mura vaticane. “Predica la misericordia, ma in realtà è freddo e scaltro, direi macchiavellico. E – cosa peggiore – bugiardo”.

    Quando mai si è sentito parlare così di un successore al soglio di Pietro? Di una personalità a capo di 1,3 miliardi di fedeli, che esercita la sua sovranità assoluta su un’istituzione sopravvissuta a tanti regni e imperi e che continua a opporsi alla globalizzazione? In Francesco riposano le speranze di chi attribuisce a questa chiesa il compito di conciliare passato e futuro. Quello che sognano un ruolo più forte per le donne, il sacerdozio per gli omosessuali, ma anche più ecumenismo, più misericordia e meno fasto. Se Francesco fallisce, non finirà male solo il pontificato di un papa venuto dall’America Latina.

    In effetti i problemi non mancano. Lo studio di 356 pagine commissionato dalla conferenza episcopale tedesca sugli abusi sessuali ai danni di minori, di cui Der Spiegel ha fornito alcune anticipazioni, è stato presentato ufficialmente dal cardinale Reinhard Marx il 25 settembre 2018. Quelle pagine documentano in modo sconvolgente gli abusi. Secondo gli autori non c’è motivo di pensare che “gli abusi sessuali commessi da esponenti del clero cattolico nei confronti di minori siano un problema limitato al passato e ormai superato”.

    Sotto la pressione delle allarmanti notizie provenienti dalla Germania, il papa ha indetto per febbraio del 2019 un incontro tra i presidenti di tutte le conferenze episcopali nazionali sul tema degli abusi. Dovranno insomma trascorrere altri due mesi prima che gli alti prelati cattolici si riuniscano a Roma. Parliamo di quelle stesse eminenze ed eccellenze che, in virtù della loro posizione di potere, spesso costituiscono il problema, non la soluzione.

    Chi ascolta con attenzione la base della chiesa cattolica sente forti borbottii nel ventre di questa potente comunità che ha radici in tutto il mondo. Un viaggio alla ricerca delle vittime di abusi ha portato i giornalisti di Der Spiegel nello stato americano della Pennsylvania, tra le vittime argentine e nell’arcidiocesi del cardinale Reinhard marx, un amico intimo di Francesco. In questi posti si parla apertamente del “problema sistemico” e della “crisi spirituale” della chiesa.

    Ma i nostri giornalisti sono andati anche nell’epicentro del terremoto, a Roma, dove vescovi e cardinali hanno detto cosa pensano del sistema di potere della curia. Secondo uno di loro, in particolare , in Vaticano regna un “clima di paura e di insicurezza”.

    Buenos Aires, Argentina

    Ultimamente il papa viaggia molto. Dal 22 al 25 settembre è stato in Lituania, Lettonia, ed Estonia. Finora, però, Francesco non è mai andato nel suo paese, l’Argentina. “Ci chiediamo perché”, si sente dire tra i suoi collaboratori. Secondo l’avvocato Juan Pablo Gallego, la risposta è semplice: “A Roma Francesco è in esilio. Ci si è quasi rifugiato, perché in Argentina dovrebbe innanzitutto allontanare il sospetto di aver coperto per anni persone che hanno abusato di minorenni”. Gallego è il più famoso difensore delle vittime argentine di abusi sessuali da parte del clero cattolico. Riceve gli assistiti nel suo studio legale, nel centro di Buenos Aires. Chi vuole conoscere i punti oscuri del passato di Bergoglio, dice Gallego, deve occuparsi anche dell’ascesa e della caduta di Julio Cesar Grassi, un sacerdote in carcere dal 2013 per aver abusato di ragazzi di età compresa tra gli undici e i 17 anni. Prima di diventare papa, Bergoglio è stato il confessore di Grassi e, secondo Gallego, ha fatto anche realizzare uno studio di 2600 pagine che doveva contribuire a scagionare Grassi e a criminalizzare le vittime.

    “Nel 2006 ebbi un colloquio con Bergoglio”, dice Gallego. “Era chiuso, severo e diffidente, e non ha detto una parola sul fatto che i difensori di Grassi erano pagati dalla chiesa. L’immagine attuale, quella di un papa aperto e simpatico, non corrisponde a quella dell’uomo che mi trovai davanti in quell’occasione”. Gallego si lamenta del fatto che nessuno dei suoi assistiti è mai stato invitato in Vaticano: “Perché Francesco, invece di ricevere quelle vittime ha preferito accogliere Lionel Messi?”.

    Julieta Añazco è una delle vittime che finora non è stata ricevuta dal papa. Questa donna minuta è originaria di La Plata, una città di circa un milione di abitanti non lontana da Buenos Aires. In questo pomeriggio di fine estate siede con noi in un caffè e si sforza di trattenere le lacrime. Aveva sette anni quando trascorse per la prima volta le vacanze estive con gli scout della sua parrocchia, nei dintorni di La Plata. Nel campo c’era una tenda dove il sacerdote Ricardo Giménez confessava i bambini. Solo in seguito Julieta seppe che quel prete era stato trasferito. Circolavano voci che nel suo precedente posto di lavoro avesse abusato di minorenni. In quella tenda Giménez, un ometto grasso con gli occhi da pesce lesso, fece sedere Julieta a gambe larghe sulle sue ginocchia. Quindi la bambina avvertì le dita del prete sulla pelle e poi sentì che la penetravano. Ricorda ancora l’odore della guancia di lui contro la sua. Ancora oggi, a quarant’anni di distanza, le viene da piangere quando ne parla.

    All’epoca Añazco non disse niente ai genitori, perché si vergognava. In seguito andò da uno psicologo, ma poi abbandonò la terapia perché non riusciva ad aprirsi. Oggi però, insieme ad altre vittime della Rete dei sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti, parla apertamente di quello che le successe. Ha ancora davanti agli occhi quelle immagini rimaste sepolte dentro di lei per tanto tempo: le immagini delle confessioni sotto quella tenda.

    Nel 2013, quando Bergoglio era papa da poco, Julieta Añazco e altre tredici vittime di Giménez hanno scritto in una lettera quello che gli era successo. In seguito agli abusi alcuni avevano sofferto di depressione, altre avevano tentato il suicidio o erano diventate tossicodipendenti, mentre Giménez continuava a celebrare la messa e a occuparsi di bambini. Le vittime hanno spedito la lettera all’indirizzo “Papa Francisco, Vaticano” nel dicembre 2013. Tre settimane dopo ricevettero la conferma che era arrivata a destinazione, poi più niente. Giménez è stato trasferito in una casa di riposo, dove ancora oggi si presenta ai giornalisti in abito sacerdotale. È rispettato e continua a dire messa.

    Molte delle vittime di abusi residenti a Buenos Aires avevano già chiesto aiuto a Bergoglio quando era ancora cardinale, ma nessuna era stata ricevuta. Ora Julieta Añazco e altre esigono che i loro aguzzini siano processati nei tribunali ordinari. In Argentina ci sono 62 procedimenti giudiziari in corso contro sacerdoti cattolici, e secondo alcuni le vittime sono migliaia. Ma i sacerdoti continueranno a restare in silenzio, dice Añazco: la chiesa non fa niente per denunciare lo scandalo e cerca di mettere tutto a tacere. “Per noi è difficile, perché nessuno ci crede. Vorremmo andare dal papa, ma lui ci ignora”.

    Mentre parliamo con Julieta Añazco, all’altro capo della piazza i gradini della grande cattedrale si riempiono lentamente di persone. Decine di studenti si sono riuniti qui per annunciare tutti insieme al vescovo la loro uscita dalla chiesa cattolica, anche per via dello scandalo degli abusi. Quello che, visto da lontano, sembra solo un episodio che coinvolge molte persone, ha un valore simbolico: è un’istantanea scattata nel paese del papa nel settembre 2018 e mostra giovani donne e uomini che si allontanano dalla fede cattolica.

    Roma, Italia

    I giornali italiani fanno a gara avanzando ipotesi ai limiti dell’incredibile. L’ex nunzio pontificio Viganò avrebbe in casa valigie piene di materiali compromettenti. E in Vaticano, a quanto pare, si parla dell’imminente esplosione di una “bomba atomica”.  Un influente padre gesuita, Antonio Spadaro, ribatte che le accuse contro Francesco sono una “farsa” e resteranno senza conseguenze, perché “questo papa trae energia dai conflitti”. Ma al momento sembra proprio che l’uomo di Buenos Aires difficilmente potrà portare a termine il pesante compito di smantellare il potente e a volte arrogante apparato di governo della curia, mettere ordine nelle finanze vaticane e allo stesso tempo trovare risposte inattaccabili sul piano dogmatico alle questioni morali e di fede del ventunesimo secolo. Francesco vuole democratizzare la chiesa cattolica e renderla meno centralizzata. Vuole che la chiesa pensi in modo aperto e in linea con la realtà sociale contemporanea. Ma secondo i suoi avversari, la dottrina cristiana non può lasciarsi guidare dalla realtà sociale: l’unico metro di misura sono la vita e le opere di Gesù Cristo. Un papa non deve puntare alla creatività, ma alla continuità, dicono.

    Francesco ha più di un punto debole. Da anni tuona contro il capitalismo globale ma, come del resto i suoi predecessori, ha accettato milioni dal cardinale McCarrick (ora caduto in disgrazia), raccolti con le offerte. E ancora: esalta il valore della famiglia tradizionale, ma si circonda di consiglieri e collaboratori che danno l’esempio contrario, visto che convivono, in modo più o meno palese, con persone dell’uno o dell’altro sesso.

    Il giornale Il Fatto Quotidiano afferma di essere in possesso di un elenco che a suo tempo fu consegnato da papa Benedetto XVI a Francesco nella residenza di Castel Gandolfo. L’elenco, scritto su carta intestata della Città del Vaticano, contiene i nomi di presunti esponenti di una “lobby omosessuale”, una rete che avrebbe un grande potere ricattatorio e una forte influenza in Vaticano.

    Insomma, Francesco ha ancora il controllo della situazione? Ormai a criticarlo non sono più i circoli ultraconsevatori collegati tra loro in tutto il mondo. Questi cattolici temono che Francesco ammetta alla comunione i protestanti e mal digeriscono che faccia la lavanda dei piedi a una musulmana o che accusi alcuni vecchi esponenti del Vaticano di perdere colpi. I segnali di allarme arrivano anche dalla cerchia interna: “Il papa e i suoi fedelissimi sono visibilmente nervosi”, dice l’esperto vaticanista Edward Pentin. “Sono convinti che ci sia un complotto dei conservatori per sbarazzarsi di Francesco. Da questo punto di vista il suo problema principale è che non ascolta chi non la pensa come lui. E queste persone si vendicano”.

    Hagamos lìo, “facciamo un casino”, era il motto di Bergoglio ai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. Ora che è papa, continua a seguire lo stesso principio, mettendo in discussione certi dogmi, ignorando procedure collaudate e disdegnando alcuni obblighi cerimoniali. “Francesco è bravissimo a mettere le cose in movimento”, sostiene un prelato tedesco. “Ma tutto questo non produce risultati se alla fine si limita a dare degli scossoni”. Qualche esempio? Per quanto riguarda l’ipotesi di ammettere alla comunione anche i coniugi protestanti di fedeli cattolici, il papa ha incoraggiato il cardinale tedesco Marx a fare un gesto di apertura pionieristico sotto il profilo ecumenico, ma poi – in seguito alle proteste dei conservatori – ha fatto marcia indietro, lasciando ogni decisione alla volontà dei vescovi tedeschi.

    Ancora più sconcertante è la condotta del papa nell’ambito in cui la credibilità della chiesa è più in gioco, cioè nel modo di affrontare gli abusi sessuali sui minori commessi da sacerdoti. Il tribunale speciale annunciato nel 2015 e destinato a giudicare i vescovi sospettati di aver coperto gli abusi fino è rimasto lettera morta. Nel 2017 l’irlandese Marie Collins (in passato vittima di abusi) si è dimessa, tra le proteste, dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori, parlando di “belle dichiarazioni pubbliche contraddette dai fatti in privato”.

    Può darsi che il papa abbia drammaticamente sottovalutato la misura della decadenza morale all’interno della chiesa: la cultura generalizzata “dell’abuso e dell’omertà”, come la chiama lui. Ma può darsi anche che voglia chiudere gli occhi davanti a indizi di reati commessi dai suoi fedelissimi, perché è interessato a salvare questo cardinale o quel vescovo per motivi politici.

    Tre dei nove componenti del Consiglio dei cardinali, il cosiddetto C9 istituito da Francesco, sono sospettati. L’australiano George Pell, signore delle finanze vaticane e numero tre della gerarchia della Santa Sede, dal 1 maggio 2018 è sotto processo nel suo paese. Sembra che molti anni fa abbia abusato di minori, ma i suoi sostenitori dicono che è un pretesto per sbarazzarsi di un cardinale malvisto per aver lanciato l’allarme sulla giungla delle finanze vaticane. Oscar Andrés Rodrìguez Maradiaga, uno dei più stretti collaboratori del papa, è nell’occhio del ciclone da quando sono state diffuse delle notizie sugli scandali sessuali che sarebbero avvenuti nella sua diocesi in Honduras; anche un vescovo ausiliario che era un suo protetto è sotto accusa. Inoltre Maradiaga, seguace della “chiesa dei poveri” sostenuta da Francesco, è stato accusato da un giornalista italiano di aver intascato quasi 660mila dollari nel 2015, quando era gran cancelliere dell’università cattolica di Tegucigalpa. Lui sostiene che quei soldi sono andati tutti alla sua diocesi. Infine il cardinale cileno Francisco Javier Erràzuriz Ossa è accusato nel suo paese di aver coperto i crimini del sacerdote Fernando Karadima. Solo molto più tardi il capo della chiesa ha ammesso “gravi errori” e ha chiesto perdono.

    Ingenuità, faccia tosta o mancanza di alternative? Perché Francesco, salutato come riformatore anche – o forse soprattutto – in ambienti lontani dalla chiesa, si circonda di uomini che con la loro condotta incarnano molte delle cose che lui stesso condanna?

    Nasce il sospetto che la scelta di mantenere al loro posto prelati molto discussi sia dovuta a un misto di disinteresse e malinteso spirito di corpo. Francesco deve affrontare casi molto diversi tra loro. Ci sono i fedeli omosessuali le cui inclinazioni, secondo la dottrina cattolica, “non sono in sé peccaminose”, ma “rappresentano condotte malvagie se considerate sotto il profilo morale”. Poi ci sono i sacerdoti che violano il loro voto di castità e il celibato, e infine gli uomini che, come il cardinale McCarrick, abusano di minorenni.

    Corrono voci sul caso di uno dei fedelissimi di Francesco, un cardinale che fino alla primavera del 2018 lavorava nel palazzo della Congregazione per la dottrina della fede come responsabile della stesura di testi legislativi e del trattamento riservato ai colpevoli di reati sessuali. Questo cardinale non avrebbe messo fine a certe attività del suo segretario, a cui era stato concesso, secondo direttive dall’alto, un lussuoso appartamento. Nel 2017 la gendarmeria vaticana lo ha arrestato irrompendo nel bel mezzo di una “battaglia a palle di neve” (un festino a base di cocaina riservato a dipendenti del Vaticano) in compagnia di omosessuali. I gendarmi lo hanno preso di peso e trasportato in una clinica per la disintossicazione.

    Poi c’è il direttore della foresteria della Casa santa Marta, dove risiede il papa. Si è distinto come uomo del Vaticano in Uruguay, dov’era arrivato insieme a un ex ufficiale della guardia svizzera a cui era legato da una relazione. All’inizio del 2001 è stato picchiato in un locale per incontri gay ed è stato messo in salvo da alcuni sacerdoti. Ma è agli atti anche un episodio in cui, a Montevideo, il tecnico arrivato per riparare un ascensore guasto ci ha trovato dentro il diplomatico in compagnia di un ragazzo. Eppure Francesco nel 2013 l’ha nominato “prelato”, cioè supervisore dello Ior, la banca del Vaticano.

    Infine c’è don Mauro Inzoli, soprannominato “don Mercedes” a causa della sua passione per le auto di lusso. Tolto di mezzo da Benedetto XVI per abusi sui minori, nel 2014 è stato in parte riabilitato da Francesco, nonostante l’opposizione dell’allora prefetto per la dottrina della fede, il cardinale tedesco Gerhard Mueller. Poco tempo dopo Inzoli è stato condannato a quattro anni e sette mesi di carcere in seguito a decine di “episodi” con ragazzi giovanissimi. Il papa ha commentato così: “Questa vicenda mi ha insegnato a non fare più simili errori”. Quella promessa risale all’autunno del 2017. Neanche un anno dopo scoppiava il caso del cardinale McCarrick.

    Diocesi di Erie, Pennsylvania

    Lawrence Persico, 67 anni, sembra provato. Dal 2012 guida la diocesi di Erie, nello stato della Pennsylvania, sull’omonimo lago poco distante dal confine tra gli Stati Uniti e il Canada. A bassa voce, visibilmente ansioso di mostrarsi calmo, il vescovo ci dice che la crisi della chiesa cattolica non è mai stata così evidente: “Siamo nel bel mezzo di un uragano”.

    Quello che è emerso ad agosto dal rapporto di un gran giurì va al di là di ogni immaginazione. Nel documento si parla di abusi commessi per decenni in sei delle 197 diocesi cattoliche statunitensi. Almeno trecento sacerdoti avrebbero abusato di più di mille minori. Si parla di stupro, di bambini incatenati dentro i confessionali, di un ragazzo fotografato nella posa di un crocifisso. Si descrive lo stupro di cinque suore. Si dice che le vittime designate erano segnalate ai violentatori da ciondoli d’oro a forma di crocifisso.

    Com’è possibile che un sacerdote della diocesi di Erie abbia abusato di numerosi ragazzini e nonostante tutto sia stato ringraziato dal suo vescovo “per quanto ha fatto per il popolo di Dio”? Com’è possibile che un altro sacerdote, che aveva violentato almeno 15 ragazzi da quando avevano sette anni, sia stato elogiato dal suo vescovo come “uomo retto e limpido”? La diocesi di Persico è una delle sei finite sotto inchiesta. Tra i presunti violentatori – molti dei quali sono ancora in vita – 41 venivano da Erie. Cosa distingue il vescovo Persico dai suoi colleghi? Il fatto che lui fin dall’inizio ha accettato di rendere pubblica la verità. Ha aperto un’indagine interna quando gli inquirenti erano ancora occupati nell’istruttoria. Ha parlato con le vittime e altre persone coinvolte nella vicenda e ha incaricato uno studio legale di verificare le accuse. Già nell’aprile 2018 Persico ha pubblicato sul sito della diocesi i nomi dei primi sospetti: 34 parroci e 17 collaboratori “accusati in modo credibile” di aver commesso personalmente abusi sessuali o di esserne stati a conoscenza e di aver taciuto. Nell’elenco di Persico c’è anche il nome di uno dei suoi predecessori, il vescovo Alfred Watson, che ha guidato la diocesi fino al 1982. Watson avrebbe detto a un sacerdote visto in compagnia di un bambino mezzo nudo: “Va’ a casa e sii un buon parroco”.

    A quel punto Persico si è messo a disposizione degli inquirenti come testimone ed è stato l’unico vescovo a presentarsi spontaneamente davanti al gran giurì. “La trasparenza è una cosa positiva solo se la si segue”, ci dice Persico ricevendoci nella sala riunioni della diocesi. Il vescovo ha anche fatto installare una linea telefonica dedicata alle vittime di abusi, riceve tutte le persone coinvolte e cerca di riparare torti fondamentalmente irreparabili.

    Sharon Tell aveva dodici anni quando fu toccata per la prima volta da James McHale, parroco della cittadina di Bethlehem, a più di cinquecento chilometri dalla sede diocesana. McHale si era occupato della madre di Sharon quando la donna era in ospedale. In seguito andava spesso a trovare la famiglia e veniva invitato in occasione di compleanni e altri festeggiamenti. Una volta andò addirittura in vacanza insieme ai Tell e nei fine settimana dormiva a casa loro. Sharon, che oggi ha 66 anni, dice che all’epoca i suoi genitori si fidavano del prete e che continuarono a non sospettare niente neanche quando cominciò a entrare di sera nella sua cameretta.

    Gli abusi cominciarono furtivamente. La prima volta McHale l’accarezzò attraverso il pigiama, le prese la mano e se la posò sui genitali. Sharon fece finta di dormire: non immaginava neanche che quello sarebbe stato l’inizio di vent’anni di abusi. Il sacerdote la violentò per la prima volta quando compì 18 anni, ma passarono decenni prima che lei riuscisse a parlarne ai genitori.

    Le aggressioni continuarono anche dopo che Sharon si era sposata e aveva avuto dei figli. Il prete andava da lei due volte alla settimana. Lei si rese conto di cosa le stava succedendo solo quando, dopo che il sacerdote era scomparso dalla sua vita, si rivolse a un centro di assistenza per le vittime di violenza sessuale, perché soffriva di un disturbo bipolare e delle conseguenze di un grave trauma.

    Crede ancora in Dio? Sharon Tell guarda fuori dalla finestra e risponde: “Ma certo, che domanda!”. Tuttavia, quando pensa alla chiesa cattolica, quando pensa al papa, ai cardinali e ai vescovi, vede un’istituzione marcia e corrotta fino al midollo. “La chiesa”, dice Sharon, “deve ricominciare da zero”.

    Intanto sono state annunciate indagini della magistratura o della polizia in altri otto stati americani. Gli attivisti hanno inviato lettere di protesta a Roma, hanno organizzato veglie a lume di candela e hanno chiesto spiegazioni al Vaticano. Hanno perfino organizzato una manifestazione davanti all’ufficio del vescovo Persico. Lui non ha cercato neanche una volta di sottrarsi alla rabbia dei fedeli. Quando gli chiediamo cosa pensa del papa, Persico spera che Francesco capisca cos’è successo qui: “Reagire con il silenzio non aiuta”.

    Arcidiocesi di Monaco e Freising, Baviera

    Una domenica mattina davanti alla Marienkirche, la cattedrale di Monaco di Baviera, sotto il sole estivo c’è chi alza già il suo boccale di birra. Ma all’interno dell’edificio regna un silenzio opprimente. Alla messa assistono, quasi dispersi tra i banchi, circa sessanta fedeli. La crisi della chiesa non si ferma nella capitale della Baviera. Meno di un terzo degli abitanti della regione dichiara ancora di essere di fede cattolica. All’arcivescovado qualcuno commenta: “La vera misura del disastro sarà evidente tra dieci anni”. E aggiunge che il papa, che va tanto volentieri nei paesi periferici della cristianità, farebbe bene a non dimenticare la Baviera: “Chi pensa solo a ciò che sta ai margini, si ritrova presto con un buco al centro”.

    In parte il problema dell’arcidiocesi di Monaco di Baviera ha origine al suo interno. Per esempio si parla di un esponente in vista del clero cittadino che non si fa scrupolo di piazzare la sua amante al primo banco della chiesa. in città si mormora di preti apertamente omosessuali. E s’inveisce contro questo papa imprevedibile. Perfino in una regione tradizionalmente cattolica come la Baviera tutto questo aggrava la crisi di credibilità della chiesa.

    A ciò si aggiunge che il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e di Freising, un uomo potente e molto vicino al papa, non rende la vita facile ai fedeli bavaresi. A volte, scherzando sul suo stesso cognome, parla di un’imminente “rinascita del marxismo”. E quando è andato alla spianata delle moschee di Gerusalemme si è tolto dal collo il crocifisso per non irritare i padroni di casa musulmani.

    A settembre il cardinale ha presentato a Fulda un rapporto sugli abusi sessuali di minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e religiosi di sesso maschile nella giurisdizione della Conferenza episcopale tedesca. Lo studio riguarda casi avvenuti tra il 1946 e il 2014. Sfogliando i 38mila dossier provenienti da 27 diocesi tedesche emerge un quadro che danneggi ulteriormente l’immagine della chiesa. Dagli archivi delle diocesi sono venuti alla luce procedimenti per abusi sessuali ai danni di 3.677 minori, commessi da 1670 esponenti del clero. Più della metà delle vittime aveva meno di tredici anni all’epoca dei fatti. Ma si dice che i casi non denunciati siano ancora di più.

    Solo un terzo dei colpevoli degli abusi documentati è stato sottoposto ai procedimenti previsti dalla legge canonica. Molti sacerdoti accusati sono stati semplicemente trasferiti, senza che “la comunità di destinazione” fosse informata. Insomma, ai colpevoli di abusi sui minori sono state affidate parrocchie senza che i fedeli sapessero niente dei loro precedenti. Inoltre, i loro fascicoli sono stati spesso “distrutti o manipolati”.

    Il gesuita bavarese Hans Zollner fa parte della commissione del Vaticano contro gli abusi. Si mostra scosso, ma non troppo sorpreso dall’ultimo scandalo di pedofilia. “Francamente”, dice, “ormai mi stupisco poco. Naturalmente è insensato supporre che tutti i sacerdoti siano angeli in Terra, incapaci di fare del male”. Cosa consiglia Zollner? Dove, come negli Stati Uniti, la realtà delle cose è stata denunciata e affrontata con severità e gravi conseguenze “è poi emersa una consapevolezza accresciuta di questo problema e ci sono stati progressi significativi”. Degli oltre mille casi raccolti dal gran giurì della Pennsylvania, nel recente passato ce n’erano pochi ancora aperti.

    Roma, Città del Vaticano

    L’uomo che probabilmente sa già come andrà a finire questa vicenda si trova al primo piano del palazzo Apostolico, su una poltrona rococò ricoperta di velluto rosso e sovrastata da arazzi di seta e da un ritratto a olio di Francesco. È l’arcivescovo  Georg Gӓnswein. Nella sua qualità di prefetto della Casa pontificia, questo sacerdote venuto dalla foresta Nera – e soprannominato a Roma “il bel Giorgio” – è in contatto costante con Francesco. Ogni mercoledì, durante l’udienza generale del papa in piazza san Pietro, siede alla destra del pontefice. Ma allo stesso tempo, in qualità di segretario privato e coinquilino, è la persona in assoluto più vicina al papa emerito Benedetto XVI.

    Dal 2013 Gӓnswein è servitore di due padroni e oggi si trova in mezzo a un fuoco incrociato. Nel monastero Mater Ecclesiae, su un’altura all’interno del Vaticano, celebra la messa mattutina con Benedetto, il papa che si è battuto più di ogni altro contro gli abusi e ha allontanato dal servizio pastorale circa ottocento sacerdoti, anche se tutto questo è passato inosservato in Germania a causa dell’indignazione provocata dagli scandali per gli abusi nel monastero di Ettal e nel Canisius college. Dopo la messa Gӓnswein scende nel palazzo Apostolico e incontra Francesco, che invece è accusato di aver insabbiato gli abusi sessuali.

    Chi può saperne di più di Gӓnswein? È vero – come sostiene Viganò – che Benedetto XVI, quando sedeva sul soglio di Pietro, ha imposto sanzioni contro il cardinale McCarrick che poi sono state ritirate da Francesco? “Su questo cosiddetto memorandum Viganò non dice neanche una parola”, risponde Gӓnswein. Lo sa bene: in questa situazione senza precedenti nella storia, in cui all’interno delle mura vaticane ci sono due papi, qualsiasi cosa gli sfugga di bocca potrebbe danneggiare l’uno o l’altro.

    Ma come si comporta Francesco di fronte all’accusa mostruosa di aver mentito? E alla richiesta delle sue dimissioni? “Tanto per il suo spirito quanto per il suo modo di affrontare le cose, il papa iene prima di Viganò e sarà ancora lì dopo Viganò”, dice Gӓnswein.

    Ma quello che pensa davvero, Gӓnswein lo lascia intendere quando parla fuori dalle mura vaticane. L’11 settembre a Roma, in occasione della presentazione di L’opzione Benedetto, di Rod Dreher (secondo il New York Times “il libro più importante degli ultimi dieci anni in materia di religione”), l’alto prelato tedesco ha affermato che negli Stati Uniti lo scandalo degli abusi è stato una specie di 11 settembre della chiesa cattolica. Le anime ferite a morte e inguaribili delle numerose vittime “ci consegnano un messaggio che è ancora più grave di quanto lo sarebbe il crollo improvviso di tutte le chiese della Pennsylvania”.

    Per descrivere l’attuale situazione della chiesa cattolica, Gӓnswein ricorre a immagini forti, degne dell’Antico testamento. Vede avvicinarsi “una crisi davvero escatologica”, un “grande diluvio che sommerge il vecchio occidente cristiano” e la minaccia di “un’eclissi di Dio davanti alla quale noi tutti nel mondo proviamo terrore”. Potrebbe essere fondata, quindi, l’affermazione fatta nel 2012 da Benedetto XVI, secondo il quale ci dibattiamo nella più profonda crisi spirituale “dal tramonto dell’impero romano, verso la fine del quinto secolo: la luce del cristianesimo si sta spegnendo in tutto l’occidente”. Intanto l’uomo che deve tenere alta la fiaccola del cristianesimo si considera vittima. Il 18 settembre, durante la messa del mattino alla Casa santa Marta, Francesco spiega il suo silenzio di fronte alle accuse e paragona la sua situazione a quella del figlio di Dio moribondo: “Quando la gente lo insultava, quel venerdì santo, e gridava “crucifige!”, restava zitto perché aveva compassione di loro”. Perché, aggiunge, “nei momenti difficili, nei momenti in cui il diavolo si scatena dove il pastore è accusato, il pastore soffre, offre la vita e prega”.

    (Gli autori di questo articolo sono Marian Blasberg, Walter Mayr, Valentyna Polunina e Christoph Scheuermann. – Internazionale 7/13 dicembre 2018)

  • Il cardinale Pell condannato in Australia per violenza su due minori

    Il cardinale Pell condannato in Australia per violenza su due minori

    Il cardinale George Pell è stato condannato in primo grado in Australia per aver compiuto violenza su due bambini.

    A riportarlo sono due fonti accreditate, secondo il network americano The Daily Beast. Al momento sono queste le uniche informazioni, in quanto in Australia per legge il giudice può stabilire il divieto di notizie su un processo fino alla sua definitiva conclusione. E questo è il caso del giudizio cui è stato sottoposto a partire dal 2017 il cardinale australiano, voluto da papa Bergoglio a capo del superministero dell’Economia vaticana, quindi di fatto numero tre della Santa sede.

    Per approfondire, vi riproponiamo CHIESA E PEDOFILIA, LE SPINE DEL CARDINALE PELL, l’articolo di Elena Basso in cui si ricostruiscono i motivi che hanno portato il porporato alla sbarra nel suo Paese.

    Il cardinale Pell condannato in Australia per violenza su due minori

  • Il cardinale Pell “condannato” per abusi. La Santa Sede: rispettiamo i giudici australiani

    Il cardinale Pell “condannato” per abusi. La Santa Sede: rispettiamo i giudici australiani

    L’11 dicembre il tribunale di Melbourne ha emesso un verdetto che ritiene il “ministro dell’Economia” colpevole di cinque capi d’accusa, tra cui violenze su un minore e atti osceni. Il processo secretato dal giudice, la sentenza il 4 febbraio 2019

    Che ci sia una condanna nei confronti del cardinale George Pell, il prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia da oltre un anno in Australia per difendersi in tribunale dalle accuse di abusi sessuali su minori, sembra essere ormai chiaro, considerando anche che a confermarlo, di fatto, è stato lo stesso direttore della Sala Stampa vaticana Greg Burke parlando oggi di un «provvedimento in atto» che «impone il silenzio» e che la Santa Sede rispetta. È da capire l’entità di tale ordinanza, la cui notizia è trapelata nelle scorse ore da alcuni media ultra conservatori australiani e statunitensi che parlano di un verdetto unanime del tribunale di Melbourne nel dichiarare colpevole il cardinale di abusi sessuali.

    A quanto apprende Vatican Insider da fonti di Melbourne, il giudizio nei confronti di George Pell – che rimane per ora in carica come “ministro” dell’Economia vaticana – è giunto martedì 11 dicembre al termine di tre giorni di deliberazioni di un collegio giudicante. Lo stesso che, fino a qualche tempo fa, affermava di non poter raggiungere un verdetto per l’inconsistenza e la scarsa credibilità di alcune accuse, ma che adesso si è trovato concorde nel ritenere «colpevole» il cardinale di cinque capi d’accusa: quattro per atti osceni in luogo pubblico, uno per una violenza nei confronti di un minore negli anni ‘90.

    Il portavoce vaticano Greg Burke, interpellato a riguardo dai giornalisti durante il briefing del C9 – dove ha annunciato proprio il congedo di Pell, insieme ad Errazuriz e Monswengo, dal Consiglio dei cardinali – non è entrato nei dettagli della vicenda, limitandosi ad affermare che: «La Santa Sede ha il massimo rispetto per l’autorità giudiziaria australiana, siamo consapevoli che c’è un provvedimento in atto che impone il silenzio e rispettiamo tale ordinanza».

    Il giudice di Melbourne ha emesso infatti un “suppression order”, un ordine che impedisce qualsiasi tipo di copertura mediatica sul processo da parte delle testate dell’Australia, perseguibili anche a livello penale in caso di violazione. Il motivo è che, terminato questo primo processo, il cardinale dovrà affrontare un secondo procedimento l’11 marzo 2019, sempre per abusi e sempre a Melbourne, che le stesse vittime hanno chiesto si svolgesse separatamente. Quindi, da parte del giudice – seguendo anche il severo sistema legislativo australiano – c’è la volontà di non influenzare in alcun modo le decisioni della giuria. Il veto ha bloccato la fuoriuscita di informazioni certe e dettagliate sul verdetto, ma non ha impedito che circolasse comunque – anche attraverso i social network – la notizia di una presunta condanna nei confronti del cardinale.

    Contro di lui, in congedo dal suo importante ruolo in Curia dal giugno 2017 in accordo con il Papa che gli ha concesso di lasciare Roma per volare in Australia e concentrarsi nella difesa, è stata mossa in questi mesi un’accesa campagna mediatica che ha raggiunto il suo culmine con il libro della giornalista Cnn Louise Millgan – ritirato dal commercio su richiesta dei legali di Pell – che raccontava, attraverso materiale raccolto per i suoi servizi giornalistici, «l’ascesa e la caduta» dell’importante porporato posto da Papa Francesco nel febbraio 2014 a capo del neonato Dicastero che aveva l’obiettivo di mettere in ordine conti, bilanci e finanze della Città del Vaticano.

    Le accuse contro Pell, sia di insabbiamenti di casi di pedofilia, sia di aver compiuto abusi, si rincorrono da molti anni. Nel 2016, tra fine febbraio e inizio marzo, è stato messo sotto torchio dalla “Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse”, la Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali a minori negli anni 1970 e ‘80, che lo ha interrogato per circa una settimana in video-collegamento in un hotel del centro di Roma. Il cardinale aveva rifiutato infatti di recarsi in Australia a deporre, perché a causa di problemi di ipertensione e cardiopatia non avrebbe potuto reggere un lungo viaggio oltre Oceano, come affermava un certificato medico. Tuttavia aveva deciso di non avvalersi della immunità diplomatica vaticana e di rispondere alla giustizia civile.

    A Pell veniva soprattutto imputata un’opera di occultamento iniziata da sacerdote e vescovo ausiliare di Ballarat, sua città natale, e proseguita come arcivescovo di Melbourne negli anni 1996-2001. Il cardinale ha sempre ribadito la propria innocenza, negando di essere a conoscenza di tali atti criminali, rifiutando ogni accusa di complicità con sacerdoti abusatori (come Gerard Ridsdale, con il quale aveva condiviso anche un appartamento nei primi anni di sacerdozio) e attribuendo le maggiori responsabilità al predecessore a Melbourne. Nel corso degli interrogatori fiume aveva ammesso tuttavia che «la Chiesa in Australia ha gestito in modo sbagliato le cose e ha fallito con le persone». «C’erano in passato – aggiungeva – ragionevoli lamentele in Australia riguardo ad abusi, ma l’uso comune era di non segnalarli alla polizia». In quei giorni di febbraio un gruppo di sopravvissuti di Ballarat era venuto nella Capitale a protestare vigorosamente contro le dichiarazioni del ministro vaticano dell’Economia con striscioni e t-shirt. Con loro il porporato aveva ristabilito, al termine degli interrogatori, una sorta di tregua con la promessa di un maggior impegno per la vigilanza e la prevenzione di tali piaghe.

    Il caso Pell è deflagrato però l’anno successivo, quando nel giugno 2017 il porporato è stato incriminato per abusi sessuali su minori dalla polizia dello Stato di Victoria. Nel dare all’epoca l’annuncio il vice commissario Shane Patton precisava che le accuse provenivano da più querelanti e che le indagini riguardavano reati commessi negli anni ‘70 a Ballarat. In particolare si parlava di un abuso a danno di un 15enne durante un campo estivo a Philipp Island, nel 1962.

    Il porporato era stato invitato, quindi, a comparire in tribunale il 18 luglio di quell’anno. Da qui il congedo da Roma, con un permesso accordato da Papa Francesco. Il processo ad un prelato di così alto grado ha generato un clima quasi di isteria nel Paese, frustrato da decenni di lotta a questa piaga nella Chiesa. Tanto che il procedimento a Pell è stato ribattezzato il “cathedral trial”, il processo alla cattedrale, quasi a voler dire che colpendo il suo più alto rappresentante viene punita l’intera Chiesa australiana per i suoi peccati.

    Fonti di Melbourne vicine al porporato rivelano a Vatican Insider che il clima di agitazione e pressioni che sta accompagnando il processo ha costretto Pell all’isolamento e ad una sorta di reclusione forzata. Nelle sue prime uscite il cardinale era investito da urla e proteste (in alcuni casi anche dal lancio di oggetti), al punto da essere obbligato nei mesi successivi ad uscire dal retro della sua abitazione, con il volto coperto, per andare dal medico, a trovare degli amici o semplicemente celebrare una messa.

    Da martedì, Pell sarebbe libero su cauzione visto che nei prossimi giorni dovrà recarsi a Sydney per subire un’operazione al ginocchio (per il giudice non c’è alcun rischio di “fuga”). Il prossimo appuntamento in tribunale per lui è il 4 febbraio 2019, quando gli avvocati – che per ora non hanno annunciato alcun ricorso al verdetto – presenteranno al giudice delle obiezioni e delle «informazioni utili» prima della sentenza che verrà emessa il giorno stesso.

  • Il Vaticano revoca la sospensione ad anziano prete svizzero sospettato di abusi

    Il Vaticano revoca la sospensione ad anziano prete svizzero sospettato di abusi

    Il Vaticano ha revocato la sospensione ad un sacerdote originario di Friburgo sospettato di molestie su minori, come riporta il Tages Anzeiger del 24 novembre 2018. Charles Morerod vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF) aveva sospeso il prete nel 2016 .
    Il sacerdote, di oltre 80 anni, avrebbe commesso un’aggressione sessuale sui minori, più di 50 anni fa. Il vescovo aveva sospeso il prete dal suo ministero e aveva trasmesso il caso a Roma perchè venisse avviata la procedura canonica presso la Congregazione per la Dottrina della Fede.
    La Congregazione ha revocato la sospensione per il fatto che, nel caso di questo prete anziano, il presunto delitto è caduto in prescrizione, essendo avvenuto oltre 20 anni fa. Il Tages Anzeiger fa riferimento ad un’e-mail inviata dal vescovo Morerod alle vittime del sacerdote per informarli degli sviluppi della procedura. Mons. Morerod nel sottolineare che la presunzione di innocenza si applica fino a quando la sentenza non è stata espressa, ha dichiarato “Se un prete è accusato di varie forme di abusi su minori, il dovere di un vescovo è di sospenderlo, fino alla fine del processo canonico”. Quindi la sospensione era una misura provvisoria, in attesa delle disposizioni di Roma. Ora sono arrivate, lasciando le presunte vittime del sacerdote con l’amaro in bocca, come racconta il Tages Anzeiger. Il vescovo di Friborgo ha espresso l’insoddisfazione delle vittime e “di tutte le parti toccate dalla vicenda” davanti a questa decisione di Roma. Di fatto, come ha commentato

    fonte: kath.ch/red

    https://www.catt.ch/newsi/il-vaticano-revoca-la-sospensione-ad-anziano-prete-svizzero-sospettato-di-abusi/

  • Papa: dal 21 al 24 febbraio l’incontro ‘La protezione dei minori nella Chiesa’

    Papa: dal 21 al 24 febbraio l’incontro ‘La protezione dei minori nella Chiesa’

    Francesco ha deciso i componenti del Comitato organizzativo. C’è anche il card. Gracias. All’incontro prevista la partecipazione di alcune visstime di abusi da parte del clero.

    Città del Vaticano (AsiaNews) – Si terrà dal 21 al 24 febbraio l’incontro “La protezione dei minori nella Chiesa” sul problema degli abusi da parte del clero. In proposito, papa Francesco ha indicato i nomi dei membri del comitato organizzativo. Essi sono: il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago (USA), il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay (India) e presidente della Conferenza episcopale dell’India, mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, padre Hans Zollner, S.J., presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia università Gregoriana e membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, che sarà il referente del Comitato stesso.

    Alla riunione, cui sarà presente il Papa, parteciperanno i capi delle Chiese cattoliche orientali, i superiori della Segreteria di Stato, i prefetti delle congregazioni per la Dottrina della fede, per le Chiese orientali, per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei popoli, per il Clero, per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica e del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, i presidenti delle conferenze episcopali e i rappresentanti dell’Unione dei superiori generali e dell’Unione internazionale delle superiore generali.

    Nei lavori preparatori dell’incontro saranno coinvolti, tra gli altri, la dott.ssa Gabriella Gambino, sottosegretario per la Sezione vita, e la dott.ssa Linda Ghisoni, sottosegretario per la Sezione fedeli laici, del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, la Pontificia commissione per la tutela dei minori e alcune vittime di abusi da parte del clero.

  • Pedofilia in Francia, condannato a 8 mesi un vescovo “insabbiatore”

    Pedofilia in Francia, condannato a 8 mesi un vescovo “insabbiatore”

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano –  Mentre in Italia il fenomeno degli abusi nella Chiesa resta ancora silente e sottotraccia, in Francia un tribunale (civile) ha condannato per la prima volta un vescovo a 8 mesi di prigione per avere insabbiato e non avere denunciato gli atti di pedofilia di un parroco al tribunale correzionale di Orleans. L’anziano prelato di 83 anni, monsignor André Fort, è stato giudicato colpevole, così come il sacerdote abusatore, padre Pierre de Castelet, 69 anni. Quest’ultimo è ritenuto responsabile delle aggressioni sessuali su una decina di ragazzi, durante un campo estivo del Movimento eucaristico dei giovani (Mej), di cui era direttore spirituale nei primi anni Novanta. I giudici si sono espressi severamente contro il comportamento del vescovo.

    La Chiesa francese per fare luce sugli abusi coperti nelle diocesi, negli ultimi 60 anni, ha dato vita ad una commissione che, guidata da un laico, Jean Marc Sauvè, avrà il compito di setacciare gli archivi diocesani e fare luce su tanti episodi. Sauvè ha spiegato alla Afp che si tratta di un organismo totalmente indipendente sul quale l’episcopato non avrà alcuna influenza. « Il mio mandato è ampio e non comporta alcuna restrizione. I metodi di lavoro saranno determinati dalla commissione stessa, proprio per garantire imparzialità e autonomia ».  Sauvè, 69 anni, già vice presidente del Consiglio di Stato, proveniente dall’Ena, è una figura di garanzia individuata proprio per sanare la ferita dell’opinione pubblica. La commissione sarà pluridisciplinare con competenze giuridiche, diritto penale, diritto canonico, psicologia, psichiatria, storia e sociologia delle organizzazioni.

    Proprio per garantire terzietà la commissione sarà composta da membri di tutte le confessioni, sia credenti che non credenti. « Avremo accesso agli archivi diocesani, potremo raccogliere testimonianze, avremo mezzi finanziari adeguati ! ».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_francia_abusi_vaticano_pedofilia_vescovi_tribunale_italia_cei-4125094.html