Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Il Vaticano accusa l’assemblea dei vescovi di gestire male gli abusi sui minori

    Il Vaticano accusa l’assemblea dei vescovi di gestire male gli abusi sui minori

    La Conferenza episcopale italiana (CEI), l’assemblea dei vescovi della Chiesa cattolica, ha criticato i risultati di un rapporto presentato in Vaticano giovedì dalla Commissione per la tutela dei minori, l’organo del Vaticano che si occupa di prevenire casi di abusi su minori e persone vulnerabili.

    I toni del rapporto sono piuttosto severi: tra le altre cose, la Commissione ha criticato la CEI per non aver creato un ufficio centrale per raccogliere segnalazioni e denunce, citando una «notevole resistenza culturale» nell’affrontare gli abusi. La CEI ha invece definito i dati diffusi dalla Commissione «del tutto parziali» e «non esaustivi», perché basati in gran parte su incontri facoltativi avvenuti durante la visita ad limina (cioè la visita periodica dei vescovi a Roma per riferire al papa sulla situazione delle loro diocesi) del 2024.

    Un altro punto contestato riguarda le risposte delle diocesi italiane al cosiddetto questionario quinquennale, uno strumento usato per la raccolta di informazioni che la Commissione invia ogni cinque anni a tutte le diocesi del mondo per verificare l’attuazione delle norme sulla tutela dei minori e delle persone vulnerabili nella Chiesa. Secondo la Commissione, la collaborazione della CEI è stata molto limitata: soltanto 81 delle 226 diocesi italiane hanno risposto al questionario.

    Ma la Conferenza episcopale ha accusato la Commissione di parzialità anche in questo caso, sostenendo che il 94 per cento delle diocesi abbia invece risposto a un’indagine condotta internamente dalla stessa CEI. Ha anche evidenziato che il rapporto non ha tenuto conto della riorganizzazione avviata negli ultimi anni, con cui tutte le regioni e le diocesi italiane si sono dotate di un servizio interno per la tutela dagli abusi.

    Non è la prima volta che la CEI viene criticata per la scarsa incisività delle misure adottate per prevenire, denunciare e affrontare gli abusi. Tra il 2022 e il 2023 aveva diffuso un rapporto che aveva generato polemiche per la sua parzialità e per la limitatezza dei dati raccolti. È notevole però che questa volta le critiche vengano da una commissione messa in piedi dal Vaticano.

    La Commissione ha segnalato comunque anche dei «progressi significativi», riferendosi in particolare al rapporto sugli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili commessi da sacerdoti pubblicato dalla diocesi di Bolzano-Bressanone lo scorso gennaio. È l’indagine indipendente più approfondita promossa finora dalla Chiesa cattolica italiana, copre un periodo di tempo lungo – 60 anni – e tratta il problema degli abusi in modo dettagliato, parlando tra le altre cose della dimensione sistemica delle violenze.

    https://www.ilpost.it/2025/10/17/cei-vaticano-rapporto-abusi

  • Scuola, educazione sessuale vietata fino alle medie. Scontro governo-opposizione: «No all’ideologia gender», «Deriva oscurantista»

    Scuola, educazione sessuale vietata fino alle medie. Scontro governo-opposizione: «No all’ideologia gender», «Deriva oscurantista»

    Si scrive «consenso informato», si legge «divieto».  La commissione Cultura della Camera ha approvato un emendamento della maggioranza che vieta «tutte le attività didattiche e progettuali attinenti all’ambito della sessualità» non solo nelle scuole dei più piccoli, ma anche  alle medie. Immediata, e durissima, la reazione delle opposizioni. «In un Paese ancora scosso dall’ennesimo femminicidio di una giovane donna, la risposta politica del governo è quella di restringere ulteriormente gli spazi dedicati all’educazione all’affettività e al rispetto dell’altro nelle scuole», dichiara Irene Manzi, responsabile scuola del Pd. «Un modello censorio  – aggiunge – che lascia il campo libero alla disinformazione, fondata sul sessismo e la cultura della sopraffazione, che circolano indisturbati in rete». «Così l’Italia torna nel Medioevo», rincalza l’europarlamentare Alessandro Zan. Dello stesso avviso Elisabetta Piccolotti, di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha parlato di «deriva oscurantista della scuola», accusando la maggioranza di essere «ispirata dal fondamentalismo e dall’estremismo religioso».

    Di tutt’altra opinione l’onorevole leghista Rossano Sasso, relatore della legge in discussione, secondo il quale «l’emendamento non vieta affatto l’educazione alla sessualità, né impedisce l’accesso a informazioni corrette: si limita ad escludere dalle scuole primarie e secondarie di primo grado attività didattiche che esorbitino da quanto previsto dalle Indicazioni nazionali». «Troppe volte – ha aggiunto Sasso – abbiamo assistito a tentativi di indottrinamento da parte di attivisti di estrema sinistra Lgbt».  Un riferimento implicito alla supposta ideologia gender, «una propaganda fatta da tematiche inopportune e inadeguate a bambini di 5 anni».

    L’Italia è rimasta uno degli ultimi Paesi in Europa (perfino Spagna e Irlanda hanno capitolato) in cui l’educazione sessuale non è una materia obbligatoria, anche se moltissime scuole, almeno finora, usavano i margini di autonomia a loro riconosciuti per legge per prevedere percorsi didattici mirati sui temi dell’affettività e della sessualità, spesso avvalendosi della collaborazione di esperti esterni. A maggio scorso il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha presentato un disegno di legge  che sotto la dicitura «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico», non solo vincola questi progetti all’assenso preventivo delle famiglie (che peraltro, secondo un recente sondaggio Coop-Nomisma, sarebbero nella stragrande maggioranza favorevoli a introdurre l’educazione sessuale nel curriculum), ma li vieta del tutto nel caso delle scuole dell’infanzia e delle elementari. Da oggi, saranno vietati anche alle medie.

    Cosa resta dell’educazione sessuale a scuola? Poco o nulla. E’ vero che nelle nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo c’è un paragrafo intitolato alla «scuola che educa alle relazioni, all’empatia e al rispetto della persona», ma non va al di là del generico riferimento a «un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza». Certo c’è anche l’ora di Educazione civica, che è diventata però una materia omnibus che si occupa di tutto: dalla Costituzione al surriscaldamento globale, dal bullismo all’antimafia. E dire che l’anno scorso, di questi tempi, la maggioranza aveva approvato un emendamento a firma del segretario di Più Europa Riccardo Magi che prevedeva un fondo per l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole. «Dopo poche settimane – ha ricordato oggi Magi – per volontà del governo sotto scacco dei pro vita, quei fondi sono stati riorientati e destinati a una formazione degli insegnanti sulla fertilità maschile e femminile. Pro vita che oggi si sono subito precipitati a ringraziare Valditara definendo l’educazione sessuale «un cavallo di troia dell’Agenda Lgbt». Resta ancora in piedi l’accordo, firmato a gennaio, dal ministro con l’associazione Giulia Cecchettin per l’educazione al contrasto della violenza di genere. Ma per il momento non se ne riescono ancora ad apprezzare le ricadute.

    https://www.corriere.it/scuola/medie/25_ottobre_15/scuola-educazione-sessuale-vietata-fino-alle-medie-scontro-governo-opposizione-no-all-ideologia-gender-deriva-oscurantista-d976acaa-7a97-4eee-90d2-9dc9389e3xlk.shtml
  • PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha condannato alla pena di 7 anni di reclusione e 26mila euro di multa il 19enne di Terracina, Simone di Pinto, per i reati di Pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto dovrà risarcire i quattro minorenni con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice ha predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori. I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    “L’intervento del Centro Antiviolenza per minori vittime di reato a cui si erano rivolti le famiglie dei minori, il gruppo scout Terracina 3, la Parrocchia S.Domenico Savio è stato tempestivo ed efficace – spiega il Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni -. Ha immediatamente consentito con la collaborazione con la Polizia Postale di Latina e le autorità giudiziarie – che ringrazio per la professionalità e tempestività – di sterilizzare l’attività in essere e di mettere al sicuro le vittime e le ulteriori potenziali dalle attività pedopornografiche e di abuso. Anche questa vicenda ci insegna quanto sia importante l’ascolto dei minori tempestivo, l’importanza di far emergere i segnali di disagio e cristallizare i riferiti e la necessità di denunciare prontamente – nel loro interesse e nell’interesse dell’intera collettività – gli abusi. Un plauso quindi ha chi ha denunciato e si è attivato immediatamente nell’interesse dei minori, ai genitori ed alla collettività che si è fidata ed affidata agli eduatori scout ed alla comunità parrocchiale. La scrivente – proprio in ragione di quanto affermato dalla difesa del Di Pinto nella discussione – “la garante poteva anche farsi gli affari suoi!!” – continuerà a proprio a fare gli interessi dell’istituzione e interessarsi della tutela dei minori, quale interesse superiore (e non certo come istanza persecutoria verso i responsabili) specie di quelli offesi ed abusati, in ossequio ai propri fini istituzionali in coerenza con la normativa sovranazionale e nazionale”.

    “Le parti civili, in particolare i genitori dei ragazzi minori, – dichiara l’avvocato Pasquale Lattari che ha difeso i quattro minori vittime – non hanno gioito alla condanna del responsabile. A parte il riconoscimento dell’ingiustizia patita quali vittime – hanno rifiutato l’offerta di risarcimento danni perché non vi era in capo al reo alcun riconoscimento della loro condizione vittimaria!! – nessuna riparazione dei pregiudizi patiti ricevono dalla condanna del Di Pinto. L’unica soddisfazione delle famiglie che hanno denunciato è aver impedito che il reo continuasse nella sua attività contro i minori ed evitato che altri – minori e famiglie – potessero patire i loro stessi inenarrabili pregiudizi. Le famiglie auspicano solamente che i propri figli al più presto e per quanto possibile assorbano ed integrino al meglio nella loro vita le conseguenze patite. I genitori, il gruppo scout e l’intera comunica coinvolta sperano anche che il reo – pur sempre in giovane età – possa comprendere pienamente l’ingiustizia commessa e agire responsabilmente nella sua vita futura”.

    IL PROCESSO – A giugno, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

  • Condanna per il santone Pietro Capuana: per i giudici, gli «atti purificatori» erano violenze sessuali

    Condanna per il santone Pietro Capuana: per i giudici, gli «atti purificatori» erano violenze sessuali

    Arriva la condanna a 16 anni e 2 mesi per il santone Pietro Capuana. Alla lettura della sentenza piangono le vittime dell’ultraottantenne ex bancario, accusato di abusi sessuali su diverse giovani, all’epoca anche minorenni. «Le nostre spalle sono larghe. Ma ce l’abbiamo fatta», dicono, insieme alle loro madri. Che hanno denunciato le violenze avvenute nella comunità di Lavina di Aci Bonaccorsi, nel Catanese, di cui Capuana era leader. O, come si diceva, la reincarnazione dell’arcangelo Gabriele, che sulle vittime avrebbe sostenuto di compiere degli «atti purificatori». «Seguo il percorso di queste ragazze fin dall’inizio – commenta a MeridioNews l’avvocato Tommaso Tamburino -. La giustizia è stata lenta, ma implacabile. C’è chi ha ha ritenuto che ci fosse un complotto ai danni di quest’uomo. E invece, oggi, giustizia è stata fatta».

    Condannate anche le tre ancelle e sacerdotesse del santone: Katia Concetta Scarpignato (7 anni), Rosaria Giuffrida (9 anni e 4 mesi) e Fabiola Raciti (15 anni e 2 mesi). Quest’ultima ha dichiarato a processo di avere sempre agito «per spirito cristiano ed evangelico». Nessuno degli imputati era presente nell’aula del tribunale di Catania. Tutti sono stati anche interdetti da qualunque ruolo nei pubblici uffici, nelle scuole e nei luoghi frequentati per lo più da minori. Oltre al pagamento delle spese processuali per le parti civili. Gli atti di alcune deposizioni a processo, inoltre, sono stati inviati in procura per falsa testimonianza. «Capuana aveva influenza su altre persone – continua Tamburino – Tra queste, c’è chi non ha mai accettato l’idea che si sia macchiato di questi reati. E, così, ha detto il falso».

    In questo modo, a otto anni dagli arresti, si mette il primo punto del processo ribattezzato 12 apostoli. «Dopo un interminabile dibattimento – commenta al nostro giornale l’avvocato Francesco Russo Morosoli – finalmente una sentenza riconosce le ragioni delle parti civili. Ragazze, all’epoca poco più che bambine, vittime di gravissimi reati compiuti da chi avrebbe dovuto educarle e proteggerle. Nessuno – aggiunge il legale di parte civile – potrà mai restituire loro l’infanzia rubata ma, con il loro coraggio, hanno impedito che simili eventi possano essere reiterati».

    La difesa del santone Pietro Capuana

    Per il santone Pietro Capuana, la pubblico ministero Agata Consoli aveva chiesto una condanna a 16 anni di carcere. Uno in meno per Fabiola Raciti; mentre per Rosaria Giuffrida e Katia Concetta Scarpignato la richiesta era stata di 14 anni di reclusione. Gli avvocati della difesa, invece, puntavano all’assoluzione per tutti gli imputati. All’inizio di ottobre, il difensore di Capuana ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Un documento in cui l’avvocato Mario Brancato denuncia alla Cedu «gravi violazioni dei diritti fondamentali e la mancanza di un giudizio realmente imparziale».

    Un anno fa, il legale dell’imputato aveva anche chiesto di sostituire il giudice, presentando un’istanza di ricusazione contro il presidente del collegio giudicante, Santino Mirabella. A causa di un post su Facebook in cui, secondo l’avvocato del santone Capuana, il giudice avrebbe «espresso disprezzo verso coloro che praticano la religione cristiana». Un contenuto che, per la difesa, avrebbe «sollevato dubbi sulla imparzialità di giudizio in un processo in cui la natura religiosa del caso è stata ampiamente dibattuta in aula».

    E un ulteriore tentativo in questo senso, l’avvocato Mario Brancato l’ha fatto anche oggi. Proprio all’inizio dell’udienza ha chiesto la parola per sollevare una eccezione sulla regolarità della composizione del collegio giudicante: una delibera del Consiglio superiore della magistratura (Csm) che stabilisce che nel collegio ci può essere solo un giudice applicato fuori dalla sezione di appartenenza. In quello del processo 12 apostoli sono le due giudici Cristina Scalia e Mariaconcetta Gennaro. Dopo una breve camera di consiglio, l’eccezione è stata rigettata. «L’elemento principe per la garanzia dell’imputato a un giusto processo – ribadisce in aula Mirabella – è che a emettere la sentenza siano gli stessi giudici che hanno partecipato al contraddittorio delle parti del dibattimento».

    «Ogni imputato ha diritto a essere considerato innocente sino a condanna definitiva – commenta l’avvocato Brancato dopo la sentenza – e a essere giudicato senza preconcetti di colpevolezza, né dentro né fuori dall’aula di giustizia». Il difensore ha già annunciato che farà ricorso in appello perché «riteniamo che, in questo procedimento, non tutti gli elementi siano stati valutati con equità e completezza».

    Le testimonianze dietro alla condanna del santone Pietro Capuana

    Nel corso del lungo processo di primo grado, al centro di molte udienze ci sono state le parole dei testimoni. Alcuni di loro, all’interno dell’associazione cattolica Cultura e ambiente (Acca), ci sono nati e cresciuti. Molti hanno ammesso la pratica dei baci a stampo in bocca dati dal santone, e diversi hanno confermato l’esistenza di turni – anche notturni – a casa di Capuana. I racconti dei testimoni hanno anche permesso di ricostruire i dettagli delle feste organizzate nella comunità: San Valentino per sole donne e San Giuseppe per soli uomini. Festività con nomi di santi, ma con pratiche profane, secondo i racconti.

    C’è poi chi ha riferito di volte in cui «mi addormentavo sul divano e mi risvegliavo sul letto». E chi ha raccontato di essere stato «miracolato» da bambino o aver assistito a fenomeni paranormali da adolescente. «Mi ha chiesto di spogliarlo e di spogliarmi – ha detto in aula una giovane, prima di trasformare il racconto in una parabola sull’aprire il cuore l’uno all’altra – Come se fosse mio nonno, un amico». Che, però, avrebbe mandato diversi «ti amo» via messaggi sul cellulare.

    La diffamazione delle vittime: «Ci si vende a un uomo anche per un cellulare»

    A maggio sono state condannate in primo grado per diffamazione tre donne vicine alla comunità dell’associazione cattolica Cultura e ambiente (Acca). Si tratta di Epifania Consuelo Torrisi, Valentina Daniela Spadaro e Nunziatina Maria Lo Faro. Le tre, sedute di spalle davanti alle telecamere di Rete 4, avevano offeso madre e figlia che, hanno raccontato le violenze del santone. Formalizzandole in una denuncia, assistite dagli avvocati Tommaso Tamburino e Roberto Russo Morosoli. Una scelta dettata dalla convenienza, insinuavano le donne in tv: «A 12 anni, ci si vende a un uomo anche per avere un telefono – afferma una delle tre intervistate –. Non sono bambine stupide. Perché non possono avere inventato tutto?».

    Gli investigatori: un «plagio di massa» durato decenni

    Una vicenda venuta fuori dalle mura della comunità nel 2016. Con la prima denuncia di una donna, a cui la figlia aveva raccontato di avere subito degli abusi sessuali da parte di Capuana. Fin da quando aveva undici anni. Subito dopo la denuncia, la vittima era stata avvicinata da una delle componenti del gruppo. Che avrebbe provato a convincerla che quelle violenze fossero «un’esperienza mistica fatta di amore dall’alto». Sottolineando come lei stessa l’avesse sperimentata da giovane. Dopo la prima, altre denunce si sono susseguite da parte di numerose ragazze. Una vicenda che gli inquirenti hanno definito «un plagio di massa, fondato su argomenti di carattere religioso».

    Condanna per il santone Pietro Capuana: per i giudici, gli «atti purificatori» erano violenze sessuali

  • Il caso Rupnik è il simbolo della Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi

    Il caso Rupnik è il simbolo della Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi

    AGI – Il caso Rupnik rappresenta una delle vicende più complesse e dolorose per la Chiesa cattolica contemporanea perchè intreccia la dimensione spirituale e artistica con accuse di gravità estrema riguardo a presunti abusi sessuali, spirituali e di potere ai danni di persone sottoposte all’autorità del loro abusatore.

    A essere accusato di questi crimini è un ex gesuita sloveno, Marko Ivan Rupnik, noto per i suoi mosaici presenti in numerosi santuari e chiese nel mondo e per la sua influenza nel campo dell’arte sacra. È stato accusato da diverse religiose di abusi psicologici, spirituali e sessuali avvenuti tra gli anni Novanta e Duemila in contesti comunitari legati al Centro Aletti da lui fondato a Roma.

    Il caso ha suscitato grande scalpore perchè Rupnik per anni è stato una figura di riferimento per la riflessione teologica e per la pastorale artistica tanto che le sue opere erano considerate espressione di una profonda spiritualità orientale ispirata alla tradizione bizantina.

    La denuncia delle vittime è emersa solo dopo molti anni di silenzio e di sofferenza quando alcune di loro hanno trovato il coraggio di raccontare le manipolazioni e le violenze subite in un clima di sudditanza psicologica alimentato dal carisma e dall’autorità spirituale del sacerdote.

    In un primo momento padre Rupnik ricevette una scomunica dal Dicastero della Dottrina della Fede, ma il Vicariato si oppose e fu tolta in poche settimane. Il procedimento canonico continuò nella Compagnia di Gesù che ha espulso padre Rupnik, oggi sacerdote della diocesi di Capodistria. La Dottrina della Fede fu poi autorizzata da Papa Francesco a celebrare un nuovo processo che sta ora iniziando.

    Ritardi e contraddizioni
    Il caso ha evidenziato dunque ritardi e contraddizioni nei meccanismi interni della Compagnia di Gesù e del Dicastero per la Dottrina della Fede che inizialmente avevano chiuso il procedimento salvo poi riaprirlo alla luce delle nuove testimonianze e delle forti reazioni dell’opinione pubblica. Il Centro Aletti da lui fondato, ha continuato a difenderlo sostenendo la sua innocenza e denunciando una campagna mediatica distorsiva. Tale posizione ha ulteriormente diviso il mondo ecclesiale tra chi ritiene indispensabile ascoltare le vittime e riconoscere la gravità del male compiuto e chi teme il nuovo processo cancelli anche l’eredità artistica di un autore che ha dato molto all’arte sacra contemporanea. Per ora alcuni vescovi hanno fatto coprire o rimuovere le opere di Rupnik per rispetto delle vittime, come avvenuto a Lourdes. Nel Palazzo Apostolico è firmata da Rupnik la cappella Redemptoris Mater che è ancora in uso ma viene poco frequententata.

    La Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi
    Oggi il caso Rupnik resta simbolo di una Chiesa che fatica a confrontarsi fino in fondo con gli abusi di potere e di coscienza ma anche di una nuova consapevolezza che si fa strada tra i fedeli e le comunità religiose: quella secondo cui nessuna autorità spirituale può essere esente dal giudizio morale e nessuna opera artistica può oscurare il grido di chi ha sofferto.

    L’esperienza delle vittime e la necessità di verità e giustizia chiedono ora una riflessione più ampia sul rapporto tra carisma e controllo sulle dinamiche di potere spirituale e sull’urgenza di una riforma che metta al centro la dignità delle persone e la trasparenza della Chiesa.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2025-10-13/caso-rupnik-simbolo-chiesa-che-fatica-a-confrontarsi-con-abusi-33647639/

  • Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

    Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

    Mentre l’attenzione mediatica globale è calamitata da crisi internazionali e conflitti, un’ombra si allunga silenziosa sul futuro digitale dei cittadini europei. Il prossimo 14 ottobre, una data che potrebbe segnare una svolta storica per la privacy nel continente, il Consiglio dell’Unione Europea sarà chiamato a votare sulla “Child Sexual Abuse Regulation”. Si tratta di una proposta di regolamento, immediatamente ribattezzata con il nome più diretto di “Chat Control”, che mira a combattere il terribile fenomeno dell’abuso sessuale sui minori attraverso un massiccio impiego della tecnologia.

    L’intento alla base della proposta è nobile e universalmente condivisibile: agire in modo preventivo. Tuttavia, lo strumento proposto rischia di trasformare l’Europa, come paventato da molti osservatori, nel più grande esperimento di sorveglianza di massa dai tempi della Stasi, andando a toccare le comunicazioni private di 449 milioni di persone.

    Come funziona la “scansione lato client”

    Il meccanismo al centro del regolamento “Chat Control” si basa su una tecnologia nota come “Client side scanning” (CSS), ovvero una scansione che avviene direttamente sul dispositivo dell’utente, sia esso uno smartphone o un computer. Il processo si attiverebbe prima ancora che un messaggio, una foto o un video vengano inviati e, soprattutto, prima che la crittografia end-to-end li renda illeggibili a chiunque non sia il mittente o il destinatario.

    In pratica, ogni volta che un cittadino europeo caricherà una foto o un video per inviarlo tramite un’app di messaggistica, il sistema ne calcolerà l’impronta digitale unica, chiamata “hash”. Questa impronta verrebbe istantaneamente confrontata con quelle contenute in un gigantesco database centralizzato, che raccoglie tutte le immagini e i video pedopornografici già noti. Se venisse riscontrata una corrispondenza, l’invio del file verrebbe bloccato e scatterebbe immediatamente una segnalazione per individuare il soggetto. Si tratta di un cambio di paradigma investigativo: non sono più le forze dell’ordine, previa autorizzazione di un magistrato, a usare un software per indagini mirate, ma è il software stesso ad avvisare le autorità in modo automatizzato.

    I rischi: dai falsi positivi alla sorveglianza allargata

    Un sistema così invasivo porta con sé un carico enorme di rischi. Il primo è quello dei cosiddetti “falsi positivi”. Un’immagine del tutto innocente, come la foto di un papà che manda alla mamma uno scatto del figlio durante il bagnetto, potrebbe essere erroneamente interpretata dall’algoritmo e far scattare un allarme ingiustificato. Al contrario, un criminale potrebbe eludere il controllo semplicemente modificando pochi pixel di un’immagine nota, alterandone così l’hash e rendendola irriconoscibile al sistema.

    Il problema si aggrava per le immagini non ancora conosciute e non presenti nel database. L’identificazione di nuovo materiale pedopornografico richiederebbe tecniche di classificazione e intelligenza artificiale ancora più intrusive e, come sottolinea il testo della proposta, caratterizzate da alti tassi di errore.

    Esiste poi il timore, concreto, di un’espansione dei controlli. Se nella versione del 2022 del regolamento erano stati esclusi i messaggi di testo e vocali, precedentemente inclusi, è facile immaginare come, in un’epoca segnata da guerre ibride e minacce alla sicurezza, una simile “backdoor” possa essere estesa ad altri tipi di monitoraggio. Una delle ipotesi attualmente allo studio prevede che, in seguito alla segnalazione di un illecito su una piattaforma, si possa autorizzare per 24 mesi la scansione di tutti i messaggi inviati da tutti gli utenti su quella specifica piattaforma, consegnandoli di fatto al database di controllo.

    Il parere legale: “misure non selettive violano i diritti”

    La compatibilità di un simile impianto con i principi fondamentali del diritto europeo è fortemente messa in dubbio da numerosi esperti. «La proposta di regolamento, anche se ispirata da buone intenzioni, istituisce un modello di sorveglianza difficilmente conciliabile con il principio di proporzionalità sancito dal diritto dell’Unione e dalla Carta dei Diritti fondamentali», commenta Antonino Alì, Professore di diritto internazionale dell’Università di Trento.

    Il professore ricorda come la giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia Ue e della Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenze storiche come “Digital Rights Ireland” e “Big Brother Watch”, abbia già chiarito un punto fondamentale: le misure di monitoraggio generalizzate e non selettive, che non si concentrano su un sospetto ma si estendono a tappeto sull’intera popolazione, violano i diritti alla privacy e alla libertà di espressione se non sono accompagnate da limiti rigorosi e garanzie precise. «In questa prospettiva, una normativa di questo genere si espone a rischio di invalidazione», conclude Alì.

    Il grande dilemma tra sicurezza e privacy

    Il dibattito sul “Chat Control” ripropone con forza il dilemma irrisolto tra sicurezza e libertà individuale. Da un lato, le forze di polizia europee si trovano oggi in una posizione di netto svantaggio. La crittografia end-to-end usata da app come WhatsApp, Signal o Telegram, se da una parte protegge la privacy dei cittadini onesti, dall’altra offre uno scudo quasi impenetrabile ai criminali, rendendo le intercettazioni quasi impossibili. Spesso le richieste di accesso ai dati, tra autorizzazioni dei magistrati e procedure internazionali, arrivano troppo tardi. La logica della proposta è quindi quella di aggirare il problema, agendo prima che il messaggio venga crittografato.

    Dall’altro lato, i pericoli di un sistema di sorveglianza centralizzato sono drammatici. In un’era di tecnologie “dual-use” – nate per scopi civili ma facilmente riutilizzabili per fini militari o repressivi – un database contenente le comunicazioni private di milioni di persone diventerebbe un obiettivo primario per stati nemici o gruppi criminali. La battaglia per proteggere i bambini dalla piaga della pedopornografia è una priorità assoluta, ma la soluzione, avvertono i critici, non può essere la creazione di un’infrastruttura di controllo senza precedenti, i cui rischi potrebbero superare di gran lunga i benefici.

    Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

  • Minori sui social, arriva la legge che vieta gli account sotto i 15 anni: «Necessario regolare il fenomeno dei baby influencer e proteggere i giovani» VIDEO

    Minori sui social, arriva la legge che vieta gli account sotto i 15 anni: «Necessario regolare il fenomeno dei baby influencer e proteggere i giovani» VIDEO

    Una nuova legge sui minori e i social network è pronta ad arrivare in Parlamento.

    Il disegno di legge bipartisan, sostenuto da Fratelli d’Italia e Partito Democratico, punta a introdurre un divieto di apertura e gestione di account social per i minori di 14 o 15 anni: la soglia definitiva è in fase di definizione.

    L’obiettivo è chiaro: regolare il fenomeno dei “baby influencer” e proteggere i giovani utenti da rischi di sfruttamento economico o esposizione incontrollata online.

    https://www.ilgazzettino.it/video/primopiano/minori_social_legge_vieta_account_sotto_15_anni_baby_influencer-9110131.html

  • Cacciatori di pedofili: il fenomeno globale arrivato anche in Svizzera

    Cacciatori di pedofili: il fenomeno globale arrivato anche in Svizzera

    ZURIGO – Nel novembre del 2024 sei adolescenti di Winterthur hanno attirato con l’inganno un 22enne, convinto di incontrare una minorenne, per poi aggredirlo con pugni e calci e filmare tutto.

    La ragazza non esisteva: al suo posto c’era un gruppo di “Pedo-Hunters”, giovani che si autoproclamano giustizieri contro i pedofili. Quasi un anno dopo la polizia ha arrestato i sospettati: sono tutti minorenni di età compresa tra 15 e 17 anni.

    Da uno show in tv – Il fenomeno – secondo la NZZ – non è nuovo. Pesca dallo show televisivo americano “To Catch a Predator”, dove presunti pedofili vengono smascherati davanti alle telecamere. Negli anni successivi, gruppi indipendenti hanno copiato il format, che si è diffuso dagli Stati Uniti all’Europa. Alcuni consegnano prove alla polizia, altri preferiscono l’umiliazione pubblica o la violenza, condividendo video brutali online. Solo tra il 2023 e marzo 2025 il New York Times ha contato oltre 170 aggressioni.

    Anche in Ticino – In Europa le conseguenze sono già gravi: in Olanda un uomo è morto durante un intervento di questi “Pedo-Hunters”. In Austria la polizia ha arrestato tredici membri di un gruppo sorto su Telegram. Il Ticino non è esente dal problema: lo scorso ottobre, quasi venti giovani sono stati fermati per episodi simili.

  • Chat control: la proposta europea per spiare i messaggi e stanare i pedofili

    Chat control: la proposta europea per spiare i messaggi e stanare i pedofili

    Un “Grande fratello” in grado di spiare tutte le chat, da WhatsApp a Telegram, per intercettare i contenuti pedopornografici e stanare i pedofili in Europa. Entro la giornata di oggi, venerdì 12 settembre, gli stati membri dell’Unione europea sono chiamati a votare il regolamento sul “Chat control”, la proposta che apre all’uso di un algoritmo sulle piattaforme di messaggistica.

    Cos’è il Chat control
    La proposta nasce dalla necessità di individuare in rete i contenuti legati a pedofilia e pedopornografia. Cosa prevede? In caso di via libera da parte di Parlamento e Commissione Ue, le società che forniscono software crittografati saranno obbligate a consentire una verifica preventiva sui contenuti alla ricerca di materiale dove si menzionano abusi su soggetti con meno di 18 anni di età. Sarà un algoritmo a occuparsi di bypassare la crittografia e intercettare l’eventuale illecito prima che il messaggio arrivi a destinazione.

    La misura mira a diventare un’arma “invisibile” per prevenire e contrastare gli abusi sui minori e la diffusione di materiale pedopornografico. Il Regolamento punta anche a creare un centro europeo sugli abusi, in cui far pervenire tutte le segnalazioni.

    Messaggi “bloccati”: come funziona
    Come dovrebbe funzionare questo sistema? In caso di messaggio intercettato dal Chat control, l’algoritmo verifica l’eventuale presenza di materiale illegale, analizzando tutti i contenuti audiovisivi, dalle immagini a video, note vocali e link esterni, delle tutte le chat più o meno note, WhatsApp, Telegram e Signal, anche in presenza di cifratura end-to-end. In caso di contenuto illegale, il sistema bloccherebbe in automatico la diffusione del messaggio, per poi segnalare il caso alle autorità.

    Europa divisa: dubbi sulla sicurezza
    Come riportato sul portale Fightchatcontrol, a promuovere l’iniziativa è stata la Danimarca, ma l’accoglienza non è stata la medesima per tutti i Paesi. A preoccupare gli esperti è soprattutto il grado di penetrazione dell’algoritmo nelle piattaforme di comunicazione, che potrebbe oltrepassare il velo della privacy che copre la corrispondenza tra messaggi privati.

    Otto Stati si sono opposti alla “stretta” sulle chat: Austria, Belgio, Germania, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Finlandia, Paesi Bassi e Polonia. La Germania invece, dopo alcune titubanze, ha dato la sua approvazione. Ad appoggiare la proposta sono invece 15 Paesi, tra cui Italia, Francia e Spagna, mentre Estonia, Grecia, Romania e Slovenia risultano ancora tra gli “indecisi”.

    Oltre alla potenziale erosione della crittografia end-to-end, della privacy e della sicurezza nelle comunicazioni digitali, il sistema rischia di avere un impatto negativo per l’elevato tasso di errore sul rilevamento degli abusi nei messaggi e nei file, a partire dai contenuti diffusi dagli utenti in modo consensuale.

    https://europa.today.it/attualita/chat-control-proposta-algoritmo-spia-messaggi-privati-ue.html

  • Diocesi di San Marino-Montefeltro, Parrocchia di Murata e Comunità Salesiana: le vicende personali non offuschino il nostro impegno educativo

    Diocesi di San Marino-Montefeltro, Parrocchia di Murata e Comunità Salesiana: le vicende personali non offuschino il nostro impegno educativo

    La Diocesi di San Marino-Montefeltro, la Parrocchia di San Marino Città (Murata) e la Comunità dei Salesiani esprimono il loro sconcerto per le notizie che affollano la cronaca di questi giorni e che, in maniera ingiustificata e inopportuna, vorrebbero coinvolgere il Vescovo e una realtà educativa di riferimento e preziosa per tante famiglie della Repubblica, in una vicenda cui gli stessi sono del tutto estranei.

    Si è appreso con stupore e amarezza che un giovane, il quale ha frequentato alcune attività dell’Oratorio dei Salesiani – senza mai ricoprire alcun ruolo di responsabilità o di animazione – è oggi destinatario di provvedimenti dell’autorità giudiziaria italiana per aver commesso gravi delitti nei confronti di alcuni minori, al di fuori delle nostre realtà.

    La Diocesi e la Comunità Salesiana non hanno mai avuto alcuna notizia del procedimento a suo carico, né della condanna, tantomeno sono mai emersi segnali riconducibili ai comportamenti per i quali è stato condannato. La Diocesi, peraltro, particolarmente attenta ai temi in questione, da diversi anni ha attivato il “Servizio diocesano Tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, istituendo un vero e proprio Centro di Ascolto, ed ha emanato il Vademecum delle “Buone prassi di tutela di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia” di cui presidia il concreto rispetto e l’attuazione.

    Analoghe misure a protezione dei minori sono state assunte dai Salesiani e mai alcuna segnalazione è a essi pervenuta. L’Oratorio Salesiano, fedele al “metodo preventivo” di Don Bosco, basato su ragione, religione e amorevolezza, accoglie da sempre bambini e ragazzi in un contesto educativo sereno e protetto.

    Lo svolgimento delle attività è affidato ad animatori ed educatori debitamente formati, che hanno sempre vigilato e continuano a vigilare con attenzione sui giovani partecipanti. CHIESA DI SAN MARINO-MONTEFELTRO Ufficio Stampa e Comunicazioni Sociali Piazza Giovanni Paolo.

    c.s. Diocesi di San Marino-Montefeltro Ufficio Stampa e Comunicazioni Sociali Parrocchia di Murata e Comunità Salesiana. Steven Raul James

    https://www.sanmarinortv.sm/news/comunicati-c9/diocesi-di-san-marino-montefeltro-parrocchia-di-murata-e-comunita-salesiana-le-vicende-personali-non-offuschino-il-nostro-impegno-educativo-a279566