Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    di Alessandro Ambrosini – Il cardinale Poletti, non era solo nelle rubriche telefoniche del potere politico romano. Usava “l’arte delle pubbliche relazioni” a 360°. Sapeva relazionarsi con ogni fascia sociale se ciò poteva servire ai suoi scopi. Scopi che potevano collimare con quelli della Chiesa e del suo ruolo ecclesiastico.  Altri rimanevano strettamente personali, e con molti punti di domanda.

    Di illazioni e congetture ne sono state fatte molte sul Vicario di Roma. Sicuramente alcune sono state inventate per invidia, alcune per lotte intestine di potere, altre senza riscontri. C’è una regola però che bisogna sempre considerare: se le stesse “voci” vengono da più ambienti, se ciclicamente compaiono su certi argomenti, qualcosa di vero c’è. Sempre. Soprattutto in un periodo storico ( gli anni ‘70/’80) in cui, per l’opinione pubblica, la Chiesa era forte e moralmente indiscutibile. Anni in cui rappresentava un baluardo spirituale, economico e sociale dell’Occidente all’interno della “Guerra fredda”. Un ruolo che ha permesso più del lecito in molti casi, “scandalo Marcinkus” docet.

    Andreotti e Monsignor Casaroli

    Nella politica vaticana, Poletti non è mai stato vicino all’ala di Casaroli, che proponeva la famosa “Ostpolitik”, la politica di apertura verso i paesi del blocco di Varsavia. Era un anticomunista convinto. Negli anni delle Brigate Rosse, sebbene non sia mai stato colpito un solo rappresentante della Santa Sede, la paura di rapimenti o gambizzazioni era concreta nel silenzio delle stanze dei porporati.

    E’il 12 febbraio del 1980, quando a Roma,  sugli scalini che portano alla facoltà di Scienze politiche della Sapienza, viene ucciso con sette colpi di pistola Vittorio Bachelet. Docente e vicepresidente del Csm,  democristiano proveniente dall’Azione Cattolica, Bachelet era finito nel mirino delle Brigate Rosse per “aver trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura da organismo formale a mente politica”. Il primo democristiano che le Br hanno voluto uccidere. Non rapire, non processare come l’onorevole Aldo Moro, qualche anno prima. Una differenza sostanziale.  Non era un politico qualsiasi il giurista romano. Era stato dentro le architetture di sistema dello Stato pontificio, era stato un collaboratore prezioso per gli ultimi papi. Soprattutto per Paolo VI che nel ‘76 lo fece nominare vicepresidente del Pontificio consiglio per la famiglia, per la giustizia e per la pace.

    L’omicidio di Vittorio Bachelet

    L’omicidio Bachelet fece scalpore dentro le mura del Vaticano, forse più del rapimento del presidente Moro. Bachelet non era solo politicamente vicino alla Chiesa. Bachelet era dentro la Chiesa.  Forse, fu per questo che il cardinale Poletti iniziò ad allacciare rapporti con alcuni elementi trasversali tra le formazioni estremistiche di destra e la criminalità organizzata della Banda della Magliana. Personaggi che frequentavano le zone adiacenti  Città del Vaticano, come Prati, Parioli o il centro storico. Persone giovani, che sapevano “muoversi” e che potevano sentire ciò che non arrivava dietro le mura leonine. Persone che potevano essere “utili” per scopi non ufficiali. Fuori dal controllo della Gendarmeria. Non era qualcosa di inusuale. Altri porporati, prima di lui, conobbero e usarono persone con pedigree criminale di spessore. A Regina Coeli o al minorile di Trastevere, come l’allora segretario di Stato Agostino Casaroli, come i cappellani del tempo: don Pietro Prestinenzi e don Pietro Vergari. In modo più diretto, e continuativo, l’oscuro vescovo Paul Marcinkus.

    Il cardinale e il “guerriero senza sonno. Una nota stonata

    E’ da una agenda, sequestrata nel 1983 a un latitante dei Nar, Stefano Soderini, che possiamo parlare di rapporti tra Poletti e l’area spontaneista armata dell’estremismo di destra. La giornalista d’inchiesta Antonella Beccaria, durante il processo a Gilberto Cavallini sulla strage di Bologna nota, nei fascicoli processuali, un appunto in una pagina dell’agenda. E’ segnato in data 19 giugno 1982 e recita: Ore 19 Tel. Card. Poletti.

    Stefano SoderiniLa questione è particolarmente spinosa. Nel 1982, Stefano Soderini, ha solo 21 anni  ma è un latitante con, alle spalle, la partecipazione a diversi omicidi e svariate rapine. Come molti giovani legati all’estrema destra, non tutti, proveniva da una famiglia borghese. Non ha le stigmate del leader, non è considerato un predestinato alla “guerriglia urbana”, ma si applica. Da “Costruiamo l’azione” di Paolo Signorelli passa a Terza Posizione di Roberto Nistri, una delle formazioni più numerose e capillari a Roma Nord. Da lì, il passaggio ai Nar con Gilberto Cavallini. Non ha una spinta militante ideologica, la sua partecipazione è più legata alle simpatie umane e all’amicizia. Viene considerato inquietante e cinico. Nella preparazione di rapine e aggressioni armate lui è l’uomo che deve procurare le auto, rigorosamente rubate. E’ l’uomo della logistica che però sparò il suo primo colpo d’arma da fuoco a sedici anni, con la pistola di Aldo Semerari, l’illustre psichiatra che lavorò contemporaneamente con servizi segreti, camorra e Banda della Magliana.  Una sorta di “chiavistello umano” usato per perizie legali accomodanti.
    Aldo SemerariSoderini legò molto anche con Walter Sordi e i Walter’s boy, l’aristocrazia romana con la pistola. Ragazzi più da “Piper” che da lotta armata, più alla ricerca di emozioni forti e bella vita che spontaneismo armato militante. Un mondo diverso rispetto alla sua “batteria pesante”, che annoverava nomi come Massimo Carminati, Stefano Tiraboschi, Vittorio Spadavecchia, Vittorio Baioni e Cristiano Fioravanti. Un gruppo dove la linea di demarcazione tra politica di strada, sopravvivenza e criminalità correvano parallele, quasi sovrapposte. Linea che si spostò sempre di più verso l’ambito criminale.

    Soderini si pentì, dopo il suo arresto. Alcuni anni dopo, ancora sotto regime di protezione e di collaborazione, rapì il figlio che ebbe con una donna ungherese e andò in Guatemala. Paese senza trattato di estradizione. Lo cercarono? Questa domanda se la pose anche il presidente della corte che, durante il processo a Paolo Bellini sulla strage di Bologna, chiese lumi in quanto Soderini doveva essere sentito come testimone. Venne prodotta una nota della Digos che recita: “la Questura di Bergamo e Roma, La Direzione Centrale Polizia Criminale di Roma, Servizio Centrale di Protezione, opportunamente interessati da questa DIGOS, non hanno fornito elementi utili sia per il rintraccio di Soderini che per accertare la presenza dello stesso nel territorio nazionale. In relazione a quest’ultimo punto emerge agli atti della DIGOS di Roma che Soderini avrebbe lasciato il territorio nazionale alla fine del 2005 per raggiungere il Guatemala. Inoltre a carico del predetto risulta inserita in data 3 marzo 2011, dal Reparto Carabinieri di Roma, una segnalazione per rintraccio e notifica. In conclusione si rappresenta che allo stato il predetto non risulta rintracciato e si fa riserva di comunicare ogni positivo elemento di novità utile al suo rintraccio.” Tradotto, sappiamo che è in Guatemala, non sappiamo esattamente dove e quindi non possiamo chiedere alle autorità locali di contattarlo o fermarlo.Una nota che, anche in questo caso lascia dubbi sull’effettiva volontà di fermare o arrestare Soderini, che per il fatto di aver sottratto un minore a chi aveva la patria potestà del figlio minorenne, ha visto decadere anche il suo status di collaboratore.

    Dubbi che aumentano,quando non si riscontrano domande o richiesta di spiegazioni su quella nota riferita a Poletti, non ufficialmente almeno. Il cardinale Poletti non era certo un nome così inflazionato da diventare il “soprannome” di qualcuno. Di sicuro non di un ragazzo di 21 anni che deve pensare a come non farsi arrestare, a come procurarsi i soldi per vivere, a dove dormire.

    Cosa poteva legare il cardinale Poletti a un personaggio così distante dalla sua missione religiosa? Perché un latitante avrebbe dovuto telefonargli quel 19 giugno del 1982? Perché nessuno ha approfondito quella nota? Troppo “potente” Poletti, o troppo rischioso andare a disturbare lo Stato del Vaticano, per gli inquirenti?

    Il cardinale e il “cassiere”

    Quando si parla del cardinale Poletti, non si ricordano le opere meritevoli fatte durante il suo mandato da Vicario di Roma. Il pensiero corre alla tomba di Enrico De Pedis a Sant’Apollinare. E’ la sua fotografia indelebile. Quel “lasciapassare” che ha mischiato il sacro al criminale, rimane il richiamo più forte a dei legami che non sono stati esclusivamente con il boss dei “testaccini” della Banda della Magliana. E’ un dogma che quando la criminalità si mischia alla società, tutto diventa meno chiaro, più sfocato. Il potere dei soldi lava anche il sangue con cui sono stati guadagnati.

    Enrico Nicoletti

    Se Marcinkus si rapportò con faccendieri della Banda della Magliana come Flavio Carboni o Ernesto Diotallevi, Poletti li ebbe sicuramente con Enrico Nicoletti, definito in modo superficiale il “cassiere” della stessa. In realtà un dominus, per molti aspetti. Sicuramente il rapporto emerge tra il religioso e il “contabile del crimine” a livello finanziario. Lo troviamo nella compravendita del complesso di Villa Osio in via di Porta Ardeatina, 55. Una struttura di tre ville su un terreno di 24.300 mq. , ufficialmente vendute dall’Opera Francesco Oddasso S.r.l , rappresentata dal reverendo Carmine Antonio Uras. Nella sostanza era sotto il controllo del Vicariato di Roma, presieduto dal cardinale Poletti. Valore dell’affare: 1.190.000.000 di lire. Una valutazione talmente fuori mercato, talmente inferiore a una seconda proposta di acquisto, che fu lo stesso Poletti a dover intervenire nero su bianco per dirimere uno scontro tra prelati che rischiava di finire in tribunale: “In questa vicenda concorrono elementi che costituiscono pericolo di scandalo grave e, posto che la causa venisse notata nella cancelleria del tribunale, la stampa non mancherebbe di pubblicizzare il tutto. Per questo motivo non ritengo di dare il nulla osta alle vie legali.”

    Sette anni dopo, in virtù di una richiesta di prestito per la ristrutturazione, la struttura venne valutata dalla Cassa di risparmio di Rieti, ventisette miliardi di lire. Una sperequazione talmente evidente che può prendere significati diversi: una forma di riciclaggio, il pagamento rispetto a un ricatto in corso, un silenzio pagato caro. Congetture.

    Villa OsioIl rapporto tra i due uomini di potere, non era solo finanziario. Secondo fonti accreditate, il matrimonio della figlia di Nicoletti fu officiato dal cardinale. Un privilegio per pochi, comprovato però da foto che sono state fatte sparire, tanto da indurre l’allora giudice delegato nei procedimenti di prevenzione patrimoniali dott. Guglielmo Muntoni, che insieme a Lupacchini, De Gasperis e al personale dell’Ulco ( Unità Lotta alla criminalità organizzata, nata per volere del Questore di Roma, Masone nel 1988 e sostituita dalla Dia nel 1992) lavorava sull’ex carabiniere Nicoletti, a emettere un decreto per cercarle. Risultato: sparite, dissolte. Come se nulla fosse mai avvenuto. Una stranezza sospetta per un matrimonio di “rango”.

    Il cardinale e il Boss

    Se Nicoletti era la “stella” finanziaria della Banda, De Pedis era quella in forte ascesa. Era la stella che cercava e aveva relazioni importanti. Aveva capito che il potere vero si coltiva nei salotti buoni della Roma capitolina, nelle feste private dove sacro e profano si mischiano. Non è opinione, sono fatti.

    Una polaroid inedita con il cardinale Ugo Poletti e mister xSu questi elementi, Sabrina Minardi, l’eterna amante di De Pedis, racconta a Raffaella Notariale: “ Poletti l’ho conosciuto con Renato. Era un contesto di sesso. Io avevo portato due ragazze a Marcinkus, c’era pure Renato, c’era pure Poletti. E lui, il cardinale, stava molto, molto molto in confidenza con Renato. Si vedeva proprio. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato. Si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava. Quando doveva parlare di cose serie e c’era gente faceva così. “. Vero, falso, parzialmente vero? Non lo sapremo mai. Sabrina Minardi è morta il 7 marzo del 2025, a sessantacinque anni. Senza essere ascoltata dalla Commissione parlamentare sul caso di Emanuela Orlandi, che ha preferito partire dall’analizzare la pista parental-amicale, rispetto a chi aveva dato ( soprattutto nella prima deposizione) degli elementi interessanti. Da rivalutare dopo anni. Una delle tante scelte sbagliate di una commissione che è già fallita.

    E’ una tomba, il sigillo che ha rappresentato il rapporto tra Enrico “Renatino” De Pedis e il cardinale Poletti.  Una tomba dove sono racchiusi non solo i resti del boss ma soprattutto i “non detti”. Pensare che i soldi possano comprare tutto è sbagliato. Soprattutto quando parli del Vaticano, soprattutto quando devi tumulare, insieme ad alti prelati, un personaggio della caratura di un boss, morto ammazzato. L’intercessione di Don Vergari nella richiesta di sepoltura di De Pedis a Sant’Apollinare è più una formalità per creare un muro di gomma, che il reale motivo per cui Poletti la concesse il 10 marzo 1990.

    Enrico De Pedis

    Dopo l’omicidio di “Renatino” in via del Pellegrino ( 2 febbraio 1990), gli investigatori sono in massima allerta e seguono la moglie della vittima: Carla Di Giovanni. Il suo incontro con il cardinale e Don Vergari è monitorato. Poletti acconsente alla tumulazione, ma con due diktat: nessun funerale a Sant’Apollinare e la sepoltura deve essere fatta al Verano, prima del trasferimento. Tutto deve svolgersi nella massima discrezione. Una scelta pericolosa e strana per il Vicario di Roma, che dall’alto del suo potere si “spende” così tanto per la sepoltura di un normale cittadino. Uno dei tanti “benefattori” della Chiesa. Per questo, l’incontro a “a tre” è un passaggio fondamentale per capire i veri rapporti tra Poletti e De Pedis. Un passaggio che emerge solo anni dopo, nel 1995 in un’informativa della Dia.

    Dopo appena un anno da questi fatti, il cardinale lascia il suo incarico di Vicario di Roma e di presidente della Cei per limiti d’età. Si aprono le porte della pensione ma due anni dopo, anche quelle degli uffici giudiziari. Infatti, sarà sfiorato in un’inchiesta per tangenti inerenti la costruzione dell’Istituto Galileo Ferraris di Torino. Finirà tutto in una bolla di sapone, come molte altre inchieste del periodo “Mani pulite”.

    Il 25 febbraio del 1997, la porpora “nera” di Ugo Poletti verrà riposta idealmente nella sua tomba. Portando in dote davanti a Dio più ombre che luci, più misteri che atti misericordiosi, più relazioni pericolose che gesta da ricordare.

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    di Alessandro Ambrosini – E’ la notte dell’11 settembre del 1978 quando, in una stamperia a Città di Castello, un tipografo con le dita sporche di inchiostro nero sfoglia il numero di un giornale che sta per essere impacchettato e spedito a Roma. Lo guarda con attenzione, per cercare errori o sbavature ed evitare le lamentele dell’editore che, ad ogni uscita, procura scossoni politici e finanziari in tutto il Paese. Vaticano compreso. La mattina successiva in molte edicole, la copertina rossa con l’immagine di un cardinale con un cappuccio massonico, campeggiava sul numero di settembre del settimanale Op, diretto da Mino Pecorelli. Il titolo non lasciava dubbi e prometteva rivelazioni che avrebbero creato chiacchiericcio, e qualche urlo, dentro le stanze e gli alti corridoi della Santa sede: La gran Loggia Vaticana.

    Mino Pecorelli era famoso negli ambienti che contano del potere romano, aveva entrature a tutti i livelli nei palazzi che contano. Usava e veniva usato dagli stessi in un gioco che divenne per lui mortale. In questo articolo lui non usò solo fonti coperte, spifferi di “uomini ombra” o di lobbisti. Riportò in modo preciso due lanci d’agenzia fatti da Euroitalia che svelarono nomi, cognomi, matricola e data di iniziazione alla massoneria di quattro cardinali.  Lui completò la lista con altri 117 nomi passati discretamente da una sua conoscenza, probabilmente nell’ambito dei conservatori cattolici. Fu un numero, quello del 12 settembre del 1978, che fece rumore ma che venne silenziato dall’opinione pubblica. Come da tradizione dei media capitolini.

    In quella lunga lista di porporati, spiccano uomini che nel corso del tempo, direttamente o indirettamente hanno trovato spazio nel caso del rapimento di Emanuela Orlandi. Si riconoscono nomi e cognomi che nei fatti, e nelle narrazioni di criminali e inquirenti, sono stati vicini e conoscenti dei più pericolosi elementi che la malavita romana del tempo, potesse esprimere.

    Agostino Casaroli matricola 41/076 diminutivo Casa, Pio Laghi matricola 0/538 diminutivo Lapi, Paul Marcinkus matricola 43/649 diminutivo Marpa, Virgilio Levi matricola 241/3, Ugo Poletti matricola 32/1425 diminutivo Upo, Piero Vergari matricola 3241/6 diminutivo Pive, De Bonis Donato matricola 321/02 diminutivo Don-debo. Sette nomi sotto la stessa presunta loggia massonica, sette nomi che sono stati protagonisti di una guerra di correnti di pensiero, di loggia di riferimento ( una parte seguiva il Grande Oriente d’Inghilterra e una parte il Grande Oriente di Francia) con dissesti economici importanti, sia per il Vaticano che per la Repubblica italiana. Scontri non troppo velati tra l’ala di Marcinkus e quella di Casaroli ( detta anche Mafia di Faenza). Scontri tra l’ala atlantista filoamericana e quella che predicava l’Ostpolitik. Una “guerra fredda” color porpora.

    Tra questi nomi, quello su cui vogliamo aprire un focus è il cardinale Ugo Poletti, uno dei personaggi più controversi della Santa Sede. Quello che ha avuto una “carriera”, nei retroscena, più simile a un romanzo criminale che al percorso di un ministro di Dio. Da sempre, scriviamo e ripetiamo che la Chiesa è formata da uomini, che il Vaticano è uno Stato, che il Vaticano ha una storia controversa. Con luci e ombre annesse. Non stupisce e non deve stupire nulla.

    Da Novara a Milano, due storie che si incrociano

    Sta per iniziare la prima guerra mondiale, la “Grande guerra”, quando Ugo Poletti nasce in un paese del Piemonte. Prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, diventa sacerdote e successivamente ausiliare del vescovo di Novara, Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, persona molto stimata ed ascoltata da Pio XII.

    E’ il 1954, a Milano, in sostituzione del deceduto arcivescovo Ildebrando Schuster, il Papa decide di affidare il ruolo vacante al pro-segretario di Stato Giovanni Battista Montini. Una netta retrocessione nella carriera per chi, nove anni dopo diventerà Pontefice con il nome di Paolo VI.  Una retrocessione senza titolo cardinalizio, che gli negava la possibilità di diventare Papa. Una retrocessione, che nascondeva dei retroscena raccontati in un libro che per la Chiesa, successivamente, diventò una pubblicazione eretica: Via col vento in Vaticano, edizioni Kaos. Scritto da un gruppo di prelati del Vaticano, “I Millenari”.  E’ in questo libro, mai smentito sui fatti narrati, che la figura di Montini si interseca con il giovane Ugo Poletti.

    Milano è “stretta” per Monsignor Montini. Non viene considerato da Roma, nemmeno in termini di ausiliari messi a disposizione. Anche il vescovo di Novara ne ha più di lui. La verità è che ha pagato a caro prezzo i suoi rapporti con alcuni personaggi in Unione Sovietica, che perseguivano i cattolici russi. Il Papa, riscontrata questa ambiguità, lo ha voluto mettere ai margini, lasciandolo sotto i riflettori nella seconda città d’Italia. Ora, sebbene vicino alla Madonnina del Duomo, è lontano dai corridoi del potere della Santa Sede. Dietro ai suoi silenzi, Montini cova probabilmente un sottile rancore che sfoga in una lotta di screzi e dispetti su Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, il preferito dal Papa. Così, senza interpellare l’episcopato lombardo, decide di spostare “Il Popolo d’Italia”, un giornale cattolico ben affermato in Lombardia, nonostante le proteste del vescovo novarese.

    Il silenzio per la porpora cardinalizia

    E’ il gennaio del 1963 quando Montini, dopo la morte di Pio XII, diventa cardinale con la consacrazione di Giovanni XXIII. La sua “fatwa” sembra essere finita e fa recapitare una lettera al vescovo di Novara. Una lettera dai toni durissimi. Fatali, per chi come Monsignor Vincenzo Villa Gremigni già soffre di problemi cardiaci.

    Alle 23 del 7 gennaio, l’alto prelato muore d’infarto. Montini corre subito in episcopio a Novara, ha un presagio. Forse la sua missiva è il motivo di quell’infarto. Forse è meglio recuperare quella lettera prima che si addebiti a lui, indirettamente, quella morte. Ad accoglierlo c’è un giovane ausiliare: Ugo Poletti. La camera in cui è morto il vescovo è già sigillata e il giovane ausiliare usa termini che fanno capire che sono state proprio le sue parole, messe nero su bianco, a far cedere il cuore di Gremigni. Montini entra in uno stato di panico, chiede, fa pressione a quell’ausiliare dallo sguardo furbo e dai toni bassi. Deve recuperare quella lettera stanotte, non domani. I sigilli possono essere un dettaglio.

    I toni persuasivi funzionano e, dopo due ore, Poletti si presenta con la lettera incriminata, stringendo e costringendo Montini a un patto nel nome del silenzio.

    Sei mesi dopo, Giovanni XXIII morì. Alcuni conclavisti, in una villa a Grottaferrata ( il proprietario era il piduista Umberto Ortolani) decisero che il successore del “Papa buono” doveva essere Monsignor Montini, con il nome di Paolo VI. Così fu.

    Pochi mesi dopo, Ugo Poletti venne promosso arcivescovo di Spoleto e dopo due anni,  si aprirono le porte della Santa Sede come vicegerente del cardinale Vicario Angelo Dell’Acqua.

    N.d.R

    Monsignor Angelo Dell’Acqua fu citato anche da Marcello Neroni, quando mi disse che era lui a riciclare i soldi dei sequestri alla Chase Manhattan Bank di Piazza Marconi, all’Eur. Un “lavaggio” del denaro che costava il 50% della somma.

    L’oro nero macchia

    A Roma,  il cardinale Poletti non perde tempo. Tesse rapporti, incontra personaggi politici di spessore che diventeranno “amici”. E’ il mondo a cui ambiva, è il potere che cercava. Il 29 Luglio del 1972, scrive a Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio: “Mi trovo a Novara per qualche giorno di ferie. Persone amiche mi pregano di segnalare personalmente a Lei il Generale di Corpo d’armata Raffaele Giudice: egli sarebbe nella terna per la nomina a Generale comandante della Guardia di Finanza. Lei stesso lo conoscerà: se Le è possibile, veda se può favorire la sua candidatura.  Mi assicurano che è una persona molto degna. Dio l’assista tra “tutti gli scogli”.” ( Tratto da “Il Boss della Banda della Magliana” Raffaella Notariale, Newton Compton editori).

    Una raccomandazione in piena regola. Una lettera che diventerà una delle tante “pietre dello scandalo” nella sua vita. Andreotti, cinque giorni dopo rispose:  “ Eccellenza reverendissima, ho ricevuto la sua viva e calda segnalazione a favore del Generale Raffaele Giudice. Non mancherò di vedere che cosa si possa fare in ordine alla di lui aspirazione”. Raffaele Giudice sarà nominato comandante della Guardia di Finanza, come da copione.

    Quando il Vicario di Roma Monsignor Dell’Acqua, muore improvvisamente a Lourdes, sulla stampa appaiono dei trafiletti che ricordano l’esistenza della lettera di Montini a Gremigni. E’ il 27 agosto del 1972 quando, tra lo stupore generale, il cardinale Ugo Poletti, diventa Pro-vicario Generale di Sua Santità Giovanni Battista Montini. La scalata è terminata per quel ragazzo nato e vissuto tra le due guerre mondiali. E’ esattamente dove voleva stare, dietro le luci del palcoscenico, dove vivono le ombre che gestiscono il potere del più piccolo, ma più potente Stato al mondo.

    Un vecchio detto dice: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una regola a cui non sfugge il cardinale Poletti. E’ il 1980, lo scandalo dei petroli  scoppia fragoroso tra le pagine dei giornali. A finire sulla graticola c’è il comandante della Guardia di Finanza, proprio quel Raffaele Giudice raccomandato dal cardinale. L’accusa è di truffa petrolifera all’Erario per oltre duemila miliardi di lire. Il 17 marzo dell’81, a Castiglion Fibocchi, nella lista sequestrata a Licio Gelli, c’è anche il nome del generale. L’inchiesta sulla truffa dei petroli ha strascichi nel tempo e segue filoni diversi. Uno di questi, porta all’arresto il 23 novembre 1982, di un prete di Novara, Don Francesco Quaglia. E’ accusato di corruzione, collusione e concorso in contrabbando. Reati gravi che emergono dal pentimento di alcuni “petrolieri”, che raccontano una strana colletta per permettere la promozione di Raffaele Giudice a comandante della Guardia di Finanza. Un collegamento che porta subito gli inquirenti a chiedersi che ruolo avesse avuto il cardinale Poletti nella vicenda. Una domanda lecita, visto la sua decennale conoscenza con Giudice.

    La reazione di Poletti è scomposta. E’ la reazione di chi pensa di essere intoccabile e, nonostante tutto, viene scoperto. Diffonde alla stampa una serie di comunicati in cui prende le “distanze” da Giudice. Cerca di intimorire inquirenti e giornalisti mandando il suo curriculum, sciorinando tutti i ruoli avuti. Precisa anche ciò che nessuno gli chiede. I giudici torinesi non si fanno impressionare. Il 16 dicembre del 1982 lo convocano per avere delle spiegazioni, delle informazioni. Dopo averlo sentito per due ore, mandano una relazione alla commissione parlamentare che tratta la P2 e alla presidente della Camera Nilde Jotti: a favorire Giudice furono Poletti, il ministro delle Finanze Mario Tanassi e il ministro della Difesa Giulio Andreotti.  L’accusa parla di un carteggio tra Poletti e Andreotti.

    Il cardinale non vuole sentire ragione, tramite il Vicariato manda l’ennesima smentita dove conferma la sua estraneità ai fatti. Una mossa che non lo salverà. Il 14 gennaio del 1983, il giudice Cuva scende da Torino a Roma per riascoltarlo. In tarda serata la notizia rimbalza ogni redazione: il cardinale Poletti ha confessato. Cuva, davanti all’ennesima smentita del porporato, ha estratto dalla sua borsa la “famosa” lettera di raccomandazione, con relativa risposta dell’onorevole Giulio Andreotti. Il bluff, a quel punto, non poteva più reggere. Il “gambler” porporato è stato scoperto. L’eco è nazionale, non tanto per la raccomandazione che, in quegli anni era una brutta abitudine diventata quasi un clichè di guareschiana memoria. La gravità, per gli italiani, è che un cardinale abbia mentito all’autorità giudiziaria, in modo reiterato. Per coprire un rapporto fiduciario con una persona che aveva commesso dei gravi reati.

    In un mondo normale, il dirigente di un’azienda che viene scoperto a mentire a dei giudici, provocando un grosso danno d’immagine alla stessa, viene rimosso. Così non fu per il cardinale Poletti. Giovanni Paolo II gli confermò “piena fiducia”. Due mesi dopo la sua “confessione”, fece uscire un libro: “Fede e politica”, con prefazione di Giulio Andreotti.

    Sarebbe interessante capire se Giovanni Paolo II, “abbia perdonato” ripetutamente il cardinale Poletti per non acuire lo scontro interno con la fazione che supportava la Ostpolitik di Casaroli, o perché il cardinale era in possesso di segreti che lo rendevano più potente del ruolo che ricopriva. Il nome di Poletti, successivamente, uscì anche per altri fatti. Alcuni interessati dall’autorità giudiziaria di Palmi (RC), come il traffico di titoli rubati provenienti dal Banco di Santo Spirito. Compagni di inchiesta, Licio Gelli, Giulio Andreotti, un finanziere e dei criminali calabresi. Risultato? Tutto archiviato.

    (Segue)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

  • “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    22/6/83. È il giorno della scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Mentre due procure (quella italiana e vaticana) dopo 40 anni hanno riaperto l’inchiesta, c’è anche una commissione parlamentare che indaga sulla ragazzina sparita in un incomprensibile mistero che si intreccia ad altri. Tra i tanti punti oscuri, ci sono dei dossier anch’essi spariti, poi ritrovati ma soltanto in parte.

    I dossier fantasma

    Quella data, il giorno della scomparsa, è riportata sulla copertina di un dossier fantasma. Oggi, la giornalista Simona Zecchi pubblica sulla sua newsletter l’indice completo di quel fascicolo e un estratto della documentazione che lo accompagna. Quattro mesi fa, la Zecchi aveva pubblicato sul Venerdì di Repubblica, un altro malloppo di documenti inediti su Emanuela Orlandi. “Documenti che a quanto pare si volevano tenere nascosti sotto l’ombra del Vaticano”, scrive oggi la Zecchi. Questi documenti sono stati da lei ritrovati presso l’Archivio Centrale di Stato e sono di provenienza del Sismi (ex Aise): la sigla, all’epoca dei fatti, dei Servizi Segreti Militari. Quella invece che la Zecchi pubblica oggi è un’analisi dettagliata di tutti gli argomenti citati in riferimento a un altro fascicolo sparito. L’indice fu ritrovato lo scorso gennaio dal giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore ed ex consulente della Commissione di inchiesta sempre nell’Archivio centrale dello Stato ed è di provenienza del Ministero dell’Interno. “Di quel dossier – spiegava lo scorso gennaio Pellizzaro– secondo la Commissione di inchiesta non c’è più nessuna traccia”.

    I punti del dossier

    La Zecchi ripercorre nel dettaglio i titoli dell’indice stesso. La copertina del dossier riporta un titolo: “Scomparsa Orlandi Emanuela”, che fa il verso al dossier da lei pubblicato proveniente invece dall’ex Sismi (“Caso Emanuela Orlandi”) e i titoletti degli 11 incartamenti che comprende (di cui l’ultimo scritto a penna e con una calligrafia diversa) sono suddivisi in tre volumi. Nel primo volume questi sono i titoletti di ogni incartamento: Atti della Questura di Roma, Criminalpol, appunti, telefonate, atti dei Servizi di Sicurezza. Nel secondo volume i titoletti sono i seguenti: richiesta di verbali di Agca (Alì, l’attentatore del Papa di origini turche, ndr) prese in qualità di teste; questura Roma, accertamenti in Italia relativi a cittadini Turchi; accertamenti in Germania anche in ambienti turchi; lettere in lingua tedesca pervenute all’Ansa ed al Messaggero; Accertamenti per conto di: Montesanti Alfonso e Patrizia De Lellis; fronte liberazione turco anticristiano Turkesh; lettera pervenuta all’Ansa di Milano; M.a.e = avvocato Gennaro Egidio; messaggi a firma Phoenix – Phenix: il gruppo che “Ha infestato la vicenda al tempo con messaggi pseudo-anonimi volti solo a depistare anche questi): per acquisire probabilmente quanto già pervenuto al Sismi”, precisa Simona Zecchi. Il terzo volume di cui sarebbe composto il dossier fantasma cita solo a lettere cubitali, appunto, la dicitura “ritagli stampa”. In nessuno di questi titoli emerge il riferimento al Vaticano e “Alle riunioni – sottolinea la Zecchi – invece emerse tra gli appunti del Sismi in cui entrambi i nostri servizi del tempo e il Vaticano erano stati diverse volte in consesso. E, è ben ricordare per ora, che in uno degli appunti da me pubblicati viene indicato espressamente come la vicenda Ali Agca, che ha preso piede nelle cronache successive alla scomparsa di Emanuela, fosse un chiaro depistaggio”.

    Molti degli argomenti indicizzati in questo dossier fantasma sono simili a quelli del dossier Sismi ritrovato dalla Zecchi ed è facile immaginarne il motivo: le forze dell’ordine collaborando, si scambiavano informazioni sul caso ed è assolutamente possibile che molti documenti siano simili, “riprodotti, inviati con note informative che li trasmettono e ritrasmettono”, dice la Zecchi.

    Montesanti e De Lellis

    “Gli unici argomenti trattati dall’indice che non sono presenti nel dossier Sismi, di cui ho dato notizia e contezza lo scorso marzo – scrive la Zecchi –, sono: gli accertamenti sul conto di due personaggi legati al tempo al sottobosco della tossicodipendenza, Montesanti e De Lellis, e la documentazione proveniente dal Ministero degli affari esteri (da cui la sigla Mae) sull’avvocato Gennaro Egidio che fu assegnato ai familiari da un certo punto in poi dal Sisde”. Alfonso Montesanti all’epoca dei fatti era sposato con Patrizia De Lellis, che in quegli anni aveva frequentato per un paio di mesi il corso di canto corale a cui era iscritta anche Emanuela Orlandi. Sua madre all’epoca lavorava nella scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria” che aveva sede nel Palazzo di Sant’Apollinare. Giuliana De Ioannon, questo il suo nome, era factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola suo Dolores. “Ho conosciuto De Lellis perché io lavoravo al cinema e l’ho incontrata in un film dove faceva la segretaria di edizione”, ha raccontato Montesanti pochi mesi fa alla commissione di inchiesta che lo ha convocato nell’ambito della pista dei cinematografi. A Montesanti è stato chiesto anche di Bruno Mattei, regista di film hard più volte tirato in ballo in questa vicenda. “Ho conosciuto Bruno Mattei, me lo ha presentato Patrizia e abbiamo fatto un weekend insieme: sapevo che faceva il regista, dopo un po’ scoprii che faceva il regista di film a luci rosse; ma io non ho mai fatto film a luci rosse”, ha detto Montesanti aggiungendo di non aver mai lavorato con lui. Montesanti ha ricostruito davanti alla Commissione il suo rapporto proprio con Patrizia De Lellis, affermando che il matrimonio durò pochissimo, circa un mese. “Entrambi avevamo problemi di tossicodipendenza, frequentavamo piazza San Cosimato a Trastevere perché era un luogo di spaccio, la mia vita in quel periodo era dedita solo a quello, a rimediare un po’ di soldi e trovare le droghe”. Alla domanda se tramite l’ambiente della droga trasteverino sia mai entrato in contatto con esponenti della Banda della Magliana, l’uomo ha risposto di no: “noi cercavamo giusto una dose al giorno, per tirare avanti, non eravamo proprio considerati, entravi in contatto con esponenti di livello se magari compravi qualche etto”. (fonte: Ansa). Patrizia De Lellis invece aveva attirato i sospetti degli inquirenti al tempo. Le persone legate a quel periodo della sua vita, continua Montesanti “non le ho più viste, come tutto il resto che girava intorno a quel periodo, erano ricordi spiacevoli, ho cercato di allontanarli”.

    Il fascicolo scomparso

    Del dossier “scomparso”, di cui Pellizzaro ritrovò l’indice pare non ci sia più nessuna traccia o almeno non se n’è più fatta parola. Ma la Zecchi azzarda infine un’ipotesi: “É logico pensare che ormai il dossier del Ministero dell’Interno è stato ritrovato e che vista l’audizione del Montesanti a questo punto sia stato visionato dalla Commissione. Il fascicolo era parte di un bulk di documenti rinvenuti presso la Via Appia e appartenenti all’allora Ucigos, alcuni di quei documenti, per intenderci, contenevano anche il dossier sul Noto Servizio e Anello, la struttura occulta che dal ‘44 al ‘81 ha gestito alcune operazioni di destabilizzazione nel nostro Paese e alternandosi con altre strutture. Un marasma di cose da mettere in ordine tutte di disparata provenienza, alcune molto importanti, ritrovate dal perito di procure e tribunali Aldo Giannuli nel 1997. Pare che per errore il dossier del Ministero sulla Orlandi non sia stato convogliato interamente e prontamente dopo l’emanazione della Direttiva Renzi del 2014”.

    La Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi riprenderà i lavori a settembre – ha anticipato l’Ansa lo scorso 4 agosto – con l’audizione dell’ex dirigente della Polizia, Giovanna Petrocca, che ha seguito da vicino il ruolo di Sabina Minardi ormai scomparsa, e con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo le rivelazioni della grafologa forense, Sara Cordella.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/19/emanuela-orlandi-dossier-segreto-indice-notizie/8098647/

  • L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo

    L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo

    di Ambrosini Alessandro – Bisogna fare sempre molta attenzione quando si maneggiano lettere anonime. Bisogna sempre partire dal presupposto che ciò che viene scritto sia da considerarsi in una fascia tra il falso e l’inverosimile. La prima cosa da fare è cercare riscontri su nomi e situazioni. Non bisogna mai avere fretta di pubblicare ciò che sembra un tassello mancante di un puzzle. E’ quello che è stato fatto con la “lettera dal futuro”. Compito agevolato dal fatto che i contenuti erano stati trattati (in parte),  quando fu pubblicato l’audio di Marcello Neroni. C’è però un tassello in più, nella lettera anonima. Un tassello che aggiunge una figura, a quelle già trattate. C’è una persona che consigliò al cardinale Agostino Casaroli di contattare Enrico De Pedis, il boss dei “Testaccini” della Banda della Magliana. Per risolvere un problema che era diventato “un allarme”.

    E’, come  viene scritto dall’anonimo, “ l’amante di letto” del porporato.

    Non è certo un segreto, lo disse in modo greve anche l’ex socio di De Pedis, che il cardinale fosse omosessuale. Non faremo nome e cognome della persona  visto l’anonimato della missiva, visto che c’è la possibilità che tutto sia stato “trattato” ad hoc e visto il ruolo che poi ha raggiunto nella sua carriera. Quello che abbiamo riscontrato, da fonti credibili,  è che la “relazione” tra questa persona e monsignor Casaroli potrebbe esserci stata.

    La sovrapposizione dei contenuti con quelli dell’audio di Neroni, e alcuni riscontri trovati nei contenuti stessi, ci fanno pensare che la lancetta che segna la veridicità, o meno, di questa lettera anonima sia da ritenersi in perfetto equilibrio.

    Essendo questa lettera in mano alla Commissione parlamentare e alla Procura, essendo particolarmente  delicati gli argomenti, essendo ancora viva questa persona. Ci auguriamo che il presunto “consigliere” venga audito quanto prima e che venga aperto un file d’indagine su questa missiva. Che rappresenta, insieme a ciò che leggerete tra qualche puntata, una “verità anticipata”.

    L’ultimo Servizio/ Nella “lettera dal futuro” l’ombra di un “consigliere”. Ancora vivo

  • “Emanuela Orlandi? Il Vaticano doveva aprire un’inchiesta, ma per la Chiesa i panni sporchi si lavano in famiglia. Tutti sono ossessionati da Garlasco”: parla Federica Sciarelli

    “Emanuela Orlandi? Il Vaticano doveva aprire un’inchiesta, ma per la Chiesa i panni sporchi si lavano in famiglia. Tutti sono ossessionati da Garlasco”: parla Federica Sciarelli

    È il volto del servizio pubblico per eccellenza, la giornalista che da oltre vent’anni entra nelle case degli italiani per raccontare i misteri, i dolori e le speranze di chi cerca una persona cara. Federica Sciarelli, volto e anima di “Chi l’ha visto?”, si racconta in un’intervista al Corriere della Sera in cui analizza anche i misteri di Garlasco e di Emanuela Orlandi. Sul delitto di Garlasco, la giornalista descrive un fenomeno che vive sulla propria pelle. “Persino quando porto giù il cane le persone mi chiedono che ne penso. Come mai avete quest’ossessione?”, si chiede. Per lei, il caso “è importante, può aprire tante porte”, ma la morbosità che lo circonda è un sintomo di un cambiamento culturale che la lascia perplessa.

    “Prima c’erano la velina e il calciatore, oggi incontro solo gente che vuole fare il criminologo“, afferma con la sua consueta schiettezza. Per lei, che “assorbe il dolore dei famigliari e lo trasforma in ostinazione”, non è sano “pensare dalla mattina alla sera agli omicidi”. La sua soluzione per staccare? “Finito di lavorare, io chiudo tutto e vado sui pattini”. Se su Garlasco è critica verso l’ossessione del pubblico, sul caso di Emanuela Orlandi la sua analisi si fa dura e punta il dito contro le istituzioni ecclesiastiche. “Non sappiamo cos’è successo, e non possiamo accusare, ma Emanuela Orlandi era una cittadina vaticana. Doveva essere il Vaticano a prendere in mano la situazione, aprendo un’inchiesta. Non è stato fatto”.

    La sua è un’accusa precisa a una cultura del silenzio: “Per la Chiesa i panni sporchi si lavano in famiglia. A volte neanche le informazioni minime vengono fornite”, dichiara, citando come esempio anche il caso di Cristina Golinucci, scomparsa da un convento dove “il padre spirituale non ha detto che lì c’era uno stupratore”. Come si arriverà alla verità? Per la Sciarelli, la speranza è una sola: “L’unica è che qualcuno decida di liberarsi la coscienza“. È questo, spiega, il senso dei suoi famosi e gelidi appelli in diretta: “Quando guardo in camera e dico: ‘Attenzione, che c’è l’inferno’, è per questo”.

    E poi ancora, Sciarelli è un fiume in piena: “Mi arrabbiavo quando sentivo dire: ‘se scompaio non mi cercate’. Se nessuno ti cerca vuol dire che nessuno ti vuole bene”, spiega, sintetizzando la filosofia del suo programma. Un lavoro che la porta a confrontarsi quotidianamente con il dramma: “Uno lascia un biglietto in cui scrive che non riesce a comprare i regali di Natale ai figli e si vuole andare a buttare di sotto: che fai, non lo cerchi?”. Un’indignazione che non si placa, neanche di fronte ai casi più crudi, come quello recente di Villa Pamphili: “Quest’uomo andava in giro ubriaco, con la bambina in evidente stato di maltrattamento, e non è stato fermato. Le segnalazioni c’erano: le forze dell’ordine avrebbero dovuto metterla in sicurezza”. Per lei, “abituarsi al male è la vera sconfitta”.

    Questa ostinazione ha portato a risultati concreti: “Siamo stati chiamati in Parlamento per il disegno di legge sugli scomparsi. Se vai a denunciare il furto di un motorino si fa subito: perché se a sparire è una persona devono farti aspettare 48 ore? Abbiamo insistito tanto su questo, come sull’incrocio del dna dei cadaveri non identificati e di chi è sparito”. La svolta nel suo approccio arrivò con il caso di Elisa Claps: “Mi sono presa querele, articoli contro. Ma avevo studiato il caso ed ero certa che Danilo Restivo l’avesse uccisa. Chiesi il permesso alla madre e al fratello di iniziare a chiamarlo omicidio con occultamento di cadavere. Quando trovarono il corpo in chiesa, dopo diciassette anni, lo schema di pensiero finalmente è cambiato”. La sua lotta oggi continua anche contro i femminicidi (“il primo schiaffo è uno schiaffo di troppo. L’odio nei confronti delle donne è più forte della paura del carcere“) e i pericoli del web, come le truffe romantiche o le dinamiche online che hanno portato al suicidio dello studente Andrea Prospero.

    Quella di Federica Sciarelli è anche la storia di una carriera costruita in un mondo prevalentemente maschile. Dopo un concorso vinto per l’ufficio informazioni del Senato (“otto anni utili ma una noia mortale”), contro il parere del padre (“Vuoi lasciare un posto d’oro per fare il giullare?”), approda al giornalismo. Al Tg3, con il suo maestro Sandro Curzi, si impone come inviata politica. “Gli dicevo: ‘Tu, per le dirette parlamentari da Montecitorio, preferisci un analfabeta uomo che una donna’. La spuntai: da inviata politica giravo il mondo coi presidenti“. Fu lei a far parlare per la prima volta Silvio Berlusconi di “teatrino della politica”.

    Ma chi è la Sciarelli fuori dagli studi? Una donna che ammette di essere “nata timida”, che non pensa al look (“sempre in jeans, non amo i gioielli“) e che viene rincorsa dalla costumista prima della diretta: “Almeno le scarpe da tennis, levatele!”. La sorella la prende in giro: “Federica, sembra che eri a fare i piatti fino a due minuti prima”. Finita la puntata, si rilassa parlando con i centralinisti. E per staccare davvero, chiude tutto e va “sui pattini”, infastidita dall’ossessione collettiva per la cronaca nera: “Prima c’erano la velina e il calciatore, oggi incontro solo gente che vuole fare il criminologo“. Accettò la conduzione di “Chi l’ha visto?” pensando di restare un paio d’anni. Ci è rimasta per venti, trasformando un programma in una missione di servizio pubblico: “È bello prendere lo stipendio per dare una mano agli altri”, conclude.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/16/caso-orlandi-sciarelli-critica-vaticano-news/8096107/

  • Mariano Fazio, numero due dell’Opus Dei e accusato di tratta, era stato inviato a Roma per “controllare” Francesco.

    Mariano Fazio, numero due dell’Opus Dei e accusato di tratta, era stato inviato a Roma per “controllare” Francesco.

    Mariano Fazio, il numero due dell’Opus Dei, è stato accusato dai tribunali argentini di “tratta di esseri umani sotto forma di schiavitù”. Secondo il caso, avrebbe reclutato almeno 43 donne minorenni e le avrebbe costrette a lavorare gratuitamente come domestiche per decenni.

    Con una sentenza emessa l’11 giugno, i tribunali argentini hanno aggiunto un imputato di alto profilo al caso su cui stanno indagando dal 2022, riguardante la tratta di donne ridotte a domestiche.

    L’ultimo imputato è il reverendo monsignor Mariano Fazio , nato a Buenos Aires nel 1960 e vicario ausiliare della Prelatura della Santa Croce e Opus Dei (Opera di Dio) a Roma.

    Fazio è anche il braccio destro dello spagnolo Fernando Ocáriz, il leader supremo del gruppo ultracattolico. Ed è il primo in lizza per succedergli.

    Indagine avviata nel 2022

    L’indagine giudiziaria è iniziata nel 2022. Presenta la testimonianza di 43 donne economicamente vulnerabili, che sono state attirate dal progetto quando avevano tra i 12 e i 16 anni con la promessa di una casa e di un’istruzione.

    Tuttavia, le uniche istruzioni che ricevevano riguardavano i lavori domestici. Stirare, cucinare e pulire, tutti lavori che svolgevano per decenni senza retribuzione e richiesti dagli uomini dell’Opus Dei, sia in Argentina che in altri paesi.

    Secondo l’accusa, questa sottomissione al lavoro era accompagnata da un regime di indottrinamento e manipolazione psicologica.

    Minacce di morte, Fazio coinvolto nel caso trattato in segreto per due anni

    Una delle vittime ha raccontato al giudice Daniel Rafecas che Carlos Nannei, che conduceva le sessioni di meditazione, aveva detto loro: “Lasciare l’Opera è stato come abbandonare la barca”. E, più seriamente: “Abbandonare la barca è come una morte improvvisa”.

    “Camminavo per strada pensando di non voler più vivere. Pensavo a come la gente potesse sorridere. È stato allora che mi hanno mandato da uno psichiatra”, ha raccontato la stessa querelante. A lei, come alle altre donne, era richiesta la massima disponibilità per un gran numero di faccende domestiche.

    Questa dichiarazione, resa il 6 maggio tramite il metodo camerale di Gesell, ha permesso ai procuratori Eduardo Taiano, María Alejandra Mángano e Marcelo Colombo di ampliare l’accusa contro Fazio. Il sacerdote era stato inizialmente escluso dalla convocazione per l’interrogatorio.

    Nel 2024, dopo due anni di indagini segrete senza precedenti, la Procura argentina contro la tratta di persone (PROTEX) e la Procura federale penale e penitenziaria nazionale 3 hanno presentato accuse formali contro le massime autorità dell’Opus Dei a Buenos Aires.

    La richiesta ha convocato per l’interrogatorio gli ex vicari regionali Carlos Nannei (1991-2000), Patricio Olmos (2000-2010) e Víctor Urrestarazu (2014-2022). È interessante notare che Fazio, che aveva ricoperto lo stesso incarico nel periodo intercorrente tra i due, non è stato nominato.

    Inviato a Roma per “controllare” Francesco

    Fazio è stato vicario regionale dell’Opus Dei in Argentina, Paraguay e Bolivia dal 2010 al 2014. Dal 2014 al 2019 è stato vicario generale della prelatura e attualmente è vicario ausiliare, secondo nella gerarchia mondiale.

    Fazio arrivò a Roma nel 2014, un anno dopo che il suo connazionale argentino Jorge Mario Bergoglio era diventato Papa Francesco.

    La sua nomina, inizialmente a vicario generale, non fu casuale. L’allora capo supremo dell’Opus Dei, Javier Echevarría, lo chiamò per cercare un rapporto più stretto con il gesuita, che, sebbene appena arrivato in Vaticano, mostrava già una vena riformista che li allarmava.

    Non ha funzionato

    Secondo fonti vicine all’Opus Dei e al Vaticano, l’intento era quello di “controllare” Francesco, con il quale Fazio intratteneva un rapporto cordiale a Buenos Aires.

    L’Opus Dei fu fondato nel 1928 in Spagna e si rafforzò durante la dittatura franchista. L’organizzazione fu accusata innumerevoli volte di pratiche autoritarie e retrograde. Parallelamente, però, si diffuse in diversi paesi e acquisì influenza all’interno della Chiesa cattolica. Tanto che il suo fondatore, Josemaría Escrivá de Balaguer, fu canonizzato a tempo di record nel 2002.

    L’influenza dell’Opus Dei diminuì sotto il papato di Francesco, nonostante gli sforzi per invertire lo spirito riformista dell’Argentina, compresi gli sforzi di Fazio, ora incriminato.

    Bergoglio decise di riconfigurare lo status istituzionale dell’organizzazione e di ridurne i poteri, indebolendo il potere all’interno del Vaticano, che era cresciuto rapidamente durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

    00 Tiempo Argentino

  • L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

    L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

    di Ambrosini Alessandro – Torniamo nel 2017. Emiliano Fittipaldi, allora giornalista dell’Espresso, pubblica il libro: Gli impostori. Tra gli argomenti trattati, il caso di Emanuela Orlandi è il “piatto forte”. In esclusiva,  presenta una lettera composta da cinque fogli, datata marzo ’98. La missiva è un rendiconto finanziario scritto, verosimilmente dall’allora capo dell’Apsa( Amministrazione patrimonio sede apostolica), il cardinale Lorenzo Antonetti  ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran. Come tutti sanno, non è un rendiconto finanziario normale o una nota spese di qualche missione all’estero. E’ la sintesi delle spese sostenute per “l’allontanamento domiciliare e delle fasi successive della cittadina Emanuela Orlandi”. Cinque pagine che raccontano, o che vorrebbero raccontare, le fasi di preparazione, attuazione e mantenimento della ragazza a Londra. Raccontano, leggendo le voci del report, del coinvolgimento di una ginecologa di fama, della presenza del cardinale Ugo Poletti e di altri soggetti che avevano  ruoli definiti nell’organigramma della Santa Sede.

    Se nella forma ci sono dei refusi nella struttura della lettera, nella sostanza questi cinque fogli sommano fatti, personaggi  e circostanze che hanno delle rispondenze certe  nella realtà . Tranne uno.

    Se le voci sul presunto soggiorno obbligato di Emanuela le tratteremo in seguito, direttamente dalle parole del “postino”, è interessante soffermarsi sulla terza pagina. Sulla nota che riporta: “Attività gestione Stampa coordinata Dottor Teofilo Benotti, L. 5.000.000”. Come scritto anche da Fittipaldi, la figura di Benotti non è mai stata di primo piano. Nelle ricerche effettuate dal giornalista, non si trovano riscontri come appartenente all’ufficio stampa del Vaticano e nemmeno come collaboratore del giornalista dell’Opus Dei Joaquin Navarro-Valls, che ha guidato la comunicazione per la Santa Sede dal 1984 al 2006.  Ha collaborato con l’”Osservatore romano”  e, da quanto si dice era “persona ascoltata da Giovanni Paolo II”.

     Fittipaldi trova invece tracce nitide di Teofilo Benotti nell’archivio del Quirinale, come  insignito del titolo di “Commendatore” nel 1977 e, vent’anni, dopo  di “Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana”.Tutto si ferma a queste informazioni.

    Questa figura enigmatica, inserita dentro al contesto dei “cinque fogli”, rappresenta un punto di domanda che abbiamo cercato di capire con l’aiuto di Antonio Parisi, un giornalista di lungo corso che lavora a Roma da sempre. E da sempre, molto vicino agli ambienti monarchici e vaticani. Ci ha rilasciato una lunga dichiarazione audio esclusiva, molto specifica e interessante, che vi presentiamo in forma scritta per facilitare la comprensione dei passaggi salienti. Passaggi che analizzeremo alla fine.

    CHI E’ ANTONIO PARISI

    Antonio Parisi è nato in provincia di Taranto e vive a Roma. Ha diretto, succedendo a Ruggero Orlando, l’emittente nazionale Rete Mia e, per due anni, il quotidiano “Il Meridiano”. Ha firmato diversi scoop sui più importanti settimanali italiani, ritrovando tra gli altri i documenti inediti in cui Pio XII difendeva gli ebrei durante la persecuzione nazista. Ha seguito per anni il caso della morte di Edoardo Agnelli, ed è stato al centro della clamorosa puntata de “La Storia siamo noi” sulla vicenda ( I misteri di casa Agnelli. Aliberti  editore). E’ considerato un esperto della storia delle grandi dinastie che hanno regnato e regnano tuttora in Europa e nel mondo.

    “Quando furono pubblicati i contenuti dei fogli della rendicontazione sulle presunte spese sostenute dal Vaticano, sul presunto mantenimento di Emanuela Orlandi a Londra, emerse il nome di Teofilo Benotti il qualeera un collaboratore dell’Osservatore Romano e si sarebbe occupato,  per 5 milioni delle vecchie lire, di gestire in qualche modo i rapporti con i giornali sulla vicenda della scomparsa della ragazza. Un po’ tutti si chiedevano chi fosse Benotti, io forse ne sapevo qualcosa. Conobbi Teofilo Benotti nel 1982, all’epoca ero stato assunto al Ministero del Tesoro e, forse perché figlio di un grande invalido di guerra, ero stato mandato alla Direzione generale delle pensioni di guerra il cui direttore generale era l’ex potente di Stato Felice Ruggero, il cui nome era stato inserito nella lista P2 e perciò inviato, per punizione, al poco importante incarico alle pensioni di guerra. L’ufficio era in Via Casilina n.3, oggi lo stabile è occupato dalla compagnia dei trasporti ferroviari Italo. In questi uffici del Ministero del Tesoro, ve ne era uno curioso: Il Comitato di liquidazione delle pensioni di guerra che, pur inserito nella struttura del tesoro, per qualche mistero burocratico era ufficio dipendente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In questa struttura lavorava per l’appunto Benotti. Dopo un mese dalla mia assunzione, io monarchico divenuto segretario nazionale del fronte monarchico giovanile dell’unione monarchica italiana, venni avvicinato da Benotti. Mi apparve come uno strano uomo che sembrava in realtà un sacerdote di alto rango, parlava con tono basso e parole misurate. Un po’ mellifluo.

    Benotti  si presentò quale giornalista pubblicista, impiegato appunto presso il comitato di liquidazione delle pensioni di guerra e mi suggerì caldamente di non parlare della mia fede monarchica. Era pericoloso, mi disse, perché ero già stato segnalato. Infatti, secondo Benotti, in ogni direzione generale del ministero, vi erano impiegati che percepivano dalle trecento  alle cinquecentomila lire al mese, da parte dei servizi segreti, per riferire e rapportare su quanto accadeva all’interno delle stesse direzioni generali. Benotti disse che però lui poteva proteggermi, che ero sotto la sua ala protettiva e che, in cambio, mi avrebbe chiesto un “favore” da parte della real casa di Savoia, cosa questa che mi infastidì moltissimo. Il Benotti, ogni giorno, era solito lasciare il Ministero alle 9.30, prendere l’autobus davanti al Ministero stesso e recarsi nella Basilica di S. Maria Maggiore dove, mi aveva confidato di avere un importante incarico.

    Nei giorni successivi al nostro primo incontro, Benotti con mia grande perplessità, mi chiese di uscire dall’ufficio per accompagnarlo a S. Maria Maggiore. Non voleva che segnalassi la cosa al mio dirigente, cosa che infatti non feci e chiesi un regolare permesso di lavoro. Quindi con Benotti prendemmo l’autobus e l’accompagnai alla Basilica di S. Maria Maggiore. Lì mi mostrò tutte le parti interessanti di una delle quattro Basiliche Maggiori romane e con mia curiosità gli chiesi come facesse a lasciare il posto di lavoro tutti i giorni senza che il Ministero fiatasse. Lui mi disse che non c’era assolutamente problema, che lui aveva un incarico delicato e che mi doveva bastare sapere questo.

    Fu proprio nell’occasione di questa visita a S. Maria Maggiore che Benotti mi chiese il favore di cui aveva bisogno da casa Savoia: Benotti voleva ottenere un provvedimento nobiliare per diventare Conte da parte di Umberto II di Savoia, aggiungendo “se te ne occuperai, otterrai un successo, ti ricompenserò in maniera molto proficua e adeguata”. Una richiesta per me quasi impossibile, sapevo che il sovrano, in esilio, non accontentava facilmente questo genere di richieste. Confermava quasi esclusivamente la vecchia nobiltà  piemontese o chi aveva prestato dei grandi servigi all’Italia durante il periodo monarchico, o magari anche dopo. Benotti mi sollecitò in ogni modo ad intervenire, sapeva che era una questione anche abbastanza delicata. Che re Umberto era molto malato e che poteva spegnersi da un momento all’altro e quindi, secondo lui, bisognava fare presto. Non mi lasciai convincere e rifiutai di svolgere questo incarico per lui. Aggiunsi che, se proprio voleva, poteva provare a parlare o con il segretario generale dell’unione monarchica Sergio Boschiero oppure, molto meglio, con Falcone Lucifero che era l’uomo che si occupava di queste questioni. Aggiunsi pure che  Falcone Lucifero, ministro della real casa, in realtà era enormemente ben introdotto in Vaticano con grandi amicizie nella segreteria di stato. Se lui voleva, poteva ben chiedere a Lucifero. Benotti cambiò quasi di espressione, sembrava un serpente che non aveva potuto ingoiare la sua preda. Benotti ammutolì al mio infastidito rifiuto e a me non restò che raccontare il tutto a Sergio Boschiero, segretario generale, il quale mi disse di riferire immediatamente a Lucifero.

    Riferii a Lucifero il quale mi disse di essere stato molto bravo ad aver declinato la richiesta di Benotti e, sibillinamente, Lucifero – uomo che secondo l’Espresso era enormemente potente, molto legato a Licio Gelli – mi chiese dove mi fosse stata fatta la richiesta da parte di Benotti, se all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore o fuori delle mura della Basilica. Gli risposi che me lo aveva chiesto nella Basilica e lui mi rispose: “capisco, la Basilica è territorio extra-territoriale”. Chiesi al ministro quale fosse la differenza e mi disse: “Eh la differenza la conosco io”.

    Dopo pochi mesi da quel  colloquio con il ministro della real casa e dopo aver declinato la richiesta di Benotti , Re Umberto, che aveva una grave malattia, il 18 di marzo del 1983 morì.

    Tre mesi dopo Emanuela Orlandi sparì, inghiottita in un buio da cui non si riesce ancora oggi a fare luce.

    Tempo fa, emerse una voce secondo cui i resti di Emanuela Orlandi sarebbero stati occultati dentro S. Maria Maggiore, guarda caso il luogo in cui Benotti, prestava non sappiamo che tipo di servizio. “

    ANALISI DI UN’ANOMALIA

    Questa testimonianza diretta, ci dice chiaramente che Teofilo Benotti non era un semplice impiegato statale. Non e’ stato solo uno scrittore di testi come: “L’azione politica cristiana”. O “uomo ascoltato” da ben quattro pontefici . Ci tratteggia una persona che lavorava per il Ministero del Tesoro e per qualche organismo interno al Vaticano. Non un doppio lavoro, un doppio incarico. Dettaglio che porta a pensare a una collaborazione tra la Santa Sede e lo Stato italiano, su qualche aspetto che non doveva essere di dominio pubblico.

    Ci dice che lui era a conoscenza di chi collaborava con i servizi segreti, in modalità di controllo. Li conosceva, e poteva “proteggere” Parisi dai loro report. Si può dedurre, quindi, che lui avesse dei rapporti con questi “collaboratori dei servizi”. Rapporti non subalterni. Rapporti che fanno pensare che lui stesso fosse un “collaboratore dei servizi”. Di un livello superiore.

    Il fatto che sia stato inserito dentro ai “cinque fogli”, ora ha un senso. Il suo “secondo incarico”, che non era certamente alla luce del sole, giustifica la sua presenza in quella rendicontazione e apre una serie di domande sulla veridicità dei contenuti. Ritenuti, da quasi tutti, un depistaggio. Una “verità” che noi  abbiamo sempre contestato, non volendo ritenere pregiudiziale l’architettura della lettera. La figura di Benotti, nei “cinque fogli”, è stata sempre considerata una delle anomalie rispetto al resto dei personaggi citati. Ora molto meno. Se la domanda era: perché è stato inserito un nome come quello di Teofilo Benotti, qualche risposta possiamo darla, ora. Come leggerete, e ben sapete, questa è una matassa che va sciolta un po’ alla volta. Senza trascurare i dettagli che, sebbene piccoli, sono importanti.

    (SEGUE PARTE 4)

    L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

  • Emanuela Orlandi, spunta una lettera anonima con il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento: “Tocca nomi di prelati di altissimo spessore”

    Emanuela Orlandi, spunta una lettera anonima con il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento: “Tocca nomi di prelati di altissimo spessore”

    Una lettera anonima: un singolo foglio, scritto al computer. In diciassette righe ci sono il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento di Emanuela Orlandi. “Si parla di Monsignor Casaroli, del carcere Regina Coeli, di Enrico De Pedis e dell’esponente più influente della Santa sede. Ma non solo”. Lo scrive il giornalista d’inchiesta Alessandro Ambrosini che è in possesso di una lettera che custodisce oscure verità sulla scomparsa della cittadina vaticana avvenuta nel giugno del 1983. Lettera che noi de Ilfattoquotidiano.it abbiamo visionato e che, secondo indiscrezioni, sarebbe già stata consegnata agli inquirenti che indagano sulla scomparsa di Orlandi.

    2018

    La lettera in questione risale a molti anni dopo il rapimento, a un giorno del 2018. E nel 2018, scrive Ambrosini: “La pista più calda, seguita da tutti è quella riferita ai “famosi “cinque fogli” acquisiti da Emiliano Fittipaldi e pubblicati nel suo libro “Gli impostori”. Fogli che raccontano, in voci di bilancio, il periodo successivo al rapimento della ragazza vaticana. Una relazione che porta a Londra”. Questo almeno è quanto emerso dalla nota spese fatta trovare a Fittipaldi in una cassetta di sicurezza del Vaticano durante la fuga di notizie Vatileaks. Questa nota rendiconterebbe tutte le spese sostenute “dal Vaticano per mantenere a Londra la cittadina Emanuela Orlandi” dal 1983 al 1997. Scrive Ambrosini sul suo blog Notte Criminale: “Questa lettera è una lettera che viene dal futuro. Perché dice esattamente ciò che ha detto Marcello Neroni, nove anni prima, parole che sono state pubblicate quattro anni dopo” su Notte Criminale. Lo stesso blog per cui, proprio Ambrosini nel 2009 aveva ottenuto e registrato l’intervista con Marcello Neroni pubblicata tredici anni dopo (nel 2022) sempre su Notte Criminale. Ma chi è e cosa disse Neroni e perché questa lettera è così importante? Ambrosini la indica come una “lettera che viene dal futuro” laddove il passato non è il 1983, anno della scomparsa ma un passato più prossimo a noi.

    2009

    Tocca tornare all’autunno del 2009. La saga tivù di “Romanzo Criminale” ha riportato l’attenzione sulla Banda della Magliana e anche i veri membri del gruppo di criminali romani iniziano a rilasciare interviste “come divi del cinema noir”. Il dandy del gruppo non può più, perché è stato trucidato in uno scontro a fuoco in via del Pellegrino, nel 1990: è Enrico De Pedis e appena un anno prima è stato tirato in ballo dalla “sua” Sabrina Minardi davanti ai magistrati come esecutore del sequestro di Emanuela.

    Dalle dichiarazioni della donna è ripartita la seconda inchiesta sul caso di scomparsa più impenetrabile d’Italia, diretta dal magistrato Giancarlo Capaldo che più volte ha dichiarato ai media e alla commissione d’inchiesta che indaga sul caso, che le sue indagini portarono a un coinvolgimento di de Pedis “nell’organizzare il sequestro della ragazza” nel 1983. Nel 2009, Ambrosini ottiene l’okay per un’intervista esclusiva a Marcello Neroni e di nascosto con un cellulare registra tutto. Oggi Ambrosini scrive: “Neroni non era un criminale in pensione. Lo disse lui stesso chiaramente, durante il nostro incontro: era uno strozzino. Come molti di quelli che fecero parte della Banda. Quando chiediamo di Emanuela, però, la sua risposta sembra uno stridio di unghie sulla lavagna. Non siamo preparati a questa sua verità. Sono parole troppo forti per Emanuela e per Giovanni Paolo II. Troppo forti, per l’immagine che ho di chi, pochi anni dopo, sarà eletto a Santo. Non sta inventando. Non è qualcosa che sta creando in quel momento per scandalizzarci. Troppo inaspettato e grave per essere creduto, lo dice lui stesso. Usa parole grevi, fa nomi e movente. Usa uno slang di strada, rozzo, volutamente sgradevole e sicuramente da “pulire”. Ma preciso nella sua essenza. Neroni non è un criminale normale, è riuscito a “passare da pazzo” per evitare il carcere, ha vissuto la violenza come soluzione e ne ha fatto un suo marchio per gestire “lo strozzo”, per farsi pagare dai commercianti gli incassi delle slot machine che aveva in società con Enrico De Pedis. È stato il nodo tra criminalità e funzionari delle forze dell’ordine, servizi segreti compresi. Una posizione e dei rapporti così forti che poteva tranquillamente avere una sala giochi in una laterale di Via Cola di Rienzo. Tra la palazzina usata dai servizi segreti e la sede operativa della Dia di Roma. Una sala che, a volte, quando lui doveva uscire, erano due agenti dei servizi segreti a gestirla”.

    2022

    “Alcuni anni dopo, quella registrazione la diedi a Pietro Orlandi. E solo a lui, senza pubblicare mai niente”. Ambrosini quindi nel 2009 prende quella registrazione e la chiude in un cassetto. Ciò che Neroni gli dice quel giorno verrà pubblicato anni dopo, nel dicembre del 2022, quando “il destino sembra dirmi che non ho molto da vivere e decido che, se devo “andarmene” lo devo fare dopo aver aperto i cassetti delle inchieste incompiute. Ne parlo con Pietro Orlandi e così, il 9 dicembre 2022, i frame del racconto di Neroni inerenti il caso di Emanuela Orlandi, vengono pubblicati su Notte Criminale. Le gravi accuse a Giovanni Paolo II, a monsignor Casaroli, a Enrico De Pedis e a due cappellani di Regina Coeli ora, sono al giudizio della gente”, aggiunge Ambrosini. Quell’estratto audio si può ancora ascoltare e contiene, secondo il giornalista di inchiesta le stesse identiche cose scritte nella lettera anonima da cui siamo partiti e di cui Ambrosini sarebbe a conoscenza. “Le tempistiche sono fondamentali e ci raccontano che una lettera anonima, scritta molto probabilmente da qualcuno dentro alle forze dell’ordine o ai servizi segreti racconta le stesse motivazioni, gli stessi esecutori, gli stessi mandanti di un personaggio criminale, vicino a forze dell’ordine e servizi segreti”.

    2025

    Oggi qualcuno, secondo Ambrosini, è in possesso di questa lettera. “La verità di Neroni che coincide con quella della lettera anonima, fino al 2022 non è mai stata rilanciata su giornali o tv. Tocca nomi di prelati di altissimo spessore. Questa verità viene dal sottobosco criminale, ed è stata recepita da persone in divisa o l’esatto contrario?”, si chiede Ambrosini ovvero: qual è la fonte primaria di questa amara verità su Emanuela Orlandi? I Servizi o la mala romana? Si chiede ancora il giornalista: “Perché nel 2018, si è sentita la necessità da parte presumibilmente di qualcuno interno ai servizi segreti, di far emergere tutto questo? Perché qualche gruppo dei servizi segreti, nel 2018, tratta ancora il caso Orlandi?”, sono domande ancora senza risposta ma che lasciano intravedere scampoli della trappola oscura che da 42 anni trattiene il destino di una ragazzina di 15 anni e le vite di chi ancora ogni giorno la cerca a partire da quel pomeriggio d’estate in cui sembrò dissolversi all’uscita della scuola di musica, nel cuore di Roma. Proprio nella Basilica, quella di Sant’Apollinare in cui Enrico de Pedis fu sepolto con una dispensa speciale concessa dallo Stato Pontificio al rettore della Basilica don Pietro Vergari.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/12/emanuela-orlandi-lettera-anonima-rapimento-vaticano-notizie/8092402/

  • L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)

    L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)

    di Alessandro Ambrosini – 2009  E’ l’autunno del 2009. La prima serie di Romanzo Criminale ha riacceso i riflettori sulla Banda della Magliana e sulla sua epopea. Nello speciale di History Channel, personaggi che hanno fatto parte della più grande  holding criminale romana rilasciano interviste come divi del cinema noir.

    Da anni, come Notte Criminale, lavoriamo sia sulla Bandaccia che su Massimo Carminati, cercando dove tutti non guardano.

    Quando arriva la telefonata, che regala il semaforo verde per un’intervista esclusiva a Marcello Neroni, la consideriamo come un segnale positivo al nostro lavoro: siamo credibili e affidabili per essere ascoltati da quel mondo che non vuole farsi trovare.

    Otello Lupacchini mi avverte subito: “Non vada, quello è un criminale vero”.  Un consiglio molto appropriato, da un magistrato che aveva combattuto la Banda, l’aveva sconfitta e la controllava da lontano. Giorno per giorno, da anni. Aveva ragione, Neroni non era un criminale in pensione. Lo disse lui stesso chiaramente, durante il nostro incontro: era un “cravattaro”, uno strozzino. Come molti di quelli che fecero parte della Banda. Conoscevo quel mondo, l’ho guardato da vicino e conoscevo cosa presupponeva: violenza e terrore. Quando arriva a piedi, tiene un libro in mano: la sua Bibbia, che altro non è che il libro dell’ordinanza con le motivazioni per l’arresto, avvenuto all’interno della retata che ordinò Lupacchini, più di un decennio prima.

    E’ di media statura Neroni, stempiato e scavato in volto. Il volto sbarbato di fresco, come conviene al 90% dei criminali della sua generazione. Una consuetudine più da gangster americano che da “batteria” di Trastevere. La voce roca tradisce una vita vissuta tra vizi, violenza e fumo. Dimostra tutti i suoi anni e, non vuole nasconderli.  Non vuole essere intervistato, vuole telefoni e telecamera sul tavolo. Non sente ragioni. Una possibilità che avevamo considerato. I dietrofront alle interviste, in un certi mondi, sono usuali. Per questo dentro al giubbetto ho un secondo telefono che sta registrando tutto dall’inizio. So come ci si comporta con “articoli” del genere. Lo stimoli con argomenti generali, gli fai trovare la sua comfort zone, gli fai gestire gli argomenti e lui parlerà per ore. Così è.

    Quando chiediamo di Emanuela, però, la sua risposta sembra uno stridio di unghie sulla lavagna. Non siamo preparati a questa sua verità. Sono parole troppo forti per Emanuela e per Giovanni Paolo II. Troppo forti per l’immagine che ho di chi, pochi anni dopo, sarà eletto a Santo. Lo lascio parlare per non interrompere il suo flusso di parole che fluisce senza tentennamenti. Non sta inventando. Non è qualcosa che sta creando in quel momento per scandalizzarci. Troppo inaspettato e grave per essere creduto, lo dice lui stesso. Usa parole grevi, fa nomi e movente. Usa uno slang di strada, rozzo, volutamente sgradevole e sicuramente da “pulire”. Ma preciso nella sua essenza. “Questo è ciò che so, ma non potrete mai scriverlo” –sembra dire – è il “non detto” di chi conosce il gioco dell’informazione. Anche se i suoi rapporti non sono mai stati con la carta stampata o la tv.

    Neroni non è un criminale normale. E’ riuscito a “passare da pazzo” per evitare il carcere, ha vissuto la violenza come soluzione e ne ha fatto un suo marchio per gestire “lo strozzo”, per farsi pagare dai commercianti gli incassi delle slot machine che aveva in società con Enrico De Pedis. E’ stato il nodo tra criminalità e  funzionari delle forze dell’ordine, servizi segreti compresi. Una posizione e dei rapporti  così forti che poteva tranquillamente avere una sala giochi in una laterale di Via Cola di Rienzo. Tra la palazzina usata dai servizi segreti e la sede operativa della Dia di Roma. Una sala che, a volte, quando lui doveva uscire, erano due agenti dei servizi segreti a gestirla. Un “nodo” così importante da evitarsi il marchio di “infame”.

    L’incontro è durato quattro ore. Quattro ore di nomi, fatti e circostanze specifiche. Talmente specifiche da chiedersi: a chi stava raccontando tutto questo? A noi, o a chi pensava ci avesse mandato in quel pomeriggio autunnale a Nerola?

    Alcuni anni dopo, quella registrazione la diedi a Pietro Orlandi. E solo a lui, senza pubblicare mai niente.

    2022

    LA LETTERA ANONIMA (MA NON TROPPO)

    E’ il dicembre del 2022. Sono passati tredici anni da quel pomeriggio in compagnia di Marcello Neroni. Quella registrazione è rimasta nella cartella del mio computer, insieme a migliaia di altri files. Il destino sembra dirmi che non ho molto da vivere e decido che, se devo “andarmene” da questa terra, lo devo fare dopo aver aperto  i cassetti delle inchieste incompiute, dei files che “scottano”. Ne parlo con Pietro Orlandi e così, il 9 dicembre 2022, i frame del racconto di Neroni  inerenti il caso di Emanuela Orlandi, vengono pubblicati su Notte Criminale. Le gravi accuse a Giovanni Paolo II, a monsignor Casaroli, a Enrico De Pedis e a due cappellani di Regina Coeli , ora, sono al giudizio della gente.

    2018

    E’ un giorno del 2018. Il caso Orlandi vive oltre il tempo che passa nell’azione costante del fratello, Pietro. La pista più calda, seguita da tutti è quella riferita all’emersione dei famosi “cinque fogli” acquisiti da Emiliano Fittipaldi e pubblicati nel suo libro “Gli impostori”. Fogli che raccontano, in voci di bilancio, il periodo successivo al rapimento della ragazza vaticana. Una relazione che porta a Londra.

    Quando Giorgio (nome di fantasia), entra nel suo ufficio, vede la posta appoggiata sulla sua scrivania. La seleziona, dividendo la corrispondenza interessante rispetto alla solita pubblicità inutile. C’è una busta bianca che spicca per essere la più asciutta di tutte.  La più anonima. La apre e all’interno c’è un singolo foglio, scritto al computer. In diciassette righe c’è il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento di Emanuela. Una “verità” che risulta essere al limite dell’incredibile. Si parla di Monsignor Casaroli, di Regina Coeli, di De Pedis e “dell’esponente più influente della Santa sede” (il cardinale Ugo Poletti? Giovanni Paolo II?). Ma non solo.

    Ci sono particolarità nella scrittura che fanno pensare che, chi scrive, sia all’interno delle forze dell’ordine o dei servizi segreti. Parole e semantica che non lasciano molti dubbi.

    Giorgio la legge, strabuzza gli occhi e inizia a riflettere. A chi dare questa lettera così assurda? E’ sicuramente opera di uno dei tanti personaggi che “giocano” con il caso Orlandi, saranno prove di un romanzo giallo. In ogni caso è da classificare come qualcosa di “impresentabile”, da tenere nel cassetto come ricordo di un fatto bizzarro e inquietante. Non serve scomodare polizia e giornalisti, si rischierebbe il pubblico ludibrio.

    In realtà, quella lettera anonima, è una lettera che viene dal futuro. Perché dice esattamente ciò che ha detto Marcello Neroni  nove anni prima, parole che sono state pubblicate quattro anni dopo. Una “verità”, quella di Neroni, che è stata chiusa nei cassetti a doppia mandata, sia dal sottoscritto che da Pietro Orlandi. Le tempistiche sono fondamentali e ci raccontano che una lettera anonima, scritta molto probabilmente da qualcuno dentro alle forze dell’ordine o ai servizi segreti ( da sottolineare che i servizi, da sempre, sono un corpo interforze formato da poliziotti, carabinieri e finanzieri), racconta le stesse motivazioni, gli stessi esecutori, gli stessi mandanti di un personaggio criminale, vicino a forze dell’ordine e servizi segreti. In modo meno greve, ma esattamente sovrapponibile.

    Ora, le domande che bisogna porsi sono molteplici. Se partiamo dal presupposto che la “verità” di Neroni e della lettera anonima, non è mai stata rilanciata su giornali o tv, o anche solo supposta in questi  quarantadue anni, in quanto si vanno a toccare nomi di Santi e prelati di altissimo spessore. Questa “verità” viene dal sottobosco criminale, ed è stata recepita da persone in divisa o l’esatto contrario? Perché nel 2018, si è sentita la necessità ,da parte presumibilmente di qualcuno interno ai servizi segreti, di far emergere tutto questo? Perché qualche gruppo dei servizi segreti, nel 2018, tratta ancora il caso Orlandi?

    Oggi, che la Commissione parlamentare sta virando evidentemente su una pista amical-parentale, insieme a un gruppo di giornalisti “allineati e coperti”. Oggi, che si calpesta l’etica e la logica per allontanare ogni verità che porti alla Santa Sede, dare risposte a queste domande è necessario. Una Commissione con i paraocchi, che cerca di ridimensionare, di normalizzare un caso che “normale” non è mai stato è una Commissione ammaestrata. Cercare una via che non “disturbi”, audendo persone che possono dare qualche elemento in più nella ricerca della verità, è doveroso. Stupisce, che questa lettera che viene dal futuro, che apre interrogativi inquietanti, non sia stata attenzionata da chi l’ha acquisita. Ma la storia continua…

    (segue terza parte)

    L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)

  • Pedopornografia online: a Torino arrestato un medico di 40 anni

    Pedopornografia online: a Torino arrestato un medico di 40 anni

    Gli esperti del Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia online (Cncpo) del Servizio Polizia postale di Roma, con la collaborazione dei poliziotti del Centro operativo per la sicurezza cibernetica di Torino, hanno arrestato un medico torinese di 40 anni per produzione di contenuti multimediali realizzati mediante sfruttamento di minori e detenzione di ingente quantitativo di materiale pedopornografico scaricato in rete.

    Le contestazioni sono arrivate alla fine di un’indagine durata più di due anni, nel corso della quale gli investigatori hanno scoperto le responsabilità dell’indagato in un arco temporale di ben 12 anni.

    L’arrestato frequentava ed era molto attivo all’interno delle comunità pedofile del dark web, in forza della presunta garanzia di anonimato fornita dal protocollo di navigazione Tor (The onion routing).

    Attraverso un’attività sotto copertura gli specialisti del Cncpo hanno sfruttato ogni traccia informatica utile ad associare agli pseudonimi un’identità certa, ottenendo dall’Autorità giudiziaria, in una prima fase dell’operazione, un decreto di perquisizione locale, personale e informatica a carico del 40enne.

    Tramite l’analisi dei dispositivi informatici sequestrati, è stato possibile circostanziare le singole attività dell’indagato, in particolare la partecipazione alle comunità illecite nel web sommerso e la produzione di materiale in chat con minorenni con i quali intratteneva rapporti e incontri.

    Nel corso delle investigazioni è emerso che il quarantenne, impegnato nel tempo libero ad attività sportive con minori in età adolescenziale, aveva stretto legami con altre persone interessate all’incessante scambio di materiale pedopornografico, oltre che nel dark web anche in ambienti di chat peer to peer.

    Tra i vari contatti dell’uomo vi era anche un sacerdote della provincia di Brescia, arrestato dagli agenti della Polizia postale nello scorso mese di maggio, con il quale aveva ideato un gruppo a sfondo pedopornografico esclusivamente italiano, aperto al reclutamento di altre persone dedite alla produzione di materiale con nuovi contenuti.

    https://www.poliziadistato.it/articolo/1530688dc69124832030610210