Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Sopravvissuti agli abusi in Italia: il rapporto dei vescovi non mostra la portata completa della crisi

    Sopravvissuti agli abusi in Italia: il rapporto dei vescovi non mostra la portata completa della crisi

    Il responsabile di un gruppo di sopravvissuti agli abusi sessuali in Italia ha espresso dubbi sul fatto che un recente rapporto sugli sforzi di tutela pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana fornisca un quadro completo della portata della crisi degli abusi nella Chiesa locale.

    Francesco Zanardi, sopravvissuto e fondatore della Rete L’Abuso, ha dichiarato alla CNA che dal 2020 la conferenza (nota con l’acronimo italiano CEI) pubblica solo “rapporti parziali ogni anno o ogni due anni”, il che rende difficile fare una valutazione accurata.

    “È difficile fare un paragone perché non sappiamo di quali casi si stiano parlando o a quale area geografica d’Italia si riferiscano quando forniscono questi numeri”, ha detto. “È un po’ come se ci fosse una buca in mezzo alla strada e invece di ripararla, ci si limitasse a contare quante persone ci cadono dentro, ma non si ripara.”

    “Diciamo solo che questo rapporto non dice nulla”, ha aggiunto.

    Intitolato “ Proteggere, prevenire, formare: terza indagine sulla rete territoriale di protezione dei minori e degli adulti vulnerabili ”, il rapporto di quasi 100 pagine, pubblicato il 28 maggio, ha evidenziato le pratiche di tutela attuali e in via di sviluppo all’interno della Chiesa italiana tra il 2023 e il 2024.

    Tra queste, l’istituzione di centri di ascolto per le vittime di abusi da parte del clero nel Paese. Secondo il rapporto, attualmente sono 103 i centri che servono 130 diocesi italiane.

    In una dichiarazione diffusa lo stesso giorno, l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, ha affermato che il rapporto si inserisce in un percorso di trasparenza volto a “superare le resistenze culturali e operative ancora presenti”.

    “Siamo chiamati a fare la nostra parte, con piena consapevolezza e responsabilità”, soprattutto promuovendo “poli istituzionali a livello locale, nonché una più profonda consapevolezza culturale, in particolare all’interno delle università”.

    Sebbene il rapporto abbia rilevato “progressi significativi nella formazione e nella sensibilizzazione”, ha rilevato un aumento dei casi di abuso, la maggior parte dei quali commessi in un “contesto parrocchiale”. Si stima che 115 vittime (64 uomini e 51 donne) tra passate e presenti abbiano denunciato i propri abusi tra il 2023 e il 2024. A titolo di paragone, nel 2022 le vittime hanno denunciato 54 abusi, mentre nel 2020 sono state 89.

    Gli abusi sono stati commessi da “67 presunti autori”, tra cui “44 membri del clero, 15 religiosi e otto laici”, si legge nel rapporto.

    Chiara Griffini, presidente dell’Ufficio per la tutela dei minori della CEI, ha affermato che l’aumento dei casi è “preoccupante perché, come abbiamo sempre detto, anche un solo caso, per quello che è e rappresenta la Chiesa, sarà sempre di troppo”.

    “Ci sono 69 casi segnalati, 37 dei quali sono attuali – il che ci dice chiaramente che il fenomeno è in corso – e 32 sono del passato”, ha dichiarato in un’intervista con CNA l’11 giugno. “Quindi, guardando questi 32 casi del passato, penso che il lavoro di prevenzione che abbiamo messo in atto stia, in un certo senso, gettando qualche seme”.

    Griffini ha aggiunto che la pubblicazione degli abusi segnalati è un segnale che la conferenza episcopale punta alla trasparenza e che “il percorso intrapreso è certamente importante e non si torna indietro”.

    «La protezione dei minori deve essere parte integrante della missione della Chiesa», ha affermato.

    Tuttavia, Zanardi ha dichiarato alla CNA che, nonostante il rapporto indichi il numero delle vittime che si sono fatte avanti nell’ultimo anno, non specifica cosa la Chiesa abbia fatto per assisterle.

    “Dice che ci sono 115 vittime. Bene. Li avete risarciti? Avete fornito loro assistenza psicologica? Non si sa nulla al riguardo”, ha detto.

    Griffini ha detto alla CNA che, mentre il compito dei centri di ascolto è quello di raccogliere le segnalazioni di abusi e di informare le autorità ecclesiastiche su quei casi, il risarcimento alle vittime “riguarda una fase procedurale e quindi non rientra nella competenza” dei centri.

    Ha inoltre osservato che il rapporto evidenzia i vari mezzi di supporto offerti alle vittime e alle loro famiglie dai centri di ascolto, tra cui “supporto psicoterapeutico, supporto spirituale e altre forme che non sono state dettagliate ma che rappresentano una forma di supporto e vicinanza che il centro di ascolto offre alle vittime”.

    Tra le altre preoccupazioni espresse da Zanardi c’era il fatto che il cardinale Matteo Zuppi di Milano, presidente della CEI, non avesse mantenuto la parola data secondo cui i rapporti avrebbero esaminato i casi dal 2000 in poi.

    In una conferenza stampa del 2022 , Zuppi ha annunciato la pubblicazione dei rapporti annuali e ha affermato che avrebbe analizzato solo i casi risalenti al 2000 e non oltre, perché “giudicare qualcosa di 80 anni fa con i criteri odierni, qualcosa che all’epoca era giudicato con altri criteri, crea difficoltà di valutazione”. 

    Tuttavia, il primo rapporto pubblicato nel novembre 2022 pubblicava solo informazioni sui casi del 2020. 

    Sul suo sito web, Rete L’Abuso ha compilato un proprio elenco di casi di abusi in Italia a partire dal 2000. Zanardi ha affermato che, in base ai dati e ai fascicoli raccolti dalle vittime, “contiamo 1.035 preti pedofili che hanno abusato di 4.267 vittime. È una cifra reale”. 

    Durante la conferenza stampa di due anni fa, Zuppi si offrì pubblicamente di incontrare Zanardi e gli disse: “Se hai un caso, diccelo”. 

    Il responsabile della Rete L’Abuso ha dichiarato alla CNA di aver incontrato Zuppi in diverse occasioni e di avergli portato i casi raccolti dalla sua rete.  

    “Li ho portati io, ma poi non li ha più voluti prendere”, ha detto. “Ora loro [la Conferenza Episcopale Italiana] hanno dichiarato che non accetteranno dati da associazioni o da chiunque altro, ma solo i dati che arriveranno ai loro sportelli”.

    Per questo motivo, ha aggiunto, è molto probabile che il rapporto attuale contenga dati incompleti, poiché non tutte le vittime, soprattutto quelle “che non credono più nella Chiesa”, denunciano gli abusi subiti a un centro di ascolto diocesano.

    Griffini ha tuttavia chiarito che l’indagine annuale è intesa come “strumento di monitoraggio e rendicontazione” delle politiche di tutela adottate dal CEI nel 2019.

    “Pertanto, le indagini partono dal 2020 proprio perché il loro scopo è monitorare se il sistema creato, sia per generare ambienti ecclesiali sicuri, sia per intercettare presunti abusi, funzioni”, ha affermato.

    Griffini ha anche detto alla CNA che è ancora in corso uno “studio pilota” che riguarda “casi verificati di abusi contro minori nel periodo di 20 anni tra il 2001 e il 2021” e che la sua pubblicazione è prevista “nei primi mesi del 2026”.

    Ha aggiunto che lo studio è stato redatto da “due enti terzi e completamente indipendenti”: il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti con sede a Firenze.

    «I ricercatori consegneranno i dati a una commissione nominata dalla conferenza episcopale, che effettuerà delle interpretazioni a livello ecclesiale, e lo studio sarà pubblicato nella sua interezza, così come lo hanno riportato», ha spiegato.

    Zanardi ha espresso dubbi sul fatto che la Chiesa italiana potesse essere considerata affidabile nel monitorare se stessa e ha affermato di aver presentato una richiesta alla procura italiana per condurre un’indagine indipendente, come quelle condotte in Spagna e Francia. Tuttavia, ha osservato, era improbabile che un’indagine del genere potesse svolgersi a causa del rapporto tra Chiesa e Stato.

    “Diciamo che l’Italia è un Paese molto particolare, dove di fatto lasciano fare tutto alla Chiesa, ma lo Stato non interferisce”, ha detto. “Non si intromette, come si dice, come la mafia”.

    Griffini ha sostenuto che lo studio pilota “è un’indagine indipendente perché i due organismi non sono chiaramente di natura ecclesiale; sono organismi accademici che hanno ricevuto un mandato, proprio come altre commissioni indipendenti hanno avuto mandati, e risponderanno secondo criteri scientifici”.

    Una volta completato, ha affermato, lo studio del 2026 svilupperà ulteriori ricerche “che potranno davvero far luce su questo fenomeno per aiutarci, oggi, a rendere possibile la non ripetizione e, allo stesso tempo, a trovare quelle che potrebbero essere le migliori pratiche per la giustizia e la riparazione”.

    https://www.catholicnewsagency.com/news/264673/italian-church-abuse-survivor-questions-bishops-conference-report-on-scale-of-clerical-sexual-abuse-crisis

  • Chi l’ha visto, “il Vaticano sapeva dei festini a luci rosse al Santuario della Bozzola”: il documento inedito e l’ultimo messaggio dell’amico di Sempio prima della morte

    Chi l’ha visto, “il Vaticano sapeva dei festini a luci rosse al Santuario della Bozzola”: il documento inedito e l’ultimo messaggio dell’amico di Sempio prima della morte

    Le ombre del Santuario della Madonna della Bozzola di Garlasco entrano ufficialmente nell’inchiesta sulla morte di Chiara Poggi. La puntata di “Chi l’ha visto?” in onda il 4 giugno riprende il discorso dove si era interrotto 7 giorni fa: dal contenuto della chiavetta USB della giovane uccisa nell’agosto di 18 anni fa che sarebbe in qualche modo legato allo scandalo dei ricatti hard. Ricatti di cui “a leggere gli atti dell’inchiesta – spiega l’inviato Vittorio Romano – si scopre che erano al corrente in tanti: le forze dell’ordine, il sindaco, eppure nessuno ha presentato denuncia.

    È stato un informatore dei carabinieri di un altro comune che ha fatto una soffiata”. Come mai le due questioni vengono messe in relazione tra loro sebbene appartengano ad anni diversi? Perché l’avvocato di Andrea Sempio – nuovo indagato nell’omicidio Poggi – ha ventilato l’ipotesi che Chiara sarebbe diventata una testimone scomoda, e per questo sarebbe stata uccisa. Su quella chiavetta, lo ricordiamo, la ragazza aveva salvato articoli sugli abusi dei preti e sulla pedofilia.

    Spunti ritenuti interessanti anche dagli investigatori, al punto che “i carabinieri di Milano hanno acquisito gli atti del processo che si è concluso nel 2014 con la condanna di due rumeni per estorsione ai danni di don Gregorio Vitali, direttore del Santuario che ogni mercoledì notte celebrava la Messa di Liberazione. Un esorcismo in pubblico”. I due uomini hanno ricattato il religioso pretendendo 250.000€ per non pubblicare le telefonate hot con il rettore e presunti video di festini a luci rosse all’ombra del Santuario.

    Una telefonata intercorsa tra uno dei due rumeni, oggi latitante, e l’inviato del programma Vittorio Romano ci mette al corrente del fatto che secondo il bandito l’omicidio di Garlasco e lo scandalo della Bozzola sarebbero collegati. Chiara avrebbe scoperto il giro di abusi e prostituzione all’ombra del Santuario e aveva deciso di parlare. Motivo per cui sarebbe stata eliminata per mano di un sicario.

    La testimonianza di don Cervio – Tornando invece a dati certi, le carte del processo dicono che indagando sul caso dei ricatti hard i carabinieri hanno sentito un parroco, don Cervio, che svela di essere al corrente di uno scandalo a sfondo sessuale alla Bozzola già dal 2006. Queste le parole del prete morto nel 2016: “Mi riferirono di particolari sconcertanti in merito alle condotte immorali di don Gregorio. Successivamente giunse presso la mia parrocchia un ragazzo e mi disse che un suo amico maggiorenne si recava presso il santuario della Bozzola e riceveva delle cospicue somme di denaro in cambio di una prestazione sessuale con don Gregorio”.

    Il parroco non sporge denuncia alla polizia ma informa la Curia, la quale – stando alle parole dello stesso don Cervio – non risulta abbia attivato alcun tipo di accertamento. Di certo il Vaticano invia un promotore di giustizia ad indagare su don Gregorio ben prima che vengano alla luce i ricatti hot, “segno che qualche voce di festini a luci rosse all’ombra del Santuario è già arrivata fino a Roma. Non sono tutte illazioni” spiega Romano. Anche Massimo Lovati, avvocato di Sempio, sostiene – come il latitante – che Chiara Poggi sarebbe stata uccisa da un sicario in quanto personaggio scomodo. Probabilmente aveva scoperto qualcosa, come suggerirebbero quegli articoli salvati da lei stessa fino a pochi giorni prima della sua morte.

    La misteriosa impiccagione di Michele B. – La trasmissione di Federica Sciarelli si chiede chi, tra le persone che gravitavano intorno a Chiara, frequentava ai tempi il Santuario. A quanto pare nessuno: né Alberto Stasi, né le gemelle Cappa, e nemmeno Sempio. Seguendo le tracce lasciate sul web il programma ha però trovato la foto di tale Michele B. – un ragazzo di Garlasco che Sempio frequentava da adolescente – in posa proprio all’interno del Santuario. Il giovane ha tatuaggi un po’ ovunque. Alcuni di questi sono immagini demoniache sul petto, e il nome scelto come nickname su Facebook sono 3 lettere dell’alfabeto ebraico che indicano il quinto nome di Dio. “Il loro significato” continua ancora Vittorio Romano, “è associato nella kabala alla liberazione da energie negative”. Nel gennaio 2016 Michele scrive un post citando una canzone dei Club Dogo: “La verità sta nelle cose che nessuno sa”. Si tratta di uno dei suoi ultimi messaggi, perché poco dopo si toglie la vita.

    La soluzione del delitto di Chiara è nelle paradesive? – Intanto si avvicina il 17 giugno, quando inizierà l’incidente probatorio. Ciò vuol dire che i genetisti e i consulenti di parte analizzeranno non solo il dna trovato sulle unghie di Chiara Poggi per confrontarlo con quello di Sempio (già valutato dal giudice nel 2017) ma anche le paradesive, fascette finite tra i faldoni dell’inchiesta e che all’epoca catturarono impronte digitali mai analizzate. Su di esse potrebbe essere impressa un’eventuale traccia del dna del colpevole. La domanda, dunque, è una: il dna di chi sarà nelle 60 paradesive che verranno aperte dal 17 giugno?

    La reazione della famiglia Poggi – Da quando è stata riaperta l’inchiesta sulla morte di Chiara Poggi sono state sollevate tante questioni, come visto. I genitori hanno rotto il silenzio per ribadire che la vita della figlia era limpida e priva di segreti. “Nostra figlia era una ragazza semplice, non aveva misteri, segreti, amanti” ha spiegato la madre ai giornalisti sperando di mettere un punto a certe voci. “Non aveva 2 telefoni e quello che è grave è che si fanno insinuazioni su una ragazza che non si può difendere. Adesso è giunto il momento di dire basta. Noi non tollereremo più che si infanghi la memoria di nostra figlia”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/05/omicidio-chiara-poggi-nuove-rivelazioni-santuario-garlasco-news/8014834/

  • PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    Il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

  • Emanuela Orlandi, torna l’ipotesi dello scambio di persona con la figlia dell’aiutante di camera Papa Giovanni Paolo II. All’epoca del rapimento il maggiordomo era turbato

    Emanuela Orlandi, torna l’ipotesi dello scambio di persona con la figlia dell’aiutante di camera Papa Giovanni Paolo II. All’epoca del rapimento il maggiordomo era turbato

    Continua con due nuove audizioni il lavoro della commissione parlamentare di inchiesta che indaga sui misteri delle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

    Le nuove audizioni e le piste “interne”
    Si è scelto stavolta di dare la parola a due persone vicine a quel mondo a tratti fiabesco in cui nacquero i figli di Ettore Orlandi e Maria Pezzano: il Vaticano, protetti da tutto ciò che era al di fuori delle mura leonine e oltre il Tevere, o almeno così pensavano. Del resto, lo ricordiamo, proprio in quei giardini vaticani Emanuela Orlandi avrebbe ricevuto quelle strane “avances da uno vicino al Papa” come emerso dalla testimonianza di una sua cara amica d’infanzia (la sola a cui lo avrebbe raccontato) che è stata rintracciata dal giornalista Tommaso Nelli (che lo ha riportato nel suo libro) prima e dai produttori della serie Netflix “Vatican Girl”, in un secondo momento.

    Annamaria Gusso
    E proprio tra quelle mura viveva una delle persone che i commissari di Palazzo San Macuto hanno interrogato ieri, all’epoca dei fatti molto vicina alla cittadina vaticana inspiegabilmente scomparsa il 22 giugno del 1983. Si tratta di Annamaria Gusso, amica della comitiva dell’Azione Cattolica frequentata dal fratello e dalle sorelle di Emanuela Orlandi. Annamaria conosce da sempre gli Orlandi e conosceva altresì bene Emanuela che era molto legata a sua sorella Francesca, più piccola di qualche anno. Anche lei era “interna” al Vaticano: suo padre Giampaolo era “aiutante di camera” del Papa sin dai tempi di Papa Roncalli. Era collega quindi del papà della ragazzina scomparsa, Ettore Orlandi, anche lui messo papale e nato in Vaticano dove già suo padre Pietro aveva lavorato come stalliere. Ettore era profondamente vaticanista e legato a quel mondo e solo in punto di morte ammise i suoi sospetti su un presunto coinvolgimento dello Stato Vaticano nella scomparsa di sua figlia quando pronunciò quelle parole per lui amare: “Sono stato tradito da chi ho servito”. Io mi sono fatta l’idea di quello che dice Pietro Orlandi, dalla documentazione che lui espone, io sto con lui“, dichiara oggi a distanza di 42 anni Annamaria Gusso, “Ci sono tante piste – ha spiegato la donna che abitava in Vaticano – Londra, Magliana, io condivido quello che lui dice e anche quello che dice l’avvocato Laura Sgrò, sostengo Pietro, il suo impegno”.

    Le presunte molestie
    Per quanto riguarda l’ipotesi di molestie su ragazzine all’interno del Vaticano, Annamaria Gusso spiega di non saperne nulla: “No, non si sapeva nulla”, il Vaticano era considerato “un luogo sicuro, assolutamente”, “non si sapeva di queste cose”. Rispondendo alle domande dei commissari, Annamaria Gusso ha ricostruito i fatti che segnarono la sera della scomparsa di Emanuela: “Stavo a casa, aspettavamo mia sorella per cenare” visto che sua sorella “era con la comitiva e aspettavano Emanuela a Castel Sant’Angelo”. “Ho saputo della scomparsa il giorno dopo – ha continuato – mio padre lo ha saputo e, sconvolto, è venuto a casa e mi ha detto che Emanuela non aveva rincasato la sera”. “Io sono corsa giù, sono andata dagli Orlandi – ha concluso – Ho abbracciato Maria (la mamma di Emanuela ndr) e le ho detto: ‘Torna vedrai, mò tornà e ci siamo messe a piangere tutte e due”. Ha aggiunto poi, che ripensando a quel periodo “mio padre era sconvolto, non si dava pace di cosa potesse essere successo a Emanuela”, aggiungendo che il padre era preoccupato soprattutto per la sorella più piccola che all’epoca aveva 13 anni, come se la scomparsa di Emanuela potesse dare inizio a una serie di rapimenti a danno delle pochissime famiglie che vivevano in Vaticano: “Eravamo tutti preoccupati, ma sapevamo che (mia sorella ndr) stava sempre in gruppo e mai da sola”. Prima di analizzare questo punto su cui si è soffermata la commissione, ecco chi era il padre di Annamaria, Giampaolo Gusso.

    I servitori del Papa
    Giampaolo Gusso era nativo di Carole e partì per Roma nel 1959, seguendo il sentiero tracciato dal fratello maggiore, con il sogno nel cassetto di diventare un servitore del Papa. E riuscì a realizzarlo: dopo aver servito come maggiordomo e poi come attendente di camera pontificia Giovanni XIII, detto il Papa Buono, Gusso servì anche i successivi pontefici, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Nonostante andò poi in pensione, non mise da parte il suo impegno in Vaticano e fu membro attivo della parrocchia di Sant’Anna. Partecipò anche a una riunione all’interno dell’appartamento pontificio il giorno dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi (fonte: Il Corriere). Ieri, grazie ai ricordi della figlia Annamaria è riemersa l’ipotesi già nota all’epoca dello scambio di persona tra Emanuela e un’altra “Vatican Girl”.

    L’ipotesi dello scambio di persona
    Tutto ebbe inizio con una testimonianza di monsignor Francesco Saverio Salerno, alto prelato legato a Papa Wojtyla, che il 9 maggio del 1995 fece riferimento a una conversazione avvenuta “nell’appartamento pontificio, immediatamente dopo la scomparsa di Emanuela, durante la quale Angelo Gugel (maggiordomo di Wojtyla, padre di due amiche della scomparsa) si era lamentato della scarsa protezione accordata ai dipendenti vaticani e ai familiari degli stessi, riferendo che per qualche tempo la figlia Raffaella era stata seguita da sconosciuti. Faccio presente (le parole sempre di Salerno, ndr) che in ragione della notevole somiglianza fisica fra Emanuela Orlandi e Raffaella Gugel, Ercole Orlandi aveva ipotizzato con Gramendola, ufficiale dei carabinieri che seguiva il caso e che ho avuto occasione di incontrare alcune volte, la possibilità di uno scambio di persona”. (fonte: Il Mattino)

    Angelo Gugel
    E a questo punto tocca ricordare quanto disse il padre di Raffaella Angelo Gugel, aiutante di camera di San Giovanni Paolo II e al servizio di tre pontefici nel corso della sua quasi trentennale carriera. Gugel ha parlato per la prima volta nel 2018 in un’intervista concessa al “Faro di Roma”. Gugel fu tra coloro che il giorno che Alì Agca sparò tre colpi di pistola a Papa Wojtyla in Piazza San Pietro sdraiò il Santo Padre sul pavimento, prima di trasportarlo in ambulanza al Policlinico Gemelli. Fu tra i primi a soccorrerlo. Gugel, era veneto di Miane (Treviso), andò poi in pensione dopo un paio d’anni con Benedetto XVI, che lo sostituì con Paolo Gabriele, diventato noto come il “corvo” del caso Vatileaks e che fu arrestato accusato d’aver rubato documenti al Papa. “Me lo aspettavo. Mi era stato chiesto di addestrarlo. Ma non mi sembrava che fosse interessato a imparare”, (fonte: Il Faro di Roma) disse di lui Gugel all’epoca della fuga di notizie. Ma tornando agli anni ’80 e alla scomparsa di Emanuela, i giornali scrissero che Raffaella, la sua figlia maggiore, doveva essere rapita al posto di Emanuela Orlandi. Nella sua unica intervista rilasciata, Gugel commentò così questa ipotesi: “Assurdo. Ero in Polonia con Wojtyla quando ci fu il sequestro. Non è vero che le due ragazze frequentassero la stessa scuola. E all’ epoca la mia famiglia non risiedeva ancora in Vaticano”. Tuttavia, il maggiordomo del Papa ammise un certo turbamento in seguito alla scomparsa di Emanuela. “In seguito, per evitare a Raffaella ogni giorno lunghi tragitti in bus, preferimmo iscriverla nel convitto delle suore Maestre Pie. Ma furono le stesse precauzioni che anche Cibin, il capo della Gendarmeria, adottò per la propria figlia”.Una certa Rita Gugel, indicata come sua parente, figurava in alcune società alle quali era interessato il faccendiere Flavio Carboni, processato e assolto per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi ma Gugel dichiarò, sempre nel 2018: “Falsità. Non la conosco. Nemmeno a Miane, dove tutti si chiamano Gugel, l’hanno mai sentita nominare”.

    Anna Graziano
    Ieri è stata ascoltata anche Anna Graziano, parrocchiana della Chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri frequentata in quegli anni da Emanuela Orlandi. La Graziano, all’epoca, era fidanzata con il fratello di Emanuela Pietro Orlandi, che da 42 anni si batte instancabilmente per conoscere la sorte di sua sorella. La donna ha scelto di secretare la sua audizione purtroppo. Come ha sempre raccontato, Pietro porta dentro anche un enorme rammarico: non aver accompagnato quel pomeriggio Emanuela a scuola di musica in moto proprio perché aveva già un impegno con la sua ragazza e anche se di certo chi aveva progettato il sequestro lo avrebbe comunque messo in atto, prima o poi, “Se l’avessi accompagnata io non sarebbe successo quel giorno, perché avrei aspettato che Emanuela entrasse a scuola”. Tutto questo perché, lo ricordiamo, la Vatican Girl quel pomeriggio appena scesa dal bus in Corso Rinascimento incappò davanti al Senato nella trappola che consentì il sequestro: la finta offerta di lavoro dell’Avon, distribuire volantini ad una sfilata di moda, per cui Emanuela potrebbe aver ingenuamente seguito chi aveva il compito di rapirla quel giorno. Che Emanuela ricevette quell’offerta è una delle poche certezze che abbiamo di quanto accadde quel giorno: non solo perché riportato da Federica, la sorella di Emanuela a cui quest’ultima telefonò dalla scuola di musica per informarla della proposta e chiedere il consenso ai genitori ma soprattutto perché anche un vigile e un poliziotto in servizio davanti al senato confermarono questa versione così come ci dicono i verbali dell’epoca e un lancio Ansa (videro Emanuela parlare con un uomo sui 35 che le mostrò il contenuto di una valigetta).

    “C’è una talpa nella Commissione d’inchiesta su Emanuela Orlandi”. Le rivelazioni di Gian Paolo Pelizzaro

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/30/emanuela-orlandi-torna-lipotesi-dello-scambio-di-persona-con-la-figlia-dellaiutante-di-camera-papa-giovanni-paolo-ii-allepoca-del-rapimento-il-maggiordomo-era-turbato/8008325/

  • Terza Rilevazione sulle attività territoriali per la tutela dei minori e adulti vulnerabili

    Terza Rilevazione sulle attività territoriali per la tutela dei minori e adulti vulnerabili

    La Terza Rilevazione promossa dal Servizio nazionale per la tutela dei minori e adulti vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana analizza le attività dei Servizi Regionali, diocesani/interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nel biennio 2023-2024. La Rilevazione fornisce un quadro aggiornato sulla struttura e le attività dei Servizi diocesani e regionali per la tutela dei minori ed evidenzia un impegno crescente nella creazione di ambienti ecclesiali sicuri e nella formazione degli operatori.

    Alcune osservazioni preliminari:

    • La Rilevazione avrà cadenza biennale per seguire le evoluzioni e criticità del processo di rinnovamento ecclesiale.
    • Continua il costante monitoraggio dell’applicazione delle Linee Guida (2019 e aggiornamento 2023) per garantire ambienti ecclesiali sicuri.
    • Utilizzo della metodologia di Partecipatory Action Research per coinvolgere attivamente gli operatori.
    • Si osserva come le consegne del Santo Padre Francesco siano state tradotte in impegni concreti nelle diocesi.

    In allegato il testo completo della III Rilevazione (in pagina singola e doppia) e la sintesi per la stampa.

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  • Cei, ‘sono 115 le vittime di presunti abusi nel 2023-2024’

    Cei, ‘sono 115 le vittime di presunti abusi nel 2023-2024’

    “Nel 2023-2024, le presunte vittime di abusi sono state 115 di cui 64 maschi e 51 femmine. Nello stesso periodo i casi di presunti abusi sono stati 69, di cui 27 consumati in parrocchia. I presunti autori di abuso, in tutto 67, sono principalmente chierici”.

    E’ quanto emerge dal terzo report della Cei sugli abusi ad opera di religiosi. I casi sarebbero aumentati da 32 a 37 tra 2023 e il 2024. I presunti abusi spirituali e di coscienza sono passati da 4 a 17 casi.

    I dati sono stati presentati nell’ambito dell’evento “Proteggere, prevenire, formare. La rete territoriale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili”, organizzato dal Servizio Nazionale per la tutela dei minori e dei vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana ed emergono dalla Terza Rilevazione Territoriale che analizza le attività dei Servizi Regionali, diocesani/interdiocesani e dei Centri di ascolto nel biennio 2023-2024. L’analisi dei casi ha rivelato un aumento delle segnalazioni di presunti abusi con una particolare attenzione a diverse tipologie e ai luoghi in cui si verificano.

    “La parrocchia – si legge – emerge come il luogo più comune per gli abusi segnalati. La fascia d’età più colpita tra le presunte vittime è quella di 10-14 anni (31,3%). La maggior parte dei presunti autori di abuso è chierico (44 su 67) e quasi tutti maschi (65 su 67)”. Il confronto tra le due ultime indagini evidenzia un aumento nell’età media del presunto autore di abusi, che passa da 43 anni nel 2022 a 50 anni nel 2023-2024.

    Con riferimento ai laici, il dettaglio relativo al servizio pastorale svolto indica che i presunti autori di reato, al momento della segnalazione, svolgevano i seguenti ruoli: catechista/educatore (4), volontario (3), collaboratore (2), insegnante di religione (1), seminarista (1), sagrestano”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2025/05/28/cei-sono-115-le-vittime-di-presunti-abusi-nel-2023-2024_c3bb32ae-fc7b-4d4a-99c2-067a4406ce7f.html

  • Papa Leone XIV, l’accusa di SNAP: “Ha coperto casi di abusi su minori in Perù e a Chicago”

    Papa Leone XIV, l’accusa di SNAP: “Ha coperto casi di abusi su minori in Perù e a Chicago”

    Cronaca (Roma). “Abbiamo scritto una lettera al cardinale Parolin a marzo al fine di prevenire le aggressioni sessuali infantili nella Chiesa cattolica. Abbiamo redatto dei rapporti Vos estis (sui casi di pedofilia ndr) in conformità con le linee guida di Papa Francesco, il sistema da lui istituito per indagare sui predatori sessuali e su coloro che li hanno coperti. Crediamo che ci siano sufficienti informazioni in circolazione per far sì che il cardinale Robert Francis Prevost, oggi Papa Leone XIV, debba essere indagato per aver insabbiato abusi sessuali su minori. Ci sono casi in Perù e a Chicago”.

    A lanciare questa pesante accusa è Shaun Dougherty, presidente di SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests), la Rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti, intervistato in esclusiva da Alanews a pochi giorni dall’elezione del nuovo pontefice.

    In merito al presunto coinvolgimento di Prevost, Dougherty fa riferimento al caso di padre James Ray a Chicago e a quello dei preti Eleuterio Vásquez Gonzáles e Ricardo Yesquen nella comunità di Chiclayo in Perù.

    “Padre Ray era noto per essere un abusatore sessuale di minori – racconta Dougherty – La diocesi dell’Illinois ne era a conoscenza. I cardinali ne erano a conoscenza e invece di allontanarlo, si sono presi cura di lui, lo hanno protetto, lo hanno ospitato, lo hanno nutrito. E lo hanno fatto molto vicino a una scuola, senza informare che c’era un predatore sessuale di minori molto vicino ai bambini che loro erano lì per istruire e proteggere”. La vicenda è avvenuta tra il 2000 e il 2002, quando Prevost era Priore provinciale della provincia agostiniana “Madre del buon consiglio” a Chicago. Secondo SNAP, Prevost avrebbe permesso a Ray di risiedere in un convento agostiniano della città, nonostante fosse stato accusato di aver abusato di 13 minori.

    Il caso del Perù riguarda invece 3 bambine che hanno denunciato nel 2022 le violenze subite da parte di due preti. Le tre donne, minori all’epoca dei fatti, si sono rivolte a Prevost, allora vescovo di Chiclayo, per fornire delle informazioni sugli stupri.
    “Prevost era il capo del dicastero – sottolinea Dougherty – era il responsabile delle indagini. Prevost sa dove si trovano tutti i rapporti e le informazioni su tutti i preti e le suore abusatori in Perù. È l’unica persona nella gerarchia ecclesiastica che può aprire i registri e mostrare i risultati delle sue indagini. Ha davvero indagato come sostiene? Dovrebbe essere disposto ad aprire i suoi archivi e a mostrarli. Fino ad ora non ho visto un solo rapporto proveniente dalla Chiesa sul Perù. Quando ho visto che era diventato Papa ero nauseato”.

    “La nostra organizzazione supporta i sopravvissuti agli abusi sessuali infantili e collabora con i governi per emanare leggi migliori per proteggere i bambini – spiega Dougherty – Siamo a Roma per sollecitare la Chiesa cattolica e il nuovo Papa a promuovere una legge tolleranza zero contro i pedofili. La Chiesa è molto brava a nascondere le violenze sessuali, hanno leggi contro il furto ma non ne hanno una contro chi abusa dei bambini. Da quando è stato eletto Papa, Prevost ha parlato spesso di giustizia sociale, ma come puoi proclamare di essere a favore della giustizia sociale mentre dai rifugio ai pedofili? Questi sono atti criminali. Dare rifugio a un prete noto per aver aggredito sessualmente un minore è un crimine contro l’umanità. Le parole non proteggono i bambini dallo stupro, le leggi con pene severe invece lo fanno. Questa è giustizia sociale. Il capo della Chiesa cattolica ha in suo possesso tutte le segnalazioni di tutti i preti abusatori in tutto il mondo e ha la responsabilità esclusiva nei confronti di 1,4 miliardi di cattolici di denunciare ciò che hanno fatto. Non stiamo chiedendo molto, chiediamo che i bambini siano protetti”. (Fabrizio Rostelli/alanews)

    https://www.alanews.it/cronaca/papa-leone-xiv-laccusa-di-snap-ha-coperto-casi-di-abusi-su-minori-in-peru-e-a-chicago/

  • Emanuela Orlandi, il racconto di Sophie: «Orge con prelati, De Pedis e un dossier nascosto in una cassaforte in Vaticano»

    Emanuela Orlandi, il racconto di Sophie: «Orge con prelati, De Pedis e un dossier nascosto in una cassaforte in Vaticano»

    Nel labirinto di misteri che da oltre quarant’anni avvolge la scomparsa di Emanuela Orlandi, emerge una voce fuori dal coro. È quella di Sophie, una giovane donna francese che tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, come racconta Gianluigi Nuzzi su La Stampa, ha inviato una serie di email dense di rivelazioni scioccanti: accuse di abusi, incontri con alti prelati, il coinvolgimento di Enrico De Pedis, e perfino l’esistenza di un dossier segreto custodito all’interno del Vaticano.

    Le email che Sophie invia al giornalista si moltiplicano tra ottobre e novembre del 2021, arrivando a cadenza quasi oraria in certi giorni.

    Afferma di parlare con il supporto spirituale della Curia di Avignone e, in alcune comunicazioni, scrive come se fosse Emanuela stessa, ricostruendo i momenti precedenti alla sua scomparsa.

    Un incontro con De Pedis e monsignor Vergari

    In uno dei messaggi più dettagliati, Sophie racconta a Nuzzi di aver incontrato, quel 22 giugno 1983, una macchina con a bordo due uomini: monsignor Vergari, rettore della basilica di Sant’Apollinare (poi risultato estraneo ai fatti), e Enrico De Pedis, boss della banda della Magliana (deceduto incendurato ndr). Dice che De Pedis le avrebbe offerto un lavoro come venditrice per un evento, con la promessa di guadagni elevati.

    Secondo il suo racconto, avrebbe accettato di preparare una messa per Vergari quella stessa sera, e che De Pedis sarebbe passato a prenderla dopo la lezione di musica. Racconta di aver atteso l’auto fuori, di aver salutato un’amica prima di salire e di essere sparita da quel momento.

    Accuse choc e un dossier top secret

    Le affermazioni più gravi emergono nelle email successive. Sophie parla di molestie subite nei giardini vaticani da parte di un cardinale ancora in vita, e della partecipazione dello stesso a presunte orge avvenute in ambienti ecclesiastici. Aggiunge che il Vaticano custodirebbe un fascicolo segreto in una cassaforte, contenente intercettazioni, appunti e resoconti di incontri riservati nei giorni successivi al rapimento. «Emanuela è al centro di un tabù – scrive –. Le conseguenze per la Santa Sede, se venisse fuori la verità, sarebbero senza precedenti».

    Minacce e paura: «Temo di essere rapita»

    Man mano che le settimane passano, Sophie si mostra sempre più preoccupata. Racconta al giornaklista che dopo una visita a Milano avrebbe notato uomini sospetti aggirarsi attorno alla sua abitazione. «Temo che stiano aspettando un ordine. È un modo per mettermi pressione? Ho paura di essere rapita. Vi prego, aiutatemi». Tutte queste rivelazioni il giornalista le condivide con persone vicine a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela. Ma la risposta della famiglia è fredda: «molte informazioni risultano già note, altre sono state smentite in passato».

    La replica: «Non posso sapere se tutto è vero»

    Nonostante la freddezza ricevuta, Sophie non si arrende. Afferma di aver agito con umiltà, di aver solo trasmesso quanto ricevuto da fonti spirituali. «Mi dispiace se alcune cose non corrispondono alla realtà. Non ho un interesse personale. So solo che Emanuela Orlandi vuole che suo fratello sappia la verità. Forse ho sbagliato nel modo, ma ho fatto del mio meglio». Nel suo ultimo messaggio, invoca lo Spirito Santo come guida per chi legge le sue parole. E lascia una convinzione: la chiave del mistero sarebbe nel legame tra la scuola di musica e De Pedis.

    Una testimonianza fragile, tra fede e ombre

    Sophie afferma di non essere nata al tempo della sparizione di Emanuela e di agire solo per amore della verità e della Chiesa. Le sue email oscillano tra rivelazioni mistiche e affermazioni già smentite, tra timore e fervore religioso. Resta il fatto che la sua voce – vera, falsa, ispirata o confusa – si aggiunge alle tante che, negli anni, hanno cercato di sciogliere il mistero di Emanuela Orlandi. Un mistero ancora senza risposte ufficiali, ma che continua ad alimentare ombre e sospetti tra le mura più segrete del Vaticano.

    https://www.ilmessaggero.it/persone/emanuela_orlandi_sophie_orge_vaticano_de_pedis_cosa_ha_detto-8829370.html

  • Prete abusato scrive ai cardinali alla vigilia del conclave: “Mai più pedofili nella chiesa”

    Prete abusato scrive ai cardinali alla vigilia del conclave: “Mai più pedofili nella chiesa”

    Nel giorno in cui i cardinali si riuniscono nelle congregazioni generali per prepararsi al prossimo conclave, una voce contro abusi e violenze si leva dal cuore stesso della Chiesa: quella di padre Marco Contini, conosciuto anche come “padre Paolo”. Sacerdote da venticinque anni, parroco di tre comunità e docente in una facoltà teologica, Contini ha denunciato di essere stato vittima di abusi sessuali da adolescente in seminario.

    La lettera-appello ai porporati

    La sua è una lettera-appello diretta ai porporati, raccolta e diffusa dall’Agi, perché la piaga della pedofilia nella Chiesa non venga più ignorata, né minimizzata. “Non mi scandalizzano le parole di un pedofilo, ma mi devasta sapere che una confessione così esplicita sia passata tra le mani di almeno tre vescovi e di un giudice, senza che nessuno abbia cercato di dare una risposta seria e coerente con il Vangelo”, scrive Contini, riferendosi al sacerdote oggi sessantacinquenne che avrebbe abusato di lui e di altri seminaristi.

    La denuncia, forte e dolorosa, non è un atto di accusa contro la Chiesa in quanto tale, ma un grido “nella e per la Chiesa”. Contini lo chiarisce con forza: “Non sono un nemico della Chiesa, io la servo ogni giorno. E non lo faccio per vendetta né per denaro. Ho rinunciato a qualsiasi risarcimento. Ho perdonato davanti a Dio. Ma il perdono non può sostituire la giustizia”.

    I presunti abusi contro Contini sarebbero avvenuti alla fine degli anni ’80 quando lui era quattordicenne. L’episodio è stato denunciato però solo nel 2021, quando il prelato ha affermato di essere in possesso di prove contro il presunto aggressore e ha dato il via al processo ecclesiastico.

    Un sistema di silenzi e complicità

    Il racconto svela un sistema di silenzi e complicità. “Per anni, in molti dentro la Chiesa, hanno cercato di insabbiare i fatti, di difendere il pedofilo, facendo passare me per un disonesto o per un mitomane. Ho dovuto lottare per avere un equo processo, ma ancora oggi devo combattere contro la resistenza di ingiustificabili difensori del pedofilo”, denuncia Contini.

    Il parroco ricorda l’iter giudiziario. “I fatti sono certi, fino al punto che un arcivescovo emerito, monsignor Atzei, all’epoca dei fatti superiore provinciale dei religiosi presso cui ho frequentato il seminario minore, ha rilasciato una testimonianza in cui afferma di aver visto con i suoi occhi il pedofilo in azione, anche se poi non ebbe il coraggio e il rigore sufficiente per intervenire come avrebbe dovuto”.

    E l’intera vicenda giudiziaria sarebbe stata segnata da connivenze, intimidazioni, reticenze, mancate collaborazioni. Il processo ecclesiastico è ancora in corso, ma secondo Contini sarebbe ostacolato da conventi che negano l’accesso ai tribunali, da vescovi che rifiutano di testimoniare, da testimoni scoraggiati. Le misure cautelari imposte all’abusatore sarebbero state inoltre violate, mentre ogni tentativo di approfondire le responsabilità sarebbe stato respinto.

    L’appello del parroco al conclave

    “Insomma da una parte c’e’ una Chiesa sana che cerca di mettere in pratica una vera lotta contro la pedofilia, ma dall’altra c’e’ una chiesa (in questo caso mi sia concesso l’uso della lettera minuscola!) che è ancora ostile alla verità e che pensa di poter insabbiare ciò che ormai non si può più nascondere” aggiunge Contini.

    Eminenza, io sono solo un piccolo granellino che, per quanto minuscolo, ha cercato di bloccare gli ingranaggi di una macchina volta a nascondere e occultare la verita’. Ora pero’ tutto questo non basta piu’ e sono qui a implorare un Vostro aiuto concreto. La forza della Vostra parola e’ fondamentale nella lotta contro la piaga della pedofilia e aiuterebbe tutti a essere piu’ liberi e onesti nel difficile ma necessario percorso della Verita’!” conclude il prelato nel suo appello.

    https://www.today.it/attualita/marco-contini-prete-abusato-scrive-cardinale-conclave.html

  • La Rete l’abuso sulla pedofilia nella Chiesa: “Solo nel 2025 si sono già verificati dieci casi”

    La Rete l’abuso sulla pedofilia nella Chiesa: “Solo nel 2025 si sono già verificati dieci casi”

    ROMA – Le porte di San Pietro si sono chiuse e il mondo è rimasto con il fiato sospeso nell’attesa di una fumata bianca. All’indomani dell’inizio del conclave del post Francesco, sono tanti gli interrogativi di fedeli e non. Tra i tanti dossier lasciati aperti, c’è quello sulla pedofilia nella Chiesa cattolica su cui poco si è parlato durante il pre conclave. Dossier messo, per l’ennesima volta, sotto i riflettori in Italia dall’associazione Rete L’Abuso che, alla vigilia del processo elettivo più antico del mondo, ha tenuto una conferenza stampa a Roma per dare voce ai sopravvissuti agli abusi del clero e alle loro famiglie.

    “Sono la mamma di Eva Sacconago, che ci ha salutati per sempre nel 2011 a causa di quello che le ha fatto vivere l’ex suora Mariangela Faret. Confermata dalla Cassazione la condanna di tre anni e sei mesi per abusi sessuali. Stalking e violenze private andati prescritti”. “Sono il papà di Eva Sacconago. Papa Ratzinger ricevette lettere sull’orribile caso di mia figlia e, durante gli anni del processo, anche papa Francesco ebbe modo di seguire la vicenda su quotidiani e tv ma nessuno ci contattò”.

    “Mio figlio è stato molestato da Don Vincenzo Cala Impirotta, il quale, dopo la condanna in primo e in secondo grado e motivazioni confermate in Cassazione, si è salvato grazie alla prescrizione del reato. Il prete non è mai stato ridotto allo stato laicale, noi siamo stati additati come calunniatori. Il vescovo, nonostante dichiarazioni pubbliche di vicinanza alla vittima, ha permesso che si facesse una fiaccolata in favore dello stesso prete”.

    “Sono la mamma della vittima di don Mauro Galli. La diocesi ha deciso di difendere il prete mettendo in campo otto avvocati. Unica arma: screditare la vittima. Nel frattempo, nonostante la congregazione per la dottrina della fede avesse tutta la documentazione e le prove che Monsignor Delpini avesse insabbiato tutto, Papa Francesco ha nominato Delpini arcivescovo di Milano”.

    “Sono il papà della vittima di Livio Graziano. Nonostante all’epoca fosse ai domiciliari stalkerava mio figlio sui social. Quando mi sono rivolto al vescovo di Aversa, che ha avuto un colloquio con Zuppi, sono stato tacciato di essere un rompi coglioni”.

    Queste sono solo alcune delle testimonianze dei familiari delle vittime diffuse martedì scorso dall’associazione dei sopravvissuti italiani. Testimonianze che chiamano in causa la gestione del fenomeno da parte della Chiesa. “Le lamentele delle famiglie – ha spiegato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso – vanno a pesare tutte sul Papa, ma ricordiamo che il Papa può fare le leggi solo per lo stato Vaticano”. Puntualizzazione che si riferisce all’emanazione, da parte di Papa Francesco, del Motu Proprio del 2019 in materia di violenze sessuali su minori. Uno degli ultimi articoli del documento, infatti, osserva: “Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali. In Francia, le conferenze episcopali hanno percepito, con il peso delle leggi dello stato, queste linee guida in un certo modo. In Italia no. Abbiamo incontrato diverse volte il presidente della Cei Zuppi, il quale ha detto che lo Stato non impone l’obbligo della denuncia, quindi ‘perché denunciare i preti segnalati presso gli sportelli diocesani?’”

    Il mancato allineamento al Motu proprio sulla pedofilia

    Per capire il peso, da parte dello Stato italiano, del mancato allineamento al Motu proprio sulla pedofilia, è esemplare il caso di Don Ciro Panigara, sacerdote attualmente indagato a Brescia e già accusato di abusi 15 anni fa. Il religioso, era stato sospeso dalla Chiesa e, dopo presunte cure, è stato rimesso in parrocchia. Nello scorso dicembre, Don Ciro Panigara è stato indagato dalla procura perché ha abusato di altri minori.

    “Se ci fosse stato l’obbligo della denuncia – ha aggiunto Zanardi – questo prete avrebbe subito, oltre il processo canonico, anche un processo penale 15 anni fa. Non solo. Se la l’applicazione della carta di Lanzarote in Europa (che prevede anche il certificato di antipedofilia) fosse stata correttamente applicata in Italia senza sollevare tutto l’ambito del volontariato, Don Ciro Panigara sarebbe stato reintegrato come prete ma non a contatto con minori”.

    Pedofilia nella Chiesa, la gravità e l’estensione del fenomeno in Italia

    Per far comprendere la gravità e l’estensione del fenomeno in Italia, La Rete L’abuso ha presentato il nuovo database che raccoglie tutti i casi censiti dall’associazione. Nel sistema informatico è presente anche l’annuario dei casi italiani che mostra l’andamento degli abusi dal 2000 ad oggi. Solo nel 2025, sono stati registrati dieci casi, “tutti riportati da notizie di cronaca”. L’ultima commissione indipendente di inchiesta in Europa che si è occupata del fenomeno è stata quella francese, che ha contato 3000 preti pedofili che hanno prodotto 330 mila vittime. “In Italia – ha dichiarato Zanardi – non abbiamo mai avuto una commissione indipendente ma dal censimento abbiamo 1.031 sacerdoti pedofili, che sono la punta dell’iceberg, che hanno prodotto 4.262 vittime. Poi abbiamo anche le suore, i catechisti, l’indotto laico, gli scout. In totale, abbiamo censito 1.149 offender che hanno abusato di 4.471 persone. Il dato grave – ha continuato – è che su 31 mila preti italiani sono emersi 1031 offender: un’incidenza del 3,33% che viene fuori spontaneamente da un censimento fatto dall’associazione dei sopravvissuti. Una commissione di inchiesta non so che dato tirerebbe fuori. Il Governo dovrebbe impegnarsi a farla”.

    L’ordinamento italiano presenta degli importanti vuoti legislativi

    Secondo l’associazione dei sopravvissuti italiani l’ordinamento italiano presenta degli importanti vuoti legislativi che, attualmente, non permettono alla giustizia di affrontare il drammatico fenomeno con strumenti adeguati. “Esistono due binari di giustizia – ha spiegato Zanardi -: quello ecclesiastico e quello umano. In Italia, manca la giustizia dell’uomo, quella di un legittimo Stato”. La Rete l’Abuso, richiede, in particolare, due interventi: l’introduzione dell’obbligo di denuncia per terzi che sono a conoscenza di reati perpetuati nei confronti di minori e l’applicazione della carta di Lanzarote agli ambienti del volontariato. Questa applicazione, consentirebbe, l’estensione del certificato anti pedofilia anche ai soggetti che agiscono non solo all’interno della Chiesa ma anche nelle associazioni sportive.

    “Io credo che chi succederà a Francesco – ha sottolineato Eleanna Parasiliti, avvocato dell’associazione che attualmente difende Antonio Messina nel processo contro Don Rugolo – debba assumersi l’obbligo di introdurre misure concrete che consentano la segnalazione all’autorità giudiziaria da parte dei prelati che si rendono responsabili di reati così gravi. L’assenza dell’obbligo di denuncia nel nostro sistema da parte dei sacerdoti e dei vescovi costituisce un grosso buco normativo”.

    https://qds.it/rete-labuso-pedofilia-chiesa-2025-gia-verificati-dieci-casi/