Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • “Inutile voler linciare e ammazzare il mostro se non si fa qualcosa. Celibato? Non c’entra”

    “Inutile voler linciare e ammazzare il mostro se non si fa qualcosa. Celibato? Non c’entra”

    Don Feliciani parla della pedofilia nella Chiesa, “una volta si pensava che bastasse spostare un prete in un’altea parrocchia, ora si sa che è una patologia”

    CHIASSO – In questi giorni, con la visita in Irlanda del Papa e le accuse tra alti prelati di sapere e aver taciuto, nella Chiesa si parla molto di pedofilia. Un tema delicato che abbiamo voluto affrontare col mai banale arciprete di Chiasso, don Gianfranco Feliciani.

    Cosa pensa del tema? Se ne discute molto: troppo, giusto o lo si faceva troppo poco prima?
    “È un problema gravissimo che investe la società intera, prima di tutto le famiglie. Se troviamo pedofili in tutte le estrazioni sociali, dai maestri agli avvocati, dai ginnasti agli idraulici sino ai preti, vediamo questo tristissimo fenomeno soprattutto nei padri di famiglia e va detto. Chiaro che nel clero suscita un particolare ribrezzo proprio perché chi dovrebbe educare è chi invece tradisce in un modo orribile. Il rischio è quello di trovare il capro espiatorio, una volta erano le donne che erano streghe, poi gli ebrei che avevano i soldi di tutto il mondo, adesso possono essere i preti. Le cose vanno guardate a livello statistico e oggettivo. Va anche detto, per non colpire il passato per il solo gusto di farlo, che all’interno di scuola o Chiesa c’era la tendenza a giudicare il fenomeno come quando qualcuno si innamora di una donna e per scordarla deve solo essere allontanato. Un prete pedofilo veniva spostato in un’altra parrocchia, pensando che gli passasse, ricordo accadeva anche a livello scolastico. Ma non è un innamoramento folle, essere pedofili è una patologia e non si risolve così, si fa più danno, si porterà in un altro posto quel terribile disturbo della personalità. Man mano che la scienza medica ha indagato si è riusciti a comprendere che è una patologia, a volte si trovano persone ingenue a livello morale che hanno una tendenza alla pedofilia e non si rendono nemmeno conto di fare del male in modo gravissimo”.

    All’interno della Chiesa, possiamo collegare il fenomeno al fatto che si sceglie una vita di celibato e di rinuncia alle attività sessuali?
    “Direi decisamente di no, sono i medici e le statistiche a dirlo. Infatti abbiamo più pedofili, ripeto, fra i padri di famiglia che fra i celibi. Una persona celibe, non solo un prete, se ha voglia di fare sesso, va con una donna, dice la logica. Nel caso della pedofilia non siamo dentro la logica ma in una pedofilia. Il celibato non è assolutamente correlato al problema”.

    Il tema è attuale agli alti livelli della Chiesa. Si è preso coscienza del problema o vi è nascosta una lotta di potere interna?
    “Chi si macchia di pedofilia, sia nella Chiesa che nella scuola o nello sport, non viene solo rimosso e collocato in un altro posto, come anni fa. Dunque parlare di coperture e di omertà non è corretto, non bisogna giudicare il passato con le conoscenze che abbiamo acquisito oggi. Lo sforzo che stanno facendo il Papa, i Cardinali ed anche il mondo laico siano sinceri, non fatti solo per pulirsi un po’ la faccia”.

    La problematica tocca anche la Chiesa ticinese? È mai venuto a conoscenza di fatti o anche solo voci?
    “Non dico niente di nuovo, la stampa qualche anno fa segnalò alcuni campi di preti che hanno avuto un regolare processo e sono stati ridotti allo stato laicale. Se venissi a conoscenza di un caso cosa farei? Prima bisognerebbe informarsi bene, affinchè non siano solo voci calunniose. Se avessi la consapevolezza che c’è un caso del genera nelle fila del clero avviserei contemporaneamente il Vescovo e la Magistratura”.

    Cosa vuol dire ai genitori che hanno paura a mandare i propri figli in Chiesa, all’oratorio, a catechismo?
    “A tutta la società vorrei dire che dobbiamo partire dalla tolleranza zero, ed essa dovrebbe toccare non solo quelle conseguenze orribili che vediamo ma anche le causa. Quando vedo che la tv, per non parlare di Internet o dei social, con una disinvoltura spaventosa, propongono cose osé, scandalose, pornografia, ritengo che bisognerebbe avere tolleranza zero. La tv spesso mostra la sessualità in modo degradante e perverso e ci stupiamo che saltano fuori i mostri? Quando poi arrivano, si corre e ammazzarli e linciarli, troppo comodo. È un compito di tutti, Magistratura, Stato, scuola, cittadini, famiglie. Che i genitori scrivano alla televisione quando vedono certi programmi diseducativi. Siamo tutti bravi a linciare il mostro ma se l’aria è viziata e la società stessa lo alimenta, siamo tutti responsabili. Se il mondo va male è anche per colpa nostra, anche in modo indiretto, se va bene è merito di tutti. Non possiamo delegare tutto alla Chiesa o allo Stato”,

    https://www.ticinolibero.ch/attualita/cronaca/1317811/-inutile-voler-linciare-e-ammazzare-il-mostro-se-non-si-fa-qualcosa–celibato–non-c-entra-

  • IL PAPA DELLA TRASPARENZA SI RINCHIUDE NEL SILENZIO

    IL PAPA DELLA TRASPARENZA SI RINCHIUDE NEL SILENZIO

    Bergoglio, che ha sempre parlato con tutti generando anche più di un equivoco, ora annuncia che non risponderà “ai cani selvaggi che cercano scandalo”. Ma quei “cani” sono il suo gregge: dagli arcivescovi ai fedeli, chiedono la verità

    di Mario Giordano

    Papa Francesco sceglie il silenzio. Nessuna risposta. Nessuna esternazione. Nessuna intervista. Nessuna chiacchiera in libertà. Niente di niente. Solo silenzio. Ebbene sì: il Pontefice più ciarliero della storia, quello che fino all’altro giorno sembrava disposto a concedersi anche all’inviato di Corse e Cavalli e Topolino Mese, quello che dialoga un giorno sì e l’altro anche con Eugenio Scalfari, che conversa amabilmente con i giornalisti trasformando l’aereo papale in bar sport, quello che telefona a chiunque, dall’edicolante sotto casa a Rita Pavone, disperdendo senza paura pillole di teologia via cavo, ebbene, proprio lui, all’improvviso ha scoperto che è meglio tacere.

    Che è un po’, con tutto il rispetto, come se Enrico Cuccia, un bel giorno, avesse cominciato a concedere un’intervista al giorno, chiedendo pure un posto fisso al Maurizio Costanzo Show.

    Per carità: meglio tardi che mai, penserà qualcuno, cui magari non è mai andata a genio l’abitudine di Francesco di andare a braccio, anche su temi delicati, aprendo la porta a mille interpretazioni e costringendo i suoi portavoce a mille precisazioni. Però. C’è un però: quest’invocazione silenzio casca, guarda caso, nel pieno dello scandalo sollevato su queste colonne da monsignor Carlo Maria Viganò: per la prima volta nella storia un (ex) nunzio apostolico chiede le dimissioni del Papa accusandolo di aver coperto gli abusi sessuali di un arcivescovo. Parole pesanti. Meditate. Pronunciate a testa alta e a viso scoperto. Parole che possono essere credute o no, ma che inevitabilmente pretendono una risposta. È vero o non è vero quello che dice il prelato? Ed ecco che il Papa, che ha sempre risposto a tutti, ma proprio a tutti, compresi quelli che gli domandavano “Sei felice di essere una star?” o “È vero che da piccolo volevi fare il macellaio?”, di fronte a una questione così importante, una questione che riguarda milioni di fedeli, perde all’improvviso la voce.

    “Dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo e divisione”, ha spiegato, l’unica strada da percorrere “è quella del silenzio e della preghiera”. Papa Francesco ci arriva commentando il Vangelo del giorno, quello di San Luca, in cui si parla di Gesù che torna a Nazareth e va a predicare in sinagoga. Tutt’altro che silenzioso, per altro. Infatti Nostro Signore legge un passo di Isaia, poi lo spiega, poi lo commenta, usando parole forti, poi risponde alle obiezioni che gli vengono poste. Alla fine quelli s’infuriano e lo portano su un monte per buttarlo giù. “Ma egli”, conclude San Luca, “passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. Un versetto dopo, “sceso a Cafarnao”, Gesù ha già ripreso a insegnare. E dunque di nuovo a parlare. Dov’è, allora, tutto questo silenzio?

    Eppure, per il Papa, il messaggio fondamentale di questo passo del Vangelo è proprio questo. E cioè che Gesù “con il suo silenzio”, vince “il diavolo” che aveva seminato la menzogna nel cuore delle persone. Che poi “non erano persone, erano una muta di cani selvaggi che lo cacciarono fuori dalla città”. Difficile non vederci un riferimento alle vicende di questi giorni, con tanto di definizione non proprio soft per gli accusatori (“muta di cani selvaggi”). E difficile non vederci una manifestazione d’intenti del medesimo Francesco di fronte alle accuse: “Il silenzio di Gesù. Dire la sua e poi tacere. Perché la verità è silenziosa”. Questo evidentemente è quello che intende fare lui.

    Ora non ci metteremo certo a contestare il Papa e diamo per buono che la verità sia sempre silenziosa (ma allora ci può spiegare perché nel Vangelo a volte compaiono persino gli Angeli per annunciarla?), vorremmo solo, umilmente, far notare una piccola incongruità nel parallelismo: Gesù, come spiega lo stesso Francesco, prima dice la sua e poi tace. Ma prima dice la sua.

    Francesco, invece, la sua non l’ha ancora detta. Mai. Neanche per sbaglio. Alla prima domanda, sull’aereo che lo riportava a Roma dell’Irlanda, ha svicolato con un dribbling alla Messi: “Giudicate voi”. Poi ha lasciato trapelare la sua “amarezza”. E ora se ne esce con l’inno al silenzio stiracchiato sul Vangelo di San Luca ma alle domande continua a non rispondere. E non possiamo fare a meno di chiederci: perché?

    Fra l’altro, quelli che egli bolla carinamente come “cani selvaggi”, non sono propriamente animali. Anzi: sono pezzi importanti della sua chiesa. sono ex nunzi, arcivescovi, le colonne portanti dell’intera chiesa americana, insieme a tanti fedeli dal cuore semplice sparsi nei cinque continenti, compresi quelli che leggono La Verità. E che continuano a non capire come sia possibile che il Papa comunicatore, il Papa colloquiale, il Papa che entra nelle case attraverso Uno Mattina, il Papa che parla come un amico (“Se uno offende mia madre, gli do uno schiaffo”), il Papa che racconta barzellette su Sant’Antonio, che va dall’ottica e chiede di spendere poco, che non esita a discutere di teologia con i giornalisti laici, provocando in un amen l’abolizione dell’inferno, il Papa che dai gay a Emma Bonino affida la dottrina morale a chiacchierate in libertà, ebbene, questo Papa così espansivo e dialogante all’improvviso scopra il silenzio.

    Proprio quando deve dare le risposte che il mondo si aspetta?

    Dice bene il Papa che spesso “nelle famiglie incominciano le discussioni sulla politica, sullo sport, sui soldi e quelle famiglie finiscono distrutte”. Ma ci hanno sempre insegnato che il modo migliore per mettere fine alle liti sia quello di spiegarsi, chiarirsi, non quello di chiudersi dentro più o meno altezzosi silenzi. È come se un padre di famiglia che si è sempre mostrato aperto, socievole, pronto al dialogo, disponibile con tutto e con tutti, un giorno all’improvviso, venisse accusato da uno dei suoi figli: “Papà, è vero che l’altra sera sei tornato a casa ubriaco?”. E lui, anziché dare una risposta, gli dicesse: “Sei un cane selvaggio, io mi chiudo nel silenzio”.

    Che penserebbero i figli? Per lo meno che tutta quell’apertura di prima era solo una facciata. Una finta. Un inganno.

    (trascrizione da La Verità del 4 settembre 2018)

  • Una mano lava l’altra

    Una mano lava l’altra

    Tra i Paesi più sviluppati, l’Italia è l’unico in cui non c’è mai stata un’indagine governativa sulla pedofilia clericale. Eppure, a livello numerico è molto più diffusa che altrove. Un’inerzia che, oltre ai rischi per i bambini, è valsa una denuncia all’Onu per complicità con la Chiesa

    di Federico Tulli

    “Era lei a prendere l’iniziativa». Così don Paolo Glaentzer ha pensato bene di giustificare la presenza nella sua auto di una bambina di 11 anni. Lui con i pantaloni abbassati, lei con la magliettina alzata. E ancora: «È stata una mia stupidata, mi ha fatto lo sgambetto il demonio, uno sgambetto un po’ pesante, ho commesso un errore, questo lo ammetto, ci penserà il nostro Signore. Lui è in grado». Parole fatue e agghiaccianti che non hanno messo al riparo il parroco 70enne, colto in flagrante, dall’arresto con l’accusa di violenza sessuale. «Con» la stessa bambina, stando a quanto il prete ha dichiarato alla stampa locale, era già «capitato altre poche volte». Infine l’ultima “coltellata”: «È stato uno scambio d’affetto, è stato esagerato, a volte le cose vanno in una certa maniera». Avete letto bene. Con una bimba di 11 anni, per un sacerdote, a volte le cose vanno in questa maniera. Ed effettivamente e tragicamente, è vero. In quei giorni di fine luglio, rimbalzava dal Cile la notizia di un’inchiesta governativa con relativa messa in stato d’accusa di 158 tra vescovi, parroci, sacerdoti e laici dipendenti di associazioni religiose (vedi Antonini a pag. 31). «La stragrande maggioranza dei fatti riportati corrisponde a crimini “sessuali” commessi da sacerdoti, parroci o persone associate a istituti scolastici», scrive la Fiscalia generale cilena nel documento. Nel mirino dei giudici, con l’accusa di aver sistematicamente insabbiato le denunce ricevute e coperto i responsabili, sono finiti anche due ex capi della Conferenza episcopale cilena, mons. Errazuriz e mons. Ezzati, e l’ex arcivescovo di Osorio, mons. Barros. Non si tratta di ecclesiastici qualsiasi. Errazuriz fa parte del cosiddetto C9, il consiglio dei nove cardinali creato da Bergoglio che coadiuvano il papa nella riforma della Curia. Ezzati, che è l’arcivescovo della capitale del Cile, da Bergoglio è stato nominato cardinale nel 2014. Infine Barros, è stato nominato vescovo di Osorio sempre dall’attuale pontefice nonostante fosse ben nota la sua “vicinanza” per oltre 25 anni al “carismatico” e pedofilo seriale padre Fernando Karadima. Il 21 agosto scorso è iniziato il suo interrogatorio in procura, staremo a vedere. Spostandoci dal continente latinoamericano verso Nord segnaliamo brevemente, sempre in agosto, la chiusura di un’inchiesta monstre condotta per 18 mesi dallo Stato Usa della Pennsylvania in sei delle otto diocesi cattoliche (a pag. 31, l’approfondimento).

    Stando ai risultati dell’indagine, circa 300 preti hanno molestato e violentato migliaia di bambini dagli anni Quaranta a pochi mesi fa, e alti prelati, incluso l’attuale arcivescovo di Washington, Donald William Wuerl, hanno coperto gli stupri. L’inchiesta segue quella di un altro grand jury che ha rivelato abusi e insabbiamenti nelle altre due diocesi dello Stato. «I preti hanno violentato ragazzini e ragazzine e i loro superiori non solo non fecero niente, ma hanno nascosto tutto», ha detto il procuratore Shapiro precisando che l’indagine è ancora in corso. Quanto scritto fin qui è accaduto nell’ultimo mese. In Italia, dai primi anni Duemila a oggi, i casi come quello di don Paolo Glaentzer sono stati circa 140 (decine dei quali sono giunti a sentenza definitiva). Contando anche le denunce che non hanno avuto seguito per la prescrizione del reato si arriva velocemente a circa 300 segnalazioni in poco meno di 20 anni. In termini di freddissimi numeri, ciò che è successo in Cile e Pennsylvania segnala l’esistenza di un fenomeno criminale di proporzioni minori rispetto all’Italia.

    Eppure la stima non è frutto di un’indagine governativa ma del capillare lavoro d’inchiesta e monitoraggio degli organi di stampa di una Onlus, Rete L’Abuso, che si occupa di tutela dei diritti di circa 500 sopravvissuti italiani a violenze pedofile di matrice clericale (vedi box a pagina 30). Già perché a differenza di quanto accaduto oltre che negli Usa e in Cile, in Irlanda, Olanda, Belgio, Australia, Germania e Brasile, solo per citare alcuni Paesi (per approfondire, vi invitiamo a consultare l’archivio di Left), da noi a livello nazionale non c’è mai stata un’indagine governativa, né mai alcun esecutivo ha sentito la necessità di farla. Questo, sebbene proprio le esperienze degli altri Paesi dimostrino che almeno in termini di prevenzione – sia di “nuovi” crimini che di recidiva da parte dei pedofili seriali – inchieste di questo tipo sono decisamente efficaci e produttive. In poche parole, è provato che quando uno Stato fa sentire la sua presenza con tutti gli strumenti a sua disposizione, la Chiesa di quel Paese corre velocemente ai ripari. Offrendo collaborazione alle autorità laiche e vigilando con maggiore attenzione sui suoi sacerdoti. In Italia questo non accade. Basti ricordare che nelle Linee guida antipedofilia che la Conferenza episcopale si è data nel 2014 (al tempo guidata da mons. Bagnasco), i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare alla magistratura i casi di cui vengono a conoscenza. Attenendosi così rigidamente alla segretezza che prevede la “lettera” De delictis gravioribus emanata nel 2001 dall’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Ratzinger (vedi box a pag. 34).

    A fine giugno, Rete L’Abuso ha presentato un esposto all’Onu per segnalare l’inerzia del governo di Roma e la sua scarsa vigilanza sul modo in cui la Conferenza episcopale affronta e gestisce i casi di pedofilia di cui viene a conoscenza. L’associazione afferma che è stata ripetutamente violata la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Italia ha ratificato quasi 20 anni fa e che la obbliga a presentare ogni cinque anni un rapporto sulla prevenzione dei crimini contro i minori (non solo quelli compiuti da uomini di Chiesa) e sui risultati ottenuti. In sostanza, documenti alla mano, Rete L’Abuso ritiene di poter dimostrare che molto spesso le autorità competenti hanno chiuso un occhio non sui singoli casi di stupro e sui preti responsabili, ma sui loro superiori titolari di diocesi e di alte cariche all’interno della Chiesa di Roma che li avrebbero coperti. Insabbiando le denunce e/o trasferendoli in altre sedi. Contribuendo, di fatto, ad alimentare il fenomeno criminale della pedofilia. L’inchiesta del comitato Onu per i diritti dei minori si conclude il 19 gennaio 2019 e il governo italiano sarà chiamato a presentare le sue controdeduzioni. Spiegando perché pur essendoci gli strumenti e le leggi per intervenire (riducendo ad esempio i rischi di recidiva), pur di fronte a un pericolo incombente, considerando il carattere di serialità del crimine, le misure cautelari per un sacerdote oggetto di indagine sono spesso per non dire sempre quelle meno “intense”. Vale a dire, per esempio l’obbligo di firma, i domiciliari presso strutture della Chiesa o “affiliate” ad essa, e non il carcere.

    E l’Italia dovrà anche spiegare perché un magistrato prima di aprire un fascicolo contro un prete deve avvisare il vescovo titolare della diocesi di cui fa parte il prete. A questo in realtà possiamo rispondere anche noi. Questo notevole vantaggio che nessun altro cittadino italiano ha, è frutto del Concordato con il Vaticano rinnovato nel 1984 da Craxi. Il Concordato, che è inserito nella Costituzione all’articolo 7 alterando il caposaldo della laicità dello Stato, è stato più volte messo in discussione. Ma la risposta è sempre la stessa: è un Trattato internazionale quindi può essere modificato solo per volontà di entrambe le parti. Di recente hanno rivisto i loro accordi persino le due Coree, perché mai Italia e Vaticano non vogliono fare altrettanto? Una possibile risposta ci viene da un fatto avvenuto in questi giorni e che solo apparentemente è scollegato da quanto abbiamo scritto fin qui: perché in Italia Stato e Chiesa si sostengono a vicenda, specie nei momenti di difficoltà. Come è noto, per sbloccare la situazione della nave Diciotti, il ministro Salvini si è rivolto alla Cei. E la Conferenza episcopale non si è sottratta, almeno così ce l’hanno raccontata, prendendo in carico 100 dei 150 profughi “sequestrati” per dieci giorni sulla nave della Guardia costiera bloccata in porto dal ministro dell’Interno e da quello dei Trasporti, Toninelli. «Non era più sostenibile la situazione e per questo la Chiesa italiana ha deciso di aprire le porte, nel rispetto dei principi espressi più volte dal papa» ha spiegato il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis. Peccato che il Centro di accoglienza straordinaria Mondo Migliore di Rocca di Papa, presso cui sono stati trasferiti i 100 ragazzi eritrei, faccia parte della rete italiana di prima accoglienza per richiedenti asilo. Ma questo, Salvini e Maffeis non l’hanno detto. Ciò significa che i profughi eritrei in fuga dalla dittatura di Afewerki presenteranno al governo italiano la loro istanza di diritto d’asilo. Come del resto prevedono la legge e i trattati internazionali. E come ha fatto Salvini a convincere la Cei, fin qui immobile di fronte alle altre “crisi” provocate dal ministro (Aquarius, etc), a prestarsi a questa pantomima? È lecito ipotizzare che una risposta vada ricercata nell’esposto di Rete L’Abuso che chiama in causa la connivenza dello Stato con la Chiesa italiana in materia di pedofilia. E perché è lecito pensarlo? Perché questa denuncia, per conoscenza, è da due mesi sul tavolo del presidente del Consiglio, dei suoi due vice, del ministro della Giustizia e del ministro dell’Interno. Tu dai una mano a me, io do una mano a te.

    Da LEFT del 30agosto 2018

    Leggi la versione completa su LEFT https://left.it/prodotto/left-35-2018-31-agosto/

  • Il Papa dica tutto quel che sa

    Il Papa dica tutto quel che sa

    «Siamo mogli, madri, donne single, donne consacrate e sorelle religiose», si firmano le mittenti 

    Siamo la spina dorsale delle parrocchie cattoliche

    di Alessandra Nucci

    Se si muovono anche le donne, questa volta è difficile che Papa Francesco possa non rispondere. A chiedere una risposta, anzi l’invio di un visitatore apostolico incaricato di fare luce sugli abusi su minori da parte di membri del clero denunciati dal Grand Giurì della Pennsylvania era stato, a metà agosto, innanzitutto il presidente della Conferenza episcopale statunitense Mons. Daniel Di Nardo. A tutt’oggi non risulta esserci stata risposta alla richiesta dei vescovi americani, ma a non lasciar morire l’argomento ha provveduto nel frattempo l’ex nunzio apostolico in Usa, Mons. Carlo Maria Viganò, rivolgendo al Papa stesso l’accusa di aver saputo degli abusi del cardinal Theodore Mc Carrick e di non averlo sanzionato prima delle dimissioni dello stesso McCarrick a fine luglio.

    A questo punto cominciano a essere diversi i casi in cui il Pontefice si è rifiutato di fornire chiarimenti, di cui il più clamoroso certamente rimane quello in cui ignorò le domande, definite «dubia», di quattro cardinali (Burke, Caffarra, Brandmuller e Meisner) riguardo a dei punti dell’esortazione apostolica Amoris Laetitae. Inizialmente riservate, le domande furono rese pubbliche dai porporati dopo aver atteso molto tempo un riscontro da Papa Francesco.

    Forse è per questo che una cinquantina di donne di punta nel panorama cattolico, soprattutto americano, hanno preso l’iniziativa di rivolgere al Pontefice un appello accorato proprio in quanto donne, affinché non taccia.

    «Siamo mogli, madri, donne single, donne consacrate e sorelle religiose» si firmano le donne del documento pubblicato il 30 agosto. «Siamo le madri e sorelle dei vostri sacerdoti, seminaristi, futuri sacerdoti e religiosi. Siamo leader laiche della Chiesa e le madri della prossima generazione. Siamo professori nei vostri seminari e leader nelle cancellerie cattoliche e nelle istituzioni. Siamo teologhe, evangeliste, missionarie e fondatori dell’apostolato cattolico. Siamo il popolo che si sacrifica per finanziare il buon lavoro della Chiesa. Siamo la spina dorsale delle parrocchie cattoliche, scuole e delle diocesi. Noi siamo le mani, i piedi e il cuore della Chiesa. In breve, noi siamo la Chiesa, tanto quanto i cardinali e i vescovi».

    Cosa chiedono le 53 firmatarie iniziali, a cui si sono aggiunte nel giro di tre giorni altre decine di migliaia di firme, per un totale che al momento di scrivere si avvicina ai 29 mila? Facendo leva sull’invito di Bergoglio ad essere «una presenza femminile più incisiva nella Chiesa», le donne fanno quesiti che «non richiedono lunghe indagini né prove fisiche. Essi richiedono solo una Sua risposta diretta, Santo Padre. Quando l’hanno interrogata recentemente sulle accuse di monsignor Viganò, lei ha risposto: non dirò una sola parola su questo. Ha invitato i giornalisti a leggere attentamente l’informativa e farvi il vostro giudizio». Ma «per il suo gregge sofferente, papa Francesco, le sue parole sono inadeguate. Feriscono, ricordano il clericalismo che lei ha così recentemente condannato. Abbiamo bisogno di leadership, verità e trasparenza. Noi, il vostro gregge, meritiamo risposte in questo momento».

    In particolare il documento enuclea tre domande specifiche riguardo alle accuse di Monsignor Viganò, secondo cui nel giugno 2013 aveva detto direttamente al Pontefice che l’allora cardinale McCarrick aveva danneggiato generazioni di seminaristi e sacerdoti e che Papa Benedetto XVI gli aveva ordinato di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza, senza però ottenerne l’obbedienza. Le donne chiedono:

    1) È vero questo? Che cosa le disse l’arcivescovo Viganò nel giugno 2013 riguardo all’allora cardinale McCarrick?

    2) Quando ha saputo delle accuse di abuso sessuale o di comportamenti sessuali scorretti con adulti da parte dell’allora cardinale McCarrick?

    3) Quando ha saputo delle restrizioni di Papa Benedetto all’allora cardinale McCarrick? E lei ha sciolto l’allora cardinale McCarrick da una qualche restrizione impostagli da Papa Benedetto XVI?

    «Santo Padre», continua il documento, «per favore, non si giri dall’altra parte. Lei si è impegnato a cambiare i modi di fare clericali nella Chiesa. Che un cardinale predi i seminaristi è ripugnante. Abbiamo bisogno di sapere che possiamo fidarci che lei sia onesto con noi su ciò che è accaduto. Le vittime che hanno sofferto così tanto hanno bisogno di sapere che possono fidarsi di Lei. Le famiglie, che saranno la fonte di rinnovamento della Chiesa, hanno bisogno di sapere che possiamo fidarci di Lei, così da poterci fidare della Chiesa.

    Per favore non ci tenga a distanza su queste domande. Siamo figlie fedeli della Chiesa che hanno bisogno della verità in modo da poter aiutare a ricostruire. Non siamo cattolici di seconda classe che si possono ignorare mentre i vescovi e i cardinali gestiscono le questioni fra loro privatamente. Abbiamo il diritto di sapere. Abbiamo diritto ad avere le Sue risposte».

    https://www.italiaoggi.it/news/il-papa-dica-tutto-quel-che-sa-2295288

  • Abusi sessuali nella Chiesa, il parroco di Grandate: “Trovare il coraggio di denunciare”

    Abusi sessuali nella Chiesa, il parroco di Grandate: “Trovare il coraggio di denunciare”

    Secondo Don Pandolfi spostare preti da una parrocchia all’altra curandosi solo del buon nome della Chiesa ha permesso a centinaia di abusatori di continuare nei loro crimini

    Nuovo intervento del parroco di Grandate don Roberto Pandolfi sul tema degli abusi sessuali commessi da preti. Un tema che sta particolarmente a cuore al sacerdote, prete della parrocchia di San Giuliano quando esplose lo scandalo degli abusi commessi dal suo predecessore Marco Mangiacasale.
    Sulla questione è tornato più volte soprattutto dopo il caso degli abusi insabbiati in Vaticano denunciato dalla trasmissione Le Iene. 

    Gli ultimi interventi, in ordine di tempo, sono quelli apparsi sul sito della parrocchia di Grandate il 27 agosto e il 3 settembre 2018. Nella consueta riflessione del lunedì, don Pandolfi parte dalla lettera scritta da Papa Francesco a proposito dello scandalo scoppiato nella Chiesa della Pennsylvania per poi allargare le sue considerazioni.

    Parole forti, quelle del Papa. Non nuove. Già lo scorso anno aveva detto alla Commissione vaticana per i minori: “La pedofilia è antica malattia. La Chiesa è arrivata tardi. Tardi nell’avere coscienza della gravità problema, tardi nell’assumersi le proprie responsabilità. E’ la realtà: siamo arrivati in ritardo. Forse l’antica pratica di spostare la gente ha addormentato un po’ le coscienze”.

    Già, spostare preti da una parrocchia all’altra, confidando nella loro capacità di autocontrollo, accontentarsi di qualche percorso psicologico al termine del quale sentirsi dire che la persona è perfettamente guarita, avere come unica preoccupazione il “buon nome” della Chiesa, un malinteso senso della paternità, che sconfina nella dabbenaggine e nella difesa della casta, tutti ingredienti esplosivi che hanno permesso a centinaia di abusatori di continuare a perpetrare i loro crimini.

    Ma non basta. Perchè la denuncia era (è?) guardata con distacco e superficialità, quando non con ostilità. E non parliamo di quando la denuncia veniva fatta alla Magistratura dello Stato, anzichè all’istituzione ecclesiastica, dove tutto avrebbe rischiato di finire a tarallucci e vino, con qualche pacca sulla spalla e l’immancabile ringraziamento per il silenzio ossequioso e intriso di misericordia verso il povero prete che ha sbagliato e il povero vescovo profondamente ferito nella sua paternità sacerdotale.

    Parliamoci chiaro: denunciare esponeva (espone? Esporrà?) a tanti rischi. Bisognava (bisogna? Bisognerà?) mettere in conto l’ostracismo da parte della stessa comunità ecclesiale, le calunnie più tremende (persino quella di aver tradito il segreto confessionale) messe in giro per screditare i denuncianti, la disapprovazione di preti, laici e suore per aver suscitato scandalo (lo scandalo, ovviamente, non è, per i benpensanti, l’abuso sessuale, ma l’averlo portato alla luce), le accuse di incuria per i genitori e di immoralità per i minori coinvolti… Potrei continuare, ma forse è meglio guardare il positivo e pensare alle parole del Papa come ad uno stimolo per tutti ad essere coerenti con il Vangelo, anche quando non sembra essere così misericordioso come il “misericordismo”, oggi in voga, vorrebbe.

    Altrimenti dovremmo pensare che l’unico modo per convertire certi cuori induriti sia quello di colpire là dove quel cuore ha il suo tesoro, e cioè i soldi. Negli Stati Uniti già 17 diocesi hanno dichiarato fallimento dopo essersi sbancate per risarcire le vittime di abusi perpetrati da ecclesiastici.
    In Italia fino ad ora solo due diocesi sono state condannate a risarcire le vittime e hanno dovuto pagare. Sarebbe triste, ma anche questo potrebbe essere un incentivo alla vigilanza da parte di chi deve vigilare. E, in ogni caso, certe situazioni hanno goduto di fin troppe coperture, a tutti i livelli.

    E’ tempo di dare una svolta.
    E anche chi prova dentro di sè dolore e vergogna per essere stato abusato deve trovare il coraggio di aprirsi e denunciare, in tutte le sedi opportune, ciò che ha subito, certo di trovare, come vuole il Papa, ascolto, comprensione, solidarietà e, soprattutto, giustizia. Parlare e denunciare è l’unico modo per iniziare a guarire. E solo la guarigione può portare ad un perdono vero.

    Il vero bene della Chiesa è affrontare apertamente il peccato e sconfiggere l’opera di Satana, che predilige le tenebre, la menzogna e i silenzi omertosi e complici.

    Concludo con le parole di Hans Zollner, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università gregoriana, il quale, commentando la lettera del Papa in un’ intervista all’agenzia Sir, fa un paragone per niente lusinghiero tra la Chiesa statunitense e quella italiana: “Troppi sacerdoti – tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni- hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Dal momento che i vescovi americani hanno preso sul serio la lotta contro questo male, dal 2002, non ci sono quasi più accuse di nuovi casi. Mi preme dire che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato. Mi auguro che queste ultime settimane, con tante notizie sconvolgenti, abbiano aperto gli occhi e il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in ciò che è una chiamata urgente del Signore a tutto il Popolo di Dio”.
    C’è da riflettere.

    don Roberto

    https://www.quicomo.it/attualita/abusi-sessuali-chiesa-pandolfi-prete-grandate-como.html

     

  • Le vittime di pedofilia non se ne fanno nulla delle scuse, fossero anche quelle di un papa

    Le vittime di pedofilia non se ne fanno nulla delle scuse, fossero anche quelle di un papa

    Don Gennaro Matino Teologo e scrittore

    Le scuse non bastano. Patrik delle isole Aran ne è sicuro. Pescatore per quarant’anni, dura vita di mare, ha permesso ai quattro figli di trovare lavoro lontano dall’arido e fascinoso scoglio irlandese che conserva e custodisce ancora le tradizioni più antiche di gente che ha nel sangue il cristianesimo, da sempre cattolica e fedele al Papa.

    Ora guida i turisti con il suo minibus che si inerpica fin sopra il castello a raccogliere la spuma dell’onda che si infrange sulla meraviglia di colossi di pietra che innalzano guglie verso il cielo ora aperto, ora chiuso, ora a colori, ora in bianco e nero.

    Papa Francesco da poco ha incontrato le vittime dei predatori di bambini, preti che avrebbero dovuto loro consegnare la speranza e che invece l’hanno rubata, depredata, uccisa. Tanti qui, tanti in tante parti del mondo che certo non possono far dimenticare la gran parte degli uomini di chiesa che consumano la vita donando il vangelo, rischiando di proprio per la salvezza dei fratelli, ma questi criminali restano un onta, una vergogna, un dolore per tutti.

    E se si è giusti, ancora di più fa tremare il monito del Maestro: “Meglio sarebbe una macina al collo”. Non bastano le scuse, Patrik ne è convinto, lo dice con dolore, lo pensa davvero. “Belle parole, c’è bisogno di altro”.

    La chiesa sta vivendo una delle più tragiche crisi, un Papa eletto soprattutto per fare argine agli scandali che Ratzinger non riusciva ad arginare, a governare, la sua stanchezza originata dall’insopportabilità di un ambiente ostile e impraticabile, hanno consegnato a Francesco una storia da scrivere e riscrivere che cerca consensi che trova e poi perde, che lancia sfide di linguaggio che partano e poi si bloccano, che descrivono un nuovo agire ecclesiale che si infrange sul vecchio, che annunciano cambiamenti che non vengono poi regolati, legiferati, che convocano senza strutturare, che immaginano senza definire.

    E tra la corruzione che andava combattuta, la prima è la pedofilia, che da per tutto, in ogni ambiente miete vittime e non solo nella chiesa fa disastro di umanità, ma che qui resta insopportabile, inaccettabile, senza scuse. Ha ragione Patrik, le scuse non bastano, le prese di posizioni, le parole forti, le distanze non bastano a dare soddisfazione alle vittime di crimini così schifosi che non sanno che farsene delle scuse, fossero anche di un papa.

    C’è bisogno di altro: di riparazione anche se il delitto è così abominevole che resta irreparabile. Un segnale diverso, coraggioso, giusto, doveroso che si coniughi con parole come giustizia, punizione, ammenda, pena da scontare e soprattutto risarcimento delle vittime, fosse anche con l’impoverimento economico di tutta la chiesa che solo allora resterebbe davvero e autenticamente povera come dice e vorrebbe Francesco.

    Risarcimento delle vittime, da Francesco questo non lo ho ancora sentito, dai vescovi neppure: chi sbaglia paghi di suo, con il suo patrimonio, o altrimenti, “supplet ecclesia”. Chiedere ai tribunali ecclesiastici di fare il loro lavoro è nel diritto della chiesa, chiedere che i religiosi come e comunque cittadini non si sottraggano ai tribunali civili è dovere di ogni buon cristiano, ancor di più di un prete.

    È indubbio che in tempi oscuri si possano montare casi, dossier per colpire e affondare nemici e oppositori, anche l’accusa di pedofilia potrebbe essere una delle strategie diaboliche per colpire la chiesa e in essa tanti innocenti e per questo va vigilato, combattuto contro ogni menzogna o calunnia.

    Ma se la colpa è accertata, se il delitto è stato commesso nessuna scusa, nessun cedimento, nessuna complicità. Il perdono cristiano, anche quello arriva solo dopo la conversione, il pentimento, la soddisfazione della pena e il risarcimento. La chiesa vive un’ora buia, ma io credo e continuerò a farlo, che l’ora più buia della notte è sempre quella più vicina alla luce del giorno.

  • Legnano, le vittime di don Ruggero Conti scrivono al Papa

    Legnano, le vittime di don Ruggero Conti scrivono al Papa

    Il sacerdote non le ha ancora risarcite dopo la condanna per abusi sessuali su minori

    Don Ruggero Conti, condannato per abusi, non ha ancora risarcito.

    Le vittime di don Ruggero Conti si rivolgono al Pontefice

    Don Ruggero Conti è stato condannato per abusi sessuali su minori. Le vittime attendono ancora oggi un risarcimento. Come riportato nel servizio su Settegiorni Legnano Altomilanese in edicola con intervista al presidente,  l’associazione «La caramella buona onlus» (che di vittime ne ha difese due ed è stata parte civile), si rivolgerà a Papa Francesco dove chiederà al Santo Padre di occuparsi anche di questo caso.
    Don Ruggero, oggi sospeso a divinis, è nato e cresciuto a Legnano dove era stato animatore all’oratorio di S.Magno e insegnante di educazione sessuale alle scuola Bonvesin de La Riva. E’ stato stato condannato nel 2015 in via definitiva per abusi su minori quando era sacerdote nella parrocchia Santa Selva di Roma. Prescritti i casi sulle vittime legnanesi.

    https://settegiorni.it/cronaca/legnano-vittime-don-ruggero-conti-papa/

  • Prete pedofilo condannato per abusi su 17 minori: è tornato a dire messa

    Prete pedofilo condannato per abusi su 17 minori: è tornato a dire messa

    Don Felix Cini aveva avuto 2 anni e mezzo per le violenze commesse quando era a Grosseto. Rientrato nella nativa Malta è stato riammesso all’attività sacerdotale

    Ma allora è un vizio e il segno che la Chiesa, o almeno una parte della Chiesa, non sa prendere le distanze contro la pedofilia: Don Felix Cini era stato condannato a due anni e mezzo per abusi e molestie su 17 minori di Grosseto. Ora il prete torna alla ribalta perché dopo essere rientrato a Malta (suo paese natale), sarebbe tornato a celebrare la messa. E’ quanto riportato dal quotidiano online Corriere di Malta secondo il quale l’uomo avrebbe guidato anche un gruppo di bambini verso il sacramento della Comunione.
    Il prete era stato ritenuto colpevole di abusi e molestie su minori e di possesso di materiale pedopornografico. Condanna sospesa, fu mandato in una comunità di recupero e a Grosseto non ha più celebrato la messa pubblicamente. Fu lui stesso a chiedere poi al vescovo di tornare a Malta per assistere la madre malata.
    Secondo il quotidiano maltese ora don Cini celebrerebbe la messa a Cospicua e il parroco della città sarebbe a conoscenza della sua attività. La curia maltese ha  riferito al sito di notizie che è stato l’Arcivescovo a concedergli di celebrare il rito religioso, ma solo in circostanze eccezionali come i funerali di parenti e persone a lui vicine. Le cose non sembrano andare così: secondo quando riferito da alcuni membri della congregazioni di Cospicua la comunità vedrebbe il prete come un sacerdote a tempo pieno. Cini celebrerebbe di consueto la messa, avrebbe partecipato a una processione per la celebrazione della Pentecoste e avrebbe addirittura guidato un gruppo di bambini per la loro comunione.
    https://www.globalist.it/world/2018/09/02/prete-pedofilo-condannato-per-abusi-su-17-minori-e-tornato-a-dire-messa-2030140.html
  • Caserta, abusi su bimba di 8 anni in oratorio: arrestato un pensionato

    Caserta, abusi su bimba di 8 anni in oratorio: arrestato un pensionato

    Avrebbe abusato di una bambina di otto anni, mentre la piccola giocava a biliardino nell’oratorio di una parrocchia. Con questa accusa un pensionato di 67 anni è stato arrestato dai carabinieri e posto ai domiciliari, a Recale, in provincia di Caserta, su ordine del Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. La violenza, un singolo episodio, sarebbe avvenuto il giorno di ferragosto nei locali della parrocchia di Santa Maria Assunta e sarebbe stata ripresa dalle telecamere.

    La telecamera

    E’ stata la madre della piccola, dopo aver saputo da quest’ultima quanto accaduto, a mettere in moto le indagini, che sono state molto celeri. Sono stati immediatamente ascoltati i testimoni presenti al momento della violenza, che hanno confermato quanto raccontato dalla bambina, ovvero che il pensionato le si è avvicinato mentre era intenta a giocare a biliardino con un’amichetta ed ha cominciato l’aggressione sessuale, nonostante lei cercasse di sfuggirgli. Ma l’elemento che ha inchiodato il pedofilo, permettendo agli inquirenti di chiudere il cerchio delle indagini in pochi giorni e ottenere l’emissione dell’ordinanza cautelare, sono state le immagini delle telecamere di video-sorveglianza interne della struttura, che hanno ripreso per intero il fatto, mostrando «senza veli» l’approccio violento del 67enne e i tentativi della piccola di divincolarsi dalla presa.

    https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/18_agosto_27/caserta-abusi-bimba-8-anni-oratorio-arrestato-pensionato-30fb53dc-aa05-11e8-aade-03f35a00d200_amp.html

  • Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    «Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».
    Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
    Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
    «Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
    E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
    La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
    «Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
    Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
    In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
    In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
    Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
    Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
    È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
    È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
    Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
    Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
    Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
    Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
    Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
    Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.
    L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
    Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
    Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
    È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
    Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
    Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
    Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
    A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».
    Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
    «Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».
    «Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
    All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
    Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
    Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
    La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».
    Aldo Maria Valli
    Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”