Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Tutti a scuola di don Milani. Ma se questi sono i suoi allievi…

    Natale amaro per il Forteto, la comunità agricola toscana alla quale il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani “difficili” da restituire a una vita serena. Rodolfo Fiesoli, 76 anni, fondatore e “profeta” di questa comunità, è stato arrestato la mattina del 23 dicembre, poche ore dopo che la corte di cassazione aveva confermato in via definitiva la sua condanna a 14 anni di carcere.

    L’agghiacciante cronistoria del Forteto è stata anticipata da Settimo Cielo fin dal 2013, quando ancora la fama della comunità era alle stelle presso l’intellighenzia progressista, cattolica e laica, che dava credito alle asserzioni di Fiesoli di voler riprodurre “meglio e più in grande” l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani (1923-1967), il sacerdote fiorentino sulla cui tomba, a Barbiana, si è recato in visita lo stesso papa Francesco (vedi foto):

    > Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto

    Fiesoli era membro della Fondazione Don Lorenzo Milani, e il nesso tra le due realtà era stato confermato ed esaltato anche dai sociologi Giuseppe Fornari e Nicola Casanova, nel saggio “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto”, stampato nel 2008 dalla prestigiosa editrice “Il Mulino”, oltre che dalla costante prossimità a Fiesoli del presidente del tribunale minorile di Firenze, Gian Paolo  Meucci (1919-1986), grande amico di don Milani e figura di spicco del cattolicesimo progressista fiorentino.

    Ma quello che davvero accadeva dentro il Forteto era da brividi. E le più di mille pagine della sentenza del 17 giugno 2015, ora confermata dalla cassazione, lo documentano in modo dettagliato, nelle deposizioni degli imputati, dei testimoni, delle vittime.

    Nel Forteto vigeva un regime di forzata separazione tra maschi e femmine, anche se fidanzati o sposati, di divieto dei rapporti eterosessuali, di pratiche omosessuali incentivate e spesso imposte, di rottura con le famiglie d’origine, di pubblici processi e di punizioni umilianti dei disobbedienti, di culto della personalità del fondatore, di abusi sessuali sistematicamente compiuti da Fiesoli sui suoi sottoposti.

    Ma l’attrattiva del Forteto si estendeva ben al di là dei confini dell’azienda agricola e della Toscana. Tra i testimoni ascoltati dai giudici c’è un sacerdote dell’arcidiocesi di Bologna, don Stefano Benuzzi, la cui deposizione occupa sei pagine della sentenza e documenta in modo impressionante la deriva ideologica dalla quale anche lui si era fatto afferrare.

    Don Benuzzi, 47 anni, laureato in ingegneria, all’epoca del processo insegnava religione in un liceo di Bologna e celebrava messa in una parrocchia di periferia. Aveva incontrato Fiesoli a una marcia in memoria di don Milani, a Barbiana, nel 2001, e continuò a frequentarlo fino al 2008, sempre più “affascinato”. Creò anche lui attorno a sé una piccola comune di giovani, per imitare e incrementare gli ospiti del Forteto. E nel frattempo ebbe una relazione sentimentale con una donna, relazione di cui Fiesoli e i suoi erano a conoscenza, irridendola pubblicamente.

    Interrogato dai giudici, don Benuzzi non chiarì perché a un certo punto cessò di frequentare Fiesoli. Nel raccontare l’ultimo incontro che ebbe con il fondatore della comunità disse:

    “Stetti in camera sua per un po’ e ci furono delle effusioni. Rodolfo mi ha abbracciato e baciato. Sulle mani, sì, e poi anche in bocca, ma non c’era niente di violento né di voluttuoso da parte sua. Quel bacio era di una purezza incredibile, da parte di una persona che voleva dedicarsi a rapporti con gli altri sinceri, trasparenti”.

    Nel Forteto “viene seguito il modello greco”, disse ancora don Benuzzi ai giudici. Lì vigeva “un’amicizia profonda, coinvolgente”, perché “nel rapporto uomo con uomo, donna con donna, si possono raggiungere picchi di intesa e di coinvolgimento superiori a quelli propri della relazione eterosessuale”.

    Dei poteri assoluti esercitati da Fiesoli sulla comunità, don Benuzzi disse:

    “Quando c’è qualcuno che mette in discussione le sue scelte, lo taglia fuori. Rodolfo non ha alcun interlocutore sopra di lui. Dopo di lui c’è Dio”.

    Da Fiesoli ammise di sentirsi ancora “affascinato”, nonostante – scrivono i giudici riferendosi al capo del Forteto – “il suo linguaggio scurrile, le bestemmie contro la Madonna, la sessualizzazione di ogni situazione”.

    E scrivono ancora i giudici al termine dell’interrogatorio del sacerdote:

    “È una deposizione sulla quale ogni commento appare superfluo. Pur connotata nelle parti maggiormente ‘sensibili’ da una evidente reticenza, ha tuttavia confermato cosa realmente fosse il Forteto e come Rodolfo Fiesoli riuscisse a fare presa su soggetti con profili psicologici particolari, con difficoltà interiori, conflitti e paure, privi di una solida capacità di critica e discernimento”.

    Oggi don Benuzzi è parroco a Badi, nell’alta valle del Reno, sull’Appennino bolognese.

    Sono passati i tempi gloriosi in cui il suo nome compariva, in qualità di “docente del Liceo scientifico Copernico di Bologna”, come relatore in un dotto convegno all’Università di Firenze dal titolo: “Crisi dell’educazione o educazione della crisi?”.

    Era il 2005 e a promuovere e coordinare quel convegno era Luigi Goffredi, numero due e ideologo del Forteto, oggi scampato al carcere per prescrizione dei fatti a lui addebitati. Tra i relatori c’era anche Massimo Toschi, assessore alla cooperazione internazionale e alla pace della regione Toscana, anche lui tifoso del Forteto e membro della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna diretta da Alberto Melloni.

    Non solo. Il relatore principe del convegno era nientemeno che René Girard (1923-2015), venuto dalla Stanford University, l’antropologo di fama mondiale che Fiesoli e Goffredi acclamavano assieme a don Milani come sommo maestro del loro metodo educativo. “Travisando completamente il suo insegnamento”, scrivono i giudici nella sentenza, dopo aver riportato le dichiarazioni di don Benuzzi, anche lui entusiasta di Girard, che aveva “incontrato a Parigi in occasione di una visita fatta assieme ad alcuni membri del Forteto”, gli immancabili Fiesoli e Goffredi.

    “All’evidenza – scrivono ancora i giudici – Benuzzi aveva trovato nel Forteto e nella sua guida, Fiesoli, la figura forte di cui aveva bisogno per essere sorretto e incoraggiato a fronte di problemi interiori, di conflitti, insicurezze, paure, e di una consistente confusione che lo affliggevano, attesa anche la scelta di vita sacerdotale attuata, in quegli anni, in forma alquanto ‘originale’”.

    ———-

    Lo scorso aprile, poco prima della visita di papa Francesco a Barbiana, ha fatto rumore un passaggio di una lettera scritta da don Lorenzo Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini, raccolta nell’opera omnia del sacerdote, pubblicata da Mondadori a cura di Alberto Melloni:

    “Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel fare scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani più che la Chiesa e il papa? E so che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”.

    E poco più avanti:

    “E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’inferno?”.

    Don Milani subì anche in vita l’accusa di pratiche omosessuali. Ma a rimetterla in circolo è stata la dedica proprio a lui, don Milani, dell’ultimo romanzo di un affermato scrittore italiano, Walter Siti, con protagonista un prete pedofilo, e le successive giustificazioni date da Siti a questa dedica.

    Da parte dei seguaci di don Milani sono venute repliche sdegnate.

    Ma riguardo a un’eventuale beatificazione del sacerdote, l’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, da cui dipende l’avvio del processo canonico, l’ha esclusa con decisione: “Assolutamente no, almeno fino a quando ci sarò io. Io non credo alla santità di don Lorenzo”.

  • La Polonia pubblica nomi e cognomi dei pedofili

    La Polonia pubblica nomi e cognomi dei pedofili

    La Polonia mette all’indice i pedofili. Con l’inizio dell’anno 2018, il ministero della giustizia di Varsavia ha realizzato una delle promesse fatte da tempo rendendo pubblico, sul proprio sito, il registro dei condannati per reati di pedofilia ai danni di minori di 15 anni. Ne parlano diversi media locali e internazionali.

    Per poter consultare l’elenco non è necessario registrarsi, almeno nella parte pubblica che contiene i dati di 768 persone, con il loro nome e cognome, foto, data e luogo di nascita e la località di residenza. “Il diritto di difendere i nostri bambini è più importante per noi che quello di tutelare l’anonimato”, ha spiegato il ministro della Giustizia Zbignew Ziobro che ricopre anche la carica di procuratore generale del paese.

    Secondo Ziobro, i pedofili “devono restare sempre sotto il controllo”, anche dopo aver scontato la pena, “in modo che tutti sappiano di averli come vicini” di casa. Non bisognava aspettare molto perché scattasse la gogna: fra ieri e oggi diverse testate locali hanno copiato e pubblicato sulle proprie pagine le foto dei pedofili provenienti dalla loro regione.

    “C’è il rischio di stigmatizzare non solo i colpevoli, ma anche le loro intere famiglie”, avvertono gli esperti dell’emittente Tok Fm, secondo i quali una tale pubblicazione può contribuire non tanto alla maggiore tutela di bambini quanto all’aumento di tensione sociale, sopratutto nelle piccole località. Per Adam Bodnar l’ombudsman polacco, l’iniziativa è sbagliata perché toglie il senso alle terapie contro abusi sessuali e rende impossibile la reintegrazione sociale degli ex detenuti.

    E’ curioso che l’elenco pubblico dei pedofili non contenga nessun nome dei preti pedofili scoperti negli ultimi anni in Polonia. Lo rende noto Marek Lisinski della Fondazione Nie lekajcie sie (Non abbiate paura) che dispone di dossier di 50 casi dei sacerdoti già legalmente condannati per questo reato. “Forse sono in quell’altro elenco, non pubblico”, precisa Lisinski.

    Accanto al registro pubblico, il ministero ha reso nota l’esistenza anche di un altro, con accesso limitato, che contiene i nomi di 2.614 condannati che hanno commesso reati sessuali contro giovani fra i 15 e i 18 anni. Si tratta di una lista che può essere consultata solo delle forze d’ordine, dagli investigatori ma anche degli imprenditori (prima di offrire il lavoro ai ex detenuti). Secondo il portale Wirtualna Polska, tutti gli elenchi contengono inoltre molte imprecisioni che potrebbero ulteriormente complicare le pratiche di rientro alla vita da parte degli ex detenuti. (Ansa)

  • Trapani, abusi su minorenni per cacciare il diavolo: condannato un ex pastore evangelico

    Trapani, abusi su minorenni per cacciare il diavolo: condannato un ex pastore evangelico

    L’uomo, in passato ministro della chiesa pentecostale di Marsala, dovrà scontare 4 anni e 2 mesi. Va ai domiciliari

    Salvatore Lipari, 67 anni, di Trapani, ex pastore della Chiesa evangelica pentecostale di Marsala, è stato condannato a 4 anni e 2 mesi di reclusione dal Gup di Marsala Francesco Parrinello per abusi sessuali nei confronti di alcune ragazze minorenni che frequentavano il luogo di culto. Processato con rito abbreviato, è agli arresti domiciliari.

    Alla base del procedimento sono le denunce di alcuni genitori con le quali le minori si erano confidate. “Siete possedute da spiriti maligni – diceva alle giovani – ma con le mie mani io vi libererò. Avete il diavolo tra le gambe”. E con questa scusa, ne avrebbe abusato sessualmente per anni delle sue vittime: dal 2009 al 2015. Per “liberarle” le avrebbe palpeggiate facendo credere loro che quelle “pratiche” fossero “necessarie” per scacciare il “maligno”. Abusando, tra l’altro, secondo gli investigatori,

    “del suo ruolo di guida religiosa nell’ambito della comunità evangelica”, il cui tempio è a Marsala. A conferma delle ipotesi d’accusa ci sono anche alcune intercettazioni telefoniche. Il gup Parrinello ha condannato Lipari anche al risarcimento dei danni: 30 mila euro per i familiari costituitisi parti civili e 7500 per le vittime. Per l’imputato il pm Niccolò Volpe aveva chiesto 8 anni di carcere, ma il giudice ha escluso alcune aggravanti.

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/12/21/news/trapani_abusi_per_cacciare_il_diavolo_condannato_un_ex_pastore_evangelico-184811437/

  • Preti pedofili: lo Stato italiano non può perseguire i reati (e la Chiesa non vuole muoversi)

    Preti pedofili: lo Stato italiano non può perseguire i reati (e la Chiesa non vuole muoversi)

    Dal 2000 ad oggi sono stati 136 i preti pedofili condannati o reo confessi. Dopo le accuse dell’Onu e diversi tentativi, arriva in Parlamento la prima interrogazione che affronta in maniera sistematica l’annosa questione dei sacerdoti pedofili.

    Centotrentasei. Tanti sono i sacerdoti condannati o reo confessi per violenze e molestie a danno dei minori. E parliamo soltanto dei casi dal 2000 ad oggi, cui si aggiungono un altro centinaio di prelati indagati o imputati per le stesse ragioni. Sono numeri, questi, forniti da Rete l’Abuso, l’associazione che raduna i sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti. «E il dato è evidentemente parziale», ci dice il presidente Francesco Zanardi, anche lui vittima, quando era ragazzo, di violenza sessuale. Un buco nero entro cui sono finiti in tanti. E il caso raccontato in questi giorni da Le Iene di abusi addirittura all’interno delle mura vaticane, non è che l’ultimo esempio di una lunga serie, resa possibile anche dai pesanti silenzi dello Stato italiano. Un silenzio, però, rotto ora da un atto che lo stesso Zanardi definisce «epocale». È stata, infatti, presentata la prima interrogazione parlamentare che affronta in maniera sistematica l’annosa questione dei sacerdoti pedofili, chiedendo un intervento fattivo al governo italiano.

    Già, perché lo Stato avrebbe potuto e potrebbe fare molto di più. Basti questo: a differenza della gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, non c’è in Italia una commissione parlamentare ad hoc. Certo, ci sarebbe l’Osservatorio «per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile», che fa capo direttamente al dipartimento per le Pari opportunità; peccato che non intervenga quando di mezzo c’è l’abito talare. E, ancora, c’è il certificato anti-pedofilia introdotto in Italia già nel 2014, ma alcune categorie sono esentate dal presentarlo. Tra queste, proprio i sacerdoti.

    Ed è per questo che l’atto parlamentare, depositato da Matteo Mantero (M5s), rappresenta un importante passo in avanti. Anche perché, nel corso di questa legislatura, tentativi in tal senso erano stati già fatti. Tutti naufragati. “Nel 2013 – racconta a Linkiesta Zanardi – abbiamo lavorato a un’interrogazione con Alberto Airola (anche lui M5s, ndr). Ma dopo diverse rassicurazioni, l’atto non è più stato depositato”. L’associazione, però, non si è persa d’animo. E ci ha riprovato, nel 2015, con la senatrice Pd Donatella Albano: «Con lei siamo riusciti a depositarla, ma dopo poco tempo ci ha ricontattato dicendo che il suo gruppo in Senato gliel’aveva fatta ritirare». La ragione? «Non ce l’hanno spiegata».

    È stata, infatti, presentata la prima interrogazione parlamentare che affronta in maniera sistematica l’annosa questione dei sacerdoti pedofili, chiedendo un intervento fattivo al governo italiano
    Vedremo ora se, prima della fine della legislatura, i diretti interessati (l’atto è indirizzato al presidente del Consiglio e ai ministri di Giustizia, Esteri e Interno) forniranno risposte. Risposte che, peraltro, si attendono da anni. Come ricorda la stessa interrogazione, infatti, nel 2014 gli abusi sui minori dei sacerdoti cattolici sono finiti anche sotto la lente del Comitato Onu contro la tortura, che ha chiesto espressamente che il Vaticano avviasse una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi. I passi dei rilievi Onu lasciano senza parole: «Il Comitato – si legge nel dossier delle Nazioni Unite – è gravemente preoccupato per il fatto che la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi». Accuse pesanti, dunque, derivanti dal fatto, continua l’Onu, che «i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari». E ciò a causa del «codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica». Questo il motivo per cui l’Onu, già dal 2014, ha sollecitato anche la revisione dei Patti Lateranensi, specificatamente nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica (vescovi e cardinali in primis) dall’obbligo di denuncia. Un particolare non da poco, oggi garanzia di impunità per tanti sacerdoti, come testimoniano più e più fatti di cronaca. Eppure ad oggi la Santa Sede fa spallucce: nonostante Bergoglio abbia istituito una commissione interna per monitorare il fenomeno, poco è stato fatto. Non è un caso che gli unici due membri laici dell’organo se ne siano andati lamentando la poca operatività della commissione stessa. Come se non bastasse, il Vaticano avrebbe dovuto fornire risposte ai rilievi Onu proprio entro il primo settembre 2017. Ma, dopo quasi tre anni, nessuna risposta è arrivata.

    «Ora tocca al governo muovere passi determinanti», dicono dai Cinque stelle. Anche perché, continua Zanardi, «ora lo Stato non può più dire di non sapere: c’è un documento. Ed è per questo che da gennaio chiederemo in tutti i processi la responsabilità civile non solo del Vaticano come già facciamo oggi, ma anche dello Stato». Sarà senz’altro più difficile d’ora in poi restare – è il caso di dirlo – in religioso silenzio.

    http://www.linkiesta.it/it/article/2017/12/21/preti-pedofili-lo-stato-italiano-non-puo-perseguire-i-reati-e-la-chies/36461/

  • Bernard Law morto, tutte le questioni irrisolte che si porta nella tomba. E la lezione che la Chiesa non ha imparato

    Bernard Law morto, tutte le questioni irrisolte che si porta nella tomba. E la lezione che la Chiesa non ha imparato

    Con la scomparsa del cardinale del caso Spotlight rimarranno senza risposte le domande più spinose di una vicenda di pedofilia da cui il Vaticano non ha tratto l’insegnamento sperato nonostante gli sforzi di Ratzinger e Papa Francesco

    di 20 dicembre 2017

    Con la morte del cardinale Bernard Francis Law non si chiude purtroppo la tremenda piaga della pedofilia nella Chiesa cattolica. La scomparsa del porporato, che fu letteralmente travolto dallo scandalo degli abusi sessuali sui minori commessi da centinaia di preti della sua arcidiocesi di Boston, coincide, infatti, con quanto sta avvenendo in Australia dove alla sbarra per questi stessi reati c’è anche il cardinale George Pell. Nel caso di Law, che guidò la Chiesa di Boston dal 1984 al 2002, numerosi preti pedofili furono coperti per anni e spostati di parrocchia in parrocchia. Uno dei casi più eclatanti di questa a dir poco pessima gestione fu quello di padre John Geoghan colpevole di aver abusato di ben 130 bambini in 20 anni di trasferimenti da una chiesa all’altra. Il tutto mentre l’arcidiocesi di Boston patteggiava con estrema segretezza le accuse di pedofilia contro almeno 70 preti.

    Fu l’inchiesta del Boston Globe, raccontata sul grande schermo dal film Premio Oscar Il caso Spotlight, a far cadere quel solidissimo muro di omertà che Law era stato capace di costruire in tanti anni contando sulla stima di san Giovanni Paolo II che era, però, totalmente ignaro di quella drammatica vicenda. Quando lo scandalo fu insostenibile, nonostante il cardinale si rifiutasse categoricamente di dare le dimissioni e ammettere di aver coperto migliaia di abusi dei suoi preti, il Papa polacco decise di trasferire Law da Boston a Roma dove gli affidò l’incarico onorifico di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Nessuna punizione per il cardinale, ma addirittura un ruolo da esercitare fino agli 80 anni, età in cui i porporati vanno definitivamente in pensione. Uno scandalo nello scandalo per una vicenda che, come il Boston Globe aveva dimostrato con una lunga inchiesta molto rigorosa e ben documentata, aveva fatto emergere la totale incapacità del porporato a governare la sua arcidiocesi. Ma non solo. Law con la sua pessima gestione aveva distrutto per sempre la vita di migliaia di bambini e delle loro famiglie.

    È proprio a quella vicenda che, tre anni dopo quello scandalo di proporzioni impressionanti, fece cenno l’allora cardinale Joseph Ratzinger quando, nell’ultima Via crucis di Wojtyla al Colosseo, denunciò con forza “la sporcizia nella Chiesa”. Quella sporcizia che, una volta eletto Papa, Benedetto XVI ha cercato con tutte le sue forze di contrastare mettendo in atto una seria politica di tolleranza zero sugli abusi. Lo stesso Papa emerito recentemente è tornato al centro del dibattito sulla gestione dei casi di pedofilia nella Chiesa dopo che si è scoperto che almeno 547 bambini del celebre coro di Ratisbona, per 30 anni diretto da suo fratello maggiore, monsignor Georg Ratzinger, sono stati vittime di violenze corporali, di cui in 67 casi anche sessuali.

    Quella della tolleranza zero è una strategia ereditata con forza da Francesco, ma che purtroppo si sta scontrando con enormi difficoltà. Non c’è dubbio, infatti, che, dopo cinque anni, l’impasse maggiore nel pontificato di Bergoglio sia proprio nel contrasto alla pedofilia del clero. Da un lato c’è la vicenda del cardinale Pell, chiamato proprio da Francesco da Sydney a Roma per guidare la Segreteria per l’economia e quindi le riforme sulla trasparenzafinanziaria. Da diversi mesi, però, il porporato è “congedato” perché accusato dalla giustizia del suo paese di aver coperto la pedofilia dei suoi preti quando era arcivescovo di Melbourne e perfino di essere stato autore di stupri. Un’accusa che, se dovesse essere confermata, sarebbe ancor più grave di quella rivolta al cardinale Law che mai ha abusato di bambini. Il rapporto finale della commissione d’inchiesta australiana, contenuto in 17 volumi, che non riguarda soltanto la Chiesa cattolica, è impressionante: 2.559 le accuse raccolte finora, 230 processi in corso, oltre 42mila chiamate per soccorso e 60mila sopravvissuti con diritto al risarcimento. In alcune diocesi australiane addirittura il 15 per cento dei sacerdoti sono sospettati di pedofilia.

    Ma la vicenda di Pell non è l’unica che dimostra quanto la Chiesaancora oggi non abbia imparato dal caso Spotlight. C’è, infatti, anche la rimozione del cardinale Gerhard Ludwig Müller dalla guida della Congregazione per la dottrina della fede contro il quale hanno puntato il dito proprio le due vittime di abusi nominate dal Papa nella Pontificia Commissione per la tutela dei minori, Peter Saunders e Marie Collins. Entrambi, a distanza di un anno l’uno dall’altra, si sono dimessi dall’organismo vaticanoanti pedofilia accusando il porporato tedesco di continuare a coprire le denunce di abusi che arrivano da ogni parte del mondo. Il Papa ha licenziato Müller lasciandolo sulla soglia dei 70 anni senza alcun incarico a differenza di quanto avvenne nel 2002 con Law. E ha rinnovato i vertici della Congregazione per la dottrina della fede stabilendo che la condanna di un prete in primo grado per pedofilia sia subito definitiva senza concedere la possibilità di appello.

    Significativo è il fatto che a guidare la Pontificia Commissioneper la tutela dei minori istituita da Bergoglio è stato scelto il cardinale Sean Patrick O’Malley, successore di Law alla guida dell’arcidiocesi di Boston. Dopo lo scandalo Spotlight è stato, infatti, chiesto al porporato cappuccino di lavorare per condannare i preti pedofili e ascoltare finalmente le drammatiche denuncedelle vittime. Law porta con sé nella tomba diverse domande che sono rimaste tuttora senza risposta. Come è stato possibile che per quasi 20 anni nessuno in Vaticano si accorgesse del sistema perverso che era stato messo in atto a Boston per coprire gli orrori dei preti pedofili? Perché nessuno, a livello gerarchico nella Chiesa cattolica, ha dato ascolto alle denunce di migliaia di vittime divenendo così di fatto complice del muro di omertà edificato in modo efficace da Law? Ma le domande più inquietanti sono quelle che guardano alla cronaca del momento. Cosa ha imparato la Chiesa dalla vicenda di Law? Saprà in futuro non cadere più negli stessi drammatici errori. La gestione del caso del cardinale Pell sarà la prima risposta a questa domanda.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/20/bernard-law-morto-tutte-le-questioni-irrisolte-che-si-porta-nella-tomba-e-la-lezione-che-la-chiesa-non-ha-imparato/4050389/

  • Preti pedofili: l’Onu attacca il Vaticano

    Preti pedofili: l’Onu attacca il Vaticano

    DOPO GLI SCANDALI «Le vittime non hanno giustizia, chi abusa la fa franca»

    Dopo gli scandali internazionali si teme che anche in Italia ci possa essere un sistema per coprire i casi di pedofilia tra i p re t i . Un timore che non è frutto dell’immaginazione di qualche detrattore della Chiesa, ma che nasce da un documento stilato dal comitato dell’Onu che ha interpellato il Vaticano circa gli impegni presi per la tutela dei diritti del fanciullo. Il documento dovrebbe garantire la tutela dell’infanzia in ambito internazionale, ma il comitato Onu che se ne è occupato ha perplessità sugli impegni presi dalla Santa Sede che, interpellata, non ha dato chiarimenti. Un passaggio che non è sfuggito a chi segue queste vicende e si impegna ogni giorno per difendere le vittime di abusi da parte di uomini di chiesa. «Ben noti autori di abusi sessuali su bambini sono stati trasferiti di parrocchia in parrocchia o in altri paesi nel tentativo di tenere nascosti tali crimini, una pratica documentata da numerose commissioni nazionali d’inchiesta. La pratica della mobilità dei criminali, che ha permesso a molti preti di rimanere in contatto con i fanciulli e di continuare ad abusare di loro, tuttora pone i fanciulli di molti Paesi ad alto rischio di abuso sessuale, poiché dozzine di autori di abusi sessuali sul bambino sono segnalati essere tuttora in contatto con fanciulli», recita il documento O nu. L’associazione Rete l’Abuso, attraverso il deputato pentastellato Matteo Mantero, ha presentato un’interpellanza parlamentare per chiedere se il Governo intenda assumere iniziative per prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali, per esempio estendendo l’obbligo di richiedere il certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti che vengono a contatto con minori. Quali siano i dati di cui il Governo dispone sul fenomeno e se intenda valutare accordi con il Vaticano per risarcire le vittime oltre allo scambio di informazioni tra i due Stati per prevenire e perseguire altri ca si . La società civile scuote la politica e chiede un suo impegno concreto a difesa delle giovani vittime. Un impegno che deve essere volto a spezzare un meccanismo che troppe volte non permette loro di avere giustizia e, al contrario, consente a pedofili e violentatori di farla franca. Meccanismi che a volte si fanno vero e proprio sistema.

  • Scandalo pedofilia, morto Law l’ex cardinale di Boston

    Scandalo pedofilia, morto Law l’ex cardinale di Boston

    È morto il cardinale americano Bernard Francis Law che si era dimesso nel 2002 dall’arcidiocesi di Boston dopo le inchieste sui preti pedofili del Boston Globe raccontate anche nel film del 2015 «Spotlight». Law aveva 86 anni e viveva a Roma. Per 19 anni, dall’inizio del 1984 al 2002, aveva guidato l’arcidiocesi di Boston coprendo in maniera sistematica i preti pedofili. La notizia della morte a Roma di Law è stata annunciata mercoledì mattina dalla Sala stampa della Santa Sede.

    Il porporato, nato a Torreon, in Messico, il 4 novembre 1931, fu ordinato presbitero il 21 maggio 1961, nominato vescovo di Springfield-Cape Girardeau il 22 ottobre 1973 e innalzato alla dignità cardinalizia nel concistoro del 25 maggio 1985. È stato arcivescovo metropolita di Boston dall’11 gennaio 1984 al 13 dicembre 2002 quando è stato costretto a dimettersi proprio in seguito allo scandalo – portato alla luce dall’inchiesta del Boston Globe, premiata col Pulitzer – quando si scoprì che non era riuscito a fermare i sacerdoti che abusavano di minori, spostandoli semplicemente da una parrocchia a un’altra. Dal 27 maggio 2004 al 21 novembre 2011 è stato arciprete della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore.

    A Roma
    L’approdo di Law a Santa Maria Maggiore suscitò all’epoca non poche polemiche. La sua posizione era stata già discussa in un summit tenutosi nel 2002, e al cui capo vi fu lo stesso papa Giovanni Paolo II, e che vedeva posizioni molto forti sul suo conto. La successiva decisione, comunque, fu il suo trasferimento a Roma, mentre la diocesi di Boston veniva coinvolta in vari processi per i casi di pedofilia.

    «Riaperte ferite»
    Mitchell Garabedian, un avvocato di Boston che ha rappresentato decine di persone che hanno denunciato di avere subito abusi sessuali da parte di religiosi, ha commentato la morte del card. Law affermando che questa «ha riaperto vecchie ferite». «Molte vittime si sono ricordate del dolore sofferto» ha detto Garabedian. «Ha voltato le spalle a creature innocenti – ha aggiunto l’avvocato – e ha permesso che fossero abusati sessualmente».

    http://www.corriere.it/esteri/17_dicembre_20/scandalo-pedofilia-morto-law-l-ex-cardinale-boston-48dd06d4-e549-11e7-bb03-a8143f47e27e.shtml

  • Cosa accade quando la confessione del fedele costituisce reato?

    Cosa accade quando la confessione del fedele costituisce reato?

    Il sacramento della Penitenza e il caso del calciatore pentito

    Per i fedeli praticanti vi è l’usanza di recarsi in chiesa e confessare al sacerdote i peccati commessi, così da ottenere l’assoluzione e la purificazione della propria anima. Difatti la Chiesa Cattolica prevede la possibilità di redenzione per il fedele,  mediante il sacramento della Penitenza, in particolare, il credente per espiarsi dai peccati, ammette al prete le proprie colpe e quest’ultimo in funzione di Dio gli dona la grazia.

    Tutto ciò, conosciuto dal vescovo tramite il sacramento della Penitenza, costituisce un vero segreto definito Sigillo Sacramentale, poiché metaforicamente il prete che ha appreso la confessione, pone un sigillo sulla stessa. Tale sigillo garantisce al fedele la riservatezza della sua confessione, in tal senso, vi è un effettivo obbligo per l’uditore di non diffondere o rendere note le notizie acquisite, dove un eventuale violazione  implicherebbe l’irrogazione  di una gravosa sanzione: la Scomunica.  Quest’ultima, disciplinata dal codice di diritto canonico, canone 1131, prevede:

    “Allo scomunicato è fatto divieto:

     1) di prendere parte in alcun modo come ministro alla celebrazione del Sacrificio dell’Eucaristia o di qualunque altra cerimonia di culto pubblico;

    2) di celebrare sacramenti o sacramentali e di ricevere i sacramenti;

    3) di esercitare funzioni in uffici o ministeri o incarichi ecclesiastici qualsiasi, o di porre atti di governo.”(1)

     Inoltre, la riservatezza della confessione trova tutela nel codice penale, in particolare l’art. 622 disciplina :

    “Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da trenta euro a cinquecentosedici euro.”

     Sia il codice penale che il codice di diritto canonico sono orientati nel garantire al fedele la segretezza della sua confessione.

    Tuttavia non sempre è così pacifica la questione.

    Non sono, infatti,  rari i casi in cui il credente nell’atto della penitenza abbia confessato “fatti” che possono costituire reato. La domanda che sorge spontanea è se anche in tal caso continui ad operare la riservatezza della confessione e l’obbligo del Sacerdote di non divulgare le notizie apprese.  La questione è alquanto delicata poiché a fronteggiarsi sono due obblighi: da un lato preservare la segretezza della confessione e dall’altro far si che la giustizia faccia il suo corso.

    L’assenza di una normativa ad hoc non semplifica la materia, ciò nonostante una prima risposta la si può desumere dal codice di procedura penale che all’art. 200 che disciplina:

    “Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria.

    1. a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;
    2. b) gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai.
    3. c) i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione.”

    Si estende, quindi, la facoltà di non testimoniare ai Ministri di culto.

    L’interpretazione della norma è chiara: la segretezza della confessione continua ad essere valevole nonostante il contenuto determini l’ipotesi di reato, escludendosi la possibilità di forzare il sacerdote,  al fine di acquisire informazioni.

    Contrariamente a tale scritto normativo si menziona un caso che ha posto in discussione l’applicabilità dell’art. 200 c.p.p.

    Il caso

    Un calciatore aveva scritto alla rubrica “Famiglia Cristiana”,  (noto giornale di orientamento cattolico) chiedendo “perdono”, poiché artefice di aver compromesso il risultato di una partita ed aver diffuso anticipatamente i risultati della stessa.

    La lettera:

    “Carissimo padre, ho pensato per tutta la notte prima di mettermi a scrivere e a raccontare tutto il peso che mi porto dentro. Volevo andare da un confessore, ma la grata non avrebbe nascosto il rossore. Poi mi sono ricordato che Famiglia Cristiana è una parrocchia di carta e allora eccomi qui. Sono un calciatore e mi sono venduto in una partita importantissima. Mi sono comportato in modo da danneggiare la mia squadra, allettato dalle promesse di un ottimo contratto; mi sono comportato male verso la mia vecchia squadra e i tifosi. Che brutto mondo, padre. Ma io non vivo più da quando ho fatto quello che le sto raccontando. Ho un peso dentro, la coscienza ferita, ho finito di essere un uomo. Nell’ambiente del calcio si fa questo e altro. Il giro dei soldi ha ucciso tutto e io ne sono rimasto vittima. La gente si allontana dal calcio, e fa bene. Forse se continua ad abbandonarci, questo sport ne trarrà giovamento e noi calciatori saremo meno vittime. So che ho falsato il campionato, ma chi mi perdonerà per quello che ho fatto?

    Un calciatore.”

    A seguito di tale confessione si aprì un’indagine allo scopo di individuare l’identità del calciatore pentito. Il Pubblico Ministero invitò il Direttore della rivista a rivelare il nome del confessore, tuttavia quest’ultimo appellandosi alla sua facoltà di astensione e rivendicano il diritto alla segretezza del sacramento della confessione asserì di non voler rendere noto l’autore della dichiarazione, poiché l’eventuale diffusione avrebbe causato una possibile sommossa da parte dei fedeli e che nessun altro credente, per timore di essere riconosciuto, si sarebbe poi rivolto alla rubrica.

    Il silenzio serbato dal Direttore della rivista non favorì le indagini, difatti  la mancanza di prove e informazioni determinarono l’archiviazione del caso. (2)

    La questione su menzionata non è isolata.  Un più recente caso riguarda la condanna di un testimone di Geova per il reato di reticenza, in particolare, per aver declinato l’invito  a testimoniare per un procedimento penale.

    In tale sede, la Corte ha stabilito che un ministro di culto Testimone di Geova non può essere punito per avere rifiutato di rivelare informazioni di natura privata apprese mentre esercitava il proprio ruolo di Ministro di culto(3). Con sentenza n. 2436/2015,  il Tribunale di Teramo ritiene completamente applicabile l’art. 200, in particolare, il non obbligo per il ministro di culto di testimoniare su quanto appreso nell’ operato della sua professione.

    I casi su citati evidenziano come non vi siano dubbi nel ritenere che nel bilanciamento degli interessi in gioco, prevalga la segretezza della confessione e che l’art. 200 del c.p.p. sia un eccellente forma di tutela a tal fine.

    (1) http://www.vatican.va

    (2) http://www.repubblica.it

    (3) http://www.statoechiese.it

  • Vaticano, vittima pedofilo si dimette dalla pontificia commissione

    Vaticano, vittima pedofilo si dimette dalla pontificia commissione

    Peter Saunders, un uomo inglese che da bambino era stato abusato sessualmente da un sacerdote, ha annunciato di volersi dimettere dalla pontificia commissione per la tutela dei minori a quattro giorni dalla
    conclusione del mandato. Saunders è una delle due vittime di pedofilia che entrarono nell’organismo voluto da Papa Francesco nel 2014.

    Già a febbraio 2016 lasciò in polemica la commissione non già dimettendosi ma concordando con gli altri commissari una sospensione dall’incarico. Ora in un’intervista al settimanale cattolico britannico Tablet ha preannunciato l’intenzione di dimettersi. “Sono deluso che la commissione non ha fatto quello che io pensavo fosse creata per fare”, ha detto Saunders.

    A stretto giro di posta l’altra vittima di un prete pedo×lo, l’irlandese Mary Collins, che si è invece dimessa nei mesi scorsi accusando apertamente la Curia romana, e in particolare il cardinale Gerhard Ludwig Mueller (che, successivamente, il Papa ha prepensionato), di boicottare la riforma per una maggiore tutela dei minori, ha commentato: “Strana tempistica dato che il mandato scade per tutti i commissari tra quattro giorni il prossimo 17 dicembre. Buona fortuna per il futuro Peter”.

    Vaticano, vittima pedofilo si dimette dalla pontificia commissione

  • I preti pedofili e i loro complici

    I preti pedofili e i loro complici

    Per la prima volta in Italia è stata presentata una interrogazione parlamentare che chiede al governo in che modo si occupi dei casi di abusi e molestie nella Chiesa cattolica. E quali misure intenda adottare per prevenirli, nel rispetto delle convenzioni Onu e di Lanzarote

    Federico Tulli

    Lui aveva 72 anni ed era l’amministratore parrocchiale della chiesa a Sant’Antonio di Valli del Pasubio, le due sorelle, che frequentavano la parrocchia nel vicentino, rispettivamente 13 e 15 anni. Con l’accusa di averle molestate ripetutamente dieci anni fa, don Giovanni Baccega è ora a processo a Vicenza. Il prete ha sempre negato tutto ma il 2 dicembre una perizia calligrafica avrebbe provato che è lui l’autore di una lettera di scuse scritta a mano, alle sue vittime, figlie di un amico di vecchia data. Staremo a vedere se la missiva sarà considerata una confessione. Prima li violentava e poi li cospargeva di olio “santo” per purificarli. Con questa accusa padre Pio Guidolin è stato arrestato a Catania il primo dicembre. Le sue presunte vittime sono tutte minori di 14 anni. Il 29 novembre è stato condannato in appello a due anni don Ilario Rolle, ex parroco della Santa Gianna Beretta Molla di Venaria (To), per molestie su un 12enne. Don Rolle è noto anche per aver ideato davide.it, un “filtro” per prevenire la pedofilia su internet. Dopo essere stato condannato un anno fa in primo grado a otto anni di carcere per abusi “sessuali” su un 11enne compiuti tra il 2013 e il 2014, Giovanni Trotta, dal 28 novembre è di nuovo a processo. Avrebbe violentato nello stesso periodo nove ragazzini di 12 e 13 anni affidati alla sua custodia, in quanto dirigente e allenatore della squadra di calcio frequentata dalle vittime, nonché loro docente di lezioni private, e ne avrebbe abusato nella sua abitazione singolarmente o in gruppo, fotografandoli durante gli abusi. Fino al 2012 Trotta era un sacerdote della diocesi di Foggia. Poi è intervenuta la Congregazione per la dottrina della fede che lo ha processato e ritenuto colpevole per ragioni correlate ad abusi su minori. Dopo di che Trotta è stato ridotto allo stato laicale con decreto pontificio. Nonostante ciò, come si legge nelle motivazioni della sentenza pubblicate nel marzo scorso, le autorità religiose gli hanno consentito «addirittura di continuare a indossare il clergy (il colletto bianco delle camicie usate dai sacerdoti) e a farsi chiamare don Gianni, così permettendo all’imputato di continuare impunemente a frequentare minori». Stando alla condanna e alle nuove accuse ne avrebbe violentati almeno dieci. Per quanto riguarda il fenomeno degli abusi su minori compiuti o attribuiti a sacerdoti cattolici questa è la cronaca di un’ordinaria settimana “italiana”. Certamente, leggendo le notizie una dopo l’altro, fanno impressione. Tuttavia per ricostruire questa sorta di mappa dell’orrore abbiamo dovuto scandagliare la cronaca locale, dove rimangono di norma relegate in trafiletti tappabuchi. Il “viaggio”potrebbe continuare sconfinando in territorio vaticano e facendo il punto sullo scandalo al preseminario San Pio X di cui abbiamo parlato su Left del 18 novembre. «Falsità sui chierichetti in Vaticano: il papa non ha mai ricevuto presunta vittima né alcun testimone» aveva scritto in un tweet il portavoce della Santa Sede, Greg Burke smentendo parzialmente Gianluigi Nuzzi, autore dello scoop nel suo libro Peccato originale (Chiarelettere). Ma nei giorni seguenti – almeno su questo caso – i riflettori della stampa sono rimasti accesi e oltre ad essere emerse nuove accuse nei confronti dell’ex studente autore indisturbato delle presunte violenze sui chierichetti che assistono il papa in San Pietro, il Vaticano ha dichiarato di aver svolto indagini nei suoi confronti già nel 2013. Fatto sta che costui è stato successivamente ordinato sacerdote e che ora, come ha scritto Burke in una nota, «è in corso una nuova indagine». Fin qui le bad news e la dimostrazione di quanto sia tutt’altro che efficace la «tolleranza zero» annunciata e invocata da papa Francesco decine di volte in quasi cinque anni di pontificato. La convinzione scellerata che – in virtù del VI comandamento – lo stupro o la molestia di un bambino sia un’offesa al loro dio, cioè un peccato e un delitto contro la morale, e non una violenza (indicibile) contro una persona, spunta in partenza qualsiasi arma ideata per prevenire o arginare il fenomeno all’interno della Chiesa cattolica. È questa considerazione uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». Come i nostri lettori sanno (v. Left del 18 novembre 2017), in quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni. Eppure qualcosa si muove (sempre nel silenzio mediatico, sia chiaro). La good news è che per la prima volta sia stata depositata in Parlamento una interrogazione sulla pedofilia nella Chiesa italiana e sull’atteggiamento – quanto meno discutibile – delle nostre istituzioni di fronte a questo specifico crimine. L’interrogazione a risposta scritta n. 4/18626 è stata presentata il 27 novembre dal deputato savonese Matteo Mantero (M5s) ed è rivolta a: presidenza del Consiglio dei ministri, ministero dell’Interno, ministero della Giustizia, ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Si basa principalmente sulle conclusioni dell’inchiesta svolta nel 2014 dal Comitato Onu e, considerando che l’Italia ha ratificato sia la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, sia la Convenzione di Lanzarote del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori, in essa si chiede «quali iniziative il governo abbia intenzione di mettere in atto al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali»; si chiede inoltre, «se e quali iniziative il governo intenda assumere, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia». Anche se non esplicito è chiaro il riferimento alle linee guida della Conferenza episcopale italiana – il cui capo è l’unico al mondo nominato direttamente dal papa – nelle quali è stato stabilito che i vescovi non hanno alcun obbligo di informare la magistratura nel momento in cui ricevono denunce o segnalazioni di abusi compiuti da sacerdoti. Tra le altre informazioni richieste nell’interrogazione, spicca quella relativa al cosiddetto “certificato anti pedofilia”. Mantero chiede se il governo «intenda assumere iniziative normative volte ad estendere l’obbligo di richiedere tale certificato a tutte le categorie oggi esenti, che vengono a contatto con minori, anche per attività di volontariato o dove non è previsto un rapporto di lavoro subordinato». Giova ricordare che il “certificato” è stato introdotto nel 2014 e che, come spiega a Left il presidente di Rete l’Abuso onlus, Francesco Zanardi, «sono paradossalmente esentate dall’esibire il documento le categorie professionali che da sempre sono tra quelle più a rischio: scout, allenatori, sacerdoti etc…». E questo è quanto, non ci resta che attendere la risposta del Palazzo.

    41 e 42 LEFT 9 dicembre 2017