Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Le bugie del Vaticano sul sabotaggio del tribunale anti-pedofili

    Le bugie del Vaticano sul sabotaggio del tribunale anti-pedofili

    La corte per giudicare i vescovi, voluta dal papa, non è mai partita. Per la Curia era solo un’ipotesi poi superata. Ma un documento ufficiale del 2015 parla di approvazione, tempistiche e risorse. Le prove.

    Il J’accuse di Marie Collins, la donna che è stata membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, contro la Curia vaticana, non si ferma e conosce anzi nuovi importanti capitoli. Il tribunale per giudicare i vescovi responsabili di aver insabbiato i casi di abusi sessuali sui minori – ha detto la Collins -, nonostante sia stato voluto e approvato da papa Francesco non è mai stato istituito dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata dal cardinale Gerhard Müller. È il cuore del problema che assilla il percorso delle riforme avviata da Bergoglio. Per di più stavolta a parlare sono anche i documenti che sbugiardano la versione della Chiesa. Ma andiamo con ordine.

    DIMISSIONI CLAMOROSE. L’irlandese Collins, lei stessa vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote quando aveva 13 anni, cattolica, impegnata da anni nel suo Paese in favore della protezione dell’infanzia, si era dimessa in modo clamoroso dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori. Un organismo vaticano, quest’ultimo, promosso dal papa e guidato dal cardinale americano Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston chiamato da Benedetto XVI ad affrontare una delle più gravi crisi scaturita dallo scandalo pedofilia che aveva investito la Chiesa americana (Boston, per capirsi, è lo scenario del film premio Oscar Il caso Spotlight dedicato appunto al celebre scandalo).

    NESSUNA COLLABORAZIONE. La commissione, di cui fanno parte donne, laici e religiosi, aveva il compito di coordinare a livello mondiale e in Vaticano le politiche di prevenzione in materia di abusi da parte del clero mettendo a punto linee guida, proponendo soluzioni e provvedimenti per le varie situazioni. Ma le dimissioni della Collins sono nate, come lei stessa ha affermato, per la «vergognosa» mancanza di collaborazione da parte degli altri dicasteri della Curia e in particolare della Congregazione per la dottrina della fede incaricata, fra l’altro, di gestire a livello giudiziario e canonico le migliaia di casi che affluiscono da anni in Vaticano.

    Il prefetto Müller ha risposto alle accuse della Collins in modo abbastanza sprezzante, giudicandole infondate, figlie di cliché anti-Vaticano e rilevando che su una delle questioni sollevate – ossia la possibilità di costituire un tribunale per giudicare i vescovi colpevoli di aver coperto le violenze sui minori – nessuna decisione era mai stata assunta dalla Santa Sede, ma si trattava solo di un’ipotesi poi superata dalle valutazioni che inseme avevano fatto i vari capi dicastero.

    «ABBIAMO GIÀ ALTRI MEZZI». Il cardinale dava questa versione dei fatti: «Si è trattato di un progetto, ma dopo un dialogo intenso fra vari dicasteri coinvolti nella lotta contro la pedofilia nel clero si è concluso che per affrontare eventuali negligenze delittuose dei vescovi abbiamo già la competenza del dicastero per i vescovi, gli strumenti e i mezzi giuridici. Inoltre il Santo padre può sempre affidare un caso speciale alla Congregazione».

    Marie Collins ha sottolineato che il tribunale per giudicare le negligenze dei vescovi non era affatto solo un “progetto”, come affermato dal cardinale, e ci sono le prove

    Ma Marie Collins non ha mollato e nella replica affidata alla rivista cattolica americanaNational catholic reporter ha sottolineato come il tribunale per giudicare le negligenze dei vescovi non era affatto solo un “progetto”, come affermato dal cardinale, e in proposito ha ricordato la “dichiarazione” vaticana del 10 giugno 2015. Di cosa si tratta? Quel giorno l’allora direttore della Sala stampa della Santa sede, padre Federico Lombardi, diffuse una nota dettagliata su quanto era stato deciso nell’ultima riunione del C9, ovvero il gruppo di 9 cardinali che aiutano il papa nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa (e di cui fa parte l’arcivescovo di Boston, O’Malley).

    CHIESTO AL PAPA UN MANDATO. In materia di tutela dei minori – su proposta della commissione guidata da O’Malley – i 9 chiedevano che il pontefice desse «un mandato alla Congregazione per la dottrina della fede per giudicare i vescovi in relazione ai delitti di abuso d’ufficio». E ancora proponevano «che il Santo padre autorizzi l’istituzione di una nuova sezione giudiziaria all’interno della Congregazione per la dottrina della fede e la nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale apostolico. La realizzazione di questo punto farà seguito a consultazioni con il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede».

    SI PROPONEVA UN SEGRETARIO. Quindi si specificavano alcuni particolari, per così dire, tecnici: si proponeva infatti al papa di nominare «un segretario per assistere il prefetto riguardo al Tribunale. Il segretario avrebbe la responsabilità della nuova sezione giudiziaria e il personale della sezione sarà utilizzabile anche per i processi penali per l’abuso dei minori e degli adulti vulnerabili da parte del clero. Anche queste decisioni faranno seguito a consultazione con il prefetto della congregazione».

    Solo progetti generali dunque? Non esattamente. Non a caso il papa avrebbe dovuto stabilire «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle presenti proposte e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia». Insomma, un periodo di sperimentazione. Infine, e qui siamo alla classica pistola fumante, «il consiglio dei cardinali ha concordato all’unanimità su tali proposte e ha deliberato di sottoporle al Santo padre Francesco. Il Santo padre ha approvato le proposte e ha concesso l’autorizzazione affinché siano fornite risorse adeguate per conseguire questi fini». Addirittura si era parlato di soldi da stanziare, quindi.

    DIMISSIONI AGEVOLATE. Successivamente una versione ridotta della proposta legislativa andava in porto e prendeva corpo un anno dopo, il 4 giugno del 2016, con atto ufficiale del papa, un motu proprio dal titolo “Come una madre amorevole”, nel quale si affermava che era possibile procedere con la “rimozione d’ufficio” nei confronti di quei vescovi di cui fosse provata la responsabilità nei casi di abuso sessuale. Un’operazione che poteva essere fatta dai dicasteri competenti. Non è poco: la scelta agevolava il processo di dimissioni per motivi legati allo scandalo pedofilia, lo rendeva meno farraginoso rispetto al passato, andava oltre il principio della rinuncia da parte dell’interessato e della conseguente accettazione da parte del pontefice; ma certo era solo un pezzo dell’intera faccenda.

    Una sorta di “contropotere” interno alla Curia è in grado di bloccare o cambiare decisioni assunte dal papa e dai suoi collaboratori

    Il tribunale era dunque stato approvato dal papa e dal governo collegiale della Chiesa, il C9, organismo che – creato poco dopo la sua elezione dallo stesso Francesco come sede collegiale di decisione – evidentemente è entrato ormai in contrasto con (alcuni) dicasteri della Curia; è emerso quindi, fra le altre cose, un inedito conflitto istituzionale. In secondo luogo, la ricostruzione del cardinal Müller è a dir poco lacunosa in merito alla decisione assunta, ma soprattutto mostra come una sorta di “contropotere” interno alla Curia sia in grado di bloccare o cambiare decisioni assunte dal papa e dai suoi collaboratori. D’altro canto è anche chiaro quale sia stato il parere dato da Müller sulla proposta.

    QUANTI CASI DI COPERTURE? Infine c’è il merito, la volontà di trasparenza su una materia così delicata come quella degli abusi che si infrange con una realtà: in quanti i casi i vescovi hanno preferito coprire invece che, sia pure discretamente, fare pulizia? La Chiesa può permettersi di andare fino in fondo su questa strada, senza cambiare se stessa e uscire per esempio dal clericalismo e dai privilegi che da esso discendono? Non sono domande retoriche o moralistiche, ma disegnano forse i confini reali di una riforma che trova i suoi limiti difficilmente superabili nel momento in cui tocca ruolo, coscienza e responsabilità dei vescovi.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2017/03/17/le-bugie-del-vaticano-sul-sabotaggio-del-tribunale-anti-pedofili/209302/

  • Abusi, papa Francesco fa il gioco delle tre carte

    Abusi, papa Francesco fa il gioco delle tre carte

    Nonostante la proclamata tolleranza zero, nulla cambia circa la denuncia all’autorità civile dei chierici. La pedofilia, cioè, continua a essere solo un peccato.

     «È nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la gerarchia, vescovi e cardinali, che li proteggesse, come è già successo in passato». Queste parole provengono dalla prefazione che papa Francesco ha scritto all’autobiografia di Daniel Pittet, vittima di abusi da parte di un sacerdote. Il Papa prosegue definendo la pedofilia, una «mostruosità assoluta, un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna». Insomma, la Chiesa di Bergoglio avrebbe imboccato la via della fermezza. Certo, a questo punto ci si potrebbe lasciar prendere da facili entusiasmi; ma questi entusiasmi sarebbero giustificati?

    Orbene, il papa ha emanato, nel 2013, un Motu Proprio che introduce, fra altri, un nuovo articolo del codice penale della Città del Vaticano riguardante la “violenza sessuale su minori” (Art. 7 Legge della Città del Vaticano n. VIII 11 luglio 2013). Tuttavia, tale normativa non abroga la Crimen sollicitationis, che non obbliga i membri del clero a denunciare chi fra loro si macchia del reato di abusi su minore. Contestualmente il pontefice ha promulgato un’altra norma, la Legge della Città del Vaticano n. IX, riguardante la “divulgazione di notizie e documenti”, che prevede la condanna a pene detentive fino a otto anni e pecuniarie fino a 5.000 euro «chiunque si procura illegittimamente o rivela notizie o documenti di cui è vietata la divulgazione».

    Due anni dopo, in una lettera del 2 febbraio 2015 indirizzata ai presidenti delle Conferenze episcopali e ai Superiori degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, il papa scrive: «In questo contesto, ritengo che la Commissione (Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori n.d.r.) potrà essere un nuovo, valido ed efficace strumento per aiutarmi ad animare e a promuovere l’impegno dell’intera Chiesa – ai vari livelli […] Non potrà, pertanto, venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c’è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori». Papa Francesco prosegue nella lettera citando la circolare emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede il 3 maggio 2011 avente lo scopo di aiutare le Conferenze episcopali nel preparare linee-guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici. Anche dalla predetta Circolare si evince che l’abuso sessuale su minore seguita ad essere considerato una mancanza al VI Comandamento e non un reato penale. Inoltre, in questi casi, il procedimento ecclesiastico stabilisce di procedere prima con un intervento del vescovo, il quale ha il compito di valutare se l’accusa di abuso risulta fondata, e in tal caso interviene la Congregazione per la dottrina della fede che può amministrare due tipi di sanzioni: restrizione dei contatti con i minori, oppure pene ecclesiastiche fra cui la riduzione allo stato laicale. Da notare che quest’ultima pena non è automatica, né tantomeno definitiva, giacché il reo può essere reintegrato nel ministero allorquando questo non prevede contatto con minori.

    Dulcis in fundo, viene promulgata il 4 giugno 2016 la lettera in forma di Motu Proprio “Come una madre amorevole”, nella quale è reiterata la non obbligatorietà della denuncia alle autorità civili dei membri del clero responsabili di abusi su minori e di coloro aventi compiti di vigilanza. Nemmeno la rimozione del vescovo responsabile di omessa vigilanza o intervento è automatica giacché è la «competente Congregazione della Curia romana» a doverne stabilire la colpevolezza.

    Cristian Usai

  • Speciale pedofilia – PEDOFILIA CLERICALE: IMPOSSIBILE TACERE

    di Raffaella Mauceri
    Allineandosi all’orientamento della stampa nazionale ed oltre, anche “Il Corriere delle Donne” spezza il silenzio sul devastante fenomeno della pedofilia clericale e mette in campo le sue specialiste. Quello che segue, infatti, è uno speciale a più voci che si conclude con un’intervista a Francesco Zanardi, fondatore della Rete L’Abuso.
    “La pedofilia nella Chiesa è opera del diavolo – dice Bergoglio – è una malattia diabolica… dobbiamo esserne convinti per curarla. I pedofili vanno capiti e perdonati”.
    Ma davanti al dato statistico che la pratica della pedofilia clericale è diffusa in tutto il mondo ed ha proporzioni spaventose, l’opinione pubblica è ormai profondamente indignata e non condivide queste affermazioni assolutorie, al contrario, le ritiene i soliti inflazionati escamotage per continuare a coprire i pedofili e aiutarli a sottrarsi alla giustizia.
    La chiesa cattolica si ritrova dunque come non mai, sotto il fuoco incrociato delle vittime che non sono più disposte a subire in silenzio, della stampa che sbatte i pedofili in prima pagina, dei tribunali che li processano, degli specialisti che smentiscono il presunto disturbo mentale, e perfino di una parte della stessa chiesa cattolica che, tramite i suoi studiosi/teologi/filosofi, prende le distanze dalla morbida e generica definizione di “atti impuri” riferita al gravissimo reato della pedofilia, e inchioda il Vaticano alle sue responsabilità.
    “La pedofilia – scrive Federico Tulli, giornalista e autore di “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” – non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato e tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi”. E cominciamo con l’avvocata Elena Salemi.
    La parola pedofilia, termine derivante dal tema greco παῖς (bambino) e φιλία (amicizia, affetto), indica un torbido interesse erotico di bambini e neonati. Per gli adolescenti si parla invece di pederastia. L’una e l’altra non sono certamente un male dei giorni nostri, al contrario sono nate con l’uomo. Si pensi che nell’antica Grecia, e in particolare ad Atene, le relazioni omosessuali con gli adolescenti facevano parte degli usi e costumi della società. In particolare Atene si distingueva per le norme sulla pederastia. Così come oggi molti padri incestuosi sostengono che “insegnano alle figlie come si fa”, analogamente gli ateniesi sostenevano che l’amore, anche fisico, che poteva legare un adulto a un giovinetto, favorisse la trasmissione del sapere e delle leggi della città nonché la saggezza del pederasta acquisita con l’età. Ciò che interessava del ragazzo, si diceva, non era la sessualità in sé, quanto la sua formazione e lo sviluppo della sua personalità, così che la pederastia non soltanto era accettata ma, addirittura, considerata una componente utile e plausibile del rapporto docente-discente.
    Oggi la pederastia è un tipo di rapporto estraneo alla nostra mentalità e si differenzia sia dall’omosessualità che dalla pedofilia così come noi le intendiamo, in quanto gli ateniesi di allora rivolgevano la loro attenzione soltanto ai ragazzi puberi, che, però, dovevano essere consenzienti.
    Il sesso con soggetti pre-puberi, (pedofilia), era punito con condanne severe, fino alla pena di morte.
    Tuttavia, in questo contesto culturale, crescere ad Atene significava spesso, anche per i più piccoli, essere esposti alle aggressioni dei maschi adulti tanto che il legislatore fu costretto a promulgare una legge che vietava agli insegnanti e agli allenatori di aprire aule e palestre prima dell’alba e che imponeva di chiuderle prima del tramonto onde evitare che si trovassero al buio con i loro piccoli alunni.  Ma in barba a tutte le misure di prevenzione, la pedofilia non ha mai smesso di essere praticata in tutti i luoghi dove sono presenti bambini: famiglie, centri religiosi, oratori, scuole d’infanzia, associazioni giovanili.
    Considerato inoltre che la pedofilia non implica necessariamente il contatto fisico col bambino e che può manifestarsi con atti di esibizionismo o mediante la riproduzione di materiale pedopornografico, ecc., la diffusione dei reati ad essa collegati è considerata elevatissima: addirittura dal 10 al 30% circa dei bambini subisce molestie sessuali entro i 18 anni. Pressoché superfluo aggiungere che le vittime più numerose sono le bambine che costituiscono ben l’88% del totale! E poiché dovunque la società è dominata dagli uomini, gli stati (governati fino a ieri interamente al maschile) hanno preso coscienza del problema sotto il profilo giuridico solo in tempi relativamente recenti. Si pensi che nel 1874, negli Stati Uniti, per proteggere una bambina dai maltrattamenti che subiva in famiglia, non si trovò alcun altro strumento che rivolgersi alla Società per la protezione degli animali. Solo nel 1924 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la dichiarazione dei diritti del bambino, i cui principi furono aggiornati nel 1959 per poi giungere nel 1989 la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma sebbene, le femminucce siano sempre state le principali vittime di abusi sessuali, soltanto nel 1997 nasce finalmente la Carta dei diritti della bambina e della ragazza.
    Va detto che in Italia, il tema dell’abuso sessuale nei confronti dei minori, e della pedofilia on line, ha sempre suscitato particolare attenzione da parte del legislatore, tant’è che in poco più di un decennio sono stati emanati diversi provvedimenti normativi.
    La legge 15 febbraio 1996 n. 66, intitolata “Norme contro la violenza sessuale”, ha disciplinato per la prima volta anche il fenomeno della pedofilia introducendo nel codice penale varie fattispecie di reato relative proprio alla violenza sessuale. La successiva legge 3 agosto 1998 n. 269, intitolata “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, è stato onorato l’impegno assunto dall’Italia in sede di adesione alla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1989.
    Sono state introdotte nel capo del codice penale dedicato ai “delitti contro la libertà individuale” ed, in particolare, fra i “delitti contro la personalità individuale”, le nuove fattispecie di reato di cui agli artt. 600 bis (“prostituzione minorile”), 600 ter e 600 quater (“pornografia minorile”) e 600 quinquies (“iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile”).
    Al Servizio di polizia postale e delle comunicazioni, organo tecnico del Ministero dell’Interno per la regolarità e per la sicurezza delle comunicazioni, è stata conferita dalla legge competenza esclusiva a compiere indagini “sotto-copertura” al fine di contrastare i reati attinenti la pornografia infantile commessi mediante sistemi informatici o mezzi di comunicazione telematica.

    La legge 6 febbraio 2006 n. 38, entrata in vigore il 2 marzo successivo, intitolata “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet”.

    Con tale legge sono stati posti nuovi strumenti a disposizione delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria impegnati nell’attività di prevenzione e di repressione dello sfruttamento sessuale dei minori e della pedopornografia anche a mezzo Internet, con il diretto coinvolgimento di tutti quei soggetti, pubblici e privati, che possono svolgere un ruolo prezioso nell’azione d’individuazione e di blocco dei siti telematici che diffondono materiale pedopornografico e in quella di contrasto della commercializzazione on line del materiale stesso.
    La legge 18 marzo 2008 n. 48 di ratifica alla “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica” adottata a Budapest il 23 novembre 2001, ha introdotto nella materia significative novità a livello processuale attraverso l’inserimento, nell’art. 51 del codice di procedura penale, del comma 3 quinquies che attribuisce all’Ufficio del pubblico ministero presso il capoluogo del distretto (procure distrettuali) la competenza in ordine ai reati informatici e in materia di pedopornografia. Una competenza che riguarda non solo le fattispecie di reato dei computer-crime in senso stretto, ma anche quelle disciplinate dagli artt. 600 bis, ter, quater e quinquies.
    Va infine segnalato che della linee guida sul comportamento degli operatori professionali nei casi di abusi sessuali sui minori ci vengono fornite dalla Carta di Noto, un documento prodotto nel 1996 e aggiornato nel 2002 in un convegno a Noto sul processo penale nei casi di abuso sessuale sui minori. La Carta di Noto è stata scritta in collaborazione tra diverse figure professionali: avvocati, magistrati e psicologi.
    Per tutto quanto detto fin qui, sostenere che la pedofilia è un disturbo mentale serve soltanto a chi spera di scagionare i pedofili, ma per fortuna in Italia e probabilmente in tutti i paesi del mondo, la  copiosa produzione di leggi sta a testimoniare che pedofilia è ritenuta esattamente quello che è: un reato fra i più gravi e ripugnanti commessi dall’uomo.
    Le denunce ormai marciano al ritmo di 600 all’anno, cioè quasi due al giorno. I risarcimenti alle vittime parlano di cifre stellari. La sola Chiesa degli Stati Uniti ha pagato nell’ultimo decennio, quasi 3 miliardi di dollari. In Australia il 7% dei preti cattolici è accusato di aver commesso abusi sessuali su minori. Queste cifre ufficiali si riferiscono all’emerso. Impossibile sondare il sommerso…
    I pedofili non guariscono. Lo afferma lo psicologo che cura, fra gli altri, anche i preti che abusano di minorenni. Per questo, spiega, non è prudente lasciarli al loro incarico. A mezzo chilometro dalla Basilica di San Pietro, in Vaticano, lavora un professionista che conosce i più cupi segreti di alcuni membri del clero. Non è un confessore ma un clinico. Poco meno di sessant’anni, origini pugliesi, uomo di scienza prima che uomo di fede, Aureliano Pacciolla insegna psicologia della personalità alla Lumsa ed è psicoterapeuta orientato verso l’ipnosi e il cognitivismo. Dirige la collana Psicologia e interdisciplinarità dell’editore Laurus Robuffo ed è consulente tecnico del tribunale di Roma e della Sacra rota. Il suo campo d’azione specifico riguarda l’abuso sessuale: in particolare l’abuso su minorenni e la pedofilia.
    Ma se vero è che in questi ultimi anni sono tanti e sempre di più gli italiani che si allontanano dalla chiesa cattolica (si stimano intorno agli 8 milioni), è altrettanto vero che lo zoccolo duro dei cattolici ultrà continuano imperterriti a darle credito e fiducia …per non parlare dei tanti politici genuflessi davanti all’enorme e goloso bacino di voti di cui dispone il Vaticano.
    E adesso la parola alla psicologa Dott.ssa Fabiana Forte
    Una delle ferite più atroci inflitta all’infanzia è senza alcun dubbio l’abuso sessuale. Si tratta di un trauma che purtroppo, per chi lo ha subito, è sempre molto difficile da superare e che può essere il coinvolgimento in atti sessuali con un adulto, ma anche sfruttamento sessuale tramite la prostituzione oppure la pedopornografia (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1999).
    Quando si parla di atti sessuali, infatti, si fa riferimento non solo al rapporto fisico diretto ma anche a tutto ciò che a che fare con la sfera della sessualità e che non prevede il contatto fisico come ad esempio l’esposizione ad immagini e discorsi osceni e inappropriati. La gravità del fenomeno risiede inoltre nel fatto che in nessun caso un bambino può essere consenziente a causa della differenza di età e del ruolo rispetto all’adulto che lo abusa. Un adulto che ne viola i diritti e ne ostacola o interrompe una crescita sana e armonica (Caffo et al. 2004).
    I dati ISTAT più recenti ci dicono che in Italia nel 2015 le denunce all’Autorità Giudiziaria sono state: 505 per atti sessuali con minorenne (+11 rispetto al 2014), 148 per corruzione di minorenne, 614 per pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico (+70 rispetto al 2014), e che il fenomeno rischia di essere più ampio e pervasivo delle cifre ufficiali.
    Le conseguenze dell’abuso sessuale infantile sono rilevanti; le ricerche parlano di problemi di tipo depressivo e ansioso, disturbi del comportamento e problemi nella vita sentimentale e sessuale. Gli studi hanno anche registrato veri e propri cambiamenti a livello cerebrale perché per la vittima è difficile dare un significato personale agli eventi vissuti e integrare all’interno della propria identità in sviluppo le esperienze dolorose del passato (Van der Kolk, 2004).
    La tematica dell’abuso sessuale infantile si interseca con un’altra altrettanto ampia e complessa, ovvero quella di chi viola i diritti del minore e che con il proprio comportamento ne ostacola lo sviluppo armonico.
    Accade molto frequentemente, soprattutto nel linguaggio comune, ma anche in quello giornalistico, definire “pedofilo” l’adulto abusante. In realtà, secondo la criminologia, il soggetto che agisce comportamenti sessuali nei confronti di un bambino o adolescente si definisce innanzitutto “child molester”. Occorrerebbe stare molto attenti e non confondere le due definizioni, perché anche se per molti versi possono sovrapporsi, implicano importanti differenze.
    Un individuo infatti può agire comportamenti sessuali nei confronti di un minore anche solo per curiosità o perché gli si presenta l’opportunità ma questo non significa che sia necessariamente un pedofilo nel senso clinico del termine. Per comprendere il senso clinico del termine “pedofilo” possiamo fare riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5) – un sistema di classificazione dei disturbi mentali e relativi criteri – che all’interno del capitolo denominato “disturbi parafilici” descrive, tra gli altri, il “disturbo pedofilico” (American Psychiatric Association, 2014).
    Questo disturbo si contraddistingue essenzialmente per la presenza di due aspetti essenziali:
    – eccitazione sessuale ricorrente ed intensa che si manifesta attraverso desideri, fantasie e comportamenti (per almeno sei mesi) e che comportano attività sessuale con un bambino;
    – l’individuo ha agito questi desideri sessuali, oppure desideri e fantasie causano disagio o difficoltà nei rapporti interpersonali.
    Sulla base di questi criteri diagnostici appare evidente che un “pedofilo” in senso clinico, ovvero un soggetto con disturbo pedofilico, potrebbe non mettere mai in atto le fantasie e desideri sessuali nei confronti di un bambino e quindi non diventare mai un child molester, nonostante nella realtà questo accada di frequente (Casale et al. 2014). Spesso questi soggetti giustificano i propri comportamenti abusanti con la convinzione distorta secondo la quale avrebbero valore educativo, o che il bambino ne ricava piacere, oppure che il bambino era sessualmente provocante. In alcuni casi limitano le loro attività ai propri figli, figliastri e comunque nella cerchia parentale, altre volte preferiscono scegliere le loro vittime fuori dal contesto familiare. Alcuni minacciano il bambino affinché non parli, altri giungono a sviluppare complesse e contorte strategie per avere accesso ai bambini.
    Con il passare degli anni il disturbo pedofilico può aumentare o diminuire, sulla base della presenza di alcuni elementi come la vergogna, il senso di colpa, l’isolamento, la frustrazione sessuale, la compromissione psicosociale o la propensione ad interagire sessualmente con i bambini (APA, 2014).
    E’ chiaro che quando si parla di disturbo inevitabilmente ci si interroga sulle possibilità di trattamento. Da molto tempo tuttavia è noto che il trattamento di questa condizione è estremamente difficile (Adams, 1980) in quanto nella maggior parte dei casi l’individuo si percepisce in sintonia con i propri comportamenti, sentimenti e idee e quindi non ne prova alcun disagio. Questo è il motivo principale per il quale i soggetti che chiedono volontariamente un trattamento sono molto pochi (Lorand, 1968). In alcuni casi può accadere perfino che l’intervento sia richiesto al fine di confermare a sé stessi e agli altri di essere “malati” oppure quando, sotto pressioni esterne, quali ad esempio crisi coniugali o cause giudiziarie, il soggetto considera le conseguenze sociali delle proprie attività più gravi della rinuncia ai suoi istinti (Gabbard, 1995).
    Occorre a questo punto fare una riflessione sul testo a cui si è fatto riferimento per la descrizione del disturbo pedofilico – il DSM – un testo che è stato progettato principalmente per essere utilizzato da clinici e ricercatori. Ciò nonostante, se utilizzato in modo appropriato, questo manuale può essere di aiuto a coloro i quali prendono decisioni legali, in quanto fornisce un compendio ampio e articolato basato sulla letteratura clinica e scientifica. Gli autori mettono tuttavia in guardia sul rischio di utilizzare in modo improprio le informazioni diagnostiche in ambito forense, cioè di strumentalizzarle per una facile assoluzione.
    Nella maggior parte dei casi infatti la diagnosi clinica di un disturbo mentale, da sola, non può dimostrare in alcun modo che l’individuo è o era incapace di controllare il proprio comportamento in uno specifico momento, anche se la diminuzione del controllo degli impulsi è una caratteristica propria del disturbo. Dal punto di vista penalistico quindi, il fatto che l’eventuale presenza di disturbo pedofilico possa ridurre temporaneamente la capacità di inibire la pulsione sessuale verso un bambino, non esclude la responsabilità del soggetto che non ha intrapreso per tempo opportune contromisure verso una condizione, che, nella definizione clinica del DSM e in base a quanto riportato dalla letteratura, è preceduto da un crescendo di sintomi eccitatori che, a causa della loro intensità e durata nel tempo, il soggetto ha perfettamente avvertito.
    In conclusione la valutazione della condotta di chi commette un abuso sessuale su un minore, trattandosi di un crimine odioso, richiede estrema attenzione. E’ infatti fuorviante e distorta la convinzione e affermazione che chi si macchi di un siffatto crimine sia necessariamente un soggetto “malato”. Non solo perché essere un child molester non implica inequivocabilmente l’avere un disturbo pedofilico ma anche perché l’eventuale presenza di una condizione psicopatologica non dimostra mai a priori l’impossibilità per quel soggetto di controllare la propria condotta abusante in un dato momento.
    Se ci soffermiamo solo per un attimo a riflettere, potremmo forse affermare in maniera analoga e altrettanto semplicistica che chi ruba è sempre un cleptomane?
    Francesco Zanardi l’uomo che fa tremare il Vaticano
    Francesco Zanardi è il fondatore e presidente dell’associazione onlus Rete l’abuso, ha 47 anni, vive a Savona e ha una voglia inarrestabile di dire la verità. Una verità che colpisce, spiazza e imbarazza. Da 15 anni, infatti, si occupa di denunciare i sacerdoti pedofili. La sua Onlus offre assistenza legale e psicologica alle vittime e i suoi familiari. E offre anche tanti dati troppo poco divulgati. L’associazione è composta unicamente da persone che hanno subito violenze da sacerdoti. I casi in Italia accertati sono tanti, incredibilmente e drammaticamente tanti. E sebbene la mappa non sia completa, rende l’idea.
    Tra i pedofili condannati, ci sono molti preti? Se sì, di che percentuali parliamo?
    La percentuale è certo alta. Dati certi non esistono ad oggi. In una recente intervista che Papa Bergoglio ha rilasciato a Eugenio Scalfari, la pedofilia in seno alla chiesa cattolica si dovrebbe aggirare attorno a 2%. Ma il fatto più grave non è questo.
    E qual è allora?
    Il fatto che un pedofilo “normale” molesta durante la sua “attività” circa 5, 6 bambini. Un prete può fare 70 vittime…o 200 come pare sia “riuscito” Padre Murphy in una scuola del Wisconsin.
    Come mai avviene questo?
    Molto spesso i casi che riguardano i sacerdoti pedofili sono insabbiati. Le vittime se hanno la forza di denunciare, lo fanno in età adulta.
    Anche a lei è successo questo: perché si è deciso a denunciare?
    Dopo anni ho raccontato ad un’amica quello che avevo vissuto. Lei mi ha convinto a denunciare.
    E’ riuscito a superare il trauma?
    No, ho imparato a conviverci, a 40 anni diventa difficile superare il trauma.
    Se si denuncia la violenza fin da subito cosa cambia?
    Prima, si interviene, migliori saranno le possibilità di recupero.
    Come agisce il pedofilo?
    Intanto sfatiamo un mito. Il pedofilo non è una persona malata. Ha una grave deviazione della personalità, certo, ma non è uno sciocco o uno sprovveduto. Lavora in modo astuto e circoscritto. Quando non è un familiare, lavora prima sulla fiducia e la stima dei familiari.
    Chi sono le sue vittime?
    Spesso bambine, ma anche bambini. Molto spesso il pedofilo colpisce famiglie povere.
    Perché quelle povere?
    Perché sono più facilmente manovrabili, o per ignoranza o perché, più facilmente, se ne può comprare il silenzio. Anche con mille euro.
    Perché ci sono tanti casi insabbiati tra i preti pedofili?
    Per più motivi, anche per motivi legali.
    Come mai legali?
    Oggi grazie ai patti Lateranensi, quando la magistratura indaga su un sacerdote, deve prima avvisare il vescovo. Molto spesso il Vescovo avverte o trasferisce il presunto colpevole e così stronca le indagini.
    No, mi faccia capire bene: se parte una denuncia su un educatore la magistratura indaga in un modo, se la denuncia riguarda un prete indaga in un altro modo?
    Esattamente.
    Ed è legale?
    Certo, grazie al protocollo, la magistratura prima deve segnalare il caso al vescovo. E il vescovo non ha alcun obbligo di denunciare. Questo succede spesso in Italia.
    L’Italia allora è un paradiso per i sacerdoti pedofili?
    Sì. Nella nostra mappa i puntini neri sono i preti condannati all’estero e nascosti in Italia.
    Ci sono altre carenze nel nostro paese?
    Molte. Mancano dati e informazioni. Nel 2007 durante il Governo Prodi si stanziarono svariati milioni di Euro per adeguare il nostro paese con un database sugli abusi sessuali a danno dei minori. Ma non esiste ancora oggi. Non è mai stata creata una commissione parlamentare d’inchiesta che quantifichi il fenomeno. Infine manca una cultura della prevenzione. Con una buona prevenzione faremmo passi da gigante.
    Prevenzione per chi? Per i genitori?
    Anche ai bambini. Se si informano i bambini su quali tipi di discorsi e comportamenti dovrebbero segnalare alla mamma, al papà o ad un adulto di riferimento, si potrebbe fare molto.
    Perché tanti pedofili tra i sacerdoti?
    Tanti bambini entrano in seminario all’età di dieci, undici anni, nel pieno dello sviluppo fisico e sessuale. In seminario l’erezione si condanna e viene punita come qualcosa di mostruoso, per non parlare della masturbazione. Quando il normale è fatto vivere come una colpa continua e come qualcosa di mostruoso, poi le devianze diventano tante.
    Tra i protestanti ci sono meno pedofili?
    Si e non perché i protestanti si sposano ma perché in generale c’è una cultura sessuale non repressiva.
    C’è differenza tra un pedofilo e un pedofilo prete?
    Si, rispetto alla tutela legale, come abbiamo già detto, ma anche dal punto di vista sociale.
    In che senso sociale?
    Quando si accerta un prete pedofilo, molto spesso, la comunità lo difende. Questo non accade quando il pedofilo fa un altro lavoro, anzi frequentemente viene lapidato.
    Non si accetta socialmente che un prete faccia del male ai bambini?
    Si, ci sono molto condizionamenti anche tra le vittime. Vittime che facevano o fanno parte della comunità cattolica.
    Papa Francesco ha avviato un dialogo e un’indagine interna rispetto ai pedofili interni alla chiesa. Cosa ne pensa?
    Penso che al momento siano solo parole, nei fatti non sta facendo nulla. Le vittime che noi seguiamo, che sono oltre 500, hanno scritto al papa. Tutti quanti. Non c’è stata risposta. Ciononostante in tanti continuano a sperare. E’ difficile da accettare, ma è ora che l’Italia cambi e si adegui al resto d’Europa.
    (Tratto da Rete l’abuso)
     Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, consigliamo questo film
  • Vaticano, la vittima di abusi Marie Collins attacca il cardinale Mueller

    Vaticano, la vittima di abusi Marie Collins attacca il cardinale Mueller

    Città del Vaticano Marie Collins attacca frontalmente il Prefetto della Congregazione della Fede, il cardinale Mueller, dandogli, indirettamente, del bugiardo. Non solo: alza il tiro e denuncia l’orientamento ancora presente nella curia di tutelare i «vescovi negligenti», quelli che hanno preferito proteggere i preti, piuttosto che le vittime della pedofilia.

    Il caso delle esplosive dimissioni della Collins dalla commissione anti pedofilia sembra tutt’altro che chiuso. Due settimane fa questa signora irlandese, ex vittima che ora si batte per la tutela delle vittime di abusi, aveva sbattuto la porta accusando il Vaticano, in particolare la Congregazione della Fede, di non collaborare abbastanza con la Commissione istituita da Papa Francesco. Il cardinale Mueller si era difeso, in una intervista, dicendo di avere sempre fatto il possibile per creare un buon clima di squadra. Oggi è arrivata la durissima, puntuale, implacabile risposta della Collins, contenuta in una lettera aperta pubblicata sul National Catholic Reporter.

    «Caro Cardinale Muller sento il bisogno di risponderle altrimenti non si comprende il discorso della mancanza di cooperazione». Per «rinfrescargli la memoria» sugli episodi negativi, Collins fa un elenco, fornendo dettagli, circostanze, date. Come quando nel 2015, quando la commissione per la tutela delle vittime anti pedofilia aveva iniziato a muovere i primi passi nella curia, incassando a sorpresa il sostanziale rifiuto da parte dei vertici dell’ex Sant’Uffizio di discutere di alcune questioni strategiche «di reciproco interesse», riguardanti le vittime. «Le riunioni a tu per tu non furono possibili, ci venne detto, che qualsiasi comunicazione tra i dicasteri della Santa Sede deve essere fatta per iscritto». Inizialmente un rappresentante della Congregazione si rese disponibile a seguire i lavori della commissione, poi questo contatto permanente si è affievolì fino a scomparire del tutto. «Tutto quello che posso dire è che i membri della Commissione non hanno ricevuto alcun rapporto formale o hanno potuto vedere i risultati positivi generati da tale contatto».

    Collins prosegue nella descrizione di un lavoro faticoso, ostacolato dalla burocrazia interna e dalla incapacità di condividere l’ossatura del documento istitutivo della commissione anti pedofilia. Il Papa avrebbe voluto un «intenso dialogo tra i dicasteri coinvolti» ma, secondo Collins, non avvenne. Non c’è mai stata la «creazione di una nuova sezione giudiziaria alla Congregazione per la dottrina della fede, o la nomina di personale stabile a servizio nel tribunale, e la nomina di un Segretario-assistente al prefetto con il Tribunale». Dovevano essere stanziate risorse ma il passaggio non è avvenne. «Lei afferma che il tribunale non era necessario visto che qualsiasi negligenza poteva essere affrontata attraverso le competenze, strumenti e mezzi legali già in atto nella Congregazione per i Vescovi. Quindi nessun cambiamento è stato ritenuto necessario e alcuna implementazione ha avuto luogo».

    Infine Collins affonda il coltello nella piaga. «Una domanda mi viene in mente. Se siano stati utilizzati tutti i mezzi per affrontare il caso di un vescovo negligente in materia di protezione dei bambini dagli abusi, perché mai finora nessun vescovo è stato ufficialmente, in modo trasparente sanzionato o rimosso per questa negligenza?»

    Se non è la mancanza di leggi, allora è la mancanza di volontà? Sono sicura che molti sopravvissuti, me compreso, sarebbero interessati». Secondo Collins all’interno della Chiesa ancora prevale il «rispetto per il sistema gerarchico rispetto alla persona umana».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_abusi_pedofilia_collins_mueller_curia-2316835.html

  • Quanto la Curia Romana intende “davvero” combattere la pedofilia?

    Quanto la Curia Romana intende “davvero” combattere la pedofilia?

    Nel 2014 Papa Francesco ha istituito una commissione internazionale che ha la missione di prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori da parte dei prelati: la Pontificia commissione anti abusi.

    La commissione, presieduta del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, oggi conta 16 elementi: studiosi, esperti ecclesiasti.

    Ma nessuna vittima di abusi: gli unici due membri hanno lasciato l’incarico.

    Veniamo i fatti.
    Nel 2016 si è dimesso Peter Saunder, che ha accusato l’ex arcivescovo di Melbourne George Pell (ora prefetto della Segreteria per l’economia in Vaticano, una sorta di plenipotenziario economico), di non aver adeguatamente tutelato i minori nel suo Paese: accuse che il Cardinale ha respinto come “false e fuorvianti”. Saunders aveva chiesto le dimissioni del prelato, che tuttavia è tuttora al suo posto.

    Nel 2017 a dimettersi è Marie Collins (irlandese, vittima da giovane di abusi ripetuti da parte di un sacerdote), a causa della “resistenza da parte di alcuni membri della curia vaticana a collaborare con la commissione”, in particolare, per la “vergognosa” mancanza di cooperazione “da parte del dicastero coinvolto più da vicino nell’affrontare i casi di abuso“. Il riferimento è alla Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato della gestione dei dossier riguardanti i preti pedofili (un tempo denominata la Santa inquisizione).

    Questa la cronaca. Come stanno effettivamente le cose?

    Difficile rispondere senza avere accesso a documenti e testimonianze dirette.

    Possiamo, tuttavia, raccogliere qualche ulteriore notizia e cercare di comprendere meglio il contesto.

    Sempre nel 2016, mentre Papa Francesco riaffermava che “i crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti” e che i reati di insabbiamento sono paragonabili a “messe nere”, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI, una sosta di parlamento dei Vescovi italiani) precisava che “nell’ordinamento italiano il Vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti”.

    Insomma, sembrerebbe scontro aperto fra Papa Bergoglio e il Cardinale Bagnasco, che guida la CEI e che sembra rivendicare per i Vescovi la discrezionalità nel denunciare abusi.

    I fatti menzionati e circostanze eclatanti quali le dimissioni di Papa Benedetto XVI sembrano sostenere l’immagine di una Curia Romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede) come centro di potere tanto forte e radicato da essere intaccato con difficoltà perfino dal Pontefice.

    Tutto questo fa sorgere tre, inquietanti, domande:

    Per quale ragione gli organi di governo della Chiesa appaiono molto solleciti nell’intervenire quando si tratta di temi quali aborto, fine vita, fecondazione assistita e altri ancora, mentre il tema degli abusi sessuali da parte dei prelati è costantemente accompagnato da un assordante silenzio?
    Per quale ragione il Cardinale Bagnasco sente impellente il dovere di riportarci sulla retta via in ogni occasione utile, mentre ritiene di poter discrezionalmente tacere quando un minore è oggetto di abusi sessuali da parte di un prelato?
    Per il Cardinale Bagnasco vale di più la vita di un minore o la reputazione di un prelato che abusa di lui?
    Tu cosa ne pensi?

    Se vuoi avere un’idea dell’ampiezza del fenomeno della pedofilia nella Chiesa guarda questo film.

    http://www.tibicon.net/2017/03/curia-romana-cei-pedofilia-abusi-minori.html

  • Abusi sessuali. La troppa misericordia del papa, arbitro e giudice unico

    Abusi sessuali. La troppa misericordia del papa, arbitro e giudice unico

    Le dimissioni della irlandese Marie Collins dalla pontificia commissione per la tutela dei minori, lei che a 13 anni fu anch’essa vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote, hanno preso in contropiede i media, che ne hanno dato notizia in ordine sparso e con giudizi molto variegati.

    C’è chi ha dato la colpa di tutto, sull’onda di alcune dichizrazioni della stessa Collins, alle “vergognose” resistenze della curia romana contro le proposte della commissione e contro papa Francesco che l’ha costituita.

    C’è chi ha concentrato il fuoco sulla congregazione per la dottrina della fede e sul suo prefetto cardinale Gerhard L. Müller, come primi colpevoli dello sconquasso.

    Ma c’è anche chi – come l’ultrabergogliano Alberto Melloni – ha rovesciato proprio sulla Collins e su talune azzardate proposte della commissione, inevitabilmente respinte dalla curia, la colpa di mettere volutamente nei guai papa Francesco.

    In realtà, fin da subito c’è stata una voce insospettabile che ha richiamato a giudizi più prudenti: quella di Hans Zollner, lo stimato gesuita tedesco, presidente del Centre for Child Protection della Pontificia Università Gregoriana, che è stato l’ideatore della commissione e il valorizzatore della stessa Collins, oggi a suo parere troppo “impaziente” rispetto a un “cambiamento culturale” che necessariamente richiede tempo e fatica, non tanto nella curia ma nella Chiesa mondiale.

    Anche il cardinale Müller ha detto la sua, spiegando perché non hanno potuto essere accolte alcune proposte della commissione: in particolare quella di istituire presso la congregazione per la dottrina delle fede, già dotata di un tribunale supremo sui casi di pedofilia ad opera di ecclesiastici, uno speciale tribunale in più per i vescovi implicati in simili casi.

    C’è però un punto che è finito praticamente sotto silenzio. E sono le critiche che Marie Collins ha rivolto contro papa Francesco in persona.

    Le più acuminate di queste sue critiche risalgono a due anni fa.

    Quando il 10 gennaio del 2015 Francesco promosse alla diocesi di Osorno in Cile il vescovo Juan de la Cruz Barros Madrid, la Collins e altri membri della commissione protestarono vivacemente.

    Sul nuovo vescovo, infatti, pesavano le accuse circostanziate di tre vittime di abusi sessuali, che gli imputavano di essere stato complice del sacerdote Fernando Karadima, per molti anni una celebrità della Chiesa cilena ma alla fine condannato a “preghiera e penitenza” dalla Santa Sede per le sue accertate innumerevoli malefatte.

    L’ingresso in diocesi del nuovo vescovo fu pesantemente contestato. Ma il
    Il 31 marzo la congregazione vaticana per i vescovi fece sapere di “aver studiato attentamente la candidatura del presule e non aver trovato ragioni oggettive che ne ostacolassero la nomina”.

    In aprile, la Collins e altri membri della commissione per la tutela dei minori si recarono quindi a Roma per chiedere al presidente della commissione cardinale Sean Patrick O’Malley (nella foto) di premere sul papa perché revocasse la nomina.

    Ma l’effetto che ottennero fu opposto. Un mese dopo, in maggio, papa Francesco parlò, interpellato da un ex portavoce della conferenza episcopale cilena incontrato in piazza San Pietro. E se la prese con gli accusatori del vescovo, con espressioni quanto mai risentite.

    Il video dell’incontro fu successivamente reso pubblico. E queste furono le parole testuali del papa:

    “È una Chiesa [quella di Osorno] che ha perso la libertà perché si è lasciata riempire la testa dai politici, giudicando un vescovo senza nessuna prova dopo vent’anni di servizio. Per cui, che pensino con la loro testa, non si lascino tirare per il naso da tutti quei sinistrorsi che sono quelli che hanno montato la cosa.

    “Inoltre, l’unica accusa che c’è stata contro questo vescovo è stata screditata dalla corte giudiziaria. Per cui, per favore, eh… non perdano la serenità. [La diocesi di] Osorno soffre, certo, perché intontita, perché non apre il suo cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle stupidaggini che dice tutta quella gente. Io sono il primo a giudicare e punire chi è accusato per cose del genere… Ma in questo caso manca la prova, anzi, al contrario… Glielo dico di cuore. Non si lascino tirare per il naso da questi che cercano solo di fare ‘lío’, confusione, che cercano di calunniare…”.

    I “sinistrorsi” – “zurdos” nel gergo argentino – che avevano irritato particolarmente il papa comprendevano i 51 deputati cileni, per la maggior parte del partito socialista della presidente Michelle Bachelet, che avevano firmato una petizione contro la nomina di Barros a vescovo di Osorno.

    Ebbene, quando il video con le parole di Francesco fu reso pubblico, Marie Collins si disse “scoraggiata e intristita” al vedere “le proteste delle coraggiose vittime di Karadima trattate in questo modo” dal papa.

    Quello del vescovo di Osorno non è l’unico caso in cui Jorge Mario Bergoglio ha avocato a sé il giudizio, annullando o scavalcando le procedure canoniche.

    In Italia ha suscitato clamore l’atto di “misericordia” con cui egli ha graziato don Mauro Inzoli, sacerdote di spicco del movimento di Comunione e Liberazione, ridotto allo stato laicale nel 2012 dalla congregazione per la dottrina della fede per aver abusato di numerosi giovani, ma restituito al sacerdozio attivo da Francesco nel 2014, con la raccomandazione di condurre una vita di penitenza e preghiera. In sede civile Inzoli è stato condannato a 4 anni e 9 mesi di prigione.

    Anche contro simili indulgenze Marie Collins ha protestato: “La misericordia è importante, ma anche la giustizia lo è. Se si mostra qualche debolezza nelle sanzioni, si invia il messaggio sbagliato a chi abusa”.

  • Minore costretto ad assistere ad una violenza sessuale: è persona offesa dal reato e va risarcito

    Minore costretto ad assistere ad una violenza sessuale: è persona offesa dal reato e va risarcito

    Secondo la Cassazione anche il minore costretto ad assistere ad una violenza sessuale può essere considerato persona offesa dal reato ed è pienamente legittimato a costituirsi parte civile nel procedimento penale.
    La Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 45403 del 27 ottobre 2016, si è occupata di un interessante caso in materia di violenza sessuale aggravata (art. 609 bis c.p. e art. 609 ter c.p.).

    Nel caso esaminato dalla Cassazione, il Tribunale di Latina aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti di un imputato che era stato accusato di tale reato per aver costretto con violenza la convivente ad avere un rapporto sessuale con lui, costringendo la figlia minore ad assistere.

    Secondo il giudice, in particolare, non sussistevano elementi di prova sufficienti a sostenere l’accusa, anche alla luce della ritrattazione della persona offesa davanti al Pubblico Ministero.

    Ritenendo la decisione ingiusta, il tutore della minore proponeva ricorso per Cassazione, il quale veniva accolto.

    Osservava la Corte di Cassazione, in particolare, come sussistesse la circostanza aggravante di cui all’art. 61 n. 11 c.p., che “prevede un aggravamento di pena nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale e nel delitto di cui all’art. 572 c.p., quando il fatto sia commesso in presenza o in danno di un minore degli anni diciotto o in danno di una persona in stato di gravidanza”.

    Precisava la Cassazione come, con l’introduzione di tale disposizione, il nostro legislatore abbia voluto “attribuire specifica valenza giuridica alla c.d. “violenza assistita“, intesa come il complesso di ricadute di tipo comportamentale, psicologico, fisico, sociale e cognitivo, nel breve e lungo termine, sui minori costretti ad assistere ad episodi di violenza e, soprattutto, a quelli di cui è vittima la madre”.

    La disposizione, infatti, è finalizzata “a sanzionare, attraverso l’aggravamento del trattamento punitivo, l’esposizione del minore alla percezione di atti di violenza, sia nei confronti di altri componenti del nucleo familiare, sia di terzi, tra l’altro attuando una specifica indicazione contenuta in tal senso nell’art. 46 d) della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”.

    Di conseguenza, secondo la Corte, “il minore che abbia assistito ad uno dei delitti indicati nella disposizione può essere considerato anch’egli persona offesa del reato, in quanto la configurabilità di detta circostanza aggravante determina una estensione dell’ambito della tutela penale, anche al minore che abbia assistito alla violenza, come tale pienamente legittimato a costituirsi parte civile, essendo anch’egli danneggiato dal reato”.

    Ciò premesso, la Corte di Cassazione evidenziava che il Giudice di primo grado aveva contraddittoriamente prosciolto l’imputato dal reato di violenza sessuale aggravata, con una motivazione che si limitava “a richiamare gli atti di indagine, senza indicarne, nemmeno in sintesi, il contenuto” e che non consentiva “di verificare la correttezza del percorso logico seguito dal primo giudice”.

    Secondo la Cassazione, inoltre, il primo giudice non aveva adeguatamente tenuto conto “della esistenza di significativi elementi” a carico dell’imputato, rappresentati dalle dichiarazioni iniziali della vittima.

    Alla luce di tali considerazioni, la Corte di Cassazione annullava la sentenza impugnata, rinviando la causa al Tribunale, affinchè il medesimo decidesse nuovamente sulla questione, in base ai principi sopra enunciati.

    Redazione Giuridica

    https://www.brocardi.it/notizie-giuridiche/minore-costretto-assistere-violenza-sessuale-persona-offesa-reato/889.html

  • Le Iene puntata di ieri 5 marzo: video inchiesta su abusi e pedofilia nella chiesa

    Le Iene puntata di ieri 5 marzo: video inchiesta su abusi e pedofilia nella chiesa

    Le Iene puntata del 5 marzo 2017: video inchiesta sugli abusi sessuali nella chiesa. La commissione del Papa sta davvero combattendo la pedofilia?

    Ieri, 5 marzo, è andata in onda una nuova puntata de Le Iene, il programma di Italia Uno che si occupa di inchieste e approfondimento dell’attualità con reportage sulla situazione italiana e internazionale. Tra i tanti servizi proposti ne è emerso uno in particolare che farà sicuramente scalpore e tratta di un argomento molto dibattuto, quello sugli abusi sessuali e pedofilia nella chiesa.  

    L’inchiesta

    Il servizio de Le Iene sulla pedofilia nella Chiesa è stato curato da Pablo Trincia, il quale ha parlato del ruolo del Vaticano e della sua volontà nel voler davvero combattere la pedofilia. Secondo l’indagine de Le Iene, la commissione del Papa non si sarebbe finora occupata come dovrebbe per combattere questa piaga sociale. In particolare, l’inviato del programma ha intervistato alcune persone che anni fa, quando erano bambini, avrebbero subito abusi, tra cui una donna irlandese che  avrebbe subito molestie da parte di alcuni sacerdoti.

    Pablo Trincia, recatosi a chiedere spiegazioni a chi di dovere, non avrebbe ricevuto le risposte sperate. A distanza di 4 anni dall’inizio del pontificato di Papa Francesco, la lotta contro la pedofilia nella Chiesa mostrerebbe dunque alcuni punti oscuri, come mostrato nell’inchiesta svolta da Le Iene. Basti pensare che alcuni cardinali promossi al C9 avrebbero insabbiato e protetto alcuni sacerdoti pedofili. Per vedere il video integrale del servizio de le Iene potete collegarvi al sito ufficiale del programma.

  • Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

    Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

    La macabra scoperta, avvenuta in Irlanda, di una fossa comune, con  più di settecento cadaveri di bambini che erano stati affidati a una casa per ragazze madri gestita da suore, ha colpito tutti. Erano bambini di età diverse probabilmente morti per malnutrizione e per malattie non curate, durante tutto il periodo in cui quella struttura religiosa è stata in funzione, dagli anni Venti in poi. Non è la prima volta che in Irlanda emergono storie di violenze e abusi in conventi e altre strutture. Come ha raccontato nel 2002 il film Magdalene di Peter Mullan. Abbiamo chiesto allo scrittore Francesco Formaggi di commentare il risultato dell’inchiesta irlandese, mentre arriva nelle librerie il suo nuovo romanzo, Il cortile di pietra  (Neri Pozza) , storia del piccolo Pietro, figlio di contadini poveri, affidato a un collegio trasformato dalle suore in un inferno di violenze sui minori. Il libro sarà presentato il 19 marzo a Libri Come, a Roma.

    «In Irlanda l’inchiesta su questa terribile realtà va avanti da qualche anno, a colpi di indignazione, accuse e risposte false. Loro hanno avuto il coraggio di scavare alla ricerca della verità su queste case di accudimento», sottolinea lo scrittore.  Sono certo che anche in Italia, se avessimo lo stesso coraggio di scavare, sia fisicamente, sotto i conventi e le chiese, sia culturalmente, sotto lo strato di sabbia della negazione, troveremmo la stessa verità. Che non dovrebbe creare scalpore per il fatto che i corpi di bambini ormai senza vita siano stati gettati nella terra come carcasse di animali, senza sepoltura, ma per il fatto che questi bambini erano trattati come bestie anche in vita.
    Lo scandalo non riguarda dunque la mancata sepoltura per la quale i vescovi irlandesi ora si battono il petto?
    Non riguarda affatto la sepoltura, né l’al di là, ma ciò che questi bambini hanno passato – e in alcuni luoghi ancora oggi passano – da vivi, quindi la negazione della loro infanzia, per non dire il totale annullamento, da parte delle istituzioni cattoliche, della realtà dell’infanzia.
    Qui tocchiamo il cuore, il centro, del suo romanzo?
    Nel mio romanzo un tema centrale è l’infanzia annullata. È accaduto mentre lo scrivevo, un paio di anni fa, che per la prima volta ho letto di questa storia irlandese. Mi ha fatto accapponare la pelle, perché anche nel mio romanzo c’è una fossa, e narravo una storia simile, che avevo però ricavato da alcuni racconti del mio territorio, il basso Lazio, la Ciociaria. Quelle narrazioni aleggiavano sulla palude delle fantasticherie o delle leggende popolari. Quando ho letto che in Irlanda avevano scoperto davvero una fossa comune, quasi non ci credevo.

    Come ha letto queste similitudini fra le due vicende, quella irlandese e quella ciociara?
    Mi ha fatto pensare che il problema è molto più ampio, e abbraccia la sfera che potremmo chiamare dell’educazione, che in uno Stato laico dovrebbe essere laica. Invece in Italia accade ancora oggi che le istituzioni cattoliche abbiano il monopolio culturale dell’educazione e della cura dei bambini. Penso che le famiglie dovrebbero smetterla di mandare i propri figli negli asili delle suore, e poi al catechismo, e poi in chiesa. Perché i preti e le suore fondano la loro identità su una astrazione, annullano l’umano, e questo li rende pieni di rabbia e, nei casi peggiori, totalmente anaffettivi. Non puoi voler bene a un bambino se pensi che sia una bestiolina, un essere umano non ancora compiuto, o peggio ancora, un mostro. Ma troppo spesso in Italia, soprattutto nei piccoli paesi, nelle zone più povere e isolate, per le famiglie non c’è alternativa. E alla luce di quanto ancora accade, alla fine di questo lungo filo rosso di nefandezze, il ritrovamento di una fossa comune di bambini dovrebbe essere la notizia che suscita meno indignazione.

    Anche madre Teresa di Calcutta, come hanno documentato molte inchieste, non dava farmaci ai bambini malati perché pensava che il dolore li purificasse in vista del paradiso. Il culto della sofferenza come espiazione è intrinseco al credo cristiano…

    E quando si parla di bambini, di accudimento dei minori, (e in generale delle così dette categorie deboli) l’indignazione straripa nell’incazzatura. Perché un bambino, sebbene possa resistere interiormente forse meglio di un adulto alle violenze invisibili degli altri esseri umani – grazie a una fantasia che conserva più intatta – non ha modo di scappare, di rendersi libero, di vivere una vita autonoma come meglio crede, di procurarsi da sé il proprio nutrimento e la propria crescita sana.
    E poi ci sono i diritti, e le leggi. Bisogna smetterla di negare i diritti e violare le leggi; parlo del diritto al gioco, per fare un esempio, e della legge sull’aborto. Come ha scritto Saramago a proposito di un suo romanzo: “Se il Saggio sulla lucidità non causerà polemiche nella società, è perché la società dorme”. Ecco, mi viene da pensare che noi oggi dormiamo, ma non come si dorme la notte. Il nostro sonno purtroppo assomiglia più a chiudere gli occhi davanti a realtà che non vogliamo vedere».

    La violenza che lei racconta ne il Cortile di pietra è fisica ma anche psichica.

    Quella che fa più male è la violenza psichica, la violenza che non si vede, perché ti confonde, vuole farti impazzire, vuole farti scomparire, e spesso non sai da dove viene, soprattutto se sei un bambino, la senti soltanto, sulla pelle, come ventate di ghiaccio, ma non ti puoi difendere.

    Come è nato il romanzo?
    Il cortile di pietra ha avuto origine da una miscela di esperienze personali, leggende o dicerie popolari e racconti di amici. Sono stato in un asilo di suore da bambino, ma credo di non aver resistito più di una o due settimane, avrò avuto quattro o cinque anni. Proprio non ci riuscivo a stare lì dentro, mi facevano impazzire, già a quell’età non potevo sopportarle quelle suore, ed era così tanta la voglia di scappare che ancora me la sento addosso. Ho chiara in mente un’immagine: io bambino davanti alla porta aperta dell’asilo, i piedi sull’uscio, sotto di me le scale che scendono in strada, verso la salvezza, verso casa, via da quel postaccio. Ma un attimo prima di scappare realizzo che i miei due fratelli più piccoli sono ancora lì dentro, e non posso lasciarli, li devo salvare. Così torno indietro, li trascino via con me, ma un attimo prima di uscire una suora ci scopre e ci riporta dentro per le orecchie.  Poi come tutti  ho dovuto subire il catechismo fino alla cresima. Per fortuna quando mi costringevano ad andare a messa io dormivo. Le storie popolari che invece hanno stimolato il nucleo più prettamente narrativo del romanzo sono legate al mio territorio, dove sono nato e cresciuto ad Anagni, e riguardano il ritrovamento, durante alcuni lavori di restauro in un convento di monache di clausura, di scheletri di bambini sepolti sotto il cortile. Le chiamo storie popolari perché, per quando abbia cercato documenti e fonti, non ho mai trovato niente di fattivo. Però ho conservato i racconti di amici paesani, uno in particolare, di una ventina di anni più grande di me, Mario, che ha vissuto l’infanzia in un collegio di suore. Nei pomeriggi di pioggia, al bar, davanti a una birra, mi ha raccontato tutto: i soprusi, le botte, la fame che pativano; tutto quello che succedeva in quel collegio, tutte le nefandezze delle suore, un pomeriggio dopo l’altro.

    Quanto è diffuso il problema in Italia, che diversamente dall’Irlanda non ha mai affrontato pubblicamente questioni come gli abusi sui minori da parte dei preti nonostante inchieste stringenti come i due libri inchiesta di Federico Tulli, Chiesa e pedofilia?

    Il mio lavoro è quello del romanziere, e quando mi sono messo a scrivere questo romanzo, ormai cinque anni fa, ero mosso principalmente da una esigenza interiore di raccontare l’infanzia, per come la conoscevo io, con tutte le paure e i vuoti che avevo vissuto ma anche con tutta la gioia e vitalità e la capacità di resistere del bambino che ero stato. E poi, dopo i racconti del mio amico sul collegio e la leggenda dei cadaveri dei bambini sotto il cortile del convento delle suore ecc., avevo già molto materiale su cui lavorare. Non mi serviva altro. Ma quando avevo quasi terminato la prima stesura – durante la quale non avevo smesso di cercare informazioni ed esperienze soprattutto sulla vita quotidiana in un collegio negli anni Cinquanta – ho sentito il bisogno di documentarmi, e l’ho fatto, inizialmente nel modo indolente e furtivo dei romanzieri, che non cercano tanto la verità dei fatti e l’attendibilità delle fonti, quanto la verosimiglianza della suggestione e la realtà delle esperienze umane. Poi però ho cominciato a notare che più volevo elementi di realtà, più chiedevo fatti documentati, più le persone diventavano vaghe e indolenti. Mi è successo all’Archivio di Stato. Mi sono presentato con una domanda specifica, alla ricerca di documenti che potessero provare l’effettiva scoperta o rinvenimento, a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta, di cadaveri di bambini sepolti nei conventi di suore sul territorio italiano. L’unica cosa che ho trovato è stata una reazione indignata: “Ma lei chi è? A che le servono queste informazioni?”, e poi: “Queste storie non sono vere, sono solo dicerie, ma dove l’hai sentite, anche se fossero vere non le direbbero mai” ecc. Poiché avevo un romanzo da scrivere, e non una inchiesta da fare, ho rinunciato ad approfondire la questione, ma  dal punto di vista giornalistico potrebbe essere interessante continuare, perché- ne sono convinto – la violenza è intrinseca al sistema educativo della Chiesa.

    Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

  • Papa Francesco ha ridotto le sanzioni ai preti che hanno abusato sessualmente di minori

    Papa Francesco ha ridotto le sanzioni ai preti che hanno abusato sessualmente di minori

    Come se nulla fosse, Papa Francesco sta tranquillamente riducendo le sanzioni contro un manipolo di preti pedofili nel nome della sua visione di una Chiesa misericordiosa che deve concedere possibilità di riscatto anche dinnanzi ai peggiori crimini. È quanto denuncia un articolo di Abc News.

    Tra i casi più conosciuti c’è quello di don Inzoli, graziato del Papa in merito ai suoi abusi su ragazzini di età inferiore ai 12 anni. Attualmente sotto inchiesta da parte della Procura (nonostante molti dei suoi crimini risultino ormai prescritti) il sacerdote risulta anche oggetto di un secondo processo canonico che sarebbe stato aperto dinnanzi a nuove prove emerse nei suoi confronti.

    Pare abusasse dei ragazzini persin dentro il confessionale, ma la riduzione ad uno stato laicale (che neppure gli impedì di partecipare tra le autorità al convegno lombardo in “difesa” dei bambini organizzato da Croistina Cappellini) fu l’unico provvedimento assunto da un giudizio di condanna emesso da Benedetto XVI e confermato da Francesco.

    Ma il caso Inzoli pare solo uno dei tanti in cui Ppa Francesco ha soprasseduto alle decisioni del consiglio della Congregazione vaticana per la dottrina della fede e ha deciso di limitarsi a ridurre ad uno stato laicale i prelati senza ulteriori conseguenze. In molti casi i sacerdoti coinvolti in atti di pedofilia hanno fatto appello alla clemenza di Francesco, citando le sue parole sulla misericordia.

    Un funzionario vaticano ha raccontato ad Abc News che «con tutta questa enfasi sulla misericordia si sta creando un ambiente ideoneo per tali abusi», sostenendo poi che gli appelli alla clemenza venivano raramente accolti da Papa Benedetto XVI (che tra il 2005 e il 2013 ha ridotto allo stato laicale circa 800 preti che hanno violentato e molestato dei bambini) sino al cambio di rotta del nuovo pontificato. Lo conferma indirettamente il portavoce vaticano Greg Burke, il quale ha raccontato con enfasi come la misericordia di Francesco venga applicata «anche a coloro che sono colpevoli di crimini efferati».

    A tutto ciò si aggiungono le recenti parole con cui Franceso ha sostenuto che chi commette abusi sessuali soffra di una “malattia”, introducendo in alcuni processi in essere un ulteriore espediente per invocare fattori attenuanti durante i processi canonici.

    Marie Collins, un superstite irlandese di abusi sessuali perpetrati da sacerdoti, ha espresso disappunto verso tutti i nuovi espedienti che stanno indebolendo il contrasto alla pedofilia: «Chi ha commesso un abuso ha assunto una decisione consapevole. Gli esperti vi diranno che anche i pedofili sono responsabili delle loro azioni. Possono resistere alle loro inclinazioni».

    Tanti gruppi di vittime di abusi hanno da tempo messo in discussione l’impegno di Francesco nel perseguire la linea dura di Benedetto, soprattutto in virtù di come non avesse alcuna esperienza nel trattare con i sacerdoti responsabili di abusi o con le loro vittime nella sua Argentina .

    Inoltre molti canonisti e varie autorità della Chiesa sostengono che la riduzione allo stato laicale dei preti pedofili possa comportare ulteriori rischi per la società, dato che la Chiesa non esercita più alcun controllo su di loro. Essi sostengono che mantenere gli uomini nel ministero limitato, lontano dai bambini, almeno consente superiori di esercitare un certo grado di supervisione.

    Collins ritiene indicativo il caso di Inzoli, riconosciuto colpevole di abusi sessuali dal Vaticano nel 2012 e ritrovatosi a beneficiare di uno sconto di pena a lui concesso nel 2014 da Francesco. Stessa sorte è toccata al vescovo di Crema, Oscar Cantoni, graziato da un pontefice che ha sostenuto che «nessun peccato è così terribile da non poter applicare la misericordia».

    http://gayburg.blogspot.it/2017/03/papa-francesco-ha-ridotto-le-sanzioni.html

    FONTE ORIGINALE http://abcnews.go.com/Health/wireStory/pope-quietly-trims-sanctions-sex-abusers-seeking-mercy-45732198