Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Pedofilia: in Europa, in America, ma anche in Australia

    Pedofilia: in Europa, in America, ma anche in Australia

    Secondo un recente rapporto dell’Unione Europea sul maltrattamento e le violenze sui minori, un bambino su otto e una bambina su cinque, sarebbero vittima di abusi sessuali durante l’infanzia. Nell’80% dei casi le violenze avvengono all’interno delle mura domestiche: padri, madri, ma anche zii, nonni e fratelli. Una vera e propria emergenza, aggravata dal crescente numero di siti web pedopornografici. Dal 2003 a oggi sono stati denunciati 125.000 siti pedopornografici, di cui solo 9.800 nel 2015. Un orrore diffuso che non conosce confini.

    Solo una settimana fa, la polizia scozzese ha sgominato una rete di pedofili che usava internet sia per adescare le vittime che per diffondere materiale pornografico. “In almeno tre casi abbiamo visto delinquenti che avevano in memoria nei loro computer più di 10 milioni di immagini di bambini”, ha dichiarato l’ispettore Andy Williams che ha seguito da vicino l’indagine. Casi non isolati nel mondo anglosassone, come dimostrano gli scandali all’interno della chiesa cattolica irlandese.

    Ultimo a farne le spese monsignor Martin Drennan, vescovo di Galway e Kilmacduagh, il cui nome compariva nei rapporti governativi sulla pedofilia che hanno spinto Benedetto XVI ad avviare indagini interne e a rivoluzionare la Chiesa irlandese. Nonostante le resistenze, Papa Francesco è riuscito a costringere Drennan alle dimissioni per chiudere una ferita aperta nel 2010. Una faccenda, però, tutt’altro che chiusa.

    Secondo i media australiani, sarebbe indagato per presunti abusi su minori anche il cardinale George Pell, prefetto agli Affari economici del Vaticano. Secondo l’emittente Abc i casi risalirebbero agli anni ’70 quando Pell era parroco nella città di Ballarat. A denunciare le molestie sarebbero stati due quarantenni per fatti avvenuti tra il 1978 e il 1979. Il cardinale, ascoltato per quattro volte dai magistrati australiani, ha definito le notizie “totalmente false”.

    La pedofilia rappresenta una piaga contro cui Papa Francesco ha preso una posizione dura. Il pontefice ha varato, infatti, una legge “motu proprio” contro i vescovi negligenti che prevede la rimozione dall’ufficio di quanti non denunciano o coprono casi di pedofilia all’interno delle diocesi. Una realtà che riguarda soprattutto Stati Uniti, Australia, Canada e Irlanda. Scandali che in America, ad esempio, hanno creato un vero e proprio caso, soprattutto grazie alla super inchiesta del Boston Globe narrata nel film vincitore del premio Oscar 2016, “Il caso Spotlight”. Un lavoro durato anni e conclusosi nel 2003 con il pagamento da parte dell’Arcidiocesi di Boston di circa 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti delle vittime. I casi di pedofilia non risparmiano l’Italia. I numeri non sono diversi da quelli degli altri paesi europei, ma è difficile fornire cifre precise vista la mancanza di una banca dati nazionale che pure è prevista dalla legge 36 del 2006. I governi spesso ignorano il problema e gli stupratori, una volta condannati, finiscono in breve tempo liberi e senza supporto psicologico, condizione che favorisce la recidività.

  • Storie di dolore e pentimento

    Storie di dolore e pentimento

    IMGPress – Il foglio elettronico

    di ANDREA FILLORAMO

    Ancora una volta sono obbligato a scrivere della pedofilia clericale. L’occasione mi è data da un prete, don Alberto Paolo Lesmo, che ho conosciuto negli anni ’90. Era egli, allora, incaricato dell’oratorio maschile della Parrocchia di Santo Stefano di Vimercate, città dove da tanti anni ho la mia residenza. Lo ricordo perfettamente e di lui rammento il suo impegno pastorale, la sua dedizione ai giovani, ai quali trasmetteva il suo entusiasmo, il suo ottimismo, la sua capacità di vivere e di far rivivere la parola di Dio. Dopo alcuni anni trascorsi in quella parrocchia e in altre, don Alberto è stato parroco della chiesa di S. Marcellina a Milano e decano di Milano-Baggio. Recentemente, come un fulmine a ciel sereno, mi è giunta la notizia che don Alberto è stato accusato e condannato dal tribunale per prostituzione minorile e per avere avuto rapporti sessuali a pagamento con un adolescente tossicodipendente, che usava i soldi ricevuti per comprare cocaina. Il procedimento a carico di don Lesmo era venuto a galla lo scorso 25 marzo, il Venerdì Santo, con la comunicazione ufficiale della sospensione del religioso, 48 anni, da parte della Curia di Milano e dell’arcivescovo Angelo Scola. Stando alle indagini del pm Polizzi (che aveva chiesto l’arresto negato dal gip), Lesmo ha adescato il minorenne on line su una chat e ha compiuto “atti sessuali” con il ragazzo fino al 2011, “in cambio di corrispettivi in denaro variabili da 150 a 250 euro per volta”. L’inchiesta era scattata dalla segnalazione di un ospedale nel quale il ragazzo venne visitato nel 2011, anche perché aveva tentato il suicidio. Nel procedimento, poi, erano state messe a verbale le dichiarazioni del giovane di buona famiglia che ora sta studiando e cerca di rifarsi una vita. Il giudice con la sentenza ha anche disposto la trasmissione degli atti alla Procura per un’ipotesi di induzione alla prostituzione e, per tal motivo il prete dovrà subire un altro procedimento: don Lesmo avrebbe suggerito, infatti, ad un altro giovane che si prostituiva di frequentare una chat specifica per incontrare nuovi clienti. Davanti alle accertate notizie rimango sbalordito e mi pongo una domanda che tanti, come me, si pongono: “Se don Lesmo, prete riconosciuto come un ottimo prete, è rimasto ‘ingabbiato’ dentro la pedofilia, quanti altri preti che non godono magari di buona fama sono preti pedofili?” e ancora: “La pedofilia dei preti è una patologia o un ‘vizio’?”.Cerco di rispondere alla meno peggio a quest’ultima domanda. Parrebbe che la pedofilia sia un vizio, ma, per fortuna e a mio parare, la maggior parte dei preti si tiene lontano da questa brutta abitudine. Tuttavia, i casi di pedofilia che hanno come protagonisti e responsabili i preti, sembra che aumentino sempre di più, tanto da far apparire la pedofilia clericaleuna “peste”.Sono, quindi, in Italia molti i preti pedofili e innumerevoli sono i casi di preti pedofili che sono stati insabbiati: la denuncia è della rete “L’Abuso”, che riunisce le vittime dei preti pedofili. Una denuncia con tanto di mappa dettagliata di tutta la Penisola.La rete raggruppa tutti i casi noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla. “Si parla tanto della ‘grande rivoluzione’ di Papa Francesco ma su questo tema in realtà – dice ad Askanews, il portavoce della rete – stiamo parlando di presupposti per il futuro perché la nostra associazione riunisce quasi 500 vittime e tutte si lamentano di non essere state contattate o aiutate dalla Chiesa. Per il momento a neanche una di queste vittime la Chiesa ha prestato aiuto. Molti sacerdoti condannati dai tribunali ecclesiastici sono stati poi reintegrati e tante volte sono stati reintegrati anche quelli condannati dai tribunali civili”. Mi è lecito porre un’ulteriore domanda: “cosa può fare un vescovo o un superiore religioso (almeno che non sia egli stesso un pedofilo e in tal caso non gli resterebbe altra possibilità se non di immediatamente dimettersi ), per aiutare i preti che, vuoi per il tipo di formazione avuta prettamente sessuofobica, vuoi per altri motivi che non sto qui a esaminare, vuoi per la possibilità che hanno di accostarsi ai bambini, dinnanzi ai quali possono diventare facili prede dell’«intenerimento sessuale»,sentono o percepiscono, verso di loro, una determinata «attrazione»?Da quel che mi risulta, fino ad oggi, a tal riguardo nulla si è fatto. All’interno delle gerarchie cattoliche, infatti, questi altarini sono ben conosciuti, figuriamoci: l’istituzione ecclesiastica ha avuto due millenni di tempo per imparare a mettere a nudo le altrui, diciamo così, “difficoltà dell’anima”… e preferisce con un fitto velo di omertà le magagne esistenti al proprio interno e, quindi, nulla o poco fa per aiutare i preti pedofili o quelli a rischio di pedofilia. Eppure basterebbe costituire delle commissioni formate da psicologi, psicanalisti, che, con la massima riservatezza possibile, si rendano disponibili a prestare il necessario aiuto. Avverràtutto questo o saranno individuati altri strumenti per liberare i preti da questo “vizio” che grida vendetta al cospetto di Dio”? Non lo so ma lo spero.

    http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=90605&idsezione=4

  • Verbo Incarnato, nuova guida per superare lo choc

    Verbo Incarnato, nuova guida per superare lo choc

    Dall’1 al 22 luglio scorso ha avuto luogo il VII Capitolo Generale dell’Istituto del Verbo Incarnato, la congregazione religiosa nata in Argentina nel 1984 per l’opera di P. Carlos M. Buela. Il capitolo è stato diretto dalla Santa Sede, come era stato già comunicato al Consiglio Generale nel dicembre 2015.

    La famiglia religiosa del Verbo Incarnato presente in 26 paesi dei cinque continenti, si compone di un ramo maschile ed uno femminile, entrambi gli istituti comprendono una forma contemplativa  ed una attiva”. Il fine specifico dell’Istituzione è l’evangelizzazione della cultura, corroborata da una forte preparazione intellettuale con preferenza per le opere di S.Tommaso d’Aquino. Molto intensa anche l’attività missionaria, specialmente in luoghi difficili.

    La notifica della decisione della Santa Sede di presiedere il Capitolo, su espresso mandato di Papa Francesco, era stata inviata dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica il 16 dicembre 2015. La direzione del Capitolo Generale è avvenuta assegnando il ruolo di presidente al cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, coadiuvato da due visitatori: Mons. Angelo Todisco, uditore della Rota Romana e già impegnato in un ruolo simile nel caso dei Francescani dell’Immacolata; e P. Philippe Toxé, O.P, consigliere pontificio per i testi legislativi.

    Inoltre la Santa Sede informava il Consiglio Generale che a causa di alcune denunce sul governo dell’Istituto si sarebbe riservata la nomina di tre padri dell’IVE per il nuovo Governo Generale.

    Questa comunicazione, secondo le voci che si rincorrevano da qualche mese, assumeva la fisionomia di una specie di commissariamento dell’Istituto. Sul Capitolo pendeva anche la spada di Damocle delle ripetute accuse fatte nel corso degli anni al fondatore, il P. Carlos M. Buela che attualmente risulta essere “ritirato” in una recente fondazione dell’Istituto nella città di Genova. La dimora obbligatoria al fondatore era già stata approvata in forma specifica da Papa Francesco  nel 2013, poco dopo la sua elezione al Soglio di Pietro. Il papa argentino aveva così specificato una clausola posta da Benedetto XVI, e cioè che “al P. Buela non [era] permessa alcuna ingerenza nel governo e nell’andamento dell’Istituto”.

    Bergoglio quando era cardinale di Buenos Aires aveva già preso decisioni nei confronti del Verbo Incarnato, arrivando a bloccare le ordinazioni sacerdotali per tre anni; cosa che portò l’Istituto a trasferirsi in Italia, a Segni, accolti da Mons. Erba. Da pontefice, nel luglio 2013, nel discorso ai membri del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM), Francesco sottolineava la tentazione “pelagiana” che «in America Latina, si verifica in piccoli gruppi, in alcune nuove Congregazioni Religiose, in tendenze esagerate alla “sicurezza” dottrinale o disciplinare». Il riferimento all’Istituto del Verbo Incarnato era stato colto da molti osservatori, anche perchè il Papa aggiunse a braccio un particolare rivelatore: «Nel primo anno di Pontificato di Benedetto XVI, io stesso sono dovuto intervenire in un caso nel quale il fondatore di un movimento era legato a questa prospettiva apocalittica».

    Nel maggio 2013 la Congregazione retta da Braz de Aviz scriveva al vescovo argentino di San Rafael, indicando che il provvedimento di Francesco, circa la dimora obbligatoria del fondatore, rappresentava «un segno di riprovazione dei fatti addebitati al P. Buela documentati e provati nell’inchiesta» svolta dallo stesso Mons. Eduardo Taussig e inviata al Vaticano. Le accuse al fondatore hanno sempre oscillato tra quelle di “abusi sessuali e di autorità” a quelle di “manipolazione della coscienza dei seminaristi”. Va precisato che l’attendibilità di queste accuse era già stata riconosciuta nel 2010 in un Decreto della Congregazione dei religiosi che, appunto, rimouoveva il P. Buela dall’ufficio di Superiore Generale e l’obbligava a riesiedere, fino a nuovo ordine, lontano dal proprio Istituto.

    A proposito di questa annosa vicenda, durante il Capitolo Generale, nella prima sessione, il cardinale Coccopalmerio, secondo quanto riporta il portale Infocatolica, ha informato per iscritto che la Congregazione per i religiosi “ha riconosciuto la veridicità delle accuse e ha stabilito la sua [del fondatore, NdA] imputabilità”. Si tratta di una presa di posizione che potrebbe aprire scenari simili a quelli verificatisi nel caso della congregazione dei Legionari di Cristo e del fondatore Marcial Maciel Degollado. Simili anche perchè ci si troverebbe di fronte ad una situazione difficilmente interpretabile: da una parte frutti buoni, l’Istituto del Verbo Incarnato, infatti, risulta essere ricco di vocazioni e particolarmente attivo nelle attività di missione, accanto a un fondatore che si sarebbe, invece, macchiato di gravi peccati.

    La seconda informazione data da Coccopalmerio ha riguardato il Consiglio Generale dell’Istituto, decretando che quello che ha governato fino ad oggi è stato inabilitato per essere rieletto, così come i Padri Provinciali (i superiori delle varie provincie ecclesiastiche dell’Istituto).

    In questo contesto si è concluso il Capitolo Generale e la carica di Superiore è andata a Padre Gustavo Nieto, coadiuvato da due consiglieri, i padri Ricardo Clarey e Daniel Cima. I tre padri di nomina pontificia, invece, sono Ervens Mengelle (Vicario Generale), Eugenio Elías e Christian Ferraro.

    http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-verbo-incarnatonuova-guida-persuperare-lo-choc-17061.htm#.WIpbghnhC71

  • Un bambino su dieci molestato dai pedofili: “Allo Stato non importa”

    Un bambino su dieci molestato dai pedofili: “Allo Stato non importa”

    Il dato della Ue. Le associazioni: manca una banca dati nazionale. Storia di Clarissa: violentata da papà a 12 anni, vi dico come ce l’ho fatta.

    andrea malaguti

    INVIATO A REGGIO EMILIA

    Il padre di Clarissa L. ha cominciato a molestarla quando aveva dodici anni. Diceva di farlo per il suo bene. «Siamo parte di una razza superiore e questo è il mio dono per te». Una presunta super-intelligenza che si fondava su un’ idea schifosa: «la società è piena di tabù, il mondo vive stipato in una gabbia per polli e noi dobbiamo aprire la gabbia e abbattere i tabù, primo fra tutti quello dell’incesto». Lo ha abbattuto il tabù e ha abbattuto anche Clarissa.

    Per sei anni consecutivi.

    Poi lei si è rivolta a un insegnante, quindi a uno psicologo, infine ai carabinieri, che sono andati ad arrestare il padre, che di mestiere insegnava matematica. L’hanno condannato a sei anni e mezzo di galera. Ne ha passato uno ai domiciliari. «Dietro le sbarre, però, non è rimasto neanche un giorno. Ma la cosa che mi fa più male è un’altra. L’ultima frase che gli ho detto prima che salisse sul camper e provasse inutilmente a scappare alle forze dell’ordine è stata: “scusa papà, non ti volevo denunciare”». I sensi di colpa. La vergogna. L’idea di avere rovinato la famiglia, anche quella mamma, professoressa anche lei, che giurava di non essersi accorta di nulla. Così Clarissa non sapeva più se di questa storia – la sua – era la vittima o il carnefice. «Ci ho messo del tempo a rendermi conto di come sono andate le cose. Non avevo gli strumenti per arrivarci. Ma dopo avere ritrovato l’equilibrio l’ho denunciato una seconda volta, quando ho scoperto che aveva aperto un blog in cui adescava bambini e bambine». Lei era cambiata. Lui no.

    Mentre andava alla polizia postale a denunciarlo le è tornato in mente il materasso dove qualche volta il padre – esattamente come faceva in camera, sotto la doccia, in cucina, sul camper, ovunque – abusava di lei. Era in mezzo a un campo e per raggiungerlo bisognava attraversare un tunnel naturale fatto di arbusti. . «Attorno al materasso c’erano bambole e macchinine. E io a dodici anni con le bambole non giocavo più». Non è difficile immaginare l’orrore di quel luogo.

    La parola che Clarissa usa più spesso per raccontare quegli anni è «confusione», come se il genitore pedofilo le avesse affondato un cucchiaio nella testa per mescolarle il cervello. Sei l’uomo che mi deve proteggere o sei un mostro? «Alla fine non era tanto il sesso a farmi male, quanto questa gigantesca impossibilità di capire».

    Quante sono in Italia le bambine e i bambini come è stata lei? E che cosa facciamo per aiutarli? Domanda che pretende una risposta sempre più urgente nei giorni delle polemiche sul degrado di Caivano e del Parco Verde a Napoli («gli abusi sessuali in famiglia in queste zone sono elevati a normalità», sostiene il garante dell’infanzia campano), degli arresti contro la pedofilia on line effettuati dalla polizia postale in tutto il Paese e dell’impegno condiviso tra la ministra delle pari opportunità Maria Elena Boschi e la Garante Nazionale per l’infanzia, Filomena Albano, «per agire con tutti gli strumenti necessari per contrastare gli abusi sessuali sulle persone di minore età e la pornografia minorile». Belle parole. Ma c’è qualcuno che conosce realmente le dimensioni di questo disastro e quindi lo affronta?

    Il buco nero

    Il rapporto dell’Unione Europea sul maltrattamento e le violenze sui bambini dice che tra il 5 e il 10% dei maschi e il 20% delle femmine è vittima di abusi sessuali durante l’infanzia. Una bambina su cinque. Un bambino su otto. E nell’ 80% dei casi sono i familiari a molestarli: il padre una volta su due, la madre una volta su dieci, poi gli zii, i nonni, i conviventi della madre, i fratelli, infine gli amici. Gli estranei rappresentano l’ 8,9% del problema. Non c’è distinzione di classe. Dal notaio al barista è un orrore diffuso. E i numeri italiani? Presumibilmente non sono molto diversi. Presumibilmente. Un numero ufficiale non esiste, perché non esiste la banca dati nazionale prevista dalla legge 36 del 2006. «La verità è che tutto ciò che riguarda i minori, non solo la pedofilia, non è monitorato e che c’è una disattenzione progressiva delle istituzioni, della politica e anche della società», dice Sandra Zampa (Pd), vice presidente della commissione infanzia. Una disattenzione colpevole, per non dire criminale. «Non c’è la volontà politica di affrontare la questione», dice don Fortunato Di Noto, esperto mondiale di pedofilia e fondatore dell’Associazione Meter. «C’è un problema di percezione della portata della pedofilia nel nostro Paese. La si ritiene un fatto marginale. Però sappiamo tutti che non è così. Io in 13 anni ho accolto più di mille e trecento vittime di pedofilia qui ad Avola. E per cento che ne vengono ce ne sono altri cinquecento di cui non abbiamo idea». Uno lo aiuti. Cinque si perdono. Sciorina una sfilza di dati spaventosi e racconta dell’infantofilia, l’abuso sui bambini con meno di tre anni, in crescita esponenziale. «Qualcuno ci prende per folli, ma siamo di fronte a un fenomeno enorme. E in Italia avremmo anche le leggi per affrontarlo, ma nessuno le applica. Mi domando se non sarebbe il caso di fare vedere a tutti le fotografie di questo scempio. Magari smuoverebbero le coscienze come il piccolo Aylan sulla spiaggia in Turchia. Invece qui nessuno reagisce». E se non c’è l’istinto a agire per assecondare le ragioni del cuore, bisognerebbe farlo almeno per quelle del portafoglio. La prima indagine nazionale sull’epidemiologia del maltrattamento all’infanzia voluta da Terre des Hommes e dal Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento all’Infanzia (Cismai) curata dall’Università Bocconi di Milano, quantifica in 338 milioni e mezzo i costi diretti degli abusi sui bambini (ospedalizzazione, cura della salute mentale, costi per l’amministrazione della giustizia) e in oltre dodici miliardi quelli indiretti (cura della salute da adulti, criminalità adulta, delinquenza giovanile, perdita della produttività per la società). Intervenendo tardi si producono due danni: adulti feriti e casse vuote.

    La dottoressa Monica Micheli, addetta alla comunicazione del Cismai, giudice onorario e supervisore al Centro Aiuto al Bambino Maltrattato che nel comune di Roma ha assistito 1500 bambini e adolescenti in 18 anni, incarna fisicamente la distanza siderale che corre tra la volontà dei singoli di affrontare il tema con coraggio e la sensibilità pressoché nulla delle istituzioni. «In febbraio siamo stati costretti a sospendere la nostra attività per esaurimento fondi. Mancava il bando, che adesso finalmente è arrivato e che da settembre potrebbe consentirci di rimetterci al lavoro». Il sistema va a singhiozzo. Le violenze proseguono. E Micheli non può che condividere la visione dei colleghi: «L’attenzione dello Stato verso il tema è prossima allo zero e continua a mancare una politica di investimenti».

    Ma che vita hanno i bambini abusati? Dipende dalla gravità dell’abuso. E da quanto è vicina a loro la persona abusante. Genitori, parenti, religiosi, allenatori, maestri di scuola, bidelli. Tanto più l’abusante è prossimo all’abusato, quanto più il trauma è forte. «C’è una rottura del rapporto di fiducia e gli effetti di quella rottura condizioneranno il modo in cui il bambino guarderà il mondo. E le cose andranno peggio se la madre non crederà all’abuso. Ma sui bambini si può fare un ottimo lavoro, anche se la cicatrice è destinata a rimanere. Lo psicologo da solo però non basta. È necessario che ci sia una rete». E qui torniamo alla casella di partenza. A chi tocca costruire la rete? E come deve essere fatta? Come si aiuta davvero un bambino che – citando Sandor Ferenczi – cerca istintivamente il linguaggio della tenerezza e si trova a fare i conti con la violenza soffocante del linguaggio della passione di un adulto fuori controllo?

    La Val d’Enza

    C’è un posto in Italia dove la lotta alla pedofilia è una priorità assoluta. E i risultati si vedono. È un fazzoletto di terra in provincia di Reggio Emilia dove gli otto comuni della Val d’Enza – 62mila abitanti, 12mila minorenni, 1900 in carico ai servizi , 31 seguiti per abusi sessuali – hanno costituito un’Unione guidata dal sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, per tutelare i minori. E magari cambiare anche la testa di chi non vede il problema. «Abbiamo fatto rete e lavoriamo con operatori specializzati capaci di dare risposte rapide. La variabile tempo è decisiva», dice Carletti. È seduto di fianco al medico legale Maria Stella D’Andrea e all’assistente sociale Federica Anghinolfi. «Noi la volontà politica l’abbiamo avuta. E nonostante i tagli abbiamo anche trovato i soldi». Come li hanno spesi? Facendo formazione sugli operatori per renderli in grado di leggere in anticipo i segnali di malessere, spesso aspecifici, dei bambini, rivalutando la figura dell’assistente sociale, lavorando con gli ospedali e con le scuole e appoggiando in modo esplicito le vittime della violenza. Ad esempio costituendosi parte civile in un processo contro una madre che faceva prostituire la figlia dodicenne. Favoloso. Ma i soldi? «Abbiamo cercato di ricorrere meno alle comunità (che pure sono fondamentali) dove per seguire un bambino servono 50mila euro l’anno. E abbiamo incentivato il ricorso agli affidi, che costano molto meno». Le idee. Un piano capillare. La professionalità degli operatori. «Per noi è decisiva la riumanizzazione delle vittime. E per questo servono empatia e competenze specifiche. Ma sa quanti sono i corsi di laurea, a medicina o a psicologia, che prevedono la materia: “vittime di violenza”? Zero», dice Maria Stella D’Andrea, che chiede al governo interventi non solo teorici.

    La legge di Stabilità del 2016 ha previsto, ad esempio, un “percorso di tutela delle vittime di violenza” rimandando a un decreto della presidenza del consiglio la definizione delle linee guida. Ma il decreto non è mai arrivato. E anche se arrivasse ci sarebbe la garanzia della sua applicazione? Dubbio legittimo. «Dal 2001 la legge prevede l’obbligo per il sistema sanitario di mettere a disposizione delle vittime uno psicoterapeuta. Ma, mancando i soldi e mancando una visione, mancano anche gli psicoterapeuti. Però tutti zitti. In questo Paese è ancora troppo forte l’idea della famiglia patriarcale padrona dei figli», dice Anghinolfi. Così in provincia di Reggio insistono con il fai da te. E a settembre, grazie anche alla consulenza del centro studi Hansel e Gretel di Torino, apriranno un Centro di Riferimento per minori che garantirà formazione, tutela, ascolto e assistenza. Venite qui, vi diamo una mano. Il sistema? Lo chiamano “riciclo delle emozioni”. Come se i bambini finissero dentro una lavatrice sana e cominciassero a lavarsi dentro. Ora, il modello degli otto comuni dell’Unione Val d’Enza è lì, basta allungare una mano e prenderlo. Interessa?

    La nuova vita di Clarissa

    Grazie all’appoggio terapeutico, oggi Clarissa ha 26 anni, è una splendida donna laureata e fidanzata, ha scritto un libro sulla sua esperienza che spera di pubblicare, fa la logopedista, ha completato la discesa verso il nucleo oscuro della sua vita interiore e sa con certezza che quell’ uomo che le sembrava capace di conoscere qualunque cosa, dai Fenici a Internet, per quanto suo padre era semplicemente un manipolatore malato. E sa anche che la sua vita potrà essere talmente piena da consentirle di avere, amare e proteggere un bambino suo, perché, dice: «C’è stato un tempo in cui ero convinta che avrei potuto strapparmi l’utero con le mie mani. Adesso no. Adesso l’idea di un figlio non mi spaventa più».

    http://www.lastampa.it/2016/07/31/italia/cronache/un-bambino-su-dieci-molestato-dai-pedofili-allo-stato-non-importa-kwDF4rH59IhZWezkbTBwmI/pagina.html

  • Il parroco di San Valentino Torio: “Misericordia per gli stupratori della minorenne”

    Il parroco di San Valentino Torio: “Misericordia per gli stupratori della minorenne”

    Parole choc di don Alessandro Cirillo, che punta il dito contro la pornografia e chiede ai genitori di tornare ad educare i propri figli.

    “Condanniamo sempre il peccato, ma apriamo strade di misericordia per chi ha sbagliato, se vogliamo che questo mondo si salvi. Papa Francesco ci esorta ad amare anche chi ha sbagliato, mentre la giustizia umana fa il suo corso.” È uno dei passaggi di una lettera aperta alla comunità di San Valentino Torio da parte del suo parroco, don Alessandro Cirillo, scritta pochi giorni dopo lo stupro di una ragazzina di cui non si sa nulla, per proteggerla, tranne che ha tra i quattordici ed i sedici anni anni da parte di cinque coetanei. Parole in linea con l’insegnamento della Chiesa, ma che entrano in contrasto con il sentimento popolare, che vorrebbe un trattamento esemplare per i cinque ragazzi, presunti colpevoli di un atto così efferato.

    “Mi piacerebbe se, dopo questo gravissimo atto subito da una sedicenne di Sarno – scrive don Alessandro – da parte di cinque suoi coetanei, potessimo prendere coscienza che i nostri figli sono vittime indifese di una squallidissima e disastrosa pornografia on line che a tutte le ore del giorno e della notte, li raggiunge, li inganna, li stimola, li ammalia. Invitandoli e spingendoli a fare cose di cui dovranno vergognarsi per il resto della vita.” Secondo il parroco, quello che è successo è frutto di una mancanza di amore nei confronti dei ragazzi. “Quanto spazio hanno i genitori, oggi, nell’educazione dei figli?” si chiede il sacerdote, spiegando che una volta i genitori difendevano i figli dai pericoli esterni, mentre oggi “quel mondo lo abbiamo fatto entrare in casa. Gli abbiamo spalancato la porta. Lo abbiamo fatto accomodare in salotto e in camera da letto, senza opporre alcuna resistenza. Lo trattiamo da amico quando è un terribile nemico.”

    Secondo il parroco di San Giacomo Maggiore Apostolo, guida dei fedeli di una città di diecimila abitanti che vive di agricoltura ed industria, questa in terribile storia che ha scosso una intera comunità “non ci sono né vincitori né vinti, ma tutti sono sconfitti”, compresi i giovani stupratori. “C’è la vita di una ragazza segnata per sempre, nel profondo del suo intimo, ma anche la vita di questi ragazzi sarà marcata per sempre. Gesù, nel Vangelo, ha condannato sempre il peccato, ma ha aperto il suo cuore ai peccatori.”

    “Mi auguro – conclude don Alessandro – che come comunità di San Valentino Torio, in tutte le sue componenti, possiamo davvero tornare ad investire sull’educazione forte e serena dei nostri figli, con cammini specifici per la loro età. Dare amore è riempire il vuoto esistenziale di tanti ragazzi, che attendono da tutti di conoscere il significato profondo della parola “amore”.

    Intanto, gli avvocati dei cinque ragazzi, detenuti nel carcere minorile di Airola dopo che il magistrato ha convalidato gli arresti, stanno lavorando per presentare in tempi rapidi una richiesta di scarcerazione, sperando in una attenuazione della misura cautelare.

    http://napoli.fanpage.it/il-parroco-di-san-valentino-torio-misericordia-per-gli-stupratori-della-minorenne/

  • In Italia manca da 30 anni il reato di tortura. E il parroco “wanted” in Argentina per le violenze ai tempi di Videla, può restare in Italia a dire messa. L’incredibile storia di don Franco Reverberi

    In Italia manca da 30 anni il reato di tortura. E il parroco “wanted” in Argentina per le violenze ai tempi di Videla, può restare in Italia a dire messa. L’incredibile storia di don Franco Reverberi

    Sorbolo è un paesino di poco più di 9.500 abitanti in provincia di Parma. Vicino a Sorbolo c’è Enzano di Sorbolo. In Strada del Fienile, la Parrocchia di Sant’Andrea Apostolo. Gli abitanti di Enzano di Sorbolo sono circa trecento, ricorda il comunicato di Antigone. Una realtà tranquilla, con la sua villa comunale, le sue scuole, i suoi negozietti. E, ovviamente, la sua parrocchia. Un luogo di ritrovo, oltreché religioso per grandi e piccoli. E, specie in una realtà piccola come Sorbolo, l’esempio del parroco è quanto mai fondamentale. Succede, però, che proprio qui, nel piccolo paesello in provincia di Parma, il sacerdote è tale Don Franco Reverberi. E perché mai questo dovrebbe interessarci? Semplice: perché dall’alto del leggio, a tenere le omelie ogni santissima domenica, è un ricercato per tortura che, paradosso dei paradossi, non è allontanato da nessuno. Né dal Vaticano né tantomeno dallo Stato italiano.

    La denuncia arriva da Antigone, una delle associazioni da sempre più impegnate nella lotta a crimini in divisa, com’è appunto la tortura. “Sul web – denunciano da Antigone – vi è una scheda Interpol a lui dedicata”. Eccola qui:

    Come si legge dalla scheda, l’accusa rivolta a Don Reverberi è “imposicion de tormentos”. In italiano: tortura. “Don Reverberi – dicono ancora dall’associazione – è accusato di essere complice, anzi autore, delle torture perpetrate dai militari nell’Argentina di Videla”. Parliamo, ovviamente, di Jorge Rafael Videla Redondo, il dittatore che arrivò al potere con un colpo di Stato ai danni di Isabelita Perón, condannato a due ergastoli e 50 anni di carcere per vari crimini contro l’umanità, tra i quali l’assassinio e la tortura di 30 mila persone.

    Secondo le accuse, ci sarebbero diversi testimoni e prgionieri che parlano di un cappellano italiano vestito da militare. Ecco, quel cappellano sarebbe Don Reverberi. Tanto basta per le autorità argentine per chiedere l’estrazione. Un’estradizione risalente già al 2012. La richiesta è stata giudicata prima dalla Corte d’Appello di Bologna e poi dalla Corte di Cassazione. Ma la risposta è stata sempre la stessa: la magistratura italiana non ha concesso l’estradizione all’Argentina in quanto in Italia manca il delitto di tortura e per gli altri reati a lui ascrivibili ci sarebbe stata prescrizione.

    Insomma, Don Reverberi può continuare tranquillamente a dire messa nella parrocchia di Sorbolo. Un’altra storia incredibile derivante da un vuoto normativo, quello sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale, che va avanti da trent’anni.

    Tw: @CarmineGazzanni

    In Italia manca da 30 anni il reato di tortura. E il parroco “wanted” in Argentina per le violenze ai tempi di Videla, può restare in Italia a dire messa. L’incredibile storia di don Franco Reverberi

  • Il prete ormai è un “mostro”: mai più da solo con bimbi

    Il prete ormai è un “mostro”: mai più da solo con bimbi

    di Andrea Zambrano

    Bannati, nel linguaggio social friendly. Più letteralmente “banditi”. Sono i preti della diocesi di Montreal in Canada che da settembre non potranno più avvicinarsi da soli ai bambini. Con loro ci dovrà sempre essere un testimone perché il rischio di incorrere in accuse di molestie o di pedofilia è troppo elevato in un Paese che negli ultimi anni ha visto uscire allo scoperto diversi casi accertati di abusi su minori da parte di religiosi.

    La decisione è stata annunciata dal rettore del seminario di Montreal François Sarrazin e non mancherà di suscitare reazioni indignate. A tutti i sacerdoti e a chiunque, educatori o catechisti gravitino attorno alle parrocchie con ruoli di responsabilità, sarà fatto divieto di intrattenersi da soli con bambini o con altri soggetti vulnerabili. E’ il sunto di un progetto pilota che coinvolgerà a partire da settembre una decina di parrocchie del centro di Montreal per poi estendersi a tutta la diocesi della provincia Canadese.

    Lo rivela una comunicazione ufficiale della diocesi che è stata ripresa dai giornali locali. L’obiettivo è quello di creare una “rete di sicurezza” per tutti: bambini, pastori ed educatori. Un’iniziativa drastica, figlia di una caccia al mostro che ha dato i suoi frutti, soprattutto a colpi di cause milionarie. Il rettore del seminario lo ha spiegato in modo molto lineare: «Immaginate se si è da soli in una stanza e un bambino ti accusa di essere stato molestato, come potrete reagire? Che sia vero o no, è necessario un testimone. Per questo serve prudenza».

    La notizia ha visto i commenti comunque insoddisfatti di Carlo Tarini, portavoce di un’associazione di vittime di preti che ha definito le nuove regole «carenti e in ritardo».

    Se da un lato la decisione va incontro alla necessità della Chiesa canadese di proteggersi contro azioni legali derivanti da scandali di abusi su minori, in quello che potrebbe essere classificato come un nuovo business con la Chiesa a fare la parte del pollo da spennare, dall’altro è evidente che di fronte a una Chiesa sotto controllo, a risentirne sarà non solo la figura del sacerdote, ma la stessa trasmissione della fede.

    Come potranno avvenire le confessioni o la direzione spirituale con i più piccoli se i sacerdoti dovranno tutelarsi con la presenza di un testimone? E quale autorevolezza potrà avere una Chiesa che rinuncia dal punto di vista educativo a far valere la sua unicità e la sua probità morale? Nella decisione del vescovo di Montreal c’è tutta la paura di essere sotto scacco del mondo. Perché, è vero: gli scandali ci sono stati, ma invece di affrontare di petto la situazione, si è preferito rinchiudersi a riccio e giocare sostanzialmente in difesa.

    Eppure la storia della Chiesa è ricca di esempi di pastori che hanno amato i fanciulli educandoli al bene e alla fede. Immaginate che cosa sarebbe successo se un provvedimento del genere avesse toccato San Giovanni Bosco?

    Il risultato di questo provvedimento sarà quello di proseguire sempre più nella diffidenza verso i sacerdoti, alimentando il pregiudizio che tutti i preti sono a rischio pedofilia, dunque personaggi da tenere sotto controllo. Quando sappiamo bene che i casi di abusi, dolorosi e orribili certo, ma, lo dicono le ricerche sociologiche, in percentuale inferiori a quelli che accadono in altre organizzazioni a contatto con i bambini, toccano l’intangibile e protetta sfera dell’omosessualità nel clero.

    A quando le telecamere nei confessionali? A quando il Grande Fratello sul sagrato? Nella decisione della diocesi di Montreal, tanto per citare Gramsci, c’è più pessimismo della ragione che ottimismo della volontà, ma anche tanta poca fiducia nei propri sacerdoti. E soprattutto tanto sconforto pastorale e paura del mondo e della propria identità. Quasi che anche il vescovo si vergognasse di quel Gesù Cristo che disse «lasciate che i bambini vengano a me». Non si trova nel Vangelo l’aggiunta «ma procuratemi un testimone».

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-prete-ormai-e-un-mostro-mai-piu-da-solo-con-bimbi-16597.htm#.V3A4hCZejNU.facebook

  • DOVE GIRO PER IL «BOSTON GLOBE»?

    DOVE GIRO PER IL «BOSTON GLOBE»?

    Preti pedofili in Italia? Centinaia a dir poco e sempre ben coperti.

    Incontro per caso un paio di giornalist*, insomma di collegh* (dovrei dire ex, ormai io sono un pensionato) e non resisto: «Scusate se cammino dritto fino a che mi fanno male i piedi arrivo a Boston o a un certo punto devo girare?». Mi guardano straniti, del resto fa caldo. Chiarisco: «Avete visto Spotlight, il film? Ecco si lavora più o meno così. Dunque se voi faceste giornalismo in Italia invece che a Boston potreste andare a Foggia, a Brindisi oppure in molte altre parti d’Italia. Se non avete una cartina per orientarvi vi consiglio quella della rete L’Abuso…

    Chiarisco?

    Il 20 giugno da Foggia arriva la notizia dell’arresto di Giovanni Trotta, ex sacerdote, per abusi sessuali e reati “connessi”. Invece da Brindisi, il 15 giugno si apprende che il parroco Francesco Caramia finisce in manette per atti sessuali continuati e pluriaggravati su un bambino di 10 anni; è il terzo prete brindisino in carcere per abusi su minori, un quarto resta indagato.

    Ma potreste anche andare a Roma o in Sardegna. Sì, adesso – dopo anni di oscuramento quasi totale – le notizie dei preti pedofili italiani arrivano sui media del “Bel Paese” ma durano poco, non vengono approfondite e soprattutto nessuno tenta di vedere quante sono. Perché è evidente – ecco cosa insegna il film «Spotlight» – che se molti casi vengono coperti c’è un”sistema”. Quello bisogna scoperchiare.

    SE NON SAPETE CHE CI SONO IN ITALIA PRETI PEDOFILI, magari toglietevi la sabbia da occhi, bocca e testa. Perfino la regina delle notizie “di corsa” cioè Wikipedia ha una “voce” … seppure confusa. Si parla di don Ruggero Conti, di Giorgio Govoni, di don Lelio Cantini, di don Pierangelo Bertagna – 38 bambini abusati – e di Gualtiero Bassetti, ma anche di don Bruno Puleo cioè di una storiaccia che viene resa nota dall’agenzia Adista ma poi finisce a «Mi manda Raitre» e così per una volta… “Boston” è qui, dietro il primo angolo. Poche notizie e con un plin-plon: «questa voce o sezione sull’argomento religione è ritenuta da controllare». Beh, controlliamola.

    SE NON SAPETE COS’E’ «SPOTLIGHT» partite magari dalla “bottega”: qui Spotlight (Il caso Spotlight) – Tom McCarthy. E se non trovate in giro il film magari comprate il libro.

    Il 17 marzo in “bottega” ho scritto questo post: Preti pedofili: in Italia “200 casi insabbiati” che iniziava così: «Se Spotlight ci riguarda: una mappa – della rete L’abuso – per una riflessione e per indagini quasi tutte da fare». Dopo tre mesi potrei ripubblicarlo pari-pari. Qualcosa non va… Lei, sì lei signore e anche lei signora: sapete mica se c’è una scorciatoia per Boston? Di qua, dite che vado bene o devo prendere quella lì, la strada più dritta?

    Daniele Barbieri

    Dove giro per il «Boston Globe»?

  • Francesco dai preti in terapia (con problemi di alcol e abusi)

    Francesco dai preti in terapia (con problemi di alcol e abusi)

    Oggi pomeriggio, continuando la serie delle iniziative giubilari dei “Venerdì della misericordia”, il Papa Francesco ha dedicato la sua attenzione ai sacerdoti. Proprio nel mese in cui ha celebrato il Giubileo dei sacerdoti, rivolgendo a essi le sue ampie meditazioni nelle Basiliche romane (2 giugno) e celebrando con loro l’Eucaristia in Piazza San Pietro nella solennità del Sacro Cuore di Gesù (3 giugno), il Papa ha voluto manifestare la sua vicinanza e attenzione anche a quei sacerdoti che non hanno potuto partecipare fisicamente alle bellissime celebrazioni giubilari, ma che sono sempre presenti alla sua preghiera e al suo cuore. Perciò il Papa – instancabile – ha scelto non solo una, ma ben due comunità di sacerdoti dove si è recato in visita, in un pomeriggio lungo e intenso, ricco di incontri, di emozioni, di gioia spirituale e di momenti di preghiera, dopo aver lasciato il Vaticano prima delle 16.

    La prima è stata la comunità “Monte Tabor”, dove si trovano otto sacerdoti provenienti da diocesi differenti, sofferenti per diverse forme di disagio, accompagnati da un diacono permanente, Ermes Luparia, già colonnello dell’Aeronautica, ora specializzato in psicologia e dedito al servizio dell’accompagnamento nello spirito dei Padri Salvatoriani. Il Papa si è incontrato con i sacerdoti ospiti nella piccola cappella, ascoltandoli e pregando con loro. In propositi non sono state indicate le patologie psichiche di cui soffrono i sacerdoti che hanno incontrato il Pontefice ma è noto che la comunità accoglie anche preti alcolisti e colpevoli di abusi sessuali.

    Poi Papa Francesco si è recato alla comunità dei sacerdoti anziani della Diocesi di Roma, che si chiama ufficialmente “Casa San Gaetano”, ma è più nota come “I cento preti”. Vi si trovano attualmente 21 sacerdoti anziani, alcuni dei quali molto malati, assistiti da tre suore e altro personale. Il “Direttore” della Casa, Don Antonio Antonelli, è stato parroco per molti anni e ora è anch’egli molto malato. In maggioranza si tratta di sacerdoti diocesani, ma non mancano alcuni religiosi.

    Dopo aver dato la vita nel servizio della Chiesa e dei fedeli, ora questi preti vivono nel ritiro, e non molti si ricordano di loro. Ma il Papa sì, e con questa visita ha voluto dimostrarlo a ognuno di loro con il suo affetto concreto e cordialissimo, ricco di consolazione, e ha dato ancora una volta un esempio efficace di misericordia, attenzione e gratitudine a tutta la comunità di Roma e alla Chiesa. Il Giubileo consiste in misura essenziale di opere di misericordia allo stesso tempo corporali e spirituali.

    Quello di oggi è stato il sesto segno di misericordia compiuto dal Papa Francesco nel corso del Giubileo: a gennaio visitò una casa di riposo per anziani, e malati in stato vegetativo; a febbraio, una comunità per tossicodipendenti del Ceis don Mario Picchi a Castelgandolfo; a marzo (Giovedì Santo) il Centro di accoglienza per profughi (CARA) di Castelnuovo di Porto; ad aprile la visita dei profughi e migranti nell’Isola di Lesbo; a maggio la comunità del “Chicco” per persone con grave disabilità mentale a Ciampino.

  • Pedofilia tra il clero. Superare l’ambiguità

    Pedofilia tra il clero. Superare l’ambiguità

    Lentamente, un passo alla volta, papa Bergoglio consolida la struttura normativa con cui intende prevenire e contrastare la pedofilia nel clero ecclesiastico. Ultima tappa è il motu proprio “Come una madre amorevole” mediante il quale, tra le «cause gravi» già previste dal Diritto canonico per la rimozione di un vescovo dall’ufficio ecclesiastico, ha incluso la negligenza rispetto ai casi di abusi sessuali. Una misura a questo punto inevitabile.

    La scarsa considerazione delle denunce di vittime e familiari e i trasferimenti dei sacerdoti “problematici” sono state tra le cause principali della diffusione della pedofilia nel clero dal secondo Novecento, e sono da tempo al centro dei pensieri di Bergoglio. In particolare da quando il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia ha accusato la Santa Sede di gravi negligenze nella gestione delle denunce e dei casi di pedofilia. Era il 5 febbraio 2014. «Il Comitato è fortemente preoccupato perché la Santa Sede non […] ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili», si legge nel passaggio chiave della relazione che concluse l’indagine Onu da cui emergeva che la Chiesa di Roma tra il 1990 e il 2013 ha ripetutamente e palesemente violato la Convenzione sui diritti dell’infanzia. A cominciare dalla clausola ineludibile che obbliga i Paesi firmatari ad adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio. In Italia se ne è parlato poco e male ma l’accusa non aveva precedenti nei confronti di uno Stato sovrano. La cultura della segretezza, sulla scia delle indicazioni del Crimen sollicitationis (1962) rinnovate nel De delictis gravioribus (2001), e il terrore in Vaticano dello scandalo pubblico, hanno avuto come conseguenza la distruzione della vita di migliaia di persone abusate e la diffusione planetaria del crimine in ambito ecclesiastico. «A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero, pena la scomunica – si legge nella relazione Onu – i casi di abuso difficilmente sono stati denunciati […]. Al contrario, sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di preti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare colleghi pedofili». La Santa Sede si difese esibendo come prova la creazione di una Commissione per la tutela dei minori composta da chierici e vittime. In effetti poco tempo dopo (marzo 2014) Bergoglio nominò i primi otto membri. Si devono anche ai loro consigli le misure varate dal papa argentino, tra cui l’inasprimento delle norme penali, il reato canonico di “abuso d’ufficio episcopale” e la creazione di un tribunale per i vescovi sospettati di aver coperto preti pedofili (2015). Di qui arriviamo al motu proprio del 4 giugno in cui si stabilisce che «in tutti i casi nei quali appaiano seri indizi» la Congregazione competente avvierà un’indagine che «può» concludersi con la rimozione del vescovo da parte del papa.

    Il decreto anti-insabbiamento è di certo un segnale positivo, se pensiamo alle garanzie di impunità di cui i preti pedofili hanno approfittato per decenni, ma non una svolta come acriticamente è stato definito dalla stampa nostrana. Resta infatti immutato il concetto cardine di abuso. Le nuove norme non intaccano in alcun modo l’idea che si tratti di un delitto contro la morale, cioè di un’offesa a Dio in violazione del VI Comandamento. E qui sorge il problema. Perché l’abuso è altro. È un crimine dalla violenza inaudita contro persone inermi, che per le sue conseguenze può essere equiparato a un omicidio psichico. Usando un linguaggio medico, come si può pretendere di curare una malattia se la diagnosi è sbagliata? Prendiamo il Catechismo. Nei canoni 2351-56 si parla di sesso tra adulti fuori del matrimonio e di stupri di donne e bambini come se fossero la stessa cosa: tutte «offese alla castità». Cioè non si distingue un rapporto tra persone con un’identità sessuale definita, consapevoli e consenzienti, dalla violenza sul bambino. Il tutto in coerenza con la norma canonica che definendo la pedofilia «attività sessuale di un chierico con un minore» pretende che anche il bimbo abbia una sua attività sessuale, denotando una visione falsa della sua realtà umana. Perché, in estrema sintesi, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità è il pieno sviluppo degli organi genitali che avviene alla pubertà. Prima c’è un rapporto affettivo e profondo con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che approfittano i pedofili. E qui entra in gioco una grande ambiguità specifica della pedofilia clericale, quella del farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per il bimbo che vive una situazione familiare critica – la vittima ideale – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza psicofisica celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. Ed è su queste conoscenze acquisite sulla realtà umana e sul profilo criminale del pedofilo che dovrebbe basarsi una strategia che ha come obiettivo la “tolleranza zero”, cioè la prevenzione degli abusi e la presa in carico dei responsabili e di chi li copre.

    Federico Tulli è giornalista e scrittore, ha pubblicato di recente “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, Roma 2015)

    * Immagine di Felipe Barra Ministério da Defesa, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

    http://www.adista.it/articolo/56374