Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • I testimoni di Geova e i casi di pedofilia non denunciati

    I testimoni di Geova e i casi di pedofilia non denunciati

    Casi insabbiati ed espulsioni per chi non si allinea. Le inchieste in Australia e Stati Uniti e Gran Bretagna sollevano dubbi in Italia

     di ANTONIO CASTALDO

    «Sono un testimone di Geova battezzato da molti anni». Comincia così la lettera inviata da Raffaele Di Martino ai vertici della sua organizzazione religiosa. Una richiesta di informazioni, e al contempo un modo per prendere le distanze. Il segno di una inquietitudine che accomuna il camionista 34enne di Ancona a molti altri «fratelli» in tutto il mondo dopo l’esplosione di un caso internazionale legato a episodi di pedofilia non denunciati. In Australia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e a cascata in molti altri Paesi del mondo, sono spuntate storie di bambini abusati e di mancate denunce, se non proprio di vicende taciute alle autorità giudiziarie. La questione è finita nelle aule dei tribunali. Ed è rimbalzata su forum, blog, profili Facebook di migliaia di fedeli che hanno cominciato a chiedersi se la naturale attitudine alla riservatezza di chi professa il credo di Charles Taze Russel non sia in passato degenerata nella sistematica copertura di pedofili e predatori sessuali.

    La lettera alla Betel per prendere le distanza

    Anche la famiglia Di Martino si è posta gli stessi dubbi e li ha messi nero su bianco nella lettera spedita alla Betel, l’equivalente del Vaticano per i quasi 248mila battezzati nel nome di Geova in Italia. «Chiedevamo la cancellazione dei nostri dati dagli archivi della congregazione – spiega Raffaele – perché vogliamo prendere le distanze, pur restando fedeli a questa religione che per noi è tutto. Per tutta risposta ci hanno convocato per un comitato giudiziario, il nostro tribunale interno. Noi abbiamo spiegato che avremmo risposto solo a comunicazioni scritte e loro, gli anziani, ci sono venuti a trovare una seconda volta a distanza di due giorni per comunicarci che non eravamo più testimoni di Geova. Cacciati via e cancellati dal ricordo e dalla frequentazione di tutti gli altri fratelli. Ai loro occhi non esistiamo più». È l’ostracismo, la procedura che vieta ai fedeli qualsiasi rapporto con chi è stato «scomunicato». Una punizione che equivale alla «morte sociale» di individui nati e cresciuti all’interno di comunità che scoraggiano qualsiasi contatto esterno. Improvvisamente si ritrovano gettati nel «mondo degli infedeli», invisi ad amici e parenti, madri, padri, figli e fratelli, rimasti all’interno con l’obbligo di chiudere la porta in faccia a chi è uscito dal gregge. Un destino di solitudine e sofferenza per chi è stato educato a vivere sempre e soltanto all’interno dell’organizzazione. Per loro, per i «disassociati», sono nate alcune associazioni, come la Quo Vadis, dello stesso Rocco Politi, e l’associazione Vittime della Torre di Guardia di Francesco Sarais, che offrono assistenza psicologica e legale.

    L’inchiesta australiana

    «Da alcune settimane — scriveva lo scorso novembre Di Raffaele — sto seguendo con molta attenzione le vicende giudiziarie che coinvolgono la Watchtower australiana». Dall’altra parte del mondo, infatti, una commissione d’inchiesta ha individuato 1006 casi nel corso degli ultimi 70 anni non segnalati alla magistratura. Nel corso della deposizione davanti alla Commissione Reale sulla pedofilia, istituita a Sidney la scorsa estate, Geoffrey Jackson, membro del corpo direttivo della Watchtower, uno dei 7 «papi» dei testimoni di Geova, ha ammesso che le procedure adottate fino ad allora si erano rivelate inadeguate: «Altrimenti – ha spiegato – non le avremmo modificate». Negli ultimi anni il libro degli Anziani, il testo di riferimento per chi guida le comunità di fedeli sul territorio, è stato progressivamente emendato. Fino al 2010 i testimoni di Giustizia non potevano ritenersi a tutti gli effetti «liberi di denunciare» abusi sui minori. Fino a quella data, era necessario avere almeno due testimoni per ritenere veritiero un fatto penalmente rilevante. «Ma nei casi di violenza sessuale come si fa ad avere due testimoni? Se non c’è confessione del colpevole, l’unico testimone è la vittima. E da sola non basta», spiega Rocco Politi, fino al 2001 anziano a Modena e anche sostituto sorvegliante. «Nel corso della mia esperienza  — aggiunge Politi, oggi commentatore per Radio Maria — ho trattato almeno dieci comitati giudiziari che avevano per tema casi di molestie su minori. In nessun caso abbiamo riferito all’autorità giudiziaria».

    La regola dei due testimoni

    Come ogni dettaglio della vita spirituale (e non) dei testimoni di Geova, anche la regola dei due testimoni è mutuata da una minuziosa lettura della Bibbia. In questo caso si tratta di alcuni versetti del Deuteronomio: «Nessun testimone singolo deve levarsi contro un uomo rispetto a qualunque errore o a qualunque peccato, nel caso di qualunque peccato che egli commetta. La questione dev’essere stabilita per bocca di due testimoni o per bocca di tre testimoni». La regola nel 2010 è stata modificata, i fedeli sono liberi di denunciare e gli anziani sono invitati a non interferire con la scelta delle famiglie. Questo almeno è il dettato del libro degli anziani, un «codice» per chi guida le comunità. Per entrare più nel dettaglio delle procedure adottate in casi come questi, bisogna consultare però le lettere agli anziani, circolari aggiornate periodicamente che costituiscono una sorta di manuale pratico. In una lettera del 2012 si legge chiaramente: «Se gli anziani vengono a sapere di un’accusa su abusi su minori, dovrebbero chiamare immediatamente il Reparto Servizio», ovvero la Betel, la sede centrale della congregazione a Roma. E allo stesso modo, in altre lettere viene più volte rimarcata la centralità dei responsabili romani su ogni delicata questione legale. Lo scorso 18 febbraio, «Le Iene» hanno raccontato la vicenda di Riccardo Maggi. Venuto a conoscenza di un presunto abuso sessuale ai danni di un bambino di 9 anni, ha cercato di convincere gli altri anziani della congregazione a presentare denuncia. Dinanzi al loro rifiuto, ha deciso di denunciare da solo il fatto ai carabinieri che hanno avviato le indagini. E inoltre ha avvisato anche le altre famiglie della comunità dei rischi legati alla presenza tra di loro di un presunto pedofilo. Per tutta risposta, gli anziani lo hanno disassociato. Condannandolo alla «morte sociale» che spetta agli scomunicati di Geova.

    La replica dei testimoni di Geova

    A una richiesta di intervista di CorriereTv, l’ufficio informazione pubblica della Betel ha risposto con una lettera: «I testimoni di Geova ripudiano la pedofilia e gli abusi all’infanzia, reati perpetrati purtroppo a tutti i livelli della società. Per noi la salvaguardia dei bambini è di importanza capitale. Da decenni sia le nostre riviste sia il nostro sito web pubblicano articoli rivolti tanto ai testimoni di Geova che al pubblico in generale che trattano come proteggere i bambini dagli abusi», si legge nel comunicato, che spiega poi le modalità con cui i bambini partecipano alle attività: «Non sono mai separati dai genitori». Riguardo poi al nodo fondamentale del rapporto con l’autorità giudiziaria in caso di molestie, il testo specifica: «La vittima o i relativi genitori hanno il sacrosanto diritto di denunciare i casi di abuso alle autorità competenti. Gli anziani di congregazione non celano alle autorità chi compie abusi o eventuali pedofili, né cercano in alcun modo di evitare a costoro le conseguenze delle loro azioni. Chi si macchia del peccato di abuso all’infanzia è passibile di espulsione dalla congregazione e, se ha una posizione di responsabilità, decade dall’incarico». Riguardo all’inchiesta australiana, i vertici dei Testimoni di Geova italiani rimandano alla memoria difensiva presentata nel corso del procedimento, in cui si ribadisce che «i testimoni di Geova non perdonano né coprono» gli abusi su minori, ed anzi sono stati parte attiva «nelle indagini e nella documentazione» di casi di questo tipo. Per gli avvocati della Watchtower, inoltre, casi reali di molestie non sarebbero 1006, ma molti di meno. E in almeno 200 circostanze riguarderebbero fatti commessi da persone prima del loro battesimo. Infine, per quanto riguarda le accuse di Riccardo Maggi, i funzionari della Betel italiana aggiungono: «Aspettiamo di conoscere l’esito delle indagini avviate».

    La precisazione

    A distanza di tre giorni dalla pubblicazione del servizio, dall’Ufficio Informazione Pubblica dei Testimoni di Geova è arrivata una cortese richiesta di precisazione. Dopo aver ribadito quanto già enunciato e riportato nel testo dell’articolo, ovvero che i Testimoni di Geova ripudiano la pedofilia, la Congregazione centrale puntualizza che «rispondiamo a tutte le richieste di accesso ai dati personali nel pieno rispetto della normativa vigente e nei termini prescritti dalla legge. Mai nessun testimone di Geova è stato espulso per il motivo di aver richiesto l’accesso ai propri dati personali, richiesta che, si ribadisce, è pienamente legittima».

    http://www.corriere.it/video-articoli/2016/05/11/i-testimoni-geova-casi-pedofilia-non-denunciati/919c8e32-1794-11e6-aaf6-1f69bf4270d2.shtml

  • Rocca di Papa, «Così le suore torturavano i miei bimbi», drammatico confronto tra la madre e le religiose

    Rocca di Papa, «Così le suore torturavano i miei bimbi», drammatico confronto tra la madre e le religiose

    «Per i miei bambini è stata una tortura, per sette anni hanno vissuto all’inferno, erano terrorizzati». Comincia così il drammatico racconto di Stefania D’Acunto e ricorda in aula gli anni che i suoi due figli, un maschio e una femmina, hanno vissuto sotto la tutela dello stato. Tolti alla madre quando avevano, rispettivamente 6 e 2 anni, i due piccoli sono stati affidati alla casa famiglia delle suore Carmelitane di Rocca di Papa. Ed è dopo l’ingresso dei due piccoli in quella struttura che è iniziato l’inferno di Stefania e dei suoi figli: «I bambini negli orari di visita mi si aggrappavano e non mi lasciavano andare via- racconta Stefania dal banco dei testimoni nel corso del processo che si svolge a Velletri – ho iniziato a notare su mio figlio dei lividi. Una volta era evidente che aveva ricevuto un colpo in testa, mi dissero che i bambini quando giocano si fanno male». La situazione è andata peggiorando: occhi neri, un polso rotto, graffi e una volta 40 punti di sutura perché qualcuno aveva spinto il bambino contro una porta a vetri. Stefania non sa cosa fare, chiede di parlare con le suore, con gli operatori, con i servizi sociali. E alla fine partono le denunce. «Mia figlia a 3 anni è caduta dal letto a castello, sul fatto ha indagato la polizia di Frascati». Il figlio, terrorizzato dalle minacce, non aveva il coraggio di dire nulla alla madre. «Finalmente- ricorda Stefania – uno degli operatori mi ha detto cosa accadeva. La notte e nei fine settimana i bambini rimanevano da soli con le suore che per farli star tranquilli usavano i ragazzi più grandi. E questi li minacciavano, e li picchiavano tutto sotto il completo disinteresse di chi invece doveva accudirli».
     
    I MALTRATTAMENTI
    Per Stefania è stata una lotta, far rispettare delle semplici prescrizioni mediche, o farli vestire in modo adeguato: «D’inverno capitava che avessero vestiti troppo leggeri per il clima e una volta mio figlio, avrà avuto sui 7 anni, aveva al piede scarpe di misura 44». I fratelli sono a casa da un anno e il maschio, che ha 15 anni soffre di disturbi del sonno, ha crisi di panico e problemi a relazionarsi con chiunque. Lui e la sorellina di 11 anni sono seguiti da due terapeuti. «Sono autonomi, hanno imparato presto a doversela vedere da soli – conclude Stefania – ma a livello emotivo sono bloccati ad anni fa. Vorrei che le tre suore sudamericane, Lorena Nely Sorto Henriquez, Virginia e Amparo Guardado Pena, spiegassero gli occhi neri, i graffi e i lividi che ho visto sui miei figli e su gli altri bambini»
    http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/suore_torturavano_bimbi_rocca_papa-1742428.html

  • Milano: quasi assolto il sacerdote che pretendeva favori sessuali dai detenuti

    Milano: quasi assolto il sacerdote che pretendeva favori sessuali dai detenuti

    di Luigi Ferrarell Corriere della Sera, 19 maggio 2016

    Un cappellano che nel carcere di San Vittore pretendeva favori sessuali dai detenuti facendo leva sullo “stato di bisogno” di chi si rivolgeva a lui per avere sigarette, shampoo, saponette: su questa ricostruzione le pm del pool del procuratore aggiunto milanese Piero Forno nel 2014 avevano chiesto la condanna a 22 anni di don Alberto Barin (arrestato il 20 novembre 2012 per violenze sessuali su 12 detenuti), ridotti a 14 anni e 8 mesi dal rito abbreviato.
    E il giudice Luigi Gargiulo aveva sì condannato il prete, ma a 4 anni, alzati dall’Appello a 5 anni e 4 mesi. Ora però il quadro cambia del tutto in Cassazione. Che annulla senza rinvio, “perché il fatto non sussiste”, la parte di condanna (parametro della pena base) sui 12 casi di “induzione indebita a dare utilità”. Poi annulla senza rinvio la condanna per “violenze sessuali” su 8 casi (intercettati in cella dalle pm Daniela Cento e Lucia Minutella) nei quali esclude l’”abuso d’autorità” da parte del cappellano del carcere. E conferma solo la condanna per 2 baci e 2 toccamenti: 4 episodi il cui carattere “repentino” integra la qualificazione di “violenza sessuale”, seppure di “minore gravità”. Il risultato, per il prete difeso da Mario Zanchetti, è che ora il pg di Milano dovrà ricalcolare la pena superstite: che però, di certo inferiore ai 3 anni e mezzo di custodia cautelare già trascorsa tra carcere e domiciliari (in convento), imporrà la scarcerazione per fine pena già espiata.

    http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/milano-quasi-assolto-il-sacerdote-che-pretendeva-favori-sessuali-dai-detenuti

  • Don Librizzi, tra violenze e business. Dalle intercettazioni emerge che la curia sapeva tutto

    Don Librizzi, tra violenze e business. Dalle intercettazioni emerge che la curia sapeva tutto

    Depositate le motivazioni della condanna a nove anni per l’ex direttore della Caritas Indagini adesso trasferite sui fronti dei soldi Caritas spariti e dell’accoglienza degli immigrati.

    In 132 pagine il giudice Antonio Cavasino ha raccolto le motivazioni della condanna a nove anni pronunciata nei confronti dell’ex direttore della Caritas trapanese, don Sergio Librizzi. Librizzi fu arrestato dalla sezione di pg della Forestale a fine giugno 2014, in esecuzione di un provvedimento emesso dal gip su richiesta della Procura di Trapani. La sentenza è stata pronunziata, a conclusione di un processo svoltosi col rito abbreviato, il 30 ottobre 2015, lo scorso 28 aprile è avvenuto il deposito delle motivazioni. Librizzi è stato ritenuto colpevole dei reati di concussione e violenza sessuale. Per il giudice ha profittato del proprio ruolo di componente della commissione ministeriale incaricata del rilascio dei nulla osta per la concessione degli asili politici, per compiere violenza sessuale nei confronti dei richiedenti, extracomunitari, ospiti dei centri di accoglienza trapanese. Buona parte della sentenza ripropone per intero le intercettazioni ambientali e telefoniche che condotte dalla pg della Forestale nel periodo delle indagini hanno condotto il gip ad applicare nei confronti del sacerdote la misura cautelare, prima in carcere, poi ai domiciliari, con obbligo di dimora al di fuori della provincia di Trapani. Dietro il paravento di assicurare assistenza ai bisognosi, anche a immigrati, il sacerdote si è macchiato di gravi reati, come l’abuso sessuale. Don Librizzi è stato travolto da un’indagine che ha messo in evidenza come ha approfittato del suo ruolo di componente della commissione prefettizia-ministeriale, incaricata del rilascio dello status di rifugiato politico agli extracomunitari arrivati sulle nostre coste e trattenuti presso i centri di accoglienza del trapanese, al fine di “abusare” sessualmente dei malcapitati che si rivolgevano a lui per essere aiutati. Le intercettazioni ma anche le denunce, lo hanno incastrato. Ma ciò che emerge anche dalla sentenza è la circostanza che le “abitudini” di don Librizzi non erano del tutte segrete nelle stanze della Curia, e non solo. Ci sarebbe stato chi voleva denunciare don Librizzi e si sarebbe sentito dire da “persone importanti”, lo scenario sembra potere riguardare giudici e anche investigatori delle forze dell’ordine, che era meglio lasciar perdere. La sentenza di condanna riporta anche una discussione che Librizzi ebbe al telefono con don Pietro Messana, addirittura ascoltato a consigliare prudenza a don Sergio, “nascondendosi – si legge – dietro la foglia di fico delle male lingue, gli consiglia di essere più attento”. E don Messana sollecitava don Sergio a stare attento, “..devi guardarti dal di dentro Sergio…c’è gente che dice cose e le giura pure”, lui rispondeva con sfottò “minchia allora sistemato sono…veramente”. “Non lo so ma guarda dico che purtroppo c’è gente, c’è gente, giurano che è così, anche tra questi terzomondiali, per questo riguardati…mi dispiace dirti così ma non è che è la prima volta che te lo dico, è la prima volta che te lo dico?”. Il “caso” Librizzi, insomma, prima di diventare caso giudiziario, con l’arresto nel giugno 2014, era già noto “ma si faceva finta di nulla”. Avrebbe saputo per esempio il vescovo Francesco Miccichè e su questo punto l’indagine su don Librizzi si è intrecciata con quella dove è indagato proprio l’ex vescovo Miccichè. Non bisognava dar fastidio a don Librizzi che da direttore della Caritas sarebbe stata, per il vescovo Miccichè, la classica “gallina dalle uova d’oro”. Per via di quei denari che invece di essere destinati alle opere di carità, la cifra pare superi il milione di euro, sarebbero finiti sui conti correnti alla mercé di mons. Miccichè, indagato per appropriazione indebita. Ma non c’è solo questo. Un altro capitolo investigativo si è aperto proprio prendendo spunto dall’inchiesta sull’ex direttore della Caritas. E’ il filone di indagine ancora in corso e tenuto ancora parecchio secretato dalla Procura e che è relativo al cosidetto “business” dell’accoglienza degli immigrati. Su questo tema i magistrati trapanesi, guidati dal procuratore Viola, recentemente sono stati sentiti dal commissari parlamentari di San Macuto che si stanno occupando degli affari illeciti nel settore dell’accoglienza dei migranti. Commissari che la prossima settimana saranno a Trapani per fare altre audizioni. Comune denominatore di tutte queste indagini, Librizzi, Miccichè, Immigrazione, sarebbe proprio il ruolo di alcuni politici. A cominciare dal senatore Antonio D’Alì che si occupò di fare avere l’incarico a don Librizzi nella commissione ministeriale, per continuare con altri politici, come Giammarinaro e Fratello che avrebbero un ruolo negli affari dell’accoglienza degli immigrati. Il processo nei confronti di don Librizzi ha messo molto in evidenza le sponsorizzazioni politiche a favore dell’ex direttore della Caritas. Don Librizzi era tenuto bene in considerazione da un gotha di soggetti appartenenti anche alle istituzioni o ai salotti buoni di Trapani, “sordi alle numerose segnalazioni e allarmi lanciati dai soggetti più deboli, immigrati senza arte né parte, trasparenti, inesistenti nella scala sociale, numeri che vagano nei centri di accoglienza, fantasmi in fondo utili solo per il business o per le voglie del Librizzi ..”.

    http://www.alqamah.it/2016/05/11/don-librizzi-tra-violenze-e-business/

  • Suora assolta per pedofilia, condannata a 5 anni per botte a bimbi dell’asilo

    Suora assolta per pedofilia, condannata a 5 anni per botte a bimbi dell’asilo

    Botte a due bimbi di quattro anni. Cinque anni di carcere alla suora.

    Condanna per maltrattamenti. Pena più severa della richiesta della procura. I piccoli chiusi per punizione in un baule. La religiosa fu rimossa dall’incarico a Bravetta.

    La «scatola di Houdini» trasformata da baule per i giochi dei bambini a «gabbia» dove rinchiudere due gemelli di quattro anni troppo vivaci. È una delle vessazioni imposte da una suora dell’istituto per l’infanzia «Maria Santissima Mediatrice», Salomy Varkey Chithravelil, 39 anni, indiana, ieri condannata a cinque anni di reclusione con l’accusa di maltrattamenti per aver reso un incubo quotidiano le ore trascorse a scuola dai piccoli. La sentenza pronunciata dal Tribunale è stata più severa della richiesta a tre anni di carcere che era stata avanzata dal pubblico ministero Silvia Santucci.

    I gemellini impiegarono anni per raccontare le angherie subìte

    Una decisione che, almeno per i giudici di primo grado, conferma la ricostruzione fornita dalla procura secondo la quale, tra il settembre del 2008 e il giugno del 2009, i bambini non soltanto vennero rinchiusi più volte nella scatola, ma furono spesso picchiati dalla suora quando perdeva la pazienza. La religiosa –rimossa dall’incarico e poi allontanata dall’istituto che si trova in via Bravetta appena i magistrati avviarono l’inchiesta – arrivava anche a sculacciarli spesso, oltre che a rimproverarli con toni brutali. Il verdetto è stato pronunciato a otto anni di distanza dai fatti contestati. I genitori, infatti, iscrissero i figli nella scuola privata durante l’estate del 2008. La gravità dei soprusi, però, non emerse subito. I gemellini impiegarono due anni prima di trovare la forza di rivelare le angherie a cui erano stati sottoposti dalla religiosa.

    Grida brutali, poi si sedeva sulla scatola dei giochi coi bimbi dentro

    Fu il silenzio a far scattare l’allarme del papà e della mamma. All’inizio i genitori rivolsero qualche domanda con cautela, timidamente. E fu allora che – almeno secondo quanto sostenuto dall’accusa nella ricostruzione di quel periodo – i bambini si lasciarono andare a una confessione di cosa subivano dalla suora. Come raccontato dal pm, appena i piccoli si agitavano, la maestra li rimproverava e se insistevano a giocare gridando o ridendo troppo, allora l’imputata li menava dando ceffoni sul sedere o, soprattutto, li scuoteva con violenza. Le urla poi erano il metodo utilizzato in continuazione della donna, che si abbandonava a sfuriate brutali. Ma il momento più doloroso vissuto dai gemelli – stando alla ricostruzione operata dagli inquirenti – era la chiusura nella «scatola di Houdini», utilizzata solitamente come cassapanca dove riporre i giocattoli che, però, la suora adattava appunto a «gabbia» in cui rinchiudere i due alunni quando perdeva la testa. Come i piccoli non rispettavano i suoi ordini, dopo aver svuotato il baule, li metteva lì dentro e rimaneva seduta sopra, finché i bambini non giuravano di darle retta. Comportamento che finì per provocare loro un disturbo postraumatico da stress.

    http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/16_maggio_09/bravetta-asilo-materna-botte-due-bimbi-quattro-anni-cinque-anni-carcere-suora-9ab95410-1621-11e6-b246-a80944d1fa5b.shtml

  • Pedofilia, obbligo di cura dopo il carcere: “sentenza pilota” del tribunale di Milano

    Pedofilia, obbligo di cura dopo il carcere: “sentenza pilota” del tribunale di Milano

    Il consenso dell’uomo decisivo per non violare le norme che vietano i trattamenti sanitari obbligatori se non per legge. La misura è stata preferita alla richiesta della Procura di sorveglianza speciale ritenuta “inutilmente restrittiva sul piano della libertà individuale”.

    Un percorso di recupero, cura e sostegno personalizzato da preferire alla sorveglianza speciale. Per la prima volta un Tribunale stabilisce l’obbligo di cura per un soggetto condannato per pedofilia che ha scontato la sua pena in carcere. Succede a Milano, dove i giudici della Sezione autonoma misure di prevenzione hanno disposto con decreto che un 41enne, dopo la scarcerazione, debba prendere contato col Presidio criminologico territoriale del Comune di Milano (dove opera un medico che già lo ebbe in cura nel carcere di Bollate), “per concordare un programma di osservazione e di trattamento finalizzato al contenimento e al superamento delle sue tendenze sessuofobe e pedofiliche con l’individuazione di un programma che sarà predisposto dagli operatori del presidio”. Necessario, però, il consenso del paziente.

    Nel provvedimento, infatti, i giudici presieduti da Fabio Roia evidenziano come l’ok dell’uomo a questo percorso di cura sia decisivo per superare una violazione eventuale dell’articolo 32 della Costituzione, secondo il quale “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. L’uomo è stato condannato a 4 anni e 4 mesi per reati sessuali compiuti con minorenni. La Procura aveva chiesto l’applicazione di una misura di sorveglianza speciale della polizia, con l’obbligo di soggiorno o residenza nel comune di dimora per due anni dopo l’uscita dal carcere, prevista per quest’anno. Una richiesta, questa, basata su intercettazioni e su alcune relazioni stilate in carcere, l’ultima nel 2015, che confermavano l’attualità della sua tendenza pedofilica.

    Il Tribunale l’ha però bocciata, ritenendo l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza “inutilmente restrittivo sul piano della libertà individuale”. Alle diverse prescrizioni tradizionali (come divieto di frequentare minorenni in solitudine) ha aggiunto quindi la novità dell’obbligo di cura. Nell’udienza per discutere le misure a cui sottoporlo, l’uomo aveva dichiarato di non sentire più pulsioni ma di essere disponibile a proseguire con un programma di osservazione e cura.

    Nonostante siamo molte le richieste di assistenza da parte dei soggetti condannati per pedofilia, solo una minoranza accede alla struttura del Centro italiano per la promozione della mediazione (C.i.p.m.) di Milano dove un criminologo, Paolo Giulini, assieme alla collega Francesca Garbarino, lavora da anni nella Sezione crimini sessuali di Bollate e studia il percorso di recupero. Ed è qui che, ad esempio, già Salvatore ha firmato nei mesi scorsi “un contratto” con chi lo aiuta con il quale riconosce di essere un pericolo per la società. “Ero all’inferno – aveva raccontato a Repubblica – poi il mio avvocato mi ha parlato di una possibilità”.

    Esistono dati scientifici sull’esperimento milanese: equiparando i comportamenti tra sessanta uomini che hanno frequentato un gruppo di aiuto (una delle articolazioni del progetto) e sessanta che non l’hanno frequentato, la recidiva sessuale per i primi si è dimezzata (l’8% invece del 16) e la recidiva con violenza ridotta di un terzo (18 contro 35%). Sono dati di alcuni mesi fa.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/05/05/news/pedofilia-139164929/

  • Papa Francesco dice che non si devono tollerare gli abusi sui minori … ma Bergoglio proteggeva i preti pedofili argentini

    Papa Francesco dice che non si devono tollerare gli abusi sui minori … ma Bergoglio proteggeva i preti pedofili argentini

    Il Papa dei cattolici il primo maggio ha detto. «La pedofilia è una tragedia, non dobbiamo tollerare gli abusi sui minori, dobbiamo difendere i minori e punire severamente coloro che commettono gli abusi». Queste sono le parole pronunciate da Francesco il papa dei cattolici e tutti i giornali ne hanno parlato lodandolo per il suo impegno contro la pedofilia.

    Parole che però dette da chi in qualità di vescovo si è prodigato nella difesa dei preti pedofili non hanno nessun senso. Parole che non hanno senso se dette da chi, mentre nella provincia di Buenos Aires c’erano centinaia di abusi di minori, negava persino che potesse esistere un problema pedofilia nel clero argentino.

    In Sobre el cielo y la tierra, un libro che fu pubblicato nel 2010 e che consiste in una serie de conversazioni sopra diversi temi con il rabbino argentino Abraham Skorka, Bergoglio diede a intendere che il problema degli abusi sessuali non esisteva nella sua diocesi:

    «Nella diocesi non mi è mai successo. Però un vescovo mi chiamò una volta al telefono per domandarmi che avrebbe dovuto fare in una situazione del genere  e io gli dissi che avrebbe dovuto togliere le licenze, di non permettere di esercitare il sacerdozio, e che avrebbe dovuto chiedere un giudizio canonico nel tribunale corrispondente a quella diocesi».

    Quindi nessun accenno di una denuncia alle autorità civili.

    Eppure nel marzo del 2014 vi furono delle denunce ben circostanziate (leggi qui) ( e qui) e mai contestate che parlavano di ciò che fece Bergoglio a proposito della pedofilia clericale quando era arcivescovo di Buenos Aires. «Il quadro che emerge – si legge – è sconcertante: sostanzialmente, mentre i vescovi statunitensi ed europei affrontavano lo scandalo, Bergoglio, pur in analogo contesto, sarebbe rimasto in silenzio. “Non ha pubblicato documenti, non ha fatto nomi né tenuto registri dei preti accusati, non ha elaborato una politica di gestione degli abusi, nemmeno ha pronunciato una parola di scuse nei confronti delle vittime”.»

    Su Rete L’Abuso Onlus Associazione italiana vittime di preti pedofilia vi è scritto  «vi è la prova che Bergoglio», presidente dei vescovi argentini, «deliberatamente o inconsapevolmente, ha frenato le vittime intenzionate a denunciare e a perseguire i loro aggressori». Vittime che, riporta il gruppo, «affermano di aver cercato, invano, l’aiuto del cardinale», secondo quanto riportato dal Wall Street Journal (8/4/13), inoltre afferma che, stando a un portavoce della diocesi di Buenos Aires, Bergoglio avrebbe «rifiutato di incontrare le vittime».

    Ma c’è di più. Secondo BishopAccountability : nonostante don Julio César Grassi fosse stato già condannato nel 2009 per molestie su un minore, Bergoglio in qualità di vescovo di Buenos Aires commissionò uno studio riservato per convincere i giudici della Corte suprema argentina dell’innocenza del religioso. Tale intervento è ritenuto il motivo per il quale Grassi restò in libertà per quattro anni dopo la sua condanna. Grassi è stato incarcerato nel settembre 2013.

    Qualcuno ora mi dovrebbe spiegare come mettere insieme queste due aspetti di Bergoglio / Francesco che si contraddicono vistosamente.

    Inoltre se veramente Mario Jorge Bergoglio volesse combattere la pedofilia dovrebbe almeno ordinare ai vescovi di denunciare alle autorità giudiziarie i casi di abuso di cui vengono a conoscenza e prima ancora eliminare le norme vergate nelle LINEE GUIDA  PER  I  CASI  DI ABUSO SESSUALE  NEI CONFRONTI DI MINORI  DA PARTE  DI CHIERICI emanate nel Maggio 2012 in cui vi è scritto esplicitamente:

    «I Vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero (cfr. artt. 200 e 256 del codice di procedura penale; artt. 2, comma 1, e 4, comma 4, dell’Accordo del 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede [L. 25 marzo 1985, n. 121]).»

    «I Vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero (cfr. artt. 200 e 256 del codice di procedura penale; artt. 2, comma 1, e 4, comma 4, dell’Accordo del 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede [L. 25 marzo 1985, n. 121]).»

    Papa Francesco dice che non si devono tollerare gli abusi sui minori … quando Bergoglio era primate d’Argentina non solo tollerava, ma proteggeva i preti pedofili

  • Pedofilia:Iori, obbligo trattamento terapeutico condannati

    Pedofilia:Iori, obbligo trattamento terapeutico condannati

    (ANSA) – ROMA, 4 MAG – “L’arresto di un uomo che a Roma e’ accusato di violenza sessuale ai danni di due bambine di 5 e 9 anni e che aveva gia’ scontato una pena di sette anni di reclusione per pedofilia rende evidente la necessita’ di prevedere in Italia l’obbligo del trattamento terapeutico per chi commette abusi sui minori: deve diventare un elemento vincolante per ottenere la scarcerazione”. Lo dichiara, in una nota, la deputata del Pd e responsabile nazionale del partito per l’infanzia e l’adolescenza, Vanna Iori. “Se vogliamo contrastare la recidiva dobbiamo mettere in campo strumenti adeguati: l’obbligo del trattamento terapeutico, previsto nella stragrande maggioranza dei Paesi europei, manca in Italia, eppure questa tipologia di terapie e’ essenziale come dimostra la vicenda che ha coinvolto oggi l’uomo che ha nuovamente abusato nonostante la condanna scontata”, prosegue Iori.
    “E’ evidente che l’obbligo del trattamento terapeutico non basta: bisogna inasprire le norme penali, eliminando ad esempio gli sconti di pena per chi sceglie il rito abbreviato, ma se quell’uomo fosse stato obbligato a un trattamento terapeutico prima di uscire dal carcere forse oggi non ci saremmo ritrovati a dover commentare l’ennesimo episodio indegno che vede due bambine nelle vesti di vittime di abusi”, conclude Iori.(ANSA).

  • Abusa di due bambine in parrocchia, arrestato pedofilo a Roma

    Abusa di due bambine in parrocchia, arrestato pedofilo a Roma

    L’uomo aveva già scontato una pena a sette anni di reclusione per una condanna definitiva inflitta nel 2008 per lo stesso reato.

    Arrestato dalla polizia un romano di 45 anni con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di due bambine di 9 e 5 anni e di tentata violenza nei confronti di una 15enne. L’uomo, fingendo di essere un insegnante di ginnastica artistica che stava selezionando bambine per uno spettacolo di una festa parrocchiale, avrebbe invitato il padre in una parrocchia e abusato di una bambina nel teatro annesso alla struttura.

    Gli agenti della Squadra Mobile e del Commissariato Casilino hanno eseguito la misura cautelare in carcere nei confronti di P. L., romano di 45 anni, accusato di violenza sessuale e corruzione di minorenne ai danni di due bambine di 9 e 5 anni nonché di tentata violenza sessuale nei confronti di una 15enne. L’uomo aveva già scontato una pena a sette anni di reclusione per una condanna definitiva inflitta nel 2008 per gli stessi reati.

    A quanto accertato dagli investigatori le modalità di approccio sarebbero sempre le stesse: fingeva, a seconda delle circostanze, di essere un fisioterapista o un insegnante di ginnastica artistica, per ottenere la fiducia delle minori e poi abusarne. Nel caso della bambina di 9 anni, l’avrebbe avvicinata mentre si trovava in compagnia di suo padre e della sorellina di 5 anni con la scusa di essere un insegnante di ginnastica artistica che stava selezionando bambine per uno spettacolo in occasione di una festa parrocchiale. Con l’inganno avrebbe invitato il padre delle minori in una parrocchia e condotto le due bambine nel teatro annesso alla struttura. Rimasto solo con la più grande avrebbe abusato di lei. Sono in corso ulteriori indagini e approfondimenti.

    http://www.lastampa.it/2016/05/04/italia/cronache/abusa-di-due-bambine-in-parrocchia-arrestato-pedofilo-a-roma-omVYtXjPzH9Pf7FjlciNSK/pagina.html

  • “Maometto era un ladro e uno stupratore”, bufera su un sacerdote

    “Maometto era un ladro e uno stupratore”, bufera su un sacerdote

    Un prete fiammingo di Kortemark, nelle Fiandre Occidentali, il 77enne padre Germain Dochy, da giorni è al centro delle polemiche per quanto affermato davanti a dei bambini. Mercoledì scorso, nel corso di una solenne preparazione alla comunione, ha fatto infatti delle affermazioni, che sono state bollate come “islamofobiche” da parte dei genitori di alcuni dei bambini: “Maometto era un ladro, un assassino e uno stupratore. Aveva 45 donne, la più giovane aveva 9 anni. E in realtà, l’Islam non è una religione”, sarebbero state le parole del sacerdote.

    Padre Germain Dochy, intervistato dai media fiamminghi, di fatto non ha smentito quelle parole: “Ho detto ai bambini che Maometto non era un profeta. Per l’Islam, forse, ma non per noi. Dopo tutto, egli è stato un uomo che ha condotto una vita molto dissoluta e ha causato molte guerre”. La polemica in Belgio imperversa e la diocesi di Bruges è intervenuta, chiedendo al prete di scusarsi, mentre non sono escluse delle sanzioni nei suoi confronti.

    Qualche anno fa, era stata l’onorevole Daniela Santanché, durante una trasmissione televisiva, ad affermare: “Maometto era poligamo! E l’ultima delle sue mogli aveva solo nove anni!”. La parlamentare si era scontrata con un imam, che l’aveva tacciata di “dire schifezze”, ma lei aveva proseguito: “In Arabia Saudita danno le bambine agli sceicchi… Chi sposa una bambina di 9 anni nella mia cultura è un pedofilo e Maometto è un pe-do-fi-lo!”.

    GM

    http://www.direttanews.it/2016/05/02/maometto-ladro-stupratore-bufera-un-sacerdote/