Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • I mosaici della vergogna imbarazzano papa Leone

    I mosaici della vergogna imbarazzano papa Leone

    Contrordine: i mosaici di Marko Rupnik a Lourdes vanno coperti definitivamente. Il vescovo di Tarbes e Lourdes Jean-Marc Micas ha smentito il rettore della Basilica del Rosario Michel Daubanes che, tre settimane fa, aveva annunciato che i mosaici dell’ex gesuita abusatore sarebbero stati coperti soltanto per i giorni della visita del papa, il 26 e 27 settembre. Monsignor Micas, unico tra i vescovi ad essersi esposto sullo spinoso tema della rimozione delle opere di Rupnik, al momento ancora sotto processo ecclesiastico per abusi sessuali nei confronti di una trentina di donne, ha infatti dichiarato a La Dépêche che «i discussi mosaici dell’ex gesuita Ivan Marko Rupnik saranno tutti coperti e rimarranno tali anche dopo la visita (del papa)». Non solo: la commissione istituita da Micas e Daubanes nel 2023 per decidere il da farsi ha ingranato la marcia e proporrà soluzioni alternative ai mosaici a marchio Rupnik. Parola del vescovo Micas:

    «I mosaici resteranno coperti dopo il pellegrinaggio del Santo Padre. Al termine di esso verrà avviata una nuova riflessione. L’attuale commissione sarà ampliata, coinvolgendo in particolare artisti e teologi, per riflettere sul futuro della facciata della basilica.

    Di opere di Rupnik ce ne sono ovunque nel mondo ma si parla sempre di quelle di Lourdes: questo fatto evidenzia la dimensione simbolica del messaggio di Lourdes in rapporto alle vittime di violenza sessuale. E ci dà una responsabilità unica».

    Un colpo di scena che non ha mancato di suscitare reazioni positive nel mondo cattolico e di riaccendere qualche speranza nelle vittime di Rupnik, che vedono nella decisione del vescovo di Tarbes e Lourdes un segno di attenzione della Chiesa e soprattutto la possibilità che il processo a Rupnik si celebri davvero e si concluda infine con una condanna.

    Come interpretare questo cambio di passo? La prima considerazione da fare mi pare di puro buon senso: accogliere il papa in visita apostolica a Lourdes davanti agli occhi neri del Cristo di Rupnik sarebbe stato troppo imbarazzante e avrebbe esposto Prevost ai fischi e alle critiche di chi accusa la Chiesa di non far nulla per le vittime. Lasciare il papa predicare sullo sfondo dei mosaici dell’abusatore seriale sotto processo canonico avrebbe fatto passare il messaggio che papa Prevost protegge Rupnik esattamente come faceva il suo predecessore Francesco.

    Coprire i mosaici della vergogna era quindi un passo obbligato. Coprirli soltanto per la visita papale, per poi affrettarsi a togliere i pannelli e restituirli alla vista dei pellegrini appena il papa avesse lasciato Lourdes, suonava però troppo ipocrita e devono essersene accorti persino in diocesi se il vescovo Micas ha pensato di correggere il tiro dopo l’iniziale proposta del rettore Daubanes.

    Anche perché durante la sua visita apostolica in Francia, il papa incontrerà alcune vittime di abuso sessuale: i dettagli non sono ancora stati resi pubblici ma sappiamo dal programma che un incontro si svolgerà proprio a Lourdes nel pomeriggio di domenica 27 settembre. Sarebbe stato troppo stridente ripetere le solite parole di comprensione e incoraggiamento davanti alle opere di Rupnik, che più di ogni altro in questi ultimi anni è diventato il simbolo dell’incapacità della Chiesa di prendere una posizione chiara sugli abusi clericali.

    Insomma, l’occultamento dei mosaici sulla facciata della Basilica del Rosario è soltanto un’operazione di immagine o il segno, come sperano le tante persone che sono state abusate dall’ex gesuita, che la sorte di Rupnik è ormai segnata, ecclesiasticamente parlando? Difficile pensare che sia una fuga in avanti del vescovo Micas, che pure non ha mai nascosto il desiderio di fare piazza pulita delle ingombranti opere dell’artista sloveno, tanto che papa Francesco lo aveva persino convocato, a fine giugno 2024, per dirgli di darsi una calmata. Pochi giorni dopo, il 2 luglio, Micas si era dovuto limitare a togliere l’illuminazione notturna ai mosaici ma era evidente che non sarebbe finita lì. Infatti, il 31 marzo 2025 (quando papa Francesco era ormai in fin di vita) aveva cominciato a coprire quelli sulla porta d’ingresso e ora, complice la visita papale, è pronto a completare l’oscuramento delle opere.

    Per capire siamo di fronte alla preparazione del set che accompagnerà non solo la visita papale ma anche la dimissione dallo stato clericale dell’artista abusatore si dovrà aspettare la fine del processo. Ricordiamo che al momento l’ex gesuita è ancora a tutti gli effetti un sacerdote della Chiesa cattolica, dato che, dopo la sua espulsione dalla Compagnia di Gesù nel luglio 2023, è stato prontamente incardinato nella diocesi di Capodistria.

    Un altro elemento da non dimenticare è che le vittime di Rupnik, nel nome delle quali è stata istituita la commissione diocesana a Lourdes e oggi si coprono i mosaici della Basilica, non sono state ammesse nel processo che pure le riguarderebbe in quanto parti offese. Ma si sa, la giustizia ecclesiastica funziona diversamente da quella civile e la parte lesa – le persone che dall’imputato sono state ferite, violentate, la cui vita è stata spesso definitivamente stravolta – non ha nemmeno il diritto di conoscere l’esito del processo canonico.

    Infine, per avere un quadro più preciso della situazione al momento attuale, è bene sapere che per un’autorità ecclesiastica che agisce coprendo i mosaici di Rupnik, ce ne sono decine che non solo non muovono un dito in questa direzione ma anzi, continuano a diffonderne le opere. Un esempio è proprio di questi ultimi giorni al meeting di Rimini, dove si è visto un Cristo di Rupnik “vegliare” sulle reliquie di Teresa di Lisieux:

    43c2539c 03a3 4839 b72d 472ecceb64d6 828x812
    43c2539c 03a3 4839 b72d 472ecceb64d6 828×812

    Per non parlare di tutti gli altri santuari e chiese nel mondo – sono più di duecento – in cui le opere di Rupnik (mosaici, affreschi e quadri) sono tuttora esposte, se non addirittura ancora in fase di realizzazione, come ad Aparecida, in Brasile – anche con il beneplacito di papa Leone (tutta la storia l’abbiamo raccontata qui).

    L’incontro del papa con le persone vittime del 27 settembre a Lourdes è ancora strettamente riservato ma la stampa francese ha confermato che è stato organizzato con l’Association des victimes de Notre Dame de Bétharram, un’associazione che si è costituita per denunciare le centinaia di abusi e violenze commesse dalla Congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, una cittadina a pochi chilometri da Lourdes. Si tratta di abusi di pedofilia, commessi su bambini, non nei confronti di donne adulte: nessuna vittima di Rupnik, quindi, incontrerà il papa. Insomma, la tradizione di ignorare le donne che hanno denunciato il potente sacerdote e artista, iniziata da Francesco, viene confermata da Leone.

    (Foto: particolare del mosaico della Basilica di Lourdes)

    https://federicatourn.substack.com/p/i-mosaici-della-vergogna-imbarazzano

  • Garlasco, Massimo Lovati rilancia: «L’omicidio di Chiara Poggi è stato commissionato». E torna sulla pista della pedofilia

    Garlasco, Massimo Lovati rilancia: «L’omicidio di Chiara Poggi è stato commissionato». E torna sulla pista della pedofilia

    Il caso Garlasco torna ad accendersi attorno alle dichiarazioni dell’avvocato Massimo Lovati, che a Morning News ha rilanciato una delle ricostruzioni più controverse sull’omicidio di Chiara Poggi. Secondo il legale, la ventiseienne uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia in via Pascoli non sarebbe morta per un delitto maturato nella sua cerchia più vicina: qualcuno avrebbe commissionato l’omicidio per fermare alcune ricerche che la ragazza stava conducendo.

    Una tesi che Lovati presenta come propria ricostruzione e che non coincide con quella accertata dalla giustizia. Alberto Stasi resta infatti condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata, mentre la Procura di Pavia conduce dal 2025 una nuova indagine su Andrea Sempio.

    Lovati: «L’omicidio di Chiara Poggi è stato commissionato»

    Lovati parte da una convinzione precisa: Chiara avrebbe scoperto o avrebbe cercato di approfondire qualcosa di sufficientemente grave da trasformarla in un bersaglio.

    «L’omicidio di Chiara Poggi è stato commissionato perché la ragazza aveva notato o stava approfondendo delle ricerche contro coloro che l’hanno poi eliminata», sostiene l’avvocato.

    Il riferimento riguarda una presunta attività di ricerca della giovane sulla pedofilia negli ambienti ecclesiastici statunitensi.

  • Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    Lettere inedite si aggiungono alle accuse di abusi sessuali mosse contro Rupnik.

    TORINO, Italia (OSV News) — Due settimane dopo che il Vaticano ha dichiarato che il processo penale canonico contro padre Marko Rupnik è in corso, OSV News ha appreso che 22 lettere inedite di donne appartenenti alla Comunità Loyola slovena, che descrivono presunti abusi commessi dal famoso artista di mosaici, fanno parte degli atti relativi ai presunti abusi.

    Le lettere, scritte nel 2000 su richiesta della superiora della comunità, suor Ivanka Hosta, e indirizzate direttamente a padre Rupnik, sono conservate negli archivi della Comunità di Loyola, ora custoditi dall’Arcidiocesi di Lubiana, in Slovenia, secondo quanto riferito da persone a conoscenza del caso. Nelle lettere, 22 donne descrivono presunti abusi spirituali, psicologici e sessuali subiti da padre Rupnik quando era il loro direttore spirituale.

    Il 15 dicembre 2023, l’Arcidiocesi di Lubiana ha annunciato che il Vaticano aveva ordinato lo scioglimento delle Suore della Comunità di Loyola entro un anno, in seguito a un decreto emesso dal Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

    Secondo quanto riferito a OSV News da una fonte vicina al caso, si presume che il Dicastero per la Dottrina della Fede sia a conoscenza delle lettere.

    Le lettere scritte durante la Pasqua del 2000 testimoniano presunti abusi.

    Padre Rupnik, ex gesuita, è accusato di aver abusato di oltre venti donne nel corso di diversi decenni. Ha sempre negato ogni addebito. Il 22 luglio il Vaticano ha dichiarato che le notizie sulla sua assoluzione, diffuse da un sito web italiano, erano “completamente infondate” e che “l’esame del caso è ancora in corso”.

    La Santa Sede ha dichiarato che il collegio giudicante sta esaminando la documentazione proveniente dalle diocesi, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa. Il Vaticano non ha reso pubbliche tutte le prove contenute nel fascicolo.

    Fabrizia Raguso, ex membro della comunità di Loyola, ha affermato che le 22 lettere che descrivono i presunti abusi sono state scritte durante la Pasqua del 2000. È l’unica ex suora citata nel materiale ad aver acconsentito a essere identificata pubblicamente.

    «Durante la Pasqua del 2000, Ivanka Hosta, superiora della Comunità di Loyola, ci costrinse a scrivere una lettera a Marko Rupnik in cui descrivevamo il nostro rapporto con lui, ciò che ci aveva fatto e poi a perdonarlo», ha raccontato Raguso a OSV News.

    «La ragione che Ivanka ci diede quando ci costrinse a scrivere della nostra esperienza con Rupnik», continuò Raguso, «era che in occasione del Giubileo (del 2000) avevamo bisogno di cercare una riconciliazione con lui; non so se poi fece recapitare le lettere a Marko».

    Le prime lamentele non ascoltate, il sacerdote-artista ha intrapreso una carriera internazionale

    Le lettere furono scritte anni dopo che le prime lamentele su padre Rupnik erano giunte ai superiori dei gesuiti e al defunto arcivescovo Alojzij Šuštar di Lubiana all’inizio degli anni ’90. Padre Rupnik fu allontanato dalla Comunità di Loyola nel 1993 e si trasferì a Roma, dove fondò il Centro Aletti, che nel corso degli anni divenne un punto di riferimento per gli artisti che si riunivano attorno alla creazione delle sue opere.

    Nel 2000, Padre Rupnik si era affermato per aver installato un nuovo programma di mosaici nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano, una cappella papale privata. In seguito, realizzò importanti commissioni per la Basilica di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, in Italia; per il Santuario di Lourdes in Francia; per il Santuario di Fatima in Portogallo; per la Cattedrale dell’Almudena a Madrid; e per il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II a Washington.

  • Dietro il rapimento di Emanuela l’ombra di pedofilia e ricatti. Intervista a Pietro Orlandi

    Dietro il rapimento di Emanuela l’ombra di pedofilia e ricatti. Intervista a Pietro Orlandi

    Negli ultimi 3 anni sono stati aperti altrettanti filoni d’indagine sul caso ancora insoluto della sparizione di Emanuela Orlandi avvenuta 43 anni fa, il 22 giugno 1983: uno da parte del Vaticano, un secondo dalla procura di Roma, e un terzo fronte è rappresentato dalla commissione parlamentare d’inchiesta su casi Orlandi e Mirella Gregori, quindicenne italiana scomparsa a Roma il 7 maggio 1983, poco più di un mese prima di Emanuela. Va detto che, dopo l’entusiasmo iniziale per l’apertura di un’indagine da parte della giustizia vaticana, si è tornati a una gestione opaca della vicenda. Così se è vero che i lavori delle varie inchieste sul versante civile stanno facendo segnare dei piccoli passi avanti, tutto resta avvolto nella nebbia delle omertà e dei “non ricordo”. In questo gioco a nascondere la verità, sembra che il Vaticano giochi un ruolo da protagonista. Abbiamo chiesto al fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, di farci il punto su alcune delle più gravi reticenze vaticane in relazione alla scomparsa di sua sorella Emanuela. Ecco l’intervista.

    Come nasce la storia del dossier vaticano su Emanuela?

    Nel 2011, incontrai l’allora segretario di papa Ratzinger, mons. Georg. Volevo infatti consegnare al papa una petizione e con l’occasione chiedevo la possibilità di poter parlare con Benedetto XVI. Mons. Georg mi ha dato un appuntamento. Quando arrivo, mi dice subito che il papa si trova nell’altra stanza, e che si deve occupare di questioni spirituali, di queste cose ce ne dobbiamo occupare noi e la Segreteria di Stato, mi dice, quindi mette subito il papa da parte, nonostante fosse nell’altra stanza. Così abbiamo parlato in generale e lui mi ha detto: «Io all’epoca non c’ero, quindi tante cose non le so». In ogni caso ho avuto la possibilità di raccontargli le cose che pensavo e del perché io ce l’- ho con il Vaticano. A quel punto lui ha sostenuto che avrebbe detto a Domenico Giani, all’epoca comandante della Gendarmeria, di fare una ricerca totale di tutto quello che si trova su questa vicenda in Vaticano e da lì è nato il famoso dossier, il rapporto di cui parlò Paolo Gabriele (il maggiordomo di Benedetto XVI che trafugò i documenti riservati dall’appartamento del papa dando origine al primo scandalo di Vatileaks, ndr).

    Eppure per tanti anni, Oltretevere, hanno negato perfino l’esistenza di un simile fascicolo…

    Quella di Paolo Gabriele è stata la conferma dell’esistenza di questo dossier, che io ho sempre chiesto di vedere, anche con l’avvocato, perché sapevo che stava in Segreteria di Stato. In Vaticano hanno sempre negato l’esistenza del documento, da mons. Becciu al card. Bertone, dicendo «noi qua non abbiamo niente, qua non c’è niente». Invece alla fine la cosa è emersa, perché lo stesso Giani è stato ascoltato in Commissione parlamentare e gli hanno fatto questa domanda. Lui ha detto sì, il fascicolo c’è e si trova in Segreteria di Stato, quindi Diddi (Alessandro Diddi, il promotore di giustizia vaticano, ndr) poco tempo dopo ha ammesso pubblicamente l’esistenza del dossier; ha detto: «Il famoso fascicolo che ha sempre chiesto Orlandi alla fine l’abbiamo trovato ma al momento è ancora riservato e non condivisibile. È un’inchiesta ancora aperta e per ora non ne possiamo parlare». E questa cosa mi ha dato particolarmente fastidio. Erano passati 42 anni in quel momento, ed era ancora riservato e non condivisibile? Questa mi pare una cosa assurda. Certo io ho chiesto alla Commissione e alla Procura: ma perché in questo clima di collaborazione che si è stabilito con la procura vaticana, non chiedete la possibilità di visionare questo fascicolo? Certo sì, mi è stato risposto, però nessuno lo fa.

    In questo fascicolo c’erano anche le indagini fatte dal Vaticano nei primi tempi dopo la scomparsa di Emanuela?

    Eh, questo purtroppo non lo so perché non l’ho letto ma io presumo di sì perché se ha raccolto tutto quello che c’era da raccogliere… Ma questo lo dice anche la Procura di Roma. È impossibile che in uno Stato sparisca una cittadina di quello Stato e non si apra neanche un fascicolo interno, un qualcosa, è impossibile; quindi è ovvio che c’è questa documentazione. Certo resta il fatto che il Vaticano dal primo giorno ha sempre continuamente negato che loro abbiano fatto qualunque cosa, che abbiano aperto un’inchiesta. Questa è la cosa che ha sempre colpito tutti e che non è chiara.

    Il fatto che da parte del Vaticano non sia stato mai consegnato questo dossier mi sembra un dato rilevante…

    Sì, mi sembra una cosa totalmente assurda. Non so cosa ci sarà scritto là, certo, però guarda, ti dico solo un particolare rispetto a questo che credo che sia importante, perché Giani l’- ha redatto quel fascicolo e lui disse una volta al mio avvocato di aver fatto cercare dappertutto, e Giani ti assicuro era una persona che poteva aprire qualunque porta in Vaticano perché aveva il mandato del papa di fare qualunque cosa. Tuttavia disse che non gli era stata data, durante questa ricerca che faceva su Emanuela, la possibilità di accedere agli archivi dello Ior.

    I lavori della Commissione parlamentare sono stati importanti, però va detto che non sono stati ascoltati testimoni importanti, soprattutto di parte vaticana. Perché non hanno convocato, per esempio, il cardinal Re, all’epoca importante?

    Certo loro hanno detto sì, abbiamo ascoltato qualcuno del Vaticano come padre Lombardi (ex direttore della sala stampa della Santa Sede, ndr) il quale però cosa vuoi che ti dica? Oppure hanno sentito don Pietro Vergari (l’ex rettore della chiesa di sant’Apollinare, adiacente alla scuola di musica frequentata da Emanuela, a suo tempo indagato per sequestro di persona dalla procura di Roma e poi prosciolto, ndr). Quest’ultimo, durante la sua testimonianza si è fatto sfuggire una cosa che quando la dicevo io, venivo trattato come un deficiente. Dicevo di aver saputo che De Pedis (Enrico De Pedis, uno dei principali boss della malavita romana che fu sepolto, col permesso del Vicariato, all’interno della chiesa di Sant’Apollinare, ndr) frequentava la scuola, conosceva suor Dolores, che ne era la direttrice. Entrava e usciva, parlava con Scalfaro che aveva l’ufficio allo stesso piano della scuola di musica. Tutto questo l’ha detto anche don Vergari. Ed ebbene sì, De Pedis frequentava qualche volta la scuola. Sinceramente se il cardinale Re pure andasse a testimoniare, penso non si ricaverebbe molto. Tuttavia, convocarla sarebbe un bel segnale da parte della Commissione, per far vedere che non ci sono personalità intoccabili; d’altro canto, la mia personale opinione è che il cardinale sia a conoscenza sicuramente se non di tutto, almeno di cose importanti di questa storia.

    Invece sulla storia di don Vergari tu diversi anni fa dicesti una cosa che ti avevano riferito delle compagne di scuola di Emanuela, cioè che era meglio non frequentarlo…

    Esatto, suor Dolores voleva in qualche modo evitare che andassero nella chiesa. Ci andavano soltanto quando c’era una funzione particolare, con il coro della scuola, e cantavano. Certo, diceva proprio di evitare di frequentarlo perché aveva capito che l’ambiente che aveva creato don Vergari era nocivo e pericoloso (durante le indagini svolte dalla Procura di Roma, emersero fra l‘altro delle intercettazioni fra il sacerdote e un seminarista a sfondo sessuale, ndr). Io ho letto poi delle lettere di Vergari ad Andreotti o a Scalfaro per chiedere favori per aiutare la famiglia De Pedis per qualche motivo. Tieni presente che pochi mesi dopo che era avvenuta la scomparsa di Emanuela, aveva fatto richiesta in Vaticano perché venisse chiusa la scuola di musica perché voleva trasformare completamente il luogo, aprendo uno spazio per i seminaristi che venivano dall’estero.

    Interessante anche la testimonianza davanti alla Commissione parlamentare di mons. Valentino Miserachs, insegnante di canto di Emanuela. Gli viene chiesto se, come riportato da altri testimoni, la scuola poteva essere considerata un “porto di mare” in quel periodo. E lui ha risposto di sì…

    Sì, sono quelle persone però, che non hanno il coraggio di aprirsi al 100%. Perché dicendo una frase del genere fanno capire che effettivamente in quella scuola poteva entrare chiunque. Quindi lanciano solo quel messaggio senza aprirsi totalmente. E questa è una cosa insopportabile. Certo, di lui si sapeva che era proprio in totale contrasto con suor Dolores, per motivi che non conosco. All’epoca non fu mai ascoltato dagli inquirenti.

    È una cosa strana, no?

    Lui ha sempre negato delle cose che, nella sua ricostruzione dei fatti, ha raccontato suor Dolores, la quale disse che, il giorno della scomparsa, Emanuela chiese il permesso di uscire in anticipo, anche se non a lei. Ma non è vero, e questa è un’altra leggenda. Emanuela non chiese mai un permesso, la lezione di Miserachs terminò un quarto d’ora prima perché c’era da festeggiare l’anniversario di matrimonio di due dipendenti della scuola.

    Sabrina Minardi (ex compagna di De Pedis, che raccontò una versione del sequestro di Emanuela che coinvolgeva il boss) è morta prima di essere ascoltata dalla commissione…

    Sì, e io avevo chiesto più volte di riascoltarla visto che lei non mi ha mai voluto incontrare. Però è morta prima. Di recente, c’è stata la riedizione di un libro della giornalista Angela Camuso, (Mai ci fu pietà, pubblicato per la prima volta nel 2009, ndr), dedicato ai fatti criminali legati alla banda della Magliana, nel quale si dicono cose interessanti sul caso di Emanuela. La presentazione del volume si è svolta in Senato, lo scorso 18 giugno, alla presenza dell’ex presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori, Andrea De Priamo, e dello stesso magistrato che condusse le indagini della seconda inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, Giancarlo Capaldo. La giornalista a un certo punto se ne esce dicendo che aveva avuto da una fonte investigativa, registrata, riguardante l’inchiesta che poi è stata archiviata nel 2015 da Pignatone, quindi l’inchiesta portata avanti da Capaldo, la notizia di un’indagine che la Procura stava facendo nell’ambito di un ricatto legato al rapimento di Emanuela. Quindi ha spiegato che questa fonte gli avrebbe detto che all’epoca stavano conducendo un’indagine su un sistema di pedofilia all’interno del Vaticano che coinvolgeva anche il papa, quantomeno per essere a conoscenza dei fatti e non averne mai detto nulla. Una cosa piuttosto pesante, dalla quale De Priamo ha preso le distanze. Ma la Camuso ha chiesto anche a Capaldo, che era seduto vicino a lei, se a lui risultasse una cosa del genere, visto che era a capo dell’indagine. E lui ha confermato che le cose stavano proprio così (per il dibattito svoltosi in Senato quel giorno, il riferimento è al video della presentazione del libro, a cura di Radio Radicale urly.it/31g895, ndr).

    Tra l’altro la questione degli  abusi sessuali commessi dai sacerdoti è una storia che risale a quel periodo, nel senso che poi lo scandalo è scoppiato negli anni 2000 però il grosso delle storie e dei fatti risale ai decenni precedenti…

    Guarda, questa è purtroppo una mia convinzione: io sono convinto che ci sia dietro questa storia un ricattatore e un ricattato. E tutta la vicenda è nata proprio per ricattare. Emanuela è una cittadina vaticana, ma se tu vai a ricattare lo Stato e la persona più potente e influente al mondo in quel momento, il papa, poi non ti basta una ragazzina anche se cittadina vaticana per chiedere un qualcosa di pesante in cambio. Devi avere in mano qualcosa di più pesante. E quel qualcosa di più pesante sono convinto che possa riguardare una questione come la pedofilia o il coinvolgimento a livello dei vertici della Chiesa in questa storia; c’era qualcuno a conoscenza dei fatti che ha documentato e ha creato come oggetto di ricatto Emanuela. Allora, se dopo 43 anni si evita di far uscire qualcosa è perché l’oggetto del ricatto era così pesante che metterebbe totalmente in crisi l’intera istituzione.

    https://www.adista.it/articolo/76132

  • «Gli abusi sessuali nella Chiesa vanno chiamati per quello che sono: crimini». Così la prevenzione parte dal linguaggio

    «Gli abusi sessuali nella Chiesa vanno chiamati per quello che sono: crimini». Così la prevenzione parte dal linguaggio

    «Parlare di “abuso” sessuale è scorretto, perché abuso significa “uso eccessivo” della sessualità e rischia di sottendere che sia lecito farne un uso non eccessivo. Quando parliamo di minori il termine corretto da utilizzare è un altro: crimine sessuale». Parte da questa riflessione linguistica la tesi Questo è il nostro segreto – Vittime, abusatori e omertà, con la quale Chiara Codardini, vicentina, ha ottenuto la Licenza in Scienze Religiose all’Issr Onisto e che successivamente è stata pubblicata nella collana Theology Press della Facoltà Teologica del Triveneto (disponibile gratuitamente online), con presentazione e prefazione di don Flavio Marchesini e Leopoldo Sandonà.

    Lo studio di Chiara Codardini è preciso e approfondito. Riferimento continuo sono i documenti e le statistiche della Cei pubblicati nel corso degli anni, segno che «l’attenzione all’argomento c’è, ma non è ancora diventata patrimonio comune e con il mio lavoro vorrei dare un contributo in tal senso», spiega l’autrice.

    In primo luogo, Codardini inquadra il fenomeno statisticamente, con una precisazione doverosa: «È inopportuno parlare di pedofilia nella Chiesa, perché i casi di abuso che più si verificano al suo interno riguardano ragazzi e ragazze che hanno superato la pubertà. La pedofilia è una particolare parafilia che si manifesta nella preferenza sessuale verso i prepuberi. È interessante sapere che non tutti i pedofili commettono crimini, ma quando ciò avviene hanno molte vittime e spesso non si pentono. Più diffusa è l’attrazione verso i cosiddetti “teenager”. Ci si chiede se alla base non ci sia uno sviluppo psicoaffettivo incompiuto».

    Un altro dato interessante che emerge è che «gli abusi su minori compiuti da preti avvengono mediamente dopo undici anni dall’ordinazione». Un dato che, letto in combinato disposto con l’incompiutezza dello sviluppo psicoaffettivo, lascia supporre che qualcosa non funzioni nella formazione svolta all’interno dei seminari.

    In ottobre la vicentina sarà tra i pochi selezionati in tutto il mondo per frequentare il corso di safeguarding all’Università Gregoriana

    «La stessa Cei ha redatto numerosi documenti che parlano di formazione, affettività e sessualità, con i contributi di studiosi quali Ugolini, Cencini e Deodato. Ma non si tratta di un problema dei seminari in quanto tali. Il tema tocca anche gli ordini religiosi. Il comportamento del singolo non è mai disgiunto dalla struttura, perché ove c’è un abuso c’è sempre un contesto che permette, favorisce e nasconde l’abuso. Dentro e fuori la Chiesa».

    Chiara Codardini a settembre discuterà la tesi di Baccalaureato in Teologia e in ottobre inizierà a frequentare l’Istituto di Antropologia della Gregoriana, a Roma. «Si tratta di un corso di “safeguarding” (prevenzione, ndr) a numero chiuso, con persone provenienti da tutto il mondo. Questo tema degli abusi, anzi, dei crimini sessuali, mi ha interrogato molto su cosa può fare la Chiesa. È vero che la maggior parte dei crimini avviene in ambito familiare, ma anche se i casi che si verificano nei contesti ecclesiali sono numericamente inferiori non si giustifica la scarsa considerazione. Ritengo sia necessario avviare indagini retrospettive indipendenti, come già hanno fatto altre Conferenze episcopali o la Diocesi di Bolzano-Bressanone: solo così si mettono realmente al centro le persone vittime e si capiscono gli errori commessi per prevenirli in futuro».

    La tesi di Chiara Codardini si conclude con una “Benedizione del corpo profanato”. «Se avviene un omicidio in una chiesa questa deve essere riconsacrata. Anche un corpo profanato ha bisogno di cura spirituale».

    Andrea Frison

    https://www.vocedeiberici.it/gli-abusi-sessuali-nella-chiesa-vanno-chiamati-per-quello-che-sono-crimini-cosi-la-prevenzione-parte-dal-linguaggio/

  • Rupnik assolto?

    Rupnik assolto?

    INCREDIBILE! Apprendiamo da voci insistenti e molto autorevoli che il processo penale, in corso in Vaticano, a carico di don Marko Ivan Rupnik si sarebbe concluso con un esito a lui favorevole.

    Con queste parole il blog Messa in Latino ha dato la notizia che, se confermata, sarebbe senz’altro un inatteso finale della vicenda dell’ex gesuita e artista don Marko Rupnik. Le fonti di MIL restano riservate ma sono autorevoli: l’intenzione sembra quella di far arrivare all’opinione pubblica una sentenza che altrimenti potrebbe rimanere sepolta sotto la consueta omertà della Chiesa.

    Di Rupnik, ex gesuita, artista milionario, amico di papa Francesco e abusatore seriale, ho scritto molto negli ultimi quattro anni; gli ultimi articoli li trovate qui e qui. Tutta la storia dell’ambizioso mosaicista sloveno, dall’ascesa sotto papa Giovanni Paolo II allo scandalo contenuto da Francesco, l’abbiamo raccontata nel podcast La Scomunica e la trovate su Spotify.

    Dall’ottobre 2023 Rupnik è sotto processo canonico per abusi sessuali nei confronti di numerose suore della Comunità Loyola, comunità che lui stesso aveva contribuito a fondare alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso. Lo scorso 13 ottobre il Dicastero per la dottrina della fede ha nominato i cinque giudici (donne e chierici) del tribunale designato a trattare il suo caso; da allora non si è più saputo nulla.

    L’assoluzione sarebbe uno choc per tutti quelli che danno per scontata la dimissione dallo stato clericale del noto mosaicista ma certamente anche un chiaro segnale di come Prevost intende gestire il problema abusi nella Chiesa.

    Infatti, se davvero Rupnik è stato assolto dalle accuse di abusi sessuali, nonostante le testimonianze raccolte dai gesuiti e le vittime che si sono rivolte alla stampa, a cominciare da Gloria Branciani, siamo di fronte a una mossa incredibile – e per molti versi drammatica – di papa Leone XIV.

    Se la notizia fosse confermata, infatti, sapremmo che nella Chiesa la parola di decine di donne che denunciano una violenza sessuale e spirituale non contano nulla di fronte alla figura del sacerdote, soprattutto se famoso e amico di (almeno) un pontefice. Non conta nulla che tutti nella Chiesa sapessero, da decenni, qual era il “vizio” del carismatico artista. Non conta che Rupnik sia già stato scomunicato nel 2020 per “assoluzione del complice in confessione”, cioè per aver assolto la donna con cui aveva avuto rapporti sessuali (un’altra vittima, a cui è stato pagato un risarcimento dalla Compagnia di Gesù). L’unica cosa che conta è il potere, meglio se sostenuto dal denaro, alla faccia della retorica sulla tolleranza zero sugli abusi e sulla richiesta di perdono alle vittime. La Chiesa, con l’assoluzione di Rupnik, segnerebbe un vistoso autogol, le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare.

    Certo oggi ci sarà movimento, dietro le quinte vaticane. Ci torniamo su presto.

    (nella foto, un mosaico di Rupnik a Lubiana)

    https://federicatourn.substack.com/p/rupnik-assolto

  • Lo Stato finanzia gli oratori ma non chiede il certificato antipedofilia

    Lo Stato finanzia gli oratori ma non chiede il certificato antipedofilia

    La notizia è passata inosservata e si capisce facilmente perché: qualche giorno fa il governo ha deciso una grande iniezione di denaro pubblico per strutture possedute e gestite dalla Chiesa. Stiamo parlando degli oratori, che hanno ricevuto come finanziamento extra ben 50 milioni del Fondo Sviluppo e Coesione 2021-2027, il principale strumento con cui lo Stato italiano finanzia interventi per ridurre i divari economici e sociali nel Paese, che si vanno ad aggiungere ai 19,5 milioni di euro già previsti per il quadriennio 2025-2028.

    Per sostenere le attività sportive e «valorizzare la funzione educativa degli oratori» nei territori più marginalizzati, infatti, il 1° luglio è stato firmato un protocollo d’intesa tra il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, e il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Questi 50 milioni saranno utilizzati per riqualificare gli impianti sportivi degli oratori e per generiche attività ludiche e ricreative e le parrocchie contribuiranno con una quota trascurabile di cofinanziamento del 15 per cento.

    Nonostante la Cei riceva ogni anno dallo Stato circa un miliardo di euro dal cosiddetto “otto per mille”, il governo ha sentito il bisogno di un’iniezione aggiuntiva di denaro pubblico perché gli oratori, secondo quanto ha dichiarato Abodi, sarebbero centrali nel modello sportivo italiano, «autentici presìdi educativi, sociali e di comunità». Tanto centrali e determinanti che il ministro è fiero di dichiarare che con questo protocollo si stabilisce un record: «Per la prima volta nella storia repubblicana – ha spiegato – destiniamo risorse così significative a questo patrimonio della nostra nazione: investire negli oratori significa investire nei bambini, negli adolescenti e nei giovani, offrendo loro luoghi sicuri e gratuiti dove crescere attraverso lo sport, costruendo relazioni e alimentando il senso di comunità. Insieme alla Conferenza Episcopale e alla rete delle Diocesi trasformiamo il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dello sport, riconosciuto dalla nostra Costituzione, in opportunità concrete per il presente e il futuro delle giovani generazioni e per la coesione nei territori».

    Siamo di fronte al salto di un secolo. Il governo elimina il ruolo dello Stato laico dalla sua prospettiva e delega alla Chiesa il compito di occuparsi di bambini e ragazzi, soprattutto ora che sono liberi dalla scuola, in virtù di un’asserita e non comprovata virtù degli oratori «quali presìdi educativi, sociali e aggregativi», di cui riconosce «il ruolo strategico nel contrasto alla dispersione scolastica, alla povertà educativa e al disagio giovanile, attraverso la promozione della pratica sportiva e dei corretti stili di vita».

    Quasi 70 milioni di euro di fondi pubblici per luoghi di aggregazione confessionali: una cifra significativa per spazi che forse sono gratuiti (o quasi) ma che vengono definiti un po’ troppo sbrigativamente «sicuri». Quello che non viene mai detto, infatti, è che per le migliaia di volontari che animano oratori, campi grest estivi e attività parrocchiali non c’è l’obbligo di richiedere il cosiddetto “certificato antipedofilia”, cioè la garanzia che l’operatore che si sta occupando di tuo figlio ha la fedina penale pulita quanto a reati sessuali.

    Secondo il decreto legislativo 39 del 2014, che recepisce una direttiva europea del 2011, i datori di lavoro sono obbligati a verificare che le persone persone condannate per reati sessuali non possano svolgere attività professionali che comportano contatti con minori. Questo obbligo vale per i dipendenti ma non sussiste per i volontari, che quindi possono fare attività con i minori senza il controllo del certificato penale.

    Eppure i volontari degli oratori e dei grest estivi, che sono a contatto con bambini e bambine tutto il giorno, non sono una componente marginale degli oratori ma l’ossatura, la spina dorsale che regge tutta l’impalcatura delle attività parrocchiali.

    Quanti sono? Difficile dirlo: i numeri del Foi, il Forum oratori italiani, sono un po’ datati ma si stimano circa 150mila volontari impegnati nei seimila oratori italiani, fra animatori adolescenti, giovani educatori, catechisti, allenatori sportivi, accompagnatori, operatori di attività ricreative e altri adulti che collaborano in vario modo alle attività.

    E quanti sono i minori che frequentano gli oratori estivi? Anche qui non è facile fare i conti ma i numeri sono alti: secondo un articolo di Vita, nel 2018 sono stati due milioni i bambini e ragazzi che hanno preso parte alle attività degli oratori estivi, assistiti da 350mila volontari adolescenti.

    Secondo invece quanto riporta Agensir il 1° luglio scorso, lo stesso giorno della firma del Protocollo fra governo e Cei, nella sola diocesi di Milano quest’estate si contano 25mila volontari adulti e un migliaio di altri educatori per 250mila ragazzi:

    un migliaio di oratori aperti fra giugno e luglio per offrire accoglienza, gioco, escursioni, momenti educativi, spiritualità a 250mila ragazzi. 42mila gli animatori adolescenti, 3mila giovani educatori. Ma anche 25mila volontari adulti e circa mille figure educative tra sacerdoti, consacrate ed educatori professionali. Sono i numeri degli oratori estivi della diocesi di Milano.

    Prima di riempire di denaro gli oratori, «autentici presìdi educativi, sociali e di comunità», come ha detto il ministro Abodi ringraziando il cardinale Zuppi, il governo avrebbe fatto bene a garantirne la sicurezza, estendendo il “certificato antipedofilia” anche alla schiera di volontari che li tengono in piedi stando tutto il giorno con i bambini. Il problema è che per la Cei imporre questa regola di buon senso violerebbe «la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa» garantita dall’articolo 2 del Concordato del 1985. Ovviamente la Chiesa potrebbe di sua iniziativa esigere il certificato antipedofilia dai suoi volontari, ma diciamo che non è nello stile della Cei.

    Delegare alle parrocchie, oltre allo sport e alla ricreazione, anche la protezione dei minori da aggressioni pedofile potrebbe rivelarsi imprudente: la cronaca insegna che i precedenti non sono propriamente rassicuranti.

    (Foto di Erika Giraud su Unsplash)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-stato-finanzia-gli-oratori-ma

  • Il muro di gomma dei gesuiti sugli abusi

    Il muro di gomma dei gesuiti sugli abusi

    «È successo anche a me: anche io sono una vittima di Sauro De Luca». Olivia Scuppa, 56 anni, racconta come l’importante padre gesuita, per trent’anni direttore nazionale del Meg, il Movimento eucaristico giovanile, ha approfittato della sua fiducia per abusare di lei quando aveva vent’anni. Dopo la testimonianza dell’eurodeputata del Pd Annalisa Corrado, che ha rivelato a Fanpage di essere stata abusata da De Luca quando era minorenne, un’altra donna testimonia che padre Sauro De Luca, carismatica guida del Movimento giovanile dei gesuiti, era un abusatore seriale, coperto per decenni dai suoi superiori.

    L’attuale responsabile del Meg, padre Renato Colizzi, l’1 ottobre 2024 aveva reso noto di aver appreso di «atti di abuso sessuale su minore perpetrati da padre Sauro De Luca» (morto nel 2012) e di aver deciso di avviare un “Cammino di verità”, cioè un canale di ascolto delle vittime, affidato a Grazia Villani, di cui non si sa molto, se non che ha lavorato per più di vent’anni al Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita. Il “Cammino” parte dal 2010, anno in cui i gesuiti mettono De Luca sotto restrizioni in seguito ad «alcune denunce» di abuso. L’anziano gesuita ammette le sue colpe e muore poco tempo dopo, prima che si concluda il processo canonico a suo carico. I gesuiti, a quel punto, chiudono la pratica e non ne parlano a nessuno. Nel 2024, però, arrivano altre denunce e i responsabili del Meg decidono di approfondire le responsabilità di De Luca con il “Cammino”, rendendosi disponibili ad ascoltare eventuali altre vittime.

    Da questa indagine è scaturito un report che non è ancora stato reso pubblico. Al suo posto, è comparsa il 28 gennaio 2026 sul sito dei gesuiti una relazione sul report, firmata dal provinciale della Provincia euromediterranea della Compagnia di Gesù Ronny Alessio, da cui si evince che le vittime sono 25: venti di padre De Luca e altre cinque di un altro gesuita, vivo, di cui però non si fa il nome. In seguito alle proteste degli ex membri del Meg, in un comunicato del 9 giugno 2026 si motiva la decisione di non divulgare il report per «sensibilità nei confronti delle persone coinvolte». Sull’analisi del report e sulle contraddizioni che emergono dai successivi interventi dei gesuiti, sarà dedicato un articolo specifico.

    La testimonianza di Olivia Scuppa che oggi pubblichiamo non soltanto è coraggiosa e puntuale, ma è anche determinante per capire come Sauro De Luca abbia potuto coltivare indisturbato per tutta la vita la sua «ossessione sessuale» per le ragazze, adolescenti o giovanissime, di cui si circondava.

    Perché ha deciso di raccontare la sua storia?

    «Sono venuta a conoscenza degli abusi di Sauro De Luca nell’ottobre 2024, quando il responsabile del Meg Renato Colizzi ha comunicato l’avvio del “Cammino di verità” ma la presa di coscienza è durata ben diciotto mesi. Quando padre Colizzi ci ha detto che Sauro aveva fatto cose tremende per noi è stato un trauma: c’è stata una spaccatura fra gli ex Meg perché molti non ci volevano credere, ma Colizzi ha detto che c’erano molte vittime; anzi, ha specificato: “Non so se chiamarle vittime o sopravvissute perché non sono sicuro che siano sopravvissute tutte”. Quando padre Colizzi ha parlato agli ex Meg, non ho realizzato che gli abusi mi riguardavano direttamente. La mia presa di coscienza è durata ben diciotto mesi: soltanto quando ho letto l’intervista ad Annalisa mi sono resa conto che era successo anche a me. Mi sono rivista nella sua testimonianza e ho avuto un conato di vomito. Ho capito che esporsi e parlarne, come ha fatto Annalisa, è la cosa giusta da fare perché altre vittime possano riconoscersi e il caso non passi sotto silenzio».

    Come ha conosciuto padre Sauro De Luca?

    «Frequentavo il Meg già dal liceo ma Sauro De Luca l’ho conosciuto quando andavo già all’università e frequentavo il gruppo giovanile che si riuniva a San Saba, a Roma.

    Alla fine dell’89 siamo stati affidati a Sauro, che era una personalità molto carismatica: lo ammiravamo, aveva un modo di parlare molto convincente, tanto che era un piacere ascoltarlo perché sapeva ancorare la parola di Dio alla vita reale. All’epoca avevo vent’anni ed ero una ragazza inesperta, piuttosto cupa, segnata da una situazione famigliare molto complessa e dolorosa e sono convinta che Sauro mi ha puntato proprio per questo, perché ha visto la mia vulnerabilità. Mi cercava, mi abbracciava, chiedeva sempre di me; io mi sono sentita valorizzata e mi è sembrato naturale raccontargli quello che mi accadeva e che mi faceva soffrire. Si è instaurata subito una grande confidenza fra noi: Sauro mi ascoltava e mi diceva che dovevo volermi bene e che Dio aveva un progetto per me. Parole che possono sembrare banali ma che in quel momento, ferita e timida com’ero, mi hanno consolata e mi hanno dato fiducia in me stessa tanto che, durante una vacanza a Bardonecchia con il Meg, per la prima volta mi sono messa insieme a un ragazzo».

    Sauro De Luca come ha reagito?

    «All’inizio ha recepito l’informazione senza reagire, ma quando gli ho detto che avevo avuto rapporti sessuali ha dato in escandescenze. L’idea che facessi sesso con qualcuno lo mandava fuori di testa: era rabbioso, mi ripeteva che lo avevo deluso. Sauro era ossessionato dal sesso: in genere i preti glissano sull’argomento, invece lui ne parlava tantissimo dicendoci che dovevamo assolutamente rimanere casti fino al matrimonio. Confessargli che avevo fatto l’amore con questo ragazzo mi sembrava quasi un dovere, visto il rapporto stretto che Sauro aveva instaurato con me e l’insistenza con cui argomentava l’obbligo di castità. Questo ragazzo comunque l’ho lasciato dopo pochi mesi, era una storia a distanza che, al di là dell’opposizione di Sauro, non poteva continuare. Ed è a questo punto che si è verificato l’abuso».

    Che cosa è successo?

    «L’estate successiva siamo tornati a Bardonecchia, in montagna. Aveva l’abitudine di chiamare le persone nella sua stanza per parlare in confidenza: ti faceva sdraiare accanto a lui sul letto, ti accarezzava; era molto affettuoso. Dopo ti dava pure l’assoluzione, quindi era anche una forma di confessione. Io, ingenuamente, prendevo le sue attenzioni per affetto paterno e non ci trovavo niente di male. Insomma, vado da lui e mentre siamo sul letto mi infila una mano sotto la biancheria intima e mi dice: “Questa è la mano di Dio che ti tocca per purificarti”. Io posso dire che cos’è il freezing perché effettivamente mi sono sentita congelata. Mi tiene la mano lì sotto, pelle su pelle, e poi aggiunge: “Ora la tua fichetta è purificata. È Dio che ti ama ancora di più tramite la mia mano”».

    Lei come si è sentita?

    «Sono rimasta immobile e non ho detto niente. Dopo un po’ lui ha tolto la mano e me ne sono andata. Non ho elaborato quel che mi era successo, ho solo percepito che era una cosa che non doveva capitare e che non mi era piaciuta ma non ho voluto darle un peso, in qualche modo l’ho rimossa per andare avanti con la mia vita. Avevo 21 anni, ero confusa ma avevo chiaro che non volevo più trovarmi in una situazione del genere e, in modo molto pragmatico, ho fatto in modo che non succedesse più. Non gli ho mai più parlato delle mie esperienze sentimentali. Di lì a poco mi sono fidanzata con un ragazzo che non faceva parte del Movimento e mi sono distaccata gradualmente dal Meg».

    De Luca ha tentato di riavvicinarla?

    «No, non ha commentato in nessun modo l’allontanamento, però ha capito perfettamente di essere andato oltre. Solo poco dopo ha alluso a quello che era successo: durante la stessa vacanza a Bardonecchia eravamo sul Monte Thabor e lui mi ha portata a fare una passeggiata, noi due soli. Mi ha abbracciata e mi ha detto: “Vedi adesso i tuoi occhi sono belli e puliti come erano prima”, riferendosi al gesto “purificatore” che aveva fatto su di me. Da parte mia, non ne ho parlato con nessuno perché mi vergognavo; continuavo a frequentare il gruppo ma in modo meno assiduo. Con Sauro però ho mantenuto un rapporto, perché quando mio padre si è ammalato di tumore lui è stato l’unico capace di sostenermi in un momento tanto difficile e doloroso. Eravamo di nuovo vicini ma non gli facevo confidenze sulla mia vita amorosa, lì avevo messo una barriera, e quando sono andata a convivere con il mio fidanzato gliel’ho semplicemente comunicato. Non ha ribattuto, ha soltanto detto: “Hai un modo di pensare molto laico”. Ha continuato a darmi incarichi di fiducia nel volontariato, come l’assistenza a un’anziana senza famiglia all’Istituto Santa Margherita, vicino a San Saba».

    Lei ha poi lasciato il Meg?

    «Sì, ma non me ne sono andata a causa sua, semplicemente non mi trovato più bene con il gruppo. Quando mi sono sposata, cinque anni più tardi, però ho chiesto a Sauro di celebrare il matrimonio, anche se non frequentavo più la Chiesa».

    Perché questa scelta?

    «Era un bravissimo oratore e io ero comunque affezionata a lui. Non realizzavo di aver subito un abuso e comunque si era limitato a un solo episodio: quel ricordo lo avevo chiuso in un cassetto e quel cassetto l’ho chiuso a chiave. Evidentemente avevo messo delle barriere, a differenza di altre ragazze che, più piccole di me, sono rimaste intrappolate per anni nella sua rete di manipolazione e di abuso. Certo, in questi mesi mi sono chiesta più volte: come ho potuto essere così ingenua? Ma la mia fiducia in lui allora era incrollabile. L’abuso avviene proprio quando l’abusatore approfitta della tua fiducia per imporre la sua volontà su di te».

    Che effetto le ha fatto scoprire che De Luca era un abusatore seriale?

    «Pensavo di essere stata l’unica, tutte lo pensavamo, perché nessuna osava parlarne. Ora sappiamo dal report che le vittime sono almeno trenta, ma altre hanno parlato con i gesuiti o con Annalisa Corrado: Sauro ha girato l’Italia, è stato anche missionario in Africa e io sono convinta che siano molte di più, che superino il centinaio. Non oso pensare a cosa ha potuto fare una persona come lui, con un’ossessione sessuale come la sua e con tante persone giovani a sua disposizione».

    Con così tante vittime, è plausibile che nessuno dei suoi superiori si sia accorto degli abusi di De Luca?

    «I gesuiti lo sapevano certamente, e ben prima del 2010: negli anni ‘80 qualcuno aveva parlato, ancora prima che io entrassi nel Meg, e così negli anni ‘90; poi Annalisa Corrado nel 2003 ha raccontato ai responsabili del movimento quel che le era successo. Sapevano e non hanno fatto nulla, alla fine lo hanno soltanto spostato all’Aquila, dove comunque non era sotto controllo. Il problema per i gesuiti non era che accadesse, ma che noi ne parlassimo».

    Quindi voi eravate delle valvole di sfogo per un prete considerato molto valido ma con qualche problema di “esuberanza sessuale”.

    «Sì, ma lui era solo uno dei tanti, faceva parte del sistema, era il prodotto di un sistema. Per secoli gli abusi sono stati un effetto collaterale accettato dalla Chiesa: quando frequentavo l’Istituto Massimo a Roma, il liceo della Compagnia di Gesù, c’erano due preti pedofili a cui piacevano i ragazzini: sono stati semplicemente mandati altrove. Anche nel report dei gesuiti sul “Cammino di verità” viene menzionato il caso di un altro prete, di cui non si fa il nome, oggi sotto restrizioni per aver abusato di cinque donne».

    Parliamo di questo report su Sauro De Luca che i gesuiti non vogliono pubblicare, dicono, per tutelare le vittime. Lei lo ha letto?

    «Sì e mi sembra la montagna che ha partorito il topolino. Ai miei occhi è un resoconto scarno e deludente dei fatti, con alcuni stralci del diario di Sauro in cui confessa le molestie e si dichiara pentito. Non c’è il racconto degli abusi, né dove si sono verificati, non c’è un’analisi. E soprattutto non c’è assolutamente il modo di risalire alle vittime, quindi sostenere che non si pubblica il report perché si vuole tutelarle è una grande bugia. Ci sono poi delle contraddizioni fra il report e la sintesi pubblicata a fine gennaio dai gesuiti sul loro sito».

    Quali contraddizioni?

    «Nella sintesi si dice per esempio che le cinque vittime del prete innominato “si ritengono soddisfatte” delle restrizioni prese:

    La Provincia EUM, nonostante la prescrizione, ha applicato restrizioni severe, tutt’oggi in vigore. Le persone ferite da questo secondo gesuita, messe a conoscenza in questi mesi delle restrizioni e del cammino a lui proposto, si sono dichiarate soddisfatte.

    Il report di Grazia Villani però non dice da nessuna parte che le vittime si dichiarano soddisfatte, menziona solo il fatto che sono state prese delle restrizioni. Questa frase sulla “soddisfazione delle persone ferite” è stata aggiunta nel resoconto pubblicato».

    Lei e altri ex membri del Meg avete chiesto che il report venga reso accessibile a tutti e che sia rivelato il nome dell’altro gesuita abusatore. Che riscontri avete avuto?

    «Finora nessuno, ci scontriamo con un muro di gomma. Non sono sicura che padre Paul Pace, il procuratore dei gesuiti incaricato, abbia autonomia di movimento. Padre Colizzi, che aveva dato inizio al “Cammino di verità”, non dice più nulla. Ho chiesto a padre Pace se è stato silenziato ma non mi ha risposto. Un paio di settimane fa ci hanno mandato una lettera in cui parlano in modo molto vago di giustizia riparativa, parlando solo di uno spazio di accoglienza e di ascolto. Un po’ come ha fatto il papa nel suo viaggio apostolico in Spagna. La cifra è quella: tanta comprensione a parole, nessuna verità».

    (Questa inchiesta è pubblicata anche su Appunti)

    https://federicatourn.substack.com/p/il-muro-di-gomma-dei-gesuiti-sugli

  • Emanuela Orlandi, il fratello Pietro e l’ultima novità sulla pista relativa al “coinvolgimento del Vaticano”

    Emanuela Orlandi, il fratello Pietro e l’ultima novità sulla pista relativa al “coinvolgimento del Vaticano”

    Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela scomparsa 43 anni fa, rilancia l’indagine del 2015 su un presunto sistema di pedofilia in Vaticano, sostenendo che fu interrotta e chiedendo l’audizione dell’ex magistrato Giancarlo Capaldo. Intanto la Procura di Roma approfondisce la posizione di Marco Accetti e nuove ipotesi sul sequestro della ragazza.

    Emanuela Orlandi, le novità

    A oltre quarant’anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, il caso continua a far emergere nuovi interrogativi. Nel corso della trasmissione “Storie Italiane”, il fratello Pietro ha riportato l’attenzione su un aspetto che, a suo dire, sarebbe rimasto ai margini del dibattito pubblico.

    Si tratta di un filone investigativo sviluppato durante l’ultima inchiesta della Procura di Roma, poi archiviata nel 2015, che avrebbe riguardato un presunto sistema di pedofilia interno al Vaticano e il possibile movente di un ricatto.

    Cosa ha detto il fratello Pietro

    Secondo il fratello della giovane cittadina vaticana, la circostanza sarebbe stata confermata dall’ex magistrato Giancarlo Capaldo, titolare dell’inchiesta per diversi anni. Pietro Orlandi ha dichiarato:

    C’è una cosa che è uscita di recente, che è stata ripresa da pochissime persone, che riguarda alcune indagini fatte durante l’ultima inchiesta chiusa poi nel 2015. Questa indiscrezione, quella è la cosa importante, non dal fratello, è stata confermata da Capaldo, che era il magistrato che seguiva l’inchiesta, che in quell’inchiesta c’era un’indagine su quella che poteva essere la base del ricatto, che andava a toccare un sistema di pedofilia all’interno del Vaticano e di personalità di alto livello del Vaticano. Indagine che è stata bloccata, fermata.

    Orlandi ha quindi rivolto un appello agli inquirenti e alla Commissione parlamentare d’inchiesta, chiedendo che l’ex magistrato venga ascoltato per chiarire l’origine di quel filone investigativo e comprendere chi avrebbe deciso di interromperlo. A suo avviso, infatti, l’apertura di un’indagine presuppone l’esistenza di elementi concreti che meritano di essere approfonditi.

    Le tre inchieste in parallelo

    Il caso Orlandi è oggi al centro di tre distinti percorsi investigativi. Da una parte proseguono gli accertamenti della Procura di Roma, dall’altra quelli avviati dal promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi, mentre la Commissione parlamentare d’inchiesta continua ad acquisire documenti e testimonianze sia sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sia su quella di Mirella Gregori.

    Intanto emerge nuovamente il nome di Marco Accetti, figura controversa già comparsa più volte nella lunga vicenda. Come ricordato nel corso del programma televisivo, Accetti ha fornito alcuni elementi ritenuti potenzialmente significativi, come il ritrovamento del flauto che la famiglia ha sempre considerato compatibile con quello appartenuto a Emanuela, pur senza conferme scientifiche.

    Tuttavia, allo stesso tempo ha anche rilasciato numerose dichiarazioni mai riscontrate. Per anni, ad esempio, Accetti ha sostenuto la teoria secondo cui il rapimento sarebbe stato collegato all’attentato del 1981 contro Giovanni Paolo II da parte di Mehmet Ali Ağca.

    Perché Accetti è indagato

    Oggi, però, la Procura di Roma starebbe valutando una diversa ricostruzione. Accetti è stato iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di sequestro di persona a scopo di estorsione. L’attenzione degli investigatori si concentrerebbe su una possibile rete che avrebbe adescato giovani ragazze, tra cui la stessa Emanuela Orlandi, destinate ad adulti.

    Gli investigatori starebbero inoltre riesaminando il passato di Marco Accetti alla luce della condanna definitiva per l’omicidio colposo del dodicenne José Garramón, investito nel dicembre 1983 nella pineta di Castel Porziano.

    Il bambino era scomparso dopo essere uscito di casa con la scusa di andare dal barbiere e fu ritrovato a circa venti chilometri di distanza. Oggi gli inquirenti cercano di chiarire come il 12enne sia arrivato fino a Castel Porziano e se quella vicenda possa avere eventuali punti di contatto con le nuove ipotesi investigative sul caso Orlandi.

    https://www.virgilio.it/notizie/emanuela-orlandi-il-fratello-pietro-e-l-ultima-novita-sulla-pista-relativa-al-coinvolgimento-del-vaticano-1765032

  • Lotta contro gli abusi sessuali sui minori: l’UE concorda su norme penali più severe e un maggiore sostegno alle vittime.

    Lotta contro gli abusi sessuali sui minori: l’UE concorda su norme penali più severe e un maggiore sostegno alle vittime.

    Oggi, la Presidenza del Consiglio e i rappresentanti del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’aggiornamento delle norme penali dell’UE in materia di abusi sessuali e sfruttamento sessuale dei minori. Le norme riviste copriranno un maggior numero di reati, prevederanno pene più severe e garantiranno un’azione penale più efficace, anche attraverso l’allungamento dei termini di prescrizione. Per una migliore tutela dei minori, il nuovo quadro normativo fornisce regole chiare in materia di consenso e rafforza l’assistenza alle vittime.

    Questo accordo provvisorio deve ancora essere confermato da entrambe le istituzioni prima di poter procedere con la procedura di adozione formale.

    È nostro dovere proteggere i bambini dagli abusi sessuali. Oggi compiamo un passo decisivo per rafforzare tale protezione in tutta l’Unione europea.

    Grazie a queste nuove misure, i bambini saranno maggiormente protetti dagli abusi e dallo sfruttamento sessuale, anche quando i criminali utilizzano tecnologie emergenti, come l’intelligenza artificiale, per prenderli di mira.

    I colpevoli dovranno affrontare conseguenze più severe e saranno assicurati alla giustizia, anche molti anni dopo aver commesso i reati. Allo stesso tempo, stiamo rafforzando il sostegno alle vittime, riconoscendo che le conseguenze degli abusi possono durare tutta la vita.

    Costas Fytiris, Ministro della Giustizia e dell’Ordine Pubblico della Repubblica di Cipro

    Elementi chiave dell’accordo

    Definizione ampliata di reati penali

    Le nuove norme aggiornano i reati penali esistenti e ne creano di nuovi al fine di garantire che tutte le forme di abuso e sfruttamento sessuale dei minori siano criminalizzate, compreso l’utilizzo di innovazioni tecnologiche per commettere tali reati.

    Secondo le nuove norme, pagare per accedere allo streaming di abusi sessuali su minori sarà punibile. Inoltre, progettare o adattare sistemi di intelligenza artificiale per produrre materiale pedopornografico, così come distribuire tali sistemi, sarà considerato un reato penale. Questo aggiornamento si è reso necessario a causa della crescente diffusione di deepfake o di materiale pedopornografico generato dall’intelligenza artificiale.

    L’adescamento, ovvero la sollecitazione di un minore di età inferiore all’età del consenso sessuale a produrre o condividere materiale pedopornografico, è considerato reato penale. Qualora il minore abbia raggiunto l’età del consenso sessuale, la sollecitazione è considerata reato penale in caso di coercizione o minacce, nonché se l’autore del reato si spaccia falsamente per un coetaneo.

    Gli Stati membri dovranno inoltre punire l’estorsione sessuale ai danni dei minori, ovvero le situazioni in cui un criminale minaccia un minore affinché riveli materiale pedopornografico al fine di ottenere denaro o ulteriore materiale pedopornografico in cambio.

    Un’altra novità è che il possesso e la distribuzione di istruzioni su come commettere abusi sessuali su minori o su come produrre materiale pedopornografico (ad esempio tramite un libro, una guida online o un suggerimento) saranno punibili.

    Disposizioni sul consenso

    Le norme riviste stabiliscono in modo più chiaro che, qualora il minore non dia il proprio consenso, siano punibili le attività sessuali con minori che abbiano raggiunto l’età del consenso.

    Le norme chiariscono che il consenso non sussiste se il minore non lo esprime volontariamente sulla base del libero arbitrio, o se non è in grado di formarsi un libero arbitrio, ad esempio quando dorme, è incosciente o sorpreso. Il silenzio o la mancata resistenza del minore, di per sé, non costituiscono consenso, così come non lo sono le relazioni passate o presenti con l’autore del reato. Le norme chiariscono inoltre che il consenso può essere revocato in qualsiasi momento.

    Come previsto dalla legislazione vigente, resta di competenza nazionale definire l’età del consenso sessuale, ovvero l’età al di sotto della quale è vietato avere rapporti sessuali con un minore.

    Termini di prescrizione più lunghi – Rafforzamento del perseguimento penale

    Le norme aggiornate stabiliscono un periodo di tempo più lungo entro il quale i reati possono essere indagati e perseguiti dopo che la vittima ha raggiunto la maggiore età. Questo periodo arriva fino a 32 anni per lo stupro di minori, sia al di sotto che al di sopra dell’età del consenso sessuale, nonché per l’induzione di un minore alla prostituzione. Ciò contribuirà a garantire che le vittime di abusi sessuali possano effettivamente ottenere giustizia, considerando che potrebbero aver bisogno di un lungo periodo di tempo per denunciare i reati subiti durante l’infanzia.

    Le nuove norme contribuiranno inoltre a rendere più semplice per i professionisti che lavorano con i bambini segnalare casi di abuso sessuale o sfruttamento sessuale minorile.

    Sanzioni più severe

    Le pene per diversi reati sono state inasprite, superando i livelli previsti dalla direttiva vigente.

    Supporto rafforzato alle vittime

    Il sostegno alle vittime di abusi e sfruttamento sessuale minorile sarà migliorato. In base alle norme riviste, le linee telefoniche di assistenza informeranno le vittime sui servizi di supporto a loro disposizione. Le vittime minorenni devono avere accesso tempestivo e gratuito ai servizi sanitari, nonché all’assistenza legale. La nuova direttiva include anche norme sull’alloggio temporaneo per le vittime.

    Gli Stati membri devono garantire che le vittime di abusi sessuali su minori abbiano il diritto di chiedere un risarcimento al responsabile.

    Prossimi passi

    L’accordo provvisorio dovrà ora essere approvato dal Consiglio e dal Parlamento. Successivamente, dopo una revisione giuridico-linguistica, verrà formalmente adottato da entrambe le istituzioni.

    I governi nazionali avranno quindi 3 anni di tempo per adeguare i propri codici penali alla direttiva UE rivista.

    Sfondo

    Le attuali norme di diritto penale dell’UE in materia di abusi sessuali e sfruttamento sessuale dei minori sono state concordate nel 2011. La crescente presenza online dei minori e gli sviluppi tecnologici pongono sfide alle forze dell’ordine e creano nuove possibilità di abuso. Le norme riviste e approvate oggi mirano ad affrontare questi sviluppi.

    Le norme aggiornate in materia di diritto penale sono complementari a una proposta che definisce gli obblighi delle aziende internet in merito all’individuazione, alla segnalazione e alla rimozione di materiale pedopornografico dai propri servizi. I negoziati su questa proposta sono tuttora in corso.

    https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/06/22/combatting-child-sexual-abuse-eu-agrees-stronger-criminal-law-rules-and-enhanced-support-to-victims/