Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Il Papa a Pavia, otto giorni dopo le critiche sul caso abusi in Spagna

    Il Papa a Pavia, otto giorni dopo le critiche sul caso abusi in Spagna

    20 giugno 2026 – Papa Leone XIV è atterrato a Pavia nel pomeriggio e ha iniziato la sua visita al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica. La fondazione privata senza scopo di lucro, voluta dal Ministero della Salute e in procinto di un ampliamento, è stata la prima tappa di una visita più ampia; da lì il corteo si è diretto alla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro e in piazza Duomo. Al CNAO il Pontefice ha visto reparti e spazi dedicati alle terapie con fasci di particelle, la tecnologia che la struttura utilizza per trattare tumori complessi risparmiando le aree sane. Al termine della visita, il direttore generale Sandro Rossi ha parlato di “un’emozione enorme per tutto il personale” e di “uno stimolo a proseguire sulla strada intrapresa”. Secondo la Prefettura della Casa Pontificia, la scelta di inserire il CNAO nel programma riflette l’attenzione che il Papa dedica alla cura dei malati e alla tutela delle persone più fragili.

    Papa Leone XIV, la visita a Pavia

    Durante la visita è stato consegnato un carico di due tonnellate di riso carnaroli raccolto dalla Confederazione Italiana Agricoltori di Pavia e destinato all’Elemosineria Apostolica. La Prefettura della Casa Pontificia ha specificato che parte del raccolto sarà distribuita ai poveri di Roma e che 800 chili saranno inviati all’Ucraina; la curia ha collegato la donazione agli appelli del Papa alla condivisione delle risorse. La consegna del riso è stata documentata dagli organizzatori come elemento operativo della giornata, non come dichiarazione politica. Contemporaneamente al programma pavese, nella stessa serata Leone XIV si è spostato a Sant’Angelo Lodigiano per la venerazione del cuore di santa Francesca Cabrini, patrona dei migranti; la Prefettura aveva inserito questa tappa nell’elenco delle sei visite pastorali previste per il 2026, che comprendono anche Pompei, Napoli, Acerra e Lampedusa .

    Sullo sfondo resta il nodo degli abusi nella Chiesa

    Da mesi il Papa è stato chiamato a confrontarsi anche con il tema degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, una questione che continua a pesare sulla credibilità dell’istituzione. Appena due settimane fa, durante il viaggio apostolico in Spagna, il pontefice è stato sollecitato sull’argomento dopo la pubblicazione di un’inchiesta che ha documentato migliaia di casi di violenze su minori attribuiti a membri del clero nel Paese. A Madrid Leone XIV ha incontrato alcune persone che hanno denunciato di aver subito abusi, ribadendo l’importanza dell’ascolto e dell’accompagnamento.  Alcuni osservatori hanno però evidenziato come, nei suoi interventi pubblici, abbia scelto un linguaggio prudente, evitando riferimenti diretti ai reati e alle responsabilità istituzionali. Anche la successiva visita all’abbazia di Montserrat ha suscitato polemiche. Alcune associazioni di vittime hanno contestato la scelta della tappa, ricordando le accuse di insabbiamento rivolte in passato ai vertici del monastero in relazione a casi di abusi.  In questo contesto assumono un significato particolare anche le immagini della giornata pavese: la benedizione della culla per la vita in piazza Duomo, i messaggi consegnati dai bambini, l’ulivo come simbolo di pace. Momenti che hanno mostrato il volto più vicino alla gente del pontificato, ma che convivono con una delle questioni più delicate e irrisolte per la Chiesa contemporanea.

    https://www.alanews.it/2026/06/20/politica/papa-pavia-otto-giorni-dopo-critiche-caso-abusi-spagna/

  • L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    Durante la sua visita apostolica in Spagna, papa Leone XIV ha incontrato sei vittime di abusi sessuali su minori commessi da rappresentanti della Chiesa cattolica spagnola. Pochi giorni prima, sul volo che lo portava da Roma a Madrid, il corrispondente del quotidiano spagnolo El País Íñigo Domínguez gli aveva consegnato una chiavetta USB contenente sei dossier, realizzati negli anni dal giornale con un eccezionale lavoro d’inchiesta su oltre 3mila casi di abusi in Spagna.

    El País in Spagna ha avuto un ruolo centrale nello svelare, catalogare e raccogliere questo genere di casi. Lo ha fatto con un’inchiesta iniziata nel 2018 e che continua tuttora. Ha permesso di creare un database enorme e dettagliato, e soprattutto di superare la negazione e il silenzio della gerarchia clericale spagnola, durate decenni.

    Mentre in altri paesi commissioni indipendenti e indagini interne alla Chiesa avevano individuato migliaia di casi, fino all’ottobre del 2018 la gerarchia ecclesiastica spagnola ne aveva riconosciuti quattro. Quando il quotidiano avviò l’inchiesta, la Conferenza episcopale sosteneva che la Spagna fosse «un’eccezione fra i paesi cattolici».

    In Spagna c’erano 23mila parrocchie e 18mila sacerdoti, ma non esisteva alcuna statistica ufficiale sui casi di violenza sessuale sui minori da parte del clero o di laici in istituzioni religiose. Domínguez, Núñez e alcuni colleghi iniziarono a raccoglierli con un lavoro d’archivio, facendo riferimento a sentenze giudiziarie digitalizzate a partire dagli anni Ottanta, e nella prima inchiesta ne trovarono 34. Pubblicandola, aggiunsero anche un indirizzo email a cui inviare testimonianze e segnalazioni: iniziarono subito ad arrivarne centinaia, e questo cambiò tutto.

    Nel corso degli anni El País ha svelato circa un migliaio di nuovi casi, raccolti in sei successivi dossier, da più di 1.800 pagine e con 800 diverse testimonianze.

    Núñez dice che «quando arriva una segnalazione, la prima cosa è contattare la persona. La prima telefonata può durare anche due o tre ore, a volte è la prima volta che quella persona racconta la sua storia». Dopo il racconto i giornalisti chiedono se esiste un qualche tipo di documentazione, se ci sono dei familiari che conoscono i fatti, se sono state salvate mail o messaggi che possono essere prove degli abusi o di eventuali coperture da parte della Chiesa.

    Núñez dice che il lavoro di verifica e indagine su un caso può proseguire per mesi: «Alcuni vogliono solo raccontare, ma poi non vogliono che la storia sia pubblicata, altri non compaiono col nome intero, ma solo con le iniziali. In generale non più di un terzo delle storie arriva a essere pubblicato». Dal 2018 un gruppo variabile di 6-10 giornalisti si è occupato dei casi, a volte in modo continuativo, altre più saltuario.

    Negli anni il lavoro si è esteso al Sudamerica, di cui El Paìs si occupa estesamente. Sono state individuate, rivelate e raccontate altre centinaia di casi, fra cui quello di un gesuita spagnolo che abusò di almeno 85 minori in Bolivia, registrando tutto in una specie di diario. Il caso ha avuto grande rilevanza internazionale ed è stato raccontato anche in un libro.

    Lo scorso gennaio la Chiesa spagnola ha firmato un accordo di collaborazione con lo Stato in cui si impegna a risarcire le persone che da minorenni hanno subìto abusi sessuali, ma che non possono più ricevere risarcimenti attraverso una causa in tribunale perché il reato è prescritto o perché la persona che ha commesso gli abusi è morta. L’entità di questi risarcimenti e la resistenza a concederle varia da caso a caso: può accadere che per lo stesso tipo di delitto, in situazioni simili, i risarcimenti varino molto da diocesi a diocesi.

    https://www.ilpost.it/2026/06/12/el-pais-abusi-sessuali-chiesa/

  • NON SIAMO “SPORCO” DA LAVARE NÉ “PERSONE FRAGILI”: La petizione degli ex Focolari al Vaticano

    NON SIAMO “SPORCO” DA LAVARE NÉ “PERSONE FRAGILI”: La petizione degli ex Focolari al Vaticano

    L’Organizzazione Ex Focolari (OREF) annuncia l’avvio di una raccolta firme pubblica sulla piattaforma Change.org per sostenere un’istanza formale di segnalazione indirizzata al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Al termine della campagna, il documento programmatico e l’elenco completo dei firmatari verranno spediti a Città del Vaticano tramite posta raccomandata con ricevuta di ritorno, affinché la segnalazione sia formalmente protocollata presso l’Autorità di vigilanza.

    Il fatto e le testimonianze raccolte
    In data 27 maggio 2026 è stata pubblicata una puntata del podcast “La Chiesa e i miei perché”, curata da padre Fabio Ciardi e diffusa tramite Città Nuova, organo di informazione del Movimento dei Focolari, dal titolo “Abusi. Come lavare via lo sporco?”.

    Come associazione, abbiamo ricevuto testimonianze di profonda sofferenza e turbamento da parte di diversi sopravvissuti ad abusi spirituali, psicologici e di coscienza. Molte persone hanno percepito tale formulazione come lesiva della propria dignità e incompatibile con la particolare sensibilità che il tema degli abusi richiede.

    Le ragioni della nostra azione
    Riteniamo che il linguaggio utilizzato assuma un’importanza decisiva quando si affrontano questioni così delicate. Espressioni come “lavare via lo sporco” sono metafore inappropriate: nella sensibilità di molte persone sopravvissute, esse possono evocare impurità, vergogna o una qualche forma di contaminazione morale della vittima. Chi è stato oggetto di un abuso ha subito soprusi e merita di essere riconosciuto e ascoltato senza ambiguità.

    Analoga preoccupazione suscita la definizione dei sopravvissuti come “persone fragili”. Tale espressione risulta profondamente inadeguata quando viene riferita a chi ha attraversato esperienze di abuso e ha trovato la forza di riconoscerle, denunciarle e sopravvivere alle loro conseguenze. Come associazione che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti, riteniamo che questa etichetta svaluti la loro esperienza e la loro capacità di resistenza. Definire fragile chi ha affrontato violenze spirituali, psicologiche o di coscienza rischia infatti di oscurarne il coraggio, la determinazione e la forza morale. La sopravvivenza stessa testimonia una capacità di resistenza che merita riconoscimento e rispetto. Attribuire a queste persone un’identità definita dalla fragilità significa ricondurle ancora una volta a una rappresentazione passiva, anziché riconoscerle come soggetti che hanno lottato per preservare la propria dignità e ricostruire la propria vita.

    Entrambe le espressioni (“sporco” e “fragilità”) confermano una tendenza già osservata in altri contesti: quella di interpretare il fenomeno degli abusi principalmente in funzione delle conseguenze che esso produce all’interno del Movimento, anziché partire dall’esperienza e dalla dignità delle persone che ne hanno subito gli effetti.

    Le richieste dell’istanza
    Attraverso questa petizione, chiediamo formalmente al Dicastero:
    • Di valutare la rilevanza della questione segnalata e di favorire una riflessione sul linguaggio utilizzato dalle realtà ecclesiali quando affrontano il tema degli abusi;
    • Di sollecitare una presa di posizione pubblica da parte dei responsabili della pubblicazione del podcast, affinché sia riconosciuto il dolore provocato da tale formulazione e sia riaffermata con chiarezza la centralità del rispetto dovuto a chi è sopravvissuto agli abusi.

    Rimettiamo questa segnalazione alle responsabilità e alle competenze proprie del Dicastero, attendendo atti concreti, verificabili e coerenti con la gravità dei fatti esposti.
    Invitiamo tutti gli ex membri, le persone sopravvissute e chiunque ritenga il rispetto della dignità umana un valore non negoziabile a firmare il documento.

    Puoi leggere il testo integrale dell’esposto, completo dei nomi dei promotori e dei primi firmatari, e aggiungere il tuo sostegno sulla pagina dedicata di Change.org.

    CLICCA QUA PER APRIRE LA PETIZIONE
  • Il silenzio dei gesuiti sugli abusi di padre De Luca

    Il silenzio dei gesuiti sugli abusi di padre De Luca

    È circolata a singhiozzi, emergendo dal silenzio per un giorno o due e poi tornando subito nell’ombra. È la vicenda di padre Sauro De Luca, sacerdote, gesuita e abusatore di giovani donne.  Merita di essere raccontata dall’inizio.

    Nel settembre di due anni fa il gesuita padre Renato Colizzi, direttore del Movimento eucaristico giovanile, importante organizzazione legata alla Compagnia di Gesù con decine di comunità formate da giovani tra gli 8 e i 23 anni attive in tutta Italia, comunicò a la Repubblica e al giornale dei vescovi Avvenire una notizia scioccante, e cioè di essere stato contattato da tre donne che gli avevano riferito degli abusi subiti, negli anni Novanta, ad opera di Padre Sauro De Luca, morto nel 2012. Costui del Meg era stato il leader indiscusso per ben tre decenni, dal 1967 al 1998.

    Padre Colizzi raccontava ad Avvenire nell’ottobre del 2024 di essersi chiesto che cosa fare dinanzi a quelle denunce e infine di aver deciso, dopo una attenta riflessione e d’accordo con i vertici della Compagnia, di compiere una scelta inedita e coraggiosa: invitare tutte le militanti dell’organizzazione che avessero subito degli abusi da De Luca, o anche che solo ne fossero venute a conoscenza, a contattare la dottoressa Villani, una persona specializzata nell’ascolto di storie come queste. A costei Padre Colizzi affidò anche il compito di redigere un dettagliato rapporto sulle violenze di De Luca, precisando che “dovrebbe essere pronto tra un anno e il cui obbiettivo è far emergere, nella sua completezza anche scomoda, la verità dei fatti”.

    Sempre ad Avvenire Padre Colizzi aveva dichiarato che “siamo consapevoli che la Compagnia non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato”. Il gesuita si riferiva al fatto che, solo qualche anno prima, le voci e le segnalazioni circolate sul sacerdote non erano state prese sul serio all’interno dell’organizzazione. Nel 2010, dinanzi alla denuncia circostanziata di due vittime e al termine di un’indagine previa, la Compagnia decise infatti di “confinare” padre De Luca in una comunità a Gallarate, senza tuttavia dare alcuna notizia pubblica delle denunce ricevute. L’ex leader del Meg morì due anni dopo.

    Pochi mesi fa l’indagine commissionata alla dottoressa Villani si è conclusa. A sorpresa però i gesuiti non hanno dato seguito alle loro promesse e cioè non hanno autorizzato la pubblicazione del report contenente i risultati del lavoro redatto dalla professionista che avevano interpellato (una donna, come le vittime di Padre De Luca), ma hanno preferito subentrare nell’opera affidando il compito al provinciale padre Alessio Ronny (maschio e sacerdote). Ne è risultato un documento di cinque paginette scarse (tanto per dare un’idea il report della commissione indipendente che ha indagato sugli abusi clericali nella Diocesi di Bolzano ne annovera seicentodiciannove!) nel quale non compaiono riferimenti a eventuali responsabilità dei gesuiti e dove gli abusi di padre De Luca sono liquidati in poche righe, con una descrizione che più sommaria e sintetica non si potrebbe. Insomma, più una spiccia memoria difensiva che un omaggio alla verità.

    L’elenco delle autogiustificazioni gesuitiche è assai nutrito all’interno della relazione. A proposito della mancata denuncia pubblica degli abusi di De Luca quando emersero per la prima volta quindici anni fa, si cita la circostanza che “l’imputato non poteva più difendersi” e che le vittime chiedevano l’anonimato. In relazione alla protezione di cui Padre De Luca avrebbe goduto si punta il dito sui “laici e le persone che frequentavano il Meg”, presso le quali alcuni “atteggiamenti inappropriati erano noti” mentre si assolvono i gesuiti superiori e collaboratori di De Luca, che hanno dichiarato di non essersi mai accorti di nulla che non andasse. Solo in un passaggio si riconosce “con immenso dolore che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni”, senza tuttavia segnalare il quando, il chi e il come di tali carenze.

    Più in generale si accusa il “periodo storico e la cultura del momento che non hanno consentito di prendere le dovute misure”.

    Non è difficile trovare in ciascuna di queste affermazioni qualcosa che non torna.

    A proposito della mancata denuncia pubblica iniziale ricordiamo che, nel 2010, padre De Luca era ancora vivo e soprattutto non probabilmente così interessato a “difendersi”. Quando Annalisa Corrado, oggi eurodeputata Pd ma da ragazza militante del Meg, si presentò a lui in compagnia del suo terapeuta per chiedergli conto degli abusi che le aveva inflitto padre De Luca ammise le sue responsabilità. È ben possibile immaginare che lo avrebbe fatto anche in pubblico qualora fossero emerse. Seguendo fino in fondo la linea argomentativa presentata nella relazione, di questo argomento non si sarebbe dovuto parlare nemmeno oggi, stante il fatto che De Luca non è più tra noi e non può difendersi. Assecondando questo ragionamento in Francia e nel mondo non si sarebbe dovuto parlare nemmeno dei casi dell’Abbé Pierre e di Jean Vanier (entrambi defunti prima di scoprire che fossero abusatori seriali).

    Non si capisce poi cosa c’entri la protezione dell’anonimato delle vittime. Quel che i gesuiti avrebbero dovuto fare è rivelare le violenze di padre De Luca, non i nomi e i cognomi di chi lo accusava. Gli abusi li aveva commessi lui, non loro.

    Risulta poco convincente anche aver affermato che nessuno si fosse accorto dei comportamenti abusanti di De Luca. Sempre Annalisa Corrado ha riferito infatti che il gesuita era abituato a effondersi in atteggiamenti impropriamente “affettuosi” verso le ragazze anche in pubblico. Possibile che nessun adulto se ne sia mai accorto? Che nessun collaboratore abbia notato qualcosa che non quadrava?

    Quanto, infine, al “periodo storico” e alla “cultura del momento”, a qualcuno può sembrare plausibile sostenere che negli anni Novanta del Novecento non si sapesse cosa fosse un abuso sessuale e quali danni produce nella vita di chi lo subisce? Non è questo un alibi per negare le proprie responsabilità nell’aver sostenuto attivamente all’interno della società italiana una cultura del silenzio che ha protetto i sacerdoti colpevoli di questi crimini?

    Infine, nella relazione, i crimini di padre De Luca sono appena accennati in una decina di righe complessive. Leggendole, si apprendono giusto i dati di sfondo, e cioè che sfruttava “la sua posizione d’autorità e l’influenza spirituale per abusare di giovani donne, alcune minorenni”, che si fidava solo di alcune persone “preferite” escludendo tutte le altre, che reagiva in modo rabbioso e aggressivo quando gli veniva chiesto di smettere di abusare, che per commettere le violenze sfruttava i momenti della confessione e degli accompagnamenti spirituali, che gli abusi sono avvenuti in diversi luoghi del territorio nazionale, ovunque il padre svolgesse la sua attività. E nella relazione questo è tutto. Dieci righe per descrivere una sequela di abusi durata trent’anni. Dieci righe nelle quali manca del tutto non solo un’analisi approfondita delle modalità con le quali avvenivano tali abusi e delle eventuali complicità organizzative, ma dalle quali sono completamente assenti i racconti delle abusate, i loro ricordi, gli stati d’animo, le conseguenze piscologiche ed emotive di quei gesti, cioè tutto quello che immagiamo sia stato raccontato alla dottoressa Villani. Dieci righe che assomigliano al referto scarno di un incidente stradale sulle pagine di un quotidiano locale e nelle quali manca tutto quello che serve per capire la dinamica di una vicenda così grave. Tanto più che, leggendo la relazione abbiamo appreso che padre De Luca ha tenuto una sorta di diario nel quale sono stati annotati personalmente dal gesuita non meno di trenta abusi, anche su donne minorenni.

    In conclusione, si ha la netta sensazione che la “scomoda realtà dei fatti” promessa da padre Colizzi due anni fa ora interessi molto di meno i gesuiti che sembrano piuttosto ansiosi di sbarazzarsi al più presto di questa “rogna”, contando sulla consueta benevola condiscendenza di molta parte della stampa e dell’opinione pubblica italiana. È legittimo chiedersi e chiedere alla Compagnia cosa sia intervenuto in questi due anni a mutare così radicalmente il suo orientamento. Perché la Compagnia non rende pubblica, come avviene a conclusione dei lavori di tutte, ma proprio tutte, le commissioni indipendenti del mondo, la relazione della dottoressa Villani e anche quella parte dei diari di De Luca in cui il gesuita descrive gli abusi che ha commesso?

    Vogliamo solo conoscere la verità e la vogliamo conoscere per intero. Vogliamo che anche i gesuiti prendano sul serio la richiesta che il papa ha rivolto alle comunità cristiane nella sua prima enciclica a “impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti”.

    Lo si deve innanzitutto alle ragazze di un tempo che hanno patito quelle violenze e hanno oggi diritto di sapere. Ma lo si deve anche all’opinione pubblica e alla comunità scientifica che hanno anch’esse il sacrosanto diritto di conoscere quel che di profondamente sbagliato avveniva all’interno di un’organizzazione così importante della società italiana. Per rileggerne la storia. Per capire. Perché non si ripeta.

    CREDITI FOTO: Simone Savoldi | Unsplash

    https://www.micromega.net/gesuiti-padre-de-luca-abusi

  • La tessera e il cassetto

    La tessera e il cassetto

    Il percorso del progetto artistico sugli abusi “Renaissance, la Symphonie des tesselles” (Rinascita, la sinfonia delle tessere) prosegue: la mosaicista Suor Samuelle e il regista Quentin Delcourt tengono gli ultimi laboratori per firmare le tessere il 4 giugno a Bruxelles e i giorni successivi in due altre località del Belgio (il 5 giugno a Oostakker, Gand, e il 6 giugno a Nemur). Poi l’artista proseguirà con la composizione del mosaico in modo da finire l’opera per la presentazione a Parigi, all’inizio del 2027.

    Del progetto, e dei dubbi che solleva il coinvolgimento della Chiesa, ho scritto qui. Condivido ora con voi il contributo di Tommaso Scicchitano, giornalista ed ex prete, che mi ha mandato alcune riflessioni.

    Scicchitano è andato a vedere chi sono i partner ecclesiastici di “Rinascita” e spiega che cosa succede quando i laboratori di firma delle tessere per le vittime sono allestiti negli stessi luoghi – gli spazi della Chiesa – in cui gli abusi sono avvenuti. Mette anche in luce che in questo progetto, sin dal nome, non sembra esserci posto per un esito non felice, per chi insomma non ce la fa a “rinascere”, ma resta nel buio: «La vittima buona è quella che perdona», scrive Scicchitano. Indipendentemente dalle intenzioni dell’artista, l’opera «funziona come dispositivo di rassicurazione per la comunità ecclesiale: guardate, la Chiesa riconosce. La Chiesa ripara. La Chiesa rinasce. Ma di questa rinascita, chi controlla la narrazione?».

    Buona lettura, aspetto commenti.

    Tommaso Scicchitano*

     

    A Lourdes, il 24 marzo 2026, un gruppo di vescovi francesi si fa fotografare con in mano dei frammenti di mosaico. Sono pezzi di ceramica colorata, grandi più o meno come un quaderno, dai toni che vanno dal rosso cupo al grigio ardesia. I vescovi li tengono davanti al petto, leggermente inclinati verso l’obiettivo, con un’espressione che oscilla tra la solennità e una certa soddisfazione composta. Dietro di loro, il santuario. Davanti, le telecamere.

    Immagine 2026 05 24 140125
    Immagine 2026 05 24 140125

    Quei frammenti fanno parte di Rinascita, un mosaico monumentale di 50 metri quadrati (12,5 per 4 metri) firmato da Suor Samuelle, religiosa e artista. Composto come un puzzle di 200 pezzi, il mosaico racconta un percorso di riparazione dopo gli abusi spirituali, psicologici e sessuali commessi all’interno della Chiesa. L’opera sarà esposta a Parigi all’inizio del 2027, poi i 200 frammenti verranno distribuiti in altrettanti luoghi di culto, d’arte e di apprendimento nel mondo. Ogni frammento sarà collegato agli altri da un QR code. Un documentario cinematografico di 90 minuti, diretto da Quentin Delcourt, accompagna il progetto. Una sinfonia per orchestra e coro, composta e diretta da Baptiste Capitanio, lo completa.

    È un progetto ambizioso. Un progetto bello. E proprio per questo merita di essere guardato con attenzione.

    Suor Samuelle parla in prima persona. Nel dossier che accompagna il progetto, dichiara di essere stata vittima di abusi: «Dopo essere stata vittima, subendo controllo e abusi nel silenzio, nella paura e nella vergogna; dopo essere sopravvissuta, lavorando per ricostruire e riunificare ciò che era stato frantumato e disperso, è ora tempo di rinascere». La sua voce è autentica, il suo percorso legittimo, la sua arte potente. Chi ha vissuto il trauma e lo trasforma in creazione compie un atto di coraggio che non si discute.

    Il problema non è Suor Samuelle. Il problema è ciò che accade attorno alla sua opera.

    Le tessere sono piccoli frammenti di materiale (marmo, pietra, vetro, ceramica) che nell’arte musiva compongono il disegno complessivo. Per il progetto Rinascita, Suor Samuelle crea tessere uniche che viaggiano attraverso il mondo. In laboratori organizzati nelle chiese, nei monasteri, nelle diocesi, le persone vittime di abusi e i loro accompagnatori sono invitati a firmare una tessera, a scrivere un messaggio. I frammenti fotografati nel dossier mostrano parole scritte a mano: «PARDONNER et se reconstruire», «Pour tous les enfants violentés», «In memoria di mio padre che perse la fede il giorno della prima confessione», «VIVRE tout simplement». C’è chi invoca pietà, chi chiede perdono, chi ringrazia Dio per essere uscito dal silenzio.

    Il gesto della firma è reale. Chi scrive il proprio dolore su un frammento di ceramica, chi lo esternalizza in un oggetto che diventerà parte di un’opera collettiva, compie un atto di ri-soggettivazione: da oggetto dell’abuso a soggetto della narrazione. La letteratura psicologica sul trauma riconosce a questi gesti un valore terapeutico. La vittima riprende la parola, la inscrive nella materia, la consegna al mondo.

    Ma a chi la consegna?

    I laboratori di firma si svolgono in contesti ecclesiali, spesso alla presenza di vescovi o superiori religiosi. La vittima scrive il proprio messaggio, lo consegna alla Chiesa; la Chiesa lo integra in un’opera d’arte che celebra la propria capacità di accogliere il dolore. Il circuito è chiuso. La ri-soggettivazione della vittima viene riassorbita nell’istituzione che ha prodotto l’abuso, o che l’ha coperto.

    Non è un dettaglio. In psicologia del trauma istituzionale, il setting in cui avviene il riconoscimento conta quanto il riconoscimento stesso. La presenza dell’istituzione responsabile nel momento della “riparazione” può funzionare come conferma del rapporto di potere, non come sua dissoluzione. La vittima è di nuovo ospite; accolta, sì, ma nei termini dettati dall’ospitante.

    Il mosaico ha una progressione cromatica. Passa «dai toni più scuri a colori ritrovati», traducendo, dice il dossier, «un processo di ricostruzione che non cancella il passato ma lo integra». È un’immagine bella, e chi la guarda ci si riconosce. Ma è anche una narrazione che prescrive un esito. La rinascita non è un’opzione tra le altre: è la destinazione obbligata dell’opera, il suo titolo, il suo senso. Il mosaico non contempla la possibilità che qualcuno non rinasca. Che qualcuno resti nel buio. Che il passato non si integri ma continui a devastare.

    Chi si è occupato di psicologia sociale conosce il concetto di forced narrative closure: l’imposizione di un arco narrativo positivo a esperienze che possono non avere risoluzione. Per le vittime che non si riconoscono nella metafora della rinascita, un’opera come questa può funzionare come una seconda forma di silenziamento, più sottile della prima. Il tuo dolore va bene, a patto che finisca bene. La tua storia è accolta, a patto che il suo ultimo capitolo sia luminoso.

    Le tessere che esprimono rabbia, rifiuto, denuncia senza redenzione: dove sono? Le fotografie del dossier le escludono quasi completamente. La selezione visiva costruisce un canone: la vittima “buona” è quella che perdona, quella che ringrazia, quella che integra. Le altre non entrano nell’inquadratura.

    Il dossier elenca i partner istituzionali del progetto: la Conferenza episcopale francese, la Commissione pontificia per la protezione dei minori in Vaticano, la Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia, la CECAR svizzera, il Grupo VITA in Portogallo, The Loud Fence in Inghilterra, il Proyecto Repara in Spagna, l’INIRR francese. Trecentocinquanta contributori internazionali.

    Qui il progetto merita di essere interrogato non per quello che dice, ma per quello che non dice.

    La CECAR, la Commissione svizzera di Ascolto, Conciliazione, Arbitrato e Riparazione, è uno degli organismi più seri e indipendenti nel panorama europeo della giustizia riparativa per le vittime di abusi ecclesiastici. Fondata nel 2016 su iniziativa del Gruppo SAPEC e delle istituzioni cattoliche svizzere, è indipendente dalle autorità della Chiesa. Nel suo rapporto d’attività 2020, la CECAR ha scritto: l’accesso agli archivi è «difficile, persino praticamente impossibile»; siamo testimoni di una «opacità nella trasmissione delle informazioni» da parte delle congregazioni.

    Lo studio pilota dell’Università di Zurigo sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera, presentato nel settembre 2023, ha documentato oltre mille casi e formulato raccomandazioni esplicite: apertura degli archivi ecclesiastici ai ricercatori e alle vittime, cessazione della distruzione di documenti pertinenti, accesso agli archivi vaticani. La nunziatura apostolica a Berna ha rifiutato di aprire i propri archivi alle storiche incaricate dell’indagine. I ricercatori hanno scoperto che il 90% degli autori di abusi è identificabile nei documenti, ma solo il 70% delle vittime lo è: gli archivi della Chiesa raccontano i carnefici, non chi ha subito.

    In Francia, la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), presieduta da Jean-Marc Sauvé, ha prodotto nel 2021 un rapporto di 2.500 pagine che ha documentato un fenomeno «massivo» e «sistemico»: almeno 216.000 vittime, tra 2.900 e 3.200 preti e religiosi coinvolti in settant’anni. La Commissione ha formulato 45 raccomandazioni. Ha avuto accesso agli archivi, ma per concessione specifica, non per diritto strutturale. Il sistema in sé resta opaco.

    Questi sono i partner di Rinascita. Organismi che chiedono, da anni, ciò che il progetto non nomina nemmeno: trasparenza documentale, accesso ai fascicoli, fine della distruzione degli atti, accountability istituzionale. Il dossier di Rinascita non contiene la parola “archivi”. Non contiene la parola “indagine”. Non contiene la parola “responsabilità” nel senso di responsabilità istituzionale documentata.

    Guardiamo l’architettura comunicativa del progetto: il dossier è quadrilingue, impaginato con cura, ricco di fotografie ad alto impatto emotivo. La struttura segue il modello classico del fundraising culturale: prima l’opera, poi il contesto, poi lo strumento di partecipazione (le tessere), poi i media di amplificazione (documentario, sinfonia), infine la call to action. È un funnel, cioè il processo con cui le aziende guidano il cliente all’acquisto di un prodotto, progettato per coinvolgere. Funziona.

    Ma il lessico del progetto merita attenzione. “Riparazione”, “rinascita”, “percorso”, “ferite che restano presenti”, “vivere non nonostante ma con e persino attraverso le ferite”: è il vocabolario della resilienza e della spiritualità, mai quello della giustizia. Il framing sposta l’asse dal piano giuridico-istituzionale (chi ha fatto cosa, chi sapeva, chi ha coperto, dove sono i documenti) a quello terapeutico-spirituale (la vittima che rinasce, il frammento che si ricompone, il buio che diventa luce).

    Non c’è contraddittorio nel dossier. Non c’è la voce di un’associazione di vittime che ponga domande critiche. Non c’è chi dica: la tessera è bella, ma il mio fascicolo dov’è? L’unica voce di vittima è quella di Suor Samuelle, che è anche l’artista, e la cui testimonianza è integralmente costruita in chiave di redenzione. È una narrazione senza dissonanze.

    La frase finale del dossier è rivelatrice: «Nel 2027, milioni di cristiani passeranno ogni settimana davanti a quest’opera di riparazione individuale e collettiva nel mondo». Il target non sono le vittime. Il target sono i fedeli. L’opera funziona come dispositivo di rassicurazione per la comunità ecclesiale: guardate, la Chiesa riconosce. La Chiesa ripara. La Chiesa rinasce. Ma di questa rinascita, chi controlla la narrazione?

    Il QR code che collega i 200 frammenti è la metafora perfetta. Chi lo scansiona entra nel mondo del progetto: l’opera completa, il film, la sinfonia. Non entra in un database di casi documentati, non in un archivio, non in un rapporto di indagine. Il QR code collega frammenti estetici, non frammenti di verità.

    C’è un’espressione nella teologia cristiana che viene prima della rinascita: la metanoia. Il cambiamento radicale, la conversione del cuore. La liturgia penitenziale della tradizione cattolica presuppone che al gesto esteriore corrisponda una trasformazione interiore. La confessione senza il proposito di non peccare più è forma senza sostanza. Sacramento senza grazia.

    Il progetto Rinascita ha tutti gli elementi di una liturgia penitenziale: un gesto fisico (la tessera), una progressione simbolica (dal buio alla luce), una comunità partecipante (vittime, vescovi, fedeli), un’opera che resta come memoria permanente nei luoghi di culto. Ma la metanoia dov’è?

    Gli archivi restano chiusi. I dossier restano nei cassetti delle curie. La nunziatura rifiuta l’accesso ai ricercatori. I documenti vengono distrutti. La CECAR stessa, che è partner del progetto, ha denunciato l’opacità della Chiesa. Il rapporto Sauvé, lo ricordiamo, ha documentato 216.000 vittime in Francia e formulato 45 raccomandazioni, molte delle quali sono ancora in attesa di attuazione.

    Il vescovo firma la tessera, si fa fotografare a Lourdes con il frammento in mano, e torna nella curia dove i fascicoli restano sotto chiave.

    Non è un gesto vuoto. È un gesto svuotato. La tessera firmata dalla vittima ha un valore intimo, reale, terapeutico. Ma quando l’istituzione la accoglie senza compiere gli atti che la riparazione richiede (trasparenza, accesso ai documenti, accountability), il gesto perde la sua forza trasformativa. Diventa liturgia senza conversione. Sacramento senza metanoia.

    Il progetto Rinascita propone una «riparazione individuale e collettiva». Ma riparazione individuale e riparazione collettiva non sono lo stesso processo. La prima è terapeutica e riguarda il soggetto; la seconda è politica e riguarda l’istituzione. Un mosaico può contribuire alla prima. Non può contribuire alla seconda se l’istituzione non compie atti concreti di trasparenza, responsabilità e riforma strutturale. Mettere le due dimensioni sullo stesso piano, come fa il dossier, è un’operazione che avvantaggia chi ha il potere: la “riparazione collettiva” viene dichiarata in atto senza che la collettività istituzionale abbia fatto nulla di strutturale.

    Suor Samuelle può essere in totale buona fede, anzi, probabilmente lo è. Il suo percorso personale di sopravvissuta che trasforma il trauma in arte è legittimo e potente. Ma il progetto che ne è nato, con i suoi partner istituzionali e la sua architettura comunicativa, funziona oggettivamente come uno strumento di gestione reputazionale per l’istituzione ecclesiastica. Non per intenzione dell’artista; per la struttura stessa del dispositivo.

    A Lourdes, il 24 marzo 2026, i vescovi posano per la foto con i frammenti di Rinascita. In qualche curia, in qualche archivio segreto a cui solo il vescovo ha accesso, ci sono i fascicoli. I nomi dei preti che hanno abusato. I rapporti delle superiore che hanno coperto. Le lettere delle vittime mai inoltrate. I trasferimenti silenziosi.

    Il frammento del mosaico e il fascicolo dell’archivio sono fatti della stessa materia: la verità di chi ha subito. Ma il frammento viaggia per il mondo, viene esposto in una teca di legno, illuminato, collegato a un QR code che rimanda al film e alla sinfonia. Il fascicolo resta nel cassetto.

    Quando i 200 frammenti saranno esposti nei 200 luoghi di culto del mondo, milioni di fedeli ci passeranno davanti ogni settimana. Vedranno la bellezza della riparazione. Ma la riparazione vera, quella che passa per la verità documentata, resterà dove è sempre stata: chiusa a chiave, in un archivio a cui solo il vescovo ha accesso.

    E la tessera, per quanto bella, non è una chiave.

    *Tommaso Scicchitano, ex ministro di culto cattolico, è scrittore, giornalista e consulente di comunicazione.

    (Foto Irrix Films)

    https://federicatourn.substack.com/p/la-tessera-e-il-cassetto

  • Rapporti sessuali con minori, la Cassazione annulla l’assoluzione della maestra di Bari «zia Martina». E lei sui social: «Il processo penale in Italia è rotto»

    Rapporti sessuali con minori, la Cassazione annulla l’assoluzione della maestra di Bari «zia Martina». E lei sui social: «Il processo penale in Italia è rotto»

    Si terrà un nuovo processo d’Appello nei confronti di Daniela Casulli, ex insegnante di 48 anni conosciuta sui social come «Zia Martina» e finita a processo, a Bari, per pornografia minorile e corruzione di minore. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la sentenza con cui, in Appello, la donna era stata assolta dai reati contestati, dopo che in primo grado era stata condannata a sette anni e tre mesi.

    La vicenda, ora, tornerà quindi davanti ai giudici di una sezione diversa della Corte d’Appello di Bari. La donna fu arrestata nel 2021, mentre insegnava in Trentino: a lei erano contestati due video in cui erano stati immortalati rapporti sessuali con un quindicenne e una videochiamata, fatta su Instagram, alla quale avrebbe partecipato anche un 12enne.

    Casulli, dopo la pesante condanna di primo grado, è stata quindi assolta «perché il fatto non costituisce reato»: per la Corte non c’erano elementi per ritenere che la donna abbia voluto consapevolmente realizzare o concorrere a realizzare un video porno che comportasse, anche attraverso la successiva diffusione dello stesso, una degradazione e mercificazione del minore ripreso». Né avrebbe avuto consapevolezza che tra i partecipanti alla videochiamata ci fosse anche un dodicenne.

    La Procura generale di Bari ha impugnato questa decisione e la Cassazione ha accolto il ricorso dell’accusa. Ad annunciare la decisione della Cassazione è stata la stessa Casulli sui social: «Il processo penale in Italia è rotto», ha commentato.

    https://bari.corriere.it/notizie/cronaca/26_maggio_23/pornografia-minorile-la-cassazione-annulla-l-assoluzione-della-maestra-zia-martina-sui-social-scrive-il-processo-penale-in-5a778bee-f522-4752-b139-f98eea2faxlk.shtml

  • I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    Il 4 marzo 2026, mentre il mondo era ancora sotto shock per le rivelazioni finali dei documenti Epstein, negli Stati Uniti venne pubblicato un altro documento sconvolgente: il rapporto di 284 pagine del procuratore generale del Rhode Island.

    Questo rapporto rappresentava una rivelazione, orchestrata dallo Stato, di quello che un tempo era stato un segreto religioso gelosamente custodito.

    Ciò si allineava con il processo di divulgazione del caso Epstein, poiché l’indagine si è protratta per sei anni, a partire dal 2019. Ha portato alla luce 75 anni di documenti diocesani risalenti al 1950, che la Chiesa aveva definito storia antica.

    Le rivelazioni contenute in questo rapporto chiariscono che, mentre i media spesso trattano il caso Epstein come un’esplosione senza precedenti di segreti “dell’élite”, la Chiesa cattolica ha già vissuto situazioni simili.

    Le analogie sono sorprendenti, sia per ciò che è stato nascosto, sia per come le informazioni sono state infine portate alla luce.

    Per molti aspetti, gli “Epstein Files” del periodo 2024-2026 rappresentano la controparte laica degli Archivi Segreti e dei Rapporti Legali che hanno scosso la Chiesa per decenni.

    Il precedente più diretto per il caso Epstein non è costituito solo dai crimini in sé, che sono l’elemento più evidente, ma anche dalla meticolosa documentazione di tali crimini, dal loro occultamento all’opinione pubblica e dall’imponente operazione di insabbiamento.

    Tenuta sistematica dei registri

    I documenti relativi al caso Epstein, resi pubblici tra il 2024 e il 2026, ammontavano a oltre 3 milioni di pagine, inclusi 2.000 video e 180.000 immagini. Tra questi figuravano registri di volo, “taccuini neri”, e-mail e deposizioni che svelavano un meccanismo di potere in cui l’élite non era solo ospite, ma, in alcuni casi, partecipante attivo o facilitatore strategico.

    Questa documentazione è stata occultata alle forze dell’ordine ed è servita come archivio privato di una rete che operava nell’ombra.

    Analogamente, gli archivi clericali includono l’“Archivio Segreto” (archivum secretum) , che ogni diocesi è tenuta a custodire in base al Canone 489 del Codice di Diritto Canonico. Questi archivi contengono “documenti relativi a procedimenti penali in materia di morale” (Canone 489/2) che devono essere “custoditi con la massima cura” (Canone 489). Solo il vescovo locale ne detiene la chiave (Canone 490).

    Protezione dell’élite

    In entrambe le serie di abusi sessuali, è stata utilizzata una forma specifica di silenzio per proteggere un marchio o una gerarchia.

    Nel 2008, Epstein ottenne una protezione legale estremamente controversa, grazie alla quale potenti conoscenze permisero un accordo segreto che garantiva l’immunità totale non solo a lui, ma anche ai suoi potenziali complici. Di conseguenza, questa rete criminale rimase anonima e impunita per oltre un decennio.

    Nella Chiesa cattolica, questa protezione veniva ottenuta attraverso meccanismi diversi, ma funzionalmente identici:

    a] Accordi globali: Quando una diocesi raggiunge un accordo con un gruppo di vittime, gli accordi spesso includono clausole di “esonero da responsabilità”. Queste clausole non proteggono solo lo specifico aggressore; spesso esonerano la diocesi, il vescovo e tutte le parti coinvolte da future rivendicazioni.

    b] Segreto Pontificio: Fino a quando Papa Francesco non ne ha abolito l’applicazione ai casi di abuso il 17 dicembre 2019, il Segreto Pontificio (Secretum Pontificium) era una norma di riservatezza che spesso impediva alle vittime di conoscere l’esito dei loro casi e impediva alle autorità secolari di accedere ai fascicoli.

    Quando le giurie popolari laiche emettevano mandati di comparizione per la produzione di documenti, la Chiesa invocava spesso il segreto pontificio come fondamento giuridico per rifiutarsi di produrli, sostenendo che i documenti facevano parte di un processo “sovrano” e “sacro” al quale i tribunali civili non avevano diritto di accedere.

    La relazione del Procuratore Generale del Rhode Island è stata possibile solo grazie all’abolizione del segreto pontificio da parte di Papa Francesco. Senza di essa, il Procuratore Generale si sarebbe probabilmente scontrato con un muro di “immunità religiosa”.

    Il Segreto Pontificio non era una semplice norma sulla privacy; era un giuramento vincolante. Chiunque lavorasse all’interno della Curia Romana o fosse coinvolto in un processo canonico era vincolato da questo giuramento (Canone 1455).

    I sacerdoti che violavano questo giuramento potevano essere “deposti dall’ufficio” (Canone 1457), il che comportava la perdita di tutti i diritti, poteri e doveri associati al loro ruolo (ad esempio, come giudice, notaio o promotore di giustizia). Questa perdita dell’ufficio era solitamente permanente perché significava la perdita della credibilità morale e legale necessaria per trattare questioni così delicate.

    Se da un lato questo giuramento tutelava la privacy delle vittime, dall’altro proteggeva anche gli aggressori, poiché i sacerdoti e i vescovi coinvolti nell’indagine non potevano denunciare informazioni compromettenti alla polizia senza tradire il loro giuramento a Dio.

    Questo silenzio istituzionale – in cui i vescovi davano priorità all’evitare scandali rispetto alla sicurezza dei bambini e degli adulti vulnerabili, e a volte ordinavano esplicitamente alle persone di tacere o consigliavano alle donne di rimanere in silenzio “per il loro bene” – era simile all’uso di accordi di non divulgazione (NDA) e patti di non perseguibilità da parte delle figure di spicco di Epstein per insabbiare le accuse.

    A differenza del segreto confessionale, che rimane assoluto e inviolabile, il segreto pontificio era una norma amministrativa. Abolendolo per i casi di abuso, la Chiesa ha finalmente chiarito che questi crimini non sono questioni religiose private, ma sono soggetti alla stessa trasparenza di qualsiasi altro reato.

    c] Manipolazione della legge: Un’altra scappatoia sfruttata dalla Chiesa è la debolezza delle leggi in alcuni paesi. Le operazioni di insabbiamento della Chiesa sono state così meticolose che i sopravvissuti agli abusi subiti da bambini erano troppo grandi per sporgere denuncia quando gli abusi sono venuti alla luce.

    In Pennsylvania, ad esempio, bisognava avere meno di 30 anni per intentare cause civili e meno di 50 per sporgere denuncia penale. Ciò lasciava poche possibilità di ottenere giustizia per molte delle vittime, che avevano tra i 60 e i 70 anni quando testimoniarono davanti al Gran Giurì della Pennsylvania. La vittima più anziana aveva 83 anni.

    I fascicoli degli impiegati

    Il rapporto del Rhode Island ha identificato 75 membri del clero (sacerdoti e diaconi) che avrebbero abusato di oltre 300 vittime nell’arco di settant’anni.

    Il rapporto descriveva uno schema ricorrente di trasferimento di sacerdoti accusati tra le parrocchie per evitare scandali. Quasi 40 sacerdoti furono trasferiti almeno cinque volte ciascuno, e alcuni anche più di dieci.

    Il rapporto criticava inoltre la dipendenza della diocesi da “strutture in stile ritiro spirituale” e centri di cura negli anni ’50 e ’60, dove gli abusi venivano trattati come una debolezza mentale o spirituale piuttosto che come un crimine.

    Ha portato alla luce gli accordi segreti stipulati dalla Chiesa, che ricalcavano l’accordo negoziato dagli avvocati di Epstein nel 2008, tenuto nascosto alle vittime in diretta violazione della legge statunitense.

    In entrambi i casi, l’istituzione (la Chiesa o lo Stato) ha trattato la vittima come un potenziale rischio di contenzioso piuttosto che come una persona con diritti. Hanno usato la segretezza come arma per garantire che, una volta che la vittima avesse compreso l’accaduto, lo scudo della legge fosse già saldamente al suo posto per proteggere il predatore.

    Un altro documento fondamentale è il rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania (2018), frutto di un’indagine durata due anni, che ha dettagliato decenni di presunte irregolarità e insabbiamenti in sei delle otto diocesi cattoliche dello stato.

    Composto da 1.400 pagine e redatto in un linguaggio tagliente, il rapporto descriveva alcuni dei presunti abusi con dettagli inquietanti. Questo documento ha creato un precedente per la desecretazione dei documenti relativi al caso Epstein. È servito da modello per dimostrare come un governo possa utilizzare il proprio potere di citazione in giudizio per aggirare le leggi istituzionali e rendere pubblici segreti interni.

    Il rapporto della Pennsylvania del 2018 ha identificato 301 sacerdoti pedofili e oltre 1.000 vittime minorenni, sebbene la Gran Giuria abbia osservato che il numero reale fosse probabilmente nell’ordine delle migliaia, ma non potesse essere accertato a causa della diffusione degli abusi e della meticolosità delle operazioni di insabbiamento.

    La scoperta più famosa del rapporto è stata l’“Archivio Segreto”, menzionato anche nel Rapporto del Rhode Island del 2026. Esso dimostrava che i vescovi custodivano in una cassaforte dei fascicoli “genealogici” che documentavano ogni accusa, valutazione psicologica, avvertimento sul rischio di recidiva degli abusatori, organizzazione del loro trasferimento in nuove parrocchie, accordi extragiudiziali, costi per la cura dei sacerdoti abusatori e ogni centesimo pagato in “tangenti per il silenzio”, mentre allo stesso tempo dichiaravano pubblicamente e alla polizia che tali documenti non esistevano.

    Il rapporto descriveva un modello di abusi mai visto prima “di questa portata”. La condanna nei confronti degli artefici del sistema che ha favorito questi abusi era forte: ” Nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della Chiesa sono in gran parte sfuggiti alla responsabilità pubblica. I sacerdoti violentavano bambini e bambine, e gli uomini di Dio responsabili non solo non hanno fatto nulla, ma hanno insabbiato tutto. Per decenni, monsignori, vescovi ausiliari, vescovi, arcivescovi e cardinali sono stati perlopiù protetti; molti, compresi alcuni citati in questo rapporto, sono stati promossi. Finché la situazione non cambierà, riteniamo che sia troppo presto per chiudere il capitolo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica”.

    È emerso chiaramente che lo schema di abusi, negazioni e insabbiamenti rivelato da questi documenti indicava che il sistema non stava fallendo; al contrario, veniva gestito in modo estremamente efficiente.

    Il manuale per l’occultamento

    Il rapporto della Pennsylvania ha smascherato un manuale statale per l’occultamento istituzionale, simile alla sofisticata e ricorrente strategia utilizzata dalle reti d’élite come quella di Epstein per evitare di essere scoperte.

    Gli stupri e la sodomia venivano registrati nei fascicoli come “contatti inappropriati”, “scherzi” o “problemi di comportamento”. I sacerdoti abusatori venivano trasferiti in nuove parrocchie senza preavviso alle nuove comunità, spesso con lettere di raccomandazione favorevoli.

    Le vittime erano costrette a firmare accordi di riservatezza come condizione per ricevere aiuto con la consulenza psicologica o il rimborso delle spese mediche. Si prestava particolare attenzione a proteggere la “fratellanza”.

    Nel caso Epstein, il traffico sessuale veniva spesso indicato nei registri e nelle email come “massaggi” o “reclutamento”. Epstein, in veste di reclutatore, si spostava tra New York, la Florida e Parigi, spesso portando con sé gli stessi “collaboratori” per facilitare le operazioni.

    L’accordo del 2008 e i successivi accordi extragiudiziali si basavano su patti di riservatezza per impedire alle vittime di parlare con l’FBI. La sua clientela d’élite veniva protetta a tutti i costi.

    Un’altra strategia comune sia al caso Epstein che ai fascicoli del clero era quella di prendere di mira individui vulnerabili. I fascicoli del clero mostrano come le famiglie cattoliche devote fossero prese di mira, meno propense a credere alle vittime all’interno della propria famiglia quando un sacerdote venerato veniva accusato. Nel caso Epstein, le vittime erano ragazze minorenni, svantaggiate dal punto di vista socioeconomico e prive di voce di fronte ai loro potenti aggressori.

    Il rapporto del Rhode Island segna la rottura degli ultimi, più isolati sistemi di “diritto privato” in questo stato insulare, il più cattolico degli Stati Uniti (40%). Offre la prima analisi approfondita dei meccanismi finanziari e psicologici dell’insabbiamento e segna il momento in cui ciò che era “sacro” è diventato “profano” agli occhi della legge.

    Ciò indicava che nessuna quantità di prestigio religioso o influenza storica poteva sostenere un sistema giuridico privato quando i bambini erano il prezzo di tale segretezza.

    Patriarcato: la svalutazione dell’”altro”

    La diffusa crisi degli abusi sessuali e la sua insabbiatura istituzionale non possono essere ridotte a un insieme di “mele marce”. Essa è fondamentalmente resa possibile da un sistema patriarcale che conferisce agli uomini il potere senza che questi ne rispondano.

    Mentre i soci di Epstein erano protetti da ricchezza e influenza che generavano un timore ossequioso, gli uomini citati nei “Clerical Files” sono protetti da un “privilegio sacro” che esige riverenza.

    Entrambi i sistemi insegnano agli uomini che l’autorità è un loro diritto di nascita e che i vulnerabili possono essere sfruttati impunemente.

    In questi sistemi discriminatori di genere, le donne sono spesso considerate esseri umani inferiori. Nel suo libro “Trash: Encounters with Ghislaine Maxwell”, Christina Oxenberg riporta la risposta di Maxwell quando le fu chiesto delle ragazze che reclutava per i “massaggi” di Epstein: “Non sono niente; sono spazzatura”.

    Nella Chiesa, la svalutazione delle donne è più subdola. Il divieto di ordinazione femminile, pur essendo presentato come una questione teologica, in realtà rafforza la loro posizione subordinata, suggerendo che siano create a immagine di un “Dio minore”.

    Sostenendo che le donne siano incapaci di rappresentare Cristo alla mensa eucaristica, la Chiesa le svaluta come persone, rendendole permanentemente subordinate ai sacerdoti e strutturalmente vulnerabili agli abusi.

    Sacerdozio cultuale: patriarcato autocratico

    Nella Chiesa, il potere patriarcale, unito al culto del sacerdozio, conferisce ai sacerdoti un “privilegio sacro” unico. In virtù del loro ufficio, i sacerdoti sono spesso considerati come partecipi dell’autorità assoluta di Cristo.

    Questo potere di governo viene spesso presentato come un mandato divino piuttosto che come un servizio delegato dalla comunità. In questa cornice teocratica, il sacerdote si pone al posto di Dio, creando una gerarchia permanente e intoccabile.

    Pertanto, il sacerdote non solo viene separato, ma anche posto al di sopra del popolo di Dio per governare, insegnare e ammonire senza trasparenza. Questa relazione è codificata nel titolo di “Padre”, che viene spesso strumentalizzato come forma di patriarcato autocratico.

    In questa gerarchia patriarcale, vescovi e sacerdoti spesso agiscono come se fossero al di sopra della legge civile. La storia globale degli insabbiamenti, in cui i tribunali laici sono stati costretti a usare mandati di perquisizione per sequestrare documenti compromettenti dagli Archivi Segreti, fornisce una chiara prova di questa presunta sovranità.

    Questa teologia crea anche una fratellanza di élite religiose e si traduce in un circolo vizioso in cui i sacerdoti rispondono solo ad altri sacerdoti, in modo simile al caso Epstein, in cui la classe dei miliardari credeva di dover rispondere solo ai propri pari, mai al sistema giuridico “comune”.

    Nella Chiesa, i sopravvissuti devono presentare le proprie ragioni agli stessi uomini celibi che fanno la legge, la giudicano e la applicano. Questo elemento da “spogliatoio” fa sì che gli alti funzionari si identifichino più con il “fratello” carnefice – la cui vita temono venga rovinata – che con la vittima, il cui trauma permanente e potenzialmente letale viene liquidato come “gestibile”.

    Questa teologia tossica crea anche una rete di silenzio e complicità. I ​​vescovi si proteggono a vicenda e proteggono il sacerdote abusante perché il loro status è legato alla sua posizione. Se vescovi e sacerdoti cadono in disgrazia, il “corpo” perde il suo prestigio divino; pertanto, il sistema sceglie di sacrificare la vittima dell’abuso per salvare l’istituzione.

    Inoltre, alimenta una cultura clericale tossica che sottende un’immunità implicita. Fondata sull’erronea convinzione che i religiosi possiedano diritti intrinseci al potere e ai privilegi in virtù del loro status di ordinati, questa cultura dà origine a un senso di diritto elitario che crea un vuoto di responsabilità e pone il prestigio dell’istituzione al di sopra del benessere dei fedeli. Ciò fornisce uno “scudo sacro” che rispecchia l’”immunità d’élite” laica emersa nel caso Epstein.

    Cambiamento ontologico: lo scudo della “Persona Christi”.

    Un pilastro fondamentale del clericalismo è la dottrina magisteriale secondo cui l’ordinazione produce un “cambiamento ontologico”, conferendo così all’ordinato il potere di agire nella persona di Cristo (persona Christi). Il sacerdote viene “configurato a Cristo”, diventando quindi, in sostanza, Dio. Non solo agisce e parla per conto di Dio, ma come Dio stesso.

    Questo crea una barriera psicologica per i fedeli, rendendo quasi impossibile per loro credere che un prete sia capace di crimini sessuali. È il motivo per cui spesso non si crede ai bambini e alle donne quando denunciano gli abusi.

    Per la vittima, la “persona Christi” crea un devastante effetto di manipolazione psicologica a livello spirituale: denunciare un crimine equivale a tradire Dio. I sacerdoti predatori manipolano comunemente le credenze religiose, i testi sacri o l’autorità spirituale per indurre la vittima a dubitare della propria realtà, della propria sanità mentale e del proprio rapporto con il Divino.

    Alla vittima viene detto che la sua sofferenza è una “prova di Dio” o una “croce da portare”. Inquadrando un crimine come una sfida spirituale, l’aggressore ridefinisce il naturale desiderio di giustizia della vittima come “mancanza di fede” o “orgoglio spirituale”.

    Come evidenziato nel Rapporto del Rhode Island del 2026, i predatori spesso utilizzavano un linguaggio spirituale durante l’abuso stesso, affermando che l’atto fosse “sacro” o “predestinato”. Questo distorce gravemente la bussola morale della vittima, facendole percepire la denuncia del crimine come un atto sacrilego.

    Peggio ancora, l’istituzione spesso ribalta la situazione, trasformando la vittima in “peccatrice” per aver reagito all’abuso. Se una persona sopravvissuta esprime rabbia, le viene detto che è “incapace di perdonare” o “amareggiata”. All’interno di una struttura clericale, il “perdono” viene spesso strumentalizzato per imporre il “silenzio”.

    Sia nel caso Epstein che in quello del clero, il “sistema” partecipa alla manipolazione psicologica per proteggere se stesso. Proprio come gli avvocati di Epstein dipingevano le vittime come “cacciatrici di dote” o “instabili”, i funzionari della Chiesa spesso etichettano i genitori o le vittime che presentano denunce come “piantagrane” o “persone con disturbi emotivi”.

    Mentre il gaslighting tradizionale ti porta a mettere in discussione ciò che hai visto, il gaslighting spirituale ti porta a dubitare di chi sei agli occhi di Dio. Questo può essere devastante e può persino portare alla perdita della fede, sostituendo l’immagine di un Dio amorevole con quella di un predatore.

    Risoluzione dei reclami: iniziative di Papa Francesco

    Il risarcimento per gli abusi sessuali si compone di molti elementi, ma inizia con l’ascolto empatico e non giudicante della vittima, la fiducia nella sua storia e il riconoscimento del reato.

    Nella Chiesa, Papa Francesco ha compiuto alcuni passi positivi, esprimendo “vergogna e dolore” per gli abusi sessuali al suo interno e scusandosi pubblicamente in diverse occasioni in varie parti del mondo.

    Ha ridotto allo stato laicale il cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington DC, in seguito ad accuse di abusi sessuali, tra cui uno che coinvolgeva un bambino di 11 anni.

    Nel maggio 2018, tutti i 34 vescovi cileni in carica hanno presentato le proprie dimissioni a Papa Francesco in seguito a un vertice in Vaticano. Il vescovo ha accettato le dimissioni di 9 di loro, ammettendo di aver commesso “gravi errori” nel difendere il vescovo Juan Barros, accusato di essere complice del più noto prete pedofilo del paese, Fernando Karadima. Successivamente, altri due vescovi cileni sono stati ridotti allo stato laicale.

    Nel febbraio 2019, a seguito di un incontro in Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa, Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica Vos estis lux mundi, che stabilisce nuove norme procedurali per combattere gli abusi sessuali e garantire la responsabilità delle autorità religiose.

    Prima di allora, non esisteva un percorso chiaro e scritto per le vittime di abusi per denunciare un vescovo. Nel marzo 2023, ha pubblicato una versione aggiornata di questa lettera, rendendo permanenti queste norme. Ora, ogni diocesi deve avere un sistema “pubblico, stabile e facilmente accessibile” per la segnalazione degli abusi.

    Come già accennato, Papa Francesco ha anche decretato che il segreto pontificio non si applica alle accuse, ai processi e alle decisioni relative agli abusi, facilitando così il coordinamento con le forze dell’ordine civili e aprendo canali di comunicazione con le vittime.

    Blocchi stradali

    Nonostante questi sforzi, i sostenitori delle vittime di abusi affermano che ben poco è cambiato.

    I critici delle norme aggiornate hanno contestato l’assenza di un obbligo di notifica alle forze dell’ordine nei casi di abuso. Inoltre, non vi è alcun obbligo di informare il pubblico, compresi i denuncianti e le loro famiglie, del procedimento canonico o del suo esito, il che rende difficile valutare l’efficacia della legge.

    Andrew Small OMI, Segretario emerito della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ammesso nel 2023 che oltre due terzi delle conferenze episcopali non dispongono delle risorse necessarie per attuare il processo in modo significativo.

    Dopo la morte di Papa Francesco, l’organizzazione Ending Clergy Abuse (ECA) ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “sotto la sua guida, la Chiesa non è riuscita a ritenere i vescovi responsabili del loro ruolo nel consentire, nascondere e perpetuare gli abusi. Un cambiamento sistemico è rimasto irraggiungibile”.

    Il documento sottolineava che il rifiuto di Francesco di rimuovere o sanzionare coloro che erano complici degli insabbiamenti tradiva l’obbligo morale della Chiesa di proteggere i più vulnerabili.

    Shaun Dougherty, presidente della Survivors’ Network of those Abused by Priests (SNAP), ha dichiarato: “I vescovi di tutto il mondo… sono collettivamente a conoscenza di migliaia di sacerdoti abusatori che prestano ancora servizio in parrocchie e scuole. Una vera politica di tolleranza zero significherebbe rimuovere immediatamente questi colpevoli e ritenere i vescovi responsabili del fatto che li mantengano in servizio”.

    La Chiesa è disposta ad adottare misure così rigorose?

    La fine del privilegio sacro

    Esaminare onestamente i “fascicoli clericali” in tutta la loro depravazione è parte della trasparenza radicale di cui c’è urgente bisogno per ristabilire la fiducia nella Chiesa. Invece di nascondere le nostre cicatrici, è tempo di smascherare con coraggio i sistemi che le hanno generate.

    La teologia tossica e gli statuti del Codice di Diritto Canonico che promuovono e perpetuano il “privilegio sacro”, che conduce a una Chiesa disfunzionale, devono essere riconosciuti, condannati ed eliminati.

    Smantellando le strutture del clericalismo e del privilegio patriarcale, non stiamo solo cercando giustizia storica; stiamo creando una società in cui nessuno, a prescindere da ricchezza, conoscenze o status sociale, è al di fuori della portata della legge.

    Affinché ciò accada, tuttavia, la testimonianza dei sopravvissuti deve essere posta al centro del dibattito e trattata non come una minaccia per l’istituzione, bensì come l’unico fondamento per ricostruire una Chiesa veramente giusta, compassionevole e sicura.

    The Clerical Files: Exposing the power of holy privilege

  • Il silenzio della Chiesa sulla condanna del prete abusatore

    Il silenzio della Chiesa sulla condanna del prete abusatore

    La sentenza della Corte di Cassazione del 14 maggio scorso, che conferma la condanna per don Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere per violenza sessuale su minori, sancisce la colpevolezza del sacerdote di Enna dopo una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria.

    La Suprema Corte ha inoltre dichiarato inammissibili tutti i ricorsi che erano stati presentati, sia quello difensivo dai legali di Rugolo, sia quello della Procura generale di Caltanissetta. Fra le pene accessorie ci sono la perdita perpetua del diritto agli alimenti, l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e l’interdizione perpetua da incarichi, uffici e servizi in scuole e istituti pubblici e privati.

    Commentiamo questo risultato con Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato il prete per gli abusi subiti quando era minorenne. Rugolo, sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, era stato condannato in primo grado a quattro anni e mezzo di carcere, poi ridotti a tre in appello. Abbiamo raccontato tutta la storia, che dalla Sicilia arriva fino in Vaticano, nel podcast La Confessione.

    Sarà ora interessante vedere come reagiranno il Dicastero per la dottrina della fede e il Dicastero per il clero (e in ultima istanza il papa) alla sentenza della Cassazione. Il sacerdote sarà dimesso dallo stato clericale o le autorità ecclesiastiche, come è successo altre volte, aspetteranno che sconti la pena per reintegrarlo?

    Nessun commento da parte della diocesi di Piazza Armerina, dove il prete risulta ancora incardinato. In un’intervista uscita sul giornale locale ViviEnna, Gabriele Cantaro, avvocato del vescovo Rosario Gisana, si dice sicuro che al sacerdote condannato saranno concesse le misure alternative al carcere. Forse l’avvocato farebbe meglio a preoccuparsi del suo cliente, al momento sotto processo per aver mentito nell’ambito proprio del caso Rugolo, invece di fare previsioni sul futuro del prete abusatore. Ancora una volta la diocesi preferisce sminuire la grave responsabilità di don Rugolo (e del vescovo che lo ha coperto) invece di mostrare un minimo di solidarietà alle vittime.

    La storia, in ogni caso, non è ancora finita: la sentenza del processo per falsa testimonianza a carico del vescovo e del suo vicario Vincenzo Murgano è attesa al tribunale di Enna l’8 ottobre prossimo.

    https://federicatourn.substack.com/p/il-silenzio-della-chiesa-sulla-condanna

  • I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    Un anno e mezzo è passato dalla diffusione della notizia che il padre gesuita Sauro De Luca, oltre a essere una guida spirituale carismatica, era anche un predatore sessuale. Per trent’anni, dal 1968 al 1998, Sauro De Luca è stato a capo del Movimento eucaristico giovanile, incontrando centinaia di bambini, bambine e adolescenti.

    L’attuale responsabile del movimento, padre Renato Colizzi, ha perciò deciso nel 2024 di intraprendere un «Cammino di verità», affidando alla dottoressa Grazia Villani l’incarico di raccogliere le testimonianze di persone che sono state vittime degli abusi del padre gesuita. Questo lavoro di ascolto delle vittime, di testimoni e di alcuni padri gesuiti, nonché di consultazione dei diari dello stesso padre De Luca, ha dato luogo a un report e all’attivazione di un ufficio dedicato alla tutela, affidato al padre Paul Pace. Fin qui tutto bene.

    Peccato che il report non sia stato reso pubblico nella sua integralità, che inizialmente sia stato vincolato da una clausola di riservatezza che ne impediva ogni divulgazione (poi rimossa) e che ancora oggi sia consultabile soltanto prendendo un appuntamento in via degli Astalli, a Roma, sede centrale della Compagnia di Gesù per la provincia euromediterranea. Il documento divulgato ufficialmente è un riassunto di questo report. Ecco perché il 27 aprile ci siamo recate in via degli Astalli per leggere il documento integrale e incontrare il padre responsabile della tutela. Vogliamo chiedere perché l’integralità del report non sia resa pubblica e fruibile a tutti.

    Che cammino di verità si può intraprendere se non c’è trasparenza sul metodo con cui affrontare lo scandalo degli abusi nella Chiesa? Se non viene smantellata l’architettura del silenzio che regge l’intero sistema di potere e che, sacralizzando i preti, li pone al di sopra dei fedeli, creando così le condizioni dell’abuso, che sia sessuale, psicologico o spirituale?

    Chiedere perdono alle vittime, risarcirle, è sacrosanto, ma concentrare l’attenzione unicamente sulle vittime permette a tutti, anche all’opinione pubblica, di non sollevare alcun dibattito, mantenendo l’atteggiamento paternalista che conferma la gerarchia del potere. Il report invece denuncia chiaramente le responsabilità della Compagnia di Gesù, che, a fronte di segnalazioni emerse fin dagli anni Ottanta, non prese provvedimenti e parla di «fallimento istituzionale». Alla morte di padre De Luca nel 2012, la Compagnia decise di mantenere profilo basso, di non denunciare l’accaduto alle autorità, e di fare in modo che il silenzio e la polvere del tempo cancellassero i fatti.

    Alcune vittime, tuttavia, non si sono date per vinte, costringendo a riaprire il caso. Una di loro in particolare, l’eurodeputata delegata al clima Annalisa Corrado, ha rilasciato un’intervista al giornalista Saverio Tommasi di Fanpage, raccontando il suo percorso di sopravvissuta agli abusi di padre De Luca con una chiarezza e un coraggio che dovrebbero servire da esempio a chiunque voglia con onestà eradicare questo problema endemico della Chiesa cattolica.

    Prendersi la responsabilità per impedire che accada di nuovo significa investire risorse, persone, competenze. Significa prendere a modello percorsi che alcune diocesi stanno mettendo in atto, come quella di Bolzano. Significa, anche, aprire gli archivi, dare voce alle vittime, ma soprattutto rompere l’omertà, facendo i nomi degli abusanti e denunciandoli alle autorità italiane.

    Significa ripercorrere fatti, anche del passato, ristabilire chiarezza e giustizia affinché parole come riconciliazione, elaborazione, perdono, riparazione non siano semplici gusci vuoti, bensì pratiche concrete, protocolli d’azione, educazione, formazione e supervisione. Tutto ciò non può accadere se prima non si attraversa il buio di quelle stanze dove padri confessori approfittano della fragilità di chi si rivolge a loro in cerca di conforto, ripagando la fiducia con il tradimento di quella stessa fiducia.

    Un trauma che solo la luce della verità può provare a riparare. Quel report chiamato “Cammino di verità”, costato dolore e angoscia alle vittime che hanno deciso di raccontare la loro storia e a chi le ha ascoltate, deve essere portato all’attenzione di tutti, divulgato tramite stampa e social media, o sarà l’ennesima prova che l’istituzione è più attenta alla propria tutela che a quella di persone irrimediabilmente ferite.

    La missione della Chiesa è essere un modello per la società, la Compagnia di Gesù potrebbe assumere un ruolo di primo piano nel combattere gli abusi, a cominciare dal suo interno.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/gesuiti-abusi-sessuali-coraggio-vittime-ambiguita-chiesa-annalisa-corrado-p8ma87ub

  • Abusi su minori | la Consulta nega il carcere automatico per i casi lievi

    Abusi su minori | la Consulta nega il carcere automatico per i casi lievi

    ? Cosa scoprirai Come cambierà la valutazione dei giudici sui singoli episodi di abuso?. Quali criteri useranno i magistrati per distinguere i casi lievi?.

    Chi gestirà la nuova discrezionalità nelle misure alternative ai detenuti?. Perché la sospensione della pena diventa ora un’opzione percorribile?.?

    In Breve L’avvocata Licia D’Amico sottolinea la necessità di analisi accurata per ogni episodio.. I magistrati devono valutare la compatibilità del soggetto con misure alternative specifiche..

    La decisione modifica la gestione delle fasi cautelari e l’attuazione delle sentenze.. Il provvedimento sposta il potere decisionale verso i giudici di merito.