Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • I tribunali hanno confermato la designazione dei Testimoni di Geova come ‘setta distruttiva’.

    I tribunali hanno confermato la designazione dei Testimoni di Geova come ‘setta distruttiva’.

    Le vittime dei Testimoni di Geova hanno nuovamente vinto in tribunale contro la congregazione. La sezione civile del Tribunale provinciale di Madrid ha confermato la precedente sentenza, affermando che coloro che sono stati colpiti dalle pratiche dei Testimoni possono essere considerati vittime, possono costituire un’associazione e possono definire la congregazione una “setta distruttiva”, in quanto tutelati dalla libertà di espressione.

    I giudici ritengono inoltre che tali affermazioni siano supportate dalle esperienze di vita reale di ex membri della setta che hanno testimoniato durante il procedimento giudiziario. La sentenza afferma che queste dichiarazioni “non costituiscono semplici insulti, bensì giudizi di valore con sufficiente fondamento fattuale” e che “fanno parte di un rilevante dibattito sociale di interesse generale”, secondo una dichiarazione dello studio legale Bardavío Abogados, che ha rappresentato le vittime in questo caso.

    La Corte sottolinea che tali manifestazioni sono tutelate quando si basano su fatti verificabili e testimonianze veritiere, nell’ambito del legittimo esercizio dei diritti fondamentali. Inoltre, la sentenza si fonda sulle pratiche denunciate in numerose testimonianze di ex membri, che descrivono sistemi di controllo interno attraverso regolamenti e commissioni disciplinari; pressioni sociali e familiari, soprattutto in caso di espulsione o dissenso; e isolamento sociale.

    «In primo luogo, la rilevanza pubblica del contenuto informativo non può essere messa in discussione, a meno che non si viva distaccati dai media in una società democratica come quella spagnola. Pochi argomenti seri suscitano maggiore interesse nelle società democratiche del funzionamento interno delle religioni, delle relazioni tra i loro membri e dell’adattamento dei loro antichi dogmi ai valori attualmente prevalenti nelle società democratiche», si legge nella sentenza.

    Nella parte conclusiva della sentenza, i giudici si concentrano su una questione fondamentale: “I membri dell’associazione imputata che hanno abbandonato i Testimoni di Geova intendono recuperare un rapporto di affetto con i loro parenti che continuano a appartenere alla confessione religiosa e per i quali provano un amore sincero che esclude la promozione di atti dannosi nei loro confronti o la loro giustificazione in qualsiasi modo”.

    Aggiungono inoltre che le vittime non hanno “l’intenzione di diffamare”, ma piuttosto “agiscono con l’evidente intento di denunciare al fine di modificare le abitudini della confessione religiosa, adattandole ai valori attuali delle società democratiche”.

    Il procedimento legale è iniziato nel 2019 e si è incentrato sull’esistenza stessa dell’Associazione spagnola delle vittime dei Testimoni di Geova, sui suoi statuti e sulle sue denunce.

    La sentenza che ha respinto la causa per violazione dell’onore intentata dai Testimoni contro le vittime conteneva quasi 70 pagine di argomentazioni a favore della loro libertà di espressione, considerando che le loro critiche sono veritiere, documentate e, nella maggior parte dei casi, basate sulle testimonianze delle persone direttamente coinvolte.

    «Sebbene sia fastidioso e profondamente offensivo, l’esistenza dell’Associazione deve essere tollerata», ha affermato il magistrato di Torrejón de Ardoz.  Il giudice ha riconosciuto che affermare che i testimoni si comportino come una «setta» può essere «spiacevole, persino offensivo, per i fedeli», ma costituisce una «critica legittima». La congregazione ha annunciato che presenterà ricorso contro questa sentenza, che, tra le altre cose, respinge la sua richiesta di risarcimento di 25.000 euro.

    https://www.eldiario.es/sociedad/justicia-avala-llame-secta-destructiva-testigos-jehova_1_13158958.html

  • La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

    La Cei, su abusi mai eludere anche le conseguenze giudiziarie – Le vittime, ‘Chiesa disonesta, noi vittime di propaganda falsa e per nulla riparativa’

    (ANSA) – ROMA – L’importanza della “responsabilizzazione” dei colpevoli e della “richiesta di perdono e di riconciliazione” poichè “il perdono realizza la vera giustizia” che però “non è un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”.

    Sono i punti fondamentali delle Linee guida sulla Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili richiamati oggi dal segretario della Cei, mons. Giuseppe Baturi nel Secondo incontro nazionale Servizi Territoriali Tutela Minori in corso al Carpegna Palace-Domus Mariae.

    Un evento a porte chiuse, cui ieri lo stesso Papa Leone tramite il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, aveva fatto pervenire anche lui un richiamo invitando la Chiesa italiana a non “minimizzare il male” e a non chiudersi per “paura dello scandalo”.

    Ma la risposta della Chiesa italiana è ancora del tutto “insufficiente” per le vittime con il portavoce della Rete L’Abuso Francesco Zanardi che parla di Chiesa “disonesta”. “Come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi – ha spiegato in una nota – c’è una disonestà totale da parte della Chiesa italiana” che “auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili. Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo”.

    Nel suo intervento Baturi ha sottolineato l’importanza della “riparazione” anche con “la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale”, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”. Inoltre, ha ammonito affinché la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguardi “l’intera comunità ecclesiale” con il ruolo del vescovo che “collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta”. Ancora, “i Servizi regionali e diocesani – ha evidenziato – , ormai presenti in tutte le diocesi” “sono chiamati non a sostituire gli ordinari nelle loro responsabilità ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”.

    Proprio il ruolo dei servizi diocesani con i centri di ascolto realizzati ad hoc è stato messo però sotto accusa da un recente rapporto della Rete L’abuso che ha svolto un’indagine sulla risposta che le diocesi forniscono alle presunte vittime tramite i Centri di ascolto pubblicata il 24 febbraio scorso.

    “Va ricordato anche – fa sapere Zanardi – che il 28 maggio 2022 fu proprio il cardinale Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’Abuso fornisse alla Cei i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso, ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero)”.

    Insomma, per le vittime si dovrebbe agire in Italia come fatto in altri Paesi del mondo come Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera, Belgio, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, e Irlanda che “hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili”.
    (di Nina Fabrizio) (ANSA).

  • Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Il dibattito sulla complicata distinzione tra opere e comportamenti dell’artista che le ha realizzate non è nuovo, ma un recente articolo del New York Times ha posto una questione riguardo a un caso piuttosto singolare di artista accusato da anni di abusi sessuali, le cui opere continuano a essere esposte in oltre duecento luoghi in Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti e altri paesi.

    Questi luoghi sono perlopiù chiese, e l’artista è un teologo ed ex prete gesuita, Marko Rupnik, mosaicista sloveno di 71 anni apprezzato e richiesto, ma accusato di abusi sessuali e psicologici ai danni di diverse suore.

    La storia era emersa nel 2022 ed era poi stata molto ripresa dai media quando nel 2024 due ex suore tra le circa venti donne che accusavano Rupnik raccontarono pubblicamente le presunte violenze subite. Dissero che le violenze risalivano agli anni Ottanta, quando loro erano suore poco più che ventenni della Comunità Loyola di Lubiana, in Slovenia, e che erano avvenute anche nei decenni successivi a Roma, nel Centro Aletti. È un centro di studi teologici e artistici che realizza opere religiose per le chiese, e di cui Rupnik è stato a lungo direttore artistico.

    Autore di mosaici in diversi importanti palazzi vaticani, Rupnik è stato per anni un gesuita molto rispettato: nel 2021 gli erano stati affidati, tra le altre cose, i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano. Dopo un’indagine dei Gesuiti, nel 2023, gli era stato offerto «di cambiare di comunità e di accettare una nuova missione», ma lui si era rifiutato ed era per questo stato espulso dall’ordine. Nello stesso anno il Vaticano aveva avviato una propria indagine, dopo che una commissione speciale per combattere gli abusi sessuali nella Chiesa aveva segnalato a papa Francesco, gesuita anche lui, «gravi problemi» nella gestione del caso di Rupnik, e «la mancanza di vicinanza alle vittime». Attualmente Rupnik è sotto processo canonico presso un tribunale vaticano.

    A general view of the Holy Door of Charity, the work of Father Marko Ivan Rupnik, in Rome, Italy, December 10 2015. Pope Francis will cross the Holy Door of Charity on 18 December 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

    Secondo alcune delle donne che lo accusano, i suoi mosaici dovrebbero essere rimossi o coperti, o laddove non sia possibile farlo dovrebbe essere aggiunta una didascalia che riporti le accuse.

    Finora pochi vescovi e funzionari ecclesiastici, perlopiù all’estero, hanno accolto l’invito delle presunte vittime. Nel 2024 l’organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo aveva annunciato che avrebbe coperto con un tessuto i mosaici di Rupnik esposti nel Santuario nazionale di san Giovanni Paolo II, a Washington, e nella Cappella della santa famiglia a New Haven, nel Connecticut. E nel 2023 il vescovo di Lourdes, in Francia, aveva ordinato che i mosaici realizzati da Rupnik per la basilica di Nostra Signora del Rosario venissero coperti con delle lastre di alluminio.

    Ma nella maggior parte dei casi le opere sono ancora esposte nelle sedi e nei modi in cui erano state pensate e commissionate, in Italia e in altri paesi del mondo. Nei primi anni Novanta, per esempio, papa Giovanni Paolo II aveva commissionato al Centro Aletti i mosaici per la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, a Città del Vaticano.

    Secondo alcuni religiosi infatti le opere di Rupnik non dovrebbero essere trattate in modo diverso rispetto ad altre esposte nelle chiese da secoli, e realizzate da artisti controversi o comunque noti anche per il loro stile di vita non irreprensibile, da Caravaggio a Benvenuto Cellini a Filippo Lippi. Il caso di Rupnik suscita polemiche «perché l’autore è ancora vivo, perché il caso è ancora aperto e perché lui continua a creare opere», ha detto al New York Times il teologo Marco Tibaldi, che insegna all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Bologna.

    -OR- VISITA PASTORALE DI PAPA BENEDETTO XVI A SAN GIOVANNI ROTONDO, DOMENICA 21 GIUGNO 2009: Benedetto XVI giunge alla Chiesa nuova di San Pio da Pietrelcina per l’ incontro con i sacerdoti, i religiosi/e e migliaia di giovani. Il Papa visita i mosaici realizzati dal gesuita Ivan Marko Rupnik nella Cripta sotto la Chiesa. (Copyright L’OSSERVATORE ROMANO – Servizio Fotografico – photo@ossrom.va)

    Il New York Times ha anche segnalato il caso della chiesa del Corpus Domini, a Bologna, in cui è esposto un mosaico di Rupnik realizzato nel 2013 e che secondo il prete della chiesa, don Stefano Zangarini, ha attirato migliaia di visitatori in una chiesa relativamente isolata. «Non tutte le opere d’arte della storia sono state create da santi, anzi, tutt’altro», ha detto Zangarini, aggiungendo che «forse l’arte ci ricorda che esiste una bontà che trascende le nostre debolezze, i nostri alti e bassi».

    Anche alcuni siti del Vaticano avevano inizialmente continuato a mostrare immagini delle opere di Rupnik, dopo che le accuse erano diventate pubbliche. Erano state progressivamente rimosse, dopo le critiche espresse nel 2024 da Sean Patrick O’Malley, importante cardinale e arcivescovo di Boston, allora a capo della commissione per combattere gli abusi nella Chiesa. In una lettera a tutti i dicasteri aveva sollecitato maggiore «prudenza pastorale» prima di decidere di esporre opere d’arte create da un presunto autore di abusi.

    In un comunicato del 2024, il Centro Aletti aveva espresso «preoccupazione per il diffondersi della cosiddetta “cancel culture” e di un pensiero che legittima la “criminalizzazione” dell’arte», e aveva aggiunto che «la rimozione di un’opera d’arte non dovrebbe mai essere considerata come punizione o cura». Aveva anche scritto che Rupnik ha sempre negato le accuse. Il Dicastero per la dottrina della fede, l’importante organo della Curia che ha anche funzioni disciplinari, aveva annunciato a ottobre del 2025 di aver nominato i cinque giudici del tribunale che giudicherà Rupnik: da allora non ci sono stati altri sviluppi.

    https://www.ilpost.it/2026/04/18/arte-mosaici-abusi-sessuali/

  • Casa del Jazz, Ris e Scientifica sul posto: si cercano tracce di Emanuela Orlandi e Paolo Adinolfi

    Casa del Jazz, Ris e Scientifica sul posto: si cercano tracce di Emanuela Orlandi e Paolo Adinolfi

    Parte la fase conclusiva degli scavi alla Casa del Jazz, annunciata nei giorni scorsi, come riportato da Fanpage.it nei giorni scorsi. Oggi sono scattati i primi sopralluoghi alla presenza della Scientifica e dei carabinieri del Ris, al lavoro per dare il via a quelli che saranno gli ultimi accertamenti prima della conclusione.

    Gli scavi sono iniziati lo scorso novembre e sono durati settimane. Lo scopo è quello di arrivare alla fase conclusiva senza lasciare nulla di intentato. I lavori erano stati avviati dopo le parole del giudice Muntoni che aveva avanzato la possibilità che all’interno della struttura sotterranea dell’ex Villa Osio, dove ora sorge la Casa del Jazz, ci fossero i resti del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel luglio del 1994. Al nome di Adinolfi, si è presto accostato quello di Emanuela Orlandi: secondo alcune voci, non sarebbe stata da escludere la presenza di, almeno, qualche oggetto appartenuto alla ragazzina, cittadina del Vaticano, scomparsa il 22 giugno 1983.

    La Casa del Jazz ed Enrico Nicoletti della Banda della Magliana
    La villa, infatti, costruita dall’avvocato Osio, da cui prende il nome, è stata venduta negli anni Ottanta a Enrico Nicoletti, ritenuto il tesoriere della Banda della Magliana. Adinolfi, poco prima di sparire, aveva lasciato il lavoro alla sezione fallimentare del Tribunale: proprio durante l’ultimo periodo di permanenza lì, si sarebbe occupato di alcune pratiche relative a una società riconducibile a Nicoletti. Numerosi, inoltre, i possibili collegamenti, sebbene mai confermati, della scomparsa di Emanuela Orlandi con il gruppo criminale romano.

    Ad aumentare le possibilità e il mistero su un passaggio delle due persone scomparse nella Casa del Jazz, proprio la presenza dei cunicoli che si ramificano sotto alla struttura e che, per lungo tempo, sono risultati essere inaccessibili a causa di una frana, forse naturale forse fittizia, sembra quasi impossibile da stabilire.

    Il prefetto: “Scavi ultimati, ultimi accertamenti”
    Nella giornata di oggi è stato lo stesso Prefetto di Roma Lamberto Giannini a spiegare cosa sta succedendo adesso. Ribadita la fase conclusiva verso cui si apprestano gli scavi alla Casa del Jazz, ha commentato ad AdnKronos la presenza degli agenti della Polizia Scientifica e dei carabinieri del Ris: “Atto doveroso per poter poi non escludere nulla, tracce umane comprese”. Nei giorni scorsi era stato Pietro Orlandi a dimostrare completa fiducia nei suoi confronti: “È stato chiaro, non vuole lasciare dubbi e credo sia quello che sta facendo”, aveva spiegato a Fanpage.it.

    https://www.fanpage.it/roma/casa-del-jazz-ris-e-scientifica-sul-posto-si-cercano-tracce-di-emanuela-orlandi-e-paolo-adinolfi/

  • Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Il Vaticano si è servito della criminalità per organizzare il sequestro di Emanuela. Ho prova dei legami del boss Nicoletti con i Cardinali Poletti e Casaroli”

    Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Il Vaticano si è servito della criminalità per organizzare il sequestro di Emanuela. Ho prova dei legami del boss Nicoletti con i Cardinali Poletti e Casaroli”

    Scavi alla Casa del Jazz, Pietro Orlandi: “Basterebbe un minimo di coraggio per sapere la verità. Il rapimento di mia sorella? Il Vaticano complice della criminalità organizzata”

    La verità verrà fuori. Perché una verità c’è sempre, in tutte le cose, e non può nascondersi. Ne è convinto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, della quale non si hanno più notizie dal22 giugno del 1983. Gli scavi alla Casa del Jazz, iniziati lo scorso novembre e che si avviano ora verso la fase conclusiva, sembrano aver dato un nuovo barlume di speranza, la stessa che, in Pietro, è sempre accesa e non accenna ad affievolirsi.

    “Ogni tipo di indagine e ricerca fatta in questo senso, per la mia famiglia, è sempre interessante. I personaggi legati alla vicenda del Giudice Adinolfi, sparito nel nulla il 2 luglio 1994 e mai ritrovato, sono quelli che hanno sempre ruotato intorno alla vicenda di Emanuela, come il cardinal Ugo Poletti. Perché non pensare che possa esserci qualcosa anche su Emanuela?”, racconta Pietro ad Affaritaliani.

    “Anche se, al momento, dalle operazioni di scavo non sono emersi i risultati sperati, il prefetto D’Angelo, che aveva indagato sulla scomparsa di mia sorella, è stato chiaro: non vuole lasciare dubbi e credo sia quello che sta facendo. Ma di dubbi, purtroppo, su questa triste vicenda ce ne sono sempre stati. Ho sperato che potesse essere trovato qualcosa, non certo un possibile ritrovamento delle ossa: quelle spero di non trovarle, perché il giorno in cui le troverò sarà il giorno in cui Emanuela sarà morta”, dice Pietro.

    I misteri intorno alla Casa del Jazz

    L’uomo si dice certo di un collegamento esistente tra la vicenda di Emanuela e i misteri che avvolgono la Casa del Jazz, l’ex villa appartenuta a Enrico Nicoletti, cassiere della Banda della Magliana: “La villa in questione fu venduta a Nicoletti nel marzo dell’83, ma sappiamo che non vi si trasferì immediatamente e, di fatto, non vi abitò mai. Originariamente era una proprietà nelle disponibilità del boss Enrico De Pedis, che aveva un peso ben maggiore di Nicoletti. Sappiamo anche che c’era un legame di conoscenza tra De Pedis e il Cardinal Poletti e che il Vicariato di Roma insistette più volte affinché quella villa fosse ceduta proprio al cassiere, nonostante ci fossero tanti acquirenti onesti e che avrebbero pagato anche di più. Facendo due conti, non è difficile pensare a un ruolo di De Pedis nell’orientare la vendita”, dice Pietro.

    L’uomo si dice convinto del ruolo attivo di De Pedis nel rapimento della sorella: “Ma non fu lui a ideare l’intero piano. Svolse un ruolo di manovalanza, probabilmente non per soldi, quanto per eventuali benefici futuri. Era un criminale, ma non uno stupido, e non è detto che, pur limitandosi a compiti di manovalanza, non si sia tenuto qualcosa per sé, magari qualche documento, qualche prova. Eravamo nel 1983, un periodo in cui le armi della Banda della Magliana erano nascoste anche sotto l’ospedale. Un luogo come quella villa, con i suoi sotterranei naturali, poteva facilmente essere sfruttato da personaggi come De Pedis per creare spazi di occultamento di armi o denaro”.

    I presunti legami con il Vaticano

    E infatti, una delle ipotesi più accreditate che ha spinto a proseguire gli scavi nella villa è che, nei tunnel, possano essere stati nascosti documenti riservati collegati alla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, altro caso irrisolto. “Sono certo, ora come allora, che all’epoca ci sia stato un ricattato e un ricattatore. E credo che, tra i ricattatori, ci sia stata una parte interna al Vaticano e una parte esterna. Hanno usato personaggi della criminalità romana per organizzare il sequestro. Magari De Pedis non sapeva neanche i motivi, ma è certo che fosse legato ad ambienti vaticani. Conosceva anche il Cardinale Casaroli, che lo aveva aiutato quando era in carcere. Allo IOR, poi, c’era monsignor De Bonis, una persona che aveva molti contatti…”, dice Pietro.

    “Per ricattare quello che ho sempre considerato lo Stato più potente e influente al mondo, non può bastare una semplice banda di criminali. Doveva esserci qualcuno dentro il Vaticano, qualcuno intenzionato a voler gestire quello Stato, al di là della questione economica, che certo non è da sottovalutare, perché il denaro smuove le montagne”, prosegue.

    “Io ho la certezza, e non la speranza, che si possa arrivare alla verità, che esiste da qualche parte e non può rimanere occultata per sempre. Prima o poi, emergerà. Ci sono più persone che sanno cosa è successo, e la situazione si può sbloccare in un attimo. Basterebbe un minimo di coraggio”, dice il fratello di Emanuela, da sempre critico verso l’atteggiamento del Vaticano.

    “Anche se non hanno avuto un ruolo diretto, il semplice fatto di essere a conoscenza dei fatti li rende complici. Loro nascondono la verità. Dietro questo rapimento c’è qualcosa di grande, e dopo tutto questo tempo continuano a fare di tutto per impedire che la verità venga alla luce. Qualcuno sa come sono andate le cose, qualcuno oggi conosce la verità. Anche quando faccio accuse, non arrivano neanche smentite: questo aumenta la rabbia, e le domande”, prosegue.

    L’ultimo ricordo di Emanuela

    Pietro torna poi indietro nel tempo, all’ultimo ricordo della sorella: “E’ uscita di casa e da allora non l’ho più vista. Dopo poco mia sorella Federica mi raccontò dell’offerta di lavoro che aveva ricevuto Emanuela, e io risposi, ingenuamente, ‘Tutte queste fortune capitano a lei, a me mai’. Chissà dov’era. Nessuno di noi poteva immaginare ciò che poi sarebbe accaduto”.

    Da anni, Pietro lotta senza sosta per far emergere la verità: un impegno che attraversa decenni, perché dietro la scomparsa di Emanuela c’è molto di più di quanto appare: “Ne sono certo io e anche tutte le persone che in questi anni mi sono stati vicino. La solidarietà delle persone è davvero enorme”, conclude.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/casa-del-jazz-pietro-orlandi-il-vaticano-si-e-servito-della-criminalita-per-organizzare-il-sequestro-di-emanuela-ho-prova-dei-legami-del-boss-nicoletti-con-i-cardinali-poletti-e-casaroli.html

  • Si nascondeva a Montù Beccaria sotto falso nome: prete dovrà risarcire una vittima di abusi

    Si nascondeva a Montù Beccaria sotto falso nome: prete dovrà risarcire una vittima di abusi

    Montù Beccaria. Il sacerdote don Silverio Mura è stato condannato a risarcire, insieme al ministero dell’Istruzione, 324mila euro a un suo ex alunno campano, vittima di abusi sessuali da parte del prete, che negli anni Ottanta era il suo insegnante di religione.

    La vicenda di don Mura aveva tenuto banco anche in Oltrepo Pavese, quando nel 2018 alcuni residenti di Montù Beccaria, guardando una puntata de “Le Iene” sugli abusi sessuali, avevano riconosciuto in uno dei preti accusati quello che era ospitato nel paese oltrepadano, con il falso nome di don Saverio Aversano.

    Immediatamente era scattata una mobilitazione della comunità, visto che don Mura insegnava anche catechismo ai bambini delle elementari. Dopo un mese dalla scoperta, però, il sacerdote aveva lasciato Montù facendo perdere le sue tracce.

    Il processo

    Il sacerdote era stato assolto in primo grado, poi il reato penale contestato è caduto in prescrizione. Sul fronte civile, invece, visto che la prescrizione inizia a decorrere dal momento in cui la vittima assume la consapevolezza di essere stata abusata, il procedimento è potuto terminare in tempo utile. Così, la Corte d’appello di Napoli, confermando la sentenza di primo grado, ha condannato il sacerdote e il ministero dell’Istruzione al maxi risarcimento nei confronti della vittima, ottenuto a distanza di oltre trent’anni da quando la vittima ha capito di aver subito violenza. «Una sentenza importante per tutti i sopravvissuti perché apre una nuova strada verso la giustizia e il ristoro dei danni», commenta l’avvocato Carlo Grezio, legale della vittima.

    https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2026/04/06/news/si_nascondeva_a_montu_beccaria_sotto_falso_nome_prete_dovra_risarcire_una_vittima_di_abusi-15573453/#google_vignette

  • Il Papa promette misericordia ai pedofili

    Il Papa promette misericordia ai pedofili

    Le vittime di abusi adesso sanno che non è la Chiesa ma un commissariato di polizia il posto dove chiedere giustizia. Perché il Papa ha fatto sapere oggi che per lui uno come Rupnik non è un criminale ma un peccatore. E che alle vittime la Chiesa riserva “attenzione”, agli abusatori “misericordia”. Cioè perdono senza giustizia

    Giorgio Meletti e Federica Tourn

  • L’elefante di cui nessuno parla nel sistema di risarcimento degli abusi in Spagna

    L’elefante di cui nessuno parla nel sistema di risarcimento degli abusi in Spagna

    Nelle ultime settimane, diversi media spagnoli hanno intensificato le critiche alla gestione dei casi di abusi sessuali da parte della Chiesa cattolica, con particolare attenzione alla questione del risarcimento delle vittime. Secondo questa narrazione, l’istituzione ecclesiastica non sta rispondendo adeguatamente alle richieste di risarcimento, il che giustificherebbe l’intervento del governo per garantire una soluzione soddisfacente.

    Tuttavia, questo dibattito pubblico solleva questioni rilevanti in termini di coerenza, memoria e attenzione che meritano un’ulteriore analisi.

    La fonte del problema è nella Chiesa?

    Da un lato, il contrasto storico nel trattamento mediatico di alcuni riferimenti culturali è sorprendente. Negli anni ’70, più di 69 intellettuali francesi firmarono un manifesto che chiedeva la depenalizzazione dei rapporti sessuali tra adulti e minori. Tra i firmatari c’erano figure influenti come Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, Gilles Deleuze, Jean-François Lyotard, Jack Lang – che in seguito divenne ministro della Cultura – o Bernard Kouchner, fondatore di Medici senza frontiere.

    Molti di questi autori sono stati successivamente promossi, celebrati e trasformati in riferimenti dagli stessi media che oggi denunciano con forza gli abusi commessi da una parte del clero. Senza mettere in alcun modo in discussione l’indiscutibile necessità di chiamare la Chiesa a rispondere dei crimini commessi al suo interno, vale la pena sottolineare l’assenza di un esame altrettanto rigoroso di coloro che, all’epoca, difendevano posizioni oggi socialmente e moralmente inaccettabili.

    Inoltre, i media che hanno contribuito a glorificare queste figure raramente hanno fatto autocritica sul proprio ruolo nella legittimazione culturale di certe idee. Il paradosso è difficile da ignorare: coloro che in passato hanno contribuito a normalizzare postulati problematici ora ne condannano con forza le conseguenze senza assumersi alcuna responsabilità e senza fare il minimo “mea culpa”.

    Ciò solleva una questione fondamentale: è opportuno attribuire la responsabilità morale degli abusi quasi esclusivamente a un’unica istituzione come la Chiesa cattolica, che ha sempre rifiutato dottrinalmente tali pratiche, oppure dobbiamo esaminare anche il ruolo di alcuni intellettuali, correnti culturali e diffusori mediatici che, in altri momenti storici, hanno contribuito a erodere certi confini etici?

    Dimenticare la maggioranza delle vittime

    A ciò si aggiunge un altro dato rilevante: secondo la Procura Generale, solo lo 0,45 % degli abusi sui minori avviene attualmente in ambito ecclesiastico. Nonostante ciò, la copertura giornalistica tende a concentrarsi in modo molto significativo su questo settore specifico, generando una percezione pubblica che non sempre corrisponde alla reale distribuzione del problema.

    Parallelamente, alcune proposte politiche hanno sollevato la necessità di affrontare il fenomeno in modo globale, indagando su tutti i contesti in cui si verificano gli abusi – familiari, educativi, sportivi o istituzionali – e istituendo meccanismi di riparazione per le vittime nel loro complesso. Tuttavia, queste iniziative non hanno ricevuto un’attenzione mediatica paragonabile, il che rafforza l’impressione che il dibattito sia parziale.

    Tutto ciò suggerisce che la conversazione pubblica e politica si sta concentrando troppo strettamente sulla responsabilità di una particolare istituzione, lasciando in secondo piano una riflessione più ampia e complessa su cause, contesti e responsabilità condivise.

    E qui emerge il vero “elefante nella stanza” di questo problema: l’assenza di un approccio veramente universale al riconoscimento e al risarcimento delle vittime. Mentre l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sui casi legati alla Chiesa, la stragrande maggioranza delle vittime di abusi in altri ambiti rimane senza lo stesso livello di visibilità o di proposte di risarcimento.

    In questo senso, la tendenza a stabilire “categorie” di vittime sposta selettivamente l’attenzione su particolari autori di reato, in modo che l’attenzione non sia più veramente rivolta alle vittime e alla loro piena riparazione. Il risultato è un’ulteriore ingiustizia: coloro che hanno subito un danno sono ulteriormente subordinati a una narrazione che dà la priorità a chi puntare il dito piuttosto che a chi riparare.

    L’accordo viene rispettato?

    E, in definitiva, è evidente il disinteresse di gran parte della stampa nei confronti delle vittime di abusi nel loro complesso, che erode gravemente la sua credibilità morale e la sua presunta professionalità. E se non è così, chiediamoci perché nessun mezzo di comunicazione sta spingendo per la realizzazione di uno dei punti che concordato dal governo con la Conferenza episcopale l’8 gennaio:

    “Lo sviluppo di questo meccanismo di riparazione per le vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica fa parte del quadro del L’impegno del Governo a promuovere la realizzazione degli obiettivi stabiliti dalla Legge organica 8/2021, del 4 giugno, sulla protezione integrale dei bambini e degli adolescenti contro la violenza, al fine di affrontare un risarcimento completo per le vittime di abusi in qualsiasi ambito della vita sociale“.

    I vescovi spagnoli firmeranno un piano di risarcimento senza che il governo abbia mantenuto la parola di risarcire le vittime in altri settori? Non è forse questa una buona occasione per la Chiesa di rafforzare la propria autorità morale chiedendo al governo di indagare su tutte le vittime di abusi?

    https://www.omnesmag.com/it/firme/abusi-sugli-elefanti-spagna/

  • Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Maria Elisabetta Gandolfi – Un’inchiesta sulla pedofilia del clero e il Vaticano condotta dalla testata investigativa tedesca Correctiv, con la collaborazione della spagnola El País, della statunitense The Boston Globe, della portoghese Observador e della colombiana Casa Macondo è stata resa nota il 19 marzo scorso.

    Ciascuna testata è uscita con una titolazione diversa, ma in generale c’è un doppio focus tematico che accomuna i pezzi pubblicati: da un lato la modalità vaticana di gestione dei dossier relativi ai preti o ai religiosi accusati; dall’altro il caso che a suo tempo interessò Benedetto XVI, relativo a un suo prete mentre era vescovo di Monaco.

    Poi ciascuna testata ha riportato un caso nazionale su cui la propria redazione ha indagato in modo specifico. La vista dell’insieme, naturalmente, è desolante. Anche se nella sostanza non emergono particolari novità.

    Occultamento, regola numero uno

    Il primo dato che emerge è che la linea dell’occultamento dei casi era la regola più che l’eccezione anche se era chiaro il fatto che tra i chierici vi erano comportamenti «immorali» (la prima edizione dell’istruzione Crimen sollicitationis è del 1922).

    In base ai documenti che le testate sono riuscite a procurarsi esse affermano che la linea dell’occultamento emerge sin dal 1936-1938, in piena ascesa del regime nazista: il Vaticano, infatti, nelle persone del segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e del sostituto Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), raccomandava alla Chiesa in Germania di bruciare i documenti relativi ai preti con comportamenti «immorali» perché non cadessero nelle mani sbagliate: i dossier diffamatori costruiti ad arte per perseguitare la Chiesa venivano spesso imperniati su questa accusa.

    Cosa che – viene fatto notare – successe anche nei tempi della persecuzione delle Chiese dell’Europa dell’Est durante la Guerra fredda.

    Da una gestione centralizzata alla terapeutizzazione dei casi 

    In realtà più che questi documenti, che dimostrano la difesa di una Chiesa sotto attacco, è la ricostruzione storica del contesto che convince sulla linea dell’«occultamento» dei casi di abuso, considerati allora peccati anche per la vittima – lo sappiamo – e non reati, gestiti dall’ex Sant’Uffizio (e solo per delega specifica dalla diocesi in cui i fatti erano avvenuti) fino al 1965. Ma sino ad allora si poteva dire che Roma avesse un filo diretto con le diocesi per questi casi.

    Con il Vaticano II, l’atteggiamento cambia e si passa a un più generale approccio «decentralizzato e “terapeutico”», scrive El País, e la Crimen sollicitationis cade nel dimenticatoio. Sono gli anni in cui i casi lievitano.

    In teoria è con il 2001 che le cose cambiano, anche per il diretto intervento di Joseph Ratzinger, che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II normò la materia, in quanto prefetto dell’allora Congregazione per la dottrina della fede. Con il motu proprio papale Sacramentorum sanctitatis tutela e la lettera della Congregazione che l’accompagna (qui nell’archivio de Il Regno, in buona sostanza i casi tornarono a dover ripassare per Roma.

    Ratzinger e il caso Monaco: notizie sin dal 1986…

    Tutto bene? No, perché il fautore di questa che voleva essere una riforma – affermano le testate – era pur sempre parte del sistema che voleva modificare, tanto è vero che nel 2010 la denuncia del New York Times che papa Benedetto, quando era arcivescovo di Monaco, aveva coperto un prete pedofilo, portò da parte sua a una risposta ambigua. Il Regno ne parlò qui e qui.

    I dati nuovi che emergono oggi da questa inchiesta sarebbero due. Il primo: una revisione interna commissionata dalla diocesi di Monaco allo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) nel 2022 aveva messo in luce – ma la notizia era rimasta confinata ai soli media tedeschi – che il vicario generale che era in carica ai tempi dell’episcopato di Ratzinger disse allo WSW di essere stato «costretto a rilasciare la dichiarazione» con la quale scagionava Ratzinger, per «proteggere il pontificato». Il secondo: in realtà esisteva già una lettera firmata nel 1986 da Ratzinger, ma misteriosamente non protocollata, dove si prendeva atto che il sacerdote era un alcolista e affetto da «altri» problemi.

    Gli altri parlano di noi

    In Italia la notizia di questa uscita ha circolato molto poco e chi ne ha scritto (un breve lancio ciascuno per Dagospia, RAI news e Il fatto quotidiano) ha ripreso solo una sintesi molto generale.

    La cosa è tanto più sorprendente se si considera il fatto che El País come caso locale ne sceglie uno dall’Italia, mentre allo stesso tempo nessuna testata del Belpaese firma l’inchiesta.

    Non è un caso nuovo. Riguarda un prete delle diocesi di Savona, don Nello Giraudo. Una delle sue vittime è Francesco Zanardi, fondatore e animatore della «Rete L’Abuso», associazione di vittime che cura anche un vasto database di casi italiani (il fatto che sia più o meno preciso, qui non interessa).

    Scrive El País: «Sebbene la diocesi di Savona lo avesse segnalato a Roma nel 2003, la storia delle accuse di abusi contro questo sacerdote risaliva a molto tempo prima. Lo ammette il rapporto allegato alla lettera: “il primo grave episodio” risale al 1980 e in seguito fu allontanato. Ciononostante, “per superare la sua dolorosa solitudine” gli fu permesso di aprire una casa di accoglienza per minori e di organizzare campi estivi per giovani».

    Alla lettera firmata dal vescovo mons. D. Calcagno la Congregazione per la dottrina della fede rispose solo nel 2006. Osserva il quotidiano spagnolo: «La cosa sorprendente è che, nonostante la narrativa ufficiale di quel momento e il teorico cambiamento normativo, la soluzione proposta al sacerdote era la solita: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva lasciare i paramenti, la diocesi semplicemente non ha fatto nulla. Né lo ha denunciato. Si è dedicata all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. E il vescovo, Domenico Calcagno, è stato nominato cardinale».

    E le vittime?

    Il caso venne reso pubblico da Zanardi nel 2010. Giraudo venne denunciato per abusi commessi tra il 1986 e il 1994, che quindi erano ormai prescritti. In seguito a un’altra denuncia, ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di carcere. Nell’archiviare il primo caso, nel 2012, la Procura scrisse che era pacifico che ben tre vescovi avessero insabbiato la vicenda. Lo riporta El País: «Risulta, è triste dirlo, che l’unica preoccupazione dei responsabili della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori».

    Nel 2010 il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo spagnolo Luis Ladaria, «ha scritto a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, che fine avesse fatto il caso. E solo allora il sacerdote ha chiesto la dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione”».

    Lapidaria la conclusione di El País: «L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è stato ancora affrontato, nessun media ha intrapreso un’indagine approfondita».

    Maria Elisabetta Gandolfi

    Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

  • La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (terza puntata)

    La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (terza puntata)

    Papa Francesco e il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente dei vescovi italiani, lo hanno detto più volte: non importa quanti anni sono passati, gli abusi nei confronti dei minori non vanno mai in prescrizione. Un po’ come per lo slogan della “tolleranza zero” sui pedofili, anche queste sono in realtà solo parole. Gli abusi sessuali dei preti che la Chiesa non è riuscita a insabbiare vanno in prescrizione eccome, e si archiviano anzi il più presto possibile.

    È successo anche con il caso di don Valentino Salvoldi, prete missionario incardinato nella diocesi di Bergamo, responsabile di aver molestato e abusato sessualmente almeno 21 ragazzi, fra cui diversi minorenni. Ho raccontato tutta la storia dell’indagine ecclesiastica nelle due puntate precedenti, qui e qui.

    Per concludere, vi propongo una breve chiacchierata con Stefano Schiavon, una delle vittime di Salvoldi che ha denunciato il prete alla magistratura e raccontato la sua storia alla stampa. Se oggi conosciamo un po’ meglio come funziona l’omertosa giustizia ecclesiastica, lo dobbiamo anche a lui.

    https://open.substack.com/pub/federicatourn/p/la-svolta-del-vaticano-coprire-i-2f0?utm_campaign=post&utm_medium=web&timestamp=116.3