Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • Congetture di un ex passante

    Congetture di un ex passante

    Massimo Faggioli LA CROIX – Dopo un lungo ritardo rispetto a molti altri Paesi, lo scorso 17 novembre la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha presentato il suo primo rapporto sugli abusi sessuali del clero. Si è soffermato sull’attività di prevenzione e formazione svolta dai servizi diocesani (interdiocesani e regionali) per la tutela dei minori e sulle testimonianze che le vittime hanno raccontato presso i centri di ascolto diocesani Il rapporto è il frutto della collaborazione tra la Cei e due ricercatori dell’Università Cattolica di Milano.

    Rispetto ad altri Paesi, ha una portata molto più limitata e più istituzionalmente legata alla Chiesa cattolica in Italia. È un chiaro tentativo di stabilire un proprio modello per evitare l’impatto catastrofico che le rivelazioni di abusi hanno avuto in altri paesi. Il reportage italiano: diverso da tutti gli altri Questo rapporto è molto diverso dai recenti sforzi della Chiesa in altre parti del mondo.

    Non proviene da una commissione indipendente (come è stato fatto in Francia), né da una commissione nazionale istituita dal governo (come la Royal Commission in Australia), né è uno studio scientifico di un’istituzione assunta dalla Chiesa (come il John Jay College of Criminal Justice negli Stati Uniti). E non è nemmeno uno studio nazionale sul fenomeno degli abusi nella Chiesa.

    Si tratta invece di un catalogo di testimonianze raccolte nei vari territori della penisola italiana, ma solo fino al 2019.Ci sarà presto un altro rapporto sui casi di abuso negli ultimi 20 anni, che è ancora un lasso di tempo molto breve rispetto ad altri studi.

    Le associazioni delle vittime hanno aspramente criticato questo approccio, che dipinge un quadro complesso di dove si trova la Chiesa in Italia nel percorso globale verso il bilancio del fenomeno degli abusi. Rivela anche il “punto cieco” strutturale dell’episcopato italiano sulla questione, come ha notato il teologo Marcello Neri.

    Particolarmente preoccupante è stato il tentativo dell’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni, capo dell’ufficio per la protezione dei minori della CEI, di denigrare la commissione indipendente francese e il suo rapporto. Ma così facendo, Ghizzoni ha rivelato la forte resistenza dei vescovi italiani a un’indagine completa.

    L’Italia è al primo posto nei casi di abusi sessuali.

    Per fortuna, ci sono molti altri vescovi che parlano più apertamente della situazione italiana in privato e seguono politiche diverse e più proattive. Siamo passati dal momento in cui si poteva dire, senza paura di essere smentiti, che la Chiesa in Italia non ha un problema di abusi. Alla pubblicazione del rapporto della Cei ha fatto seguito, il giorno successivo, la “Giornata mondiale per la prevenzione e la guarigione dallo sfruttamento, dagli abusi e dalla violenza sessuale dei minori” promossa dall’Onu. Telefono Azzurro, Onlus per l’ascolto e l’intervento contro gli abusi sui minori, ha tenuto un convegno in occasione dell’evento.

    Monsignor John Kennedy di Dublino , segretario della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha affermato che l’Italia occupa qualcosa come il quinto o il sesto posto nel mondo intero per numero di casi di abusi. Significativamente, la sua affermazione non ha avuto quasi nessuna reazione significativa nei media mainstream italiani. Allo stesso tempo, è incoraggiante che la Chiesa in Italia abbia (finalmente) intrapreso un percorso di riconoscimento, cura e prevenzione, per quanto corretto e integrato possa essere lungo il cammino.

    Lo ha notato Maria Elisabetta Gandolfi, direttrice della rivista cattolica indipendente Il Regno , che ha spesso pubblicato articoli sulla crisi degli abusi. (Full disclosure: sono un membro dello staff de Il Regno ). Gandolfi ha anche sottolineato che i vescovi presentando il rapporto della Cei hanno riconosciuto che “un terreno culturalmente insensibile è forse anche uno dei motivi del ritardo complessivo della società italiana nel chiedere un’azione decisa e coerente contro la pedofilia e la violenza sui minori ”.Questo “terreno culturalmente insensibile” è un fattore chiave per comprendere il ritardo italiano nell’affrontare la crisi degli abusi. Fino ad oggi, c’è stato un ampio consenso in Italia sul fatto che il problema degli abusi legati alla Chiesa non fosse una priorità.

    Il rapporto della Cei è solo l’inizio. È anche un banco di prova per il più ampio, cosiddetto ” mondo cattolico ” in Italia: clero e religiosi cattolici, intellettuali laici, politici, operatori sociali e pastorali, membri di movimenti e associazioni. Un immenso cantiere teologico che atterrisce molti nella Chiesa Sarà importante anche vedere le reazioni ei contributi delle associazioni e delle reti teologiche cattoliche italiane, tutte operanti in un sistema ecclesiale che deve lavorare in un Paese che il Vaticano ha storicamente visto come il proprio orticello.

    Intellettualmente, sarà utile adottare una prospettiva che guardi alla crisi nella sua complessità e sia attenta ad evitare un approccio ipocrita che cerchi di difendere la Chiesa che in Italia ha fatto (e sta facendo) tutto quello che può e deve fare. Sarà anche importante evitare un approccio populista che cerchi di incriminare la Chiesa cattolica come un’impresa criminale dedita a perpetrare e nascondere abusi. Cercare una spiegazione monocausale – come l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, il celibato o l’omosessualità – rivela una semplificazione che rafforza lo status quo. Come hanno notato Danièle Hervieu-Léger e Jean-Louis Schlegel nel loro libro pubblicato di recente in Francia, la sfida è istituzionale ma anche culturale e teologica. Lo scandalo degli abusi ha aperto un immenso cantiere teologico che terrorizza molti nella Chiesa, e non solo nella gerarchia clericale.

    Ci vorranno generazioni per scavare e ricostruire. Purtroppo la Chiesa istituzionale non è l’unico soggetto in Italia che ha a lungo ignorato lo scandalo degli abusi. Anche le istituzioni pubbliche (come la polizia, il sistema giudiziario e il sistema scolastico), così come il sistema dei media laici, laici e indipendenti, hanno ignorato lo scandalo.

    Solo negli ultimi anni i giovani giornalisti, cattolici e non, hanno rotto il silenzio facilitato da una cultura mediatica e politica storicamente restia a indagare sulla Chiesa cattolica. Cosa ha iniziato ad aprire i miei occhi C’è ancora molta strada da fare, per tutti gli italiani, non solo per i vescovi o per i funzionari vaticani. La mia esperienza personale di studioso cattolico emigrato negli Stati Uniti mi ha insegnato molto. Il mio primo breve viaggio nel paese è stato nella primavera del 2004.

    Una delle tappe è stata a Boston, dove le indagini “Spotlight” del Boston Globe hanno cambiato per sempre la nostra conoscenza e comprensione degli abusi nella Chiesa. Questo ha cominciato ad aprirmi gli occhi. Ma quando sono tornato in Italia, mi sono reso conto che nessuno, nemmeno i cattolici illuminati e progressisti, era interessato a sentire e parlare della crisi degli abusi. Lo scandalo era scoppiato già negli anni ’90 in Irlanda, ad esempio, ma in Italia semplicemente non si è registrato.

    Allora l’idea nella penisola era che questo fosse un problema americano, non un problema italiano. Questo è certamente come la vedeva il Vaticano. Ed è anche come la vedevano la maggior parte dei cattolici italiani, fino a poco tempo fa.Mi sono reso conto della portata e della profondità della crisi solo quando mi sono trasferito negli Stati Uniti nel 2008. Come teologo cattolico laico che insegna a giovani studenti, con una giovane famiglia e bambini che frequentano una scuola parrocchiale in una delle diocesi statunitensi più colpite dalla scandalo, la crisi divenne inevitabile.

    Non solo intellettualmente, ma anche emotivamente, come studioso, professore, genitore e membro della Chiesa. Ho assistito agli effetti del caso McCarrick nel 2018 e sono diventato attivo sul campo, come studioso e come insegnante. Prima di venire negli Stati Uniti, ero uno di quei cattolici italiani della culla che non avevano mai conosciuto nessuno che avesse rivelato di aver subito abusi. Né avevo sentito parlare di abusi nella Chiesa, se non nelle notizie che venivano dall’estero. I punti ciechi che si vedono oggi nei vescovi italiani erano i miei punti ciechi fino a pochi anni fa. In un certo senso, ero uno dei tanti spettatori. Alcuni sapevano e sono rimasti in silenzio, mentre altri hanno sentito qualcosa ma non hanno pensato che valesse la pena di essere coinvolti. La maggior parte era solo culturalmente insensibile.

    Questo ruolo degli astanti (per gli abusi nella Chiesa, ma anche nelle scuole: l’insegnante come spettatore nel bullismo scolastico) è una delle cose a cui i ricercatori hanno guardato con più attenzione negli ultimi anni. È fondamentale che la Chiesa in Italia lo faccia bene Quelle poche persone che hanno alzato la voce sono state ignorate e messe a tacere, e non solo dai vescovi.

    La crisi degli abusi è molto più complicata di una netta divisione in due campi, tra vittime e sopravvissuti da una parte, autori e facilitatori dall’altra. C’è una vasta zona grigia di cui parlava già anni fa il gesuita padre Hans Zollner – il massimo esperto di abusi e prevenzione – sul settimanale culturale tedesco Die Zeit . “L’area grigia, non sono solo gli altri. L’area grigia siamo anche noi”, ha detto. L’Italia è un banco di prova cruciale per comprendere gli effetti dello scandalo abusi sulla coscienza dei nostri contemporanei, cattolici e non, riguardo alla loro percezione della Chiesa.

    Questo sarà legato all’eredità di Papa Francesco sulla gestione della crisi degli abusi. Farà parte anche dell’eredità del cardinale Matteo Zuppi, eletto presidente della Cei grazie al forte appoggio del papa. Sarà interessante vedere se la Chiesa in Italia saprà rispondere allo scandalo degli abusi, non solo a livello di pubbliche relazioni e in aula, ma anche a livello di discorso teologico, religioso e culturale. sia una sfida per la resistenza della Chiesa italiana ad accettare tutto ciò che oggi sappiamo sugli abusi, anche grazie all’evoluzione della morale, soprattutto per quanto riguarda la nostra maggiore consapevolezza della dignità dei bambini e dei minori, delle donne e degli adulti vulnerabili.

    È un risveglio al quale la tradizione cattolica ha contribuito in modo importante, anche se spesso in modo inconsapevole, involontario e indiretto. Il modo italiano di affrontare la crisi degli abusi è particolarmente importante perché, nel nostro cattolicesimo policentrico e globale, la penisola dove si trova il Vaticano è ancora il ground zero di questo cambio di paradigma epocale. Vittime e sopravvissuti falliti in Italia manderebbero un segnale particolarmente inquietante a tutti i cattolici del mondo.

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  • Abusi in Italia: una voce “altra”

    Abusi in Italia: una voce “altra”

    Coloro che si sono cimentati nell’ardua prova di seguire la totalità del rapporto sulle attività inerenti agli abusi sessuali perpetrati nell’ambito della Chiesa cattolica italiana sui minori, presentato a metà novembre da alcuni vescovi e dagli esperti convocati dalla Conferenza Episcopale Italiana per studiare il fenomeno, nonché a organizzare delle operazioni per arginarlo, hanno sicuramente messo a dura prova la loro pazienza.

    Infatti, ci troviamo di fronte a un evento che merita di essere analizzato dal punto di vista semiotico per via dei numerosi messaggi (mal) dissimulati che esso invia più o meno intenzionalmente e che generano un reale disagio nello spettatore.

    A testimoniare di questo stato di fatto, diversi giornalisti referenti di alcune testate hanno ampiamente reagito rispetto ai contenuti del rapporto citando statistiche, cifre, ambiti di indagine, definizione del corpus e così via, nonché manifestando il loro disaccordo in merito ai metodi impiegati e agli obiettivi raggiunti.

    Una polemica è in corso tra esponenti dell’ambito ecclesiastico e i rappresentanti dei gruppi schierati in difesa delle vittime. Questa si concretizza con botte e risposte inviate con malcelata violenza su pagine più o meno virtuali oppure nel corso di conferenze successive al rapporto che vertono sui temi scottanti dell’abuso.

    Contrariamente agli articoli pubblicati nei giorni scorsi in relazione a questi eventi, noi ci occuperemo di analizzare brevemente la forma con cui si sono espressi questi contenuti, per vedere se qualche informazione importante ci viene trasmessa anche da essa.

    La messa in scena

    Per cominciare esaminiamo lo spazio scelto per la conferenza stampa. Personalmente ho visionato il video dell’evento. Una telecamera fissa inquadra un tavolo che non riesce ad accogliere agevolmente l’insieme dei relatori, sicché un paio di essi vi si accomoda in posizione periferica appoggiando sui bordi il proprio materiale. I due vescovi, invece, sono collocati in una comoda posizione centrale, così come il moderatore della conferenza, formando un nucleo da cui emana la parola di chi detiene il potere.

    Se qualcuno avesse dimenticato da quale fonte proviene l’informazione che viene diffusa, dietro al tavolo e ai relatori si trova, in guisa di fondale, un quadro in cui sono rappresentati tutti i papi del XX e del XXI secolo, con papa Francesco che troneggia in proporzione e in posizione dominanti.

    Ora, una messinscena del genere non può passare inosservata ed è particolarmente sovraccarica di senso. Essa indica di proposito la fonte da cui l’intero evento scaturisce e riceve la sua coerenza. Infatti, il susseguirsi degli interventi conferma l’impressione che risulta dalla messinscena, poiché tutti i relatori hanno un legame con la Chiesa.

    Chi è vescovo, chi lavora all’Università Cattolica, chi è direttore didattico in una scuola cristiana, chi ha collaborato con i centri d’ascolto diocesani investiti della responsabilità di ricevere le vittime e così via. Sembra quindi di trovarsi ad un evento pubblico organizzato da un regime che non ha altro riferimento se non sé stesso, in cui tutto quel che si dice deve rispondere ad esigenze interne di propaganda.

    Passiamo ora a qualche considerazione stilistica riguardante l’articolazione del discorso dei diversi relatori. Le impressioni tratte dalle diverse prese di parola sono multiformi: dalla favella timida ed esitante, all’affermazione lenta, sicura e intrisa di sufficienza, intesa a manipolare l’uditorio facendolo aderire a un argomento di autorità, per finire con il discorso ambivalente di chi cerca di accontentare tutti.

    Neutrali?

    Nessuna di esse però si offre con la neutralità del discorso obiettivo, scientifico, che dichiara esplicitamente lo stato dell’arte, lo stato di avanzamento dei lavori, l’obiettivo finale da perseguire e le ragioni funzionali che hanno ispirato le scelte metodologiche.

    Qualcuno afferma che si tratta di un primo tentativo di approccio eventualmente perfettibile in futuro. Se vogliamo fare un paragone eloquente attenendoci al contesto ecclesiale, sarebbe come dire che un giovane sacerdote che sta celebrando messa dicesse appena dopo la consacrazione dell’ostia: “Scusate, non so davvero se ce l’ho fatta a pervenire alla transustanziazione: è il mio primo tentativo, forse in futuro andrà meglio. Vi terrò informati”.

    La situazione è grave: un atteggiamento del genere è inaccettabile ed è indizio certo di incompetenza.

    Ora, questo genere di dichiarazioni intrise di superficialità sono fatte da vescovi nel contesto degli abusi sessuali perpetrati da chierici o simili all’interno della Chiesa: fatti criminali che hanno distrutto la vita di centinaia di vittime. Come si può pensare che affermazioni di questo tipo garantiscano che si sta facendo un buon lavoro?

    Le premesse delle opzioni metodologiche, è stato detto dal responsabile del Servizio tutela minori della Conferenza Episcopale Italiana qualche giorno dopo il rapporto[1], derivano dal fatto che “non si vuole fare come le commissioni indipendenti” che hanno preceduto il mandato della CEI (per non fare nomi, come la Commission Indépendante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise, la CIASE francese) semplicemente perché adesso la Chiesa francese sta pagando un caro prezzo per l’intransigenza dei lavori di tale commissione. Ritorneremo più tardi su questo punto.

    Quando ho iniziato il mio lavoro di ricerca, mi è stato insegnato che, per poter osservare, analizzare e studiare adeguatamente un fenomeno, se ne deve scegliere uno con cui non si è coinvolti emotivamente. È necessario avere una distanza emotiva ed effettiva da ciò che si studia, altrimenti non si sarebbe obiettivi e una parte del lavoro sarebbe inficiata dalla nostra compromissione.

    Denunce e Centri di ascolto

    Questa norma elementare è stata spazzata via dal programma della CEI contro gli abusi sessuali in favore dell’implicazione nei lavori di coloro “che sanno come funziona la Chiesa”[2]. Risultato: prima si coprivano i reati sessuali commessi da chierici con il segreto e con lo spostamento del criminale in altra sede. Ora si continua a “lavare i panni sporchi in famiglia”, aprendo dei centri d’ascolto delle vittime gestiti dalle diocesi e affidati per lo più a credenti di buona volontà che hanno seguito delle formazioni rapide.

    Lo scopo di questi centri d’ascolto non è quello di studiare il fenomeno per sradicarlo ma di consolare la vittima perché assuma il dolore causato dal trauma. Invece di organizzare il lavoro intorno alla restituzione della dignità all’essere umano calpestato dal crimine sessuale, si anestetizza il suo dolore, sperando che la vittima non faccia troppo danno. L’atteggiamento complessivo verso le vittime di abusi è intriso di condiscendenza.

    Infatti, non si promuove la denuncia del reato all’autorità civile da parte della vittima o chi per essa, compresa l’autorità ecclesiastica, appena si viene a conoscenza del crimine sessuale. Seguendo le norme attuali, la responsabilità della denuncia alle autorità civili spetta solo alla vittima. Ma le vittime di abusi sessuali, spirituali e di autorità, sono travolte da traumi che talvolta sono rimossi dalla loro coscienza e riemergono venti o trent’anni dopo i fatti che risultano quindi prescritti. Sono sconvolte e indebolite da dolorosi stress post traumatici che minano la loro esistenza e le spingono talvolta al suicidio.

    Raramente hanno le risorse psicofisiche necessarie ad affrontare un processo. Pare impietoso, quindi, il criterio che ordina di lasciar esclusivamente a loro la responsabilità della denuncia, con l’effetto di eliminare una grossa percentuale di fastidi provenienti dalle persone più fragili. Quanto a coloro che cercano giustizia presso vescovadi e parrocchie, finora non hanno trovano alcun interlocutore disponibile ad ascoltare le loro richieste, salvo la recente organizzazione dei centri d’ascolto tenuti da persone che non hanno alcuna proposta concreta da offrire a parte la loro disponibilità ad ascoltare le proteste.

    Solo dopo aver stabilito le modalità del ricorso alla giustizia civile e penale, e non solo al tribunale ecclesiastico, sarà possibile tracciare un quadro delle retribuzioni da offrire alle vittime per il danno subìto, anche se non sarà il denaro a colmare il baratro di dolore che le ha devastate.

    Annuncio e pratiche criminali

    Contrariamente a dei criteri dettati da un elementare buon senso, il tipo di organizzazione dei lavori ordinata dalla Conferenza Episcopale Italiana corrisponde ai dettami di un sistema settario in cui si fa appello esclusivamente a risorse interne al clan. Il criterio principale che ordina gli interventi proposti per arginare il problema è la salvaguardia dell’ordine costituito.

    Invece di sondare il retroterra culturale che ha consentito tali crimini e di chiamare in causa le responsabilità e le eventuali anomalie interne alla Chiesa che hanno suscitato o favorito la disfunzione, si rivolge l’attenzione esclusivamente al singolo evento criminale, al predatore e alla vittima come se si trattasse di rare eccezioni in un contesto sociale protetto.

    Infatti, per sminuire le responsabilità, nei recenti rapporti sugli abusi si fa riferimento agli altri ambienti altrettanto colpiti da questa tragedia, come per esempio, l’ambito sportivo, il contesto familiare ecc… Solo che ci si dimentica, en passant, che, benché costituita da peccatori pentiti e diversamente dal contesto sportivo che non promuove principi etici o spirituali, la Chiesa pretende manifestare al mondo la rivelazione divina offerta da Gesù Cristo e i valori evangelici di amore, rispetto, compassione… da lui promossi. Il fatto di scoprire che, al suo interno, si dissimulino delle pratiche criminali e che i responsabili della Chiesa italiana non abbiano nessuna fretta di portarle alla luce del sole rappresenta quindi una grave controtestimonianza.

    Cambiamo scenario

    In Francia, vent’anni fa, si era allo stesso stadio della Chiesa italiana odierna. La Conférence des Evêques de France non ne voleva sapere di sondare il problema dei diversi tipi di abusi e desiderava mantenere i privilegi dei suoi membri senza occuparsi troppo delle pecore nere rappresentate dai predatori sessuali al suo interno.

    Poi, grazie a una serie di scandali mediatici e altre simpatiche operazioni, le cose sono cambiate: volenti o nolenti, i vescovi francesi si sono trovati con le spalle al muro e hanno acconsentito all’organizzazione di una commissione indipendente, vale a dire costituita da esperti esterni alla Chiesa in ogni campo relativo agli abusi sessuali, con i risultati che sappiamo. La responsabilità di allestire questa commissione è stata affidata a una persona onesta, al di sopra di ogni sospetto, competente e intelligente.

    Al di là di quello che qualunque avversario abbia potuto affermare, e si è verificato anche questo, i risultati di questo lavoro che è durato quasi tre anni ma che ha assorbito una ventina di esperti in un’occupazione a tempo pieno e molti altri collaboratori con contratti di ricerca, ha dato risultati sconvolgenti.

    Il giorno in cui il rapporto della CIASE è stato reso pubblico, davanti ad un fondale neutro dove si trovavano Jean-Marc Sauvé, il responsabile della commissione indipendente, mons. de Moulins-Beaufort, il presidente della CEF, e Veronique Margron, la presidente della CORREF, l’associazione dei religiosi francesi corrispondente all’USMI e alla CISM italiane, François Devaux, vittima di aggressione sessuale da parte di un prete quando era ragazzino, ha preso la parola per primo. È salito al microfono e, davanti a un pubblico sgomento e in diretta televisiva con milioni di persone, ha detto ai vescovi francesi:

    “Vous devez payer ! Vous devez payer pour tous ces crimes!”

    “Dovete pagarla! Dovete pagarla per tutti questi crimini!”

    Ed è precisamente quello che sta succedendo un anno dopo questi fatti ai vescovi francesi che hanno dolorosamente accettato di andare fino in fondo alla questione degli abusi.

    Di questo hanno paura alla Conferenza Episcopale Italiana.

    http://www.settimananews.it/chiesa/abusi-in-italia-una-voce-altra/

  • Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    È stato presentato giovedì scorso a Roma il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in sostanza la prima parte di una indagine che è stata dichiarata “indipendente” e “finora mai realizzata”, commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali commessi dal clero e da esponenti di movimenti ecclesiali e di parrocchie su minori. Non tutto, tuttavia, è andato per il meglio. Diversi quotidiani italiani ed anche di altri Paesi hanno infatti rimarcato “le luci” ma anche “le ombre” presenti nel rapporto stesso. Vediamo perché.

    Solo due anni

    Anzitutto il rapporto considera solo alcuni casi avvenuti fra il 2020 e il 2021, un lasso di tempo, perciò assai limitato e parziale. Il presidente della CEI, Matteo Zuppi, aveva annunciato che il rapporto avrebbe coperto gli ultimi venti anni ma non è stato così, e sul perché non lo sia stato non sono state date spiegazioni.

    Nel 2020-2021 sono state 86 le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto messi in piedi nelle diocesi italiane (sul lavoro di questi Centri si basa il rapporto) per segnalare casi di abuso. Ma secondo molti osservatori questo biennio non può fare testo, perché si era in piena emergenza da Covid e verosimilmente molte persone non sono potute uscire da casa per andare a denunciare.Il rapporto, inoltre, esclude i casi che singole persone hanno denunciato direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e non si capisce perché non si parla di questi casi.

    “Mai una Commissione esterna”

    Il rapporto è stato redatto da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In sostanza è stato redatto da un gruppo di esperti “interno” all’apparato ecclesiastico e non, come avvenuto altrove, da Commissioni indipendenti esterne. In merito monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente CEI della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha confermato a un convengo della diocesi di Roma di pochi giorni fa la sfiducia della stessa Chiesa italiana per le Commissioni esterne: “Non faremo mai una Commissione con enti che non capiscono niente della Chiesa, definiti indipendenti solo perché esterni”, ha detto.

    Le sue parole confermano come la CEI ritenga le Commissioni esterne inadatte ad indagare. Mentre in molti altri Paesi, ad esempio in Francia, si è visto come solo il lavoro di Commissioni esterne ha potuto garantire la trasparenza e soprattutto ha potuto permettere di scardinare quanto ancora non andava: in Francia, in seguito al lavoro di una Commissione esterna, si è arrivati all’ammissione da parte del cardinale Jean-Pierre Ricard, ex arcivescovo di Bordeaux ed ex presidente della Conferenza episcopale francese, di avere abusato di una ragazzina14enne trentacinque anni fa. Ricard si è messo così a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tutto questo in Italia purtroppo non sta avvenendo.

    La risposta ai casi accertati

    In ogni caso, a seguito della trasmissione della segnalazione da parte dei Centri di ascolto, la CEI ha reagito con una indagine sugli stessi casi che ha portato prevalentemente a dei “provvedimenti disciplinari” e dunque ad una trasmissione degli stessi provvedimenti al Vaticano. Quali siano esattamente i provvedimenti non è stato specificato, anche se si presume che tutti i sacerdoti coinvolti, a prescindere dalla gravità dell’accusa, siano stati sospesi dai rispettivi incarichi. Su di essi si aprirà un processo canonico in Vaticano che potrà portare come massima pena, soprattutto nei casi di abusi sessuali, alla dimissione dallo stato clericale. Già in passato alcuni sacerdoti italiani hanno subìto questa pena.

    Fra tutti si ricorda il caso del sacerdote don Mauro Inzoli. Nel maggio del 2017 fu la Dottrina della Fede a comunicare la decisione presa direttamente da Papa Francesco. Inzoli era stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti.

    In Italia non c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei casi. La CEI chiede ai vescovi delle diocesi di spingere le vittime a denunciare, ma non può obbligarle. Le denunce non le fa la CEI in automatico perché alcune vittime non vogliono denunciare. Per questo spesso i processi canonici si aprono senza che una denuncia alle autorità civili sia stata fatta. Infatti, può capitare che un prete dimesso dallo stato clericale per abusi non abbia una sentenza civile a suo carico. E, ovviamente, può anche accadere il contrario, e cioè che prima della pena canonica vi sia una sentenza del tribunale civile già in atto.

    La CEI, in generale, ai sacerdoti accusati propone percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati dal rapporto) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    La distribuzione geografica

    La CEI non ha fornito indicazioni sulla distribuzione geografica dei casi. Nel rapporto, tuttavia si parla di una omogeneità dei casi in tutte le diocesi italiane. E si spiega come i centri di ascolto siano collocati in tutte le diocesi, anche se al Centro Italia corrisponde una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord. Dal punto di vista dimensionale, le diocesi con più centri sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250’000 abitanti), seguite dalle diocesi di grandi (oltre 250’000) e piccole dimensioni (fino a 100’000).

    Le resistenze

    Fin dall’inizio dei tentativi, prima di Benedetto XVI poi di Francesco, di mettere in campo un’azione di tolleranza zero sulla pedofilia, la Chiesa italiana si è mostrata molto restia al cambiamento. Ancora oggi ci sono casi di preti accusati di abusi lasciati nel pieno delle loro funzioni. Ancora oggi ci sono vescovi che tendono a coprire. Negli ultimi anni, insieme, alcuni preti italiani sono stati condannati dall’autorità vaticana, ma la macchina della CEI è ancora ben al di là dall’essere oliata.

    Pochi giorni fa, ad esempio, è stata la procura di Siracusa ad aprire un’inchiesta su un prete cappellano militare denunciato di abusi. Ed anche se il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, il sacerdote, che dipende dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero, sembra invece che ancora celebri Messa. La vittima che lo ha denunciato ha dichiarato: “Nella Chiesa qualcuno lo protegge ancora”. E casi simili ce ne sono stati altri. Recentemente è stata Repubblica a riportare la testimonianza di una vittima di un prete italiana che ha raccontato di abusi subìti per anni: “Il sacerdote è ancora vivo – ha detto – e non è mai stato sanzionato”.

    I numeri

    In ogni caso anche i numeri presentati giovedì, per quanto parziali, dicono di una situazione non sanata. I casi segnalati, infatti, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 61 persone nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”. “Il profilo dei 68 presunti autori di reato – recita il rapporto – evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. “Circa la tipologia dei casi segnalati – si legge ancora -, è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da toccamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2)”. Le segnalazioni “fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”. “Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%)”.

    https://www.rsi.ch/news/mondo/Abusi-nella-chiesa-numeri-che-non-convincono-15812386.html

  • Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Lucetta Scaraffia e Anna Foa per Editoriale Domani – In Italia si parla poco e malvolentieri degli abusi del clero. Anzi, pare che quanto più emergono i dati allarmanti delle inchieste in altri paesi europei tanto più si voglia tacere, anche se ultimamene non si osa più, da parte clericale, vantare l’apparente minore coinvolgimento italiano.

    I motivi di questo silenzio sono molti, radicati nella storia: una istituzione ecclesiastica sempre molto legata al potere, cattolici che si sentono più aderenti a una parte politico-sociale che credenti i quali cercano di realizzare l’insegnamento evangelico.

    Così, mentre altrove in Europa è la stessa comunità cattolica che spinge le gerarchie a fare chiarezza sul tema degli abusi con inchieste indipendenti, da noi si evita di pensarci. Il risultato è che le poche notizie che filtrano dalla cortina di omertà che copre tutto sono da decenni di tipo scandalistico.

    L’argomento si presta, e molto, alle descrizioni pruriginose, diffuse da rotocalchi e programmi televisivi.

    I POCHI DATI

    Ma niente di serio è stato fatto finora, se non la raccolta dati organizzata da una vittima, Francesco Zanardi, nel sito Rete L’Abuso, che raccoglie testimonianze, articoli di giornali, documenti processuali degli ultimi dodici anni.

    Una raccolta che – pur composta da materiale eterogeneo e difficilmente classificabile in un insieme coerente – è utilissima e fondamentale per farsi una prima idea del fenomeno in Italia. Tutto quello che si rivela sul tema abusi del clero in Italia viene da lì.

    Su questo materiale abbiamo lavorato in cinque donne – Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati, Mariella Balduzzi, Mariangela Rosignoli, quattro delle quali nonne – per molti mesi, e il risultato è nel libro Agnus dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia, uscito da Solferino nel maggio del 2022.

    Pur non potendo trasformare i dati raccolti in un sistema di classificazione sistematico, ci siamo rese conto che analizzando queste fonti era possibile arrivare ad alcune conclusioni importanti.

    Le più rilevanti riguardavano, soprattutto, gli aspetti finanziari del problema, dei quali si parla in genere poco o niente.

    Innanzi tutto le vittime sono sempre appartenenti a famiglie disagiate, non poche addirittura a famiglie assistite economicamente dalle parrocchie. Famiglie per le quali qualche regalo del parroco può essere sufficiente a far chiudere gli occhi, se non bastasse la paura di perdere i pochi soccorsi che ricevono. Famiglie che non conoscono avvocati, che hanno paura di entrare in un tribunale, quindi candidate naturalmente a non denunciare in caso di abuso.

    In corrispondenza allo stato di indigenza delle famiglie degli abusati vi è spesso la capacità del prete abusatore di raccogliere soldi grazie a collette varie, per esempio in occasione di feste religiose, che gli garantiscono la quantità di denaro liquido necessario al mantenimento della dipendenza delle vittime.

    Nel caso poi di una denuncia da parte della vittima il denaro è doppiamente necessario, ma questa volta interviene direttamente la diocesi, che – come è capitato – ricorre ai fondi che le arrivano dall’8 per 1000 (destinati invece alla carità, al mantenimento degli edifici di culto e così via) per tacitare lo scandalo.

    Il primo tentativo è quello di ottenere il silenzio della vittima versando una somma di denaro in cambio della rinuncia a parlare.

    Il fatto che le somme stanziate in questi casi siano ridicolmente basse (dai 10.000 ai 25.000 euro) dà l’idea dello stato di indigenza delle famiglie coinvolte, per le quali evidentemente costituiscono somme importanti.

    Se la vittima e la sua famiglia non accettano il patteggiamento, il denaro della diocesi – e questa volta in misura decisamente maggiore – diventa risorsa fondamentale per pagare l’avvocato del prete accusato, quasi sempre un ottimo difensore.

    In alcuni casi sono stati arruolati anche professionisti di grido, come Carlo Taormina, mentre nella diocesi di Milano molto spesso il difensore, Mario Zanchetti, è stato anche il preside della facoltà di Giurisprudenza della Cattolica.

    Avvocati molto più bravi di quelli che possono permettersi le vittime, tanto che grazie a loro spesso i processi finiscono con la prescrizione o nel nulla per vizio di forma.

    Un esempio: Riccardo Seppia, considerato dal giudice del primo processo un delinquente comune, era parroco di Santo Spirito a Sestri Ponente.

    Giudicato colpevole in prima e seconda istanza di reati molto gravi, come violenza, cessione di droga e induzione alla prostituzione di giovanissimi – pena di nove anni, sei mesi e venti giorni – è stato prosciolto per vizio di forma nel ricorso in Cassazione. È evidente che ha potuto usufruire di un avvocato bravissimo, pagato dalla curia.

    Nella parrocchia di Selva Candida, vicino a Roma, le numerose accuse di molestie che arrivavano nei confronti del parroco Ruggero Conti venivano sottovalutate davanti alla sua eccezionale abilità di “attrarre capitali”, necessari per realizzare opere d’importanza sociale. Le vittime faticarono molto a trovare ascolto.

    I CONDANNATI

    Un altro aspetto interessante emerso dal nostro lavoro è stata la scoperta che fra i preti condannati i pedofili costituiscono probabilmente un numero esiguo. Le ragazze o i ragazzi abusati infatti sono tutti tra i dodici e i quattordici anni, scelti perché soggetti più facilmente controllabili e riducibili al silenzio che non una donna o un uomo adulto, ma non per l’età giovane in sé.

    La pedofilia ricompare però nel corso del procedimento penale.

    In genere, il sacerdote accusato in prima istanza nega tutto, a lungo. Quando le prove lo sommergono, cerca una scappatoia: dice di essere malato, cioè di essere pedofilo.

    A questo punto la gravità del reato si stempera, e quasi sempre invece di finire in prigione il prete in questione viene riassegnato all’istituzione ecclesiastica perché lo recuperi con un percorso terapeutico. Percorso che avviene in edifici per preti “in crisi”, prevede in genere periodi non lunghi di cura blanda, con psicologi a loro volta sacerdoti, e permette poi abbastanza rapidamente di tornare a esercitare la missione in parrocchie lontane da quelle dello scandalo.

    Certo, la chiesa lamenta un numero sempre minore di sacerdoti e quindi non rinuncia facilmente ai suoi figli consacrati, anche se colpevoli di odiosi abusi. E così, di conseguenza, aumenta il numero dei sedicenti pedofili.

    ATTI IMPURI

    Ma c’è anche una ragione di fondo che impedisce alla chiesa di affrontare seriamente la questione abusi: nel Codice di diritto canonico l’abuso e lo stupro non sono classificati come reati contro la persona, ma come trasgressioni al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri.

    Questo tipo di trasgressione è un peccato per chi la commette, ma non viene preso in considerazione il danno inferto all’altra persona: è il colpevole che compie atti impuri al centro dell’attenzione dell’istituzione ecclesiastica, non la sorte della vittima, sospettata comunque anch’essa di avere provato piacere, quindi di avere trasgredito al sesto comandamento.

    Una sbagliata concezione della sessualità e il rifiuto a passare dal peccato al reato stanno quindi all’origine dello scandalo che sta rovinando la chiesa.

    Tornando ai problemi della chiesa italiana, certo una indagine indipendente, con la prevedibile emersione di numerosi casi di abuso, le porterebbe, con le ovvie conseguenze di risarcimenti da pagare, una perdita economica gravissima, che significherebbe anche una perdita di potere sociale.

    Ed è anche vero che la disillusione spingerebbe molti credenti ad abbandonare la pratica religiosa, oltre che a cancellare l’8 per 1000.

    Ma questo abbandono temuto sta avvenendo lo stesso, se pure in modo meno clamoroso: le chiese dopo il Covid non sono tornate a riempirsi, quelli per cui la messa domenicale era solo un’abitudine hanno appunto perso l’abitudine.

    A questi si aggiungono coloro che vivono una grave delusione a proposito del clero, alimentata in misura determinante dagli abusi. In chiese come quelle tedesca e francese, la percezione di questa crisi è grave e allarmante.

    Da noi si fa finta di niente, senza pensare che lo scandalo degli abusi, e del modo in cui sono gestiti, costituisce un veleno sottile che sta corrodendo tutto, se non si pone pronto e coraggioso rimedio. Se non lo si affronta con verità e giustizia.

    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/pedofilia-perche-in-italia-i-preti-sotto-accusa-riescono-sempre-a-cavarsela-f4e89cl3

  • #ItalyChurchToo – COMUNICATO STAMPA – Primo report della CEI sugli abusi: dove sono giustizia e tutela delle vittime?

    #ItalyChurchToo – COMUNICATO STAMPA – Primo report della CEI sugli abusi: dove sono giustizia e tutela delle vittime?

    Il primo Report sugli abusi presentato dalla Conferenza episcopale italiana nasce gravemente compromesso e dimostra ancora una volta che la volontà di prendere le distanze dalla cultura dell’omertà e dell’insabbiamento non fa parte dell’agenda CEI.

    Esso si concentra più che altro sulle iniziative di formazione messe in atto, pretendendo di realizzare misure preventive senza verità e senza giustizia per le vittime. Il dato di 89 vittime nel periodo 2020-2021 solo nei Centri d’ascolto diocesani, più che illuminare un angolo buio, oscura la piena portata della verità: quante sono le vittime reali, se è lo stesso Report ad ammettere la scarsa interazione dei Servizi diocesani con le istituzioni civili?

    Esso nasce compromesso perché l’approccio stesso della CEI rivela che nulla è cambiato sotto il profilo della ricerca di verità e giustizia. A chiarirlo limpidamente ancora una volta è lo stesso presidente del Servizio tutela minori della Cei mons. Lorenzo Ghizzoni, non solo durante la Conferenza stampa di presentazione del Report alla presenza dei giornalisti, il 17 novembre, ma soprattutto due giorni dopo, a un convegno più “protetto” della Diocesi di Roma presso la Pontificia Università Lateranense, dal titolo “Dalla parte delle vittime”.

    Nel corso di questo convegno, infatti, mons. Ghizzoni

    • ha sparato a zero sulle commissioni indipendenti sul modello francese: «Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania»;

    • ha precisato che il caso di «un prete che abusa una sola volta perché magari ubriaco o perché provocato in situazioni provocanti» (sic) non è grave quanto quello di un abusatore seriale»;

    • ha aggiunto che gli enti indipendenti di ricerca «hanno fatto danni»;

    • ha ribadito che la CEI non costituirà «una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa»;

    • ha ridicolizzato l’iter di verità e giustizia affermando che alla CEI «non interessa mettere alla berlina preti e vescovi».

      Se la ricerca di giustizia, giusti processi e giuste condanne è percepita dai vescovi italiani in tal modo, si accentua la sensazione di trovarsi di fronte a una mera operazione di facciata.

    I DATI

    • Le cifre fornite nascondono una voragine prospettica; gravi le carenze nella base dati, ridicolo l’arco temporale di due anni e ancor più gravi le assenze, spesso ingiustificabili, come quella di quasi un quarto delle diocesi totali, ben sessanta, che non hanno dato risposte sulla propria attività.

    • Completamente omesso è nel Report l’ambito degli abusi nei confronti donne adulte e religiose e delle vittime di derive settarie.

    • Non sorprende che dei già pochi 90 Centri d’ascolto esistenti (che coprono solo il 70% delle diocesi) solo 30 abbiano ricevuto segnalazioni di abusi: una dimostrazione del fatto – già contestato da #ItalyChurchToo – che questo organismo non presenta le caratteristiche di terzietà atte a mettere la vittima nelle condizioni di denunciare in modo agevole e sereno.

    • La base temporale presa in considerazione dal Report – 2020-2021 – è del tutto insufficiente: ci si aspettava già da ora almeno i dati relativi agli ultimi 20 anni in possesso del Dicastero per la Dottrina della Fede, promessi lo scorso maggio, ma si è appreso che solo ora la CEI starebbe mettendo a punto il relativo protocollo di collaborazione. Per contro si apprende – in modo del tutto fortuito e non previsto, solo grazie alla domanda di un giornalista – un dato rilevante non espresso nel Report, relativo al numero di 613 fascicoli depositati dalle diocesi in Vaticano in vent’anni.

    GLI ALIBI

    È apparsa vistosa, alla conferenza stampa, l’assenza del cardinale Zuppi: proprio lui, che si era impegnato personalmente, da neopresidente della CEI, all’attenzione alle vittime e a portare avanti un dialogo con esse: se tale dialogo è stato avviato ma poi è cessato perché venuta meno la sua dimensione puramente confidenziale, come puntualizzato da Ghizzoni, è lecito chiedersi quale fosse, nelle premesse, la sua valenza politica e il suo senso profondo.

    Si persiste con il non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili da parte della struttura ecclesiastica, rimandando tale compito solo alla vittima, dalla quale ci si premura di raccogliere una dichiarazione impegnativa nel caso di rinuncia: un atto di malcelata autoprotezione che, in definitiva, mette a repentaglio le vittime, fornendo al vescovo l’alibi di aver esortato la vittima a sporgere denuncia. Ma il documento potrebbe avere rilevanza probatoria ed essere utilizzata in sede processuale civile, penale e canonica a vantaggio del presunto abusante allo scopo di screditare la vittima che in seguito decida di rivolgersi alle autorità civili.

    Viene poi vantata la partecipazione della Chiesa italiana all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile afferente al Ministero della Famiglia – della cui attività in questi anni non si hanno notizie – in veste di osservatore permanente sul fenomeno degli abusi nella società, quando invece dovrebbe essere messa sotto osservazione da enti terzi. Il patto scellerato di connivenza c’è ed è funzionale a dissimulare le disuguaglianze, oggi più che in passato. La lotta deve convergere con il movimento per i diritti civili, l’affermazione della parità di genere e dei princìpi costituzionalmente garantiti almeno sulla carta.

    E LE VITTIME?

    In tutto questo, dove sono le vittime? Risibili sono le «numerose opzioni» di accompagnamento offerte loro: tra di esse spiccano, per frequenza (ma senza raggiungere nemmeno la metà dei casi), quelli che appaiono in realtà prerequisiti: informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica e incontri con il vescovo. Per i presunti autori degli abusi, «percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico”, ma senza il necessario iter giuridico.

    Nel Report, poi, non si trova nemmeno una volta il termine “risarcimento”, passaggio doveroso nel percorso di riconoscimento delle responsabilità. Ma mons. Ghizzoni, al convegno “Dalla parte delle vittime” del 19 novembre, ha ribadito che risarcire non spetta alla Chiesa, semmai ai responsabili degli abusi nel momento in cui vengono condannati dalla magistratura civile. Un atteggiamento opaco e pilatesco, con cui si rimanda allo Stato la presa in carico dell’aspetto finanziario.

    Dal raffronto con quanto hanno posto in essere le Conferenze episcopali di altri Paesi (Francia, Germania e molti altri, come ben noto), la posizione, l’approccio e la dignità della Chiesa italiana escono demoliti e privi di credibilità. L’atteggiamento della gerarchia è disarmante e per nulla evangelico! Non basta che la Chiesa si spenda sui grandi temi che in fondo non la pongono in contrasto puntuale con la realtà nazionale e costano poco in termini di autocritica e di lavoro per recuperare credibilità. Quale il clericalismo da combattere? Quale la giustizia da praticare ? Quali verità da conseguire?

    Con la schiena dritta #ItalyChurchToo rinnova le sue pressanti richieste. In particolare:

    • creazione di commissioni indipendenti ed esterne da parte dello Stato e della Chiesa;

    • totale messa a disposizione degli archivi diocesani e di ogni istituzione della Chiesa;

    • individuazione e allontanamento immediato di chi ha omesso e coperto

    • denuncia all’autorità giudiziaria dei presunti colpevoli

    • ampliamento alla Chiesa della richiesta del certificato antipedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote per tutti coloro (educatori, volontari, ecc.) che entrano in contatto con i minori anche, ovviamente, all’interno delle strutture ecclesiali.

    Così non si va da nessuna parte: non si può fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.

  • Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

    Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

    Proprio qualche giorno fa avevamo parlato del report, appena pubblicato, che raccoglie tutti i casi di pedofilia all’interno della chiesa negli ultimi due anni.

    I casi segnalati, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone, di cui 61 nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”.

    Preti pedofili, preti condannati, preti in attesa di giudizio o preti scampati al giudizio. Tutti i casi sono stati raccolti dall’associazione “Rete l’Abuso“.

    Parliamo di un ente nato nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili, le quali, in occasione di un incontro internazionale a Roma, si rendono conto delle incredibili analogie tra i loro casi, tutti casi in cui l’abusatore è un sacerdote.

    Proprio lì avevamo individuato due casi relativi al nostro territorio: a Venaria e a Lombardore, dove due parroci, negli anni scorsi, sono stati condannati per abusi su minori.

    A capo dell’associazione c’è Francesco Zanardi, 52 anni e fondatore dell’associazione. Anche lui vittima di un prete pedofilo, tutto cominciò nel 1981 quando un prete della parrocchia Santissima Annunziata di Spotorno gli mise le mani addosso per la prima volta. “Avevo 11 anni, – ha raccontato in molte interviste – quasi 16 quando smise di toccarmi. Ma dovettero passarne altri 14 per capire quanto male mi aveva fatto”. 

    Francesco raccontaci chi sei, cos’è l’associazione, quando è nata?

    Ho 52 anni e sono un sopravvissuto ad un abuso. La nostra è un’associazione di sopravvissuti che nel 2010 a Roma si sono incontrati senza conoscersi, a Roma. Andavamo tutti a vedere una manifestazione in Vaticano di sopravvissuti agli abusi che arrivavano dagli Stati Uniti. 

    L’idea era di andare a vedere le vittime dei preti, un po’ dissociandoci dal fatto che anche noi lo eravamo. Da lì è iniziato un gruppo di “auto aiuto”. Abbiamo scoperto che eravamo prescritti, quello che avevamo subito non era percorribile dalla giustizia. Rimaneva sulla nostra pelle ma non c’era una porta da aprire per poter chiedere giustizia. C’è stata rabbia. Poi però ci è voluto poco per capire che le caratteristiche del pedofilo sono quelle delle recidività. Siamo quindi andati dove c’erano i preti che avevano abusato di noi e lì abbiamo trovato le vittime. Il mio prete è stato condannato non per i reati che ho subito io ma per quelli fatti ad altri ragazzini. Così è nata la voglia di capire, studiare strategie, diventare utili nel contesto sociale. 

    Però ci sono state difficoltà…

    Generalmente nei reati normali uno va alla polizia e denuncia i fatti, qui le cose vanno diversamente. Quando denunci i fatti su un prete la polizia manda alla Procura il fascicolo e per il protocollo addizionale dei Patti Laternanesi la Procura è tenuta ad avvisare il Vescovo che c’è una denuncia su quel sacerdote. In pratica vai a dire al Vescovo “coprilo”, vai a dire all’imputato è indagato. I Patti, poi, prevedono anche che i Vescovi possano anche non rispondere anche al Pubblico Ministero. Ci sono lacune ma si possono aggirare, l’associazione, per esempio, prima faceva le denunce. Ora le facciamo ancora ma prima procediamo con le “indagini”: audio, video, quando andiamo a fare denuncia c’è già materiale probatorio. Se il Vescovo o chi per esso cerca di fuorviare le indagini non può farlo.

    Prima mi hai detto che i reati che avevi subito erano prescritti quando ne hai preso coscienza. Ecco, quando ti sei accorto di quello che avevi subito? Quando hai capito che non doveva succedere?

    Te ne accorgi subito, è evidente. L’abuso sessuale di un minore, però, non è doloroso, il trauma non è nell’abuso sessuale. L’abuso sessuale va a devastare la psiche del minore, in quei momenti è devastante. Faccio un esempio: quando eri adolescente avevi delle musiche che ti caratterizzavano, la tua psiche si è formata con la musica e l’affettività, questa ha come sfera principale la sessualità. Distruggere quella sfera ad un bambino è devastante, crea nella sfere intorno alla sessualità un’azione distruttiva. 

    Questo è un danno che non riconosci subito, io l’ho riconosciuto a 40 anni, dopo un passato di tossicodipendenza, altri di alcolismo, altri al secondo o terzo tentativo sono riusciti ad ammazzarsi. Lo stupro lo riconosci ma non riconosci il danno. Non è piacevole, non ne esci con un braccio rotto. Finito l’atto resta lì, un bambino non sa che fare.

    Sul nostro territorio abbiamo due casi, a Venaria e Lombardore, di preti condannati per abusi… Spulciando i siti della diocesi, però, questi preti risultano ancora presenti. Come mai? Non vengono cacciati?

    La condanna che dà la chiesa è al massimo 5 anni di sospensione, mica vanno in carcere. Chi viene giudicato dalla chiesa ha una condanna molto blanda. Magari vanno in uno dei 23 centri di cura per i preti pedofili presenti nella penisola. Per le vittime, invece, ce ne sono zero.

    Quindi restano al loro posto?

    Vediamo il caso di Don Mauro Galli: la chiesa l’ha assolto. Don Luciano Massaferro, per esempio, è stato condannato a 6 anni e 8 mesi, se li è fatti, è uscito e gli stessi parrocchiani della diocesi di Albenga se lo sono ripreso. Noi l’abbiamo saputo causalmente da un parrocchiano che ce l’ha segnalato indignato. C’è il caso di Milano, dei fratelli Lucchini, denunciati uno per abuso di minore e uno per stupro di una donna. Quando abbiamo annunciato che uno dei due era stato condannato a 5 anni di sospensione ci hanno scritto che era ancora in Parrocchia insieme al fratello. E poi c’è il caso di don Silverio Mura…

    Raccontacelo

    Don Silverio Mura era a Napoli, l’abbiamo perso per 8 anni e poi è ricomparso a Montù Beccaria e si chiamava don Saverio Aversano.

    Cambiano anche nome…

    Si si, da Napoli gli rimbustavano la posta e la spedivano sotto falso nome, sfiora il ridicolo questa cosa.

    Quando ci siamo parlati prima dell’intervista mi hai detto che in Italia c’è un problema culturale, che l’opinione pubblica è indifferente rispetto a questo problema…

    Per punire i preti pedofili servirebbe un cambio legislativo, questo, però, richiederebbe una partecipazione delle persone e qui non c’è. In Italia non c’è, in molti altri paesi i cattolici sono scesi in piazza per chiedere pulizia, chiarezza. In Italia c’è uno stallo totale, anzi, la gente porta i figli in chiesa e quando succede qualcosa sono gli stessi parrocchiani che attaccano la vittima e non il prete. Il problema non è tanto di omertà ma culturale che va molto oltre. Si arriva il punto che non ci cerca di tutelare neanche il proprio figlio. Io non sono padre ma sarebbe difficile stare lì a guardare.

    Qualche giorno fa la Chiesa ha pubblicato un report sugli abusi, voi l’avete criticato ma lì ci sono comunque numeri importanti, giusto? 

    Si, parliamo di 89 casi in due anni di lockdown, sono tantini. Teniamo conto che non c’era neanche l’accesso agli sportelli diocesani, proprio per il lockdown. Tuttavia, il report di due anni fa sorridere, e le vittime precedenti? I numeri, comunque, sono elevati per essere solo di due anni. C’è un tema che riguarda anche il certificato anti pedofilia…

    Cioè?

    In Italia è stato introdotto però ha lasciato fuori una categoria: il volontariato, quella più a rischio, ma casualmente è quella alla quale appartiene il clero. Se io fossi un pedofilo e mi dicono che non posso più adescare nelle scuole ma posso andare nel volontariato ci vado. La pulsione mi porta lì. Forse è più adeguato andare in un ambiente di chiesa, vista l’omertà che c’è e il terrore dello scandalo. Se un pedofilo fa qualcosa di sbagliato in parrocchia al massimo viene mandato via. Non scatta quasi mai la denuncia.

    Il problema della pedofilia è più ampio nella chiesa che fuori? C’è una questione legata al ruolo, alla privazione del sesso?

    È un problema di formazione interno alla chiesa. Il problema del terrore del sesso, della sessuofobia radicata nella chiesa porta queste cose. Quando uno si trova la porta chiusa da una parte poi, in qualche modo, lo esterna. Secondo me il problema parte da lì, con un trauma, ne ho parlato con diversi psicologi. Parlando anche con preti pedofili mi sono fatto l’idea che questa privazione della sessualità crei grossi problemi

    Cioè?

    I ragazzini entravano in seminario a 10-11 anni, nel periodo dello sviluppo, quando i maschi si svegliano eiaculati alla mattina. Questa cosa veniva punita, questi maschi venivano mandati a pregare. Tutto ciò, in un bambino che sta maturando la sessualità, è altamente traumatico, sta cambiando il corpo e questo viene vissuto come un trauma. Tanti hanno avuto un blocco sessuale e la pedofilia spesso si sviluppa in età più avanzata quando queste persone, a 25 anni, si trovano a sviluppare la sessualità ma non sono capaci ad averla con persone della propria età. Questo spinge a tornare indietro, è un meccanismo psicologico, sei diventato grande ma torni dove ti sei fermato.

    E i numeri cosa dicono?

    Tra i laici abbiamo percentuali di pedofili del 1-2%, tra i preti siamo tra 6-7-8%, con un potenziale enorme, perché i preti stanno molto a contatto con i bambini. Poi c’è da dire un’altra cosa: il fatto di avere una sorta di protezione non spegne questo fenomeno, i preti vengono semplicemente spostati quando abusano di un minore. In Francia ci sono stati 216 mila vittime su 3 mila preti, in 70 anni. Vuol dire che ogni sacerdote francese, che è entrato in quell’indagine, ha stuprato in media a testa 72 bambini. È vero che c’è la pedofilia anche nelle famiglie ma io non ho mai visto un padre di famiglia riuscire a stuprare un numero così alto dei bambini.

    Tu credi in Dio?

    Non sono credente, al di là di questo non combatto questa battaglia per questo. Nel 2010 mi sono reso conto che questa battaglia era più difficile da combattere qui. Noi della Rete l’Abuso, prima di aprire un’associazione, ci siamo chiesti se ci fossero altre realtà in Italia. Qualcuno ha trovato enti ma quando hanno spiegato che erano stati abusati da preti si sono trovati la porta chiusa. Questo ha stimolato noi 8 a cercare una via di fuga. È nata l’associazione, tanti si sono uniti, siamo 2 mila sopravvissuti, siamo pochi perché chi denuncia, dicono le statistiche, è circa un 10% delle vittime.

    La politica se ne frega?

    Quanti politici avete visto appoggiare la questione? 

    Nessuno. Quindi cosa servirebbe?

    Dividiamo le cose: che la chiesa debba fare i suoi procedimenti è una cosa. Ma la chiesa dà solo sospensioni, mal che vada ti cacciano. Ma è un procedimento interno, qui manca tutta la parte della giustizia: il processo, l’imputato, il risarcimento e il riconoscimento dell’essere vittima. I tribunali canonici non sono paragonabili ai normali tribunali. Lì l’oggetto è Dio, è “Non commettere atti impuri”, non la parte lesa. Noi ci aspettiamo la giustizia per la vittima ma la vittima è quella che insieme al prete ha violato il sesto comandamento. L’ottica non è mica quella del reato sulla persona.

    Il tema è il peccato..

    Si, che li chiamino tribunali penali è un conto, li chiamino come vogliono, ma è sempre la Santa Inquisizione, alla fine quella è rimasta. Si sente parlare di tribunali della chiesa ma non sono come i nostri. Bisognerebbe andare a vedere cosa fanno quei tribunali, i tribunali della chiesa non agiscono in difesa della vittima. Anche nel report dell’altro giorno non c’è nulla per le vittime, tranne che il percorso spirituale e qualche assistenza psicologica. 

    Tutte cose inutili…

    Nel caso delle vittime dei preti l’omertà copre lo scandalo e copre anche la vittima. Io ho maturato il mio trauma a 40 anni, cosa faccio? Vado in analisi a 40 anni? Dopo che ho trovato il mio equilibrio? Un conto è prendere un ragazzino a 12 anni e riparare a quel trauma. Una persona che è arrivata a 40 anni cosa gli fai?

    Nella presentazione dei dati ho del report sugli abusi, ho sentito che si diceva anche che alla fine la pedofilia è un reato recente..

    In conferenza stampa hanno anche detto che sono 20 anni che la chiesa fa, che stanno iniziando a capire che forse c’è qualche sbaglio, davvero? Io penso che qui il criminale non sia tanto la chiesa ma chi glielo lascia fare: Stato e tutto il silenzio che c’è intorno.  

    https://www.giornalelavoce.it/video/attualita/526866/molestato-a-11-anni-da-un-prete-oggi-da-la-caccia-ai-pedofili-nella-chiesa.html

  • La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    di Vik van Brantegem, tratto da korazym.org 

    Oggi viene celebrata la II Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, un titolo lunghissimo di ben 16 parole, quasi un manifesto, da cui però è stata ommessa la parola che conta, come per nascondere di cosa si tratta in sostanza, di crimini sessuali. Si prega per le vittime e i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero della Chiesa cattolica in Italia, ed è cosa buona e giusta, ma dalla Chiesa Cattolica Romana in Italia si aspetta altro. Molto altro.

    E passo per quella “Chiesa italiana” al posto di “Chiesa in Italia”. Ormai, anche l’ignoranza ecclesiastica va a pari passi con l’insabbiamento dei reati degli abusi sessuali del clero da parte dei pastori. Finché la giustizia civile non se ne occupa.

    Dopo le preghiere, diamo il benvenuto anche al primo rapporto della Conferenza Episcopale Italiana, con i risultato dell’indagine sugli abusi sessuali negli ultimi 20 anni all’interno della Chiesa in Italia, che è stato presentato ieri a Roma da Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI; Mons. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della CEI; Don Gianluca Marchetti, Direttore del Servizio tutela minori della Diocesi di Bergamo; Sig.ra Chiara Griffini, Referente del Servizio tutela minori della Diocesi di Piacenza-Bobbio; Dott.ssa Barbara Parabaschi e Dott. Paolo Rizzi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

    Però, va osservato che si tratta di un’indagine non indipendente. Inoltre, fa riferimento agli abusi sessuali avvenuti solamente negli ultimi 20 anni e basandosi sui dati dei Servizi tutela minori delle diocesi, entrati in funzione appena due anni fa. Infine, non si può pensare di risolvere la questione con dei rapporti. Finché vescovi insabbiatori vengono lasciati al loro posto dal Papa della “tolleranza zero” e preti abusatori non vengono dimesso dallo stato clericale (e non solo dopo essere consegnati alla giustizia civile, cosa che avviene comunque in casi rari e solo a seguito di denunce da parte delle vittime), rimangono solo parole, parole e parole. Non basta fare rapporti sugli abusi sessuali commessi e denunciarli, occorre anche prevenirli. Res non verba!

    Al riguardo è intervenuto il teologo, psicologo e professore presso la Pontificia Università Gregoriana, Padre Hans Zollner, S.I., considerato uno dei maggiori esperti a livello mondiale nel campo della salvaguardia e prevenzione degli abusi sessuali, in una intervista a cura di Gabriele D’Amico, pubblicato il 16 novembre 2022 dal Quotidiano di Sicilia [QUI]: “Dobbiamo agire con onestà, anche quando si tratta di ammettere non solo errori ma anche abusi commessi da parte del clero. Io sono da sempre un avvocato per l’onestà e per la verità. Anche se ci costa ammettere che ci sono persone che hanno ferito la vita di coloro che gli sono stati affidati, soprattutto se si tratta di persone vulnerabili come i minori. Non aiuta rifugiarsi nel silenzio o nella negazione perché prima o poi verranno a galla la verità, i dati, i fatti. A quel punto seguirà una pesante perdita di credibilità della Chiesa, che è costruita sulla testimonianza di coerenza, misericordia e amore per l’altro. Questo fatto lo vediamo in tante parti del mondo, dove si discute molto di più degli abusi della Chiesa. Io mi aspetto che se ne cominci a parlare anche in Italia. Non vedo possibilità e opportunità di negare ciò che è successo in passato. Soprattutto perché dobbiamo fare di tutto perché i minori e i vulnerabili siano difesi. Oggi la prevenzione dipende anche dall’ammettere la realtà del passato”. E questo vediamo anche nella Chiesa in Italia, scandalosamente in ritardo.

    Alla domanda: “Una tendenza che è stata rilevata in alcuni dei casi di abuso è quella dei vescovi di “insabbiare” i reati dei loro preti. Questa tendenza a cosa è dovuta e come può essere superata dalla Chiesa?”, Padre Zollner ha risposto: “Come il Papa ha detto alcuni giorni fa alla CNN in Portogallo per un sacerdote abusatore non ci dovrebbe essere spazio nel ministero sacerdotale e quindi dovrebbe essere dimesso. Purtroppo per tanto tempo nella Chiesa universale il primo impulso era sempre la difesa delle istituzioni e dei sacerdoti ad oltranza anche se i superiori erano consapevoli dei crimini commessi. Volevano salvare il sacerdote anziché ascoltare la vittima. Volevano credere nelle confessioni dei rei che promettevano di migliorare e di non commettere di nuovo abuso e così sono caduti spesso nella trappola della falsa benevolenza. In molte parti del mondo la situazione è sempre a stessa: i sacerdoti vengono spostati da una diocesi all’altra, da un continente all’altro. Così alcuni vescovi hanno collaborato con il male dando la possibilità ad un abusatore di continuare ad abusare. Il Papa ha detto mille volte che non dovrebbe accadere”.

    A margine, un’osservazione nell’intervista di Padre Zollner degna di nota: “(…) non tutti i sacerdoti che abusano minori sono pedofili secondo la definizione psichiatrica che dice che i pedofili sono le persone che sono attratte dai minori prima dell’inizio della pubertà. La maggior parte degli abusatori del clero cattolico, da quello che possiamo sapere, abusano non bambini ma adolescenti” e i casi di pedofili “coincidono con una percentuale piccola di tutti gli abusatori di minori perché la stragrande maggioranza degli abusatori non sono pedofili né nella Chiesa né nella società”.

    In occasione di questa seconda giornata sugli abusi sessuali nella Chiesa e la pubblicazione del rapporto della CEI, ritorniamo sul caso della Diocesi di Piazza Armerina, di cui ci siamo occupato già a più riprese, a partire dal caso Rugolo e non solo. Il governo pastorale di questa diocesi in provincia di Enna continua ad essere affidato, con tutto quello che ne consegue, al Vescovo Rosario Gisana. Costoro continua a godere della fiducia dell’amico Papa Francesco, secondo la consolidata prassi peronista: “Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia” [QUI]. E quindi, non viene “sacrificato sull’altare dell’ipocrisia”, come altri e per molto meno.

    Il tema che accompagna questa seconda giornata di preghiera è tratto dal Salmo 147: «”Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite”. Dal dolore alla consolazione». Però, nella Diocesi di Piazza Armerina di consolazione non c’è traccia, mentre di dolore se ne è tanto. Sul sito e sulla pagina Facebook della Diocesi di Piazza Armerina non abbiamo trovato traccia della seconda giornata di preghiera di oggi (a differenza di tante altre diocesi. In fin dei conti è anche meglio così, perché non è concepibile una presenza del Vescovo Rosario Gisana in quel contesto.

    La Diocesi di Piazza Armerina – già in difficoltà per il caso di Don Giuseppe Rugolo, a processo per violenza sessuale aggravata su tre minori secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale, e per il caso di Don Giovanni Tandurella – ha espresso in una nota, pubblicato sul sito diocesano, la sua fiducia nella giustizia per fare chiarezza sul caso del Cappellano del Carcere di Enna, Fra Rosario Buccheri, OFM Conv, arrestato in flagrante per spaccio, vicenda definita dolorosa. La nona udienza per il Caso Rugolo si è svolta il 3 novembre 2022 [QUI] e la prossima è prevista per il 17 gennaio 2023.

    Di seguito condividiamo un articolo – che offre un riassunto delle condizioni penose in cui si trova da Diocesi di Piazza Armerina sotto il governo di Mons. Rosario Gisana – pubblicato alcuni giorni fa da Domani nell’ambito dell’inchiesta della testata su La violenza nella Chiesa, a cura di Federica Tourn.

    I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

    Processo esplosivo

    Per il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso [QUI], durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso». Giuseppe Rugolo è accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, di fronte alle domande del procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla sostituta Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta [QUI].

    Pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con la cosiddetta “indagine previa” (il procedimento ecclesiastico che si è chiuso con un nulla di fatto) e il conseguente trasferimento di Rugolo a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli. Invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, che abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022. Ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti. Dagli atti del processo e dal dibattimento a porte chiuse emerge un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare il proprio buon nome, anche a costo di compromettere la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché la chiesa li protegge con il silenzio anche di fronte alle denunce delle vittime. Durante una telefonata con lo stesso imputato, intercettata dagli inquirenti, Gisana ammette apertamente di averlo coperto: «Il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021 [arrestato il 27 aprile 2021, con l’accusa di violenza sessuale aggravata su tre minori, ha scontato al seminario dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchia (dove l’avevo spedito Mons. Rosario Gisana) 13 mesi di arresti domiciliari (a suo tempo disposti dal Gip Luisa Maria Bruno per il rischio della reiterazione del reato e la tendenza dell’indagato «a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata») e poi sottoposto all’obbligo di permanenza notturna], però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi di Piazza Armerina, casi delicati di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti.

    I silenzi del vescovo

    «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma a Domani Antonio Messina – sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a promuovere con nuovi incarichi in diocesi». Da un’intercettazione letta in aula si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non lo abbia mai denunciato perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – nota Messina, l’accusatore di Rugolo – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio. In udienza, alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di parte civile Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

    Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si è “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’è quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019 per violenza sessuale su una ragazzina minorenne. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, qualche anno prima il prete, oggi 81enne, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente ad andare da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Eppure Iannì nel 2018 è stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

    «Oltre a questi – spiega Messina – avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna». Rugolo è accusato di aver abusato di Messina, oggi 29enne, dal 2009 al 2013. Poco tempo dopo il ragazzo ha rivelato alla diocesi tutte queste cose.

    «Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori», accusa.

    Ancora a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio lo scorso febbraio per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua 2022, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

    Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai informare le autorità civili. All’agenzia Ansa, quando è scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla richiesta di spiegazioni sul sacerdote accusato di avere abusato di un minore, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

    Il sacramento come arma

    Il sacramento della confessione è infatti l’arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata dei fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era andato da lui a denunciare di aver subito molestie da Rugolo.

    Dalle intercettazioni emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da discutere con il fido Rivoli di come riparlarne in un secondo tempo: «E quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere consigli su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

    Gli intrighi a Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario Rivoli, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge di sera e in borghese.

    Omertà e veleni

    Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) in un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio scorso.

    È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

    Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e il peccato e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di Leonardo Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo.

    Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso un periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

    I soldi dell’8 per mille

    Monsignor Gisana, con il suo prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suoi preti peccatori come un padre premuroso fa con i figli. Anche assistendoli economicamente con i fondi dell’8 per mille. Come si apprende in udienza, ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2021 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta. Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’8 per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

    Prete, “buttana” e “troia”

    Il vicario generale Rivoli, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre in privato non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti.

    Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo. Qui la torbida vicenda assume i toni del più crudo neorealismo. Il vescovo Gisana al telefono spaccia a un altro prete, tale don Angelo, la teoria che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «Tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta la vittima di Rugolo – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

    Omofobia e pregiudizi vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie. Eppure Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo vittima di abusi.

    Che cosa dirà la Cei?

    Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco sulla tolleranza zero per gli abusi contro i minori e sulla conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei (Conferenza Episcopale Italiana) il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi? Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

  • Preti e pedofilia, noi cattolici cinici

    Preti e pedofilia, noi cattolici cinici

    Lucetta Scaraffia LA STAMPA – La colpa è nostra. La colpa è di noi, cattolici italiani, che – nonostante i tanti scandali, le tante prove (basta dare un’occhiata al sito della rete l’abuso)- non siamo stati capaci di chiedere alla conferenza episcopale una indagine vera, autonoma, sugli abusi commessi dal clero nel nostro paese, come è stato fatto dai cattolici francesi e dai cattolici portoghesi, che hanno obbligato a questa scelta le loro gerarchie ecclesiastiche. E neppure i laici se ne sono interessati, mettendo ad esempio in campo una inchiesta come ha fatto in Spagna il quotidiano laico Pais.

    Noi cattolici italiani siamo evidentemente cattolici  cinici. Per noi evidentemente la chiesa non è un luogo dello spirito ma una semplice istituzione di potere a cui è più prudente non contrapporsi. Mai. Solo questo può spiegare il fatto che i vescovi italiani e il loro presidente ci presentino una inchiesta che non è possibile definire altro che vergognosa, spacciandola per un lodevole passo  avanti nella lotta contro gli abusi. Una inchiesta che si basa solo sugli ultimi due anni, cioè gli unici in cui sono stati aperti – e neppure in tutte le diocesi – appositi centri di ascolto per le vittime.

    Una inchiesta infine che non tiene conto delle denunce presso alla giustizia penale italiana, quasi che  tutti dovessero e potessero fidarsi dell’autorità diocesana e delle sue pseudo indagini. Una inchiesta quella della CEI, che già nel titolo Proteggere, prevenire, formare rivela che i vescovi preferiscono non parlare di giustizia. L’attività prevalente di tutti i centri, di tutte le commissioni (sempre numerose e così inutili che spesso non sono neppure mai convocate ) che la chiesa mette in campo è la “formazione”.

    Un termine passepartout continuamente usato nel mondo ecclesiastico per coprire imbarazzi, per soffocare scandali o conflitti interni. Ma il clero italiano ha veramente bisogno di una formazione apposita per sapere che non bisogna abusare di minori e di donne? C’è bisogno veramente di una formazione perché i fedeli si accorgano se cominciano a intercorrere rapporti inappropriati fra un prete e dei giovani? Quello che è necessario piuttosto è coraggio, è soprattutto farla finita con l’antica abitudine clericale di soffocamento degli scandali, alla prassi di far finta sempre di non vedere. E sia chiaro: un eventuale cambiamento del genere sarà vero e credibile solo se i colpevoli verranno riconosciuti e puniti, se no tutto il resto è finzione e aria fritta.

    Come è finzione riempire di psicologi e educatori i centri di ascolto dedicati alle vittime: quasi che il problema fosse ridurre l’abuso a un problema psicologico personale delle vittime stesse e non innanzi tutto un reato da denunciare. Del resto, non a caso anche per i colpevoli il documento della CEI  parla sempre di rieducazione, assistenza…mai di denuncia.

    Si, ci sono soprattutto laici, in questi centri di ascolto, anche un buon numero di donne. Ma chi sono?  Uno almeno so chi è, è l’avvocato che abitualmente difende i preti abusatori. Che è come dire mettere le vittime nella bocca del lupo. Il metodo dei centri è il preludio per passare  al patteggiamento. Quel patteggiamento per  in cui una famiglia indigente – i minori abusati sono sempre poveri – riceve una somma risibile in cambio del silenzio.

    I centri di ascolto sono minuziosamente monitorati dalle gerarchie diocesane, sono ben attenti a non informare l’opinione pubblica, vivono in una atmosfera di soffocamento  forte; solo in Calabria, pare, hanno stabilito un rapporto con il Tribunale dei minori. Vantano pure una fitta attività di messe per le vittime, in cui, però, non si chiede mai perdono. Quale differenza con la chiesa francese! La quale ha avuto il coraggio di dar vita a una inchiesta indipendente e di avviare un percorso liturgico di perdono da parte della Chiesa, oltre che preoccuparsi di risarcire dei danni le vittime.

    Nella chiesa italiana invece nulla di tutto questo. La chiesa italiana preferisce tenere gli occhi chiusi fingendo di aprirli. Ma davvero ci meritiamo una chiesa siffatta?

    Lucetta Scaraffia – LA STAMPA del 19 novembre 2022 pag. 27

  • La chiesa italiana denuncia gli abusi sessuali come uno ‘scherzo’ dicono i gruppi delle vittime

    La chiesa italiana denuncia gli abusi sessuali come uno ‘scherzo’ dicono i gruppi delle vittime

    La chiesa cattolica italiana ha identificato 68 presunti autori di abusi in un’indagine sull’abuso sessuale di bambini e individui vulnerabili che copre un periodo di soli due anni – un lasso di tempo criticato dai difensori delle vittime come uno “scherzo”.

    La cifra è sorprendentemente alta dato che l’indagine ha riguardato solo il periodo 2020-2021 e si riferiva solo ai dati forniti dai “centri di ascolto” istituiti dalle diocesi di tutta Italia nel 2019 appositamente per ricevere denunce di abusi.

    Il rapporto, parte della prima inchiesta della chiesa sugli abusi nei suoi ranghi, è stato pubblicato giovedì dalla conferenza episcopale italiana. Ha rilevato che 89 persone avevano presentato accuse contro 68 sospetti abusatori, tra cui sacerdoti e laici, inclusi operatori della chiesa e insegnanti di religione.

    Delle 89 denunce, 12 riguardavano bambini di età inferiore ai 10 anni e 61 provenivano da bambini di età compresa tra 10 e 18 anni. Sedici delle presunte vittime avevano più di 18 anni, un gruppo definito dalla chiesa come “individui vulnerabili”.

    È in corso un’indagine separata incentrata su accuse risalenti al 2000, anche se non è chiaro quando verranno pubblicati i risultati.

    Una rete di gruppi di vittime, associazioni religiose e laiche aveva spinto affinché lo Stato italiano commissionasse un’inchiesta indipendente, simile a quelle commissionate negli Stati Uniti, in Irlanda, Cile, Francia e Germania, che rivelassero la schiacciante portata di abusi e tentativi sessuali dalla chiesa cattolica in quei paesi per coprirlo.

    Sulla base delle cifre annunciate nel rapporto di giovedì, Francesco Zanardi, che ha fondato Rete L’Abuso, la principale associazione di vittime in Italia, ha stimato che il numero delle vittime di abusi sessuali negli ultimi 22 anni potrebbe essere di quasi 2.000.

    “Era già deludente che il rapporto scartasse le accuse fatte prima del 2000”, ha detto Zanardi. «Sessantotto maltrattanti in soli due anni indicano che c’è un problema, ma i tempi della denuncia sono una beffa ed escludono un mucchio di cifre, non ci sono dati dei magistrati o di Rete L’Abuso. Hanno fatto riferimento solo ai “centri di ascolto”. Questo rapporto è vergognosamente inadeguato”.

    Il Vaticano detiene fascicoli su 613 casi di abusi segnalati dall’Italia risalenti al 2000.

    L’arcivescovo Lorenzo Ghizzoni ha detto in conferenza stampa che il rapporto era “solo l’inizio”, aggiungendo che la consapevolezza della gravità degli abusi sessuali sui bambini all’interno della chiesa cattolica era cresciuta e che il vero cambiamento è iniziato “quando abbiamo iniziato a metterci nei panni di le vittime”.

    “Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e iniziare a tenere conto di questo fattore ha significato che abbiamo iniziato a cambiare seriamente il nostro stile”, ha detto Ghizzoni.

    Tuttavia, ha ribadito che “il 93% dei casi di abuso avviene in famiglia o all’interno del ‘cerchio di fiducia’ creato in ambienti frequentati da minori”. “È ora che i panni sporchi non vengano più lavati in famiglia”, ha detto. “Dobbiamo farlo come Chiesa, ma questa consapevolezza deve crescere in tutti gli ambiti della società civile”.

    Ghizzoni ha affermato che è un “obbligo morale” denunciare le accuse di abuso, anche se non è chiaro a quali rapporti di autorità si debba fare riferimento.

    I difensori delle vittime hanno ripetutamente chiesto allo Stato italiano di consegnare alla giustizia i preti pedofili e di elaborare un piano per proteggere i bambini dagli abusi sessuali da parte del clero.

    Un trattato tra il governo italiano e il Vaticano significa che la maggior parte delle indagini sugli abusi sui minori in Italia vengono svolte dietro un muro di segretezza all’interno della giurisdizione della Santa Sede. Se giudicati colpevoli da un tribunale vaticano, la maggior parte dei sacerdoti finisce per essere trasferita in una nuova diocesi piuttosto che essere destituita o incarcerata. Di quelli giudicati colpevoli da un tribunale italiano, pochi sono incarcerati.

    I risultati di un’inchiesta in Francia resi noti lo scorso anno hanno rilevato che 216.000 bambini sono stati abusati dal clero in sette decenni. Un rapporto in Germania ha criticato l’ex papa Benedetto XVI per la presunta mancata azione contro quattro sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori quando era arcivescovo di Monaco tra il 1977 e il 1982.

    “È vergognoso che lo Stato italiano non faccia nulla al riguardo”, ha detto Zanardi. “Nei Paesi normali c’è stata un’inchiesta indipendente, ma non in Italia. Qualcosa non torna”.

    Cristina Balestrini, che guida un gruppo per le vittime di abusi e le loro famiglie, ha dichiarato: “È scandaloso. Questo rapporto non parla di aiutare le vittime o di ottenere giustizia per loro. Qual’è il punto?”

    https://www.theguardian.com/world/2022/nov/17/italy-church-report-into-sexual-abuses-a-joke-say-victims-groups

  • Rete l’Abuso: «Report deludente, utile solo alla Cei»

    Rete l’Abuso: «Report deludente, utile solo alla Cei»

    «È un report assolutamente deludente, serve alla Cei solo per poter dire di aver fatto qualcosa. Nulla di paragonabile con quello realizzato da altri episcopati in altri Paesi europei, come ad esempio in Francia».

    È molto severo il giudizio di Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole dal tribunale, anche se diversi reati sono caduti in prescrizione grazie alle complici omissioni del suo vescovo che lo ha protetto per anni.

    Zanardi quali sono i limiti dell’indagine commissionata dalla Cei?

    Il report già nasceva male, perché avrebbe dovuto coprire un arco temporale limitato, ovvero dal 2000 a oggi, analizzando i dati provenienti dal Dicastero per la dottrina della fede e dalle diocesi. Ma quello che è stato presentato oggi (ieri per chi legge, ndr) è peggiore del previsto: non venti ma due anni, 2020 e 2021, e solo sulla base dei dati dei servizi diocesani per la tutela dei minori, fra l’altro in piena emergenza Covid, per cui non so quanti abbiano potuto recarsi agli sportelli. E anche sull’indipendenza della commissione si potrebbe discutere.

    È stato realizzato dall’università cattolica del Sacro Cuore di Piacenza…

    Appunto. Si dice che non si tratta della Chiesa, quindi è indipendente. Ma di chi è l’università cattolica?

    Quali sono gli altri punti deboli?

    Sono esclusi dal report tutti i casi segnalati al Dicastero per la dottrina della fede, che peraltro abbiamo scoperto non essere poche decine, ma oltre seicento, in vent’anni: ce li faranno sapere, ma non si sa né come né quando. Poi non sono state prese in considerazione le denunce alla magistratura. E non sono stati utilizzati i dati in possesso delle associazioni delle vittime: solo con la Rete l’Abuso abbiamo segnalato 370 casi in quindici anni.

    Non siete stati interpellati?

    No. Mesi fa ho incontrato il presidente della Cei cardinale Zuppi, mi avrebbe dovuto contattare monsignor Ghizzoni, ma sto ancora aspettando la telefonata.

    Cosa ne pensano le vittime?

    Semplicemente non esistono. Non si parla di indennizzi e solo il 14% delle diocesi ha avviato un sostegno psicologico per le vittime, a fronte di 23 case per preti pedofili, dove dicono di curarli, spesso sottraendoli alla giustizia. Inoltre dei casi elencati, non si dice dove sono accaduti, chi sono le persone coinvolte e dove stanno adesso. Contro i preti si possono prendere dei provvedimenti canonici. Ma nei confronti dei laici? Andrebbero denunciati alla magistratura. È stato fatto? Direi di no, quindi sono invisibili.

    L’obbligo di certificato antipedofilia potrebbe aiutare?

    È quello che chiediamo da anni, come strumento di prevenzione. Ma il volontariato, e quindi le strutture ecclesiastiche e religiose, sono esentate. In questo modo gli spazi ecclesiali sono una sorta di zona franca dove un pedofilo che è già stato denunciato ha libero accesso, a differenza di altri luoghi, come ad esempio la scuola. A questo poi va aggiunto che, siccome negli ambienti religiosi si ha paura dello scandalo pubblico, paradossalmente per un pedofilo sono spazi protetti, perché sa che, anche se scoperto, difficilmente verrà denunciato.

    Insomma il report è tutto da buttare?

    No. Nonostante tutte le lacune, dal report emerge un dato sicuramente in difetto ma comunque di grandi dimensioni: si tende a minimizzare, ma 89 casi denunciati in appena due anni non sono affatto pochi.

    https://ilmanifesto.it/report-deludente-utile-solo-alla-cei