Silvano Fuso per Micromega – La scomparsa di Joseph Ratzinger ha suscitato molti commenti in cui, sottolineando la finezza intellettuale del pontefice emerito scomparso, si evidenzia come in lui fede e ragione abbiano convissuto armoniosamente. Spesso, inoltre, Ratzinger viene ritratto come il papa del dialogo, animato da una ricerca teologica il cui filo conduttore è appunto l’equilibrio tra ragione e fede.
Categoria: Cronaca e News
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Ratzinger, il tribunale tedesco cerca gli eredi: va avanti l’inchiesta sull’insabbiamento del caso di pedofilia
L’indagine a carico di Joseph Ratzinger in Germania proseguirà anche dopo la morte del papa emerito Benedetto XVI.
Come ha confermato la portavoce del tribunale di Traunstein all’Ansa, Andrea Titz: «Il procedimento andrà avanti a carico degli eredi», anche se lo stesso tribunale ammette che si dovrà accertare se esistano o meno gli eredi del pontefice scomparso il 31 dicembre all’età di 95 anni. Contro il Papa emerito aveva sporto denuncia in sede civile il 22 giugno scorso, un 38enne della Baviera che ha affermato di essere stato vittima di abusi sessuali da parte del prete pedofilo Peter H e accusato, inoltre, Ratzinger di essere «a conoscenza della situazione», ma «di non aver fatto abbastanza».
All’epoca dei fatti, il 38enne, che si faceva chiamare dai media tedeschi Julian Schwarz, aveva tra gli 11 e i 12 anni quando don Peter gli mostrò dei video porno e abusò di lui sessualmente. «Il prete ha praticamente fatto addormentare l’intera comunità – aveva denunciato l’uomo – e ha venduto molto bene la sua versione», secondo cui un pastore non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere.
Con la denuncia presentata in Tribunale, l’allora avvocato di Julian chiedeva la valutazione di un’eventuale risarcimento danni per l’abuso sessuali subito all’epoca dal suo assistito. Nelle carte presentate era inoltre stato inserito anche un rapporto sugli abusi stilato dallo studio legale di Monaco Wsw, oltre che una sentenza del tribunale ecclesiastico sul caso di padre Peter H.
Ora l’oggetto dell’inchiesta è capire se Joseph Ratzinger, all’epoca arcivescovo di Monaco, sia stato responsabile dell’occultamento dei casi di abuso. L’ultimo atto di questa vicenda risale all’8 novembre scorso, quando lo stesso Papa emerito aveva annunciato di volersi difendere dalle accuse del 38enne della Baviera.
https://www.open.online/2023/01/02/germania-tribunale-traunstein-azione-penale-denuncia-insabbiamento-caso-pedofilia/
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R come Rupnik, come Ribes? R come “Rape Culture”
Il caso recentemente emerso degli abusi perpetrati dal gesuita p. Marko Rupnik non rappresenta nulla di nuovo in ambito ecclesiastico.
L’unico elemento di novità è costituito dalla notorietà del soggetto, tenuto in altissima considerazione e venerato tanto da raggiungere una sorta di intoccabilità. Per il resto, le dinamiche emerse non mostrano altro che un sistema consolidato:
– di reti di potere, rinsaldate dall’appartenenza a un grande Ordine religioso;
– di perversione del potere, che usa il sacro per mistificare;
– di massimo controllo sulle vittime e di assoggettamento del loro pensiero, delle azioni e delle scelte;
– di coperture rese possibili da un meccanismo di opacità e omertà, dal culto idolatrico della personalità e dalla mancanza di credibilità attribuita alle vittime per il solo fatto di essere donne adulte.La stessa richiesta della Compagnia di Gesù alle vittime di farsi avanti, dopo un’altalena di affermazioni contraddittorie e tutt’altro che trasparenti, risponde a una logica di svalutazione delle persone coinvolte, la
cui sfiducia nell’istituzione sarebbe più che legittima.Il singolo caso, nei suoi elementi strutturali, assomiglia a tanti altri: uno per tutti, impressionante anche per l’identico contesto artistico, è quello del francese p. Louis Ribes, il “Picasso della Chiesa”, accusato di aver abusato sessualmente di decine di bambini e bambine, dopo averli convinti a posare per le sue opere.
Occorre tuttavia superare la frammentarietà dei singoli casi, soprattutto per risalire il fiume e individuare e riconoscere le radici strutturali degli abusi, frutto di una cultura pervasiva ben salda nella Chiesa cattolica:
– una teologia del ministero ordinato che divinizza il prete (alter Christus, ipse Christus), ponendolo in una posizione asimmetrica di superiorità e persino di differenza d’essenza (cf. LG 10) rispetto al resto del popolo cattolico, in particolare rispetto alle donne.Questa posizione apre la strada ad abusi affettivi, di potere, psicologici, spirituali, sessuali e patrimoniali, e consente al prete predatore, con il suo corredo di mistificazioni teologiche tese a legittimare i suoi atti, di manipolare le vittime e di risultare più credibile della vittima che lo denuncia.
– La negazione e l’annullamento della dimensione sessuale con ricadute devastanti sulla vita dei preti; esiste nel clero un analfabetismo affettivo e relazionale di gravissimo livello, in contraddizione con il ruolo di guida che ricopre di fatto perfino nelle relazioni intime dei fedeli.Il celibato ministeriale obbligatorio, spesso unicamente di facciata, è funzionale tuttavia ad avvalorare la qualità ascetica e superiore del prete stesso; la sessualità umana, compressa e repressa, ne viene patologizzata e pervertita, privata spesso della dimensione relazionale-empatica
e trasformata così in puro strumento di gratificazione autoreferenziale e strumento di controllo e potere sulle persone.
– Una svalutazione delle donne, ancora trattate, nella pratica e nonostante proclami di ogni sorta, come esseri di serie B. Una svalutazione veicolata tramite una mariologia mistificante, strumentalmente tesa a trasmettere un ideale femminile di superiorità fittizia, docilità e obbedienza, che nega in definitiva un piano di parità con gli uomini; una svalutazione che va ricondotta alla «logica del dominio del chierico maschio “ontologicamente superiore”» (cfr. comunicato del 22/12 del gruppo “Re-in-surrezione”).
– Una vita consacrata femminile nella quale difficilmente le capacità intellettuali sono fatte crescere, i talenti alimentati, le competenze valorizzate, a tutto favore di una permanenza delle religiose in un ruolo di subalternità, non di rado ben poco rispettoso della dignità e dell’autonomia della persona.
– Una permanente tutela dell’istituzione a fronte del diritto alla giustizia, alla verità e alla dignità delle vittime e dei sopravvissuti/e ad abusi perpetrati dal clero, che si tratti di bambini, di donne o di persone in situazione di vulnerabilità; una tutela dell’istituzione che si nutre di omertà, di mancanza di trasparenza, di conservazione di equilibri di potere, di ritorsioni; che esprime viltà, disonestà intellettuale e quanto di più lontano dal messaggio evangelico; che porta a una rivittimizzazione delle persone colpite, le quali si sentono tradite per la seconda volta da quell’istituzione che hanno chiamato “madre” e da quegli uomini che hanno chiamato “padre”.
– Una giustizia canonica opaca e “personalizzabile” che si flette e si torce sempre e solo in difesa dell’imputato e a misura della sua grandezza e fama; che non conosce trasparenza né comunicazione pubblica e si aggrappa alla decadenza dei termini per salvare il colpevole; che nel nostro Paese, svincolata da qualsivoglia obbligo giuridico di denuncia alla giustizia laica, spesso abbandona la vittima al suo destino, nell’impunità consentita dall’assenza totale di vigilanza e attenzione dello Stato nei confronti di ogni tipo di abuso perpetuato nella Chiesa.Le dinamiche dolorosamente – ma opportunamente – narrate dalla stampa, cui va ascritto il merito di aver fatto emergere il caso Rupnik, non hanno trovato nessuno di noi impreparato. L’abuso – affettivo, di potere, psicologico, spirituale, sessuale, patrimoniale – è insito nella cultura stessa, autoreferenziale e autoprotettiva, dell’istituzione, rimasta essenzialmente clericocentrica nonostante il Concilio Vaticano II.
È ora che la base cattolica e la cittadinanza aprano gli occhi e gridino il loro “basta!” davanti a questo sfiguramento della dignità e dei diritti umani; che le vittime possano prendere la parola e testimoniare apertamente, senza timore di non essere credute o di ritorsioni, questo scempio fatto in nome del Vangelo; che le donne nella vita consacrata pretendano strumenti di emancipazione, formazione, discernimento e autonomia; che la gerarchia della Chiesa si occupi in primo luogo di chi è stato ferito, annientato, ucciso nello spirito, quando non anche nel corpo.
https://italychurchtoo.it/2023/01/r-come-rupnik-come-ribes-r-come-rape-culture/
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Il caso Rupnik e la morale cattolica che va a farsi benedire
Il “caso Rupnik” – le accuse di violenza e abuso sessuale mosse da alcune suore nei confronti del cardinale gesuita, ndr – si è arricchito, da qualche giorno, di nuovi e più sconvolgenti elementi.
Due donne per anni vicine al gesuita sloveno hanno iniziato a parlare. Una prima testimonianza è stata raccolta da Federico Tulli e pubblicata su Left; una seconda è stata affidata da una ex consacrata a Federica Tourn e pubblicata su Domani. È proprio al contenuto di quest’ultima che si ispirano le riflessioni che seguono. L’autenticità del racconto di Anna, questo il nome di fantasia scelto per designarla, non è naturalmente da me verificabile e tuttavia a me la sua storia pare fortemente verosimile.
Prima considerazione: Rupnik ha usato il suo potere pastorale di guida spirituale per ottenere dei favori sessuali e per subordinare completamente una donna. Il potere del gesuita su Anna e su chissà quante altre donne per qualche ragione altrettanto vulnerabili è stato illimitato, senza confini: l’ha sedotta fino al punto da indurla a farsi monaca per stargli accanto. In seguito, quando lei minacciò di denunciarlo lui rispose dileggiandola: “chi vuoi che ti creda? se parli ti faccio passare per matta”. E in altre occasioni Rupnik parlò apertamente delle sue “tattiche per ammorbidire quelle che gli resistevano”, facendosi così vanto della sua capacità di manipolare e coartare altre persone.
Tutti questi sono stati gesti e parole di Rupnik, ma per me non sono nuovi perché li ho sentiti riportare in una forma pressoché identica molte altre volte dalle vittime di altri “preti carismatici” che ho incontrato in questi anni. Le parole e i gesti sono di Rupnik, ma il suo potere il gesuita lo ha ricavato in larghissima misura dal credito che gli ha dato la Chiesa Cattolica, dall’investitura gigantesca che la sua produzione artistica e teologica ha ricevuto da Roma, dalla possibilità che gli è stata fornita di avere per qualche tempo una comunità femminile completamente isolata dal resto del mondo a sua disposizione. Seconda considerazione: può darsi che all’inizio della sua carriera clericale Rupnik ci abbia anche creduto al celibato, alla castità e a tutto l’armamentario cattolico sul sacerdozio.
È evidente però che, se quel che dice Anna corrisponde a verità, a tutte quelle norme Rupnik non crede più da molto tempo. In lui, come in molti altri preti che fanno cose simili alle sue, il linguaggio religioso e sacrale si è mescolato, nella sfera privata, a quello sessuale: la bocca da baciare è diventato l’altare, la trinità è diventata la metafora del triangolo amoroso, le carezze e i rapporti intimi sono stati continuamente rappresentati ricorrendo a espressioni religiose.
Una ragazza incorsa in una storia analoga a quella di Anna mi raccontò un giorno che il suo “padre spirituale”, dopo averla indotta ad avere un rapporto sessuale, le citava, sorridendo e riferendosi alla loro relazione, la “felice colpa” menzionata in tante omelie a proposito del peccato originale. Rupnik e quell’altro prete hanno assimilato tutte quelle espressioni dottrinali negli anni di formazione e in quelli di sacerdozio, ma le hanno poi usate a modo loro, le hanno personalizzate e indirizzate a costruire un sistema di potere che prevede la dominazione e la subordinazione di altre persone.
Anche questa per me non è una sorpresa, ma una conferma del fatto che le norme sul celibato e la castità sono feroci e inderogabili solo sulla carta. Nel corso della loro carriera molti sacerdoti fanno, al riparo dallo sguardo dei fedeli con i quali mantengono tutt’altro contegno, un uso “creativo” dei contenuti religiosi che hanno appreso, combinandoli in vario modo con le proprie emozioni, desideri e progetti. Aggiungendovi una propria cifra: talvolta cinica, talaltra realmente umana e dolorosa. È un meccanismo universale nel rapporto tra esseri umani e istituzioni a cui la Chiesa Cattolica non si sottrae, dal momento che, al pari di tutte le altre, è un’organizzazione umana e di umani.
Terza considerazione: la sessualità di Rupnik che emerge dall’intervista è compulsiva, violenta e anaffettiva. Il gesuita è insaziabile e va a letto con decine di suore dello stesso convento; la sua è una sessualità aggressiva: Anna racconta di aver perso la verginità in seguito a una masturbazione violenta; Rupnik è ossessionato dai rapporti orali, probabilmente preferiti perché non rischiano di generare una gravidanza indesiderata (con tutto quello che questa comporta per un sacerdote). Anche in questo caso nulla di sorprendente. Lavorando alla Casta dei casti, ascoltando tanti racconti di vita affettiva e sessuale, ho avuto più volte l’impressione che tanti preti abbiano un’attività sessuale intensissima, molto superiore a quella media della popolazione “laica”.
Quanto poi alla violenza essa mi pare legata a un’immaturità di fondo e all’incapacità, o alla mancata volontà, di costruire, attraverso l’eros, un’autentica relazione affettiva, caratterizzata dalla parità, dal reciproco riconoscimento e dal rispetto dell’altro. Il “sesso da preti” molto spesso non ha niente a che fare con l’amore. È sesso e basta senza l’ombra di un sentimento. Quarta e ultima considerazione: ad un certo punto Anna ha chiesto aiuto e ha denunciato la situazione che si era creata con Rupnik. Nessuno l’ha ascoltata. Anzi, il consigliere spirituale di Rupnik, non appena lei fa cenno alla relazione con il gesuita sloveno, si rifiuta di confessarla e la invita a lasciare la vita consacrata senza menzionare il vero motivo delle dimissioni.
La superiora, una volta conosciuta la sua situazione, la punisce destinandola alla cucina del convento e dice a lei che è posseduta dal demonio e alla famiglia che è schizofrenica. I vescovi e i dirigenti gesuiti sanno tutto dei vizi di Rupnik già dagli anni Novanta e non fanno niente. Al contrario, l’astro di Rupnik splende sempre di più nella Chiesa, decennio dopo decennio. Ancora una volta si ha l’impressione che tutta la morale cattolica serva solo a disciplinare e terrorizzare il popolo, mentre i sacerdoti, in virtù di un incomprensibile privilegio di ceto, vi si possono facilmente sottrarre. Almeno fino a oggi.
https://www.micromega.net/il-caso-rupnik-e-la-morale-cattolica-che-va-a-farsi-benedire/ -

Giovanni Paolo II avrebbe insabbiato abusi sessuali su minori di preti e diaconi
Francesca Di Feo – L’inchiesta condotta da Ekke Overbeek, giornalista danese – naturalizzato polacco – ha rivelato evidenze secondo le quali Papa Giovanni Paolo II sarebbe stato coinvolto nell’insabbiamento di diversi casi di abusi sessuali a sfondo pedofilo da parte di preti e diaconi.
Ai tempi Karol Wojtyla, non ancora Papa, era arcivescovo dell’arcidiocesi di Cracovia: si parla quindi degli anni 60’/70‘, ben prima dello scandalo scoppiato successivamente nel 1985.
L’indagine di Ekke Overbeek sui tempi in cui Giovanni Paolo II era Arcivescovo di Cracovia
Ekke Overbeek ha trascorso gli ultimi due anni a scartabellare archivi ecclesiastici in Polonia, dove risiede oggi, trovando diversi casi in cui il futuro Papa dichiarava di essere a conoscenza degli abusi perpetrati da preti e diaconi – e di averli aiutati, per vie traverse, a rimanere impuniti, trasferendoli in altre parrocchie.
“Posso fornire tutte le prove necessarie: su quei documenti c’è scritto chiaro e tondo. Alcuni preti hanno davvero abusato di bambini e adolescenti che frequentavano l’Arcidiocesi di Cracovia. Giovanni Paolo II ne era ben consapevole, e invece di punire i colpevoli, li ha semplicemente trasferiti altrove – dove probabilmente ci sono state altre vittime” – ha dichiarato Overbeek al quotidiano di informazione polacco Nieuwsuur.
Il giornalista spiega di non aver condotto nessuna indagine illegale: tutti i documenti sono di dominio pubblico, messi a disposizione dai servizi segreti in tempi recenti. Tutti risalenti al periodo in cui Wojtyla prestava servizio a Cracovia.
Le prove sono tutte raccolte nel libro di Overbeek – Maxima Culpa – che verrà pubblicato il prossimo anno in Polonia.
“Ho fatto appena in tempo a trovare i rapporti su cui ho basato la mia ricerca: quasi tutti i documenti cronologici sull’Arcivescovato di Wojtyla sono stati distrutti. Per fortuna sono riuscito a ricostruire il puzzle attraverso tutti i rapporti su cui è anche semplicemente menzionato. E il risultato è un deludente caso di insabbiamento ecclesiastico”.
Da santo a figura controversa
Una grande delusione per cattolici e laici: Karol Jozef Wojtyla è una delle figure ecclesiastiche più amate dei tempi recenti. Nato in Wadovice, Polonia, nel 1920, Papa Giovanni Paolo II è stato un pilastro della Chiesa, tanto da essere santificato post-mortem nel 2014.
L’opinione pubblica ha sempre considerato Wojtyla come un difensore dei deboli: la versione ufficiale è infatti che il Papa fosse venuto a conoscenza dei casi di pedofilia nella Chiesa solo nel 1985, schierandosi ferocemente contro l’insabbiamento.
Tuttavia, l’inchiesta di Overbeek smentisce questa supposizione: Giovanni Paolo II sapeva decenni prima. Il primo caso portato alla sua attenzione fu quello di Monsignor Surgent, un prete accusato di abusi sessuali verso minori già nei primi anni 60’.
“Surgent venne effettivamente arrestato in quell’occasione. Il compagno di cella ha raccontato di come il Monsignore avrebbe chiesto e ottenuto il perdono e la riqualificazione al Papa, promettendo di non macchiarsi mai più di un crimine simile. Senza mantenere la promessa” spiega Overbeek.
Un altro prete pedofilo avrebbe spiegato nei dettagli le sue colpe a Wojtyla, ricevendo, ancora una volta, assoluzione e riqualificazione.
Difficile mettere in discussione che i documenti citati siano autentici: sono stati analizzati accuratamente anche dal professor Stanislaw Obirek dell’Università di Varsavia, e confermati da uno degli stessi autori.
Oltre al danno, la beffa: si specula infatti che l’attuale Papa Francesco fosse a conoscenza della vicenda, e che avesse deciso comunque di procedere con la canonizzazione di Karol Wojtyla nel 2014.
“Stiamo solo aspettando la reazione della chiesa, adesso. I fatti non possono essere cancellati” ha dichiarato Obirek. “Se finora la Chiesa si è difesa dalle accuse di insabbiare i casi di pedofilia per semplice ignoranza sulla questione, oggi non può più farlo”.
Ad oggi, si attende ancora una risposta dagli ufficiali cattolici sulla questione, anche se – indirettamente – la reazione sembra esserci stata: il Vaticano ha annunciato un’indagine generale sul periodo preciso in cui Giovanni Paolo II avrebbe prestato servizio come Vescovo a Cracovia.
PAPA GIOVANNI PAOLO II E LE PERSONE LGBTQIA+
Giova ricordare cosa pensava e predicava Karol Wojtyla a proposito dell’omosessualità. Per non dimenticare che, dallo scranno di Pietro, la Chiesa di Roma per secoli ha represso, perseguitato – e continua a farlo grazie al suo potere di ricatto sulla politica – le persone LGBTQIA+.
“Ciò che non è moralmente ammissibile è l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. Essere comprensivi verso chi pecca, verso chi non è in grado di liberarsi da questa tendenza, non equivale, infatti, a sminuire le esigenze della norma morale. Cristo ha perdonato la donna adultera salvandola dalla lapidazione, ma le ha detto al tempo stesso: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”.
(Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor, 1995)GIOVANNI PAOLO II DEFINI’ IL WORLD PRIDE DI ROMA DEL 2000 UN’OFFESA AI VALORI CRISTIANI
“Vorrei limitarmi a leggere quanto dice il catechismo della Chiesa cattolica, il quale, dopo aver rilevato che gli atti di omosessualità sono contrari alla legge naturale, così si esprime: ‘un numero non trascurabile di uomini e donne presenta tendenze omosessuali, profondamente radicate. Questa inclinazione oggettivamente disordinata costituisce per la maggior parte di loro, una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione‘”
(Giovanni Paolo II – Angelus del 9 Luglio 2000 – Fonte: archivio di Repubblica.it)
https://www.gay.it/giovanni-paolo-ii-insabbiamento-casi-abusi-sui-minori
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Pedofilia, prete confessa: «Ho commesso violenze sessuali su minori in Brasile»
Un sacerdote italiano di Deux-Sèvres, nella regione francese della Nuova Aquitania, è stato sospeso dopo aver confessato di aver «commesso violenze sessuali su minori» negli anni Novanta in Brasile. Lo ha annunciato l’arcivescovo di Poitiers, Pascal Wintzer, sottolineando in una nota citata da Le Figaro che padre Gabriele-Arcangelo Biagioni, della parrocchia di Saint-Junien en Mellois, «è venuto spontaneamente» a confrontarsi con lui.
«Nulla è menzionato né su questo argomento né sul suo ministero in Brasile nel fascicolo che lo riguarda presso l’arcidiocesi», ha aggiunto il prelato che «ha informato la procura» di questa confessione. Tuttavia, essendo il sacerdote italiano ed i fatti in questione «commessi all’estero», secondo l’arcivescovo nessun procedimento giudiziario può aver luogo in Francia. Padre Gabriele-Arcangelo Biagioni è sospeso dal 7 dicembre, «interdetto a qualsiasi ministero» e ad entrare «in contatto con minori». Il vescovo Wintzer ha assicurato di non essere a conoscenza di alcun abuso che lo riguardi in Francia.
«Misuro l’importanza di rendere pubbliche tali decisioni, soprattutto per proteggere le persone che potrebbero esserne vittime», ha proseguito, esortando chiunque abbia dei dubbi sulle azioni di questo sacerdote durante il suo ministero in Francia a parlare con le «autorità competenti». Poco più di un anno fa, il rapporto Sauvé aveva svelato le dimensioni della pedocriminalità all’interno della Chiesa cattolica francese. Questo rapporto stimava in circa 330mila il numero dei minori vittima di violenze sessuali dagli anni Cinquanta.
https://www.ilmattino.it/italia/cronache/prete_confessa_pedoilfilia_commesso_violenze_sessuli_minori_oggi_9_12_2022-7103046.html
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Yves Hamant: “Serve un Ciase 2 sui fenomeni di influenza e abuso spirituale”
Nel 2013 lei è stato uno degli iniziatori dell’Appello di Lourdes, per allertare l’istituzione sulla questione degli abusi spirituali. Le cose sono cambiate da allora?
Hanno fatto dei progressi, ma c’è ancora molta strada da fare. Il problema principale è che globalmente l’istituzione ei fedeli tendono ancora a minimizzare la gravità dei fenomeni di abuso spirituale. Perché ritengono che «non sia grave come l’abuso sessuale» e che, siccome in genere colpisce gli adulti, «si sono potuti difendere».
Questo genere di discorsi mostra come la maggior parte delle persone non capisca cosa sia il controllo: un processo di spersonalizzazione in cui l’abusatore prende il controllo della tua volontà al punto da chiederti cose folli. Ad esempio: spogliarti dei tuoi vestiti davanti al Santissimo Sacramento, come nell’affare Santier. È estremamente grave, perché ti distrugge moralmente, psicologicamente, possibilmente fisicamente e spiritualmente. Molte vittime di questo tipo di abusi non credono più a niente e non possono nemmeno più pregare, perché Dio è diventato loro insopportabile.
La Ciase ha provocato un’onda d’urto su abusi e violenze sessuali nella Chiesa, come sensibilizzare sull’influenza?
Penso che ci voglia un Ciase 2, con teologi, psicologi e canonisti, che permetta di analizzare gli abusi di potere e di coscienza, che qualifichiamo anche come abusi spirituali e che includiamo sotto la denominazione di aberrazioni settarie.
Questi abusi di potere possono sfociare in abusi sessuali, ma solo marginalmente. La commissione Sauvé è stata accusata solo di abusi sessuali su minori; è ora necessario esaminare gli abusi commessi contro adulti vulnerabili, tenendo conto del fatto che l’influenza può rendere vulnerabile qualsiasi adulto. Ma se i cattolici hanno faticato a riconoscere l’abuso sessuale, hanno ancora più difficoltà con questo abuso, anche se oggi ci sono abbastanza libri e testimonianze per spiegarlo. Tuttavia, la loro denuncia è iniziata molto presto, ma non è stata ascoltata.
Cioè ?
Già nel 1977, padre Henri Caffarel sfidò il Rinnovamento Carismatico, di cui fu promotore. Segnaliamo il libro Les Naufragés de l’Esprit nel 1996 e l’articolo su La Vie nel 2001 “Guru nei conventi”, e poi i tanti articoli sulla rivista Golias, ma non li abbiamo prestati attenzione perché era Golia. Un’associazione si dedica esclusivamente a questi eccessi, l’Avref. Un ex legionario di Cristo, Xavier Léger, vi ha dato tutta la sua forza e ha creato un sito di scambi sulle comunità problematiche.
All’interno dell’istituzione hanno lavorato instancabilmente, ma da estranee, due persone, suor Chantal-Marie Sorlin, che ha elaborato uno strumento insostituibile, una griglia di criteri per identificare gli eccessi di una comunità, e padre Dominique Auzenet. C’era effettivamente un ufficio incaricato di queste questioni, ma la sua attività era riservata. In risposta all’Appello di Lourdes del 2013, il CEF ha riconosciuto l’esistenza di questi abusi e, nel 2015, ha istituito l’unità dedicata agli abusi settari nella forma che ha attualmente.
Cosa resta da fare secondo te, oltre un Ciase 2?
Aumentare il livello di esigenza e rigore delle indagini canoniche, consentire alle vittime di costituirsi parte civile nei processi canonici, sistematizzare la pubblicità parziale delle sanzioni… Potrebbe essere utile almeno istituire uno schedario S delle comunità problematiche, ad uso interno, che ogni vescovo potrebbe consultare prima di invitare nella sua diocesi una comunità che non conosce, e che sarebbe accessibile anche ai responsabili della pastorale giovanile incaricati di consigliare l’orientamento delle vocazioni.
Sembra probabile che la questione dell’influenza e dell’abuso spirituale porti a uno tsunami della stessa natura di quello dell’abuso e della violenza sessuale?
Non ho strumenti per quantificare. Ma come disse il cardinale Stella, ex prefetto della Congregazione per il clero, in un’intervista a Vatican news nel 2018, e come mi disse qualche anno fa anche un funzionario della CEF, l’abuso di coscienza può essere anche più comune dell’abuso sessuale. Basta guardare il numero di persone colpite e il numero di partenze nelle comunità colpite! Questo sconvolge il mondo delle comunità religiose, e non solo le nuove comunità, anche se nelle più antiche le costituzioni sono più adeguate in termini di tutele. Il che mi porta anche a pensare che gli esempi siano troppo numerosi per non mettere in dubbio la possibilità di una deriva teologica.
Cosa intendi ?
Molti esempi recenti di abusi nelle comunità, intorno ai fratelli Philippe in particolare, hanno caratteristiche comuni. Il fatto di considerarsi degli iniziati che, in quanto tali, non sono soggetti alla morale comune, perché chiamati a qualcosa che va oltre le regole, con sullo sfondo l’idea che la vita corporea è per così dire indipendente da quella del la mente. Questo modo di pensare è sia caratteristico dei fenomeni di influenza sia, sul piano teologico, si avvicina ad un approccio gnostico. È compito e responsabilità della Chiesa cattolica analizzare questo in profondità.
https://www.lavie.fr/christianisme/eglise/yves-hamant-il-faut-une-ciase-2-sur-les-phenomenes-demprise-et-dabus-spirituels-85565.php
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Il “caso Rupnik” ferisce anche la credibilità della Chiesa
Che succede quando ad essere adombrato dall’accusa di abusi è uno dei religiosi più famosi al mondo? Nel caso che sta tenendo banco nel mondo ecclesiastico in questi giorni non c’entrano minorenni, ma le denunce di presunte violenze psicologiche e forse sessuali ai danni di alcune suore.
I fatti risalirebbero ai primi anni Novanta e sarebbero avvenuti nella Comunità Loyola di Lubiana in cui era confessore il teologo ed artista sloveno padre Marko Ivan Rupnik. Quest’ultimo, nel frattempo divenuto una celebrità dell’arte sacra per i suoi mosaici neobizantini nonché membro e consultore di vari Pontifici Consigli, è l’uomo accusato da tre religiose di «abusi di coscienza ma anche affettivi e presumibilmente sessuali». Accuse messe nero su bianco in una lettera pubblicata dalla rivista Left e che, secondo l’autrice, sarebbe stata inviata nell’estate del 2021 al Papa senza però ottenere risposta.
È alle motivazioni addotte nella lettera che si dovrebbe l’allontanamento – avvenuto nel 1993 – di Rupnik, appartenente alla Compagnia di Gesù, dalla Comunità fondata dalla sua amica, suor Ivanka Hosta. All’epoca, quindi le ombre sull’artista sloveno sarebbero state “coperte” con il benestare – sempre secondo il racconto di una delle presunte vittime – dell’allora arcivescovo di Lubiana, monsignor Alojzij Šuštar. Proprio al dicembre del 1993 risale l’inaugurazione della “creatura” più famosa di Rupnik, quel Centro Aletti nato a Roma per far parte del Pontificio Istituto Orientale e benedetto da San Giovanni Paolo II in persona.
Il dossier sloveno su Rupnik sarebbe rimasto sconosciuto se non fosse stato per il commissariamento della Comunità Loyola avvenuto – ha fatto sapere Left – nel 2020 ed affidato ad un altro gesuita, il vescovo ausiliare della diocesi di Roma, monsignor Daniele Libanori. Questo commissariamento, di cui non è stata data alcuna notizia ufficiale, sarebbe partito a seguito del numero sorprendente di suore uscite dalla comunità e apparso a Roma come una spia del malessere per una gestione evidentemente problematica. Riaprendo quel vaso di Pandora a Lubiana, presumibilmente deve essere affiorata anche la vicenda relativa al gesuita sloveno e risalente a quasi venti anni prima.
Dopo le voci dei giorni scorsi, ieri si è avuta la prima conferma tramite una dichiarazione – datata 2 dicembre – firmata Domus Interprovinciales Romanae dei gesuiti. Dalla nota si apprende che nel 2021 il Dicastero per la dottrina della fede ha ricevuto una denuncia relativa al «modo di esercitare il ministero» di padre Rupnik. L’ex Sant’Uffizio ha affidato l’indagine direttamente alla Compagnia di Gesù che ha nominato un istruttore esterno e poi ha redatto una relazione sul caso. Sulla base di questa relazione, il Dicastero per la dottrina della fede «ha costatato che i fatti in questione erano da considerarsi prescritti e ha quindi chiuso il caso».
Roma locuta est a fine ottobre 2022, mentre la Compagnia ha fatto sapere di mantenere in vigore le misure amministrative imposte al teologo sloveno durante la fase d’indagine: divieto di confessare, di accompagnamento negli Esercizi Spirituali e di direzione spirituale, oltre all’obbligo di chiedere il permesso al superiore locale per svolgere attività pubbliche.
Una certa elasticità in quest’ultima limitazione è all’origine della lettera a Left di una delle tre suore che hanno denunciato abusi per mano dell’artista: la donna, infatti, ha confessato di aver deciso di scrivere alla rivista dopo aver visto un recentissimo video su youtube con un’omelia di Rupnik e dopo essersene lamentata con il vescovo Libanori. I commenti del religioso sloveno al Vangelo sono stati pubblicati anche questa domenica sulla pagina del Centro Aletti, quindi nonostante le polemiche provocate dall’inchiesta di Left e nonostante il comunicato dei gesuiti che ha confermato la notizia delle misure.
Peraltro Rupnik solamente pochi giorni fa ha ricevuto il titolo di Doctor Honoris Causa, in un’università pontificia in Brasile ed ha tenuto per l’occasione una lezione sul tema Educare alla Bellezza nell’Aula Magna.
Ma la corretta applicazione o meno delle misure amministrative comminate dalla Compagnia di Gesù non è l’unico argomento che sta facendo discutere in questi giorni sul caso Rupnik: l’altra “bomba”, infatti, l’ha sganciata due giorni fa il blog Messa in Latino sostenendo di averla appresa da «fonti in altissimo loco». Secondo Messainlatino.it, ai danni del gesuita sloveno sarebbe stata emessa addirittura una sentenza canonica di condanna relativa ad un «processo per l’assoluzione del complice in confessione» di cui, per competenza, si sarebbe occupato il Tribunale del Dicastero per la dottrina della fede. La sentenza, in base a quanto riportato dalla fonte di Mil, avrebbe comportato la scomunica latae sententiae per Rupnik che però sarebbe stata successivamente bloccata dal Papa in persona.
Un’indiscrezione clamorosa ma priva di conferme dal Vaticano e che non trova traccia nell’unico comunicato ufficiale fino ad ora uscito sulla vicenda, quello della Provincia Romana della Compagnia di Gesù che invece ha confermato il contenuto delle rivelazioni su Left. Bisogna ammettere che queste accuse – seppur prescritte – segnano una nuova battuta d’arresto per la credibilità della Chiesa sul fronte del contrasto agli abusi commessi da religiosi e che ad uscirne ammaccata non può essere solo l’immagine dell’attuale pontificato dal momento che i fatti contestati al teologo ed artista sloveno risalgono agli inizi degli anni ’90 ed erano emersi già allora.
https://lanuovabq.it/it/il-caso-rupnik-ferisce-anche-la-credibilita-della-chiesa
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Emanuela Orlandi, spunta l’audio choc, l’ex socio di De Pedis (registrato di nascosto) fa nomi e cognomi
Un audio. Una registrazione di circa due minuti che risale al 2009 e che – a distanza di qusi 40 anni – potrebbe riaprire il caso Emanuela Orlandi, la giovane ragazza scomparsa da casa in Vaticano il 22 giugno del 1983.
Dell’esistenza di questa registrazione effettuata di nascosto durante una conversazione in un luogo pubblico si sapeva già, scrive Il Giornale. L’autore di questa registrazione è Alessandro Ambrosini, il fondatore del blog d’inchiesta Notte Criminale.
Chi parla è invece è rimasto anonimo, ma si pensa che si tratta di un vecchio sodale di Enrico De Pedis, uno dei capi storici della banda della Magliana. L’uomo, riferendosi alle dichiarazioni di Sabrina Minardi, ex compagna di Renatino, che dall’anno precedente aveva iniziato a parlare con i magistrati romani relativamente al caso Orlandi, si sente in dovere di fare alcune precisazioni.
Cosa si sente nell’audio
L’audio rubato sarà pubblicato nei prossimi giorni dall’autore della registrazione sul suo blog, ma IlGiornale.it ha avuto modo di ascoltarlo in anteprima. L’ex socio di De Pedis, inconsapevole di essere registrato, si lascia andare senza freni e, relativamente alla scomparsa di Emanuela Orlandi, punta il dito verso una persona in particolare, facendone nome e cognome. L’autore della registrazione, Alessandro Ambrosini, si è detto disposto a rivelare l’identità della fonte qualora fosse l’autorità giudiziaria a chiederglielo.
https://www.ilgazzettino.it/italia/cronaca_nera/emanuela_orlandi_audio_choc_cosa_e_successo_chi_l_ha_uccisa_news-7094666.html
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I vescovi italiani scelgono la reticenza davanti allo scandalo degli abusi
Vent’anni fa lo scandalo degli abusi sessuali sui minori commessi dai preti scoppiava con clamore negli Stati Uniti, inducendo l’episcopato del paese a stilare la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella chiesa; nei vari punti che componevano il documento si parlava tra l’altro di rimozione dal ministero dei sacerdoti o dei diaconi la cui responsabilità fosse accertata e si chiedeva alle diocesi di collaborare con le autorità civili, in nome della trasparenza, nei casi di violenza sui minori.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: lo scandalo è dilagato prima negli Stati Uniti per poi fare il giro del mondo ed è lungi dal poter essere archiviato. Nel frattempo, le cose sono cambiate anche in Vaticano: dalla stagione del negazionismo e dell’insabbiamento sistematico, si è approdati, negli anni, a promuovere politiche di tutela delle vittime, di collaborazione con le autorità giudiziarie dei vari paesi, di riflessione sulle cause profonde che sono all’origine dello scandalo: dal clericalismo imperante, inteso come difesa a ogni costo dell’istituzione, all’abuso di potere e di coscienza.
Tutto questo almeno a parole, perché poi ogni legge e regolamento deciso a Roma deve essere calato nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutti i continenti e va da sé che spesso prevale la “prudenza” interna più che la ricerca della verità.
Il silenzio della Cei
In questo senso, la chiesa italiana sembra aver fatto un particolare “voto del silenzio”; si è distinta infatti negli ultimi decenni per una vocazione a lasciare le cose come stanno confidando nel fatto che, prima o poi, la questione sarebbe diventata una delle tante pratiche inevase dell’attualità. Ma questo non è successo, soprattutto perché lo scandalo ha travolto la chiesa in una pluralità di paesi, fino ad arrivare alla vicina Francia.
Non solo, la vicenda ha prodotto in diverse occasioni due tipi di reazioni: in primo luogo l’affidamento da parte delle stesse conferenze episcopali di un’indagine conoscitiva del fenomeno a commissioni esterne, proprio per evitare il rischio di giudizi poco attendibili sotto il profilo storico e statistico; in seconda battuta, in varie realtà, la gravità dei fatti emersi ha suscitato un sommovimento interno alla chiesa con richieste di cambiamenti strutturali o dottrinali importanti.
È il caso della stessa Francia e soprattutto della Germania (ma qualcosa di analogo è avvenuto anche in Australia, in Austria, in Belgio e altrove). Così, alla fine anche la Conferenza episcopale italiana (Cei) ha dovuto mettere mano, sia pure controvoglia, al problema; la paura dei vescovi italiani è tanta e si capisce bene il perché: ovunque lo scandalo ha portato alla luce casi di insabbiamento gravi di abusi sui minori da parte delle diocesi, di conseguenza diversi vescovi sono stati costretti a dimettersi e, dove questo non è accaduto, la credibilità personale di alcuni di loro è andata in pezzi.
Di recente tuttavia la Cei ha pubblicato un primo, lacunoso report sugli abusi avvenuti in Italia: si tratta dei casi pervenuti ai centri di ascolto diocesani, istituiti in tempi recenti per dimostrare la volontà di affrontare il problema, nel biennio 2020-2021. Un lasso di tempo risibile, per altro in piena pandemia da covid, durante il quale sono giunte comunque 89 segnalazioni di abusi a 30 centri diocesani (si tenga presente che le diocesi in Italia sono 226). Non sono state prese in considerazione dal report neanche le denunce pervenute alla magistratura o alle associazioni.
Tuttavia, la stessa Cei, presentando i dati dell’indagine e rendendosi forse conto della scarsa utilità della ricerca per comprendere la reale portata de fenomeno in Italia, annunciava una seconda indagine in base alla quale è venuto fuori che ci sarebbero circa seicento fascicoli aperti presso la Congregazione per la dottrina della fede relativi a casi di abuso sessuale nella chiesa italiana negli ultimi vent’anni. Si tratta di numeri ovviamente lontani dalla realtà dei fatti che, come hanno dimostrato tutte le indagini condotte in questi anni in chiese di diversa tradizione culturale, sono purtroppo assai più drammatici.
Mele marce
In proposito, Isabelle Cassarà, funzionaria del dicastero vaticano per i laici la famiglia e la vita, osservava nel 2020 in una relazione dal titolo: “La dinamica dell’abuso nelle realtà ecclesiali. Il ruolo del potere”, come “l’impressionante quantità di casi emersi e l’estensione del fenomeno, dimostra chiaramente che il problema degli abusi nella chiesa non può essere ricondotto semplicemente alla presenza di alcune ‘mele marce’, ma è piuttosto il segnale di un sistema malato, di un terreno da bonificare”. Quindi aggiungeva: “Di fatto, nel considerare i casi di abuso di competenza dei suddetti dicasteri della curia romana risultò palese che la causa della grave crisi che stavano vivendo le realtà ecclesiali coinvolte, non era rintracciabile nella sola trasgressione di un singolo, ma era qualcosa di più profondo e di strutturale: ci si rese conto dell’esistenza di una dinamica specifica dell’abuso, un vero e proprio sistema di vita con regole precise, che rivelò in modo inequivocabile che l’abuso sessuale era stato favorito e coperto da una lunga successione di altri abusi di potere e di coscienza”.
Predatori seriali
Il problema, insomma, non è solo statistico, anzi le reticenze nascondono un’impostazione generale. Il presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei, monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna, presentando l’impegno della chiesa italiana sul fronte abusi in un convegno che si è svolto lo scorso 19 novembre, affermava: “Non faremo una commissione unica nazionale fatta di soggetti che non sanno nulla della vita della chiesa, che sono qualificati come oggettivi solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, che è una cosa che ha prodotto i suoi danni altrove e non è da imitare; noi esamineremo dati reali e cercheremo di trovare vie per la prevenzione. Quello che ci interessa non è mettere alla berlina dei preti, è prevenire abusi e per far questo occorrerà agire in modo deciso, ci siamo impegnati come vescovi a collaborare con le forze dell’ordine e di giustizia”. In sostanza gli unici autorizzati o con le competenze necessarie a compiere indagini sulla chiesa sono gli stessi chierici. In questa prospettiva inoltre, la parola prevenzione, in sé giusta, serve soprattutto come alibi per non fare luce sul passato. Ma c’è un altro passaggio delle cose dette da monsignor Ghizzoni degno di nota, quando spiega il senso della seconda indagine in corso, quella sui fascicoli dei preti abusatori presenti in Vaticano. “Chi commette da 10 a 50 casi nella sua vita – osservava l’arcivescovo – è un abusatore seriale ed è un personaggio pericolosissimo, ma chi commette un solo abuso nella vita, un giorno che ha bevuto, un giorno che era sotto stress, un giorno che si è lasciato provocare, possiamo considerarlo un malato psicologico seriale? Bisognerà pensare a delle soluzioni anche per questi”. Chissà che ne pensa la vittima del prete che quel giorno aveva bevuto. Ma, polemiche a parte, le affermazioni del responsabile nazionale per la tutela dei minori della Cei sembrano un riassunto trasparente, quanto evidentemente inconsapevole, delle motivazioni che hanno indotto la chiesa a difendere se stessa prima che a fare un’opera di giustizia e verità.
Atti impuri
In definitiva, il tema abusi sessuali per le varianti e le implicazioni che comporta, è diventato uno dei nodi sui quali si misurerà la capacità della chiesa di restare dentro il proprio tempo: sessualità, relazioni affettive, celibato obbligatorio, ruolo di laici e donne con compiti di leadership rivestendo anche funzione sacramentale, centralità del clericalismo nel governo della chiesa, fine della cultura della segretezza istituzionale come metodo di governo, sono solo alcuni dei temi inevitabili scaturiti dal dibattito nato da una vicenda in sé più da cronaca giudiziaria che da discussione teologica.
Interessanti risultano su un piano generale del problema, le osservazioni compiute da Christine Pedotti, femminista cattolica e direttrice del periodico francese Temoignage Chrétien che individuava nei due scogli della sessualità e della democrazia le cause della vastità dello scandalo. “Naturalmente – spiegava Pedotti – non esiste un legame diretto tra l’astinenza sessuale richiesta ai chierici cattolici e gli abusi, gli stupri e le aggressioni. Ma esiste un legame indiretto molto potente. In primo luogo, quando qualsiasi forma di attività sessuale, compresa la semplice masturbazione, viene considerata sbagliata, disordinata e peccaminosa, non c’è più una gerarchia di trasgressione: il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, sono tutti confusi sotto il termine generico di peccato, al punto che la differenza tra peccato e crimine si confonde”. “Questa confusione – proseguiva – si esprime nelle parole stesse dei responsabili, che non smettono di parlare di peccato, penitenza e perdono, quando dovrebbero parlare di crimine, colpa, vittima, indagine, giudizio e verdetto”.
Il problema, secondo la studiosa, è che “dal punto di vista della chiesa, la sessualità viene giudicata nel suo rapporto con il sesto comandamento (non commettere adulterio, ndr) cioè con una norma, e non nella sua qualità relazionale e nel suo rapporto con il consenso. In un rapporto non consensuale viene violata una persona, non un comandamento. Ecco perché le vittime vengono regolarmente ignorate”. Dal punto di vista della gestione dei casi da parte dell’istituzione, poi, la direttrice di Temoignage Chrétien affermava: “La democrazia e le regole e i costumi che ne accompagnano l’esercizio sono anche una garanzia contro gli abusi. In un contesto democratico, i poteri sono separati e controllati. L’indipendenza della magistratura è garantita, i diritti della difesa e dell’imputato sono tutelati. Salvo casi particolari, i procedimenti sono pubblici e, soprattutto, le sentenze sono pubbliche”.
https://www.essenziale.it/notizie/francesco-peloso/2022/12/02/chiesa-italiana-abusi

