Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • L’INDIPENDENTE – Negli ultimi 15 anni in Italia sono stati condannati per pedofilia 164 sacerdoti

    L’INDIPENDENTE – Negli ultimi 15 anni in Italia sono stati condannati per pedofilia 164 sacerdoti

    Quello degli abusi sessuali all’interno della Chiesa Cattolica è un tema su cui in Italia non si è finora mai indagato per davvero e sul quale non si è nemmeno mai tenuto un serio dibattito pubblico e politico. Eppure ci sarebbe molto da parlare, eccome. Basta guardare gli ultimi numeri.

    Sono 164 i sacerdoti condannati definitivamente per pedofilia negli ultimi 15 anni. Altri 166 sono attualmente denunciati, indagati, in attesa di giudizio o non più condannabili per prescrizione. Invece sono 88 i casi “segnalati da vittime che per improcedibilità spesso legata alla prescrizione non sono noti alle autorità civili”. Per un totale di 418 preti coinvolti – molti dei quali in Lombardia, al primo posto per presunti abusi sessuali su minorenni commessi da sacerdoti – e 29.260 potenziali vittime.

    Lo dice il censimento realizzato dall’Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso – che ha raccolto segnalazioni di casi di abusi sessuali negli ultimi 13 anni direttamente dalle vittime – e dall’associazione internazionale Eca Global (Ending ClergyAbuse), secondo cui il numero complessivo di casi potrebbe comunque essere sottostimato.

    L’obiettivo non è tanto quello di «fornire dei numeri, ma insieme a questi fornire in assenza di dati governativi un quadro di consapevolezza più ampio, spiegando perché il problema endemico dei sacerdoti pedofili, in Italia sia particolarmente allarmante rispetto agli altri paesi, non solo nell’area dell’Unione Europea», commentano le associazioni. Il documento, inviato alle autorità italiane per spronare l’avvio di un’indagine indipendente, fa in realtà l’eco a quanto chiesto già nel 2019 dalle Nazioni Unite: investigare in maniera imparziale sugli abusi sessuali da parte del clero.

    Al momento, infatti, l’Associazione Rete L’Abuso, guidata tra l’altro da chi quegli abusi li ha subiti sulla propria pelle, Francesco Zanardi, è l’unica che in assenza di dati ufficiali cerca di tenere traccia del fenomeno, comunque «da considerarsi in difetto rispetto alla reale portata degli abusi».

    Nel corso degli anni è stato chiesto più volte anche al Vaticano di muoversi nella direzione giusta. Nel 2014, ad esempio, è stata creata una Commissione speciale che però ha portato a casa scarsissimi risultati perché contrastata da poteri politici ed ecclesiastici forti.

    Il problema, a quanto pare, è intrinseco e per questo difficilmente estirpabile.

    Un timido tentativo di fare chiarezza sulla questione è arrivato lo scorso novembre dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), che ha pubblicato i dati raccolti nel corso dei due anni precedenti presso i centri di ascolto delle diocesi. Si è trattato del primo rapporto su abusi sessuali e pedofilia nella Chiesa italiana, pubblicato dalla stessa – e lungo appena 40 pagine scritte dagli esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, non di certo imparziali – e che si è rivelato una totale presa in giro (seppur i dati siano comunque sconcertanti).

    Il rapporto infatti considera solo alcuni casi denunciati alla Chiesa stessa – invece la vittima può denunciare anche alla magistratura, per esempio -, avvenuti tra il 2020 e il 2021. Questo è un problema per diversi motivi: spesso la vittima realizza di aver subito abusi dopo anni di terapia (e quindi denuncia anni dopo) e la CEI aveva promesso di analizzare gli ultimi vent’anni (non solo gli ultimi due, tra l’altro trascorsi in lockdown).

    In generale, poi, le righe dedicate alla questione degli abusi sono veramente poche, seppur spiazzanti. Al loro interno si legge che nell’arco di tempo considerato si sono rivolte ai Centri di ascolto per segnalare un abuso 86 persone. Numeri enormi, se valutiamo il contesto, anche se parziali e incompleti.

    Considerando che i sacerdoti presenti in Italia sono fra i 35 e i 38mila, e che secondo padre Hans Zollner, uno dei maggiori esperti mondiali sugli abusi sessuali nella Chiesa, il 3-5% di questi è un abusatore, ci rendiamo conto che i dati della CEI – per quanto preoccupanti – sono un insulto alle vittime. Il problema è che il nostro Paese è profondamento legato a certe tradizioni, tra cui quella religiosa. Per questo è difficile che se ne parli “male” apertamente, ed è più facile, invece, insabbiare tutto e far finta che il problema non esiste. Ma c’è, ed è enorme.

    [di Gloria Ferrari]

    Negli ultimi 15 anni in Italia sono stati condannati per pedofilia 164 sacerdoti

  • Abusi, in Germania la Chiesa stanzia 40 milioni di euro per le vittime. Ma in Italia la Cei non vuole parlare di risarcimenti

    Abusi, in Germania la Chiesa stanzia 40 milioni di euro per le vittime. Ma in Italia la Cei non vuole parlare di risarcimenti

    Città del Vaticano – I risarcimenti alle vittime della pedofilia stanno costando assai salati alle finanze della Chiesa tedesca. Finora i vescovi hanno dovuto sborsare più di 40 milioni di euro a donne e uomini che in passato sono stati oggetto di molestie e abusi sessuali. Tre domande risarcitorie su quattro hanno riguardato uomini e una su quattro donne. Tuttavia, 20 dei 24 pagamenti superiori a 100.000 euro sono andati a donne così come 17 dei 27 pagamenti tra 75.000 e 100.000 euro.

    In questi tre anni i vescovi seguendo una policy basata sulla totale trasparenza e sull’ascolto di chi in passato è stato violato e spesso silenziato dalla struttura, hanno aperto nelle diocesi sportelli on line e sui siti persino moduli da compilare per facilitare l’invio al fine di ottenere risarcimenti. In totale si sono contate 1.839 richieste mentre una Commissione indipendente (appositamente istituita) ha lavorato per verificare e approvare i pagamenti. L’importo medio è stato di 22.150 euro in 1.809 casi. Il risultato di questo lavoro immane è stato reso noto dal rapporto annuale della commissione e diffuso dalla agenzia di stampa cattolica KNA.

    In 143 casi (circa l’8%) è stato ordinato un pagamento superiore a 50.000 euro, in 24 casi, invece, (1,3%) superiore a 100.000 euro. In quasi 1.000 casi (54%), l’importo approvato era di 15.000 euro o meno.

    Tra le domande esaminate solo nove non sono state approvate e sono state giudicate inammissibili, mentre per altre 21 domande il riconoscimento non è stato concesso o perché nel frattempo sono state ritirate o perché si trattava di domande multiple che sono state poi raggruppate in una unica richiesta.

    A far parte di questa commissione sono undici membri esperti di varie discipline e proposti da un organismo a maggioranza non ecclesiastica, tutti nominati dalla Conferenza episcopale. Ma le loro decisioni sono assolutamente libere. Il presidente è l’avvocata Margarete Reske (70 anni), già presidente del Tribunale regionale superiore di Colonia. Il tempo medio di attesa per avere una risposta è di circa quattro mesi.

    Mentre la gestione dei casi di abuso in Germania è avviata su una buona strada e il lavoro sottoposto regolarmente a commissioni totalmente indipendenti, in Italia il percorso sta andando avanti a rilento nonostante gli annunci ad effetto della Cei dove al suo interno si riscontrano posizioni discordanti su come affrontare l’emergenza. Lo zoccolo duro dei vescovi è contrario ad aprire gli archivi e in ogni caso il tema dei risarcimenti per le vittime italiane resta ancora un terreno praticamente inesplorato e finora accantonato al punto da collocare la Chiesa italiana fanalino di coda in Europa, se paragonata all’atteggiamento di apertura e collaborazione vigente in altri episcopati. Persino sui futuri report annuali i vescovi hanno scelto di non aprire i propri archivi per effettuare una ricerca storica in grado di scandagliare i metodi usati dalla Chiesa negli ultimi 50 anni. La linea che i vescovi hanno scelto è di compromesso, a ribasso: i ricercatori della Cattolica (certamente professionisti ma non indipendenti completamente dall’istituzione Chiesa) potranno effettuare ricerche ma limitate ai vent’anni e solo negli archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede (non in quelli delle 220 diocesi italiane).

    Nel frattempo in Italia l’Osservatorio permanente della Rete l’Abuso, l’associazione che raccoglie le vittime di abusi sessuali da parte dei preti,ha reso noto il primo report prodotto con i dati pervenuti all’Associazione: l’arco temporale di riferimento è di circa 13 anni; le segnalazioni contenute nel documento sono raccolte direttamente dalle denunce delle presunte vittime; i dati si riferiscono unicamente a sacerdoti e non comprendono l’indotto (catechisti, educatori, animatori e laici in generale); tutti i casi conteggiati sono riconducibili unicamente ad abusi sessuali a danno di minori».

    «Il presente report -si legge -non ha l’obbiettivo di fornire dei numeri, ma spiegare perché il problema endemico dei sacerdoti pedofili, in Italia sia particolarmente allarmante rispetto agli altri paesi, non solo nell’area dell’Unione Europea». Dai dati, regione per regione, emerge che sono 164 i sacerdoti condannati in via definitiva negli ultimi quindici anni («elenco parziale», si precisa). I casi non noti: 86, «segnalati da vittime che per improcedibilità spesso legata alla prescrizione non sono noti alle autorità civili». 166 è il numero segnalato dal Report della Rete l’Abuso, di sacerdoti accusati, si tratta di preti attualmente denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva in Italia. «Il dato – fa presente Rete l’Abuso – conteggia anche chi si è salvato dalla prescrizione». Il totale dei casi censiti nel Report che restano potenzialmente pericolosi è 418. Le potenziali vittime 29.260 (il dato – precisa l’associazione nel Report – tiene conto di quello francese che parla di 72 minori in media a sacerdote).

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_sessuali_risarcimenti_vittime_vescovi_tedeschi_italiani_cei_germania_papa_francesco_vaticano_rete_abuso-7208834.html

  • Prof di religione invia foto hard ai suoi studenti. Denuciano in tre: indaga la procura di Latina

    Prof di religione invia foto hard ai suoi studenti. Denuciano in tre: indaga la procura di Latina

    Messaggi hard agli studenti minorenni, per questo un professore di religione è finito sotto inchiesta della procura di Latina. Sono stati i ragazzi a raccontare tutto ad altri professori e con il loro supporto hanno denunciato l’accaduto al dirigente scolastico.

    Secondo il racconto, l’insegnante, un supplente, aveva stretto un rapporto amichevole con gli studenti di varie classi, ma dopo qualche mese, verso l’estate, ha cominciato a cambiare atteggiamento e inviare su Instagram i messaggi hard.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2023/02/02/news/professore_religione_foto_hard_latina-386177798/

  • Perché l’Italia tarda a rispondere agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica?

    Perché l’Italia tarda a rispondere agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica?

    Quattro anni fa Papa Francesco ha organizzato il primo summit sulla questione della pedofilia. Nel corso degli anni il Vaticano è stato più volte accusato di non aver fatto abbastanza. Nel 2014 è stata creata una Commissione speciale per combattere il problema. Tre anni dopo Marie Collins, Irlandese sopravvissuta agli abusi, ha lasciato la Commissione dando la colpa a quelle che lei definisce le “resistenze” interne alla chiesa. Da allora, ci ha detto, la Commissione ha fatto pochi progressi.

    “Il problema di partenza: salvare la reputazione della Chiesa”

    “Quando ho dato le dimissioni volevo che si sapesse che c’era della resistenza, che la Commissione aveva in qualche modo cercato di portare a termine il proprio lavoro ma è stata ostacolata da alcune figure all’interno della Curia – dice Collins -. C’entrano il potere e la politica del Vaticano che hanno tentato di controllare la Commissione, minando la nostra indipendenza, terrorizzati all’idea che potessimo apportare dei cambiamenti. Qui torniamo al problema di partenza: ovvero salvaguardare la reputazione della chiesa”.

    Quasi un milione di vittime in Italia

    In Italia, a differenza di altri paesi, è stato fatto ancora poco sul tema della pedofilia. Di recente l’ong Rete l’Abuso ha diffuso il rapporto più completo mai pubblicato fino ad oggi, che copre 13 anni di attività dell’Associazione in cui sono stati acquisiti oltre 400 casi di abuso sessuale ai danni di minori compiuti da sacerdoti, divisi per regione.

    “Il numero totale di potenziali vittime di cui un sacerdote può abusare è importante – dice Francesco Zanardi, fondatore e presidente di Rete l’Abuso -. Questo è dovuto principalmente all’insabbiamento e al fatto che il sacerdote, invece di essere denunciato alla polizia, viene spesso trasferito da una chiesa all’altra, il che porta ad altre vittime. In Italia il numero totale di sacerdoti è due-tre volte superiore a quello della Francia”.

    Il documento è stato inviato alla Procura della Repubblica per sollecitare un intervento delle autorità competenti. Secondo le ultime stime in Italia potrebbero esserci fino a un milione di vittime.

    “Ogni italiano ha un legame con la Chiesa cattolica”

    La Conferenza Episcopale Italiana nel Novembre 2022 ha pubblicato i dati raccolti nel corso di due anni presso i centri di ascolto delle diocesi. Numeri notevoli ma ancora parziali secondo Zanardi. Ma perché in Italia si è fatto così poco?

    “L’Italia è ancora un Paese molto omogeneo dal punto di vista culturale e sociale – dice Iacopo Scaramuzzi, corrispondente dal Vaticano per La Repubblica -. Non dico che siamo tutti cattolici, ma ogni italiano ha un legame con la Chiesa cattolica, sia esso familiare o religioso. Ecco perché qui ci vuole più tempo ed è più difficile rendersi conto di ciò che sta accadendo”.

    https://it.euronews.com/2023/02/01/perche-litalia-tarda-a-rispondere-agli-abusi-sessuali-nella-chiesa-cattolica

  • Inchiesta denuncia: oltre 400 casi di abusi sessuali di preti

    Inchiesta denuncia: oltre 400 casi di abusi sessuali di preti

    Oltre 400 casi di preti che hanno abusato sessualmente di minori in Italia. È quanto emerge dall’ultimo rapporto di “**Rete l’abuso**”, associazione che ha raccolto segnalazioni di casi di abusi sessuali, negli ultimi 13 anni, direttamente dalle vittime.

    A causa dell’assenza di dati ufficiali, l’Associazione – guidata da Francesco Zanardi, egli stesso sopravvissuto ad abusi – è l’unica che è riuscita a tenere traccia dell’entità del fenomeno.

    Il documento è stato inviato alle autorità italiane con l’obiettivo che avviino un’indagine indipendente. Secondo l’associazione, il numero complessivo di casi potrebbe superare i record di altri paesi.

    L’organizzazione internazionale contro gli abusi del clero Eca Global ha recentemente sollecitato che la questione degli abusi sessuali sia affrontata a livello europeo.

    Nel 2019, le Nazioni Unite hanno chiesto all’Italia di avviare un’indagine indipendente e imparziale sugli abusi sessuali da parte del clero, ma la richiesta non ha ancora avuto seguito.

    https://it.euronews.com/2023/02/02/inchiesta-denuncia-oltre-400-casi-di-abusi-sessuali-di-preti

  • Report sugli abusi censisce 418 preti pedofili in Italia. In Calabria i casi sono 21

    Report sugli abusi censisce 418 preti pedofili in Italia. In Calabria i casi sono 21

    ROMA Il primo Report dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero italiano, presentato oggi dall’Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso e dall’associazione internazionale Eca Global (Ending Clergy Abuse), censisce in Italia 418 preti pedofili, divisi in 88 anonimi, 166 denunciati e 164 condannati.

    «Il presente report è stato prodotto con i dati pervenuti all’Associazione Rete L’Abuso ed è da considerarsi in difetto alla reale portata del fenomeno – vi si legge -; l’arco temporale di riferimento è di circa 13 anni; le segnalazioni contenute nel documento sono raccolte direttamente dalle denunce delle presunte vittime; i dati si riferiscono unicamente a sacerdoti e non comprendono l’indotto (catechisti, educatori, animatori e laici in generale); tutti i casi conteggiati sono riconducibili unicamente ad abusi sessuali a danno di minori».

    Inoltre, il report «non ha l’obiettivo di fornire dei numeri, ma insieme a questi fornire in assenza di dati governativi un quadro di consapevolezza più ampio, spiegando perché il problema endemico dei sacerdoti pedofili, in Italia sia particolarmente allarmante rispetto agli altri paesi, non solo nell’area dell’Unione Europea».

    Preti pedofili, il quadro per regione

    Nel quadro suddiviso per regioni ecclesiastiche, il numero dei casi di preti pedofili – sempre sommando anonimi, denunciati e condannati – vede al primo posto la Lombardia con 69 casi, seguita dal Veneto con 40, dalla Sicilia con 39, dal Piemonte con 37 e dalla Campania con 34. A seguire, Lazio (29 casi), Puglia e Toscana (25 ciascuna), Liguria (23), Calabria (21), Emilia Romagna (19), Sardegna (12), Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Umbria (8 ciascuna), Marche (7), Abruzzo (6), Molise (4), Basilicata e Città del Vaticano (2). L’Associazione rileva «davvero un basso livello di indagini anche solo preventive.

    Quasi sistematicamente casi dove solo uno dei minori abusati denuncia fatti che l’Autorità Giudiziaria poi conferma, se pur ci si trovi alla presenza di più minori, questa non procede con indagini nei confronti delle altre potenziali vittime, anche per un eventuale soccorso. Nella sostanza raramente procede d’ufficio».

    L’elenco dei casi è diviso per «quelli arrivati al terzo grado di giudizio, quindi con condanna definitiva»; «quelli denunciati o con procedimento in corso per il 1/o e il 2/o grado, compresi quei procedimenti archiviati per l’intervento dei termini prescrittivi, rimasti per forza indiscussi sotto il profilo penale, che come sappiamo non ne prescrive la potenziale pericolosità»; quelli «completamente anonimi in quanto prescritti e le presunte vittime hanno scelto di non procedere sotto il profilo pubblico, tuttavia come detto sopra, potenzialmente pericolosi».

    In una conferenza stampa, Francesco Zanardi della Rete L’Abuso ha spiegato che il report, «con l’aggiunta di nomi e cognomi, sarà inviato alle autorità nazionali come la Procura generale della Repubblica, il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri e la Polizia, e una volta rielaborato e ampliato anche alle Nazioni Unite e, sotto forma di petizione, all’Unione Europea». (Ansa)

    https://www.corrieredellacalabria.it/2023/02/01/report-sugli-abusi-censisce-418-preti-pedofili-in-italia-in-calabria-i-casi-sono-21/

  • ANSA/Primo Report vittime abusi, in Italia 418 preti pedofili

    ANSA/Primo Report vittime abusi, in Italia 418 preti pedofili

    ROMA, 01 FEB – Il primo Report dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero italiano, presentato oggi dall’Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso e dall’associazione internazionale Eca Global (Ending Clergy Abuse), censisce in Italia 418 preti pedofili, divisi in 88 anonimi, 166 denunciati e 164 condannati.

    “Il presente report è stato prodotto con i dati pervenuti all’Associazione Rete L’Abuso ed è da considerarsi in difetto alla reale portata del fenomeno – vi si legge -; l’arco temporale di riferimento è di circa 13 anni; le segnalazioni contenute nel documento sono raccolte direttamente dalle denunce delle presunte vittime; i dati si riferiscono unicamente a sacerdoti e non comprendono l’indotto (catechisti, educatori, animatori e laici in generale); tutti i casi conteggiati sono riconducibili unicamente ad abusi sessuali a danno di minori”.

    Inoltre, il report “non ha l’obiettivo di fornire dei numeri, ma insieme a questi fornire in assenza di dati governativi un quadro di consapevolezza più ampio, spiegando perché il problema endemico dei sacerdoti pedofili, in Italia sia particolarmente allarmante rispetto agli altri paesi, non solo nell’area dell’Unione Europea”.

    Nel quadro suddiviso per regioni ecclesiastiche, il numero dei casi di preti pedofili – sempre sommando anonimi, denunciati e condannati – vede al primo posto la Lombardia con 69 casi, seguita dal Veneto con 40, dalla Sicilia con 39, dal Piemonte con 37 e dalla Campania con 34.

    A seguire, Lazio (29 casi), Puglia e Toscana (25 ciascuna), Liguria (23), Calabria (21), Emilia Romagna (19), Sardegna (12), Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Umbria (8 ciascuna), Marche (7), Abruzzo (6), Molise (4), Basilicata e Città del Vaticano (2). L’Associazione rileva “davvero un basso livello di indagini anche solo preventive. Quasi sistematicamente casi dove solo uno dei minori abusati denuncia fatti che l’Autorità Giudiziaria poi conferma, se pur ci si trovi alla presenza di più minori, questa non procede con indagini nei confronti delle altre potenziali vittime, anche per un eventuale soccorso. Nella sostanza raramente procede d’ufficio”.

    L’elenco dei casi è diviso per “quelli arrivati al terzo grado di giudizio, quindi con condanna definitiva”; “quelli denunciati o con procedimento in corso per il 1/o e il 2/o grado, compresi quei procedimenti archiviati per l’intervento dei termini prescrittivi, rimasti per forza indiscussi sotto il profilo penale, che come sappiamo non ne prescrive la potenziale pericolosità”; quelli “completamente anonimi in quanto prescritti e le presunte vittime hanno scelto di non procedere sotto il profilo pubblico, tuttavia come detto sopra, potenzialmente pericolosi”.

    Per quanto riguarda le vittime, facendo una proiezione in base alla media francese della Commissione Ciase – 72 bambini abusati per ogni prete pedofilo -, il Report ne ipotizza circa 30 mila. I dati rilevati sono considerati tra l’altro paragonabili con quelli presentati dalla Cei sul biennio 2020-2021 – 89 vittime e 68 autori -, considerando che quelli provengono “da soli 30 centri di ascolto”, non da tutte le diocesi. In una conferenza stampa online, Francesco Zanardi della Rete L’Abuso ha spiegato che il Report, “con l’aggiunta di nomi e cognomi, sarà inviato alle autorità nazionali come la Procura generale della Repubblica, il Comando generale dei Carabinieri e la Polizia, ampliato e rielaborato alle Nazioni Unite, e come petizione all’Unione Europea”.

    I promotori del Report, infine, tornano a chiedere, tra le altre cose, “una commissione d’inchiesta indipendente” su tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte del clero, e di “rendere obbligatoria per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato”. (ANSA).
    GR/ S04 QBXI

  • Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    “Roma loquitur, confusio augetur”, Roma parla, la confusione cresce. La battuta critica del cardinale George Pell ha avuto una puntuale conferma nell’intervista che papa Francesco ha dato il 24 gennaio a Nicole Winfield dell’Associated Press.

    Interpellato sul caso del gesuita Marko Ivan Rupnik, Francesco ha risposto di non avere con tale caso “nulla a che fare” e di aver provato alla notizia “una grande sorpresa”. Ma ha anche fornito elementi fin qui sconosciuti della vicenda, e di non poco conto, in particolare che “c’è stato un accordo” nel quale “si pagò un’indennizzo”.

    È stata la prima volta, questa, nella quale il papa ha detto qualcosa sul caso Rupnik, da quando esso è venuto allo scoperto all’inizio dello scorso mese di dicembre. Rompendo un silenzio tanto più inspiegabile quanto più si sapeva della prossimità molto stretta, da anni, tra lui e quel gesuita.

    Per sciogliere l’enigma di questo silenzio, e oggi di queste parole, non resta che riassumere i tratti finora noti della vicenda, in quattro scene con un intervallo.

    SCENA PRIMA

    Era il 3 gennaio del 2022 e Francesco ricevette in udienza Rupnik, con tanto di notizia sul bollettino ufficiale e di foto (vedi sopra).

    Due anni prima, il 6 marzo del 2020, il papa aveva affidato a lui anche il compito di tenere la prima meditazione di Quaresima, per sé e per gli alti dignitari della curia vaticana riuniti ad ascoltarlo nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico.

    La fama di Rupnik era fino a due mesi fa alle stelle. Sloveno, 68 anni, era noto e apprezzato in tutto il mondo come un artista di primissimo piano, autore di spettacolari creazioni a mosaico sia a Roma, nella cappella del Palazzo Apostolico Vaticano, come a Fatima, a San Giovanni Rotondo e in altre numerose città. Aveva fama anche come maestro spirituale, di raffinata formazione teologica, in dialogo tra Occidente ed Oriente, discepolo dell’insigne gesuita e cardinale Tomás Spidlik (1919-2010). Nel suo atelier artistico di Roma viveva assieme a una comunità di donne consacrate, da lui fondata, ispirata e diretta.

    Ma attenzione alle date. Perché questi due eventi, l’udienza e la predica, si incrociavano con due processi che nel frattempo, in segreto, erano in corso contro Rupnik in Vaticano.

    SCENA SECONDA

    Era il gennaio del 2020 e la congregazione per la dottrina della fede aveva chiesto alla Compagnia di Gesù di istruire un processo amministrativo penale a seguito di una denuncia contro Rupnik per aver assolto in confessione una persona sua complice in un peccato “contro il sesto comandamento”. I giudici, tutti non gesuiti, avevano accertato all’unanimità che l’accusa era fondata. E toccava ora alla congregazione stabilire la condanna.

    Fu proprio a questo punto che Rupnik fu chiamato dal papa a tenere la prima meditazione di quella Quaresima. Tra l’altro quando già erano scattate contro il gesuita delle misure disciplinari, tra le quali il divieto di predicare.

    Nel maggio successivo la congregazione condannò Rupnik per l’assoluzione del complice, colpa gravissima che comportava anche la scomunica “latae sententiae”. Subito dopo, però, nello stesso mese di maggio, la scomunica fu revocata avendo Rupnik, si disse poi, “ammesso i fatti e chiesto perdono”.

    Il secondo procedimento prese il via nel giugno del 2021 e fu chiuso nell’ottobre del 2022 con la motivazione che i fatti imputati a Rupmik, pur con “la constatazione dell’effettiva consistenza delle accuse”, erano “da considerarsi prescritti per decorrenza dei termini”.

    E fu proprio nel gennaio del 2022, quando Rupnik fu ricevuto in udienza dal papa, che la congregazione per la dottrina della fede ebbe le prove della fondatezze delle accuse rivolte contro di lui da alcune consacrate della sua comunità, per abusi psicologici e sessuali, e avviò contro di lui il processo.

    Inoltre, anche dopo l’archiviazione del caso, sono rimaste in vigore per Rupnik “le restrizioni cautelari al ministero”, dalla proibizione di confessare a quella di predicare esercizi spirituali.

    INTERVALLO

    Di questi due processi nulla si è mai saputo, in pubblico, fino all’inizio di dicembre del 2022, quando le prime notizie riguardanti la cattiva condotta di Rupnik vennero alla luce su due blog cattolici di Roma, “Silere non possum” e “Messa in latino”.

    Seguirono le prime, vaghe ammissioni da parte della Compagnia di Gesù di procedimenti contro Rupnik “riguardanti il suo modo di esercitare il ministero” e di misure restrittive a lui imposte. Poi più dettagliate ammissioni da parte del preposito generale della Compagnia, Arturo Sosa. E poi ancora una cronologia sommaria dei fatti, emessa dalla curia generalizia dei gesuiti. Questo mentre su vari giornali italiani non cattolici, prima sulla rivista “Left” e poi più sistematicamente sul quotidiano “Domani”, uscivano e continuano a uscire le impressionanti testimonianze e denunce di un numero crescente di donne abusate da Rupnik in un ampio arco di anni, tutte passate nella comunità femminile da lui guidata. Sulla base di queste nuove denunce, la Compagnia di Gesù ha recentemente chiesto a Rupnik di restare a disposizione, nell’eventualità di ulteriori indagini e di un terzo processo.

    SCENA TERZA

    La venuta allo scoperto del caso, nei termini sopra detti, ha dato corpo a molte questioni irrisolte, che arrivano a coinvolgere il papa.

    Le misure restrittive inflitte a Rupnik sono state da lui ampiamente disattese, senza alcun controllo o sanzione, come se godesse di un invincibile “status” di protezione.

    L’immediata revoca, nel maggio nel 2020, della condanna e della scomunica di Rupnik non può essere stata semplicemente la conseguenza automatica del suo dichiarato pentimento. E neppure può essere stata decisa isolatamente dal cardinale prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Una revoca di tale peso e rapidità, a giudizio di molti, può essere stata ordinata soltanto dal papa.

    La chiusura per prescrizione del processo del 2022, con la motivazione che gli abusi sessuali imputati a Rupnik risalivano agli anni Ottanta e Novanta, non era affatto obbligatoria. Le istruzioni inviate ai vescovi di tutto il mondo nell’estate del 2020 per volontà dello stesso papa Francesco, riguardo ad abusi sessuali su minori e “adulti vulnerabili”, avvertono che in simili casi alla prescrizione si possa derogare, valutati la gravità dei fatti e i loro effetti in anni successivi, sulle vittime reali e potenziali.

    Colpisce la trascuratezza con cui le autorità ecclesiastiche hanno trattato le donne su cui Rupnik ha esercitato i suoi abusi psicologici e fisici. Numerose lettere di denuncia oggi divenute note sono rimaste senza risposta da parte delle autorità a cui erano state indirizzate.

    La cappa di segreto che ha celato fino allo scorso dicembre l’iter giudiziario di Rupnik è incompatibile con il “rescriptum ex audientia” del 2019 con cui papa Francesco ha abolito il segreto pontificio nei casi di abuso sessuale.

    Ma ancor di più impressiona l’intangibilità di cui Rupnik ha sempre goduto mentre esercitava le sue prevaricazioni, a danno di decine di donne della comunità da lui diretta, sistematicamente violate nello spirito e nel corpo, in nome di aberranti giustificazioni teologiche da lui continuamente associate ai suoi atti.

    Ingiustificabili appaiono infine le dichiarazioni del 23 dicembre scorso del cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, che – dopo aver premesso l’assenza di una sua responsabilità gerarchica su Rupnik – ha ridotto il tutto a una malevola campagna mediatica che avrebbe trasformato le denunce in reati, in violazione di ogni principio di garantismo. Quando in realtà contro il gesuita sono stati istruiti in Vaticano non uno ma due processi ed è stata emessa una condanna comprensiva persino di una scomunica.

    E poi, di chi è vicario De Donatis se non del papa, in una diocesi come quella di Roma che Francesco ha recentemente riorganizzato da capo a piedi sotto suo totale comando, una diocesi in cui non cade foglia che il papa non voglia? Impensabile che il cardinale vicario abbia emesso quelle dichiarazioni solo di testa sua.

    SCENA QUARTA

    E siamo all’intervista del 24 gennaio all’Associated Press. Nella quale Francesco si dice estraneo al caso ma difende a spada tratta la decisione della congregazione per la dottrina della fede d’aver fatto cadere le accuse contro Rupnik, pur fondate, perché legate ad atti lontani nel tempo. “La prescrizione è una garanzia”, ha detto il papa nell’intervista. “Se c’è una minorenne la tolgo sempre, o con un adulto vulnerabile”, ma “in questo caso no”.

    Quindi a parere del papa le donne abusate da Rupnik in veste di loro direttore spirituale non erano “vulnerabili”? A leggere le loro impressionanti testimonianze il giudizio che se ne ricava è proprio questo.

    Nell’intervista Francesco esprime anche un suo cambio di giudizio su Rupnik, che ora gli si rivela, dice, come ”una persona molto limitata che però è potente, a volte”. E fa balenare che “alcuni devono uscire dallo stato clericale perché non possono continuare in una situazione pastorale di questo tipo”. Ma che a questi vaghi e tardivi rimproveri seguano i fatti è tutto da vedere.

    E infine c’è quell’enigmatico rimando del papa a un pagamento in denaro, avvenuto per chiudere il caso: “Non so come il caso si è risolto, nel senso di un accordo comune. Credo che si pagò una indennizzo, ma io non conosco chiaramente l’accordo; ad ogni modo c’è stato un accordo”.

    Un indennizzo a chi? A qualcuna delle donne violate? Le quali in realtà erano decine, come si scopre ogni giorno di più. E con che tipo di accordo?

    Il cardinale Pell aveva proprio ragione. Il papa parla, la confusione cresce.

  • Le «crudeli aggressioni psicologiche» di Rupnik di fronte alle resistenze

    Le «crudeli aggressioni psicologiche» di Rupnik di fronte alle resistenze

    Federica Tourn per Editoriale Domani – Complice l’attenzione riservata alla morte di Benedetto XVI, nella Chiesa è calato un pesante silenzio su Marko Rupnik, il gesuita vicino a papa Francesco al centro di uno scandalo per le violenze commesse su diverse suore negli anni ’90 e per una scomunica latae sententiae, poi subito revocata dalla Santa Sede. Se il Vaticano non parla, lo fanno però le vittime, continuando ad aggravare con le loro testimonianze la posizione del famoso artista e di chi lo ha protetto.

    «Padre Rupnik mi disse: se non decidi per la Comunità Loyola non decidi per il Cristo. Io ero giovane, lui era la mia guida spirituale e mi fece capire che se non entravo a far parte della sua congregazione non appartenevo più a Cristo». La storia di Klara (nome di fantasia), oggi 58 anni, adescata dal gesuita quando era ancora minorenne, è la cronaca di un plagio totale, che ha coinvolto ogni aspetto della sua esistenza. Rupnik ha fatto leva sull’inesperienza e l’insicurezza dei suoi sedici anni per indurla a frequentare i ritiri spirituali con lui e poi forzarla a entrare nella Comunità Loyola. Una volta in suo potere, l’ha costretta a fare sesso «per il suo bene» e ha cercato di iniziarla ai rapporti a tre affidandola a un’altra donna affinché la “istruisse” e la preparasse per l’incontro con il “guru”.

    Quando ha incontrato Rupnik?

    L’ho conosciuto nel 1980, quando avevo sedici anni. Rupnik era stato ricoverato per un’infezione nella Clinica per le Malattie Infettive a Lubiana, dove io stavo svolgendo il tirocinio obbligatorio dopo il primo anno della Scuola per infermiere. Eravamo da soli nella stanza e mentre rifacevo il letto la croce che portavo al collo mi è scivolata fuori dalla camicia: mi sono spaventata, eravamo ancora negli anni del comunismo in Jugoslavia e mostrare di essere cristiani poteva essere pericoloso. Lui per tranquillizzarmi mi ha detto che era un gesuita e che aveva uno studio artistico a Roma. Quando è stato dimesso, mi ha invitato a partecipare a un gruppo di giovani che lui stesso aveva creato e che si riuniva nella sede dei Gesuiti a Dravlje, a Lubiana.

    E lei?

    Sono andata. Un anno dopo, poco prima di Natale, ho partecipato anche a un ritiro spirituale nel Monastero di Stična, a quaranta chilometri dalla capitale. Alla fine della giornata, mentre mi salutava, Rupnik mi ha abbracciata e baciata, giustificando quel gesto con il mio bisogno di tenerezza. Mentre continuava ad abbracciarmi e baciarmi, mi ripeteva che lo faceva solo per il mio bene.

    Che impressione le faceva Rupnik in quel periodo?

    Ero confusa, colpita dalle attenzioni che mi rivolgeva. Mi ero da poco trasferita dal mio villaggio di campagna in città ed ero molto insicura e influenzabile, mentre lui era già considerato un leader. Inoltre ero molto religiosa; sin da bambina sognavo di andare in missione, anche se ancora non sapevo se come suora o come laica. Il mio desiderio era di mettermi al servizio degli altri e per questo avevo studiato da infermiera. Lui ha subito captato questa mia aspirazione e l’ha indirizzata verso la Comunità Loyola in formazione. Era molto insistente, e allo stesso tempo mi parlava sempre di una ragazza italiana, sua modella nell’atelier dove dipingeva, come esempio di femminilità ed erotismo, caratteristiche che diceva di vedere anche in me.

    Era convinta di entrare nella Comunità Loyola?

    Tutt’altro. Qualche mese prima di entrare in comunità, nel 1986, durante l’anno di “prova”, in cui si verificava se davvero avevamo la vocazione a prendere i voti, ho ricevuto una proposta di fidanzamento da parte di un ragazzo che conoscevo. L’ho detto alla sorella responsabile della comunità slovena e subito è arrivata la convocazione da parte di padre Rupnik ad andare a Roma per parlare con lui. In quell’incontro mi ha rimproverata duramente dicendomi che ero una stupida e che stavo sbagliando tutto. «Se non prendi la decisione di scegliere la Comunità Loyola significa che non scegli Cristo nella tua vita»: queste sue parole mi hanno spaventata perché ero una persona religiosa e non volevo certo allontanarmi da Dio. Anche al momento della scelta definitiva ho avuto dubbi: si era risvegliato in me il desiderio di partire come missionaria laica ma padre Rupnik tagliò corto dicendo che la mia decisione per la Comunità Loyola non poteva e non doveva essere cambiata. Avevo 23 anni quando sono entrata in comunità nel 1987 e ho preso i voti definitivi quattro anni dopo.

    Quando sono cominciati i primi approcci sessuali?

    L’anno prima di entrare nella Comunità Loyola, nel 1986, abitavo a Lubiana in un appartamento in subaffitto. In quel periodo, padre Rupnik viveva nella comunità dei Gesuiti a Gorizia e a volte passava a trovarmi quando era in città. In una di queste occasioni mi ha invitata a entrare con lui nel bagno, dove ha cominciato a masturbarsi, davanti a me, sopra il lavandino; poi mi ha preso la mano in modo che continuassi io, mentre con l’altra mi spingeva la testa verso il basso. Mi diceva che lo faceva solo per il mio bene: «ne hai bisogno perché non hai ricevuto abbastanza amore e attenzione da tuo padre», diceva, e intanto mi raccomandava di non parlarne con nessuno.

    Ci sono stati altri episodi?

    Molti altri. Quando ha avuto la certezza che sarei entrata in comunità, ha cominciato a sfruttarmi sessualmente a suo piacimento. Durante il primo anno a Mengeš, padre Rupnik veniva per la guida spirituale e le confessioni; in quelle occasioni più volte mi disse che aveva una relazione sessuale anche con altre sorelle, menzionando ripetutamente il sesso a tre e chiedendomi se preferivo stare con una sorella e lui, oppure se desideravo essere sola con due uomini. Mi descriveva il nostro futuro rapporto a tre con ogni dovizia di particolari. Mi ricordo una volta che, dopo aver accompagnato due sorelle da Mengeš a Gorizia, si è fermato nel garage e ha cominciato a palpeggiarmi per poi masturbare sé stesso e me. Lo stesso anno mi ha scelta come aiuto nella direzione degli esercizi spirituali nel Monastero di Stična, soltanto per avermi più giorni a disposizione per fare sesso. Era il mio direttore spirituale e tutte in comunità mi ripetevano che dovevo essere umile e sottomessa: mi sentivo in trappola e non potevo parlarne con nessuno.

    Durante la pasqua del 1988, mentre ero a Roma per studiare teologia, sono stata mandata da padre Rupnik a San Marco in Lamis, in Puglia, a casa di una donna che aveva frequentato per un periodo la Comunità Loyola. Rupnik mi aveva parlato a lungo di come lei lo ispirasse artisticamente quando, nel suo atelier si massaggiava i seni e si accarezzava davanti a lui. Ho capito ben presto che ero stata mandata a casa sua con lo scopo preciso di farmi istruire sul sesso a tre: lei si toccava e “giocava” con me a letto, parlandomi di come sarebbe stato con padre Rupnik e di come avremmo bevuto il suo sperma da un calice a cena. Io ero imbarazzatissima e totalmente bloccata, tanto che una sera lei ha chiamato Rupnik al telefono dicendogli che con me non c’era nulla da fare.

    A quel punto che cosa è successo?

    Padre Rupnik ha cambiato totalmente atteggiamento nei miei confronti e ha cominciato a trattarmi molto male: sono stata sfruttata, ignorata ed emarginata in comunità, e anche l’atteggiamento di Ivanka Hosta è cambiato radicalmente. Sono diventata una sorella di terza classe, considerata incapace di osservare l’obbedienza, di pregare e di essere umile: era il loro modo per dirmi che potevo solo servire le sorelle, guadagnare dei soldi, ma non avevo il diritto di parola. Sono stata umiliata, rimproverata e punita pubblicamente. Non sono riuscita a dire la causa della mia sofferenza e della mia confusione interiore, mi percepivo soltanto come un relitto emotivo ormai inutile.

    Quando è riuscita a uscire da questa situazione?

    Dopo anni di vessazioni da parte della superiora e delle sue “protette”, sono stata trasferita a Gerusalemme in una piccola sede della comunità e tre anni dopo l’ho lasciata definitivamente. Avevo 35 anni.

    Ha mai più parlato con Rupnik?

    Una volta, poco prima di andarmene dall’Italia, l’ho affrontato durante gli esercizi spirituali e gli ho detto che mi aveva ingannata sin dal principio e che avevo capito il suo sistema: usava tutti i suoi doni di comprensione delle fragilità di ognuna di noi a suo vantaggio per avere prestazioni sessuali, usando una logica distorta dell’amore. Al contempo, quando trovava “resistenze”, come è successo a me, iniziava a compiere crudeli aggressioni psicologiche, emotive e spirituali che, insieme all’abuso fisico, distruggevano le persone.

    E lui?

    Ha negato tutto: è rimasto impassibile e mi ha risposto che non sapeva di che cosa stessi parlando.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/rupnik-molestie-testimonianza-quarta-vittima-religiosa-g9bnyzg5

  • Molta cronaca, poca critica. Così la stampa italiana racconta gli abusi su minori nella Chiesa

    Molta cronaca, poca critica. Così la stampa italiana racconta gli abusi su minori nella Chiesa

    Molta cronaca, pochi accenti critici. Così la stampa italiana tratta il tema degli abusi sui minori nella Chiesa. Spesso mettendo in evidenza le iniziative intraprese dalla Diocesi volte a contrastare il fenomeno. Una modalità di affrontare la problematica che sembra tutta italiana. Negli altri Paesi, come Germania, Francia o Stati Uniti, vengono condotte vere e proprie campagne giornalistiche contro i casi di pedofilia da parte di esponenti ecclesiastici. Lo rivela un’indagine di Volocom, società leader nella news intelligence, che ha preso in esame 2.280 articoli – di cui 1.001 su quotidiani cartacei e 1.279 su media digitali – pubblicati in Italia dal 1° settembre 2021 al 31 agosto 2022. Uno spaccato che permette di capire quanto e soprattutto come l’informazione di un Paese come il nostro, così vicino al Vaticano, racconti uno dei temi più complessi e delicati del nostro tempo. In Italia, i fatti di cronaca a riguardo «vengono per lo più riportati piuttosto che giudicati», spiegano gli analisti che hanno coordinato l’indagine. Gli articoli critici sono una quota minoritaria: il 18%. Aumenta, invece, la percentuale di quelli che instaurano nel complesso un «sentiment positivo», ovvero i testi in cui si espone il punto di vista dell’accusato, si riportano difese di quest’ultimo, si raccontano iniziative delle Diocesi o della Chiesa italiana volte a contrastare il fenomeno degli abusi sessuali (39%). Mentre nel 43% dei casi le questioni vengono presentate in modo neutro.

    Le differenze nei casi generali o specifici

    Le differenze di narrazione emergono anche quando la stampa tratta l’argomento in generale o eventi specifici. Nel caso della cronaca generale, la quota di articoli positivi raggiunge il 75%, mentre in caso di reati o presunti tali chi racconta il fatto assume un approccio neutrale (81%) o – in percentuale minore – critico (17%). Quando vengono, invece, trattati casi specifici, il rapporto si ribalta: il sentiment positivo viene riscontrato solo nel 3% degli articoli pubblicati. Infine, come è consuetudine per molte tematiche giudiziarie, anche sugli abusi la stampa tende a seguire la dinamica tipica delle notizie di cronaca: l’attenzione è massima nelle fasi “calde” della vicenda, come l’arresto o la condanna di chi ha commesso il reato, mentre l’attenzione cala drasticamente nelle fasi intermedie, come gli interrogatori o le udienze dei processi.

    Le differenze nei casi generali o specifici

    Le differenze di narrazione emergono anche quando la stampa tratta l’argomento in generale o eventi specifici. Nel caso della cronaca generale, la quota di articoli positivi raggiunge il 75%, mentre in caso di reati o presunti tali chi racconta il fatto assume un approccio neutrale (81%) o – in percentuale minore – critico (17%). Quando vengono, invece, trattati casi specifici, il rapporto si ribalta: il sentiment positivo viene riscontrato solo nel 3% degli articoli pubblicati. Infine, come è consuetudine per molte tematiche giudiziarie, anche sugli abusi la stampa tende a seguire la dinamica tipica delle notizie di cronaca: l’attenzione è massima nelle fasi “calde” della vicenda, come l’arresto o la condanna di chi ha commesso il reato, mentre l’attenzione cala drasticamente nelle fasi intermedie, come gli interrogatori o le udienze dei processi.

    https://www.open.online/2023/01/26/chiesa-abusi-minori-racconto-stampa-italiana/