Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • 10 anni di papa Francesco: alla vigilia dell’anniversario una visita inaspettata mette a disagio Bergoglio

    10 anni di papa Francesco: alla vigilia dell’anniversario una visita inaspettata mette a disagio Bergoglio

    Un argentino, abusato sessualmente da un religioso a Buenos Aires, ha denunciato in una conferenza stampa dell’associazione “Adulti per i diritti dei bambini” presso la sede dei corrispondenti esteri in Italia, che prima e dopo essere stato eletto Papa, Jorge Bergoglio” ha ignorato le mie richieste di ricevermi” nonostante l’aggressore sia stato condannato a 12 anni di carcere.

    Sebastián Cuattromo (47) ha spiegato di aver subito abusi sessuali quando aveva 13 anni, nel 1989 ed era uno studente della Scuola Marianista nel quartiere di Caballito, nella capitale argentina. Lo stupratore era un religioso, fratel Fernando Enrique Picciochi, che era un insegnante della scuola e abusava anche di altri bambini e adolescenti.

    Solo un decennio più tardi, dopo aver completato gli studi secondari al Collegio Marianista all’età di 18 anni, “abbiamo osato rompere il silenzio” e abbiamo denunciato Picciochi alla giustizia.

    Il sacerdote era fuggito negli Stati Uniti, dove viveva sotto falso nome ed era stato estradato in Argentina. Nel 2012 il religioso è stato condannato a dodici anni di carcere e incarcerato.
    La sentenza è stata appellata, ma è stata confermata dalla Suprema Corte di Giustizia, che l’ha definitivamente ratificata per il reato di corruzione qualificata e reiterata di minori.

    Fare silenzio

    Il Collegio Marianista avrebbe dovuto assumersi la propria responsabilità civile per quanto accaduto, ha detto Cuattromo giovedì, ma ha chiesto ai querelanti di impegnarsi a mantenere il silenzio sul caso, secondo l’usanza ecclesiastica di “evitare lo scandalo”.
    Cuattromo ha detto di essere comparso davanti alle autorità ecclesiastiche. L’allora cardinale Jorge Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires. “Sono stato ricevuto dal suo segretario, monsignor Martín García Aguirre, il quale mi ha detto che non sarei stato ricevuto dal cardinale ma dall’allora vicario di Flores, monsignor Mario Aurelio Poli, oggi cardinale arcivescovo di Buenos Aires.

    Con Poli “mi sono incontrato due volte e mi ha detto che le autorità ecclesiastiche guidate dal cardinale Bergoglio condividevano la posizione del Collegio Marianista, cioè ammettere le responsabilità civili se i querelanti abusati si impegnavano al silenzio”.
    “Non ci ha mai risposto”

    Sebastián Cuattromo ha affermato che “durante i dieci anni di pontificato di papa Bergoglio, non ha mai risposto alle nostre insistenti richieste di riceverci”.
    È la prima volta che Cuattromo si reca in Vaticano, proprio quando lunedì prossimo Papa Francesco sta per celebrare il suo decimo anniversario.

    Mercoledì Cuattromo e la responsabile dell’Associazione degli adulti per i diritti dei bambini, l’epatologa Silvina Piceda, hanno cercato di consegnare una richiesta di udienza al Papa in Vaticano, ma non sono stati autorizzati ad entrare.
    “Dopo dieci anni di pontificato, siamo ancora lontani anni luce dal poter pensare che la gerarchia cattolica cercherà vie concrete per riparare e rendere giustizia alle vittime di abusi”.
    “Dopo dieci anni di pontificato, siamo ancora lontani anni luce dal poter pensare che la gerarchia cattolica cercherà vie concrete per riparare e rendere giustizia alle vittime di abusi”.
    Cuattromo ha detto che questo venerdì alla Casa Argentina a Roma in via Veneto, i responsabili di Adulti per i diritti dei bambini in Argentina presenteranno il libro “Siamo sopravvissuti”, già pubblicato nel nostro Paese, da otto scrittori argentini.

    Piceda e Cuattromo hanno avviato un tour a Roma alla ricerca di associazioni di minori vittime di stupro in Spagna, Portogallo, Francia, Germania e Belgio.
    A Bruxelles incontreranno i funzionari dell’Unione Europea di 27 Paesi.

    Fonte CLARIN

  • Pignatone: “Non ho mai ostacolato le indagini su Emanuela Orlandi”

    Pignatone: “Non ho mai ostacolato le indagini su Emanuela Orlandi”

    “Io non ho mai ostacolato in alcun modo nessuna attività di indagine disposta dal dr.Capaldo o dalle altre colleghe.

    Non ho mai avocato il procedimento relativo alla scomparsa di Emanuela Orlandi.

    Dopo il mio arrivo da procuratore a Roma il dr. Capaldo ha continuato per oltre tre anni a dirigere le indagini sulla scomparsa della Orlandi, sentendo personalmente testimoni e indagati, disponendo intercettazioni e attività di polizia giudiziaria e nominando consulenti”. E’ quanto afferma all’ANSA l’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone.

    L’ex capo dei pm di piazzale Clodio aggiunge che Capaldo “ha anche disposto e coordinato, intervenendo sul posto, le attività per la rimozione della salma di Enrico De Pedis dalla tomba nella Basilica di Sant’Apollinare e i successivi scavi nella cripta che hanno portato al rinvenimento di alcuni scheletri e di numerosissimi frammenti ossei non riconducibili però alla Orlandi”.

    L’ex procuratore di Roma afferma, inoltre, che “la richiesta di archiviazione è stata decisa a maggioranza, al momento della scadenza dei termini delle indagini, tra i colleghi titolari del procedimento. Io ho condiviso e ‘vistato’, quale Capo dell’Ufficio, tale richiesta, mentre il dr. Capaldo, che non era d’accordo, ha rifiutato – come era suo diritto – di firmarla e ha quindi chiesto il 27 aprile 2015 che, secondo quanto previsto dalle Circolari del Csm in materia, gli venisse revocata l’assegnazione del procedimento.

    La richiesta di archiviazione, presentata il 5 maggio 2015, è stata accolta dal gip, dopo che i familiari della Orlandi avevano presentato opposizione, il 19 ottobre dello stesso anno e confermata definitivamente dalla Cassazione il 6 maggio 2016″.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/03/01/pignatone-non-ho-mai-ostacolato-le-indagini-su-orlandi-_e5c6aa37-394d-4c14-8637-53447ffcc10a.html

  • Caso Orlandi, il governo stoppa la Commissione d’inchiesta: opposizione sorpresa

    Caso Orlandi, il governo stoppa la Commissione d’inchiesta: opposizione sorpresa

    «Sono sorpreso della richiesta del governo di un rinvio per approfondimenti del voto sulla Bicamerale di inchiesta. Era da qualche settimana che ne discutevamo in commissione, e la richiesta è arrivata proprio al momento del voto». Lo dice parlando con l’Ansa Roberto Morassut (Pd), presentatore di una delle proposte di legge che istituise la commissione di inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi. «La richiesta del governo – ha riferito Morassut – è stata avanzata non dal sottosegretario Molteni, ma dal presidente della Commissione, che ha riferito che il governo aveva trasmesso questa richiesta, ma non ci ha detto il motivo».

    «Il governo ha chiesto di attendere per l’istituzione della Commissione d’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, ma non ne ha spiegato le ragioni e i tempi. Questa scelta incomprensibile danneggia le famiglie di queste due ragazze e tutti i cittadini che chiedono di fare luce su questa torbida vicenda». Così Francesco Silvestri, capogruppo M5S alla Camera che all’AdnKronos dice: «Adesso sentirò il governo per capire se l’impreparazione con cui sono arrivati in commissione derivi da una loro incapacità di leggere di cosa si discute in commissione e quindi prepararsi prima, o da un fattore politico».

    Oggi la Commissione Affari costituzionali, ha rinviato il voto su richiesta del sottosegretario all’interno Nicola Molteni, che ha chiesto a nome del governo il rinvio «per approfondimenti». «Se si tratta di impreparazione – continua Silvestri – è un conto. Se è una questione politica vedremo. Io temo che sia la prima ipotesi… Se chiedono tempo, però, è un fattore rilevante. Glielo chiederò, voglio che questa questione si risolva perché non è una questione di bandiera, ci sono delle famiglie che stanno guardando alla serietà di cosa stiamo facendo, se questo percorso è stato avviato va portato a compimento. Non è una cosa da niente, è l’istituzione della commissione Orlandi, la questione va chiarita».

    Caso Orlandi, il governo stoppa la Commissione d’inchiesta: opposizione sorpresa

  • Esce un libro in Polonia: “Wojtyla sapeva dei casi di pedofilia”

    Esce un libro in Polonia: “Wojtyla sapeva dei casi di pedofilia”

    Karol Wojtyla, da cardinale di Cracovia prima della sua elezione a Papa nel 1978, sapeva dei casi di pedofilia da parte dei preti della sua diocesi, e ha reagito, sì, in conformità al Codice canonico allora in vigore, ma ha ugualmente coperto i casi preoccupandosi soprattutto perchè non arrivassero alla conoscenza del potere comunista di quei tempi e non ha offerto la minima l’assistenza alle vittime.

    E’ quanto si afferma nel libro “Maxima culpa.

    Giovanni Paolo II ha saputo” scritto da un corrispondente olandese in Polonia Ekke Overbeek che uscirà a Varsavia l’8 marzo prossimo presso la casa editrice Agora.

    Una anticipazione del libro è stata pubblicata oggi da un inserto del quotidiano Gazeta Wyborcza.

    Overbeek descrive il caso di pedofilia da parte un prete emerso nel 1970, basandosi sul materiale trovato negli archivi dell’Istituto della memoria nazionale (Ipn) e prodotto dai servizi segreti di allora. Confrontare il materiale con i testimoni diretti ancora in vita non è stato facile. “Ero troppo piccola; allora il clima era tale che non si poteva accusare un sacerdote” ha detto una di loro. “Per mezzo secolo quasi tutte le donne di questo paesino hanno taciuto su qualcosa che doveva essere una esperienza traumatica” commenta Overbeek, l’autore che dieci anni fa ha pubblicato il primo libro sulla pedofilia da parte della Chiesa polacca. “La Polonia deve troppo a Wojtyla e non si può ridurre il suo pontificato solo alla questione della pedofilia.

    Non credo che coprisse in modo consapevole questi crimini” ha dichiarato Adam Michnik il caporedattore di Gazeta Wyborcza parlando del libro che secondo gli esperti potrebbe incidere sul culto di Papa polacco, diventato santo nel 2014.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2023/02/27/libro-in-polonia-wojtyla-sapeva-dei-casi-di-pedofilia_cf871663-dc10-442d-9e24-862900481d28.html

  • Ratzinger sapeva già nel 1986 degli abusi del sacerdote H.

    Ratzinger sapeva già nel 1986 degli abusi del sacerdote H.

    Secondo una ricerca dei media, il cardinale Joseph Ratzinger, in qualità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, aveva informazioni sui reati sessuali del sacerdote H. già nel 1986. 

    Il vice vicario generale dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, Bernhard Egger, scrisse al Vaticano nell’agosto 1986 chiedendo il permesso all’allora sacerdote H. di celebrare la messa con succo d’uva invece che con vino a causa di “assoluta intolleranza all’alcol”, riferiva il “Bayerischer Rundfunk” e il centro di ricerca “Correctiv” martedì. H. era stato precedentemente condannato a pena sospesa dal tribunale distrettuale di Ebersberg per abusi multipli su minori.

    Su richiesta di “Correctiv” e BR, l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha informato che la lettera menziona anche reati sessuali contro bambini “commessi in stato di ebbrezza”. Ratzinger ha risposto all’arcidiocesi per iscritto e ha firmato personalmente la lettera con il permesso, ma non ha affrontato i reati sessuali. “Ciò dimostra che Ratzinger aveva informazioni sui molteplici abusi sessuali dell’autore condannato H., che avrebbe dovuto continuare ad essere utilizzato nella pastorale comunitaria”, afferma il rapporto BR.

    Ratzinger ha sottolineato per tutta la vita di non sapere nulla delle accuse

    Il rapporto sugli abusi dello studio legale Westpfahl Spilker Wastl (WSW) sulla violenza sessuale nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga dedica un volume speciale di 350 pagine al caso H. . L’inchiesta pubblicata nel gennaio 2022 accusa il futuro papa Benedetto XVI, arcivescovo di Monaco e Frisinga dal 1977 al 1982, di cattiva condotta personale in diversi casi. Un portavoce dell’arcidiocesi ha confermato martedì all’agenzia di stampa tedesca (Dpa) che la corrispondenza di cui si è ora a conoscenza era a disposizione anche della cancelleria. Si dice che il sacerdote abbia abusato sessualmente di ragazzi nella diocesi di Essen e nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga per decenni e che sia stato trasferito più e più volte. H. è stato rilasciato dal clero nel giugno 2022 .

    Il portavoce dell’iniziativa “Eckiger Tisch” per le persone colpite, Matthias Katsch, ha intanto chiesto al Vaticano di rilasciare i propri dossier. La ricerca ha mostrato quanto sarebbe importante valutare i file conservati in Vaticano su migliaia di casi di abusi da tutto il mondo, ha detto alla Dpa. La corrispondenza tra Ratzinger e l’arcidiocesi mostra anche perché la Chiesa resiste a indagini indipendenti: sa che ci sono prove della colpa e della responsabilità dei suoi vescovi e papi. (cbr)

    https://katholisch.de/artikel/43740-bericht-ratzinger-wusste-schon-1986-von-missbrauch-durch-priester-h

  • Un tour in sette paesi per combattere gli abusi sessuali nell’infanzia

    Un tour in sette paesi per combattere gli abusi sessuali nell’infanzia

    Buenos Aires, 24 febbraio (EFE).- Dopo essersi presentati lo scorso ottobre davanti al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, gli argentini Silvia Piceda e Sebastián Cuattromo intraprendono questo sabato un tour di sette paesi con un obiettivo ben preciso: rendere visibile e combattere il abusi sessuali su minori.

    Questa coppia, fondatrice dell’associazione ‘Adultxs por los derechos de la infancia’, inizierà un viaggio di più di un mese attraverso Marocco, Italia, Francia, Germania, Belgio, Spagna e Portogallo, dove incontreranno i rappresentanti delle agenzie governative e civili per sensibilizzare su un crimine subito da “un bambino su cinque” nel mondo.

    «È un crimine che resta impunito perché la società adulta ha scelto di tacere (…). La cosa terribile è che gli abusatori continuano ad agire e che i bambini di oggi continuano ad avere difficoltà. Per questo abbiamo la obbligo di cambiare questa realtà e uscire per difendere i bambini di oggi”, ha detto Piceda in una conversazione con EFE.

    Il tour inizierà con attività a Casablanca, Rabat e Dakhla, e proseguirà dal 7 all’11 marzo a Roma.

    Successivamente, Piceda e Cuattromo visiteranno Parigi (13-17 marzo), Berlino (20-22 marzo), Bruxelles (23-24 marzo), Madrid (27-30 marzo) e Lisbona (31 marzo-2 aprile), città dove incontreranno i rappresentanti dell’Unesco, del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea, tra le altre istituzioni.

    “Speriamo che questo tour apra nuovi orizzonti e nuovi impegni istituzionali, che capiamo essere essenziali per trasformare la storia e affinché questa causa cominci ad avere la massima importanza politica per le nostre società”, afferma Cuattromo.

    GLI ABUSI NELLA CHIESA ARGENTINA

    Quando aveva 13 anni, Cuattromo ha subito abusi sessuali presso la Scuola Marianista di Buenos Aires: nel 2012 la Giustizia argentina ha condannato il suo aggressore, il fratello Fernando Picciochi, a dodici anni di carcere.

    A questo proposito, Cuattromo critica l’atteggiamento dell’arcidiocesi di Buenos Aires, guidata dall’allora cardinale Jorge Bergoglio, attuale papa Francesco, organizzazione che accusa di sostenere il Collegio Marianista, ente che gli ha offerto un risarcimento civile per i danni causati Finché l’ha tenuto segreto.

    Negli ultimi dieci anni, Cuattromo ha più volte richiesto un’udienza al Sommo Pontefice per affrontare questo tema, richiesta che, assicura, è stata “totalmente” ignorata e che spiegherà dettagliatamente il 9 marzo, in un’apparizione presso la sede del l’Associazione della Stampa Estera di Roma.

    “Non siamo mai stati ricevuti da lui e questo spiega una profonda sottovalutazione e ignoranza da parte, nientemeno, del primo papa argentino e latinoamericano della storia nei confronti delle vittime di abusi sessuali nella Chiesa cattolica in Argentina e in America Latina, ” si lamenta il co-fondatore di ‘Adultxs por los derechos de la infancia’. EFE

  • Costruiscono una storia d’amore dopo che entrambi sono stati abusati durante l’infanzia

    Costruiscono una storia d’amore dopo che entrambi sono stati abusati durante l’infanzia

    Parlano di sopravvissuti. Di militanza. Di un obiettivo collettivo che supera l’individuo. Di persone che distruggono: con uno, con il proprio amor proprio, con le parole e i loro significati. Parlano di combattimenti. E non negare, perché solo riconoscendo la realtà puoi lavorare per trasformarla.

    Silvia Piceda è medico, ha una figlia e ha una relazione da 4 anni con Sebastián Cuattromo. Entrambi hanno subito abusi durante la loro infanzia. Entrambi sono stati derubati della loro innocenza.

    Silvia ha subito abusi tra i 9 e gli 11 anni, o almeno così ricorda. Come ha spiegato a LA NACION, in questi casi, è molto comune che le vittime di abusi sessuali infantili non ricordino esattamente quando è stato, dove oi dettagli; ciò che rimane è un’aura di vulnerabilità che – secondo la sua esperienza – è qualcosa che gli aggressori intuiscono e che l’ha portata a cadere in queste relazioni di dolore molte volte nella sua vita. Ha subito violenze da parte del padre, è stata abusata durante l’infanzia da due persone della sua cerchia: un cugino e un collega di lavoro; e più tardi sposò un uomo che scoprì -nel corso degli anni- di essere anche un molestatore di bambini.

    Per questo si dicono “sopravvissuti” a un’ingiustizia che l’ex giudice e specialista in questo problema, Carlos Rozanski, ha definito “il crimine più impunito sulla terra”. È che questo dolore lo soffre 1 bambino su 5 e, come dettagliato, in Argentina e in Occidente in generale, solo il 10% dei casi arriva all’attenzione della Magistratura e, all’interno di quell’universo, solo uno finisce sotto processo e sentenza: questo è stato il caso di Sebastián.

    Ha subito abusi all’età di 12 anni e ha sopportato quel dolore in silenzio per altri 10 anni. Finalmente, dopo aver lottato per 12 anni in campo giudiziario, riuscì ad arrivare al processo orale e pubblico che determinò, oltre 20 anni dopo, la condanna a 12 anni di reclusione del suo aguzzino , l’ex insegnante e fratello marianista Fernando Picciochi che ha incontrato alla scuola dove ha studiato. Ma Sebastián è l’eccezione alla regola: come descritto, la maggior parte dei molestatori rimane impunita.

    In ogni caso quella fatica ha avuto un costo e ha descritto quella tappa come un momento della sua vita attraversato dalla solitudine. “Ero convinto che essere così impegnato per una causa di questo tipo non mi permettesse di assumere altri tipi di impegni. Penso che i dolori e le ferite della mia stessa storia di abuso mi siano stati sovrapposti, mai lavorati bene, avevo ancora molto da affrontare e da guarire in quel senso. Mi sentivo meglio preservato stando da solo”, ha spiegato Sebastián, che oggi con il passare del tempo crede di essere stato molto duro con se stesso, non permettendo a se stesso di avere una relazione fino a quando non ha incontrato Silvia.

    Parla anche della solitudine come uno degli elementi della sua storia. “Dico che mia figlia ha salvato la mia infanzia. Mi sono dissociato dall’emozione. Potevo raccontarlo ma non potevo portare il dolore di ciò che significava, la sensazione di profonda solitudine che si trascinava. E ora ce l’ho, lo so e quella è un’arma, sapere che hai dolore e buchi è uno strumento che ti serve nel presente; non in smentita”, ha descritto Silvia, che non ha avuto la stessa sorte dal piano giudiziario e che, raccontando ai genitori gli abusi subiti, ha sofferto l’angoscia del silenzio: “L’argomento non è mai stato più discusso, come se avesse mai successo, e questo fa molto male. Questo fa sì che le vittime sopportino molta colpa. Qualcosa di traumatico di cui non hai la possibilità di parlare con nessuno ed esplode in uno”.

    Silvia si descrive come una donna vulnerabile e trova in questa qualità il fattore scatenante che l’ha portata ad associarsi con i violentatori. È cresciuto in una casa violenta dove i suoi abusi sono passati inosservati. Questo, oltre a danneggiare il rapporto con i genitori, le ha fatto perdere il rispetto di sé perché, secondo gli esperti, queste situazioni si verificano con persone di cui la bambina si fida completamente e che suscitano sensi di colpa. “Sono persone che stimi, sono sempre figure importanti e l’aver subito questo dolore in seguito influenza le decisioni che prendi nella vita, come nel mio caso l’aver sposato un violentatore, con la mia storia d’infanzia. Non mi sembra un caso .che ho vissuto e mi sono innamorato di un ragazzo con una struttura fondamentalmente psicopatica che era capace di oggettivare tutte le persone e abusare dei bambini”.

    Ha scoperto che il suo ex marito, Dalmiro Suarez, era un violentatore nel 2009 quando Romina, la figliastra di questo ex prigioniero politico, è andata a trovarla per dirle che aveva abusato di lei quando aveva 11 anni. Nonostante non abbia mai ricevuto giustizia perché quando ha messo in parole la sua sofferenza, il delitto era già prescritto, la sua testimonianza è stata la scossa che ha svegliato Silvia: “Romina è la verità come liberatrice e organizzatrice, è stato per me commuovere prendersi cura di mia figlia”.

    Ma in quel litigio Silvia ha dovuto fare i conti con alti e bassi della Giustizia che hanno messo in pericolo la figlia. Il tribunale della famiglia di La Plata l’ha costretta a ricollegare la figlia al padre, anche con la denuncia di abusi fatta da Romina e il fatto che il padre di Suarez avesse abusato di tre delle sue nipoti, che ha segnato una patologia. “Ritengo il tribunale della famiglia di La Plata interamente responsabile di tutto il disastro che ci è accaduto”, ha detto Silvia, che, appresa la verità e di fronte alla mancanza di risposte favorevoli da parte del tribunale, è scappata di casa con la figlia. un pezzo di terra che aveva acquistato accanto a quello di Suarez con la convinzione che, nonostante si fossero separati, sua figlia meritasse di mantenere il rapporto. Ovviamente all’epoca non sapevo che avesse a che fare con un violentatore.

    Silvia ha ricevuto anche una denuncia penale per impedimento di contatto: un contrattacco scaturito dai contatti di Suarez nel territorio giudiziario. La fine di questa lotta per il coinvolgimento si è verificata quando la figlia di Silvia aveva 14 anni e ha detto alla corte che non avrebbe mai più voluto rivederlo o frequentarlo. In quel momento, Romina li ha accompagnati e ha detto al suo aggressore: “Ogni volta che ti scoperai con la ragazza, io ci sarò, la troverai con me e mi dirai in faccia che non hai abusato di me”. Questo ha segnato l’ultimo tentativo di Suarez di riconnettersi.

    “Gli psicopatici arrivano e distruggono tutto. Partono deserti. Rubano anche il senso delle parole”, dice Silvia. Tuttavia, ha incontrato Sebastián, che è venuto a ricostruire tutto ciò che Suarez aveva distrutto. “Essere stato vittima o aver avuto una vita di dolore non toglie la possibilità di amare ed essere amati. La militanza, il lavorare per gli altri, per una vita migliore, non era sua, era mia. Questo lo ha salvato; Io sono il militante, non so cosa sarà, so solo che è un violentatore e deve stare in prigione”.

    Oggi Silvia e Sebastián guidano una ONG chiamata Adultxs por los Derechos de la Infancia , che attraverso incontri tra pari -in cui condividono le loro esperienze- e la visibilità di questo problema sociale militano per costruire una società adulta che, invece di lasciare i bambini “a caso liberati dalla famiglia che li ha toccati”, contribuiscono a migliorare la loro realtà attraverso diversi segni e gesti d’amore, consapevoli che tutti possono aiutare a salvare l’infanzia.

    Nella Giornata internazionale per la prevenzione degli abusi sui minori, che si celebra oggi, l’organizzazione si riunisce all’Obelisco dalle 18:00 per far conoscere ancora di più questa realtà e per dire “basta” all’impunità e all’ingiustizia con cui questi sopravvissuti.

    https://www.lanacion.com.ar/sociedad/construyen-una-historia-de-amor-despues-de-que-los-dos-fueron-abusados-en-la-infancia-nid1957136/

     

  • In Portogallo un report indipendente sugli abusi della chiesa cattolica stima 4.815 vittime in 70 anni. Il primo rapporto italiano, invece, è stato una totale farsa.

    In Portogallo un report indipendente sugli abusi della chiesa cattolica stima 4.815 vittime in 70 anni. Il primo rapporto italiano, invece, è stato una totale farsa.

    Anche in Portogallo, la Chiesa Cattolica ha iniziato a fare luce sui casi di abusi sessuali su minori che la riguardano direttamente. Una Commissione di indagine indipendente ha presentato ieri un report che ha individuato 4.815 casi avvenuti fra il 1950 e il 2022. Da gennaio a ottobre, la Commissione ha raccolto oltre 500 denunce, da cui è stata elaborata una stima, “un numero minimo, assolutamente minimo di 4.815 vittime”, come ha dichiarato il presidente Pedro Strecht, psichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza, aggiungendo che il numero reale potrebbe essere molto più alto.

    Stando al rapporto, il 77% degli abusi è stato commesso da sacerdoti mentre le vittime hanno un età media di 11,2 anni. Nella maggior parte dei casi gli abusi si sono ripetuti per più di una volta e per un terzo delle vittime sono arrivati a durare oltre un anno. Quasi la metà di chi si è fatto avanti ha parlato delle violenze per la prima volta, mentre le denunce sono solo 25, in quanto la maggior parte dei presunti casi è caduta in prescrizione.

    L’inchiesta del Portogallo fa seguito a quelle di Francia, Germania, Australia, Irlanda e Paesi Bassi. Anche in Italia, lo scorso novembre, sono stati rilasciati i risultati dell’indagine sui casi di pedofilia nella Chiesa, ma l’indagine è sembrata una farsa totale, risultando pienamente deludente.

    Nella maggior parte delle sue quaranta pagine, il testo si concentra infatti soprattutto nella mappatura dei Servizi territoriali e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori attivati nelle diocesi, per “illustrare la realtà delle buone pratiche sviluppate dalla Chiesa”. I dati contenuti sono scarni e parziali: oltre a riguardare solo alcuni casi avvenuti tra il 2020 e il 2021 – indagando quindi due anni e non venti, come precedente annunciato –, considera solo quelli di pertinenza degli sportelli delle diocesi, mentre mancano, come spiega Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso, quelli “della congregazione per la Dottrina della Fede, i casi finiti in magistratura e i casi che abbiamo noi come associazione”. Nell’attesa di una fotografia più precisa, risulta ancora più urgente la creazione di una commissione italiana davvero indipendente.

  • Pedofilia nella Chiesa portoghese, il report: ‘Almeno 4.815 vittime’

    Pedofilia nella Chiesa portoghese, il report: ‘Almeno 4.815 vittime’

    Un’inchiesta indipendente sugli abusi sessuali su minori, avvenuti dal 1950 a oggi, da parte di membri del clero cattolico portoghese ha rivelato almeno 4.815 vittime. La commissione incaricata ha svelato oggi le sue conclusioni dopo aver registrato centinaia di resoconti delle vittime, l’inchiesta è stata commissionata dalla Chiesa portoghese.

    Il coordinatore dell’inchiesta: “Rete di vittime molto più ampia”

    “Queste testimonianze ci permettono di arrivare a una rete di vittime molto più ampia, calcolata sul numero minimo di 4.815 vittime”, ha detto Pedro Strecht, psichiatra infantile e coordinatore della commissione di esperti, durante la presentazione del rapporto finale a Lisbona. In ottobre, il team composto da sei esperti, ha raccolto le testimonianze di 424 persone, presunte vittime di abusi. Questo dato, però, indicherebbe un numero totale di vittime molto più ampio. Le relazioni avrebbero rivelato “gravi situazioni che persistevano da decenni e in alcuni casi raggiungevano proporzioni epidemiche”.

    La testimonianza della suora novizia violentata a 17 anni

    Il termine per sporgere denuncia è già scaduto per la maggior parte dei presunti reati, ma 25 casi sono stati trasferiti alla polizia e diverse inchieste sono già state aperte. Uno di questi riguarda una donna di 43 anni, che ha chiesto l’anonimato, e che ha riferito di essere stata violentata da un prete durante la confessione, quando era una suora novizia di 17 anni. “È molto difficile parlare di queste cose in Portogallo”, un paese in cui l’80% delle persone si dichiara cattolico, ha detto la donna, che ora è madre, ha studiato informatica e lavora come aiuto cuoco. “L’ho tenuto segreto per molti anni, ma è diventato sempre più difficile affrontarlo da sola”, ha spiegato la 43enne all’AFP in un’intervista telefonica. Alla fine ha denunciato il suo aggressore alle autorità della Chiesa, ma ha detto di essere stata “ignorata”. Il vescovo incaricato non avrebbe fatto altro che trasmettere la sua denuncia al Vaticano, che ancora non ha risposto. Tre anni dopo, la donna ha conosciuto la commissione indipendente nella quale ha trovato ascolto, comprensione e il sostegno psicologico necessario.

    Nell’aprile dello scorso anno, Manuel Clemente, cardinale patriarca di Lisbona e massimo prelato del Portogallo, si era detto pronto a “riconoscere gli errori del passato” e a chiedere “perdono” alle vittime. “I vescovi che chiedono perdono non significano niente per me. Non sappiamo se lo intendono davvero”, ha ribattuto la donna, che ha affermato di essere “disgustata” dalla Chiesa e dai suoi insabbiamenti sugli abusi sessuali.

    La pedofilia nella Chiesa cattolica

    Papa Francesco, che ad agosto visiterà Lisbona, potrebbe incontrare alcune delle presunte vittime, ha fatto sapere di recente il vescovo ausiliare di Lisbona, Americo Aguiar. Di fronte alle migliaia di casi di abusi sessuali del clero venuti alla luce in tutto il mondo e alle accuse di insabbiamento, il Pontefice ha promesso nel 2019 di sradicare la pedofilia all’interno della Chiesa. Diverse indagini sono state avviate in alcuni paesi, tra cui Australia, Francia, Germania, Irlanda e Paesi Bassi. I vescovi portoghesi si riuniranno a marzo per trarre conclusioni dal rapporto indipendente e “liberare il più possibile la Chiesa da questo flagello”, ha dichiarato a gennaio padre Manuel Barbosa, membro anziano della Conferenza episcopale portoghese. Per la 43enne, che anticipa la risposta dei vescovi con un misto di speranza e scetticismo, la commissione indipendente rappresenta “un buon primo passo” per le vittime che vogliono “rompere il muro di silenzio” che le ha circondate per tanto tempo.

    https://tg24.sky.it/mondo/2023/02/13/pedofilia-chiesa-portoghese

  • Controreport di Rete L’abuso sui preti pedofili: numeri allarmanti

    Controreport di Rete L’abuso sui preti pedofili: numeri allarmanti

    SAVONA-ADISTA. 88 preti non noti segnalati dalle vittime che, per improcedibilità spesso legata alla prescrizione non sono conosciuti alle autorità civili; 166 preti accusati, attualmente denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva in Italia, compresi coloro che si sono salvati grazie alla prescrizione; 164 condannati in via definitiva, per un totale di 418.

    Sono i numeri che emergono dal controreport (rispetto a quello pubblicato dalla Cei il 27 novembre scorso, v. Adista Notizie n. 40/22) sulla pedofilia clericale elaborato – sulla base delle denunce dei sopravvissuti e riguardante esclusivamente i preti, dalla Rete L’Abuso di Francesco Zanardi – con tutti i dati raccolti dall’associazione in 13 anni di lavoro e monitoraggio, che ovviamente non restituiscono ancora la portata reale del fenomeno.

    Il report è stato presentato in conferenza stampa il primo febbraio, alla presenza dello stesso Zanardi, di Matthias Katsch, di ECA Global (Ending Clergy Abuse, organismo internazionale che si occupa di pedofilia nella Chiesa), sopravvissuto agli abusi, e di Simone Padovani, portavoce della Justice Initiative lanciata in Svizzera da gruppi di vittime, accademici e ONG di tutta Europa come iniziativa politica congiunta.

    Il Report, tuttavia, non vuole snocciolare solo numeri, «ma insieme a questi fornire, in assenza di dati governativi, un quadro di consapevolezza più ampio, spiegando perché il problema endemico dei sacerdoti pedofili, in Italia, sia particolarmente allarmante rispetto agli altri Paesi, non solo nell’area dell’Unione Europea», spiega Zanardi.

    La chiave di lettura, dunque, è quella del principio di “Interesse superiore del minore” all’interno del quale la Rete agisce. L’Italia ha ratificato 32 anni fa (27 maggio 1991) la Convenzione sui diritti dell’infanzia, che rappresenta lo strumento normativo internazionale più importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia (che comprende individui fino a 18 anni di età); essa, spiega Zanardi, «obbliga gli Stati che l’hanno ratificata a uniformare le norme di diritto interno a quelle della Convenzione e ad attuare tutti i provvedimenti necessari ad assistere i genitori e le istituzioni nell’adempimento dei loro obblighi nei confronti dei minori». Ma in questi 32 anni un adeguamento dei parametri non c’è stato.

    Il nodo più rilevante è dato dalla contraddizione tra quanto imposto dalla Convenzione (che, cioè, “nell’interesse superiore del minore”, si proceda in ogni modo all’accertamento della pericolosità sociale del presunto reo e dell’entità delle eventuali vittime, provvedendo quando necessario a impedire che questo possa commettere altri crimini) con i limiti giuridici imposti dalla prescrizione: «Non è come spesso pensiamo, che se una persona è prescritta per questi reati venga meno “l’interesse superiore del minore”», dichiara Zanardi, «casomai deve venire meno la prescrizione che di fatto è ostativa al raggiungimento dell’obiettivo.

    È qui che lo Stato deve attuare tutti gli sforzi possibili per adeguare per esempio il termine prescrittivo, affinché si possa procedere verso l’obiettivo». Nel 2019 le Nazioni Unite, con il Comitato per la tutela dell’infanzia, il 28 febbraio 2019, dopo un monitoraggio quinquennale dell’Italia, sono entrate nel merito della pedofilia da parte dei membri del clero cattolico e il suo indotto esprimendo preoccupazione per il basso numero di indagini a carico dei responsabili.

    Nel nostro Paese, sottolinea Zanardi in conferenza stampa, gli ostacoli alla denuncia di casi sono molti (soprattutto dopo la riforma Cartabia, sottolinea l’avvocato Mario Caligiuri, il quale auspica che l’esecutivo centralizzi il problema dell’accesso alla giustizia); i canali utilizzabili per procedere sono poco noti e altrettanto poco noto è l’accesso al patrocinio gratuito da parte delle vittime.

    I dati

    Il Report della Rete L’Abuso suddivide i dati per regioni, mostrando un numero maggiore di casi totali in Lombardia (69), dove maggiore è anche il numero di preti condannati in via definitiva (30) (secondo il Veneto con 40 totali, terza la Sicilia con 39), mentre la regione a avere il maggior numero di preti denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva è il Veneto (28; 24 in Lombardia).

    Peraltro, il biennio 2020-2021 analizzato dalla CEI nel suo report, pur nella sua limitatezza è particolarmente illuminante nel contesto italiano: pur in un periodo in cui la pandemia ha limitato i contatti e pur provenendo i dati Cei da soli 30 centri d’ascolto diocesani su 166 diocesi, si parla di ben 89 presunte vittime e 68 presunti autori: un numero rilevante. E volendo fare una proiezione alla luce dei dati francesi emersi dalla Commissione CIASE (216mila sarebbero le vittime di soli preti), il numero di vittime italiane, sui 13 anni esaminati dalla Rete L’Abuso, sarebbe di circa 30mila.

    «Dobbiamo ringraziare Francesco Zanardi», ha detto Mathias Kesch alla conferenza stampa. «L’abuso clericale tocca tutti Paesi del mondo, ma il cuore del problema è in Italia», ha aggiunto, auspicando l’avvio di un’inchiesta globale internazionale che esprima una solidarietà senza confini tra le vittime. Simone Padovani ha poi illustrato le iniziative di Eca Global: una mozione riguardante gli abusi sui minori indirizzata al Consiglio d’Europa (Justice Initiative) e una raccolta di firme a livello dell’Unione Europea per ottenere tutela e legislazione in merito.

    Il report, di Zanardi con tutti i dati sui soggetti coinvolti, verrà ora inoltrato alla Procura generale, al comando generale dell’Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato e, in forma di petizione, all’Onu e all’Unione Europea. Lo manderà anche al card. Matteo Zuppi, presidente della Cei? «No, risponde Zanardi. «Nei due incontri che ho avuto col cardinale ero disposto a consegnare i dati dei non procedibili. Ma non li hanno voluti».

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