Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Cronaca e News

  • I dubbi sul caso Orlandi: oltre ad un possibile intrigo internazionale, si parla anche di pedofilia in Vaticano

    I dubbi sul caso Orlandi: oltre ad un possibile intrigo internazionale, si parla anche di pedofilia in Vaticano

    La testimonianza di Pietro Orlandi in Vaticano non sarà dimenticata facilmente. Due gli argomenti alla ribalta della cronaca tra i fatti di sua conoscenza riferiti al Promotore di Giustizia Alessandro Diddi.

    Uno è relativo ad una chat tra lo stesso Orlandi e il cardinale Santos Abril y Castelló, arciprete emerito della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore. La chat risale ai primi anni del pontificato di Papa Francesco e contiene alcuni fatti che non erano noti all’opinione pubblica. Nella chat, il cardinale Abril y Castelló avrebbe confermato l’esistenza di un dossier segretissimo sul rapimento di Emanuela Orlandi, che sarebbe stato ordinato da Papa Wojtyla e custodito in Vaticano. Il cardinale avrebbe anche ammesso che Emanuela Orlandi era stata vista viva in Inghilterra e che era stata coinvolta in una trama internazionale che riguardava il Vaticano, la Cia, i servizi segreti italiani e turchi, e l’attentatore Ali Agca. Quest’ultimo ha inviato una lettera a Pietro Orlandi in cui sostiene che Emanuela Orlandi era stata presa in consegna da alcune suore fin dall’inizio e che aveva accettato serenamente il suo ruolo.

    L’altro argomento è ancor più imbarazzante e coinvolge Karol Wojtyla, l’allora papa Giovanni Paolo II. Secondo alcune testimonianze e documenti, Wojtyla avrebbe avuto una vita segreta e dissoluta, frequentando donne e facendosele portare in Vaticano da persone legate alla criminalità organizzata, come il boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, detto Renatino. Quest’ultimo sarebbe stato poi sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, in cambio del suo silenzio sul caso Orlandi.

    Un’intercettazione audio, consegnata da Pietro Orlandi al promotore Diddi, rivelerebbe infatti che Wojtyla la sera usciva con due monsignori polacchi e non certo per andare a benedir case. Nell’audio si sente anche come lo chiamavano in Vaticano: un nomignolo coperto da un bip ma che secondo Pietro Orlandi è chiaro nel file originale.

    Accuse gravissime che, se trovassero riscontro, metterebbero in discussione la moralità e la santità di uno dei papi più amati e venerati dalla Chiesa cattolica. A supporto della documentazione presentata Pietro Orlandi ha chiesto che vengano ascoltati alcuni testimoni dell’epoca, tra cui i cardinali Giovanni Battista Re, Leonardo Sandri e Stanislaw Dziwisz, al tempo vicinissimi a Wojtyla.

    Pietro Orlandi nella puntata di DiMartedì andata in onda ieri sera, ha fatto ascoltare la registrazione audio consegnata al promotore di giustizia, ribadendo i suoi sospetti sul Papa polacco e aggiungendo anche di esser convinto che Ratzinger e Francesco siano a conoscenza di quello che è avvenuto.

    A parlare sarebbe un uomo vicino alla banda della Magliana: “Papa Giovanni Paolo II se le portava in Vaticano quelle, era una situazione insostenibile. E così il segretario di Stato a un certo punto è intervenuto decidendo di toglierle di mezzo. E si è rivolto a persone dell’ambiente carcerario”.

    “Penso che una delle possibilità – ha detto a Floris Pietro Orlandi – è che Emanuela possa aver magari anche subito un abuso, ma che quell’abuso sia stato organizzato. È stata portata da qualcuno per creare l’oggetto del ricatto e siccome il Vaticano da quarant’anni fa di tutto per evitare che possa uscire la verità… Certo, se nel ’93 si parlava normalmente della pedofilia dei cardinali come se fosse una cosa normale e accettata, uno può pure pensare che la pedofilia sia anche più su di quei cardinali”.

    Pietro ha anche detto di avere esposto questa riflessione qualche giorno fa ad un vescovo, il quale avrebbe commentato: “Beh, probabilmente…”. “Forse non ha capito… se parlo di qualcuno più su dei cardinali, mi riferisco a Wojtyla”, ha ribattuto Orlandi. “Probabile”, è stata la risposta del vescovo.

  • “Non è niente di nuovo”; Il Dalai Lama ha ammesso di essere a conoscenza di casi di abusi negli ambienti buddisti

    “Non è niente di nuovo”; Il Dalai Lama ha ammesso di essere a conoscenza di casi di abusi negli ambienti buddisti

    All’età di quattro anni, Tenzin Gyatso conosceva il suo destino, e una delegazione di monaci lo aveva conosciuto prima che lui nascesse.

    Nel 1938 fu trasferito al monastero di Kumbum , dove iniziò a plasmare il suo futuro, poi il 22 febbraio 1940 cambiò il suo nome di nascita in Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso , assumendo il ruolo di quattordicesima reincarnazione del Dalai Lama . 

    I tanti anni di servizio al buddismo e il modo in cui ha chiesto la liberazione del Tibet senza l’uso della violenza lo hanno aiutato a ricevere il premio Nobel per la pace nel 1989 . Nel corso della sua vita, ha compiuto vari atti che ora gli danno il riconoscimento come “l’insegnante reincarnato”.

    Tuttavia, uno sfortunato evento accaduto durante il mese di febbraio ha messo gli occhi sul buddismo tibetano ; Il video che circola sulle reti, dove Gyatso bacia sulla bocca un minore, e gli chiede di “succhiargli” la lingua , ha fatto girare la rete… E riaffiorano casi di abusi sessuali all’interno del Lamaismo.

    #METOOGURU

    Durante l’anno 2018, un gruppo di vittime di abusi sessuali è riuscito a incontrare il Dalai Lama, a Rotterdam, nei Paesi Bassi , per discutere i loro casi ed evitare che la storia si ripeta in futuro. È stato un momento storico, inoltre, è venuto di pari passo con le rivelazioni della Chiesa cattolica , nota anche per i suoi innumerevoli casi di pedofilia.

    In questo caso particolare, hanno chiamato il movimento #MeTooGuru ; l’ultima parola veniva da “guru”, cioè “maestro”. Sotto questo hashtag migliaia di utenti, dai giovani adulti ai minori, hanno raccontato le loro esperienze all’interno dei templi europei, dove i monaci violavano la loro sessualità.

    Nel mezzo di questo incontro, quando i giornalisti hanno interrogato Gyatso sugli abusi, ha ammesso di essere a conoscenza dei casi e che, a un certo punto, gli sono stati menzionati, anche dall’inizio degli anni ’90.

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    “Non sono nuovi per me; Sapevo già tutte queste cose” , ha attaccato, rivelando che, dal 1992, riceveva lettere da vittime di abusi sessuali, dove si raccontava quanto accadeva nei templi buddisti. Nulla è stato detto sulle ripercussioni che ci sono state con quell’informazione, perché, semplicemente, non ci sono state.

    Nel frattempo, ha detto alle vittime che lo hanno visitato a Rotterdam che “dovrebbero rendere pubblica l’identità del loro aggressore “, in modo che “si preoccupino se vengono umiliati”. Ai guru ha affermato che “l’autodisciplina” è importante e la giustizia di ogni Paese “giudicherà i colpevoli” .

    LE VITTIME SONO MILLE

    La nota consegnata alle vittime è stata firmata da 12 persone colpite di diversi paesi, tuttavia, Rob Hogendoorn , ricercatore olandese di dottrina buddista, ha sottolineato nel 2018 che il Dalai Lama, pur essendo a conoscenza degli abusi, ha fatto poco per porvi rimedio .

    “ I numeri delle vittime sono superiori ai firmatari della nota . Gli insegnanti buddisti tibetani possono essere monaci celibi o laici con mogli e figli. Ma il buddismo è diverso e c’è una grande confusione tra ciò che è un insegnamento e l’approfittare dello studente “, ha detto.

    Allo stesso modo, El País riferisce che Hogendoorn accusa i guru di usare l’intimità per scopi spirituali, dal momento che alcune scuole di buddismo affermavano che “il sesso con lo studente è una tradizione del tantra ” .

    “È vero che il Dalai Lama ha incoraggiato a non accettare ciecamente il maestro se non ci si fida di lui. Tuttavia, aiuterebbe se chiarisse che dovrebbero essere processati come chiunque altro se commettono abusi “, ha chiarito.

    Allo stesso modo, per El Mundo , Hogendoorn ha affermato che Gyatso “non sembrava essere consapevole della gravità di quanto accaduto ” . Alla fine, anche se le quattro vittime hanno rivelato dettagliatamente i loro casi di abuso, e lo stesso Dalai Lama si è messo sulla difensiva, “ha poi promesso di prendere in mano la situazione ” .

    Una delle vittime, Oane Bijlsma , ha indicato che il maestro buddista “sembra essere ignaro di ciò che sta accadendo intorno a lui”: “Stuprano i suoi seguaci, si circondano di lussi, approfittando della loro posizione di rispettabili monaci, e abusano di persone che vai solo a cercare risposte a domande esistenziali ”, ha detto.

    È difficile sapere se i milioni di persone sconvolte accetteranno le scuse di Gyatso , in risposta al “bacio” che ha dato a un bambino. Le sue scuse, chiedono gli utenti, sono arrivate solo perché il momento imbarazzante è stato reso pubblico.

    Tuttavia, le azioni di Gyatso e le migliaia di casi di abusi all’interno dei circoli buddisti difficilmente sono viste come indisciplina, non crimini.

    https://vanguardia.com.mx/noticias/no-es-nada-nuevo-dalai-lama-admitio-conocer-sobre-casos-de-abuso-en-circulos-budistas-CL7159136

  • Dalai Lama chiede a bimbo ‘succhiami la lingua’, poi si scusa – Video

    Dalai Lama chiede a bimbo ‘succhiami la lingua’, poi si scusa – Video

    Il Dalai Lama si è scusato dopo la pubblicazione sui social di un filmato che lo ritrae mentre bacia un ragazzo sulle labbra e gli chiede di “succhiargli la lingua”.

    L’ufficio del leader spirituale tibetano ha dichiarato di volersi scusare con il ragazzo e la sua famiglia “per il dolore che le sue parole possono aver causato”.

    “Sua Santità desidera scusarsi con il bambino e la sua famiglia, oltre che con i suoi numerosi amici in tutto il mondo, per il dolore che le sue parole possono aver causato”, si legge in una dichiarazione pubblicata su Twitter ufficiale, come riportano i media internazionali. “Sua Santità prende spesso in giro le persone che incontra in modo innocente e scherzoso, anche in pubblico e davanti alle telecamere. Si rammarica di questo incidente”, prosegue il messaggio.

    Il video in questione, diventato virale, è stato ripreso durante un evento il 28 febbraio scorso, quando l’87enne Dalai Lama ha parlato a un gruppo di studenti nel tempio Tsuglagkhang di Dharamshala, nel nord dell’India. Nel filmato si vede un ragazzino che si avvicina a un microfono e chiede al leader spirituale buddista: “Posso abbracciarti?”. Il Premio Nobel per la Pace invita il bambino sul palco, dicendo: “Prima qui”, e indica la sua guancia, che il bambino bacia. E prosegue: “Poi penso anche qui”, e indica le sue labbra. Il Dalai Lama avvicina poi il mento del bambino verso di sé e lo bacia sulle labbra.

    Nel video si sentono risate e applausi. I due si toccano con la testa, prima che il Dalai Lama tiri fuori la lingua e dica: “E succhiami la lingua”. Quando i due si abbracciano, più avanti nel video, il Dalai Lama fa il solletico al bambino sotto le ascelle.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2023/04/10/dalai-lama-chiede-a-bimbo-succhiami-la-lingua-poi-si-scusa_20cc1295-69ab-473d-9bfe-2e08cbedc558.html

  • Abusi e omertà, fact cheking alla “dottrina Zuppi”

    Abusi e omertà, fact cheking alla “dottrina Zuppi”

    In chiusura del festival Tempi radicali a Modena, il 2 aprile, è stato ospite di Domani anche il cardinale Matteo Maria Zuppi. Un’importante occasione di dialogo, a cui bisogna dare atto che il presidente della Cei si è prestato volentieri, pur potendo immaginare che sarebbe andato incontro anche a domande scomode.

    Intervistato dal direttore Stefano Feltri, si è infatti mostrato sicuro e a suo agio sui temi di cui è abituato a parlare, dalla sinodalità alle periferie esistenziali care a papa Francesco fino addirittura a confrontarsi sui diritti lgbtq e il fine vita, ma ha cambiato passo ed è apparso sulla difensiva appena si è affrontato il tema degli abusi clericali. Ha fatto però in proposito affermazioni molto interessanti: proviamo quindi a riprenderle punto per punto.

    Prima di tutto, eludendo la domanda esplicita sull’avvio di un’indagine indipendente anche in Italia, Zuppi ha cominciato a criticare l’inchiesta che Domani porta avanti da ormai un anno sulla violenza nella Chiesa cattolica, sostenendo che sono state pubblicate cose non vere: «non abbiamo mai cercato di comprare qualcuno, come avete scritto», ha detto il presidente della Cei. In almeno due casi, però, abbiamo documentato che sono stati offerti 25mila euro alle vittime in cambio del silenzio sulla trattativa economica: è successo in provincia di Alessandria a Massimiliano Gamalero, vittima di don Carlo Bottero, reo confesso, e ad Antonio Messina, abusato a Enna da don Giuseppe Rugolo (oggi sotto processo per violenza sessuale su minori). Entrambi hanno ricevuto una proposta di “risarcimento” da parte della Chiesa: nel caso di Messina dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, come si evince dalle intercettazioni agli atti, e in quello di Gamalero è arrivato addirittura un bonifico da parte del prete con la mediazione del vescovo di Acqui Luigi Testore. Sappiamo poi che altri casi di trattativa economica “privata” fra la Chiesa e le vittime sono andati a buon fine.

    «I primi che hanno consapevolezza e interesse a contrastare gli abusi siamo noi», ha poi sottolineato Zuppi, aggiungendo però che, «per evitare che a qualcuno venga il dubbio che ce l’avete con noi», Domani dovrebbe fare inchieste anche sulla famiglia e sulla scuola, responsabili, secondo il cardinale, del «95% degli abusi che ci sono in Italia». In primo luogo, sorprende questa percentuale: qual è la fonte di Zuppi, visto che non ci sono dati pubblici? Nel merito dell’affermazione, bisogna poi dire che la Chiesa non può in alcun modo essere messa sullo stesso piano della scuola e della famiglia: non solo per la levatura morale e il ruolo sociale che l’istituzione religiosa rappresenta e vanta, ma perché la gerarchia ecclesiastica ha fino ad oggi considerato l’abuso sessuale, anche sui minori, come un peccato che riguarda colui che lo commette, e non un reato. Senza contare che il pedofilo nella Chiesa ha finora potuto contare su un’organizzazione che in molti casi lo ha protetto con l’omertà e lo spostamento in altra diocesi, in certi casi agevolandone la fuga con vari espedienti, come è successo a don Silverio Mura, prete napoletano ritrovato in provincia di Pavia con il nome di don Saverio Aversano.

    Molto ci sarebbe poi da dire sul «rigore estremo» con cui papa Benedetto XVI e papa Francesco hanno affrontato il problema. Papa Francesco, in questi dieci anni sugli abusi ha detto molto ma fatto poco e finora non è riuscito a scardinare quel sistema di potere che rende la violenza clericale endemica. Nonostante Bergoglio abbia tolto il segreto pontificio sulle cause degli abusi (invece ribadito da Ratzinger nel 2001), di fatto vige ancora la massima riservatezza su decreti, testimonianze e carte processuali.

    Il presidente della Cei ha poi annuciato che i nuovi report sugli abusi nella Chiesa saranno pronti il prossimo novembre (ricordiamo che il 17 novembre 2022 è stato presentato il primo rapporto della Cei, che prendeva in esame l’attività dei Servizi diocesani e le segnalazioni arrivate ai centri di ascolto delle diocesi nel biennio 2020-2021) e riguarderanno «non solo i numeri ma anche il tipo di reati commessi negli ultimi vent’anni». Zuppi ha spiegato che la ricerca si limita a vent’anni (e non i tradizionali settanta, come la maggior parte delle indagini commissionate negli altri paesi) «perché di questo periodo abbiamo i dati su cui lavorare e evitiamo il rischio di avere soltanto delle proiezioni». Il cardinale ha omesso di esplicitare che anche questo report, come il precedente, sarà redatto non da una commissione indipendente ma da un’istituzione legata alla Chiesa, che non garantisce la necessaria terzietà. Senza contare che i dati ecclesiastici sono parziali (la Cei ha parlato di 613 fascicoli depositati al Dicastero per la dottrina della fede) perché non tengono conto di chi non si è rivolto all’autorità ecclesiastica per denunciare le violenze. Inoltre, limitare l’indagine a vent’anni esclude a priori le vittime emerse in precedenza e non tiene proprio conto di quanti non hanno ancora maturato la consapevolezza di aver subito un abuso: è noto infatti che molti hanno bisogno anche di trenta o quarant’anni per elaborare il trauma subito.

    Zuppi è poi entrato nel cuore del problema, sostenendo che le linee guida della Chiesa sono severissime e che i casi di abuso vanno denunciati alle autorità dello Stato. «Il problema però – ha poi precisato – è che a volte le persone non vogliono rivolgersi alla giustizia penale. A me personalmente è capitato due volte: due persone che mi hanno fatto segnalazioni ma non volevano andare al commissariato», sottolineando che in questi casi «vengono fatte firmare delle dichiarazioni alle vittime», che sollevino dalla responsabilità la Chiesa. Incalzato dal direttore, che gli chiedeva se a quel punto è il vescovo che fa la denuncia all’autorità dello Stato, Zuppi ha ribadito: «no, se la persona non vuole, no. Esiste però una giustizia ecclesiastica che funziona benissimo e non bisogna dire che è connivente (con gli abusatori, ndr)». Questo è un passaggio cruciale, perché dalle parole del presidente della Cei si evince che, nonostante l’obbligo morale sancito dal motu proprio papale Vos Estis Lux Mundi, che esorta il clero alla trasparenza e alla denuncia dei responsabili all’autorità civile, i vescovi continuano a rivolgersi solo ai tribunali interni. Sul fatto che questi ultimi funzionino bene, c’è solo la parola del cardinale, visto che gli esiti delle indagini ecclesiastiche non vengono rese note nella maggior parte dei casi nemmeno alle vittime. Su come sono condotte queste indagini, invece, da quel che trapela dai documenti a nostra disposizione c’è poco da stare allegri: nel sopracitato caso di don Rugolo, per esempio, monsignor Gisana viene ripreso durante la fase delle indagini preliminari proprio sul modo in cui ha condotto l’investigatio previa, che viene definita «monca» dal pm che lo interroga. Il vescovo, infatti, non solo non si era preoccupato di convocare diversi testimoni, ma nemmeno aveva sentito il prete accusato.

    Interpellato infine sul mancato coinvolgimento delle vittime nel processo di indagine sugli abusi, il cardinale Zuppi ha sostenuto che, invece, alcune di loro sono state ascoltate e ha citato un’udienza avvenuta al Consiglio permanente della Cei. Decisamente poco, se si aggiunge che Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso, ricevuto due volte in udienza privata proprio da Zuppi, ha definito gli incontri «deludenti» e l’atteggiamento del cardinale «autoritario». La Cei non si è poi nemmeno data la pena di rispondere alle lettere del coordinamento Italy Church Too, nato nel 2022 proprio per dare voce ai sopravvissuti alla violenza clericale. Anche a Modena, non una parola è venuta da Zuppi sul dolore delle vittime e sulla necessità che ricevano un risarcimento (trasparente) per quanto hanno subito, come accade invece in Francia e in Germania.

    «E poi c’è sempre la giustizia ecclesiastica e Roma: un po’ di meccanismi di certezza del diritto per la vittima ci sono», ha concluso Zuppi, riferendosi ovviamente al ruolo di garante del papa. Purtroppo, pensando alla vicenda complessa e tutt’altro che chiara di Rupnik, e del ruolo per nulla trasparente avuto da Bergoglio nella scomunica del gesuita accusato di abusi su diverse suore, sorgono molti dubbi sulla «certezza del diritto» garantita dalla Santa Sede. Roma giudica, in effetti, come ha detto il presidente dei vescovi, ma a noi ancora rimane da capire in che modo.

    https://www.editorialedomani.it/politica/italia/abusi-nella-chiesa-e-coperture-fact-checking-alla-dottrina-zuppi-peg7zezb

  • Chiesa e abusi sessuali, perché sarà difficile un’autentica riforma

    Chiesa e abusi sessuali, perché sarà difficile un’autentica riforma

    Qualche giorno fa il pontefice è tornato sul tema degli abusi sessuali commessi da membri del clero per ribadire e aggiornare il complesso di norme varato quasi quattro anni fa con il Motu Proprio “Vos Estis Lux Mundi”. Il documento conferma, rafforzandolo, l’intricato complesso di norme e istituti che dovrebbero scoraggiare la commissione di questo genere di “delitti” (per usare un’espressione del diritto canonico).

    L’impressione che si ricava da una sua prima e superficiale lettura è quella di una Chiesa Cattolica determinata a reprimere la diffusione degli abusi e a punire con la necessaria severità chi li compie. C’è naturalmente del vero in questa percezione: nel documento, il papa avverte implicitamente vescovi, sacerdoti e anche laici cattolici impegnati nelle attività pastorali che, nel caso si mettessero nei guai sul versante della sessualità con i minori, l’istituzione non interverrà più a proteggerli come ha sempre fatto, ma al contrario li punirà in modo rigoroso e fermo. È un messaggio che tutti i sacerdoti italiani hanno già colta già da qualche anno, da quando la CEI ha istituito dei centri di ascolto che raccolgono le denunce e avviato, in molte diocesi (non in tutte), una campagna di prevenzione di questi crimini, affidata essenzialmente a giuristi e psicologi.

    In questo approccio che definirei sommariamente “giustizialista” io vedo tre grandi limiti.
    Il primo riguarda l’impatto con la cultura organizzativa della Chiesa, impregnata da secoli di una strutturale tendenza alla copertura dei crimini commessi dai suoi funzionari. È legittimo chiedersi se un’istituzione del genere sarà in grado di ribaltare davvero il suo atteggiamento di fondo e di sanzionare la sua classe dirigente (perché questo rappresentano i sacerdoti) senza sconti quando sbaglia sul terreno del sesso con i minori? Quali garanzie ci sono che il dispositivo giudiziario architettato dai vertici vaticani si metta davvero in moto e che preti e vescovi smettano di insabbiare e occultare? Basta cambiare la legge perché cambino anche i comportamenti e si modifichino le prassi più diffuse?

    Il secondo limite attiene al rapporto con il passato e con la conoscenza scientifica del fenomeno. Sotto questo profilo la situazione è molto varia: ci sono conferenze episcopali, ad esempio quelle francese e tedesca, impegnate in una seria opera di accertamento della verità sugli ultimi decenni e di collaborazione con la comunità scientifica che studia il fenomeno e altre, tra le quali si distingue quella italiana, che da quest’orecchio non ci sentono proprio. L’elemento rivelatore della differenza risiede nella disponibilità a istituire e finanziare commissioni indipendenti di inchiesta, che consentano sia l’emersione di molte vicende di abusi consumatesi negli scorsi decenni e rimaste sino ad ora confinate nella sola memoria delle vittime sia la produzione di una rilevantissima mole di dati (non solo quantitativi) relativi al fenomeno in questione. Insomma le commissioni indipendenti rappresentano uno strumento insostituibile: alimentano moltissimo il dibattito pubblico e producono un grande avanzamento della conoscenza, premessa di interventi di riforma più oculati e puntuali.  Nel documento vaticano a questo tema non si fa cenno e non mi risulta che il papa su questo abbia una linea: ogni commissione episcopale fa quel che vuole, alcune non fanno nulla.

    Il terzo limite è il più serio di tutti e concerne l’adeguatezza della nuova strategia preventiva e repressiva rispetto alle cause reali del fenomeno. Per comprenderlo dobbiamo chiederci come mai quello degli abusi sessuali sia un problema così rilevante per i sacerdoti cattolici (non solo per loro è chiaro, ma soprattutto per loro). C’è qualcosa nel rapporto con la sessualità e l’affettività a cui la Chiesa vincola i sacerdoti che favorisce la commissione di abusi? In definitiva, c’è qualche legame tra il celibato obbligatorio e la castità imposta per legge al clero e gli abusi sessuali che alcuni di costoro mettono in atto? Se sì, come io penso e come ho cercato di dimostrare in altre sedi, è chiaro che tutto l’arzigogolato impianto repressivo disegnato dai vertici cattolici serve a poco. Se a commettere gli abusi non sono solo delle “mele marce” che saranno, auspicabilmente, d’ora in poi più facilmente assicurate alla giustizia canonica e poi punite ma è un sistema vivente di comportamenti e di atteggiamenti legati alla “cultura della castità obbligatoria” gli strumenti come quelli contenuti nel motu proprio sono destinati a rivelarsi scarsamente o per nulla efficaci. Il punto è che anche solo per porsi gli interrogativi che ho avanzato la Chiesa dovrebbe mettere in discussione se stessa, la sua costituzione materiale, la sua natura spirituale, ecclesiale e politica e non solo puntare il dito sui singoli funzionari infedeli. Quando ciò avverrà saremo i primi a parlare di rivoluzione.

    https://www.micromega.net/chiesa-e-abusi-sessuali-perche-sara-difficile-unautentica-riforma/

  • Il maestro di religione arrestato per le «coccole» nell’asilo di Milano, il precedente due anni prima: così ha potuto lavorare ancora

    Il maestro di religione arrestato per le «coccole» nell’asilo di Milano, il precedente due anni prima: così ha potuto lavorare ancora

    Aveva avuto diversi incarichi e molto brevi l’insegnante di religione arrestato a Milano con l’accusa di aver abusato di almeno quattro bambini di cinque anni in un asilo della periferia Nord. Ed è proprio dal suo passato professionale che emergerebbero casi precedenti che potrebbero ulteriormente aggravare la sua posizione. G.P., 34 anni, originario di Bari, ottiene nella diocesi di Bari-Bitonto nel 2018 l’idoneità all’insegnamento della religione, dopo essersi laureato in Scienze religiose.

    Il suo nome resta nelle graduatorie fino all’anno successivo, dopo di che decide di trasferirsi al Nord. L’uomo supera con successo la procedura per inserirsi nella graduatoria dei docenti di religione nella Diocesi di Trento, quattro mesi dopo riesce anche in quella di Milano. Tra maggio e giugno 2019 ottiene il primo incarico a Cantù, in un istituto comprensivo statale. E poi a settembre 2021 passa a Milano, dove lavora in alcune scuole materne.

    Da una viene spostato dopo appena due mesi. In quella breve esperienza di appena 60 giorni in una asilo a Milano nel 2021 emergono i primi sospesosi sul presunto pedofilo. Alcune segnalazioni avevano parlato di atteggiamenti troppo confidenziali con alcuni bambini. Durante la pandemia Covid, il maestro si sarebbe tolto più volte la mascherina per dare loro baci e carezze.

    Quelle segnalazioni però non avevano portato a nessuna denuncia da parte di insegnanti e genitori. Per il maestro i baci ai bambini erano costati appena un procedimento disciplinare, finito con una sanzione finale pari a quattro ore di retribuzione. Ed è stato così che il 34enne ha potuto continuare a insegnare almeno fino a metà marzo, quando in un altro asilo milanese una maestra scopre che l’uomo ha dei comportamenti sospetti con i bambini.

    Ne parla con una bimba che confida alla maestra come il 34enne facesse loro le «coccole». A quel punto scatta l’allarme che arriva in procura. Gli agenti della polizia locale piazzano in classe microcamere e microfoni in attesa di un passo falso del 34enne. In pochi minuti arriva la conferma con una sequenza di azioni che non lascia dubbi aglio inquirenti.

    https://www.open.online/2023/04/02/milano-maestro-religione-abusi-sessualia-asilo-precedente/

  • Abusi nella Chiesa: ancora non ci siamo

    Abusi nella Chiesa: ancora non ci siamo

    La tanto attesa revisione della legge chiave del papa contro gli abusi è una grande delusione. Papa Francesco ha perso l’opportunità di correggere i gravi difetti della Vos estis lux mundi che l’hanno resa inefficace. La revisione di oggi apporta alcuni modesti cambiamenti, alcuni dei quali sono benvenuti. È positivo che si chiarisca che l’abuso di adulti vulnerabili è un crimine secondo il diritto canonico e che anche i leader laici delle associazioni religiose possono essere soggetti a sanzioni. Ma questa politica aveva bisogno di un’ampia revisione, non di qualche ritocco.

    Vos estis rimane un’autopolitica confezionata come responsabilità. Mantiene il controllo dei vescovi nell’indagare e giudicare le accuse contro i colleghi vescovi. Omette qualsiasi obbligo di informare il pubblico. Dice ai vescovi che non sono tenuti a denunciare le molestie sui minori alle autorità civili, a meno che non siano obbligati a farlo dalla legge locale. E limita il coinvolgimento dei laici a ruoli frammentati e privi di potere. Nessuna di queste debolezze viene affrontata nella versione rilasciata oggi. Al popolo cattolico era stato promesso che Vos estis sarebbe stato “rivoluzionario”, un evento epocale per responsabilizzare i vescovi. Ma in quattro anni non abbiamo visto nessuna significativa pulizia della casa, nessun cambiamento drammatico. All’inizio di questo mese, un importante consigliere papale ha ammesso pubblicamente che la nuova politica del papa “non funziona”. Dei 5.600 vescovi viventi in tutto il mondo, BishopAccountability.org ha identificati solo una quarantina che sono stati indagati secondo il nuovo protocollo. Meno della metà di questi sono stati sanzionati, di solito con clemenza ().

    Prima della promulgazione di Vos estis, il papa ha fatto credere alle vittime e ai cattolici disperati che la sua risposta decisa ai crimini dell’ex cardinale Theodore McCarrick sarebbe stata un precedente per una nuova era di responsabilità e apertura. Ma il caso McCarrick si è rivelato un’anomalia, “una tantum”. Mentre diversi vescovi sono stati giudicati colpevoli di abusi o di insabbiamento dopo la laicizzazione di McCarrick, nessuno è stato privato del suo sacerdozio o addirittura del suo titolo. Chiediamo sinceramente a papa Francesco di apportare importanti cambiamenti alla Vos estis, iniziando con queste riforme fondamentali:

    1. Richiedere la piena divulgazione di accuse credibili al pubblico. Secondo la Vos estis, è lecito tenere il pubblico all’oscuro dall’inizio alla fine. Non prevede alcun obbligo di informare i fedeli. Bisogna cambiare questa situazione. Per citare l’arcivescovo Scicluna, «l’informazione è fondamentale se vogliamo davvero lavorare per la giustizia». È anche fondamentale per scoraggiare i crimini e gli insabbiamenti.

    2. Eliminare il fallimentare “modello metropolitano” e autorizzare invece i laici a supervisionare la segnalazione, le indagini e il giudizio dei casi contro vescovi e leader religiosi.

    3. Obbligare a denunciare alle autorità civili, indipendentemente dal fatto che la legge locale lo richieda o meno. Ovvero, istruire ogni sacerdote e religioso a notificare alle autorità civili i reati sessuali sospetti o noti, così come i sospetti di insabbiamento da parte di funzionari della Chiesa. Il papa potrebbe esentare il clero da questo obbligo in quelle poche giurisdizioni del mondo in cui ci sono buone ragioni per temere che tale denuncia metta a repentaglio la sicurezza degli accusatori e/o dei presunti colpevoli.

    Questi e altri cambiamenti devono avvenire se si vuole che le vittime vivano una guarigione e che i bambini siano più sicuri all’interno della Chiesa cattolica.

    BishopAccountability.org è un’organizzazione noprofit indipendente fondata nel 2003. Raccoglie e pubblica dati e documenti sulla crisi degli abusi nella Chiesa cattolica romana.

    Anne Barrett Doyle copresidente di BishopAccountability.Org, il più grande database di informazione al mondo sui casi di abusi del clero 

    https://www.adista.it/articolo/69786

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/03/27/norme-anti-abusi-estese-anche-ai-laici-ma-quanto-sono-efficaci/

  • Profanato in Polonia il monumento a papa Wojtyła

    Profanato in Polonia il monumento a papa Wojtyła

    VARSAVIA, 02 APR – Il monumento a papa Giovanni Paolo II a Lodz, nel centro della Polonia, è stato profanato la notte scorsa nell’anniversario della sua morte.

    Lo rendono noto i media locali, precisando che il monumento, che si trova davanti alla cattedrale, è stato in parte imbrattato con della vernice rossa e gialla, mentre sul piedistallo è scritto in bianco ‘Maxima Culpa’, titolo del libro pubblicato di recente da un corrispondente olandese in Polonia, Ekke Overbeek, secondo il quale Wojtyla da cardinale di Cracovia avrebbe coperto i preti della sua diocesi colpevoli di abusi sessuali su minorenni.

    La polizia di Lodz ha avviato le indagini per individuare i responsabili mentre sono già cominciate le operazioni per cancellare le macchie di vernice rossa (sulle mani) e gialla (sul viso) nonché la scritta in bianco sulla base. I media polacchi informano inoltre che un altro gesto di profanazione era stato compiuto due giorni fa anche a Breslavia, dove il viso di Giovanni Paolo II su un murale è stato macchiato di rosso.
    (ANSA).

  • ZOLLNER SI DIMETTE

    ZOLLNER SI DIMETTE

    COMUNICATO

    “La Commissione è stata informata che padre Hans Zollner SJ ha chiesto di essere sollevato dalle sue funzioni di membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. P. Hans mi ha detto di essere giunto a questa decisione dopo aver riflettuto sulla sua recente nomina a consulente per la tutela dei minori della diocesi di Roma. Alla luce di questa e di tutte le altre sue responsabilità, ha chiesto di essere esonerato dal suo posto nella Commissione e il Santo Padre ha accolto la sua richiesta con i più sentiti ringraziamenti per i suoi molti anni di servizio.

    Come membro rimasto del gruppo fondatore, p. Hans è stato una presenza costante nel corso degli anni, quando abbiamo visto la nostra Commissione crescere e trovare la sua strada come centro per la salvaguardia in tutta la Chiesa. Ha contribuito a dare forma e ad attuare molti dei progetti e dei programmi che hanno trovato origine nelle deliberazioni della Commissione, in particolare il Vertice globale del febbraio 2019.

    Attraverso le numerose formazioni che ha fatto a vescovi e leader religiosi nel corso degli anni, viaggiando in tutto il mondo, è diventato un ambasciatore della salvaguardia e continuerà a essere una presenza costante in questo importante lavoro attraverso i suoi ruoli di direttore dell’Istituto di Antropologia dell’Università Gregoriana e di consulente della Diocesi di Roma per la salvaguardia. Siamo ansiosi di continuare a collaborare con padre Hans nel nostro comune impegno di rendere la Chiesa una casa sicura per tutti”.

     

  • “Ratzinger fu indagato”. L’indiscrezione della procura di Monaco

    “Ratzinger fu indagato”. L’indiscrezione della procura di Monaco

    Un Papa indagato, ma archiviato. È quanto emerso oggi su Joseph Ratzinger da fonti della procura di Monaco riportate da alcune testate tedesche e dall’agenzia stampa Deutsche Presse-Agentur. Al centro delle indagini, la presunta copertura dell’ex prete poi condannato per abusi, Peter Hullermann proveniente dalla diocesi di Essen e poi trasferito nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga che fu guidata dal futuro Papa tra il 1977 ed il 1982.

    Archiviazione
    Dagli uffici della procura di Monaco si è venuto a sapere che tre importanti personalità della Chiesa bavarese “ancora in vita” erano stati “inseriti come sospetti” durante le indagini e che oltre a Benedetto XVI, vi erano finiti anche il cardinale Friedrich Wetter, suo successore, e monsignor Gerhard Gruber, suo vicario generale. Dall’ufficio del pubblico ministero, però, è emerso che le indagini “in ogni caso non hanno portato a sufficienti sospetti di atti criminali da parte dei responsabili del personale”. Per questo motivo è scattata l’archiviazione.

    L’indagine degli inquirenti si è concentrata sulla mole di documenti prodotta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl che ha pubblicato il report sugli abusi avvenuti nell’arcidiocesi di Monaco-Frisinga tra il 1945 ed il 2019. Il mandato era stato loro affidato dai vertici dell’arcidiocesi stessa oggi guidata dal cardinale Reinhard Marx. Il lavoro dello studio legale, però, non ha portato a nuove incriminazioni perché, come ha dichiarato in conferenza stampa il procuratore capo Hans Kornprobst, “questi dati sono stati di scarsa utilità per le forze dell’ordine. Non hanno portato a nuovi procedimenti penali, figuriamoci a una condanna”.

    L’altra causa
    Se la procura di Monaco ha ammesso di aver inserito Ratzinger nella lista degli indagati e di aver archiviato la sua posizione avendo appurato l’assenza di azioni criminose da lui commesse, sullo scandalo Hullermann c’è ancora un procedimento in ballo. Il tribunale regionale di Traunstein, infatti, dovrà decidere l’esito della causa civile intentata da una delle vittime dell’ex prete contro – tra gli altri – lo stesso Benedetto XVI. Essendo morto, però, la causa potrebbe continuare e a risponderne potrebbero essere i suoi successori legittimi, ovvero cinque cugini ancora viventi nel caso in cui accetteranno l’eredità del famoso parente. L’archiviazione decisa dalla procura di Monaco, tuttavia, dimostra l’estraneità di responsabilità penali nella condotta di Ratzinger ai tempi in cui rivestiva l’incarico di arcivescovo di Monaco e Frisinga.

    I cugini eredi e il futuro di Gänswein
    L’esistenza di una causa civile ha complicato l’eredità del primo Papa emerito della storia morto alla fine dello scorso anno. I cugini, infatti, accettando la sua eredità potranno entrare in possesso soltanto della sua disponibilità sul conto corrente a lui intestato e dovranno in ogni caso affrontare il procedimento che potrebbe prendere il via a Traunstein.

    Il primo a parlare dell’esistenza dei cinque cugini di Ratzinger è stato domenica scorsa il suo segretario particolare – nonchè esecutore testamentario – monsignor Georg Gänswein. Di lui si parla anche per ciò che riguarda il suo futuro. Nell’ultima udienza, Francesco gli ha comunicato di non aver ancora deciso il suo nuovo incarico dopo che negli ultimi anni, pur rimanendo formalmente prefetto della casa pontificia, l’arcivescovo tedesco si era dedicato esclusivamente all’assistenza di Benedetto XVI. Mentre sembra svanire la possibilità di un suo approdo in Germania alla guida di una diocesi, sembra farsi largo tra i bene informati lo scenario di un suo trasferimento lontano dall’Europa come nunzio apostolico. Questo ruolo veniva dato per certo subito dopo la morte di Benedetto XVI ma le polemiche relative al suo libro scritto con Saverio Gaeta sembravano aver riaperto i giochi. A confermare la voce che vorrebbe Gänswein inviato altrove come nunzio apostolico è anche il portale iberico Religion Digital che avrebbe appreso la notizia di una sua prossima designazione in Costa Rica.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/ratzinger-non-commise-alcun-reato-procura-indag-ed-archivi-2129349.html